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ALLA RICERCA DELLA FILOSOFIA IL DEMONE DI CARTESIO

La percezione della realtà nei romanzi di Philip K. Dick
Giacinto Palmieri




In un'epoca in cui la comunità dei filosofi pare essersi persa in sterili giochi accademici o in polemiche tra scuole, può risultare utile, se non addirittura necessario, cercare la filosofia in luoghi formalmente non deputati, in cui il pensiero sembra quasi rifugiarsi come fosse in esilio. Uno di questi luoghi è rappresentato senza dubbio dalla letteratura fantascientifica che, non a caso, viene spesso indicata col nome di speculative fiction a sottolineare il suo carattere speculativo, il suo procedere per supposizioni, paradossi, problematizzazioni. I romanzi di Philip K. Dick (1928-1982) costituiscono il tentativo più ambizioso di interpretare la fantascienza come autentica ricerca filosofica, poiché prendono ad oggetto il maggiore di tutti i problemi, la definizione e la fondazione del concetto stesso di realtà. Sin dai suoi primi romanzi il tema principale della ricerca di Dick è stato, infatti, l'enigma classicamente rappresentato dall'immagine del "demone di Cartesio" o, più modernamente, dall'ipotesi dei "cervelli in una vasca" di Hilary Putnam. Come posso sapere che ciò che mi appare reale non è il risultato dell'inganno di un demone? O che non sono un cervello sospeso in una vasca, e che la percezione della realtà e del mio stesso corpo non è prodotta illusoriamente da elettrodi, collegati alle aree visive, tattili, olfattive, uditive, gustative di questo mio cervello, o, per meglio dire, di quest'io-cervello? Questa seconda formulazione del problema risulta particolarmente stimolante, presentando fortissimi elementi di affinità con le ipotesi formulate, con largo anticipo rispetto a Putnam, dallo stesso Dick. Non a caso, pur non essendo interessato alla tecnologia e ai suoi possibili sviluppi, Dick è stato il primo scrittore a immaginare, in opere come Ubik (1969) e A maze of death (1970), quella che solo molti anni dopo si sarebbe chiamata "realtà virtuale", partendo esclusivamente dalla propria esigenza filosofica di rappresentare tutti i possibili volti del demone di Cartesio. Esigenza peraltro non solo intellettuale, ma vissuta in prima persona attraverso l'esperienza della follia, della droga e di un'inquieta ricerca religiosa, vie, queste, apparentemente lontanissime, ma che in Dick sembrano condurre tutte alla visione di un mondo diverso da quello a noi noto, rispetto al quale la realtà diviene pura illusione. Così i suoi personaggi, pur conducendo vite normalissime in mondi apparentemente solidi, si ritrovano inspiegabilmente a percepire "qualcosa che non va", delle crepe nel muro, a intravedere, all'interno del suo stesso incantesimo, le corna e la coda del demone. Una "rivelazione" che non è mai però definitiva, poiché per Dick tra realtà e illusione, ragione e follia c'è un infinito rimando, un gioco di specchi in cui anche l'immagine "vera" è solo il riflesso del proprio riflesso. Come avviene in The man in the high castle (1962), romanzo ambientato in un presente alternativo in cui tedeschi e giapponesi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale. In questo mondo circola, tuttavia, un romanzo di fantascienza nel cui universo immaginario sono stati invece gli Alleati a vincere la guerra, e qualcuno inizia a sospettare che il libro possa dire il vero, che descriva, cioè, la realtà fino allora nascosta. Una realtà che è però quella in cui viviamo noi, i lettori del romanzo di Dick, la cui straordinaria abilità narrativa riesce quasi a farci credere che sia l'altra la realtà e sia questa l'illusione. Così via ad infinitum. E se Cartesio poteva uscire da un simile labirinto contrapponendo al suo demone l'arma del cogito, l'assoluta autoevidenza dell'io pensante, per Dick anche questa fortezza è in mano al nemico. La follia, infatti, non è solo diversa percezione del mondo, ma è sconvolgimento e dissoluzione del soggetto che lo percepisce, come l'universo artificiale delle droghe esiste in realtà per un io artificiale e l'estasi del mistico è, letteralmente, "uscita da sé". Eppure è ancora una volta la tecnologia a risultare decisiva. In Do androids dream of electric sheep?(1968), romanzo da cui il regista Ridley Scott ha tratto Blade Runner, il protagonista è un "cacciatore di androidi", esperto nel riconoscere ed eliminare "uomini artificiali". Un giorno scopre che gli androidi hanno finti ricordi della propria infanzia e si credono, di conseguenza, esseri umani. Inizia così a dubitare di sé stesso, della propria stessa umanità. Se la realtà virtuale ha reso ancor più problematica che mai la percezione della realtà esterna, l'intelligenza artificiale, suggerisce Dick, rischia di mettere in discussione la percezione stessa del nostro io, rendendola riproducibile, potenzialmente artefatta. Se anche il cogito fosse un'illusione del demone, dove potremmo trovare rifugio? E, soprattutto, chi potrebbe trovare rifugio? Dare una risposta a questi problemi, giustificare la realtà del mondo e del sé, è da sempre lo scopo principe della filosofia, la sua stessa ragion d'essere. In tal senso, l'opera di Dick potrebbe sembrare una semplice trasposizione in forma narrativa e drammaticamente sentita di questioni tradizionali, riservate altrimenti alle riflessioni più astratte. Ma il suo vero merito è semmai l'aver mostrato per primo il nuovo volto, più inquietante che mai, di queste antiche questioni. Pur rappresentando realtà tecnologiche ancora esse stesse "virtuali", la realtà virtuale e l'intelligenza artificiale rischiano di modificare radicalmente la percezione e i confini teorici di problemi ormai millenari. Non è pertanto esagerato affermare che queste rivoluzioni possibili rappresentano l'oggetto più urgente per una riflessione filosofica che voglia fare veramente i conti con il proprio tempo. E a comprendere con tanto anticipo l'importanza di queste sfide non è stato un filosofo, uno scienziato o un tecnocrate, ma, paradosso dickiano esso stesso, uno scrittore convinto, negli ultimi deliranti anni della sua esistenza, di vivere al tempo dell'Impero Romano e che l'intero mondo moderno fosse solo un inganno del demone. Terribilmente efficace.




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