FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA DECISIONE

Angelo Cesare Amboldi




La vista dal torrione è aperta su buona parte dell'orizzonte, in quel tipo di atmosfera tersa e trasparente che lo infastidisce, nei momenti di difficoltà.
Il punto messo a fuoco dal suo sguardo, un minuscolo punto della pianura, si è rapidamente oscurato, per poi espandersi in modo progressivo e inarrestabile, fino a divenire una specie di nebbia compatta e corpuscolata, soffiata da vento impetuoso e senza vortici.
Le grandi doppie vetrate che lo proteggono sono raggiunte da particelle di materia rossastra e appiccicosa, addensata a ondate impetuose e montanti.
Fissa senza emozione l'immane polverone avvolgere ogni cosa, sostituire l'aria stessa, e comporre icone di nembi in frenetica multipla sovrapposizione.
Leggero e inconsueto fruscio, appena percettibile.
Gli è stato concesso un altro giorno di riflessione.
Se i tempi dell'infermiera e di Edoardo, che lo hanno da poco lasciato, sono sincroni con i precisi ritmi dell'organizzazione modello che lo ospita, mancano quindici minuti alle nove del mattino.
L'evidente tonalità rossastra di quella nebbia inconsueta lascia trasparire, col progressivo oscurarsi del sole, cupi bagliori bruni.
Roberto ne ha percepito la preponderanza, finché stato possibile, attraverso il rapido mutamento di costruzioni, viali, alberi, oggetti, posseduti da spessi strati di impalpabile materia sminuzzata.
Lui e quella polvere. Divisi da cristalli senza impurità.

Il suo atteggiamento è stato molto buono durante la preparazione della faccenda e lo è tuttora, mentre sta decidendo il proprio futuro.
"Il fatto è che pensate troppo!" sussurra ai granelli che si sono impadroniti della lastra esterna.
La malattia che lo ha condotto in quella stanza sovrastante il mondo non è nei suoi pensieri; non più dei mattoni disintegrati che intorbidano l'aria, troppo densa. Non più del mutamento rapido del mondo esterno. Non più dei consigli di Alberto, delle radiografie, e delle immagini rossoarancio del gastroscopio.
Non più dell'abilità di Edoardo, generoso come sempre, che ha personalmente scelto le sezioni istologiche migliori e ne ha colorato i vetrini.
Niente imbrogli.
"Pensate troppo!" sillaba sottovoce, e sospira "Davvero. Mi conoscete. Siete in grado di prevedere ogni possibile risposta. Anche su faccende importanti. Non posso cambiare le regole ora che stiamo giocando, ora che ho puntato."
La pallina d'avorio è ormai incastrata nella tacca metallica del grande piatto ruotante: gli occhi più esercitati e attenti sono in grado di esprimere un preciso vaticinio.

"Come stai?" chiede Alessandro, dandosi una ravviata al ciuffo biondo scompigliato dopo la faticosa seduta operatoria.
"Bene. Guardavo fuori dalla finestra, per passare il tempo. Alle undici dovrebbero portarmi una specie di minestra." risponde Roberto.
"Alle undici? La nostra organizzazione scricchiola: sono le due del pomeriggio! Adesso mi sentono."
"Davvero sono le due?"
"Già." Si avvicina a Roberto "E sul tavolino c'è la tua <minestra> delle undici!"
"Il fatto è che tutto quel polverone mi ha distratto. Le due dici? Avrei detto, al massimo, le dieci."
"D'accordo. Quale polverone?"
"Là fuori. Non l'avete notato dall'ultimo piano? Troppo concentrati sugli interventi?"
"Niente finestre, più che altro. Vediamo questo polverone."
Le montagne innevate, scolpite in modo quasi stucchevole dalla luce violenta del sole e dall'aria tersa, incorniciano la pianura brulicante della vita di ogni giorno.
"Lo stai vedendo ora, il polverone?" chiede, piano, Alessandro.
Roberto ascolta assorto e senza distogliere lo sguardo dalla finestra: "Tu no?"
"Non mi pare. No, diavolo, proprio no. In quale direzione?"
"Fai lo spiritoso? Se apro la finestra ci vorranno due giorni di lavoro per rendere di nuovo presentabile la stanza!"
"D'accordo, d'accordo. Sarò stanco o fuori di testa io, scusa. Non ero venuto per chiedere notizie sul tempo, d'altra parte. Hai deciso?"
"Sì, lo sai."
"Voglio dire se ci hai pensato di nuovo, se hai riconsiderato la possibilità di farti operare: me lo hai promesso!"
"No. Il tempo passa più velocemente del solito, come vedi; così non mi sono ancora concentrato sul problema. Lo farò, non dubitare."
"Entro questa sera."
"Certo, entro questa sera."
"Ciao." Alessandro esce dalla stanza. Riapre la porta per qualche secondo:
"Un bel polverone deve averlo fatto la Torre di Pavia. Ma direi che siamo a distanza di sicurezza, ti pare?"
"Come?" per la prima volta in cinque ore Roberto allontana lo sguardo dall'esterno e ritrova la candida uniformità della stanza numero 807.
"E' crollata la Torre di piazza del Duomo a Pavia, questa mattina. Una specie di collasso ingegneristico. Non hai sentito la radio? Te la dovresti ricordare, no, la tua Pavia?"
"Che scherzo è questo! Non voglio privilegi, d'accordo, ma accidenti, Alessandro, quale tattica psicologica del diavolo stai usando?"
"E' crollata la Torre medievale che stava appoggiata al Duomo di Pavia! Completamente. E' un fatto fuori dalla norma, ma è successo, ti assicuro: ne parlano tutti."
"Ne parlano? Chi ne parla?"
"Senti, non è la giornata giusta, lo capisco. Non ti volevo certo infastidire. Concentrati sulla risposta che devi dare, dimentica questa faccenda. Non ho detto niente!" ma è difficile articolare le parole per Alessandro che vede, con sofferenza, uno sgomento del tutto nuovo sul volto dell'amico.

L'auto è lanciata, Milano è ormai lontana. Le cifre verde luminescente dell'orologio segnano le tre.
"Che inverno perduto: niente freddo, niente nuvole, niente nebbia, niente neve, niente brina. Sembra succedere tutto adesso. Maledizione anche agli amici: o si preoccupano troppo o non capiscono un accidente. <La tua Pavia!> Vai all'inferno Alessandro, conservalo solo per i pazienti il tuo <modo di fare>! Augurati di aver detto una delle tue famose palle!"
Lascia l'auto malamente di traverso davanti al Castello, infischiandosene del vigile vicino che, peraltro, sembra avere altri pensieri. L'importante, ora, è correre verso piazza del Duomo, senza esagerare, senza sembrare un matto.
Cartelli scritti a mano, sbarramenti provvisori, persone in tuta e con piccoli caschi, automezzi a luci lampeggianti, uno strano silenzio; l'eco di un frastuono lontano, meccanico, di metallo e sasso.
Corre a ridosso dei cortili dell'Università: pochi studenti. Troppo pochi. Attraversa la strada vicino alla pasticceria, lo respingono, gli fanno allargare il giro. Lo bloccano. Arriva per vie indirette al Corso. Lo bloccano ancora. Scende per la strada nuova, quasi fino al ponte coperto, allarga più che può il nuovo tentativo di aggiramento.
Ora percorre vie strette, tra muri di mattoni disgregati; sembrano tutte uguali. Non per lui, che ne conosce ogni dettaglio, sotto ogni tipo di luce; è li la sua Pavia. Lì. Al Castello. In piazza del Duomo.
Ma piazza del Duomo è sfigurata, opacata, annebbiata, straziata da pale meccaniche e da enormi automezzi che sconnettono i porfidi; il cielo ingrigito dai riflessi dell'incredibile crollo ricopia i lunghi gradini deturpati e violati. Due degli accessi sono scomparsi, il porticato manda stridori d'incubo, ogni dettaglio è mutato.
Non è piazza del Duomo, e non è suo il corpo che lo ha tradito, colpito, atterrito, indebolito, fiaccato.
"Non datemi più sangue, sto bene, davvero. Non sprecatelo. Sono forte e mi rifarò da solo, abbiate pazienza! E non portate via le macerie in questa maniera volgare, risparmiate qualche dettaglio, qualche agglomerato, qualche scolpitura, qualcosa, perdio, è parte di noi stessi, della nostra mente. E' parte del nostro organismo malato. Fate attenzione!"
Roberto è inchiodato contro una sporgenza, l'hanno già scrollato due volte, urtato, spinto ad andarsene.
Ma non vogliono lui, che muove appena le labbra, che non sa costruire parole avvertibili, che fissa una campana di bronzo profanata contro un gradone. "Va bene, prometto di decidere! Lasciate stare la povera torre precipitata, non disperdetene i resti a quel modo, smettetela! Risparmiate la sua storia di mille anni, i pezzetti delle nostre rappresentazioni, gli echi dei passi e le tenui ombre delle nostre memorie!" implora Roberto ad alta voce, facendo trasalire due pompieri dallo sguardo duro e ostile, e spaventando due vecchie con addosso il grembiule di casa.
Non c'è tregua: mulinelli di polvere rossastra e quinte di pulviscolo compatto velano e confondono i particolari; ogni cosa è camuffata ed estraniata.
La metamorfosi dell'organismo di Roberto e la maledizione secolare collimano in attimi irripetibili, con precisione sovrumana: la disposizione dello straordinario mucchio di macerie mostra l'orrido calco dell'anarchia cellulare di un corpo di sola cartapesta rifinita.

E' troppo. Non gli rimane che fuggire. Corre senza paura di sembrare un folle, ora, risalendo a zig zag la strada verso il Castello. L'auto è aperta e ha le chiavi già inserite: basta ruotarle un poco per allontanarsi, lentamente, da quell'orribile problema. Ha promesso ad Alessandro una risposta entro sera e, dopotutto, la faccenda è piuttosto importante e personale.
Esiste un problema ancora più grande. Altrettanto orribile. Pensieri automatici e poco convincenti, tuttavia, che lo costringono alle lacrime, e a ridere in modo innaturale, a singhiozzi, per confondere il pallore del proprio volto riflesso nello specchietto retrovisore.
La pelle trasparente delle mani, la debolezza della loro presa.

"Proprio oggi e con il mio migliore amico: bella prova di professionalità!"
"Ma dottore, abbiamo concesso tanta libertà appunto perché è suo amico!"
"Scuse! Stupide, per di più. Non andava lasciato senza controllo!"
"Ma dottore, è stato per poco tempo..."
"Troppo. Tre ore! E questa mattina?"
"Ha ricevuto le solite attenzioni; io stessa sarò entrata almeno due volte."
"Entrata. E cosa le ha detto?"
"Detto?"
"Sì detto, detto: che risposte ha ottenuto!"
"Ma... veramente... risposte..."
"Già, è un mio amico... quindi avete rispettato il suo silenzio... Faceva qualcosa di particolare?"
"Non mi pare. Stava appoggiato alla finestra, sembrava molto attento al mondo esterno." La caposala si avvicina alla finestra: "Ecco, così."
"Tutte e tre le volte?"
"S...ì, tutte e tre le volte."
"Normale, no?"
"Ma dottore!"
"Dottore un accidente, ritorni ai suoi doveri e..."
"Eccolo! Non è il suo amico quello?" grida, stupita, la caposala, indicando il giardino.
"Dove?" anche Alessandro si avvicina alla finestra; localizza subito, giù in basso, la lucente sagoma dell'auto di Roberto e qualcuno che se ne allontana lentamente: "Si auguri che sia lui."

Nel grande ascensore troppo illuminato Alessandro ha il tempo di calmarsi, di dominare una straordinaria agitazione. La porta scorre in modo uniforme, scoprendo la sagoma di Roberto: un'espressione assorta ma tranquilla, che muta rapidamente in sorriso.
"Ciao Alessandro, stai scappando? Guarda che ti devo comunicare la mia decisione, ricordi?"
"Brutto... "
"Ehi, sono il tuo paziente più grave! Ho fatto due passi. E' il mio sistema di concentrazione, lo sai, no?"
"Dunque si è trattato di concentrazione. Avanti, sali nel mio studio. Sei matto, te lo assicuro."

Il grande piatto coi numeri colorati è immobile. La sferetta d'avorio è imprigionata sullo zero. Non ci sono respiri affannati o grida; i giocatori se ne sono andati.
"Allora?"
"Dimmi di nuovo le possibilità."
"Le conosci. Non è il tempo né la sede per bluffare."
"Voglio essere un vero paziente. Fingi di non conoscermi e che non abbiamo mai lavorato insieme."
"Inizio con una descrizione di tecnica chirurgica, dottore?"
"Risparmiala."
"Esordisco con degli schemi operatori, di solito."
"Ho presente quegli schemi. Una mia prerogativa, di solito."
"L'ho sempre apprezzata. Qualcosa hai insegnato."
"Perché soltanto due possibilità?"
"Non ce ne sono altre."
"Allora le riduco a una: mi faccio operare, da te, e solo se non mi costruisci artefatti esterni. Neanche provvisoriamente."
"Che bel discorso. Tanto vale che... "
"Prova tutto quello che ti viene in mente; considerami la cavia che tutti vorrebbero avere. So che non hai paura della fatica. Prendi tutto il tempo che ti occorre."
"Potrebbe non essere solo una questione di tempo."
"Questo lo vedrai tu. Io starò sognando altro."
"Il solito privilegiato... "
"E se non è proprio possibile, concedimi giorni normali."
"Bel discorso professionale!"
"Va bene? Altrimenti risalgo in auto e me ne vado."
"Non posso fare quello che mi chiedi." Non c'è il minimo rumore: "Cosa decidi, dunque?"
Il buio, fuori, è sopraffatto da milioni di piccole luci elettriche e stelle appena tremolanti.
Fredda umidità addensata dagli eventi e dalla stagione dà luogo a tenui fosforescenze; l'aria non oppone resistenza; la polvere si è posata.
"Dunque?"




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