FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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WISH YOU WERE HERE

di Matteo Piraccini

diario di viaggio

DALL'AMORE PER VALENTINA

Cesena-San Severo-Catania e ritorno
(25 giugno-1 luglio 1996)

«L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo. L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in se stesso. Allora non sarà più trascinato, ma trascinerà.»

«Chi ama nell'unico modo in cui si dovrebbe amare diventa un poeta e un eroe per un sorriso, per un cenno, per una parola di colei che ama.»

«Il meglio fu la forza che mi sgorgò da quell'amore, la lieta forza di vivere, di lottare, di gettarmi nel fuoco per lei. Poter dare se stessi in cambio di un attimo, poter sacrificare degli anni per il sorriso di una donna, questa è la felicità. E questa non l'ho perduta.»

Hermann Hesse

25 GIUGNO

SUL TRENO DA CESENA PER RIMINI

Il treno è appena partito. La mia mano è ancora indolenzita per aver a lungo sorretto la borsa dei bagagli, ma non ho esitato a cercare penna e agenda senza neppure togliermi il giubbotto: non volevo che i primi istanti fuggissero via senza che ti potessi scrivere le prime righe di questa lunga promessa. Ti amo, non so dirmi altro. Ma se mi sono gettato a capofitto in mezzo alle incognite di un viaggio del tutto improvvisato, è perché possiedo molti mezzi per penetrare l'amore fino ad una delle sue profondità. Fino alla ragione, fino alla certezza del mio desiderio. E da questo momento siamo io e te.

SUL TRENO DA RIMINI PER SAN SEVERO

Prima che io salissi è scesa dal treno una signora con la figlioletta. Sei, sette anni al massimo, piccoli occhiali. La madre si era già avviata verso il sottopassaggio, mentre la piccola ancora esitava di fronte agli scalini del treno. La mamma, allora, l'ha incoraggiata: «Vieni, Valentina!» Dio, non ci credevo! Una scintilla della tua bellezza, un frammento vivo della tua dolcezza mi ha raggiunto! Eri tu, lo so, tu incarnata in quel corpo gentile, per guardarmi negli occhi una volta di più e per dirmi: « Se sei partito per la sola delizia dei miei occhi, per la loro delizia devi anche tornare.» Si, ma non prima d'aver strappato al "Gigante" un rigurgito della sua fiamma spenta, così che, una volta riaccesa dal calore del tuo sguardo stupito, irradierà una nuova luce, e tutto il tuo viso potrà brillarne, arderne d'un rossore simile a quello che t'infonde la timidezza, la certezza, ormai limpidissima, d'essere amata, d'essere desiderata da me. Ricordalo, quando ti sarò accanto. E sopporta. Perché io possiedo la dignità e la forza di chi è veramente innamorato. Per come ti amo, credimi, ne vale la pena.

Una lunga pausa di riflessione. Il paesaggio che scorgo dal finestrino varia incessantemente. La visione più dolce che mi ha offerto sino ad ora è un campo di girasoli, di fronte al quale ho sorriso con una punta di commozione. Dopo un po' è apparso il mare, colorato di verde, d'azzurro, e dell'impronta d'un candore che è il colore della trasparenza. Il finestrino che dà sul mare si specchia fedelmente in quello opposto, alla mia destra: posso scorgere il mare anche in seno alle colline disseminate di case, ai paesaggi boschivi e al loro incanto. Soltanto il mio paesaggio interiore è sempre uguale a se stesso. In esso, tutto il mare che ho veduto finora è forse la metà d'un'unghia della tua mano, che si completa se mi volgo verso l'opposto orizzonte e mi sforzo di scorgerne il culmine, un punto fisso di fuga, come una terrestre stella polare, di una prospettiva che invece muta.

Finalmente il sereno dopo quasi due ore di ininterrotto grigiore. La vista del mare è costantemente spezzata dalla presenza di folti gruppi di case e alberghi. Per fortuna il cielo è ora così terso da poterne riflettere il verde e l'azzurro, con l'identico candore d'una identica trasparenza. Avevo nostalgia del sole quasi come del tuo viso; quando l'ho visto apparire non ho esitato ad alzare gli occhi per guardarlo fissamente, il più a lungo possibile. Volevo stordirmi di luce, volevo che i miei occhi lacrimassero. Volevo vederti, ecco tutto. Anche se so che la mia vista, rivolta a quegli spazi dove tu non sei, non è che una modesta variante della cecità. Forse perché, dove tu non sei, non c'è nulla che possa esser visto. Forse perché io non ho occhi che per la mia stella. Torno a socchiuderli e poi a chiuderli, lascio che una luce insostenibile li invada. Proprio come nella réclame del profumo "Poème". «Come la luce del sole tu mi accechi la mente.»

Appena ripartito dalla stazione di Vasto-San Salvo. Tra quaranta minuti giungerò a destinazione. Credo che mi tratterrò a San Severo per un paio di giorni. Sarò ospite di Gabriele Resce, un amico molto caro col quale ho condiviso l'esperienza del servizio civile e che non vedo, ormai, da più di tre anni. Al telefono, nei giorni scorsi, gli ho raccontato delle mie intenzioni. «Vado in Sicilia, se vuoi mi fermo da te per salutarti.» Avevo già ricevuto più d'un invito negli anni passati. La mia proposta è stata quindi accettata con un certo entusiasmo. «Ma scendi per lavoro o per ferie?» Non sapevo bene cosa rispondere; ho esitato prima di pronunciarmi, poi, con estrema naturalezza, ho detto: «Scendo per amore.»

A SAN SEVERO IN TARDA SERATA

Tutta la giornata fuori. Non sono riuscito a mettere mano all'agenda, ma ho parlato tantissimo di te. Inoltre ho dimenticato il giubbotto sul treno, e non mi è neppure dispiaciuto. Ho trovato una scusa: «Sorry, I'm falling in love.» Prima di chiudere gli occhi sul mio nuovo cuscino, tra rintocchi di campane e uno spiacevole, forte mal di testa, tiro le somme di questa prima giornata assai movimentata. Ciò che più conta, ciò che mi dà la pace e il turbamento necessari a desiderare il sonno e il sogno, è che posso ancora sentirmi profondamente tuo, perdutamente, infinitamente tuo.

26 GIUGNO

RISVEGLIO

Svegliato da rintocchi multipli di campane, seguiti da altri in lontananza. Sole meraviglioso. Attorno al mio balcone roteano vorticosamente decine e decine di rondini . Uno spettacolo che vale, da solo, l'augurio di una buona giornata, tutto da cogliere tra le righe del garrire di questi uccelli splendidi, ansiosi eppure sereni, e dolci, dolcissimi. Mi è stato detto che, al tramonto, potrò vederne almeno dieci volte tanti, e che, vent'anni fa, affollavano il cielo a miriadi fino a coprirlo. Immagino l'oscuramento, l'eclissi di sole provocata dal battere di migliaia di ali, e un garrire corale che soppianti ogni altro suono sulla terra.

IN CAMERA

Ripenso a quando descrivesti il meraviglioso, palpitante "disordine" della tua stanza: libri e indumenti sparsi ovunque gli uni sugli altri, i cassetti strapieni, talmente rigonfi da non poter essere chiusi. E anche le «pastarine andate a male», smarrite in chissà quale angolo. Non so perché, ma ogni volta che ci penso ti amo sempre più, ti stimo sempre più, ti ammiro sempre più. Quanto ti adoro! Se sei come la tua stanza, o anche se soltanto le assomigli, allora sei la donna della mia vita.

PRIMO POMERIGGIO

Scroscio di pioggia di violenza e intensità inaudite, strade allagate e ridotte all'impraticabilità (alla navigabilità) nell'arco di pochi minuti. Per raggiungere l'auto, parcheggiata all'opposto marciapiede, siamo stati costretti ad aggirare più d'un isolato. L'agenda era rimasta all'interno della vettura; per un po' ho temuto che, prima di poterla riavere, sarebbero trascorse alcune ore. A dire il vero, per come si erano messe le cose, davo già per scontato che avrei pranzato all'ora di cena e, di conseguenza, cenato all'indomani, appena alzato. Ce la siamo cavata a buon mercato, con una mezz'ora di ritardo. A casa, pasta al gorgonzola, squisita davvero. Finale pirotecnico con marzapane glassato e crema di limoni di Sorrento. Non per la cronaca, ma per prenderti per la gola.

VERSO LE PENDICI DEL GARGANO

Potrei separarmi dalla mia ombra, ma non da carta e penna. Ti penso ininterrottamente e, anche nei rarissimi istanti durante i quali sono costretto a distrarmi a causa delle contingenze, una gran parte di me continua pur sempre a pensarti, con la delicatezza e l'ostinazione che, da sempre, appartengono all'amore e alla sua impareggiabile fecondità. Per questo ti penso come il frutto più dolce che tutto l'amore del mondo abbia mai donato alla mia vita intera. Ti penso come una sorpresa nascosta che occhi di bambino riescano a distinguere e a riconoscere quando ancora è chiusa dentro il pacco regalo. Ti penso come l'unico sogno che sia degno di diventare realtà, ma anche come l'unica realtà che meriti di essere sognata. Ti penso come un sole d'estate che irrompa d'un tratto nel cielo dell'inverno, venuto a scaldare, fuori stagione, un'esistenza che lo sgomento della gioia travolgerà. Ti penso come un sole, ma se penso al sole lo penso come un tuo raggio. Ti penso come l'arrivo della primavera a dicembre. Ti penso come la luce veduta per la prima volta da chi ha vissuto nella cecità fin dalla nascita. Ti penso come il profumo delle rose e delle viole in una stanza dove non ci sono fiori. Tu sei quella realtà che io non cambierei per nessun sogno. Ti penso come una mia poesia non scritta, ma viva e vivente, che potrò leggere e rileggere tutte le volte che mi parlerai.

DI SERA

Al tramonto niente rondini per colpa d'una pioggia furiosa. Peccato. Uno spettacolo a cui tenevo molto. Domani sarà troppo tardi perché, all'ora del tramonto, sarò già in volo verso Catania, e non senza un'emozione profonda. Volerò per la prima volta, e volerò per te.

Qui a San Severo ho fatto sviluppare un rullino che ho portato con me alla partenza, contenente alcune foto scattate a Marica lunedì scorso. Ce n'è una talmente bella che, per la prima volta in vita mia, ho avuto la netta sensazione di avere scattato una poesia.

Quando, nel corso delle conversazioni, rivelo il movente del mio viaggio, tutti, immancabilmente, mi prendono per pazzo. E' il miglior incoraggiamento di cui possa avvalersi un innamorato. Naturalmente, pazzo lo sarei se non facessi ciò che sto facendo. Ti amo a tal punto che, se tu avessi chiesto una pietra delle Piramidi, sarei andato in Egitto a prendertela, con la stessa ferrea determinazione che rende la mia volontà simile a un blocco monolitico, impenetrabile. Perché niente è più lucido, niente è più cosciente e consapevole della "follia" di un innamorato. Forse un giorno io stesso, o qualcuno per me, ricorderà questo mio gesto come il più bello, come il più dolce ed elegante di tutta la mia esistenza, quando il senso ultimo della mia vita compiuta sarà stato quello d'aver amato te.

27 GIUGNO

AL RISVEGLIO

Come sempre in debito di sonno. Sono stato svegliato da Gabriele, che si è scusato «di non essere Valentina» perché, ha detto, mi avrebbe dato il buongiorno con un bacino. Sottile ironia del mattino! Poi ha aggiunto: «Se vuoi te lo do lo stesso, ma temo non sortirà lo stesso effetto.» Io l'ho guardato di sbieco, con un occhio solo. Non ce l'ho fatta a non sorridere. «No, grazie, preferisco l'originale.» Scusa se non rinuncio ad amarti, ma ho solamente questa vita per farlo.

IN MATTINATA

Diluvio. Niente rondini. Comincio a credere che dipenda davvero dalla mia presenza qui. A San Severo non s'era mai vista pioggia per tre giorni consecutivi. L'unico vantaggio è che sembra di essere a Venezia, e non guasterebbe stimolare l'immaginazione con la presenza di gondole o altre simili amenità, come i fatidici piccioni o i fatidici giapponesi. Nel frattempo la pioggia continua a scendere a catinelle. Sono al riparo dall'acqua ma non dal mal di gola. Non si può fare un passo senza inzupparsi i calzini e far cambiare colore alle scarpe, neppure sotto l'ombrello. What a wonderful day! Ma un tuo bacio potrebbe scaldarmi e riportarmi all'asciutto.

A TORREMAGGIORE

In attesa di assistere, con un po' di fortuna, ad una prova del " Daunia Brass Quintet ": due trombe, trombone, corno francese, bassotuba. Lo so, sono braccato dalla musica. Dopo una timida apparizione del sole, ancora pioggia in grande stile, così fitta e violenta da sembrare grandine. Avanti così. Di questo passo, in Sicilia troverò la neve.

A CASA. POMERIGGIO INOLTRATO

E' l'ora della siesta. Gabriele e sua moglie Ida si sono addormentati, lei sul divano della cucina, lui sulla poltrona del salotto. Dormono così profondamente da sembrare due bambini nelle rispettive culle. Se io non dormo è perché voglio prendere ogni turbamento per me. Non lascerò passare un solo minuto senza esigere da esso nuovo e più valido materiale per l'insonnia.

Se la tua bellezza e la tua disperazione prendessero l'una il posto dell'altra, non me ne accorgerei nemmeno, e forse io stesso, o per sbaglio o di proposito, le ho confuse, le ho mischiate come le carte del nostro gioco di sguardi e di silenzi, che non voglio perdere, che non voglio vincere. Io voglio che i nostri occhi continuino a parlarsi in una lingua comprensibile soltanto al fuoco. Voglio i tuoi occhi tutti per me. «E per te scendere in un gorgo / di fedeltà, immortale.»

SUL TRENO PER BARI

Intercity strapieno, ma per scrivere va bene anche un seggiolino dei corridoi, nonostante il viavai dei passeggeri e del loro séguito di borse e valigie. Appena salito potevo già desiderare d'aver preso comodamente posto sull'aereo, accanto al finestrino, per godermi lo spettacolo inaudito del cielo seduto al mio fianco. Quando sarò lassù, avrà la mia vita nelle sue mani, «mani grandi, mani senza fine» come quelle della canzone. E come le tue, piccole, che vorrei tanto stringere.

RALLENTAMENTO A BISCEGLIE

Fin qui, onestamente, il paesaggio non ha offerto grandi cose. Troppo cemento, una crudezza e una nudità sconfinanti, a tratti, nello squallore, tipico dei cantieri e delle zone industriali. Il verde, quando lo si scorge, dà l'impressione della secchezza, pare triste. Si vede il mare, ma in lontananza, e non basta a sciogliermi da questa soleggiata malinconia, forse perché mi sento come un altro Brahms che rivolge pensieri a un'altra Clara Schumann: anch'io «mi pento ogni volta che ti scrivo una parola che non parla d'amore.»

SUL TAXI PER L'AEROPORTO DI BARI-PALESE

Perso l'autobus per un piccolo ritardo del treno, non avevo altra scelta. Stiamo percorrendo ad altissima velocità il tragitto che ci separa dall'aeroporto; ho il sole in pieno viso e l'aria che entra dal finestrino spalancato fa decollare anche i miei capelli. Fin qui tutto benone. E tu, veliero dei cieli, aspettami.

A BORDO DEL "LAGO MAGGIORE" ALITALIA PER CATANIA

Cinque minuti alla partenza. I compagni di viaggio sono, in prevalenza, uomini d'affari, decisamente poco interessanti dal punto di vista della conversazione. Ci sono anche due marinai in divisa. L'unico stimolo al dialogo potrebbe venirmi dai pochi bambini presenti, ma sono troppo distanti. Dovremmo gridare. In compenso potremmo lanciarci pallottole di carta e qualche aeroplanino ben fatto. Non so se ti vorrei come hostess. Preferirei averti tutta per me, seduta qui accanto o, ancor meglio, sulle mie ginocchia. Così, all'invito di allacciare le cinture, potresti rispondere allacciando attorno a te le mie braccia.

Motori accesi, cuore che tùrbina come una grande elica. Ci stiamo muovendo e preparando per il decollo. Laddove, immaginando, avrei forse avuto paura, nella realtà gioisco. Ci siamo. E ti amo, credimi, ti amo.

Amore mio, per l'emozione di salire al cielo non ho trattenuto una lacrima che ti farà sorridere; se potessi ottenere un tuo sorriso per ogni mia lacrima, vorrei poter piangere una lacrima alla volta per un sorriso alla volta, sempre. Ora che sto volando per te, ora che ti desidero dalla sommità delle nuvole più alte, dammi il diritto di chiamarti amore, di sentirmi chiamare ancora così. «E tu chiamami soltanto Amore; così ribattezzato, d'ora innanzi non sarò più Matteo.»

Se qualcosa dovesse andare storto, se io non riuscissi a ritornare dal mio viaggio iniziato per te, vorrei che la mia morte servisse a farti dire: «Io sono viva.» Viva così come io ti ho amata, amore mio, viva così come avrei voluto averti accanto per la vita. Se invece, come spero, tornerò stringendo in pugno un frammento della "Montagna", vorrei che fosse come tornare stringendo in pugno il tuo cuore, che potrò toccare solo se cesserà di ardere per la gioia delle mie mani, e se vorrà raffreddarsi così da lasciarsi rapire.

Sono iniziate le manovre per l'atterraggio, stiamo scendendo. Ho lo stomaco sopra la testa e la testa sotto i piedi. Vorrei tanto che tu fossi qui, vorrei dirti che ti amo guardandoti. Ma in queste condizioni potrei dirtelo soltanto alla tua maniera, tenerissima e divertente: «Il mio cuore scarabattola per te.»

Bene, tornati a terra. E questa è la Sicilia.

«E così era destino che la mia prima sosta nel ridente sud fosse dedicata alla nostalgia di una donna biondissima che è rimasta al di là della montagna. Com'era bella la sua fresca bocca!»

ARRIVO IN CITTÀ

In camera al centralissimo Hotel Savona, a pochi passi da Piazza Duomo. Albergo discreto, silenzioso, più accogliente del previsto. La stanza è proprio come la cercavo: garbata e complice.

Cenetta in via Anzalone all'"Osteria del Centro Storico", tavolino esterno. Antipasto di verdure cotte, orata al forno, melone. Niente dolci, peccato. La bella tovaglia rosa e la candela accesa dentro un calice trasparente mi ricordano con insistenza che manchi soltanto tu. Vorrei che non girassero il coltello nella piaga, vorrei che, come diresti tu, «non infierissero.» Ma la piaga è un abisso, e non si trovano le pareti.

A LETTO

Oh, dovresti esser qui. Ti piacerebbe, lo so. Accanto a me potresti addormentarti come una sirena, come la più serena delle meraviglie del mondo, bella infinitamente per i miei occhi altrettanto infiniti, i miei occhi e il loro respiro, sempre trattenuto, sempre sospeso di fronte alla tua visione. Perché tu togli il fiato, tu fai ansimare; tutto il tuo corpo è un mare senza rive, e io leverei l'àncora, salperei ora, pur di potervi annegare fino in fondo.

28 GIUGNO

IN MATTINATA

Via Vittorio Emanuele. Traffico a senso unico, congestionato, caoticissimo. Siedo su una panchina in Piazza Cutelli. Al centro della piazza un obelisco in pietra la cui base è circondata da quattro grandi conchiglie. Il tutto all'interno di una vasca quadrata recintata in verde. Si è avvicinato un cane che, stanco di prendersi il sole, ha trovato sollievo all'ombra dell'albero più vicino. Non so perché, ma siamo amici. Mi fa pensare con tenerezza alla tua dolce, inseparabile "Tópa". Sai, mi piacerebbe conoscerla. E' inevitabile che anch'io l'ami, poiché, amando te, amo anche tutto ciò che ami. Amo tutto di te, amo tutto del tuo mondo.

ALLA FONTANA DI PROSERPINA

Notizia sensazionale: domani sull'Etna! Bus della AST alle otto e quindici da Piazza Giovanni XXIII fino alla funivia. Poi verso i crateri centrali percorrendo le piste camionabili. C'è qualcosa di rovente in questa attesa, una «nostalgia di cose mai state» che vorrebbe mitigare il proprio ardore gettandosi in mezzo ai centottantuno zampilli della fontana. Li ho contati uno ad uno, escludendo quelli non funzionanti, percorrendo il lungo, sinuoso perimetro dell'enorme vasca, dal cui bordo gli zampilli saettano tuffandosi in acqua, scontrandosi tra loro ad altezze diverse. Formano figure asimmetriche e mutevoli, intrecci di linee che tremano, sospese a mezz'aria. Mi ricordano le rondini di San Severo.

PASSEGGIATA

Via VI Aprile, in direzione Corso Martiri della Libertà. Seduta su uno scalino c'è una ragazza bionda, capelli lunghi, mossi, occhiali da sole, uno zaino nero posato alla sua destra. Ventidue, ventitré anni. Mi chiede l'ora in inglese, con un sorriso da restare stecchiti. Controllo l'orologio, mi accingo a risponderle, ma mi accorgo, costernato, che in inglese, davvero, non so spiaccicare una parola. Cosa mi perdo! Sto per risponderle in francese, tanto per darmi un tono, per giocare con lei. Poi esito, rido. Le mostro l'orologio. Anche il suo sorriso diventa riso. E' bella, molto bella. Prima di andarmene volevo citarle l'inglese di Paolo Conte in "Via con me":«It's wonderful, I dream of you.» Ma non risponderle a parole, non dirle nulla era, in fondo, più divertente, più "funny". Su questo, sono certo, l'avrei trovata d'accordo con me. Ho provato il desiderio di parlare una lingua che stesse al di sopra di tutte le altre. Quella che non esiste. Quella che esiste. Ammesso che io l'abbia trovata, la sto usando adesso, mentre scrivo per te, e, sebbene sia figlia della lingua di Petrarca, non si chiama "italiano". «Anche se parlassi la lingua degli angeli, se non ho l'amore, sono solo un vuoto bronzo risonante.»

TARDO POMERIGGIO. MONUMENTO A VINCENZO BELLINI

Ho atteso invano, per una decina di minuti, che un piccione, caparbiamente appollaiato sulla testa di Bellini, spostasse la sua ingombrante sagoma da quel punto così alto e solare, sigillo di una mente elevatissima. Poi, finalmente, il pennuto (evidentemente un fanatico della "Norma") ha capito di trovarsi nel mirino non di una macchina fotografica, ma di un fucile a canne mozze. Giuro, gli avrei sparato, ma con una pistola ad acqua. Sono venuto qui per scattare una foto, non una parodia.

A VILLA BELLINI

Qualche dolcetto della "Tipica Pasticceria Catanese, fondata nel 1897". Se tanto mi dà tanto, l'anno prossimo torno qui per il centenario. Vedi, dovevi esserci. Avremmo diviso a metà i pasticcini, mangiandoli insieme dallo stesso sacchetto.

CONCERTO SERALE A VILLA BELLINI

Fortuna sfacciata, non ho parole. Scendere fino a Catania per un pezzo di lava dell'Etna e, alla vigilia dell'escursione, imbattersi in un concerto di musica sinfonica corale a Villa Bellini, suona come un segno del cielo, come l'auspicio di forze così propizie da manifestarsi nelle vesti dell'armonia.

E' il turno di Bellini con la sinfonia da "Norma". Forse c'è in giro il piccione che, nel pomeriggio, si sollazzava sulla testa del compositore. Va bene, facciamo pace. Domani riprenderà la sua posizione di privilegio, galvanizzato dall'ascolto di stasera.

Puccini, Intermezzo da "Manon Lescaut". C'è una forza così delicata in questa musica, e una dolcezza così violenta, che vorrei usarle per travolgerti, per investirti, e ricavarne un impatto, una collisione tra bellezze estreme. Per il bis, naturalmente, "Va' pensiero". «Così lontano, così vicino» ogni volta.

29 GIUGNO

SULL'AUTOBUS PER L'ETNA

Il passo con cui, stamattina, mi sono avviato uscendo dall'albergo, poteva essere quello di un Teseo che si dirigesse verso il Minotauro, o di un Davide che rincorresse Golia agitando in aria la fionda. Verrei a liberarti da qualunque tiranno. Forzerei la porta più robusta della cella più nascosta nella fortezza più inespugnabile.

Arrivo alla funivia previsto per le dieci circa. Un'ora e tre quarti di viaggio, compresi dieci minuti di sosta a Nicolosi. Il mio debito di sonno, nel frattempo, è aumentato: stanotte soltanto tre ore. L'ansia, il caldo, due zanzare infernali. Del resto, sono venuto in Sicilia per guerreggiare.

Sosta a Nicolosi. I dieci minuti sono diventati venti. Autista e controllore hanno fatto spesa per una settimana.

Abbiamo appena oltrepassato il cartello: "Benvenuti nel Parco dell'Etna - Qui la natura è protetta". Siamo circondati da arbusti di svariata grandezza con infiorescenze gialle, il cui nome pare sia "ginestre" e faccia da pendant a quello del fiore leopardiano. Affascinante il contrasto tra l'asprezza del terreno vulcanico, della roccia lavica scura e grumosa, col tenero verde della natura boschiva sulle alture circostanti. Si va dal verde mare scuro degli alberi fittissimi al tenue verde dell'erba sul ciglio della strada, così chiaro e leggero da sconfinare in un giallo paglierino con qualche riflesso dorato. Fine corsa. Fuori fa freddo. Sono stato previdente, ho portato con me la maglia di lana. Il giubbotto dimenticato sul treno all'andata mi avrebbe fatto piuttosto comodo. Non ne dubito.

SULLA FUNIVIA PER SALIRE ALL'ETNA

In cabina con me c'è una giovane coppia di tedeschi con il figlioletto di dieci, undici mesi. Sta in braccio alla mamma. Lei lo coccola, lo strapazza in mille modi. Gli dice testualmente: «Puci puci puci puci.»

Panorama indicibilmente bello. Il modo migliore per descriverlo è dirti che non ho mai amato nessuno come amo te, che in questo momento ti amo come non ti ho mai amata prima. Perché tutto, qui, come anche in te, fa innamorare perdutamente.

SUL FURGONE DIRETTO AL METRO 2900

Per ragioni di sicurezza, la pista camionabile termina a quota 2900 metri. Praticamente impossibile scrivere, si sussulta come all'interno del marsupio d'un canguro in corsa.

VERSO LA VETTA

A piedi fino al metro 3000. Poi una delusione: non possiamo proseguire. Ad impedircelo non è che un'esile corda, più simbolica che tangibile; fino a ieri, oltrepassarla sarebbe stato meno pericoloso, ma oggi il rischio, dice la guida, è di pigliarsi un masso in testa. Ecco uno scoppio, la Montagna tuona. Ci mette tutti a tacere. Eppure non è questa la paura che sento. Non lo sono nemmeno i restanti 340 metri di quota. Da quando conosco te, il solo terrore che davvero mi spaventa viene dal non sentirmi stretto e prigioniero nel cerchio delle tue braccia nude.

IN SOSTA A 3000 METRI

Tu hai risvegliato in me il bisogno di sentire la poesia della vita non solo nei miei pensieri e nelle mie parole, non solo nei miei versi, ma anche nella mia volontà e nelle mie azioni. E tutto questo viaggio non è che una vivida, estenuante poesia del movimento, un agire lirico, un canto degli atti e dei gesti, che ho voluto vivere esclusivamente per te, Valentina. E se tu potessi percepire l'intensità dell'amore che mi fai provare, del mio desiderio senza limiti per la tua persona nella sua totalità, ti basterebbe l'ombra dell'ombra di ciò che provo per te per illuminare a giorno anche la tua notte più buia. Ricorda sempre che «il sole ha bisogno di un cielo per vivere», e che ti amo più della mia vita intera.

RITORNO A 2900 METRI. RIFUGIO ETNEO

Raffiche di vento freddo che ti portano via. Spirali di polvere turbinano lungo i sentieri percorribili a piedi. All'ombra del muro basaltico del rifugio delle guide etnee si gela. Al sole, cottura a fuoco lento. Preferibile quest'ultima, specialmente dopo una applicazione di " Alta Protezione " sul viso, ricordando il momento in cui raccontasti di aver usato, senza risultato, la " Protezione 24 per bimbi ". Stesso desiderio di quel momento: baciarti sulla pelle dalla testa ai piedi e ritorno, facendo attenzione a non lasciare scoperto neppure un millimetro quadrato del tuo corpo, della tua struggente morbidezza di bambina. La prossima volta, quando ti diranno che hai bisogno di sole, tu rispondi pure che è il sole ad aver bisogno di te.

PAUSA PRANZO

Siedo sulle rocce vulcaniche, su blocchi ammassati che assomigliano a scogli. Tipica focaccia catanese con prosciutto e cipolla, the freddo. Non ho più tasche per mettere i pezzi di lava. Mi sarebbe piaciuto portarti anche un po' di neve etnea.

DILEMMA

Ancora non mi è chiaro se avrei preferito portarti l'Etna oppure portare te all'Etna. Chissà se mai lo scoprirò.

SULLA FUNIVIA AL RITORNO

Questa volta, solo. Soluzione del dilemma: avrei preferito portare te qui. Per baciarti ininterrottamente, sospesi nel vuoto, dall'inizio alla fine della corsa. Tu resisteresti senza staccare mai le labbra? Io bacerei anche la terra dove cammini.

IN ATTESA DEL RIENTRO A CATANIA

Vorrei fuggire sempre, in ogni attimo, ma ogni fuga sarebbe sempre verso di te e mai lontano da te.

IN SERATA

Ho prenotato il volo di ritorno per lunedì prossimo. Poi ho pensato alla cena. Per un sabato sera che si rispetti, un piatto catanese in osteria: linguine con vongole, gamberetti, rucola e peperoni. Birra con convinzione. Seguono gamberetti marinati con maionese e un dessert di melone e ciliege. Compensazione compiuta.

Appena uscito dall'osteria. Dal cielo del porto vengono tuoni e lampi. Lampi colorati. Sono fuochi d'artificio, come quelli del nostro viaggio musicale! Non posso, non posso tenerli soltanto per me, devo «spartirli con i tuoi occhi», devo darti la metà di questa gioia, la metà più uno. E se stai lavorando, se stai desiderando di essere altrove come quando lo confessavi a me, allora ti prego, ti scongiuro, desidera di essere qui.

30 GIUGNO

IN MATTINATA. CHIESA DI SANTA MARIA DELL'ELEMOSINA

Sono seduto di fronte all'altare della Vergine, nell'ala destra della chiesa; un raggio di sole giunge fin qui da un'alta finestra alle mie spalle, fendendo l'aria e lambendo le dorature di un pilastro monumentale decorato con sfarzo, intarsiato d'una moltitudine di figure e fiori, e circondato da statuette d'angeli, lampade e cristalli. Sulla sommità reca un immenso bouquet, perfettamente sferico, di sole rose bianche. E' il cereo dedicato a Sant'Agata, che, nel giorno della festa della santa, esattamente il 5 febbraio, viene portato dai fedeli lungo le vie della città. Una musica d'organo giunge al mio orecchio con la stessa grazia di cui è intrisa l'immobilità delle mani marmoree di Maria. Ho acceso due candele, una per te e una per me, avvicinandole in modo che si tocchino. Si consumeranno insieme, si spegneranno insieme, come i nostri due corpi lontani.

I presenti alla funzione intonano un Alleluia. Anch'io, dentro di me, canto, e tutto quanto v'è di lirico nel canto di chi ama viene dal canto, viene da se stesso. Sono il tuo Matteo, sono il tuo dono di Dio.

La funzione è giunta al momento della Comunione e i fedeli intonano il canto " Resta con noi, Signore, la sera ". Io vorrei che con me, la sera, restassi tu. E allora, davvero, «la notte mai più scenderà».

All'uscita. Sulla scalinata è seduto un uomo col suo cane. Tiene in mano un barattolo di latta. Dentro ci sono delle monete e due o tre biglietti da mille lire. Ne ho un paio in tasca, li prendo e li infilo nel barattolo. Ma non per elemosina: per simpatia. «Io non faccio la carità: non sono abbastanza povero per farlo.»

POMERIGGIO

Passeggiata a Villa Pacini. Una grande vasca circolare al centro del giardino; fontana inattiva. Il cinguettìo degli uccelli permea e invade tutto lo spazio circostante, i rami e le foglie degli alberi godono della stessa brezza che ristora la mia pelle arrossata mentre passeggio scrivendo. Mi avvicino al busto di Pacini e scopro, quasi ridendo, che c'è un piccione sulla sua testa. Attendo per qualche minuto, ma non accenna ad andarsene. Deve essere della stessa pasta del piccione belliniano dell'altro ieri. Evidentemente ogni personaggio illustre ha il suo sostenitore tra le file della popolazione dei piccioni. Mi sono trasferito alle spalle del busto perché qui il fogliame è più fitto e l'ombra più compatta. Il piccione si è girato dalla mia parte, mi osserva, muove il capo a piccoli scatti; se ne sta ritto a petto in fuori, talmente rigido, immobile, da sembrare un prolungamento dei capelli di Pacini, un anomalo ed eccentrico copricapo. Esco dal giardino camminando tra una folla di piccioni. Da una panchina una coppia anziana mi chiede l'ora in siciliano verace. Intuisco la domanda, come nel caso della ragazza inglese. «Le tre e tre quarti,» rispondo. Siamo connazionali. Ma la signora non capisce. Mi richiede l'ora in siciliano verace. «Le tre e tre quarti,» ripeto. Lei mi osserva con espressione inebetita, poi si volge verso il marito. Lui traduce la mia risposta in siciliano verace. Ora la signora ha capito. Per me nulla da fare. Straniero in terra straniera.

ORE 16.00

I battenti del Duomo sono chiusi. Si prosegue. Pausa gelato al "Café Caprice". Limone, torrone, variegato al cioccolato. Tre classici, come dire Verga, Alfieri, Di Giacomo. Sulla via etnea, strada e marciapiedi semideserti; i palazzi sono così alti che il sole, per quanto violento, giunge soltanto nelle vesti di isolati fasci di luce. Tutti gli amanti della frescura possono scegliere se camminare lungo l'ombra di destra oppure lungo quella di sinistra. Di domenica l'imbarazzo della scelta si estende anche all'ombra centrale: gli unici mezzi che transitano sono gli autobus e le vetture della polizia municipale. Volendo, il sole lo si può anche ricordare o immaginare. Ma è molto, molto più accecante ricordare o immaginare te.

Sosta al chiostro superiore di Villa Bellini, che non avevo ancora visitato. Qualche foto. Siedo su una panchina, l'ultima, in fondo, a sinistra. E' di ferro, vernice verde consumata. Sullo schienale, in rosa e bianco, alcuni nomi. A un tratto leggo: "Michele e Valentina". E' una bestemmia. Divento cupo, arcigno, tenebroso. Stringo i denti. In preda a un raptus di irrefrenabile sadismo comincio a scrostare la vernice recante le lettere dell'orrido nome maschile, dapprima con le unghie, ma la vernice è troppo dura. Il coltellino usato durante l'escursione sull'Etna è rimasto in albergo. Continuo utilizzando la parte metallica della penna. Finalmente la vernice si stacca. A metà dell'opera la situazione si complica: una coppia di anziani signori decide di sedersi proprio accanto a me. Copro la scritta con la schiena, osservo il panorama fischiettando disinvoltamente. Al passaggio di un vigile urbano la mia nonchalance diventa un capolavoro da palco teatrale. Alla fine, i miei vicini di panchina decidono di togliersi dai piedi. Mi getto sulla scritta ringhiando, disintegro ciò che resta di quel nome con la stessa furia con cui ti amo, salvando, in extremis, soltanto l'iniziale; poi completo sommariamente il mio nome raschiando la superficie del ferro nudo. Ora vi si può leggere: "Matteo e Valentina". Sollievo, ebbrezza, estasi. «Matteo e Valentina,» ripeto dentro di me almeno un milione di volte, «Matteo e Valentina.» From day to day, for ever and ever. E se ora la penna funziona soltanto a tratti, è perché ti amo furiosamente.

DA PIAZZA ROMA

Ozio, beatitudine. Ma se ti penso scrivo, e se scrivo ti penso.

PIAZZA GIOVANNI VERGA

Due foto "eroiche", in piedi sul bordo della fontana che rappresenta il naufragio della "Provvidenza" nei "Malavoglia".

SERATA

Di fronte alla luna piena. Tondissima, senza sbavature. Mi soffermo un istante perché merita di essere osservata con ammirazione. E' una perla, una gemma. Un pretesto di lusso per ricordare ciò che non ho mai dimenticato: «Devo tendere a te braccia nostalgiche.»

Dopo cena, una chicca insperata: granita al gelso e limone con gelato di mandorla. Consolazione.

ULTIMA PASSEGGIATA NOTTURNA

Quando mi ritrovo con lo sguardo perso nel vuoto, rivedo certi tuoi istanti di dolcezza, certi lampi improvvisi che ho scorto nei tuoi occhi tutte le volte in cui ci siamo incrociati e fissati, anche se per un solo attimo, per un solo momento che avrei voluto rendere interminabile. Ho amato e venerato i tuoi silenzi così come le tue parole, purché fossero tuoi, purché provenissero da te. E anch'io, tacendo, e forse ostentando ingenuamente il mio silenzio, ti ho detto e ripetuto mille cose dal di dentro, e mentre tacevo ti gridavo "TI AMO", ti supplicavo di rimanere, ti invocavo come l'unica grazia che mi fosse dato di ricevere, o forse come l'unica che mi fosse dato d'invocare. Perché, dal giorno che ti ho conosciuta, non ho fatto altro che desiderarti, e desiderare di starti accanto. Non sono stato più capace di chiamare "donne" le altre donne. Con te si, con te potrei trascorrere la vita senza timore di dover sacrificare o perdere qualcosa, nemmeno la vita stessa, nemmeno il suo ignoto "dopo", qualunque esso sia. Almeno la morte avesse in sé uno solo dei tuoi mille e mille sguardi...

1 LUGLIO

RISVEGLIO

Se mi ostino ad attenderti e ad amarti come l'ultima disperata speranza, se finisco per amare anche tutto questo sensato e insensato dolore, e se t'amo anche dopo questa notte d'inferno che mi ha piagato il corpo flagellandolo con la tua assenza, è soltanto, e soltanto, perché ti amo, perché sarò salvo solamente finché t'amerò. E finché io t'amerò, stanne certa, per quanto tu voglia esser morta d'una morte che io non ti concedo, tu vivrai, oh si, vivrai della mia vita perché sei la mia vita. Vivrai con la mia vita in te, con la tua vita in me, che salirà dal ventre per arrivare agli occhi, e una volta negli occhi, dopo un ultimo indugio, lì finalmente romperà ogni argine.

IN VISITA AL DUOMO

Accesso dalla sola entrata laterale destra. All'interno, folgorazione. Mi succede ogni volta che visito luoghi sacri di dimensioni così ampie, d'una bellezza diffusa, mistica. Qui ci si raccoglie per recitare il Rosario. Il mio "Rosario" è quello scritto da Franz Liszt per il pianoforte. Mentre passeggio lungo le navate di questa immensità racchiusa nelle grazie dell'architettura, non posso fare a meno di tenere idealmente la mano sul cuore. Altra folgorazione: Bellini è sepolto qui. Tomba graziosa, perfino soave. E' vegliato da un angelo di marmo che ha fattezze visibilmente femminili (la Musica) e che tiene la mano sinistra delicatamente premuta sotto il seno sinistro. Sulla fronte, una corona con il nome delle sette note. Dolcezza infinita, mi sono inginocchiato. Sulla facciata della tomba è inciso un pentagramma che riporta fedelmente un passo dell'opera "La Sonnambula": «Ah! Non credea mirarti sì presto estinto fiore.»

Esco dal Duomo e volgo indietro un ultimo sguardo, chiedo anch'io una grazia, ma indefinita, imprecisa, perché il mio cuore non sa metterla a fuoco. Forse sono le tue sembianze che sfumano dietro una coltre di nebbia, forse è la mia vita che invoca la tua vita. Fammi tornare a te nella luce d'un più lungo volo. Verrò, amore mio, verrò a strapparti alla tua morte troppo viva, troppo mia perché possa essere anche tua. E se alla fine del volo cadrò ad un passo da te, fa'tu quel passo, raggiungimi. Benedictus qui venit in nomine Domini.

VIA AUTERI

All'ora di pranzo, fame con crampi. In via Auteri, vicino a Piazza Mazzini, una Tavola Calda dotata di sgabelli per le mie membra a pezzi, improvvisa cannelloni con ripieno di cipolla e piselli, e polpette mignon con patate in umido. C'è anche la pasticceria. Non disdegno un gelato al caffè con praline. E' il mio ultimo pasto catanese di questo viaggio d'amore. Ti ho portata con me ovunque, non ho fatto differenze tra un'osteria e un giardino, tra un viottolo fatiscente e un interno fastoso. M'importava soltanto che ci fossi anche tu, che fossimo due nonostante me solo. Chi leggerà, dopo la nostra morte, ciò che avrò scritto per te, lo farà anche per chiamarci in causa entrambi.

ALLA FONTANA DELL'AMENANO

Pienamente confermato il mio debole per le fontane e per tutte le acque scroscianti. Deve essere per la loro musica. Questa musica non mi è del tutto nuova, ha in sé qualcosa che mi richiama alla mente il suono delle acque della Fontana di Trevi, a Roma. Ancora oggi, dopo quasi due anni, ricordo molti passi di quella musica azzurra, limpida, notturna, le invenzioni melodiche, le dissonanze, in un fluire instancabile, dal quale era dolce farsi raggiungere, percorrendo le vie adiacenti, molto prima di arrivare a vedere la fontana con gli occhi.

IN VIA GARIBALDI

Tra un'ora sull'Alibus in direzione aeroporto. Mi restano da spendere questi pochi "spiccioli". Caldo torrido, sete sahariana. Un latte di mandorla che vale un "carpe diem", e questo attimo d'amore che non si lascia cogliere.

SULL'ALIBUS

Alla fermata ho conosciuto, guarda caso, una biondina ventenne della tua statura. Ragusana. Si chiama Lucrezia. Occhi verdi violenti, accattivanti, una commistione di marmo, vetro, cielo, dietro le lenti scure degli occhiali. La Sicilia intera. Tutto lo splendore siciliano, tutto il calore assorbito dal mio corpo durante i quattro giorni di permanenza in questa terra che mi ha accolto in tuo nome, sono esplosi, sono diventati luce bianca. Mi sto lasciando portare via, e l'assurdo è che non vorrei. Un minuto di più ancora qui, un secondo di più. Per pietà.

SALA D'ATTESA IN AEROPORTO

Ancor prima di partire fingo d'essermene andato, faccio di tutto per lenire il dolore di questo strappo. «Io possiedo soltanto questo mio continuo addio.»

A BORDO DEL DC 9 - 80 MERIDIANA PER BOLOGNA

Mi rendo conto, ora più che mai, che ho viaggiato davvero per te, soltanto perché volevo tu capissi che, quando ti sono di fronte, hai di fronte un cuore tuo pari, una potenza della natura che ti si offre come specchio per riconoscerti, o come velo per nasconderti; un cuore che, quando ama, non dà respiro, non si dà respiro, un cuore-rogo che ti vuole tra le sue fiamme, come quel fuoco che vuol esser bruciato a sua volta mentre arde. Perché tu, anche da spenta, bruceresti il fuoco, lo bruceresti con il tocco della tua bocca bagnata, che dà la sete e la vertigine d'ogni bacio possibile, e col tocco delle tue mani d'acqua, che vorrei sentire su di me più estese del più esteso territorio, più profonde di qualunque vento. Il pensiero della tua pelle basta a crocifiggermi la mente; la mia mente che ti pensa è tutta incendiata, è tutta dei sensi, e in essa non distinguo più ciò che è arso da ciò che lo arde.

Se davvero credi «solo in ciò che tocchi», quando toccherai ad occhi chiusi il pezzo di lava che ti avrò portato in dono dall'Etna, potrai credere ciecamente nel mio tangibilissimo amore.

Tra non molto atterreremo a Bologna. Metterò piede a terra, e mi parrà d'essere tornato a casa, anche se so che questo viaggio, per amor tuo, non finirà. Non sono io, nomade, ma la mia vita.

SUL TRENO DA BOLOGNA PER CESENA

Questa sera la spossatezza supera la tristezza, e la rassegnazione minaccia il primato della speranza. Forse ho solo bisogno di riposare. O forse ho solo bisogno di sperare. Per quanto tu possa costringermi ad un amore senza speranza, il tuo non amarmi è più disperato del mio amarti. E quando non potrò più sperare nel tuo amore, potrò ancora sperare nel non-senso del tuo non-amore.

RINGRAZIAMENTO

Devo un ringraziamento particolarmente caloroso e commosso a quattro persone meravigliose. Gabriele Resce e sua moglie Ida Piccaluga per avermi ospitato con ogni garbo e gentilezza durante i primi due giorni del mio viaggio, e per avermi dato l'occasione di riscoprire intatta la loro amicizia, con quella ricchezza di spirito per la quale la riconoscenza dei poeti è infinita. Marino Mazzoni per essere sempre stato fedele ad un'antica promessa di presenza, vincolo tanto più libero quanto più stretto, tanto più discreto quanto più intimo. Inoltre, per avermi dato l'opportunità di realizzare la veste grafica del mio diario, facendomi dono della sua pazienza, degna della migliore poesia. Marica Andreoli per il suo sentimento d'amicizia, straripante di spontaneità e purezza, qualità che, nel suo cuore d'adolescente, sono ancora incredibilmente fresche, godibili, forti della loro piena giovinezza.

Per le citazioni, sempre profondamente vissute, vissute molto più che ricordate o semplicemente trascritte, un ringraziamento pieno di devozione a:

Hermann Hesse (tutte le citazioni da: Sull'amore) Eugenio Montale (Mottetti) Gino Paoli (Senza fine) Johannes Brahms (Lettera a Clara Schumann) William Shakespeare (Romeo e Giulietta) Paolo Conte (Via con me) Wim Wenders (Così lontano, così vicino) San Paolo apostolo - K. Kieslowski (Film blu) E. Politi - Simoni (Cercami) J. R. Jimenez (Amicizia) Friedrich Nietzsche (Così parlò Zarathustra) Alberto Lecco (Commiato da Judy).

Grazie, infine, a tutti coloro che leggeranno il mio diario a cuore aperto.

FORTES IN FIDE




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