FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA DEDICA

Valerio Piseddu



Una dedica di F.T.Marinetti

Diario quasi poetico di una grande illusione giovanile

Introduzione: Marinettiana

Conobbi di persona Francesco Tommaso Marinetti e gli fui vicino in diverse circostanze. Ancora molto giovane collaborai con lui quando si costituì a Cagliari il gruppo "Mediterraneo Futurista" che si proponeva l'organizzazione di alcune manifestazioni culturali: la stampa di un omonimo giornale, alcune conferenze del Maestro nei teatri cittadini, l'allestimento di una Mostra d'Arte futurista. In uno di questi incontri Marinetti volle gratificare una mia raccolta di poesie rilasciandomi il seguente autografo:

"AL FUTURISTA PISEDDU PERCHÈ DIVENTI UN GRANDE ALBERO SARDO FUTURISTA DALLE RADICI VORTICOSAMENTE ELICA".

Furono una decina di poesie a stimolare la sua dedica. Le avevo scritte solo per me. Rappresentavano un divertimento privato; un espediente per fissare sulla carta alcuni stati d'animo particolarmente significativi; una memoria futura che, sollecitando le corde della mia anima, riuscisse a rinverdirne il ricordo; un'occasione di confronto tra i due sé profondi, nelle diverse stagioni della vita. Gaetano Patarozzi, un giovane poeta futurista sardo già affermato nella stima del Maestro, volle farle leggere a Marinetti.

Nessun trionfalismo o infatuazione letteraria seguì la dedica. Le vicissitudini della tragica guerra del '40/45 non lasciarono spazio a nessuna riflessione critica. Nel periodo successivo, il futurismo divenne sinonimo di fascismo; e poiché ogni critica al regime era consentita solo in termini negativi e demolitori, anche una qualunque critica serena alla dedica futurista, poteva essere interpretata su questa falsa riga.

Solo molto più tardi, la lettura di un saggio di Erick Fromm, mi indusse ad un'attenta analisi psicologica del contenuto della dedica ed un simposio su questo Autore, nel 1985, offrì poi l'occasione di proporre alcune considerazioni su questo autografo che per tanti anni - oltre quarantacinque - era rimasto chiuso in un cassetto.

* * *

E' noto in che modo, l'autore di "Anatomia della distruttività umana" , abbia valutato il movimento Futurista. Egli constatò che Marinetti - caposcuola di "eccezionale sensibilità d'artista" era stato "il primo ad esprimere in forma letteraria lo spirito della necrofilia nel suo Manifesto futurista del 1909."

Trattandosi del giudizio di uno psicanalista illustre - abituato a trasferire dalla pratica clinica le prove di ciò che affermava - pensai che fosse utile stabilire, attraverso una documentazione oggettiva, se la cosidetta necrofilia del futurista fosse un elaborato letterario, una sovrastruttura occasionale, una necrofilia involontaria; oppure - come affermava lo psicologo americano - se l'uomo Marinetti avesse realmente avuto "un carattere necrofilo radicato nella sua personalità".

La questione non era di poco conto, dato che nel primo caso, la sola letterarietà del fenomeno, sarebbe potuta apparire - al contrario di quanto Fromm affermava - come elemento positivo e di rinforzo al valore storico-artistico del movimento, potendosi configurare questo valore - e sarebbe interessante studiarlo - inversamente proporzionale alla necrofilia presente nella personalità dei futuristi.

Riflettendo sul significato profondo dell'autografo capii che la prova clinica di quanto Fromm affermava poteva essere cercata proprio lì, in quella dedica, vergata dalla stessa mano di Marinetti in tempi non sospetti.

Partendo dall'assunto che l'albero per vivere deve suggere dal terreno le sostanze nutritive, ne dedussi che un albero muore se le radici non sono ben radicate nel terreno circostante e affatto immobili - esclusa naturalmente la impercettibile motilità fisiologica derivata dalla sua crescita. Volerle fare ruotare "vorticosamente" - con un moto deliberatamente rapido, non congeniale alla sua natura - significherebbe non farle attecchire e fare perire anche ogni cosa che gli vive accanto. La spontaneità con la quale venne stilata la dedica non poteva consentire alternative di interpretazione. Si trattava indubbiamente di un classico lapsus-calami sfuggito alla Sua vigile censura.

Se si considera che fu scritta subito dopo che avevo declamato, in sua presenza, le mie poesie, sarebbe difficile dubitare che il suo intervento non fosse stato genuino, improvvisato, squisitamente emotivo, e quindi denso di quel significato necrofilo che inconsciamente esprimeva un augurio di morte. Significativo il fatto che il lapsus emergesse proprio nella parte finale: esattamente nelle due ultime parole.

Si potrebbe obiettare tuttavia che quella dedica fosse stata scritta in modo capzioso con l'intento di scoraggiarmi, seguendo una volontà precisa e cosciente per demolire le mie poesie. Ma se questo fosse stato il vero intento, avrebbe certamente utilizzato metafore meno smaccatamente elogiative e soprattutto non le avrebbe tratte da quel bagaglio "vorticistico" che aveva caratterizzato e improntato il futurismo in tutte le sue manifestazioni artistiche, in special modo la pittura. La prima parte della dedica , infatti, esprime una forte volontà di gratificazione o quanto meno di incitamento o augurio a proseguire sulla strada intrapresa.

Per l'appunto l'analisi globale dello scritto mostra una scelta iniziale biofila, sostanzialmente gratificante: l'albero, "un grande albero sardo". Si tratta di una preferenza non equivoca che secondo le intenzioni coscienti dovrebbe equivalere ad una metafora di incitamento alla crescita ed al progresso: ad uno sviluppo di quell'assunto che è contenuto in "grande" e che non può essere se non gratificante.

Tuttavia la scelta dell'albero - elemento vitale per eccellenza - non deve trarre in inganno sul significato profondo della dedica. Si tratta infatti di una scelta obbligata: si può uccidere soltanto una cosa viva.

Approfondendo ancora questo risultato si potrebbe osservare che l'origine di questa scelta è saldamente radicata in alcune regole antropologiche, in uso fin dai primi tempi dell'umanità. In tutte le società, antiche e moderne, evolute o tribali, non si effettua mai una esecuzione capitale se non viene accertato il perfetto stato di salute del condannato. E forse, in questi modi tradizionali di comportamento, potrebbero essere ricercate le stesse radici della necrofilia individuale che convergono abbastanza coerentemente con quelle del sadismo.

Tutto ciò potrebbe riguardare solo l'uomo Marinetti come persona, con il suo bagaglio di esperienze frustranti e relative rimozioni, senza rendere dimostrabile la generalizzazione di Fromm che attribuisce carattere necrofilo a tutto il futurismo.

Si potrebbe facilmente obiettare che le due cose potrebbero non essere necessariamente collegate, potendo essere possibile la creazione di una corrente letteraria e artistica seguendo dei criteri estemporanei di moda, o razionali, o di cultura, o di convenienza politica, che - sia pure mai totalmente avulsi dal temperamento del suo autore - toccano solo marginalmente la sua personalità profonda. Per rispondere a questa obiezione bisognerebbe chiedersi se lo stesso futurismo sia stato coerente con le motivazioni del suo Ideatore.

Sarebbe difficile tentare una risposta in questo senso poiché bisognerebbe conoscere oltre alla fase storica riguardante la nascita del futurismo, anche la vera spinta psicologica del suo Artefice. E cioè quello stimolo inconscio del momento che ne ha permesso la nascita e favorito la sua divulgazione.

E' quindi significativo che il Maestro, nel suo cosciente slancio gratificatore, abbia scelto come elemento vitale l'albero e l'abbia associato al futurismo. Egli infatti lo qualificò in maniera non equivoca: divenne un "grande albero futurista".

E' da questo punto che si manifesta l'influenza necrofila. Dal punto in cui le due idee vengono accomunate e si fondono: l'albero, idea di vita, ma anche metafora necrofila, necessariamente si fonde con l'idea del movimento futurista. La vitalità dell'uno "deve" servire da sostegno all'altra. E' una di quelle urgenze che la psicanalisi chiama di "compensazione" e serve per rendere accettabile ciò che si presenta alla coscienza come nebuloso e ambiguo: diventa metafora della sua istanza inconscia.

Ma da questa ultima frase, che potrebbe apparire programmata razionalmente, si passa repentinamente ad un'altra in cui la razionalità sembra essere stata del tutto bandita. Dall'idea del "grande albero futurista" il Maestro crolla repentinamente in basso, verso le "radici", quasi attratto dall'ultima parola pronunciata: "futurista", e nel "vorticosamente elica" si compie definitivamente la sua istanza necrofila, distruggendo ogni cosa vitale: l'albero, le poesie, il futurismo, me stesso.

Inutile dire che un uomo della sua cultura, pur mantenendosi sui canoni "vorticistici" avrebbe potuto utilizzare migliaia di allegorie come l'elica d'un aeroplano, che conquistasse i cieli avvitandosi vorticosamente nell'aria, o la ruota di una trivella che vorticosamente cercasse nella terra pregiati tesori o una cornucopia che girando vorticosamente elargisse preziose monete, magari lo stesso albero che radicasse saldamente nel terreno del futurismo le sue radici o chissà quant'altre cose. Utilizzò invece le radici di un albero, che per il Poeta, con un'idea piuttosto anomala, significava seguire fedelmente i canoni protocollari del futurismo.

Se si esaminano quelle che potrebbero essere le motivazioni profonde che hanno generato le due parti della dedica, vediamo che potrebbe trattarsi di due discorsi schizoidi, validi, l'uno per gratificare socialmente, l'altro per punire e distruggere. Sviluppandosi in modo del tutto ambivalente, essi hanno utilizzato due diversi vettori: l'uno biofilo, gratificante e socializzante, di chiara origine culturale, sviluppatosi a livello cosciente della vita interattiva, l'altro anale-necrofilo prodotto dal processo primario, e quindi scaturito da un lapsus subliminare di squisita derivazione inconscia.

L'analisi letteraria è abbastanza aderente allo spirito ed alla cultura dei futuristi non discostandosi molto dalle tante affermazioni "vorticistiche" contenute nel loro credo, inneggianti al movimento ed alla simultaneità. Essi hanno spiegato queste interpretazioni utilizzando prevalentemente la filosofia eraclitea, modernizzata dalla concezione bergsoniana della contrapposizione spazio-tempo, del movimento come puro contenuto di coscienza e dalla teoria di Einstein della materia-energia.

I simboli possono essere meccanici o animati ma tutti mobili e scomponibili. Essendo, ad esempio, possibile ad un cavallo muoversi, esso può quindi essere facilmente rappresentato anche nel suo movimento o - come fece Boccioni nel suo famoso quadro "Città che sale" - avvolgere un'intera città in un "vortice" di luce. Dice Severini che attraverso il movimento, la materia "perde le sue qualità integrali" ma conserva una sua "continuità qualitativa".

Non si può dire che Marinetti nello stilare la dedica, si sia attenuto fedelmente a questi canoni. Egli non si è servito di una materia compatibile col movimento rapido. Ha utilizzato il simbolo dell'albero - la cui staticità è intrinseca alla sua stessa vitalità - perché costretto ad operare in modo necrofilo.

Si può constatare, del resto, che anche nel suo romanzo "Uccidiamo il chiaro di luna" il provocatorio sterminio del "grave popolo dei Podagrosi e dei Paralitici" da parte dei "folli" futuristi altro non è se non un espediente letterario per affermare la stessa tendenza autodistruttiva dei futuristi:

"Tutto il nostro sangue, a fiotti, per ricolorare le aurore ammalate della terra".

Marinetti stesso non negherà di avere fatto, con questo apologo, violenza agli stessi futuristi, rigettando quel bagaglio decadentistico che era appannaggio della loro cultura.

Può essere avanzata l'ipotesi che egli si muovesse cosciente della sua necrofilia?

Nel 1912 scriveva: "Le intuizioni profonde della vita, congiunte l'una all'altra, parola per parola, secondo il loro nascere illogico, ci daranno le linee generali di una psicologia intuitiva della materia". Una valutazione della vita del tutto razionale con ampio riconoscimento dell'irrazionale.

Ma l'Uomo sembrerebbe muoversi con un comportamento monotematico e ingenuo; anche se perfettamente a suo agio, in un mondo di cui conosceva i più segreti arcani, era consapevole di essere in grado di guardare le cose dall'alto e quindi convinto di avere il potere - sola illusione di una panoramica "aerospaziale" - di "spezzare le vecchie pastoie logiche e i fili a piombo della comprensione antica".

Nessun cedimento autocritico o introspettivo nella sua abbondante produzione poetico-letteraria.

Solo una ossessiva accumulazione d'energia eversiva che sfocia nel grande potenziale necrofilo del suo movimento, la cui intrusione nell'umano viene sempre stravolta non dal "rivoluzionario" ma dall'irrazionale patologico.

* * *

Diario: Cagliari, Novembre 1 9 3 5

Scrissi la mia prima poesia nel novembre del 1935, quando i giornali raccontarono le imprese etiopiche, enfatizzando le vittorie delle Camice Nere e tacendo le sconfitte sul Tacazzè, nel passo di Dembeguinà, o la ritirata del Tembien, dove gli italiani e gli Ascari eritrei persero oltre trecento uomini. Intanto infuriava la battaglia sull'altopiano dell'Amba Aradam ed i nostri eserciti erano in vista di Makallé.

Avevo quindici anni ed ero imbevuto di fascismo fino alla cima dei capelli. Credevo fermamente nella nostra missione civilizzatrice in terra d'Africa e reputavo il Duce un uomo eccezionale. Fra le mie riflessioni, da ragazzo, mi chiedevo spesso come mai a me fosse capitata la sorte di nascere in un Paese tanto fortunato: aveva dato i natali a Dante, massimo poeta universale; a Marconi, il genio più illustre del pianeta; al Papa, capo della grande cristianità nel mondo; a Mussolini, condottiero coraggioso che aveva risollevato le sorti dell'Italia - confusa e tramortita dal malgoverno e dagli scioperi selvaggi - riconquistando quell'impero che tanti secoli di barbarie le avevano tolto. Le avevo bevute tutte col latte, queste cose e mi erano rimaste impresse come vangelo sacrosanto. Nell'entusiasmo per le sorti della guerra ero rimasto colpito dalle notizie dei primi giovani volontari che morivano sulle lande infuocate dei monti africani. La mia immaginazione si arroventava al pensiero di quelle vite troncate dai soldati neri, e non solo nella pelle, di Ras Cassa e Ras Mulughietà, razza diversa dalla nostra, razza da civilizzare. Mi esaltavo ed esultavo scrutando i realistici disegni di Beltrame sulla Domenica del Corriere che illustravano a colori vivaci i fatti più salienti di quella guerra, difficilmente documentabili in altro modo se non dipingendo con maestria i racconti fatti dai pochi corrispondenti di guerra.

Uno di questi disegni - molto crudo per i costumi del tempo - raffigurava un legionario caduto sulle impervie montagne dell'Africa Orientale. La sua testa fracassata era poggiata su un sasso. La didascalia diceva: " Questo eroico legionario, barbaramente trucidato dal nemico, si è immolato per far grande la sua Patria gridando -Viva l'Italia, viva il Duce -".

Evidentemente, scrivendo quella prima poesia, il mio inconscio si manifestava ostile, utilizzando una ribellione sentimentale per stigmatizzare quelle morti così crudeli che coinvolgevano tutti. Il desiderio che la roccia in cui era adagiato quell'eroe ricomponesse le sue membra, gli restituisse il suo sangue e gli ridonasse la vita, non era solo una considerazione romantica e pietosa per la morte prematura di un giovane, appena di qualche anno più grande di me. Si trattava di un sentimento più profondo: un senso di ribellione alla guerra, di disgusto per i massacri, che non poteva essere espresso in termini razionali di pensiero cosciente, e si traduceva direttamente in uno slancio inconscio che trovava la sua naturale espressione manifestandosi come metafora poetica. La poesia che tanto poco aveva di logico, esaudiva perfettamente l'istanza di dirimere l'ambivalenza insita nella pietà e nell'orgoglio della morte eroica di quel legionario - immolatosi per la grandezza della Patria - e il sentimento profondo che la guerra fosse comunque e sempre uno sporco affare di pochi che ricadeva pesantemente sulle spalle di molti.

Prodotto schietto dell'impulso emotivo, quel sonetto di maniera diventava un perfetto "arrangement" per la mia coscienza che così ritenne di avere risolto il dilemma delle due realtà. Non fui scosso nello scriverla da nessun ardore patriottico e ricordo che dopo averlo fatto mi sentii meno propenso ad inneggiare al Duce. La feci leggere alla mia professoressa di lettere - una giovane docente di prima nomina - che si entusiasmò e predisse per me brillanti allori letterari. Ma in verità molti altri suoi colleghi furono di parere diverso; parlarono di errori di metrica, di reminiscenze scolastiche, di troppo scoperta visitazione del pessimismo leopardiano, e di tante altre cose che io non capii, ma che fecero inabissare il primitivo entusiasmo della mia giovane professoressa.

Una mattina, mentre i miei compagni scorrazzavano in cortile all'ora di ricreazione, lei mi chiamò e disse:

- "Ho riletto la poesia con attenzione e ci ho trovato qualcosa che prima mi era sfuggita. Per certi versi è simile ad alcuni tuoi temi di italiano. Tu sei decisamente un gran sentimentale, ma ricordati che le poesie si scrivono solo dopo avere molto studiato. Ed i tuoi voti in latino, questo trimestre non sono stati molto esaltanti". -

Mi sentii profondamente umiliato. Una collera sorda montò repentinamente facendomi sperimentare, forse per la prima volta nella vita, la incoerenza e la volubilità dell'umano giudizio. Basta! Non avrei più ceduto alla tentazione di far leggere le mie poesie.

Chinai il capo e con aria mesta raggiunsi i miei compagni che sgranocchiavano a grandi bocconi panini con la mortadella.

* * *

A D U N L E G I O N A R I O

Vermiglio, il sole scalda la sua vena/

priva di sangue. Carponi ti bacia,/

fredda, su te caldo sasso, la faccia/

d'un Legionario. Consuma, la cena//

di mille formiche, le scarne braccia,/

e la pupilla è fissa nell'arena./

Non scolpirti il suo nome e la sua pena,/

atro sasso, ma porgi la borraccia//

piena di sangue al dilaniato cuore./

Spogliati del suo grume ora ch'è caldo,/

e vesti l'ossa lacere del petto.//

Egli si tenne a te feroce e saldo/

come te stesso. Ma come te negletto,/

acquisterà pian piano il tuo colore.

Diario: Quartu, Gennaio 1 9 3 6

Da qualche tempo mio fratello Giorgio - dopo aver fatto il pilota nell'aeronautica militare al servizio di leva - aveva avuto l'incarico di fare l'istruttore di volo a vela e mi aveva iniziato alle gioie dell'ascesa silenziosa. I corsi promossi dalla Federazione dei Giovani Fascisti , si svolgevano nei cieli turchini del campo di aviazione di Monserrato. Non avevo l'età per essere iscritto ufficialmente alla Scuola: avevo appena sedici anni; ero solo `Avanguardista' e per parteciparvi avrei dovuto avere compiuto il diciottesimo anno. Tuttavia, frequentavo il campo d'aviazione assieme agli altri, e talvolta - contravvenendo ai regolamenti - mio fratello mi consentiva di fare un breve salto con l'aliante. Infatti proprio di un salto di trattava.

Non durava più di qualche centinaia di metri, il volo. La squadra dei giovani, che a turno si adoperava a tirare le corde elastiche divaricate, ce la metteva tutta per tenderle al massimo; ma quando il gancio dell'aliante veniva aperto, una cinquantina di metri venivano sprecati per realizzare il decollo e per raggiungere una quota di qualche metro.

Il volo era una cosa meravigliosa. Quei pochi minuti servivano a farmi vivere in una nuova dimensione mai sperimentata prima. L'aliante faceva tutto da sé. Non c'era nemmeno il tempo per agire sui comandi. Bastava stare seduti, buoni e quieti per sentirsi librati nel vuoto con il viso sferzato dal fresco alito del vento. Le istruzioni, prima della partenza, riguardavano soltanto la correzione degli alettoni - con piccoli movimenti laterali della cloche - per prevenire qualche sbandata dovuta ad un improvviso colpo di vento. L'atterraggio avveniva naturalmente - come quando si lancia un aeroplano di carta - in virtù della perdita di velocità e senza necessità di operare sui comandi.

La Federazione non aveva molte risorse finanziarie ed aveva potuto fornire soltanto un velivolo. In sostanza per circa tre o quattro minuti di volo si doveva tirare la fune elastica per almenoventi minuti. Ce la mettevamo tutta e impiegavamo tutte le nostre energie per realizzare quella tensione necessaria a fare sollevare l'aliante e farlo stare su il più possibile.

La soddisfazione massima era poter vedere il mezzo sfrecciare veloce accanto a noi e vederlo posarsi il più lontano possibile.

Meno entusiasmante e più faticoso era trasportare l'aereo dalla fine pista alla linea di decollo. Ma nessuno si lamentò mai. Lui, l'istruttore, ci faceva allenare al tiro alla fune anche quando parte della squadra non era impegnata nella linea di volo. Era diventato il nostro sport preferito e ad un certo punto trasformammo gli allenamenti in vere e proprie gare.

Nonostante questi espedienti agonistici, tirare le funi elastiche e spostare l'aereo a mano - specie d'estate - risultava una cosa molto pesante. Memore della sua esperienza con gli aeroplani a motore, Giorgio era assillato dal pensiero fisso di dover escogitare un sistema meno faticoso per riuscire a volare con le poche risorse che la Federazione gli aveva messo a disposizione.

Con qualche suo risparmio era riuscito a comprare un motore di motocicletta bicilindrico - un Arley Dawson di 750 cc. di cilindrata - e con quello si mise a lavorare per tentare di realizzare un valido propulsore per l'aliante della Scuola.

Lavorava a casa nelle ore libere ed io lo assistevo porgendogli i vari utensili. Costruì - senza un'adeguata attrezzatura, ma con una pazienza certosina - un'elica quadrupla, assemblando, a vari strati, legni diversi. Lavorava quel pezzo come si trattasse di qualcosa di prezioso. La cura nel progettare, smussarla e levigarla manualmente, era pari a quella di un artista che modella la sua opera d'arte per farla durare nel tempo. Smontò e rimontò tutto il motore, curando di maggiorare la portata della carburazione e migliorandone la lubrificazione. Poi finalmente si costruì un banco di prova sperimentale e vi installò il motore con l'elica montata sul mozzo.

Al collaudo assistette tutta la squadra al completo. Con uno strappo professionale, facendo leva su una pala, tentò di avviare il motore. Ci vollero vari strappi prima che si mettesse in moto, all'inizio scoppiettando e poi funzionando regolarmente. L'elica ruotò velocemente senza vibrazioni e sembrava volersi trascinare dietro il pur solido banco di collaudo. Ci fu un urlo di approvazione fra i ragazzi. Dopo un poco, confortato dal risultato, aumentò il numero di giri portandolo al regime massimo. La velocità ora faceva vibrare paurosamente i bulloni del banco, installato su un basamento di cemento. Ma, ad un certo punto con un ultimo scossone e qualche scoppiettio il motore si fermò. Aveva grippato. Il tentativo di muovere nuovamente quell'elica risultò vano.

In tutti i presenti si dipinse sul viso una smorfia di scoramento. Nessuno aveva il coraggio di prendere per primo la parola. Mio fratello non si scompose e, quasi parlando tra sé, disse:

- "Devo avere sbagliato i calcoli relativi all'incidenza delle pale. Forse un elica a quattro pale è troppo pesante per questo motore" -.

Disse ciò tranquillamente. Senza il minimo segno di scoramento, come si trattasse, non di rifare tutto daccapo dopo circa due mesi di lavoro, ma di un semplice problema di facile correzione. Fu in quella occasione che capii l'entusiasmo che mio fratello nutriva per tutto ciò che poteva consentirgli di riprendere a volare, non su l'aliante, ma su gli aeroplani veri: quelli a motore. Prima di aver avuto l'incarico di istruttore nella Scuola aveva fatto di tutto per rientrare nell'aeronautica. La guerra d'Etiopia gli aveva dato anche qualche speranza, ma oramai stava per finire e le forze armate mantenevano soltanto il personale di carriera.

La nuova fatica durò ancora qualche mese. L'elica bi pala riuscì a girare nuovamente su quel motore perfettamente riparato, che uscì indenne dalle prolungate prove al massimo dei giri. Ma quando lo installò sull'aereo il suo entusiasmo fu smorzato dal Federale che, presente alla prova, non consentì quel collaudo. Non servì nemmeno dimostrare - trasferendo quel motore ad elica su un natante - che la potenza di spinta era sufficiente. La burocrazia lo aveva definitivamente sconfitto, ma non del tutto. Una sera, aiutato da un gruppo di ragazzi fidati, volle mettere alla prova la sua invenzione. Montarono il motore sull'aliante, lo portarono in linea di decollo e lui raccomandò di tendere i cavi elastici al massimo. Mise in moto il motore e, quando il moschettone fu aperto, l'aereo schizzò via veloce sollevandosi ad una cinquantina di metri dal suolo. Giunto ai limiti del campo virò, ma subito dopo il motore cominciò a scoppiettare e si fermò. Planando giunse fino alla linea di decollo dove atterrò tranquillamente. Con il viso rosso dall'emozione ci disse:

-" Ce l'ha fatta! Se l'alimentazione del carburante non si fosse interrotta nella virata l'avrei tenuto in volo per una mezz'ora" -

Oltre che dalla burocrazia era stato battuto anche dalla mancanza di tecnologia. Avrebbe dovuto disporre di materiali più sofisticati in uso soltanto nelle grandi fabbriche. Forse sarebbe bastata una semplice pompa AC - che inviasse il carburante a spinta e non per caduta - per dargli la soddisfazione di essere stato il primo a sperimentare gli aeroplani ultra leggeri.

Diario: Quartu, Maggio 1 9 3 6

Il cinque Maggio del '36 - dopo vicende alterne che videro gli etiopi battersi strenuamente - le Camice Nere italiane sbaragliarono ciò che rimaneva delle truppe del Re Ailé Selassié e si lanciarono verso la conquista finale di Addis Abeba.

Il ruolo della nostra aviazione in quell'impresa fu determinante. I giornali e la radio - coi loro comunicati dettati dal Regime - esaltarono l'impresa dei nostri bombardieri usati in appoggio dell'esercito. Gli S.81 - i nostri trimotori da bombardamento - furono raffigurati e raccontati nei loro minimi particolari. Erano diventati leggendari e sembrava che essi stessi fossero i soggetti delle loro imprese. Non pilotati, non guidati da esseri umani, ma in possesso di una volontà propria che si traduceva in un comportamento eroico.

Mio fratello ne aveva costruito uno, in scala ridotta, con un'apertura d'ali di un metro e mezzo. Non aveva i motori. Non erano stati ancora inventati quelli miniaturizzati che ora fanno la felicità dei modellisti. Aveva impiegato sei mesi per modellare i longheroni e le centine di balsa e rivestirlo di seta leggerissima, verniciata con una vernice impermeabilizzante. Era consapevole che non avrebbe mai volato, ed io gli chiesi il perché di tanta cura, nel calcolare il peso dei materiali e la loro resistenza. Andava costruito in quel modo; se avesse avuto dei motori di adeguata potenza avrebbe anche potuto volare.

Ci passavamo giusti undici anni ed io ero il fratello che lo seguiva in ogni circostanza e gli stavo accanto quando lavorava. Lo capii più tardi quel perché di tanta cura e precisione. Voleva vedere accanto a sé una cosa reale, adatta per il volo; non aveva molta importanza se ancora non volava perché non aveva i motori. Lui diceva che prima o poi avrebbero costruito qualcosa adatta allo scopo. Quell'S.81 fu per diverso tempo oggetto dei miei sogni ad occhi aperti.

Fu durante una lezione di storia romana che udii il rombo di quei motori lacerare l'aria e sfiorare a bassa quota i tetti della scuola. Ci affacciammo tutti alle finestre e, sordi ai richiami del professore, aspettammo di vederlo posarsi sul campo ai limiti dell'orizzonte. In quei pochi minuti quell'enorme macchina volante, apparsa così vicina a pochi metri dalle nostre teste, aveva trascinato con sé anche la mia fantasia a volo radente facendole percorrere vestigia gloriose di una storia antica.

* * *

9 M a g g i o

A te o Roma austera sui tuoi colli/

pieni d'antico fato e di vittorie/

bianche fanciulle coi capelli d'oro/

innalzan lievi//

le dolci note degli eterni carmi/

vaganti ancora per le tue rovine/

legate all'aureo cocchio com'ai tempi/

dei vincitori.//

Su gli archi sgretolati innalza cupo/

veloce dirompente folle corsa/

de' secoli avvolgente il mondo e il tempo/

un trimotore.//

Fremon le ariste su d'un mare d'oro/

e bevono cedendo sullo stelo/

come alla polve de l'alata biga/

cupo quel rombo//

respiro sano della nuova Roma/

simbolo indomito d'un nuovo sole/

stemma di forza audace difensore/

del nuovo Impero.//

O Italia o Roma nella triste notte/

mesti chinati ai ruderi de' templi/

i figli del dolor vaticinando/

gesta gloriose//

udivano pei Fori e per le mura/

l'ultimo grido saturo di fede /

e di speranza l'ultimo saluto/

rosso di sangue//

al sol morente dietro le colline/

sgorgato dalle mille e mille gole/

unite nella lotta e sul capestro/

issato in alto//

dalle rudi braccia de' tuoi nemici/

maledicenti il sacro e santo nome/

che sol univa e sol benediceva/

Italia Italia//

O Italia o Roma consacrate al tempo/

e sante alla memoria le immortali/

fuse in un ciel di sogni e di speranze/

gesta d'eroi//

cantano vive nel gentil giardino/

in cui natura e fiori e miti armenti/

aranti campi fertili e fecondi/

profuse e biade//

confuse al rombo di quel trimotore/

che andò a turbare i palpiti di mille/

candidi veli su' rosati seni/

delle festanti//

Vergini sciolte dalle sacre bende/

scolpite nell'ardore e nella fede/

sublimi in tutti i cuori delle nuove /

Itale genti.//

Sacro ai tuoi Mani o Roma sul tuo Impero/

il sole sorge e di calore accende/

l'alata Nike con l'olivo in fronte/

e le sue spighe.//

* * *

Diario : Cagliari, Agosto 1 9 3 6

Alla fine della campagna d'Etiopia nel 1936, ci fu la partecipazione italiana alla guerra di Spagna. Cessato il clamore dell'Africa - prima in sordina, poi apertamente - ci furono i primi arruolamenti volontari. Mio fratello Giorgio era riuscito finalmente a farsi richiamare in servizio e dopo qualche settimana si era sposato.

Si trasferì, con la moglie Wanda, a Ferrara per effettuare l'addestramento sui bombardieri S.81. Un altro mio fratello, Beppe, il secondo fra i maschi, che un anno prima si era diplomato all'Istituto Nautico tentò la stessa carriera, presentandosi agli esami per l'ammissione all'Accademia aeronautica di Caserta. Un altro ancora, Marcello, terzo fra i maschi, andò volontario al corso di allievi sottufficiali piloti al campo d'aviazione di Lecce. Fra due anni sarei stato di maturità e speravo di presentarmi anch'io all'esame dell'Accademia aeronautica.

Il delirio guerriero di Mussolini aveva invaso tutti noi e la propaganda fascista, sin dall'anno precedente, aveva consolidato il gemellaggio ideologico coi tedeschi. Eravamo oramai in piena euforia militaresca e fu sottoscritto il patto d'acciaio Roma-Berlino. Dal canto mio, pur disapprovando la guerra per principio morale, come tutti quelli della mia età non mi sottraevo al fascino della divisa, della brillante carriera, e soprattutto del volo. Per acquietare la mia coscienza pensavo che tutto dovesse necessariamente svolgersi secondo i lungimiranti piani del Duce.

Una sera, passeggiando nel lungomare di via Roma, mi imbattei in un ufficiale di un incrociatore tedesco. Mi fermò e, in un italiano impeccabile, mi chiese notizie storiche sulla città. Socializzammo facilmente. Era un guardia marina di carriera, appena uscito dall'accademia. Molto giovane e molto ferrato nella storia del nostro paese. Ma ben presto il discorso si mutò in propaganda nazista. Cominciò ad elogiare Mussolini, poi Hitler senza la mia solidale partecipazione.

Accettavo il Duce italiano perché avevo conosciuto solo lui sin dalla nascita, ma non avevo molta simpatia per quello tedesco. Sin dalla più tenera età sentii parlare dei tedeschi come i nemici della guerra 15/18 che avevano causato tanti lutti agli italiani. Quando si è giovani non si possono discriminare razionalmente i fatti storici e si assorbono così come ci vengono propinati dal nostro entourage familiare e culturale. Nei nostri giochi infantili di guerra il tedesco era il nemico da combattere che stava sempre dalla parte dei cattivi.

Non appena si accorse del mio scarso entusiasmo, volle mostrarmi - come lui diceva - il suo incrociatore. Era giunto in città per una crociera addestrativa ed ora stava alla fonda nel molo militare. La visita era stata interdetta ai borghesi, ma il mio occasionale amico riuscì a farmi passare.

Io sono stato sempre un poco allergico alle armi e trovandomi circondato da cannoni e mitragliere pesanti mi venne istintivo confessare al mio accompagnatore che, pur lodando la magnificenza del suo incrociatore sentivo quella ferraglia un poco ostile. Nonostante lui si prodigasse a darmi le più ampie spiegazioni sugli armamenti, sulla autonomia della nave e sul perfetto addestramento dell'equipaggio, sentivo tutto ciò non congeniale al mio temperamento e purtroppo il mio entusiasmo non aumentò. Pensava fosse lui a non essermi simpatico. Protestai e gli dissi che la sua simpatia e la sua gentilezza erano fuori discussione. Non gli dissi nient'altro. Non avrebbe mai capito come un giovane della mia età non potesse essere interessato ad un apparato così perfetto ed efficiente come quello che con tanto orgoglio mi mostrava. Me la cavai dicendogli che quelle cose mi spaventavano un poco perché prima o poi sarebbero servite per uccidere delle persone. Non si scompose e disse che anche lui prima era pacifista; ma alle armi ci si fa presto l'abitudine.

Mi offrì della birra e subito ci lasciammo: lui salutò con un rigido ed impeccabile saluto militare, io con un timido e scomposto cenno della mano. Scesi la scaletta della nave e, ancora intontito dall'alcool e da quell'ambiente tetro, mi sedetti su una grossa bitta di ferro prospiciente al molo. Era quasi notte ed alcuni pescherecci a motore rientravano in porto.

Facevo fatica ad agganciare il tedesco a immagini marziali o a strabilianti macchine di guerra. Lo vedevo piuttosto come un'ombra isolata che si allontanava da solo sul mare. Nonostante tutto anche lui era un pover'uomo fatto di teorie e di ideee. Anche lui forse pensava che Hitler gli avrebbe risolto tutti i problemi. Quando gli dissi che provavo sempre un grande senso di disgusto ogniqualvolta mi costringevano a marciare col fuciletto a bilanciarm, durante le esercitazioni pre-militari volute dal fascismo, lui rispose di essere orgoglioso di aver militato nella gioventù hitleriana.

Ma un'opera rapida di rimozione aveva oramai fatto piazza pulita anche dell'incrociatore. Era rimasta soltanto una stupenda visione del crepuscolo. Montava dalla città e invadeva lentamente l'orizzonte che man mano perdeva i colori del tramonto, mentre nei portici della via Roma cominciavano ad accendersi le prime luci.

Di fronte a me, una paranza si preparava a partire per una battuta di pesca nel golfo e i pescatori, taciturni, si davano da fare trasportando cassette vuote entrobordo e tirando la drizza per issare la vela latina. Appena la vela fu a riva, il vento la fece ondeggiare lentamente e il timoniere fu pronto a mollare la scotta, per evitare che la barca prendesse l'abbrivo. Vedendo che li osservavo, mi chiesero di mollare gli ormeggi. Con rapidi movimenti sgrovigliai le bitte e gettai in acqua le grosse gomene. Prima che fossero recuperate, filarono per un poco nell'acqua come serpenti.

Quella vela bianca mossa appena da un refolo di vento occupava ora tutto lo spazio dei miei pensieri che, presi al laccio da quella gomena oramai invisibile, si erano trasferiti sulla paranza tra lo sciabordare delle onde che andavano danzando incontro alla prora.

* * *

P A R T E N Z A

Fantastici mostri/

con grosse pupille/

rientrano a sera/

grigiastri di sonno,/

nel placido porto di pece.//

Il battito cupo,/

nei petti d'acciaio/

di navi alla fonda,/

convulso e pesante,/

cronometra e segna/

il viaggio di tutte le onde/

che piccole e lente/

frastagliano a guizzi/

le lame riflesse dei fari.//

Riveste un pennone/

la candida vela,/

nitrisce, raschiando/

nel canapo duro, /

il grasso bozzello,/

e, bianchi, dispiega/

la drizza,/

tre grandi vessilli.//

Il vento dà vita alle vele/

e 'l mare cedendo borbotta/

al frugar della prora.//

La sagoma viva si staglia/

nel cielo trapunto di stelle,/

ed ora sicura veleggia/

violando le tenebre/

all'orizzonte.//

Il cielo copre /

l'effimero stralcio di bianco/

con una manciata di stelle./

E l'orizzonte pian piano/

si beve la vela/

che va incontro alla notte./

* * *

Diario: Cagliari, Maggio 1 9 3 6

Frequentavo - con un gruppo di amici e compagni di scuola - la congregazione di San Tommaso che era situata nel convento dei frati domenicani. Per accedervi bisognava passare nel grande chiostro, circondato da una selva di colonne gotico-romaniche, con al centro il pozzo ricoperto di capelvenere. I locali della congregazione erano molto ampi e il Padre priore era il nostro direttore spirituale. Andavamo lì ogni sera dopo aver accudito in modo frettoloso ai compiti di scuola e ci ritrovavamo per discutere dei più svariati argomenti.

Nonostante il Regime non vedesse di buon occhio le associazioni diverse da quelle fasciste, queste congregazioni religiose erano tollerate in virtù del Concordato del '29. Era per noi la sola occasione per poterci organizzare liberamente senza la presenza autoritaria dei gerarchetti che, abbastanza sadicamente, abusavano della loro autorità, tenendoci rinchiusi in locali angusti e malsani o facendoci marciare col moschetto per ore intere. Ad onor del vero i discorsi politici erano banditi fra le mura del Convento. Se si facevano era solo per criticare sommessamente ora questo ora l'altro o per raccontare l'ultima barzelletta su Mussolini.

Gli argomenti più frequenti riguardavano le nostre attività. Eravamo divisi in diversi settori a seconda delle nostre preferenze. C'era il gruppo sportivo che si occupava di atletica leggera e di calcio, e c'era il gruppo artistico-culturale che si interessava di allestire mostre e di rappresentare spettacoli di prosa. Ognuno aveva un suo delegato che dirigeva il settore.

Io mi interessavo del gruppo teatrale. La nostra attività riguardava l'allestimento di spettacoli di prosa. La Compagnia era formata esclusivamente da attori improvvisati reclutati fra i nostri stessi compagni e gli autori rappresentati erano dei classici nazionali o talvolta anche dialettali. Si andava a recitare generalmente di domenica in educandati della città o in provincia nei teatrini degli Istituti delle Suore . Il ricavato - detratte le spese - veniva diviso tra noi in parti uguali. Ma generalmente avanzavano solo pochi spiccioli che bastavano a mala pena a rifornirci l'argent de poche per le scadenti sigarette giornaliere.

Tuttavia questo incentivo costituiva la molla che ci faceva essere sempre assidui e puntuali alle prove e diligenti nell'apprendere a memoria la parte. Il pubblico non era molto eterogeneo. Si trattava quasi sempre delle solite ragazze dell'educandato e dei loro genitori. Anche per loro - che talvolta incontravamo la mattina, incolonnate e nelle loro divise turchine, mentre si recavano a scuola - queste rappresentazioni dovevano costituire l'unico svago della settimana, e la sola occasione di divertimento. Per questo motivo quasi c'eravamo montata la testa: il loro applaudire frenetico e vociante ci appariva come il riconoscimento di una nostra speciale bravura. Ma, ripensandoci, non sempre le cose sono filate così lisce.

Una domenica avevamo nel nostro programma una rappresentazione drammatica dal titolo: "Altro è parlar di morte altro è morire" di non so quale autore. Sulla scena ad un certo punto doveva comparire `la Morte'. Pensammo a Mario, un compagno un poco lento di riflessi, ma abbastanza alto e macilento che frequentava il liceo classico. Fu difficile convincerlo ad interpretare quella parte. Non ne voleva sentire! Ci vollero dei giorni per fargli capire che tutto sommato si trattava solo di indossare una calza a maglia nera con le ossa dello scheletro dipinte di bianco. Era molto superstizioso, ma era anche l'unico che ci stava benissimo in quel costume di scena che avevamo affittato per cinque lire. Gli dicemmo che queste cose spesso servono da scaramanzia. Si! Chiodo scaccia chiodo. Finalmente si convinse. Sulla scena, al terzo atto, lui doveva comparire, con una gran falce in mano, a un `politico' trafficone - che aveva sulla coscienza numerose malefatte - e pronunciare il fatidico "..quia pulvis es et in pulverem reverteris". Il `politico' era interpretato da un altro compagno un poco piccoletto anche lui studente di liceo. La scena doveva essere accompagnata dal rumore di tuoni e dal bagliore delle folgori. Il `politico', ignaro, doveva stare sdraiato su un divano e centellinare un liquore. La Morte doveva entrare e, dopo aver detto la frase, con la falce avrebbe dovuto simulare la decapitazione del compagno.

Per ottenere un effetto più drammatico avevamo sistemato - legato a tre fili e proprio sulla testa del `politico' - un tegame con della salsa di pomodoro defilato dalla vista del pubblico. La falce avrebbe dovuto rompere un filo ed il contenuto - in concomitanza alla interruzione momentanea della luce - avrebbe dovuto investire il politico, simulando il sangue che sgorga dalla ferita. Avevamo precedentemente sperimentato la cosa con della crusca per verificare il punto esatto della caduta e tutto era andato alla perfezione.

Curavo personalmente la regia ed avevo io stesso escogitato il marchingegno. L'effetto sarebbe stato strepitoso!

La rappresentazione era ormai giunta al punto fatidico ed il temporale scrosciava visibile dalle finestre aperte. La Morte, scavalcato il basso davanzale, entrò, ravvivata dai lampi che a tratti ne illuminavano lo scheletro, accentuandone la spetralità e facendo balenare di guizzi lucenti la lunga lama della falce. Il pubblico seguiva in religioso silenzio ed il rumore dei tuoni - ottenuto scuotendo una lama di ferro zincato - dava alla scena un tocco sinistro. Ad un certo punto, appena pronunciata l'ultima parola della frase, la luce fu spenta per qualche secondo. Ciò che udimmo da dietro le quinte, quando la luce si riaccese, fu una fragorosa e scomposta risata del pubblico.

Per terra stava seduta la Morte completamente imbrattata di pomodoro e per copricapo aveva il tegame che ancora gocciolava la salsa sul suo viso. Il colpo di falce era andato più a fondo del previsto ed aveva reciso tutti e tre i fili che, impigliandosi nella lama avevano trascinato il tutto sulla sua testa. Anche il `politico' rideva come un matto. Fortunatamente lo spettacolo era alle sue ultime battute e la chiusura del sipario riuscì a scongiurare il fiasco e paradossalmente a mantenere intatta la nostra fama di filodrammatici. Il dramma si era trasformato in farsa.

Dopo che regolammo i conti dell'incasso con la superiora, la religiosa si complimentò dicendoci che il pubblico aveva molto gradito la trovata e ci confessò di non essersi mai divertita tanto.

Qualche anno più tardi la Morte morì di tisi. La scaramanzia purtroppo non aveva funzionato. Funzionò al contrario per il `politico' che divenne realmente un leader di primo piano nell'ambito regionale e successivamente Gran Maestro della Massoneria.

* * *

Diario: Cagliari, Luglio 1936

I nostri sedici anni erano cominciati con un lungo periodo di crisi giovanile. Nelle animate discussioni fra compagni diventò prassi normale mettere in discussione ogni cosa. I temi preferiti furono, l'autorità delle figure parentali e la scuola; la politica, in modo molto tiepido, poi - con le prime letture di filosofia e l'abitudine al discorso sperimentale - il campo si spostò all'attività di pensiero. Cercammo di darci una spiegazione razionale di ogni cosa che fino ad allora era stata accettata solo in modo dogmatico e naturalmente ad esserne coinvolta per prima fu la fede religiosa. Immanenza o trascendenza? Dopo una breve fase agnostica il dubbio sulle verità rivelate si fece sempre più pressante ed i nostri discorsi non bastarono ad appagare una sete di conoscenza che con l'andar del tempo diventava impellente.

Il convento di San Domenico annoverava tra i suoi frati molte persone di vasta cultura e larga umanità che si attardavano volentieri assieme a noi per parlare di dogmi e di filosofia.

Palesavamo apertamente i nostri dubbi che si erano insinuati nelle nostre coscienze e di questo nostro scetticismo sulla validità del dogma nessuno di loro si scandalizzò mai.

Una sera mentre rientravo da una di quelle animatissime discussioni, attraversai il portico del chiostro, illuminato da uno sfavillante plenilunio, e mi fermai per ammirare quello stupendo spettacolo. La luce bianca dava risalto alle quasi millenarie arcate gotiche del porticato ed alla fontana. In un angolo un vecchio frate, con la tunica bianca, recitava le orazioni.

Per un attimo mi sentii trasportato in un tempo lontano: quel tempo che era rimasto lì, fermo, in presenza delle stesse cose di sempre, ad attendere ancora una volta che un devoto recitasse le sue preghiere guardando la luna. Capii allora che ogni discorso chiarificatore aveva la sua spiegazione in quello spettacolo che metteva in evidenza i due elementi fondamentali che si opponevano pervicacemente alla mia comprensione: la potenza della fede e la percezione di una realtà che forse poteva essere solo pensata.

* * *

N E L C H I O S T R O

Orsù! Luna,/

già dorme il convento;/

vieni;/

ma non con le stelle,/

son tremule /

e fanno rumore.//

Attenta!/

Cammina più lenta;/

laggiù,/

nell'angolo della fontana,/

s'illumina appena,/

il sacro segno /

della tonsura,/

sul capo canuto d'un frate,/

che si batte il petto/

nella preghiera.//

Sorella Luna,/

Quel frate bianco/

è là che beve/

al fonte dell'Eternità./

Egli sorseggia/

beato la vita,/

anche quella dell'al di là;/

quella vita/

che nasce,/

cresce,/

e finisce/

nelle sue orazioni:/

la vita che dura eterna/

nel placido fonte del chiostro.//

Sorella Luna,/

quel frate bianco/

potrebbe vederti/

invereconda.//

Egli ora è felice.//

Potrebbe scorgere,/

nel tuo smagliante/

plenilunio,/

riflesso,/

il segno banale/

della caducità comune./

* * *

Diario: Quartu, Ottobre 1 9 3 6

L'autunno era iniziato e le scuole avevano riaperto i battenti al variopinto stuolo di studenti che tra le otto e le otto e mezza affollavano le strade. Per me l'anno scolastico oramai non aveva più il senso della rigida costrizione dell'orario e della frequenza. Mi sarei iscritto all'Università ed avrei frequentato seguendo tutt'altro ritmo.

La nuova condizione di non dovermi più levare al mattino di buon'ora, mi aveva liberato dai richiami mattutini di mia madre, costantemente preoccupata che non facessi tardi a scuola. Finalmente avrei potuto gestire la mia giornata secondo la mia volontà.

Il Regime faceva da tempo una grande propaganda per gli arruolamenti nelle forze armate e la mia passione per l'aeronautica mi spinse a fare la domanda di volontario per frequentare un corso di allievo ufficiale pilota. Ai primi di ottobre sarei dovuto andare a Roma, per essere sottoposto ad una severa visita medico-attitudinale.

Era la prima volta che mi recavo sul Continente ed il viaggio in nave aveva collaudato la mia autonomia. Appena scesi alla stazione Termini - ancora non ristrutturata - ebbi l'impressione di essere già stato in quella città. Mi inoltrai verso il centro puntando sui portici dell'Esedra.

Percorsi, senza mai fermarmi, quelle strade interminabili che mi invitavano sempre a proseguire perché quei monumenti, a me noti, si affacciavano alla loro fine e sembravano lì a due passi. Li conoscevo bene per averli tante volte visti sui libri ed al cinema. Ma, una volta che li raggiungevo, scoprivo con delusione che erano più piccoli di come li avevo immaginati. Fui ospitato da una cara amica di famiglia e la mattina seguente per tempo mi recai alla visita.

Assieme a me c'erano ad attendere una decina di giovani, convocati per lo stesso motivo. Ben presto socializzammo e così seppi da uno di loro in cosa consistevano le così terribili prove a cui saremmo stati sottoposti.

Ne parlava come se ci confidasse un grande segreto, a voce bassa e volgendo ogni tanto il capo per accertarsi che orecchie indiscrete non stessero a sentirci. Lui era stato dichiarato inidoneo l'anno precedente e quindi si dimostrava perfettamente aggiornato. Quello che maggiormente colpì la mia immaginazione fu quando ci descrisse la prova del seggiolino girevole. Fu proprio in quella prova che lui fallì e ci confessò di esserne rimasto molto scioccato.

Quei discorsi avevano notevolmente intaccato la mia primitiva baldanza - derivata dall'avere già pilotato alianti nel corso di volo a vela - e l'attesa del mio turno diventò un poco ansiosa. Quando finalmente fui chiamato, ripresi d'incanto il mio sangue freddo ed affrontai le prove con disinvoltura. Fui dichiarato idoneo e la sera stessa ripresi da Civitavecchia il piroscafo per la Sardegna.

Quando giunsi a casa notai un insolito via vai di persone col viso triste e compunto. Qualcuno mi si avvicinò e dopo avermi abbracciato mi fece le condoglianze.

Pensai alla morte improvvisa di mio padre e mi precipitai su per le scale verso la sua camera da letto. Ma sul letto non c'era nessuno. Ridiscesi e, subito dopo, lo vidi comparire in lacrime sull'uscio del suo ambulatorio. Era morto mio fratello Giorgio! Era precipitato con l'aereo nel cielo di Ferrara dopo una collisione con un altro S.81. Aveva ventisette anni ed era sposato da appena sei mesi.

Un groppo mi chiuse la gola e mi assalì una irrefrenabile voglia di piangere e di urlare. Era il fratello che più amavo e col quale mi trovavo più in sintonia. Non riuscivo ad accettare che fosse morto così in un insignificante incidente. Lui sognava la gloria di una battaglia aerea e gli eroismi dei piloti nella guerra di Spagna. Invece era morto mentre istruiva un allievo ufficiale per un banale errore di quest'ultimo.

Dopo qualche giorno, quando il feretro scortato da una compagnia di avieri tornò in Sardegna per i funerali, giurai, sulla sua bara ricoperta dalla bandiera, che non sarei tornato indietro. Avrei proseguito per la mia strada e non avrei rinunciato a fare il pilota in aviazione.

Lo sgomento della disgrazia aveva irrigidito mio padre; ma fu soprattutto mia madre a rimanerne più colpita e non volle dare l'assenso al mio arruolamento volontario. Per la legge ero ancora minorenne e quindi sotto la loro tutela.

Quel loro primo figliolo così entusiasta ed appassionato usava spesso ripetere:

- <<Volare necesse est, vivere non est necesse>> -

Diceva sempre che se doveva morire preferiva che ciò accadesse precipitando da duemila metri magari dopo un duello con un aeroplano nemico.

La sorte purtroppo lo esaudì, ma lo fece nel modo e nel momento sbagliato quando oramai i suoi veri interessi si erano orientati totalmente sulla sua famiglia che dal recente matrimonio stava per germogliare. Sua moglie era in cinta da tre mesi e da qualche tempo i suoi discorsi preferiti riguardavano sempre più quel suo figlio che fra poco sarebbe nato.

Dovetti attendere per avere il consenso dei miei genitori. A convincerli fu il fatto che, anche gli altri miei due fratelli, di qualche anno più anziani di me, avevano oramai preso quella stessa strada.

Erano i tempi in cui l'ufficiale pilota si ammantava dei segni aristocratici delle gesta leggendarie di Baracca e del Barone Rosso e le ragazze impazzivano per potersi accompagnare con quella elegante divisa azzurra che rappresentava simbolicamente quanto di meglio potessero desiderare: virilità, fascino dell'avventura, sprezzo del pericolo, agiatezza.

Ma se le ragazze avevano in mente queste cose frivole, ben più serie erano le motivazioni di chi come me desiderava indossare quella divisa. Il premio più ambito era poter volare; il castigo peggiore, essere ritenuto inidoneo al volo. Quella condizione che permetteva di distinguersi dai comuni mortali costretti a vivere sempre sulla terra, dava ai privilegiati il senso di una nuova dimensione che si sviluppava al di là dei propri sensi e delle proprie capacità motorie. Sentirsi sospesi nell'aria e vincere la pesante gravità terrestre significava essere diventati qualcosa di più e meglio di tutti gli altri. Diventava una condizione alla quale si poteva sacrificare tutto, persino la vita, senza ostentazione e nella piena coscienza di fare qualcosa fuori dalle regole naturali. Vedere il mondo dall'alto e scorrazzare fra le nuvole diventava non solo un grande piacere ma una esigenza impellente che trasferiva nella realtà il desiderio diuturno di una diversità aristocratica simile al sogno millenario di Icaro.

* * *

O L O C A U S T O

Pallido il viso, innalzi gli occhi al sole/

e freddo giaci su d'un'ala infranta./

In cielo un'eco di motori canta/

e vola e piange e 'l vento se ne duole.//

Anima viva, su da cento gole/

di duro ferro, la preghiera santa/

esce fremendo ed urta il cielo e schianta,/

e s'erge, e innalza al vento la sua mole.//

Dormi fratello, nell'azzurro velo./

Sogna, coll'alma buona e immacolata,/

il tuo paese tra lo stagno e il mare.//

Un'ala bianca, docile, beata, /

ora ti culla, come allora, in cielo/

e corre e canta senza più tremare//.

* * *

Diario: Cagliari, Settembre 1 9 3 8

Si chiamava Rosalba. La conobbi al mare e, dopo qualche giorno di corte assidua, mi dichiarai. Mi fece capire che anche a lei faceva piacere stare con me, ma che non sarebbe potuta uscire da sola senza il permesso dei genitori. Era figlia unica e specialmente il padre, un militare di carriera, si dimostrava con lei eccessivamente autoritario. Potevamo vederci solo in comitiva, assieme ad amici comuni.

Oramai l'estate, trascorsa quasi sempre in sua compagnia, volgeva alla fine. Quella sua semi libertà presto sarebbe finita e così anche i nostri incontri.

Le mie giornate, dopo il mancato arruolamento, le trascorrevo dedicandomi allo studio, senza però eccedere in zelo negli esami. Un poco per ritorsione verso i miei genitori ed un poco per la mia natura ribelle avevo preso alloggio da una mia vecchia zia dove ero solito trascorrere il tempo libero senza alcun controllo. Amavo spesso uscire la notte e girovagare per la città senza una meta precisa. Talvolta portavo dei libri e seduto sotto ad un lampione preparavo qualche esame. Mi ero trovato un posticino isolato nella parte alta della città da dove potevo ammirare quel grandissimo presepe, con tante finestre accese, che si sviluppava fino ai limiti delle saline, contornate di bianche piramidi di sale.

Una sera Rosalba mi telefonò per darmi appuntamento sotto casa sua. La stagione balneare era agli sgoccioli e fui meravigliato che la ragazza avesse avuto la libertà di uscire sola e di notte. Ma il desiderio di stare con lei fugò gli ultimi dubbi. Appena mi vide mi prese sotto braccio e, senza darmi tempo di parlare, mi trascinò velocemente fuori; disse solo che i suoi erano usciti per fare una visita. Si decise a parlare solo quando fummo abbastanza lontani:

- "Sono scappata, non ce la facevo più a sopportarli... Devi aiutarmi. Portami dove vuoi, ma non farmi tornare a casa... Almeno per stanotte." -

Sulle prime non riflettei sull'enormità di quanto diceva, e, gratificato dal fatto che l'avevo stretta al mio braccio, assecondai la sua richiesta. Ero troppo preso dalla insperata occasione che mi consentiva per la prima volta di stare da solo con lei e per giunta di notte.

Non potevo portarla da mia zia; nonostante fosse molto comprensiva e mi volesse un gran bene, non avrebbe mai consentito che io infrangessi la sua ferrea regola di zitella, iscritta alla congregazione francescana. Né in quel momento mi venne in mente qualunque altro luogo al coperto. Così decisi di andare al mio solito angolino discreto, molto solitario ed abbastanza suggestivo, ma purtroppo all'aperto.

Ci sedemmo sull'erba e ci stringemmo baciandoci a lungo. Io azzardai anche qualche altra mossa meno sentimentale, ma fui decisamente respinto. A questo punto, visto che non si poteva andare oltre, cominciai a pensare che forse mi ero cacciato in un brutto guaio. Per riguadagnare terreno, tentai di convincerla a tornare a casa. Niente da fare. A casa l'avrebbero massacrata di botte. Le consigliai allora di adottare lo stratagemma della finta. Prima dell'alba sarebbe andata nell'androne del palazzo a fianco di casa sua e si sarebbe fatta trovare al mattino sdraiata per terra. Avrebbe dovuto dire di avere passato tutta la notte in quel portico buio perché stufa delle angherie dei genitori. A questo punto essi, provati dalla sua sparizione, sarebbero stati ben felici di riabbracciarla e tutto sarebbe finito per il meglio. In questo modo avremmo avuto il tempo di stare ancora insieme per tutta la notte.

Lei non volle continuare le effusioni. Molto candidamente mi disse che anche volendo non poteva permettersi il lusso di cedere. Era ancora vergine e voleva rimanere tale fino al matrimonio. A quei tempi la verginità per la maggioranza delle donne era l'unico passaporto valido per quella frontiera ed io non insistetti oltre.

Rimanemmo abbracciati stretti l'uno accanto all'altro a guardare la città che si stendeva sotto di noi. Le finestre accese delle case, assieme ai lampioni delle strade, ravvivavano una scena di quiete straordinaria. Col passare delle ore molte si spensero ed alcune altre se ne accesero stimolando la nostra fantasia ad indovinare la vita che si svolgeva in ciascuna di esse. Il silenzio totale della notte era rotto solo dalla voce argentina di Rosalba che ogni tanto mi sussurrava all'orecchio:

- "Vedi laggiù quella finestra? Ora si è spenta. Forse lì marito e moglie staranno preparandosi per fare all'amore." -

Oppure, dopo una pausa:

- "Vedi quell'altra? Si è accesa in questo momento. Si tratterà di qualcuno che si è sentito male" -

Un poco frustrato per la sua indisponibilità non seguivo molto i suoi discorsi e, preoccupato, mi chiedevo come sarebbe andata a finire. Dalla cima di un campanile di Villanova, che emergeva in quella baraonda di casupole basse, si udirono due rintocchi lenti. Era notte fonda e le mie palpebre facevano fatica a stare aperte. Forse mi addormentai o semplicemente chiusi gli occhi. Quando li riaprii avevo le ossa rotte; era già l'alba e accanto a me Rosalba non c'era più.

In lontananza un mare ancora livido di sonno prendeva corpo e cominciava appena a distinguersi dall'orizzonte.

Rientrai a casa e seppi da mia zia che i genitori della ragazza erano stati a trovarla ed avevano chiesto di me: erano molto spaventati e temevano che le fosse capitata qualche disgrazia. Non feci fatica a convincerla che io non ne sapevo nulla: ero stato a studiare tutta la notte al solito posto. Insistette comunque perché mi recassi a casa della ragazza. Quando fui di fronte ai suoi genitori, col viso contrito e meravigliato, chiesi di Rosalba. Mi rispose la madre:

- "Povera figliola! E' stata tutta colpa nostra. Pensi, l'hanno trovata alcuni vicini addormentata nell'androne del portone qua accanto. Sono spiacente di aver disturbato inutilmente lei e sua zia, ma in un primo tempo pensavamo di avere da loro qualche utile informazione" -

Era andato tutto liscio come l'olio, ma fu pure l'ultima volta che io vidi Rosalba. Lei si sposò qualche anno più tardi con un ufficiale di marina.

* * *

N O T T E

Matura il giorno sulle vette d'oro/

e raggi tenui s'allungano lenti,/

vestendo i colli, maculando i prati,/

spargendo rose d'ombra e scialbi lumi.//

Dal sud, un vento molle di scirocco,/

accarezza i tetti e racconta al mare/

le storie penose dell'agonia/

di chi solleva il petto litanïando;//

le storie festose del godimento/

di chi stringe il corpo della sua donna;/

la storia amena del timido grillo/

che, indifferente, frinisce canoro.//

Spumeggiando, salso, nella battigia,/

il mare risponde rotando i sassi,/

sempre più docili, e sempre più uguali/

che si sbriciolano in soffice rena.//

La notte nera è ora tutta in cielo./

Tremano i fiori e il passero nasconde/

sotto le penne la sua testa bruna./

Dorme la vita nel tuo seno opaco,//

e si trasforma, nei suoi primi sogni,/

in sarabande fluide e fantasiose,/

di palpitanti desideri vivi,/

lungamente covati nell'inconscio.//

* * *

Diario: Grottaglie, Settembre 1 9 3 9

La Germania iniziò le sue ostilità invadendo l'Austria, e l'Italia era tutto un fermento di patriottiche manifestazioni di piazza. La mia domanda per la frequenza al corso allievi ufficiali piloti fu accolta e finalmente partii per Grottaglie. Il campo d'aviazione distava appena due chilometri dal paese e questo una ventina da Taranto.

Era già autunno inoltrato, ma l'estate che avevo appena lasciato al Poetto continuava ancora quaggiù sfoggiando il più meraviglioso sole. Finalmente vedevo da vicino i veri aeroplani disciplinatamente allineati negli hangar. Ce n'erano di vario tipo, ma in prevalenza si trattava di vecchi aerei per l'addestramento: Breda 25, biplano, G 50 monoplano; Cr 30 e Cr32 ancora in dotazione alle squadriglie da caccia in zona d'operazioni. Erano tutti biposto a doppio comando, rimessi a nuovo per l'addestramento e perfettamente efficienti.

Era una mia ferma convinzione che avremmo cominciato a volare immediatamente. Al contrario dovettero trascorrere ben due mesi prima di montare su quel biplano con motore a stella che doveva darci la prima ebbrezza del volo.

Quel tempo propedeutico lo trascorremmo semplicemente lavandoli gli aeroplani. La cosa ci angosciava e ci meravigliava assai dato che quell'incombenza era generalmente assolta dagli avieri. Non ci spiegavamo il perché di tanto accanimento da parte degli istruttori nell'ispezionare quel nostro lavoro. Ma la ragione mi fu chiara non appena cominciai la vera scuola di pilotaggio.

Quando su quel biplano con l'istruttore sistemato sul seggiolino posteriore cominciai il rullaggio per portare l'aereo dall'hangar alla linea di volo, mi sembrò una cosa naturale manovrare quei comandi che oramai conoscevo alla perfezione per averli accuratamente ispezionati durante le minuziose pulizie e controlli. Ogni centimetro quadrato di quell'aereo che mi doveva sollevare da terra, non aveva più segreti per me.

Ricevetti il battesimo dell'aria facendo un giro sul campo. Avevo le mani sui comandi e cercai di mettere a frutto quanto avevo appreso nel volo a vela. Qualunque errore avessi fatto sarebbe stato corretto dall'istruttore, un bergamasco grande e grosso che aveva diverse centinaia di ore di volo. Dopo avermi fatto divertire un poco con la cloche e con la pedaliera - che usavo con piccoli movimenti misurati per rendermi conto della loro efficienza - ad un tratto mi trovai sottosopra e mi parve che la terra fosse montata sopra la mia testa. Non ne fui spaventato perché mi aspettavo che quel primo volo sarebbe stata l'occasione per provare il mio sangue freddo e controllare le mie emozioni. Se ne parlava spesso la sera, prima del silenzio, di queste estemporanee acrobazie inserite per collaudare i nervi dell'allievo. Si diceva che, dopo queste esibizioni degli istruttori, qualche allievo - in verità non molti - aveva addirittura chiesto di essere trasferito nei ruoli dei servizi.

Come per un istinto di difesa reagii azionando la leva di comando nella direzione opposta alla rotazione dell'aereo. D'incanto mi ritrovai nella normale posizione di volo. Quando atterrammo l'istruttore mi chiese se avevo pilotato altre volte aerei a motore. Risposi negativamente, ma lui non mi disse mai se quella manovra era stata il risultato della mia azione oppure soltanto una fortunata coincidenza in relazione ad un suo movimento già in atto. Mi diede un buffetto e mi disse:

- "In gamba, pilota! Da domani cominceremo a volare sul serio." -

L'indomani fu una vera pena: per venti minuti, soltanto rullaggio tra la pista e la linea di decollo. Ma c'era una novità: mentre il giorno precedente sentivo che le sue braccia erano ben salde sul doppio comando, ora dallo specchietto retrovisore notavo che le teneva ben in vista al di fuori dell'abitacolo. Ero io che facevo tutto. Avviavo il motore, tiravo la manetta del gas, regolavo la cloche in cabrata per non fare sollevare la coda al velivolo ed operavo con la pedaliera le correzioni dell'abbrivo dell'elica per farlo andare dritto.

Da allora fu sempre un crescendo di soddisfazioni. I decolli e gli atterraggi si susseguirono continuamente. Erano la cosa più importante da apprendere. Stare su non comportava problemi e - tranne alcune manovre - volare in linea risultava di una semplicità esasperante. A me sarebbe piaciuto, una volta raggiunta una certa quota, sfarfallare e fare virate e picchiate a non finire: sentirmi l'aeroplano sotto il sedere, insomma. Invece ero costretto a seguire costantemente sempre lo stesso percorso e fare le virate, uniche varianti impegnative, soltanto nei punti di riferimento ai vertici del campo. Così, dopo aver raggiunto le sei ore complessive di volo, fui dichiarato pronto per il decollo senza istruttore.

Il grande evento si verificava in una di quelle mattine di febbraio quando il cielo - totalmente sgombro di nuvole - acquista un celeste carico che divide l'orizzonte: di qua perdendosi nello stesso colore del mare in bonaccia, di là contrastando con le verdi colline cariche d'ulivi.

Il biplano era già pronto sulla linea di volo. L'istruttore mi diede le ultime raccomandazioni e con una pacca sul sedere mi spinse verso il velivolo. Ero abbastanza emozionato e, mentre salivo per prendere posto, misi un piede in fallo e caddi a terra. Mi raggiunse e mi diede un pugno sul casco protettivo dicendomi:

- "Bada che se non te la senti, ti farò fare ancora un altro paio d'ore di doppio comando. Vai, fila!" -

Raggiunsi in fretta l'abitacolo e colpito nel mio orgoglio mi preparai al decollo. Ci fu ancora un'ultima raccomandazione; questa volta urlata, per superare il rombo del motore che avevo già mandato su di giri:

- "Non tirare su, fino a che non avrai superato il casello dei carburanti!" -

Raccomandazioni del tutto inutili. Ero perfettamente a mio agio ed eseguii il decollo alla perfezione. Quasi senz'accorgermene mi trovai per aria . Mi sentivo padrone del mezzo che, docile, ubbidiva alle mie manovre. Cabrai lentamente, raggiunsi i trecento metri fissati controllando l'altimetro e stabilizzai il velivolo in linea di volo. Feci il giro del campo senza più alcuna emozione. Sentivo che era giusto più che mai quanto mi ripeteva spesso l'istruttore:

- "L'aeroplano non si guida con le mani ma col sedere. E' come quando vai in bicicletta. Devi sentirtelo sotto per fare bene le manovre." -

I punti di riferimento a terra che dovevo utilizzare per compiere le virate si succedevano con una rapidità impressionante. Sarei voluto rimanere lassù per delle ore e invece avevo già esaurito tutto il giro.

L'atterraggio non fu dei migliori. Scesi troppo corto e rimbalzai leggermente due volte. Mi aspettavo una sfuriata dell'istruttore, ma quando gli giunsi accanto mi accolse con un grande sorriso:

- "Bravo, pilota! Adesso dovrai invitare da bere. La prossima volta, però, vedi di non scassarmi questo trabiccolo negli atterraggi, serve anche per i tuoi compagni." -

Quella notte dormii profondamente e sognai di volare. Ma senza l'aeroplano. Bastava che allargassi le braccia per sentirmi librato nel cielo come un grande uccello. Scavalcavo montagne, lunghe distese di mari e grandi prati. Ma ad un tratto mi venne incontro la figura di mio fratello Giorgio. Anche lui volava senza l'aeroplano; e affiancandosi a me, come in pattuglia, mi sorrise e disse:

- "Bravo pilota!" - E ripeteva, in continuazione:

- "Volare necesse est, vivere non est necesse..." -

Poi si allontanò e scomparve all'orizzonte. Ma prima aveva già mutato sembianza: era diventato il mio grosso istruttore bergamasco.

* * *

V O L A R E

Volare: come le sillabe sperdute/

nell'immensa infinità degli spazi;/

simbolo fiero del Suo cuore indomito,/

passione d'Eroe.//

Sentirmi librato su candide ali,/

portare nel cuore l'incanto del volo,/

gioire, fendendo le idre brumose/

di cumuli al vento.//

Seguire la scia dell'aria percossa,/

sentirmi d'appresso il lugubre schianto/

che l'eco rimanda dai monti cosparsi/

di sangue fraterno.//

Portare lontano su' mari su' monti,/

seguendo nel sogno le dolci chimere/

il grido ch'è gioia passione vittoria:/

Italia possente. //

* * *

Diario: Grottaglie, Aprile 1 9 4 0

Era trascorso qualche mese e l'esame per il primo brevetto l'avrei dovuto sostenere fra pochi giorni. Oramai vivevo la giornata aspettando il turno di volo. Ogni altra attività era passata in seconda linea. Sin dalla mattina, assieme al mio compagno di stanza, guardavamo il cielo per controllare se fosse possibile volare. Un segno positivo lo avevamo quando quella lunga calza a strisce trasversali bianche e rosse, della manica a vento, si trovava in posizione di riposo. Poco importava se il cielo fosse coperto, l'unico vero antagonista per noi era il vento forte oppure la nebbia che però difficilmente si affacciava sul nostro campo, situato all'estremità dello Stivale.

Quella comunque era una giornata piena di sole e con assoluta calma di vento. Il mio turno era per le sedici e venti ed avrei dovuto trascorrere la mattinata in aula di teoria motori.

La sera prima c'erano stati i funerali di un nostro compagno del corso precedente che era precipitato ai margini del campo mentre atterrava con un Cr. 32 monoposto. Fortunatamente questi episodi non erano frequenti anche se le statistiche dicevano che in ognuno dei corsi si verificavano solitamente almeno tre incidenti mortali. Questo per noi era il primo. Fu uno choc tremendo quando vedemmo il suo aereo precipitare senza controllo e soprattutto quando, dopo aver raggiunto il luogo dell'incidente, ci trovammo di fronte allo spettacolo pietoso di quei miseri resti. Si era infilato per terra facendo una buca di una decina di metri. Riuscimmo a scorgere del pilota soltanto un braccio che fuoriusciva dalle carlinga contorta. L'unico pezzo ancora riconoscibile era il blocco del motore, sporco di terra e di sangue. Fummo allontanati dalla squadra incaricata del recupero della salma e rientrammo mesti nelle nostre camerate.

I voli di addestramento non furono sospesi. Era quello l'unico modo per riportare tutto alla normalità e fare rientrare quel profondo senso di tristezza che aveva invaso ciascuno di noi. I funerali furono solenni e la bara dell'allievo fu avvolta nel tricolore e portata a spalle da sei dei suoi più cari amici.

Quando la mattina seguente mi recai in aula per la lezione di navigazione strumentale non mi sentivo perfettamente in forma. Da qualche giorno una tosse stizzosa era diventata sempre più frequente. Non ci feci caso e pensai che forse avrei fatto bene a smettere di fumare.

A mensa - contrariamente al solito - mangiai svogliatamente. Non me la sentivo tuttavia di marcare visita. Fra qualche ora sarebbe stato il mio turno di volo.

Quando mi sistemai nell'abitacolo, tutto il malessere cessò d'incanto. Tirai la manetta del gas e mi portai in linea di volo. Decollai. Mi pareva stavolta di non essere io a pilotare. Respiravo quei gas di scarico che il motore mi gettava sul viso quasi fossero una droga e me ne sentii inebriato. L'aereo andava, come il suo solito, docile, incontro a qualche cumulo che all'orizzonte aveva contorni di fuoco. Ad un tratto mi venne un colpo di tosse più profondo e mi accorsi di avere in bocca del sangue. Seguitai a tossire ed ebbi la certezza che il sangue usciva dai polmoni. Dovevo comunque ultimare il percorso. Non potevo intralciare il decollo degli altri allievi che venivano dopo di me mettendo a repentaglio le mia e la loro incolumità. Si trattava di tracciare un gran quadrato ai lati del campo virando in punti prestabiliti e ben individuabili. La cartiera l'avevo già doppiata. Ora mi dirigevo verso il mulino a vento. Ancora dei colpi di tosse e nuovamente del sangue. Cercai disperatamente un fazzoletto che non trovai nella giacca a vento e non riuscii a prendere dai pantaloni, protetti dalla tuta impermeabile. Mi strappai un lembo della camicia e lo portai alla bocca: la tosse si faceva sempre più frquente ed il sangue usciva sempre più copioso. Ecco il mulino; ancora un breve tratto e sarei stato sul laghetto. Ma il laghetto non arrivava mai. Temetti di perdere i sensi ed urlai con quanto fiato avevo in gola. Urlai sempre più forte, fino a sentirmi le tempie martellare paurosamente. Avevo il cuore in gola e la bocca secca. Mi sporsi dalla carlinga ed ecco lì, davanti a me, il laghetto scintillante. Ancora pochi minuti e sarei stato sulla linea d'atterraggio. Non potevo lasciarmi andare ora che avevo la salvezza a portata di mano. Gli occhi mi si annebbiavano e faticavo a tenere lo sguardo fisso davanti a me. Tolsi gli occhialoni protettivi ma fu peggio. Ecco, il tracciato della pista era davanti a me. Non potevo sbagliarmi, ero sul ponticello e dovevo togliere il gas. Spinsi la cloche in avanti e la prua dell'aereo si mise in direzione della pista. Atterrai quasi alla cieca con molti sobbalzi e rimasi nell'abitacolo fino a quando qualcuno non venne a prelevarmi; con molta probabilità svenni subito dopo aver toccato terra.

Il medico del reparto diagnosticò un'emottisi. La mia carriera di ufficiale pilota era finita.

Fui avviato in ambulanza all'ospedale di Taranto; e mentre lasciavo il campo incrociai il gruppo dei miei colleghi che affettuosamente mi salutarono a lungo con la mano.

Ma il mio pensiero era lontano, a casa da mia madre.

* * *

D U E S I L L A B E

Conservo nel mio cuore/

gelosamente/

le prime due sillabe,/

che mi insegnasti/

nella lontana infanzia/

e che oggi ripeto,/

angosciato e sgomento,/

nello squallore/

della disperazione:/

mam-ma. /

Dolce, sereno suono/

consolatorio/

che mi ritorna in mente,/

ora che il mio dolore/

teme/

che la memoria,/

d'un tempo ormai lontano,/

si dissolva nel nulla.//

Ma ne son certo,/

rimarranno scolpite,/

immutabili,/

inalterate:/

come la serena immagine /

del tuo bel volto,/ dureranno per sempre.//

Lo so,/

ora il sole risplende alto/

sui tuoi grigi capelli/

e qualche ruga/

segna l'età che avanza,//

ma il tuo viso d'allora,/

quel caro viso biancorosa,/

rimarrà eterno,/

incorruttibilmente/

incorniciato/

da quelle due sillabe.//

* * *

Diario: Taranto, Aprile 1940

L'ambulanza, arrestatasi un attimo sul ponte girevole per consentire ad un incrociatore di passare nel Mar Piccolo, proseguì a sirene spiegate la sua corsa verso l'ospedale militare. Era un mastodontico edificio tetro ed in alcune parti cadente. Rimasi per qualche tempo nella lettiga in uno squallido corridoio le cui pareti erano corrose dall'umidità e dal salnitro. Forse prima di essere adibito ad ospedale doveva essere stato un convento. Vedevo che la volta presentava una forma convessa con travi e cornicioni - in alcuni punti ornati da fiorami in rilievo - che potevano ricordare le strutture delle basiliche gotiche. Finalmente venne un medico che mi visitò e mi fece fare delle radiografie. Era un capitano napoletano molto cordiale ed alla fine cercò di rincuorarmi dicendomi che non necessariamente quegli sbocchi di sangue erano prodotti dalla tubercolosi. Vedendo che mi si era dipinto sul volto un mesto sorriso liberatorio soggiunse subito:

-"Comunque, la cosa può essere accertata soltanto quando saranno esperite le analisi dell'espettorato. Per ora stattene tranquillo; comunque vada, tu in guerra non ci andrai. La 'naia' per te è finita."-

Trascorsero diverse settimane e tra le divergenti opinioni di chi voleva avviarmi ad un tubercolosario e di chi invece preferiva semplicemente rimandarmi a casa, prevalse fortunatamente la seconda.

Le analisi erano risultate tutte negative ed il capitano - che aveva preso a cuore il mio problema - aveva addirittura proposto di rimandarmi nuovamente in reparto. Ma il colonnello non ne volle sapere. Niente bacillo di Koch. Ma per prudenza era meglio che me ne tornassi a casa per trascorrervi una lunga licenza di convalescenza.

Uscii dall'ospedale e mi diressi a piedi alla stazione. Mi sembrava che dal fattaccio fossero trascorsi addirittura dei mesi. Certamente mi sentivo profondamente cambiato. Anche il mio fisico lo era, forse per la degenza o forse semplicemente per una mancanza di nutrizione adeguata. Percorsi il lungo tratto che mi separava dalla città vecchia e in una piazza vidi che un'orchestra di ragazze formata esclusivamente da violini, suonava - non so per quale manifestazione - delle canzoni allora in voga, che sentivo spesso al bar del campo.

* * *

C A N Z O N E

In un mare di cento violini/

fluttuante d'archi, di braccia,/

di chiome, di suoni,/

sospira lento/

il palpito/

d'una nota canzone.//

Sei nata dall'oro gentile d'un'alba/

posata su monti odorosi/

di timo e di fresche ginestre.//

Ma l'algida serra,/

la culla serena/

del dolce tuo canto,/

s'infranse e.../

rapita, tu vivi soltanto/

in un mare di cento violini/

tra un fluttuar d'archi/

e di sogni.//

* * *

Diario: Napoli, Aprile 1940

Mi imbarcai a Napoli sul piroscafo che faceva servizio trisettimanale per la Sardegna. Grazie alla striscia dorata che contornava il colletto del giubbotto grigio azzurro - e che mostrava chiaramente la mia condizione di allievo ufficiale - non mi fu difficile intrufolarmi nel salone di prima classe e trovare una comoda poltrona, dove mi proponevo di trascorrere quella notte così particolare. Il tempo pessimo si conciliava perfettamente con il mio stato d'animo. Appena fuori dal porto, il mare, mosso da un vento gagliardo di maestrale, fece sobbalzare la nave ad ogni cresta d'onda, tenendola in bilico con l'elica fuori dall'acqua che - libera di ruotare vorticosamente - la faceva tremare paurosamente, come fosse presa dalla paura di precipitare nel vuoto che gli si apriva davanti. A brevi intervalli il gorgo la ingoiava con un gran tonfo di lamiere e pareva che dal fondo del baratro si fossero scatenate le forze dell'inferno.

Nessun passeggero era rimasto sopra coperta. Dal volto sbiancato dei camerieri e dei marinai si capiva che quella non era una delle solite traversate tranquille. Molti di essi soffrivano e ad ogni sussulto della nave si aggrappavano ai corrimano e davano di stomaco senza più curarsi di nascondere quel disgustoso spettacolo. Io me ne stavo rincantucciato in quella poltrona e, stranamente, non risentivo di quel disagio generale. La mia mente era coinvolta dal pensiero di quanto mi era capitato qualche giorno prima e non riuscivo ad immedesimarmi in quella iattura che aveva coinvolto tutti, anche coloro che avevano al loro attivo decine di anni di navigazione ed avevano vissuto tempeste e burrasche di ogni genere. Anzi provavo un certo senso di soddisfazione: come se al crollo del mio futuro avesse fatto seguito un cataclisma che si fosse generalizzato ed oramai interessasse non solo me, ma l'intera umanità. Una specie di fine del mondo a mio uso e consumo, al quale assistevo dall'alto di un patibolo pronto all'esecuzione. Che differenza poteva esserci? Già una mia sorella era morta di tisi ed un'altra era ospitata in un sanatorio affetta dalla stessa malattia. Avrei certamente seguito la loro sorte e quello scatenarsi degli elementi mi poneva in una condizione di parità con molte altre persone del tutto sane. Accantonando ogni timore quasi desideravo che un'onda implacabile si riversasse su di noi e ci inghiottisse per sempre. Senza accorgemene era subentrata una specie di euforia che mi portava a sorridere. E certamente una qualche smorfia sogghignante stampata sul mio viso deve avere indotto un ufficiale di coperta, che stava seduto poco distante da me, a rivolgermi meravigliato la parola:

-" Le pare che questo spettacolo sia molto divertente? Crede forse, guardando quelle chiazze di vomito alle pareti, di ammirare un quadro futurista? Con questo mare forza otto non può meravigliarsi se anche i marinai soffrono. Sono fatti anche loro di carne ed ossa e farebbe bene ad andare nella sua cabina anche lei!" -

Ero stato colto in fallo e me ne scusai, tentando goffamente di spiegargli che la mia ilarità non riguardava assolutamente quelle scene patetiche. Ma non mi sembrava molto convinto. Il discorso avrebbe potuto prendere una brutta piega se mi avesse chiesto di mostrargli il biglietto di viaggio ed io d'altronde non avrei avuto argomenti per spiegare la mia presenza illecita nel salone di prima classe; nemmeno l'uragano poteva far passare in secondo piano il suo obbligo di fare rispettare il regolamento.

L'aver tirato in ballo il futurismo mi fece ricordare che nel mio portafoglio tenevo la dedica di Marinetti. Colsi la palla al balzo e di rincalzo risposi:

- Beh, lei non ci crederà, ma, scherzi a parte, io sono realmente un futurista. -

Vergognandomi come un topo di quella affermazione gli feci leggere la dedica. Lui si mostrò un poco impacciato, poi aggiunse:

-" Mi scusi... Il riferimento era soltanto casuale e certamente non voleva essere offensivo. Personalmente apprezzo molto la pittura moderna anche se talvolta non la capisco..." -

Ma ad un ennesimo tonfo della nave una grande plafoniera che proteggeva le lampade del soffitto si staccò ed andò a frantumarsi sull'impiantito, fortunatamente senza ferire nessuno. Istintivamente mi aggrappai al corrimano più vicino e, dopo aver fatto un rapido cenno di saluto all'ufficiale, sgattaiolai giù per la scaletta fino a raggiungere la mia cuccetta di terza classe.

Ora tutto era più tranquillo perché il frastuono giungeva più attenuato, ma il rollio ed il beccheggio della nave si facevano sentire oramai anche sul mio stomaco che cominciò a dare segni di intolleranza. Soffrii maledettamente tutta la notte senza riuscire a chiudere occhio, in buona compagnia di altre sette persone che dividevano con me lo stesso dormitorio. Molti di loro erano costretti ogni tanto ad abbandonare la cuccetta per precipitarsi nel bagno . Dal mio canto ogni pensiero ora era rivolto allo stato di prostrazione che andava sempre più peggiorando. I conati di vomito, spesso a vuoto, avevano riattivato gli sbocchi di sangue, creando un certo panico fra le altre persone che molto spaventate abbandonavano la cabina o si rincantucciavano in un angolo del loro letto. Presto venne il medico di bordo che, dopo avermi fatto alcune domande, mi fece un'iniezione per farmi cessare il mal di mare e mi fece trasferire in infermeria. Quando dall'oblò vidi le prime luci dell'alba, la tempesta si era calmata e riuscii a prender sonno. Mi svegliai soltanto quando vennero a prendermi gli infermieri che su un'ambulanza mi trasportarono a sirene spiegate verso casa.

* * *

Diario: Quartu, Giugno 1940

Mio padre, da buon medico, consultò i migliori specialisti che si occupavano di quella materia. Fui visitato da professori illustri che eseguirono su me tante analisi e radiografie, ma da loro non riuscii mai ad ottenere un verdetto che mi condannasse o mi assolvesse definitivamente.

Il mio stato di prostrazione si era mutato in una depressione profonda. Dopo quell'episodio sentivo che in me si era rotto qualcosa: soprattutto quel desiderio di socialità che aveva caratterizzato positivamente tutta la mia adolescenza. Trascorrevo le giornate sempre rintanato in casa, sprofondato in una poltrona del soggiorno, lasciando che la mia mente si occupasse di una speculazione spicciola che vagava tristemente in un mare di sciagure e che si abbandonava ad un destino che ritenevo ormai segnato. Non tenevo più in alcun conto la mia giovane età e qualunque notizia, anche la più lieta, si trasformava in un tremendo punto di paragone che si confrontava con la iattura della mia vita, mutata violentemente dall'oggi al domani, mentre mi libravo felice nel cielo. Non servirono gli accorati discorsi di mia madre né le rabbuffate bonarie di mio padre a farmi mutare indirizzo. Qualunque cosa mi si presentasse come evento lieto o fortunato era sempre vissuto nella tragica forma dell'invidia, come se da parte mia non fossi più in grado di cogliere quelle stesse soddisfazioni e dovessi soltanto accontentarmi di vederle realizzate negli altri. Quasi invidiavo la sorte di mia sorellina, morta in tenera età e di mio fratello caduto da duemila metri col suo aeroplano. La solitudine, a cui spesso mi costringevo, favorì un certo accanimento nel volere scrutare il profondo della mia anima in cerca di una fede che non trovavo, senza tuttavia fornirmi una sola occasione per essere più ottimista, in relazione ad un futuro che ritenevo sempre più senza speranza.

Quella poltrona era diventata la sola mia consolazione. Era molto grande e foderata di una pelle morbida che dava la sensazione di assoluto riposo come quando da bambino mia madre mi cullava tra le sue braccia per farmi prender sonno e cantava una canzone che diceva : "Lo daremo all'uomo nero perché lo tenga un anno intero....lo daremo alla Befana perché lo tenga una settimana..." Le parole non avevano un gran senso, ma il suo canto era molto dolce e le sue braccia morbide tenevano il mio viso vicino al suo seno che odorava di latte e di lavanda.

Eppure oramai avrei dovuto considerarmi guarito. Quelle terribili macchie di sangue non erano più ricomparse nel mio fazzoletto sin dal giorno del mio ritorno. Ad ogni colpo di tosse lo ispezionavo accuratamente e talvolta tossivo spontaneamente per verificare che tutto fosse in ordine. Anche mia madre - sempre attenta ad ogni mia mossa - partecipava alle ispezioni e mi diceva:

- "Vedi non hai più nulla. Convincitene! Non hai più nulla. E' stato soltanto un episodio acuto causato forse dalla vita disordinata che conducevi. Tutti i medici hanno detto che non c'è nulla di grave. La colpa é sicuramente delle sigarette che tu hai fumato di nascosto fin dall'età di dieci anni. Se avessi dato retta..."-

E continuava così per un bel pezzo con quella sua voce suadente ogni volta ripetendomi le stesse cose. Servivano sempre a consolarmi un poco e a darmi speranza fino a che una nuova depressione non prendeva il sopravvento. Forse aveva ragione lei. Molto probabilmente era unicamente colpa del fumo anche se gli specialisti lo avevano escluso categoricamente.

-"Ma gli specialisti talvolta sono degli asini"- Diceva mio padre. E tutto si rimetteva a posto fino alla prossima ricaduta. Avrei dovuto avere fiducia in lui; in fin dei conti anche lui era un medico. Maledetto il giorno che presi quella prima boccata!

Mi vennero in mente i gradini su cui sedevamo prima che suonasse la campana dell'inizio delle lezioni e che avevano costituito per tutta la durata delle scuole medie inferiori il luogo di incontro obbligato per tutti noi che, appena divezzati dalle scuole elementari paesane, venivamo in città, costretti a servirci di un trenino che ci sbarcava almeno un'ora prima dell'orario di ingresso.

Era stato su quei gradini, consumati da generazioni di studenti, che Francesco - un compagno che abitava in un borgo vicino e che veniva a scuola in bicicletta - mi invitò a fare qualche `tirata' dalla sua sigaretta. Fumava già da qualche anno e tutti lo invidiavamo. Lo credevamo oramai un uomo già fatto perché da un pezzo aveva smesso i pantaloni corti, ma aveva solo qualche anno più di me, avendo ripetuto due anni alle elementari. Le prime volte mi prese in giro perché non riuscivo a mandare giù il fumo e mi veniva di tossire. Poi diventai bravo anch'io. Diventammo in poco tempo buoni amici; il suo volto bonario e maturo mi ispirava fiducia. Mi aveva insegnato tante altre cose, anche ad infilarmi certi spilloni nella pelle delle mani e nelle guance senza sentire alcun dolore. Era fantastico, imparai anche ad andare nella sua bicicletta senza tenere il manubrio con le mani. Ben presto dalle sue `cicche', che mi passava regolarmente, giunsi alle sigarette intere e poi al pacchetto acquistato dal tabaccaio. Si chiamavano Popolari e costavano soltanto dieci centesimi l'una; erano quelle di minor costo, ma anche quelle più forti. Non tardai a prendere il vizio e nacque il nuovo problema di trovare i soldi per comprarle. Ne fumavo una decina al giorno e non era una cosa agevole procurarsi quella lira per soddisfare il vizio. Con la stessa moneta si comprava mezzo chilo di pane o un litro di benzina. Per altro verso, l'argent de poche fornitomi da mio padre era subordinato ai successi scolastici che purtroppo, da qualche tempo, non erano molto brillanti.

Fu così che decisi di fare un patto con mio fratello Giorgio, più anziano di me, che aveva risolto il suo problema personale del fumo costruendo degli aeroplanini che rivendeva ad un negozio di giocattoli. L'avrei aiutato a montare quei modellini volanti se mi avesse dato una percentuale sulle vendite.

Tutta l'industria ed il commercio si svolgeva all'insaputa dei nostri genitori e per defilarsi lui aveva scelto come laboratorio un'ampia cisterna che in altri tempi era servita per lo stoccaggio del vino. Fui inserito nell'affare a pieno titolo con una percentuale del dieci per cento. Assieme a noi lavorava anche Aldo, un suo amico, legato dalla stessa passione del volo e dalla stessa necessità di soldi. Creammo una vera e propria catena di montaggio. Mio fratello si occupava della saldatura dei sottili fili metallici, che costituivano l'intelaiatura del velivolo, Aldo li rivestiva con la carta velina ed io, servendomi di due punzoni particolari, stampavo l'elica e le ruote del carrello ricavandole da una sottile lamina di alluminio. Il delicato compito del collaudo se lo assumeva mio fratello che provvedeva anche a montare le singole parti. Prima di licenziarli, li esaminava attentamente in ogni loro struttura, infine, caricava l'elastico a torsione e li lanciava in alto, osservando quel loro breve volo. Se qualcosa non andava bene correggeva l'assetto delle ali e li rilanciava fino a quando quelle grandi farfalle di carta non ubbidivano docilmente e si libravano leggere nell'aria atterrando solo dopo avere esaurito la loro carica. La parte commerciale era riservata ad Aldo che portava la mercanzia nel negozio, acquistava il materiale occorrente per la successiva partita e distribuiva, nelle percentuali concordate, il guadagno.

Rappresentavano i nostri sogni al di là di quel modesto guadagno pagato con grande sacrificio e solerte operosità. Ogni collaudo seguito con apprensione rappresentava molto più di quei pochi soldi. Ognuno di noi affidava a quelle ali la propria immaginazione e le proprie speranze. Era la nostra struggente passione del volo che si materiava nel desiderio di volare realmente e per ora si accontentava di seguire quelle ali multicolori con entusiasmo e gioia come si trattasse di una cosa reale e non sognata.

Addio aeroplani rivestiti di carta! Ora Aldo era capitano pilota in una squadriglia da caccia sul fronte cirenaico; Giorgio aveva lasciato tragicamente la sua giovinezza e la sua passione nei cieli di Ferrara ; io me ne stavo rincantucciato in quella grande poltrona battuto da un male invisibile e sconosciuto che aveva troncato irrimediabilmente la mia giovinezza. <<Volare necesse est>> soleva ripetere mio fratello <<Vivere non est necesse>>. Purtroppo lui fu esaudito al di là di qualunque plausibile previsione. La sorte ingrata aveva voluto il suo olocausto come contrappasso all'accanimento della sua passione. A me per ora rimaneva solo una vita senza senso.

Mia madre entrò ed accese la luce del soggiorno. Non mi ero accorto - come spesso accadeva - che aveva imbrunito e dalla porta finestra erano scomparsi quei cumuli dorati che andavano incontro al sole nel tramonto.

* * *

A U N A E R O P L A N O

I l d e c o l l o :

Possente, rombante motore d'acciaio,/

tu sbuffi, tu gridi impaziente,/

tu scuoti il tuo muso,/

e freme con te la carlinga/

e l'erba s'inchina/

cedendo all'eolico vento/

il suo capo./

Son mosse al tuo volo superbo,/

le spighe si chinano ancora,/

per l'ultima volta,/

rasentano quasi la terra col capo,/

poi ritte ti guardano andare.//

Ora canti la stessa canzone,/

ma canti leggendo nel rigo del cielo/

che, pallido, segna le note/

nel rosa d'un cumulo all'alba.//

I l v o l o

Divori gli spazi celesti,/

fendendo la brezza frizzante/

e il cuore, coll'ali protese,/

ti batte e ne freme.//

Lontano su vette di monti spavaldi/

si neniano e dormono/

al canto del fiume giù a valle,/

corone di nembi./

Son bianchi, coperti di sonno,/

conservano ancora il tepore/

che, dolce, la notte,/

infuse nel seno ovattato/

di molli vapori.//

Possente motore,/

tu affili l'ogiva alla brezza/

e voli lontano/

su cime superbe di monti,/

cantando alla terra la lieta/

canzone dell'alba.//

Lontano, su cuspidi bianche,/

un morbido rosa si effonde/

dalla rossa corona di nubi /

che lenta s'innalza nel cielo./

Ti vesti di palpiti d'oro/

e dolce il tuo canto,/

come la nenia di una mamma/

al suo bimbo che dorme,/

si perde lontano.//

Rombante motore/

tu celebri ignaro,/

librato su penne sicure,/

il mito icarino./

Tu domini/

e vivi dal mito di morte.//

E vivi cantando /

nel placido volo,/

potente padrone del cielo,/

coll'ali protese/

nell'infinito./

L ' a t t e r r a g g i o :

Il sole cullato da mille vapori,/

si chiude nel vecchio castello/

di San Michele/

e le greggi di nubi vaganti/

attendono pigre/

il primo sparuto plotone di stelle,/

al calar della notte.//

Un rombo le ferma;/

le fuga lontano sparute,/

e l'eco le insegue/

mordendo veloce/

le lane coperte di brume.//

Un cumulo, rosso, isolato,/

si slancia e ti sfiora,/

poi corre veloce nel cielo./

D'un tratto è silenzio.//

E' muto il motore possente,/

ma sibila vivo il respiro del volo./

Sei stanco e ti volgi alla terra/

per chiedergli asilo.//

La tocchi appena,/

e quasi pentito,/

ritenti le ali nel cielo./

Ma solo per poco. Un balzo/

e ti posi.//

Ubriaco di spazi sublimi/

barcolli ancora sull'erba stupita,/

poi calchi pesante la coda/

e ti fermi.//

Più tardi nell'ampia rimessa,/

mimando il tuo sogno,/

un pipistrello si lancia a spire/

attorno alle tue ali.//

* * *

Diario: Quartu, Agosto 1940

Si dice spesso, chiodo scaccia chiodo, e nel mio caso questo proverbio funzionò veramente.

In una delle tante sere trascorse in depressione sulla poltrona del soggiorno, mi capitò di scoprire nuovamente un poco di sangue nell'espettorato: solo qualche filo impercettibile che non sfuggì al mio consueto attento esame. Fui immediatamente portato dallo specialista che oramai mi aveva in cura da qualche mese. Appena mi vide si congratulò per la mia buona cera e volle che gli raccontassi per l'ennesima volta la storia dei miei guai. Mi ispezionò per un poco in radioscopia, mi auscultò diligentemente, poi si sedette accanto a me su uno sgabello laccato di bianco e disse con una calma esasperante:

-" Credo che ora lei potrà fare..." -

Si accese una sigaretta e ne aspirò il fumo con voluttà; fece una nuova boccata e continuò a parlare mentre il fumo usciva assieme alle parole e sembrava che quelle nuvolette turchine acquistassero forme e dimensioni ben precise.

-" ... qualche bagno di mare se le farà piacere"-

Quel delicato profumo della sua "Principe di Piemonte" mi fece ricordare di essere stato un fumatore accanito, e pur senza molta convinzione azzardai:

-" Scusi Professore, mi farebbe male se fumassi qualche sigaretta?" -

Lui mi guardò un attimo e sorrise. Poi con la solita calma disse:

-"Se vorrà... potrà anche fumare. Purché non ne abusi. Credo che sia bene non andare oltre le cinque sigarette giornaliere." -

Questo significava che potevo riprendere la mia vita di sempre? Me lo confermò con una grande pacca sulla spalla quando stava per congedarmi.

-"Venga da me fra sei mesi. Spero sia in grado di raccontarmi qualche sua avventura estiva."-

Poi rivolto a mio padre:

-"Caro collega, vedi di fare sparire quella poltrona dal soggiorno e proibiscigli di rientrare a casa prima delle dieci di sera."-

Quando scendemmo in strada per riprendere la macchina mio padre si avviò deciso verso il posto del passeggero e volle che guidassi io quella vecchia Fiat che oramai aveva più di quindici anni di vita. Era la prima volta che questo capitava. Era sempre stato molto geloso del suo cimelio e ne eseguiva personalmente tutte le riparazioni e ne curava diligentemente la manutenzione. Durante i dieci chilometri che ci separavano da casa si agitò continuamente sul sedile e fu prodigo di consigli. Non era abituato a farsi trasportare e nonostante la mia guida fosse molto prudente e tranquilla lui partecipava ad ogni manovra quasi si fosse trattato di fare un doppio comando. Quando giungemmo a casa si complimentò con me, ma di fronte al garage disse:

-" Quest'ingresso è molto stretto e ti ci vorrebbe del tempo per entrare. Meglio che ora la porti dentro io"-

Riabbracciai mia madre come se stessi tornando da un lungo viaggio e per convincermi che qualcosa era veramente cambiata corsi dal tabaccaio e mi comprai un pacchetto di Principe di Piemonte. Non era la mia sigaretta preferita, ma mi parve quasi d'obbligo seguire i gusti del Professore che mi aveva fatto la grande concessione. La prima boccata mi diede fastidio e tossicchiai un poco. Le altre scesero giù senza intoppi e rapidamente riuscii a gustare quell'aroma sottile che si sprigionava da quel tabacco biondo finemente conciato.

Ero rinato. Dunque non ero malato. O almeno non lo ero in modo grave, se mi veniva concesso di fumare nuovamente. Osservando quella vecchia poltrona nella quale avevo trascorso le mie giornate silenziose per diversi mesi mi stupii di trovarla inutile e tutt'altro che accogliente.

Ripresi le mie antiche abitudini e uscii, sin dal mattino presto per recarmi alla spiaggia poco distante dal paese, dove incontravo i miei vecchi amici e coi quali ora riuscivo a parlare e ad intrattenermi piacevolmente. Mi rituffai nelle acque limpide del Golfo degli Angeli e mi parve che una nuova vita si fosse prepotentemente impadronita di me e mi spronasse ad uscire da quel guscio malato che mi aveva tenuto rinchiuso tanto tempo.

In società con un amico comprammo una piccola barca a vela che mi aiutò a riconciliarmi con la passione per il mare. Gavino, il mio socio, era un ragazzo introverso che mi consentiva di andare per mare senza sentire l'urgenza di parlare in continuazione. Era figlio di un avvocato, amico della mia famiglia, ed aveva qualche anno meno di me. Stavamo bene assieme proprio perché ad entrambi piaceva il mare e soprattutto la vela. Tenevamo l'imbarcazione a Villa Mariolina, che mio padre aveva costruito in una nostra tenuta del Margine Rosso, e spesso lui era mio ospite per delle settimane intere.

Una sera decidemmo di fare una lunga gita in barca lungo le coste della Sardegna. Ne parlammo animatamente per diversi giorni decidendo sul da farsi in base alla possibilità di attraccare nelle spiaggette della costa qualora il tempo non fosse stato favorevole. Per i viveri avremmo aspettato che il nostro guardiano ci portasse le provviste che preparava mia madre ogni sabato. Quella settimana il menù comprendeva alcune scatolette di tonno, del salmone, del prosciutto crudo, del salame e - dulcis in fundo - la specialità di mia madre: una pila di pizze fritte che avevano il pregio di essere squisite e di durare a lungo. Per l'acqua avremmo adoperato un barilotto di ginepro di trenta litri.

La domenica la trascorremmo curando l'organizzazione nei minimi particolari: ispezionammo l'opera viva e le madiere della barca, smontammo e rimontammo la deriva mobile, esaminammo palmo a palmo le vele con le drizze e le scotte, controllammo le cerniere del timone e demmo una lucidata al nome in ottone, Margherita, infisso in bella mostra a poppa.

L'indomani mattina eravamo già in piedi prima ancora che le prime luci dell'alba avessero fatto capolino sulla cima dell'araucaria che troneggiava davanti alla nostra finestra. Scendemmo al mare trasportando i viveri con una carriola, mentre una leggera brezza di ponente increspava appena il mare completamente piatto. Si trattava di raggiungere la barca, ormeggiata, in assenza di un porticciolo, ad una ventina di metri dalla riva. A quell'ora l'acqua era gelida, ma Gavino coraggiosamente si tuffò e coi remi spinse la Margherita sulla battigia. Dopo aver sistemato i viveri nel carabottino, prendemmo il largo col vento in poppa.

L'imbarcazione era lunga sei metri e larga due; aveva una vela armata Marconi con un albero di nove metri e due cuccette a prua che consentivano solo di stare sdraiati. L'unica grande comodità era la deriva mobile, un grande lastrone in ferro di circa un metro quadrato, che poteva essere sollevato per consentire al natante di essere alato in qualunque spiaggetta.

Già i monti Sette Fratelli cominciavano ad infuocarsi di aurora e i primi gabbiani ci volavano intorno petulanti scambiandoci per pescatori. Il ponente dopo aver ceduto per una decina di minuti si era trasformato in un refolo di libeccio che aiutava meglio ad intraprendere la rotta della costa. Doppiammo la torre saracena di Foxi e già si profilava in lontananza quella di Sant'Andrea. Ci tenevamo distanti un mezzo miglio perché quel fondale era seminato di scogli appuntiti a pelo dell'acqua. Ora il libeccio aveva preso corpo e ci spingeva a tre quarti di poppa. Io stavo al timone, curando di sfruttare al meglio la direzione del vento, e Gavino era attento al fiocco che tendeva o cazzava a seconda della sua intensità.

-"E' fantastico! Sta andando come un treno!"-

Urlò, dopo essersi sporto giù fino a toccare il fasciame dell'opera morta, e continuò:

-"Non avrei mai creduto che fosse capace di simili prestazioni. Sono certo che abbiamo superato i sei nodi."-

- "Sei ancora pentito di aver speso cinquecento lire per comprate la vela? Guarda che meraviglia questi sferzi bianchi e rossi." -

-" Quando mi proponesti di associarmi non ero molto sicuro che ce l'avremmo fatta ad armarla a dovere. E' stata una fortuna che tu l'abbia trovata in così buone condizioni e ad un prezzo molto conveniente. Se oggi dovessimo rivenderla ci darebbero più di ciquemila lire."-

Doppiammo anche la torre di Sant'Andrea contornata dai ruderi di una villa romana e costeggiammo la lunga spiaggia sabbiosa di Flumini che si estendeva fino ai primi contrafforti montagnosi de Is Mortorius ove, si diceva, avessero scavato nella viva roccia una vera e propria cittadella fortificata.

Presi un lungo cannocchiale di marina, che avevo ereditato da mio nonno, e tenendomi ben saldo sulle gambe cercai di scrutare quegli anfratti rocciosi che si insinuavano in quella costa frastagliatissima. Lo spettacolo era stupendo; quel paesaggio, visto dal mare, aveva un non so che di misterioso che lo faceva apparire ancora più interessante e ritenni valesse la pena di immortalare il tutto con qualche fotografia.

Avevo appena scattate le prime due foto quando dalla scogliera partì verso di noi una raffica di mitragliatrice. Avevamo scordato che anche l'Italia era in guerra e che era assolutamente vietato avvicinarsi alla costa a meno di due miglia. A ricordarcelo - oltre a quel sinistro crepitare, probabilmente a salve - fu una voce gracchiante che attraverso un megafono ci diceva di allontanarci in tutta fretta.

Il vento in quel momento era calato e la barca per potere camminare più svelta possedeva soltanto due remi di emergenza. Cercammo di fare capire all'invisibile interlocutore con gesti delle braccia che non potevamo andare più veloci ma non ci fu verso. Una nuova raffica, della quale, oltre a sentirla , ne vedemmo gli spruzzi davanti a noi, partì dai fortini ancora accompagnata dalla stessa voce:

- "Se non vi allontanate alla svelta la prossima volta tireremo su di voi" -

Nulla da fare quindi; impossibile farci sentire. Fummo presi dal panico e la cosa più sensata fu di mettere i remi in mare e di ammainare le vele che, essendo costretti a retrocedere contro vento, ci ostacolavano non poco. D'altro canto, anche se avessimo voluto ancora usare la vela, non avremmo potuto farlo perché la Margherita, nonostante la sua buona deriva, non andava molto di bolina. Impossibile bordeggiare per uscire da quell'insenatura. Eravamo molto prossimi alla riva ed il vento ci avrebbe sospinto sempre più verso le fortificazioni. Spingemmo vigorosamente sui remi e volgemmo la barca verso il largo con tutte le forze possibili. Solo allora considerammo il pericolo a cui eravamo andati incontro. Se fossimo stati catturati avremmo avuto dei guai seri. Remammo a perdifiato per oltre quattro miglia e quando ormai la costa era diventata un nastro che divideva il cielo dal mare, ci decidemmo a cambiare rotta per rientrare a Villa Mariolina. Il vento era sempre di libeccio e si era leggermente rinforzato. Fummo costretti a fare dei bordi molto larghi prima di riuscire a raggiungere la lunga spiaggia di Flumini, dove approdammo per mangiare. Avevamo remato per ben due ore con un ritmo da campionato e nel più assoluto silenzio, evitando di guardarci in viso per non leggervi i segni della paura e dell'angoscia .

Piantammo una tenda di fortuna - formata dalle lenzuola dei nostri letti - e ci buttammo dentro sfiniti. Quando il cuore riprese il suo solito ritmo, pensammo che fosse bene mettere qualcosa sotto ai denti. In modo civettuolo apparecchiammo sotto la tenda con una tovaglia stesa nella rena. Prendemmo le pizze fritte - specialità napoletana che mia madre sapeva cucinare alla perfezione - e, nonostante fossero state precedentemente condite con la salsa di pomodoro, la mozzarella, i capperi e le acciughe, le farcimmo ancora di prosciutto, tonno, formaggio e salmone. Ripiegate in due divennero dei ricchi tramezzini molto gustosi. Io ne mangiai tre, Gavino quattro. Bevemmo solo dell'acqua per mandare giù quella roba e finimmo con delle pere e dell'uva. Satolli, ci sdraiammo sotto la tenda e dormimmo saporitamente. Quando verso le quattro ci svegliammo constatammo che tutte le nostre provviste erano sparite. Non lontano da noi, una torma di cani randagi mangiucchiava ancora qualche pizza ed un cucciolo accanto a noi frugava dentro un contenitore con la speranza di trovarvi ancora qualcosa. C'era rimasta soltanto una scatola di tonno, ma chiusa. L'aprimmo e gliela facemmo mangiare.

Il vento era calato un poco e decidemmo di riprendere il mare per il ritorno. Quando rientrammo a Villa Mariolina cominciava ad imbrunire. Non avevamo parlato molto durante il viaggio e quando rimettemmo nuovamente piede sulla terraferma sbottammo entrambi in una fragorosa risata.

- "E tu volevi addirittura fare il giro della Sardegna! " -

- "Ma pensa cosa sarebbe successo se ci avessero fermato. A parte i viveri, sufficienti per diverse giornate di navigazione avevamo in barca il cannocchiale, la macchina fotografica - con nel rullino alcune fotografie scattate poco prima nella zona - ed una carta nautica con i probabili bordi - segnati la sera precedente - i vertici dei quali andavano proprio a coincidere con le fortificazioni della costa." -

-" Sembrava avessimo predisposto tutto per una vera e propria azione di spionaggio."-

-"Chissà se sono riusciti a leggere il nome dell'imbarcazione. Ieri l'ho lucidata tanto che avrebbero potuta leggerla anche ad occhio nudo."-

Parlammo della cosa per tutta la sera e quando andammo a dormire, mentre già Morfeo chiudeva i nostri occhi, qualcuno bussò alla porta energicamente. Sulle prime non risposi, poi, pensando che fosse il guardiano, aprii. Alla luce fioca della luna scorsi due individui in divisa. Accesi la lanterna a petrolio e riconobbi il brigadiere dei carabinieri del mio paese.

- "Abbiamo ricevuto una telefonata dal Comando delle batterie costiere che denunciavano la scomparsa di una imbarcazione a vela nelle acque antistanti alle loro postazioni. Poiché nella zona c'è solo la vostra barca, sapete dirci qualcosa in proposito?"-

- "Si eravamo noi , rispose Gavino, ma fortunatamente non ci è capitato nulla." -

Il militare era un mio amico e non mi fu difficile persuaderlo:

- "Non c'è stata nessuna disgrazia. Ci hanno sparato addosso, è vero, ma in definitiva ce la siamo cavata solo con una grande paura ed una tremenda sfacchinata. Non sapevamo che non ci si potesse avvicinare e per allontanarci da loro abbiamo remato per oltre due ore . Ma ora eccoci qua, sani e salvi" -

- "Questo lo sto constatando e me ne rallegro. Vi dirò che quando mi hanno telefonato erano vivamente preoccupati. Pensavano di avervi colpito e giuravano di aver visto la barca senza più le vele andare al largo alla deriva. Bene! La prossima volta state più attenti. Riferirò che tutto si è svolto senza incidenti. Buona notte" -

La mattina seguente rimanemmo a letto più del solito. Scendendo alla spiaggia verso le dieci vedemmo che la Margherita scodinzolava legata al palo dell'ormeggio con a bordo due ragazze in costume da bagno. Erano due vecchie conoscenze del mio paese di fama non adamantina. Villa Mariolina era situata in un luogo lontano parecchie miglia dai centri abitati e per giungervi occorreva avere un mezzo personale. Per questo motivo la spiaggia era sempre deserta anche nei mesi più caldi dell'estate e la rena delle spiagge rimaneva intatta conservando le nostre orme per dei mesi. Gli unici frequentatori eravamo noi che vi trascorrevamo parte dell'estate. Le ragazze avevano percorso quattro chilometri a piedi e certamente non soltanto per fare il bagno. Furono loro ad abbordarci ed a chiederci se potevano salire in Villa per rinfrescarsi con l'acqua del pozzo.

La finimmo tutti sul grande letto matrimoniale dei miei genitori senza tanti complimenti e fu un'ammucchiata storica. L'avventura marinaresca l'avevamo del tutto dimenticata. Quale delle due avrei raccontato al Professore alla mia prossima visita?

Ma la pacchia non durò per molto, anche se potevo dirmi del tutto rassicurato sul mio stato di salute. Ricevetti un avviso di presentazione al Distretto dove chiarirono la mia posizione di militare in congedo per motivi di studio. Appresi allora di essere stato depennato dai ruoli dell'aeronautica e passato alla leva dell'esercito.

Riuscii a farmi assegnare ad un Corpo motorizzato. Per oltre un anno avevo goduto dell'esonero per motivi di studio, ma ora la necessità dello stato di guerra, oramai dichiarata anche dall'Italia, mi costringeva ad andare nuovamente sotto le armi. Fui richiamato nei carristi e sarei dovuto partire per Bologna dove avrei frequentato un nuovo Corso per allievi ufficiali.

D'accordo con Gavino decidemmo di vendere la barca. Misi un inserzione sul giornale e presi appuntamento, con un probabile acquirente, per il 15 agosto. Era il mio compleanno ed io mi trovavo nel bagnasciuga del Poetto con la Margherita al guinzaglio in attesa del compratore. La spiaggia pullulava di bagnanti ferragostani ed io facevo fatica a tenere ferma la barca in quel breve fondale pieno di risacca. Finalmente un uomo sulla cinquantina in costume da bagno ma con una maglietta blu si avvicinò. Disse subito che a lui serviva una barca da pesca. La Margherita era, disse, una barca per signorini ed a lui non serviva. Dalle cinquemila lire che io ne avevo chiesto lui scese a due mila. Disse che avrebbe dovuto disalberarla e toglierle la tuga per poterla usare. Mi resi conto che voleva prendermi per il collo, ma purtroppo non potevo procrastinare la vendita. Sarei dovuto partire fra due giorni e Gavino non voleva interessarsene. Concordammo per duemila e cinquecento; avrei restituito le cinquecento lire che il mio socio chiedeva per aver acquistato la vela e a me sarebbero rimaste duemila lire. Quando mi allontanai non volli girarmi indietro. Quella barca era stata la medicina più efficace per la mia depressione ed era riuscita a ridarmi la piena gioia di vivere.

* * *

IL VASCELLO FANTASMA

All'orizzonte/

si trastullava/

mossa dal mare,/

l'agile barca/

senza nocchiero.//

Qualcuno venne,/

le issò la randa/

e la condusse/

in mare aperto.//

Vagò, scartando/

nebbie e buffere,/

fino a trovare/

il mar tranquillo.//

Rientrò nel porto:/

mollò l'àncora,/

ma fu sommersa/

dall'ingiustizia//

di troppi umani/

dubbi sulla sua/

vera esistenza;/

e nuovamente/

riprese il mare/

andando franca/

all'orizzonte.//

Diario: Bologna, Settembre 1941

Tutto andò bene nei primi sei mesi e, tranne il clima molto rigido, non mi costò molto aver sostituito il giubbotto azzurro con il giubbotto grigioverde. Le materie teoriche erano pressappoco le stesse e l'attività pratica si svolgeva sempre con il gradito rumore dei motori. Nessuna marcia faticosa, attività ginniche sostituite da quelle sportive e la consolazione di un vitto che, dati i tempi di magra, poteva essere considerato abbondante. Ma questo non costituiva la regola per tutti gli allievi. Soltanto io ero riuscito a ritagliarmi un angolo di relativa tranquillità che muoveva l'invidia dei miei colleghi.

Da qualche tempo coltivavo la passione per la fotografia e coi miei risparmi ero riuscito a comprarmi una bella macchina. Sin dai primi giorni avevo notato che ai miei superiori piaceva essere fotografati ed io mi misi a farlo in continuazione. Fu così che assunsi il ruolo di fotografo ufficiale della Compagnia allievi. Mentre i miei colleghi erano impegnati in estenuanti giri di "pista" , io standomene ai bordi del campo, fotografavo, soprattutto gli ufficiali. Più li fotografavo e più loro si esibivano in atteggiamenti atletici, ritardando il riposo della squadra in corsa.

Se la Compagnia si spostava per effettuare le esercitazioni con i carriarmati, venivo ospitato nella vettura del Capitano o montavo in sella nella moto del Tenente per potere meglio effettuare i miei servizi fotografici che tra l'altro venivano acquistati anche dai miei compagni. Così col guadagno di questo commercio potevo anche permettermi di regalare le foto agli ufficiali.

Per consentirmi di fotografare anche tutte le attività di addestramento, il primo turno per effettuare la scuola di guida era sempre il mio, nonostante il mio cognome iniziasse con la 'P' .

L'unico che si dimostrò restio al fascino del mio obbiettivo fu l'istruttore di atletica leggera. In non più di un mese doveva prepararci nelle varie specialità e nonostante le mie proteste non aveva voluto sentire ragioni: dovevo partecipare anch'io. Poteva solo darmi il vantaggio della scelta. Mi arrovellai diversi giorni per trovare qualcosa che potesse sostituire gli esercizi ginnici obbligatori come la salita alla fune, il salto della cavallina con capriola, il salto con l'asta, il percorso di guerra, tutti molto faticosi e stressanti. La Compagnia al completo si sarebbe dovuta esibire in presenza del Generale, un militare con baffi e contro-baffi, che in occasione della festa del Corpo ci avrebbe passato in rivista: io non avrei certamente potuto esibirmi facendo il fotografo.

Finalmente una mattina mi venne un'idea: avrei eseguito una performance con la "ruota autoguidata".

Questo era un attrezzo particolare, più adatto ad un circo, forse. Era formata da due cerchioni in ferro paralleli, saldati tra loro a circa trenta centimetri di distanza. Aveva un diametro di due metri ed era munita di due maniglie e di due posapiedi che consentivano al ginnasta - che si situava al centro con braccia e gambe divaricate - di farla girare col semplice movimento del corpo. L'avevo scoperta in una vecchia rimessa e avevo ottenuto il permesso di usarla. Dopo un certo addestramento si riusciva a farla girare velocemente impiegando una minima dose di energia e senza fare la benché minima fatica. Quando il Generale fu invitato ad assistere agli esercizi ginnici rimase colpito ed ammirato nel vedere le evoluzioni che ero riuscito a far fare a quell'attrezzo e se ne complimentò con il Colonnello comandante della scuola , che a sua volta elogiò il Capitano comandante della compagnia degli allievi, che a sua volta espresse molta soddisfazione al mio Tenente comandante del plotone, che a sua volta si convinse di non aver mal riposto in me la sua fiducia e mi concesse un permesso straordinario di due giorni.

Utilizzai quella licenza di fine settimana per andare a trovare a Budrio, un piccolo paese vicino a Bologna, una mia amichetta, Giovanna Alberti che avevo conosciuto qualche giorno prima in occasione di una festa da ballo. Faceva la sartina ed era impiegata in una sartoria in città.

Quando la incontrai per la prima volta era intenta a sfoggiare tutta la sua grazia romagnola di brava e attraente ballerina. Ballava in coppia fissa con un militare che le faceva fare evoluzioni spettacolari. Erano molto bravi, soprattutto nei ritmi scatenati. Anche io, mi ero inserito nel cerchio di spettatori che avevano smesso di ballare e facevano ala alla loro esibizione e quando finirono applaudii freneticamente. Forse esagerai, perché continuai anche quando gli altri avevano oramai smesso. Attratta da questo singolare entusiasmo credette di trovarsi di fronte ad un intenditore e passando accanto a me mi ringraziò per l'omaggio. Ne approfittai subito per chiederle se mi, concedeva un ballo. Lei accettò di buon grado, ma io ero tutt'altro che un bravo ballerino e quello slow-fox che suonavano in quel momento a me serviva solo per tenerla stretta tra le braccia e bearmi di quel suo profumo intenso che si sprigionava dai suoi capelli corvini. Tuttavia nonostante le mie scadenti prestazioni fece volentieri anche il bis. Capii che forse aveva scoperto qualcosa di più nel piacere della danza e prima di restituirla al suo cavaliere le chiesi se la mattina seguente avessi potuto vederla. Acconsentì: ci saremmo trovati alle diciassette ai giardini Margherita

L'indomani mi meravigliai nel trovarla, già in attesa, nel Corpo di Guardia. Mi disse che tanto era sulla strada per San Ruffillo ed aveva fatto qualche passo in più per vedere dove fosse la mia caserma. Non proseguimmo per i giardini. Ci fermammo ad un cinema e ci sistemammo nelle ultime file. Non ho mai saputo quale spettacolo proiettassero perché la mia attenzione era attratta da ben altro. Rimanemmo per tutto il tempo, baciandoci teneramente, avvinghiati l'uno all'altro più di quanto lo fossimo la sera prima nel turbinio della danza.

Quando arrivai a Budrio erano le dieci del mattino e cercai la sua casa seguendo le poche indicazioni che ero riuscito a strapparle i giorni precedenti. Il paese non era molto grande, ma mi costrinse comunque a percorrere diverse strade prima di trovare il posto giusto. Giunsi ad una casa modesta in periferia dietro l'indicazione del postino che fortunatamente mi capitò di fronte quando ormai avevo già perso ogni speranza di trovarla. Era una casa isolata ed intorno aveva una corte dove diversi animali, galline, oche, maiali e anatre, scorrazzavano in libertà. Mi avvicinai al cancello e suonai. Si affacciò una donna di mezza età, ancora piacente, ma coi vestiti sdruciti sotto un grembiule sporco ed un gran fazzoletto sul capo. Senza muoversi dalla porta, mi chiese cosa desiderassi. Francamente imbarazzato non sapevo cosa dire. Non mi aspettavo tanto squallore e stavo per inventare qualcosa che mi togliesse d'impiccio per poi tornarmene subito dopo a Bologna. Ma contemporaneamente si affacciò anche Giovanna che mi corse incontro e mi abbracciò di fronte a quella donna. Non risposi con molta effusione anche perché mi trovai tra le braccia una ragazza dimessa e arruffata, con un odore addosso che si confondeva con quello della corte e non somigliava affatto a quel gradevole profumo delle sere precedenti. Avevo voluto farle un'improvvisata e questo ne era stato il risultato. Ma lei non sembrò delusa più di tanto e mi presentò alla madre che intanto era corsa dentro per togliersi il grembiule e per darsi una ravviata ai capelli.

Volle che io restassi a pranzo con loro. La sua famiglia era tutta lì. Viveva con lei, vedova già da parecchi anni, e con un fratello scapestrato che stava sempre fuori di casa e tornava soltanto a tarda sera. Mi fece entrare nella sua camera. Un posticino pulito, ma con qualche fronzolo di soprammobile di troppo che appesantiva un poco l'atmosfera semplice di tutto l'arredamento. Sua madre intanto si era messa a correre dietro un galletto che si infilava in ogni pertugio per sfuggire alla cattura, e lei, dopo aver socchiuso la finestra, cominciò a sbottonarmi prima i pantaloni e poi la camicia. Su di sé aveva già prima eseguito un'operazione rapida sganciando soli due bottoni che fecero cadere di colpo la sua veste, lasciandola completamente nuda. Mi trovai coinvolto troppo rapidamente per riuscire a manifestare la mia perplessità e lo sconcerto di fare certe cose con sua madre lì a pochi passi. Fui travolto da lei sul letto e la sua focosa generosità mi fece presto dimenticare dove mi trovavo.

Appena finimmo, a mente più libera, le chiesi se non fosse più prudente che mi rivestissi. Avrei molto volentieri replicato, ma la presenza di quella donna a pochi passi mi dava un certo disagio. Ma non volle. Mi chiese di restare lì sul letto mentre lei si sarebbe allontanata un attimo per vedere se sua madre fosse ancora impegnata a preparare il galletto per il pranzo. Quando rientrò era completamente trasformata, si era lavata, pettinata, profumata e aveva indossato una vestaglia di seta rosa elegante che gli consentiva di muoversi con un'aria provocante e sensuale. Poi accompagnando coi gesti le parole e ripetendo sul mio membro il gesto di spennare il collo del galletto disse:

- " Mamma è arrivata appena al collo; prima di spennarlo tutto ci vorrà una buona mezzora" -

Fui io questa volta a trascinarla sul letto e facemmo il bis con molta più calma e più perizia di prima.

Intanto con una voce garbata la madre chiamò la ragazza per apparecchiare la tavola per il pranzo. Mi vestii in tutta fretta e li raggiunsi in cucina mentre parlottavano tra di loro a voce bassa. Appena fui in grado di sentire si zittirono e rimasero entrambe a guardare come se attendessero da me che dicessi qualcosa. Parlai per rompere il ghiaccio e rivolto alla madre dissi:

- "Mi spiace d'avere arrecato tanto disturbo; se posso essere utile in qualcosa non faccia complimenti. Sono a sua disposizione."-

Quelle parole produssero subito ciò che forse era nell'aria, ma che io non sospettavo assolutamente. La donna abbandonò la cucina e Giovanna mi venne incontro con un sorriso.

- "Quando sei entrato parlavamo proprio di questo. E' ancora molto giovane e le occasioni quassù non sono molte. A te non dispiace vero? Vedrai che è molto più brava di me." -

Mi prese per un braccio e con dolcezza mi spinse verso la camera da letto. Quando finalmente capii cosa avrei dovuto fare era oramai troppo tardi. Sua madre stava supina sul letto con la vestaglia di seta rosa negligentemente aperta sul davanti.

Dovetti constatare che aveva ragione: era molto più brava di lei.

* * *

A N I N N I N O

Mio caro Giovannino/

non ti reggi più in piedi;/

sei smunto, macilento/

ed un pò curvo e storto;/

E' forse la trombosi/

o forse sono gli anni?/

Non lo si saprà mai./

Resisti anche da morto/

e porgi orecchie e rai/

ai saldi miei richiami/

che puntualmente assolvi/

con scrupolo e coscienza/

tuffandoti impetuoso/

come ai bei tempi andati/

nel vortice schiumoso./

Ti dai molto da fare/

senza molta prudenza/

e riesci spesso e male,/

per la tua incontinenza,/

ad increspare il mare/

senza gran risultati./

Ben lungi è la buffera/

che negli incontri amati/

riuscivi a scatenare /

con furore gioioso./

Eran brevi respiri,/

erano lunghe lotte/

eran dolci sospiri/

era una breve notte./

Ma tu non hai rimpianti./

E' questa la tua vita,/

la vita è la tua morte,/

perchè tu vivi e muori/

con antica cadenza./

Che grande differenza/

con la mia dura sorte/

che mi trascina fuori/

per un'unica volta/

irrimediabilmente/

verso una sola morte./

* * *

Diario: Bologna, Gennaio 1943

La prima metà del mio Corso di allievo ufficiale carrista stava oramai per concludersi ed ero in procinto di aggiungere al braccio i galloni di sottufficiale. La mia attività di fotografo mi aveva reso popolare in tutta la compagnia e non mi era difficile ottenere permessi serali molto frequenti. Avevo a disposizione un certo capitale - ottenuto dalla vendita della barca - che avevo depositato in Banca appena giunto dalla Sardegna e potevo permettermi il lusso di sfoggiare il libretto di assegni che usavo generosamente soprattutto con i miei superiori, invitandoli talvolta a cena alle Due Torri, o permettendomi qualche extra da gran signore.

Quella sera in Via Ugo Bassi c'era un certo fermento perché sarebbero arrivate le 'nuove' e diversi giovani facevano la fila per poterle vedere entrare. Era una 'casa' di lusso ed il prezzo non consentiva a tutti di usufruire dei piaceri di quelle splendide ragazze che venivano da tutte le parti del mondo. Non ero tra i frequentatori abituali perché Bologna fortunatamente offriva distrazioni più a buon prezzo e meno sofisticate. Tuttavia nel concedermi quel passatempo costoso c'era uno strano piacere, un non so che di misterioso che dava la sensazione di svolgere un rito particolare, riservato solo a pochi, in cui tutto era accompagnato dal fascino del proibito e dell'inarrivabile.

Dopo breve esitazione salii quelle scale - ornate da una guida rossa ed un passamano in cordone di seta - con un lieve batticuore. Pur non essendo un novellino, quell'ambiente mi dava sempre un certo senso di soggezione che riuscivo a superare soltanto quando mi trovavo in 'camera' con la ragazza. La 'maitresse' mi diede il benvenuto, mi condusse in un salottino azzurro arredato da due comode poltrone damascate dello stesso colore della tappezzeria. Vestivo da borghese e lei si intrattenne per qualche minuto con me come se fossi un vecchio e caro amico:

- "Si accomodi, prego. Fra qualche minuto scenderanno le ragazze che le terranno buona compagnia. Se lei desidera un 'drink' me lo dica. Di solito ci è vietato servire alcoolici, ma per gli amici facciamo sempre un'eccezione." -

Sicuramente disilludendola le dissi che ero astemio. Avevo sentito dire da amici, che quelle bevute collettive, a base di spumante, costavano salate ed io non avevo nessuna voglia di sprecare i miei soldi. Scambiata ancora qualche parola di convenienza sul mio luogo di provenienza e sul clima rigido di quell'anno, servendosi di un telefono posato sul tavolino premette alcuni pulsanti e subito il salottino fu invaso da quattro belle figliole. Quelle ragazze così eleganti, così sofisticatamente profumate, così educate, facevano parte certamente di un ambiente diverso da quello frequentato dalle loro colleghe di più basso rango in cui la sfacciataggine, la grettezza, l'ignoranza erano gli elementi di spicco delle loro professione. Le altre 'case' più popolari, avevano un unico salone dove ci si incontrava tutti; questa, coi suoi tanti salottini separati e discreti rendeva la scelta meno precaria e sbrigativa dando più la sensazione di un approccio occasionale, anziché di un accoppiamento nel branco.

Le ragazze, fresche di giornata, erano al loro primo contatto con la città ed alcune non parlavano nemmeno la nostra lingua. Scelsi una ragazza nera che somigliava molto a Josephine Backer, la cantante che mi aveva entusiasmato da ragazzo cantando 'je deux amours' . Aveva il corpo d'ebano, modellato con quella grazia occidentale che rende la donna perfettamente proporzionata nelle sue tre dimensioni principali, ed in più la sua pelle era morbida e liscia ed i suoi modi discreti e misurati. Era la mia prima esperienza esotica e trovavo eccezionalmente sensuale il contrasto fra le sue mucose rosee all'interno e la sua pelle scura. Mise un disco, e abbassò la luce del paralume. Colsi l'occasione per mettermi rapidamente il preservativo e nel riporre il portafoglio, cadde sul letto la dedica di Marinetti che lei - forse scambiandola per la bustina vuota del profilattico - prese e posò sul comodino. Non si poteva mai sapere. Nonostante quel particolare ambiente mi facesse apparire quel mio gesto del tutto fuori luogo, l'ossessione di buscarmi qualche malattia venerea era sostenuta dalle mille conferenze che in continuazione sentivo nelle periodiche raccomandazioni del nostro medico militare.

Fu molto brava nel fare all'amore. Dolce e disponibile si esibì nelle posizioni più allettanti. Alla fine volle intrattenersi ancora un poco con me per parlare. Questo suo desiderio così strano, in una che faceva il suo mestiere, mi colpì sinceramente. Capiva perfettamente l'italiano anche se non lo parlava correttamente. Raccontò la sua storia e disse di avere dovuto espatriare per aiutare i suoi genitori. Causa la carestia, erano già diversi anni che non riuscivano a far produrre la terra. Aveva trascorso un'infanzia infelice, maltrattata da un patrigno che abusava di lei e la costringeva, ancora molto giovane, a lavorare nei campi. Le usanze del suo paese erano molto rigide e difficilmente si poteva andare contro corrente.

Ora, liberatomi dal desiderio di lei intendevo recuperare la mia dedica. Non avevo nessuna intenzione di perdere quel pezzetto di carta ripiegato e mi sporsi per prenderlo.

- "E' la lettera della tua fidanzata?"

Disse lei anticipando la mia mossa.

-"No, è una dedica "-

-"Di un calciatore? Fammela vedere! Sai io ne conosco molti."-

-"No, è di uno scrittore famoso" -

-"Fammela vedere lo stesso" -

Lei l'aperse ma non fu in grado di decifrare la calligrafia. Gliela lessi lentamente ma lei non la capì perché, interrompendomi a metà disse:

- "Ah! Il grande albero futurista... Sai anch'io ho avuto a che fare con un grande albero." -

Ad un certo punto accese il lume centrale della stanza e, stando distesa supina, sollevò le ginocchia e aprì le gambe:

- "Guarda!. Vedi questa cicatrice qua in mezzo? Bene quando avevo cinque anni mi hanno legata sotto il grande albero delle cerimonie e me l'hanno tagliato. Lo fanno a tutti i bambini da noi."-

Non gli chiesi quale fosse il motivo di quella mutilazione perché già avevo letto qualcosa sulle usanze di quelle regioni che praticavano la circoncisione, ma volli sapere da lei se questo le aveva in qualche modo cambiato la vita.

- "Certo che me l'ha cambiata. Quando per la prima volta, ancora molto giovane, sono stata con un uomo, ho provato soltanto dolore. Da allora cerco sempre un piacere che provo soltanto raramente." -

- "Allora i tuoi orgasmi di poco fa, facevano parte di quelle poche volte?" -

- "Se a te fa piacere, si, è stato molto bello" -

In un primo tempo la credetti sincera e non diedi peso al significato reale rappresentato dalla introduzione alla sua risposta. Si era dimostrata affettuosa con me oltre ogni limite. Quando scesi per pagare alla cassa ebbi la sgradita sorpresa di vedermi addebitato il doppio della tariffa.

A questo punto mi fu perfettamente chiaro il senso delle sue confidenze. Anche la sua affermazione faceva parte di quella finzione dorata che accomunava il falso broccato dei salottini con i suoi mugolii al momento del mio orgasmo.

Diario: Bologna, Febbraio 1943

Era una giornata uggiosa ed il freddo aveva nuovamente ghiacciato la fanghiglia che si era formata nelle strade dopo le ultime piogge. Ci recammo dalle parti del fiume Savena per fare scuola guida con le moto pesanti. Avevamo in dotazione le Guzzi 500 cc. e quelle esercitazioni erano sempre molto attese perché consentivano di muoverci a nostro piacimento. Quella mattina si trattava di fare moto cross, guadando il torrente e inerpicandoci nei ripidi argini del fiume. Mi consideravo abbastanza bravo in quella specialità e ne avevo dato spesso la dimostrazione. Mi misi baldanzoso in sella della moto ed iniziai a fare evoluzioni e caroselli accennando anche qualche mossa acrobatica. Non dimenticavo di essere stato pilota di aeroplani e pretendevo di fare anche con la moto qualcosa di eccezionale. Misi i piedi sulla sella e mi accinsi a dare la scalata all'argine. Tutto andò bene per la salita, ma durante la discesa, giunto a metà del pendio, il mezzo sbandò ed io fui scaraventato pesantemente a terra. Sulle prime non mi resi conto dell'accaduto e tentai di rialzarmi. Ma un acuto dolore alla gamba destra mi tenne là immobile seduto per terra. Con mia grande costernazione vidi il piede in una posizione assurda: era ruotato completamente all'indietro. Cercai di raddrizzarlo, ma inesorabilmente il piede ricadeva su un lato. Mi resi conto solo allora della gravità dell'incidente.

Fui trasportato all'ospedale militare dove mi diagnosticarono una frattura elicoidale del perone e della tibia e successivamente mi ricoverarono al centro traumatologico del Putti, uno dei migliori centri ortopedici nazionali, con in testa un leader della materia: il prof. Scaglietti. Questi mi visitò accuratamente e, dopo aver confermato la diagnosi passò ai suoi aiuti l'incombenza della messa in trazione e dell'ingessatura. Uno di questi, il dott. Morandi, curò personalmente l'operazione e si prese cura di modellare il gesso con la perizia di un artista come si trattasse di una scultura.

- "Vedi ,mi disse riferendosi all'opera appena compiuta, ora abbiamo ridato all'arto la stessa foggia anche all'esterno. In questo modo non sarà più necessario che tu stia in trazione per dei giorni. Il gesso stesso adempirà a questa funzione naturalmente." -

Stette a guardare per un poco di tempo il suo capolavoro poi mi affidò agli infermieri che mi condussero nella grande camerata. Da quel momento i dolori lancinanti si fecero sentire sempre più forti fino a richiedere una iniezione di morfina che finalmente mi consentì di dormire per un poco. Ma il sonno fu pieno d'incubi.

Qualcuno che si celava dietro ad una maschera sgradevole mi torturava inesorabilmente, strappandomi lembi di pelle con delle pinze arroventate. Quella maschera sogghignava mentre io allungavo le mani per strappargliela dal viso senza mai riuscirvi. Nonostante molti occhi fossero puntati su di me, nessuno veniva in mio soccorso ed il mio carnefice operava con una calma esasperante, alternando le sue sevizie con altrettante cure che rimettevano a posto e suturavano ciò che prima era stato strappato.

L'indomani il dolore non mi era passato. Lo dissi al dottore che mi visitò ed al professore quando fece il suo giro. Mi risposero che dovevo aver pazienza. Era una brutta frattura che mi avrebbe dato noia ancora per qualche giorno. Ma di giorni ne trascorsero molti ed il dolore anziché cessare aumentava sempre più. Il dott. Morandi diceva che tutto procedeva per il meglio: l'ultima radiografia aveva indicato che il callo osseo già cominciava a prodursi e non c'era ragione che giustificasse quei miei dolori. Parlò anche di reazione isterica e mi fece una lezione su Freud affermando che talvolta ciò può anche succedere.

Erano già trascorsi quindici giorni dall'intervento ed oramai mi ero abituato a convivere con quella tortura che non mi abbandonava mai. Avevo anche smesso di lamentarmi coi medici. Quella lezione del dott. Morandi mi aveva creato un forte senso di disagio perché - non potendo mettere in dubbio la sua scienza - pensavo veramente ad una mia condizione di frustrazione legata forse alla depressione che seguì la mia prima disavventura.

Quando una sera venne a trovarmi il capitano Mauri, comandante della mia compagnia, confidai a lui tutta la mia amarezza per non essere riuscito a portare a termine - nemmeno questa volta - il corso di allievo ufficiale e guadagnarmi i gradi di sottotenente. Gli raccontai le precedenti vicissitudini, che lui in parte conosceva per averle lette nel mio foglio matricolare, e mi promise solennemente che avrebbe fatto di tutto per non farmi superare i sessanta giorni di degenza in ospedale che mi avrebbero irrimediabilmente escluso dal corso. Alla fine dei due mesi avrebbero dovuto cambiare l'ingessatura totale, che impegnava tutto l'arto, con un'altra protesi a gambaletto che mi avrebbe consentito anche di camminare, sia pure con le stampelle. A questo punto lui avrebbe chiesto il mio trasferimento all'infermeria del reparto e poiché ciò non comportava nessuna assenza, avrei potuto proseguire il corso come gli altri con un esonero straordinario dalle attività ginniche.

Non erano trascorsi ancora i due mesi quando una mattina il prof. Scaglietti nel suo giro d'ispezione si soffermò più del solito sulla mia gamba. Nel collo del piede, fra le tante firme apposte dai miei compagni, che ogni tanto venivano a trovarmi, trasudava qualcosa di scuro che attrasse la sua attenzione. Dopo aver chiesto chi mi avesse fatto l'ingessatura, volle che fossi subito trasferito in infermeria. Mi fece togliere il gesso e ciò che vide gli fece torcere il naso al punto da fargli scivolare gli occhiali a pinzetta con la montatura in oro. Sul mio piede, proprio nella giuntura, si era formata una larga macchia nerastra che emanava un fetido odore di cadavere. Inveì violentemente contro l'autore di quella dannata ingessatura dicendo che se lui non si fosse accorto in tempo di quella macchia, la cancrena si sarebbe estesa a tutto il piede e per salvarmi avrebbero dovuto amputarmelo. Se la prese anche contro di me; per lui era assurdo che non avessi mai sentito dei dolori acuti. Fu inutile dirgli che avevo protestato fino ad un certo punto e cioè fino a quando qualcuno non mi convinse che il dolore era frutto della mia immaginazione malata. Disse ancora che la necrosi era sul punto di compromettere il tibiale anteriore che determina la motilità del piede; solo ancora poche ore e non avrei abbandonato le stampelle per tutta la mia vita.

Ma come era potuto succedere tutto ciò? Semplice. Preso dalla sua smania di modellare artisticamente l'arto, il dott. Morandi aveva dimenticato di sciogliere un 'cravattino', legato al collo del piede, che serviva per tenere in trazione la gamba prima dell'ingessatura. Questo laccio impedì la circolazione del sangue e la zona andò in cancrena.

Lo scampato pericolo pose in secondo piano il problema del rientro al reparto e rimasi ancora in ospedale fino a quando non fu possibile curare il decubito ambulatoriamente. Fortunatamente il capitano Mauri trovò una scappatoia anche a questa nuova disgrazia e i quattro giorni eccedenti i sessanta furono computati come licenza straordinaria.

* * *

Diario: Maniago, Maggio 1943

Se prima potevo dirmi fortunato per aver conquistato la simpatia dei superiori ora, stando ricoverato in infermeria, usufruivo addirittura di un trattamento speciale: dormivo in un lettino comodo e godevo di un vitto speciale che proveniva dalla mensa ufficiali. Frequentavo regolarmente le lezioni del corso e partecipavo alle esercitazioni sui carriarmati più e meglio degli altri, perché mi veniva concesso il privilegio di avere un istruttore tutto per me, senza essere soggetto agli snervanti turni che affliggeva il battaglione allievi.

Dopo alcune settimane partimmo per il campo di tiro a Maniago ed io seguii il battaglione, comodamente, in prima classe, assieme agli ufficiali. Oramai avevo abbandonato le stampelle per il bastone e anche solo con questo mi muovevo con disinvoltura; ma non avevo abbandonato la macchina fotografica che continuava a servirmi per fotografare tutti in ogni circostanza. La cosa più straordinaria era che nessuno invidiava la mia posizione. Quel bastone faceva nascere intorno a me un partecipato senso di solidarietà che si manifestava in tutte le circostanze. Chissà per quale motivo uno zoppo è compianto più di un tubercolotico o di un malato di mente! Forse per quella strana andatura che lo fa assomigliare a un bambino che tenta i primi passi e quindi ad un essere indifeso che ha necessità d'aiuto. Ma quella solidarietà era solo maschile. L'unica ragazza abbordabile, Lucia, che era commessa in un bar, mi evitava e mi scherniva non appena mi vedeva arrivare. Mi chiamava l'allievo sciancato. Si diceva che fosse stata con tutto il battaglione o quasi, ma con me non era mai voluta venire nonostante le avessi offerto il triplo di quanto pagavano gli altri. Maniago non era Bologna e non c'era molto da scegliere.

Una sera mi confidai con degli amici che la frequentavano spesso e trovai in loro la massima comprensione. Qualcuno avanzò una proposta che sulle prime mi parve assurda: perché non far cadere nel tranello la Lucia facendola abbordare da uno di loro che, senza che lei se ne accorgesse, si sarebbe scambiato con me quando si fosse presentata l'occasione propizia? Mi lasciai convincere. Si trattava solo di trovare il luogo ed il momento opportuni. Il luogo lo suggerii io stesso: potevamo farlo nel comodo lettino dell'infermeria dove la sera ci dormivo da solo. Uno di loro si offrì per sondare la sua disponibilità a breve termine.

La risposta la ebbi nel giro di due giorni. Mario, il mio compagno generoso, era riuscito a fissare un appuntamento a Lucia per quella stessa sera nell'infermeria del battaglione. Decidemmo ogni particolare e ci parve che la cosa potesse andare liscia come l'olio.

Io mi nascosi sotto al letto, dopo aver dato le chiavi della stanza a Mario che doveva portarvi la ragazza. Non fu lunga l'attesa. Sentii il cigolio della serratura e un parlottio che non lasciava nessun dubbio. Accesero la luce e si spogliarono. Da sotto il letto vedevo le loro gambe fino all'altezza del ginocchio: ben tornite e bianche quelle di Lucia, nere e pelose quelle di Mario. Poi spensero la luce e anche la rete del letto cominciò a cigolare. Dovevo solo attendere che Lucia si alzasse dal letto. Io ero già completamente nudo e senza molta fatica avrei sostituito Mario che intanto se la sarebbe filata. Ecco ora Lucia si era alzata e si dirigeva verso il bagno. La stanza era completamente immersa nel buio; finalmente toccava a me. Sgusciai da sotto il letto, mi infilai sotto le lenzuola e attesi. Lucia tornò e si sdraiò con la faccia sul cuscino. Le fui subito sopra e trovai tastandole i glutei il luogo per penetrarla. Ero in astinenza da oltre due mesi e conclusi alla svelta quella prima galoppata. Rimasi zitto e fermo accanto a lei per oltre dieci minuti, poi mi decisi a smuoverla per riprovarci in una diversa posizione e questa volta con più calma. Tentai di farla girare, ma lei oppose una tenace resistenza. Non ne voleva sentire. Pensando che oramai non fosse più il caso che mi nascondessi, la chiamai dolcemente per nome accarezzandole il capo. Quei suoi capelli però erano corti e crespi molto diversi da quelli di Lucia che li aveva lunghi e lisci.

Quando accesi la luce, mi trovai nel letto con Gigetto: era il 'diverso' della compagnia, molto disponibile per quel genere di scherzi, ma certamente assai meno appetibile di Lucia.

* * *

Diario: Maniago, Luglio 1943

La vita al campo estivo di Maniago trascorreva tra esercitazioni di tiro coi carri pesanti M40 e quelle di manovre tattiche con quelli leggeri L25. La ferita da decubito al collo del piede tardava a rimarginarsi ed aveva bisogno di continue medicazioni mentre la frattura della gamba si era ormai consolidata e mi consentiva di spostarmi autonomamente a piedi o in bicicletta nella ridente campagna che circondava il paese. Anche se formalmente seguivo l'attività del corso, di fatto ero considerato fuori dai ranghi del reparto e nessuno si occupava di me. Avevo anche trovato una deliziosa trattoria a pochi chilometri dal paese dove con poche lire riuscivo a fare dei pasti favolosi a base di polenta, funghi e cotechino.

Quella mattina avevo frequentato per qualche ora l'esercitazione di tiro che si svolgeva nel greto di un torrente. I tiri erano mirati su un bersaglio fisso situato a circa un chilometro sullo sfondo delle montagne della Val Cellina ed io ero riuscito a centrarne in pieno due. Approfittando del rientro in paese di un sottufficiale, abbandonai il reparto e rientrai a Maniago.

La giornata era calda e tersa, lavata dalla pioggia caduta a dirotto il giorno prima e la vegetazione esplodeva in ogni anfratto infiorando le rughe della montagna. Appena giunsi in paese notai un folto gruppo di persone ferme sul Corso. Data l'ora di pieno lavoro, questo non era consueto: era accaduto certamente qualcosa di eccezionale. Fra le persone riconobbi il capitano Mauri, il tenente Pietri e ,al centro, inconfondibile soprattutto per la sua statura, Primo Carnera. Mi avvicinai al gruppo e il tenente, vedendomi con la fedele macchina fotografica a tracolla, mi presentò a lui e volle che gli scattassi alcune foto ricordo assieme agli altri ufficiali. Il pugile, ormai lontano dal ring, dopo essere rientrato di recente dall'America, viveva a Sequals, paese a pochi chilometri da Maniago. Qualcuno tra i nostri ufficiali, un suo lontano parente, lo invitò al reparto per farlo conoscere ai suoi colleghi. Tentammo di invitarlo a pranzo ma, il campione mondiale dei pesi massimi ci disse di avere un altro impegno preciso: doveva recarsi a Udine dove un gruppo di suoi amici gli aveva organizzato una serata in suo onore in occasione di una mostra futurista al Castello.

Molto interessato alla cosa gli chiesi se conosceva qualcuno di loro. Sulle prime parlò del vecchio Giacomo Balla che lui conosceva personalmente, poi aggiunse che forse sarebbe venuto anche Marinetti.

Portavo la dedica di questo personaggio sempre nel mio portafoglio, religiosamente custodita fra le immagini dei Santi protettori che le mamme ci raccomandano di tenere sempre con noi. La presi e la mostrai a Carnera. Forse perché era presbite e non voleva mettersi gli occhiali, faceva fatica a decifrarla. Allora gliela lessi e lui rimase perplesso quando alla fine conclusi con << diventi un grande albero sardo futurista dalle radici vorticosamente elica>>. Non aveva afferrato il senso ma volle ugualmente dire la sua:

- "Bella, veramente bella. Complimenti. Se lei è un suo amico sarà felice di incontrarla. Venga anche lei questa sera." -

- "La ringrazio. Sarei molto felice di rivedere il Maestro, anche se dall'ultimo incontro è oramai passato tanto tempo. Può anche darsi che non si ricordi più di me."-

Lui con quella sua mano gigante mi diede una pacca sulla spalla e continuò gioviale:

- "Non ha molta importanza se non si ricorda. Gli faremo rileggere la sua dedica. Così avrà anche la bontà di spiegarcela. Venga! ". -

Lo disse con tanto entusiasmo che non potei dire di no e dato che erano presenti anche i miei superiori chiesi il permesso ufficiale per assentarmi dal reparto.

Diario: Udine, Maggio 1943

Non ero mai stato ad Udine e trovai la città stupenda. Arrivammo nella bella piazza Contarena quando ancora il sole impreziosiva la Loggia del Lionello e la Loggia di S. Giovanni. Ci inerpicammo su, attraverso il Portico Ogivale, e raggiungemmo il Castello, sede della mostra. L'imponente edificio, eretto da Giovanni Fontana nel 1517, stava sulla sommità del colle e dominava l'intera città mentre la statua girevole dell'Arcangelo Gabriele, sempre rivolta verso il sole, faceva buona guardia dalla sommità del campanile di S. Maria di Castello.

Avevo fatto i quaranta chilometri che ci dividevano dalla città in auto con Carnera. La sua compagnia si dimostrò molto affettuosa e spontanea. Parlava quasi sempre lui e raccontava soprattutto delle sue disavventure americane. Aveva una venerazione per il Duce e indugiava, compiacendosi molto di quegli eventi che lo avevano consacrato - primo pugile fra gli italiani - campione del mondo. Parlò degli incontri col Capo del fascismo e mi mostrò una sua fotografia che teneva nel portafoglio.

- "Vedi, mi disse, qui sono a Palazzo Venezia dal Duce."

La foto lo ritraeva con un gruppetto di gerarchi fra i quali vi era anche Starace in tenuta da cavallerizzo. Mussolini, al centro aveva al suo fianco altri due famosi pugili: Spoldi e Turiello. Lui, Carnera, in camicia nera e divisa d'orbace, probabilmente per non far sfigurare con la sua mole il Duce, era stato relegato in seconda fila. Mi disse che fu proprio Starace a fargli prendere quella posizione, Lui l'avrebbe voluto al suo fianco, ma gli altri due pugili erano più bassi e facevano figurare meglio la figura di Mussolini.

La mostra era inserita in alcune manifestazioni volute dal Regime e Primo Carnera era l'ospite festeggiato. Appena arrivammo fu circondato da ammiratori che chiedevano autografi e gli ponevano le più strane domande. Io mi persi tra la folla e claudicante percorsi quelle immense sale del Castello speranzoso di incontrare qualche viso conosciuto. In un angolo, seduto in una poltrona vidi Balla che avevo conosciuto a Cagliari in occasione di una manifestazione futurista al bastione S.Remy. Era molto invecchiato ed attorno a lui aveva una cerchia di altre persone che non conoscevo. Mi avvicinai e cercai di farmi riconoscere. Erano già passati sei anni da quella manifestazione ed il pittore si ricordò appena di aver esposto anche a Cagliari. Fu un colloquio breve pieno di frasi convenzionali che denotavano come la sua memoria non avesse registrato quell'episodio. Ma forse le mie pretese andavano altre il limite del concesso dato che un personaggio come lui, sempre attorniato da una folla di estimatori, aveva poche probabilità di ricordare episodi così insignificanti. Non ebbi il coraggio di chiedergli notizie del Maestro per non apparire disinformato. Al contrario fu lui a chiedermi notizie di Patarozzi, che avevo lasciato in Sardegna da quasi due anni ed io non seppi dirgli nulla. Così il discorso fu preso nuovamente dagli altri ed io rimasi ai margini del gruppo finché non decisi di allontanarmi del tutto.

Ad un certo punto della serata, quando già i personaggi importanti della manifestazione avevano preso posto nell'emiciclo delle autorità con Carnera al centro, nella grande sala corse un bisbiglio che si fece sempre più chiaro e forte: Arriva Marinetti! L'emiciclo si scompose e molti personaggi si portarono all'ingresso principale per riceverlo. Ma era stato un falso allarme. La vettura che saliva il pendio del colle non portava il Poeta futurista, ma un suo portavoce che si scusava per l'improvvisa defezione del Maestro. Marinetti si era sentito male prima di partire ed era stato costretto ad un ricovero d'urgenza in ospedale. Forse fu quella la prima avvisaglia del male che nel '44 lo stroncò definitivamente.

Andai via alla chetichella senza nemmeno salutare e ringraziare Carnera per le sue cortesie. Trovai in piazza un mezzo pubblico che passava per Maniago e feci ritorno al reparto.

Rientrammo dal campo estivo per sostenere gli esami che ci avrebbero finalmente consentito di indossare la divisa di Ufficiale. Sul giubbetto anziché l'Aquila dell'aeronautica avrei messo il drago del 4deg. Reggimento Carristi. Non potevo dire di essere deluso. Oramai avevo definitivamente rinunciato alla gioia del volo e mi accontentavo di raccogliere il frutto delle mie disavventure, pago di non essere stato punito oltre misura. Gli esami durarono una ventina di giorni e il verdetto fu esposto alla bacheca del Comando il 22 agosto. Tutti idonei e tutti a casa fino al 15 settembre. Una meritata licenza che doveva servire a prepararci spiritualmente prima di essere inviati a combattere al fronte con la divisa di sottotenente.

Rimini : Agosto 1943

Non potendo recarmi in Sardegna perché occupata dagli alleati, decisi di trascorrere la mia licenza a Rimini con mio fratello Beppe, capitano pilota in quell'aeroporto.

Quella spiaggia lunghissima era magnifica. Non si aveva affatto l'impressione che fossimo ormai in guerra da tre anni. L'arenile era gremito da una umanità varia, che non mostrava nessun segno di sofferenza. Il fatto poi che il succinto abbigliamento balneare desse a tutti lo stesso apparente rango sociale, faceva sì che il pezzente sguazzasse nell'acqua limpida accanto al pluri-milionario e il soldatino semplice non fosse obbligato a irrigidirsi sull'attenti di fronte al generale.

Oramai la mia ferita al piede era quasi guarita e camminavo speditamente. Al mattino raggiungevo la spiaggia e mi trattenevo lì fino all'ora di pranzo, mentre il pomeriggio e la sera li trascorrevo con una ragazza, figlia di sardi amici della mia famiglia, molto più giovane di me. Aveva appena sedici anni, ma per la sua spigliatezza, talvolta sfrontata, e per il suo fisico, molto sviluppato, ne dimostrava almeno venti. Lei era nata in Sardegna, ma non aveva più nessun tratto, né somatico né psichico, che potesse ricordare la sua regione d'origine. Se prima fui un poco restio a favorire uno stretto rapporto con lei, in considerazione della sua giovane età, dopo pochi giorni della sua compagnia, allettante e provocante, cedetti. Galeotto fu soprattutto un suo discorso che mi fece una mattina mentre stavamo seduti tranquilli e composti in un giardinetto del lungomare. Mentre parlavo della piacevole spregiudicatezza femminile delle ragazze romagnole, lei disse:

- "Non vedo cosa tu ci trovi di tanto strano. Qui tutte le ragazze sono meno ingenue delle nostre conterranee. Vedi, anch'io ho imparato a masturbarmi fin dall'età di otto anni e non sono più vergine da almeno tre." -

Volli approfondire il discorso e, senza mostrare alcuna meraviglia, le chiesi:

- " Hai avuto rapporti sessuali con molti uomini?" -

- "No, appena tre. La prima volta avevo solo tredici anni e lui, che era un bell'uomo, mi fece cadere nella trappola promettendo di sposarmi. Qualche giorno dopo lo vidi passeggiare nel lungomare con la moglie sottobraccio. Il secondo fu un mio compagno di scuola, del quale mi innamorai pazzamente, ma anche quello durò poco. Il terzo fu quasi uno scherzo. Conobbi un bel ragazzo durante una festa fra compagni e dopo aver abbondantemente bevuto ci ritrovammo entrambi nel letto della padrona di casa. Lui era restio e fui io a proporgli di farlo. Sulle prime non riuscì, ma poi fu preso da una strana smania e si buttò su di me. Concluse in un baleno e non mi accorsi nemmeno di aver fatto l'amore. Tu, se vorrai, potresti essere il quarto." -

Non risposi. Le cinsi il braccio dietro al collo e la baciai teneramente. Da allora lo facemmo ogni sera dietro al molo del porto canale.

Ma l'armistizio dell'otto settembre pose fine ai nostri amori e, per il momento, ad ogni speranza di indossare quella divisa di ufficiale carrista. Sia io che mio fratello, non volendo aderire alla Repubblica Sociale, preferimmo rifugiarci alla macchia, nella zona circostante. La vita in montagna non fu delle più rosee e soltanto dopo molte traversie e privazioni, nell'agosto del 1944, io riuscii a rientrare in Sardegna.

* * *

IN UN NEGOZIO D'ANTIQUARIATO

Qualche commessa scialba;/

ovunque mobili d'oro/

sazi d'antichità;/

arazzi pregiati,/

chincaglierie /

d'alto prezzo;/

un vecchio pendolo/

senza vita.//

Poi... Tu, bellissima,/

ancora risplendente /

e molto viva.//

Oh per me quanto lungo,/

lento e vano/

trascorrer del tempo!//

Non così per Te./

Sulle tue gote/

l'ingenuo pallore/

dei primi vent'anni, /

ricorda ancora/

i nostri romantici incontri,/

le timide strette di mano,/

l'ansia ch'io non giungessi,/

o che partissi via.//

Com'era bello/

il primo dischiudersi/

del tuo bocciolo/

alla mia vita.//

Ma fu solo un attimo./

Ora ti fisso smarrito;/

e la tua figura,/

lentamente si appiattisce,/

con un mesto sorriso,/

fondendosi/

nei colori screpolati/

d'un quadro d'autore./

F I N E

Inviata a Fabula su INTERNET

Il 23 Settembre 1996

Valerio Piseddu : Ed. 23/9/96 ore 17

Indice del Volume

Pag 1 Introduzione: Marinettiana

Pag 10 Quartu : Novembre 1935

Pag 14 Ad un Legionario (Poesia)

Pag 14 Quartu : Gennaio 1936

Pag 19 Quartu : Maggio 1936

Pag 21 9 Maggio (Poesia)

Pag 24 Cagliari : Agosto 1936

Pag 28 Partenza (Poesia)

Pag 29 Cagliari: Maggio 1936

Pag 34 Cagliari : Luglio 1936

Pag 36 Nel Chiostro (Poesia)

Pag 38 Cagliari : Ottobre 1936

Pag 42 Olocausto (Poesia)

Pag 43 Cagliari : Settembre 1938

Pag 47 Notte (Poesia)

Pag 48 Grottaglie : Settembre 1939

Pag 54 Volare (Poesia)

Pag 55 Grottaglie : Aprile 1940

Pag 58 Due sillabe (Poesia)

Pag 60 Taranto: Aprile 1940

Pag 61 Canzone (Poesia)

Pag 62 Napoli : Aprile 1940

Pag 66 Quartu : Giugno 1940

Pag 72 Ad un aeroplano (Poesia)

Pag 76 Quartu : Agosto 1940

Pag 88 A Ninnino (Poesia)

Pag 89 Bologna : Settembre 1941

Pag 96 Il vascello fantasma (Poesia)

Pag 98 Bologna : Gennaio 1943

Pag 103 Bologna : Febbraio 1943

Pag 108 Bologna : Maggio 1943

Pag 111 Maniago : Luglio 1943

Pag 114 Udine : Luglio 1943

Pag 117 Rimini : Agosto 1943

Pag 119 In un negozio d'antiquariato

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