FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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DARIA

Carlo Raffaelli



Ha mica 100 lire? chiese Daria senza alzare gli occhi
No, sennò gliele avrei già date.
Il signor Gheri alla cassa 13 per un prezzo non food. urlò una voce isterica attraverso l'impianto del supermercato.
Le merci scorrevano veloci sul piano della cassa: pannolini, capperi sotto sale, Mozary, Fetta al latte, Baiocchi, Dixan, ma per Daria erano tutti uguali; solo un codice a barre da trovare il più velocemente possibile e puntarci la penna ottica.
Da un anno e mezzo faceva la commessa. Aveva abbandonato l'istituto per ragionieri sei mesi prima della maturità. Non andava poi tanto male a scuola, ma s'era stufata di studiare e non aver mai un soldo in tasca per divertirsi. Spesso veniva la sua professoressa di francese a far la spesa. Era un'insegnante prossima alla pensione, molto cattolica, ma per niente ottusa, affettuosamente interessata a Daria. Sospirava sempre:
Oh Daria, ma perché hai smesso, bastava solo un piccolo, sforzo; un diploma serve sempre nella vita, alla tua età non ce ne rendiamo conto, ma poi ci si pente...
Daria rispondeva con un sorriso, uno di quei bei sorrisi che aveva lei. Sinceri, obliqui, ampi, enigmatici. La professoressa non sapeva come interpretarli, ma agli uomini piacevano da impazzire. Era contenta così Daria. Il lavoro era faticoso, ma poi non troppo e soprattutto non le impegnava il cervello, mentre cercava i codici a barre poteva pensare a quello che le pareva. E alla fine del mese un po' di soldi per comprare la Clio rossa, i vestiti di pelle e andare a divertirsi con le amiche nella notte.
Attenzione: si avverte la gentile clientela che il supermercato sta per chiudere. Pregasi approssimarsi alle casse. Grazie e arrivederci.
Era il messaggio più bello per Daria. Era registrato, una voce calma e tranquilla, non come tutti quelli in diretta delle sue colleghe, sempre stridule, isteriche. Ma soprattutto voleva dire fine del lavoro.
Erano le otto di sera. Nello spogliatoio si levò il camice azzurro. Era la fine di giugno, le giornate lunghissime, si usciva con una bella luce, il canto delle rondini, la stagione più bella dell'anno. Sotto la divisa portava solo mutandine e reggiseno; si levò anche quello. Aveva un bel seno Daria e piaceva anche a lei. Lo portava bene quel seno: due belle tettone e due capezzoli sempre un po' duri. S'infilò una camicia di seta color crema e un paio di jeans elasticizzati, ai piedi s'allacciò due Superga di lino grezzo. Tutto il resto nell'armadietto, alla rinfusa, c'avrebbe pensato la mattina dopo. Ciao in fretta alle colleghe, Clio rossa, cd, techno a mille, 10 minuti di coda, auto di mariti sudati, mogli incazzate, figli urlanti. Piazzetta del Bar Cagliostro, le amiche. Le amiche la vedevano, i ragazzi la sentivano. Sentivano le sue tette, i suoi riccioli, i suoi sguardi.
Vado?
Vai! rispose Daria strizzando gli occhi.
Subito davanti a lei un tumbler pieno di cubi di ghiaccio levigati dal Bitter Campari.
Il gin ce l'hai messo?
Vai sicura fece il barista.
Il Campari col gin le dava quei cinque minuti di botta alla testa che la rendeva brillantissima.
Con la coda dell'occhio, oltre a tre ragazzi che la puntavano, vide arrivare Clara, la sua amica.
Uno anche per lei ordinò con sicurezza e senza voltarsi.
Dove si va stasera? fece Clara nervosa Ho voglia di fare qualcosa.
Vediamo se qualcuno s'accorge di noi.
Di te se ne sono gia accorti puntualizzò Clara senza risentimento ma c'è sempre la solita gente.
No ribattè Daria guarda quei tre laggiù.
Al tavolino sotto la palma tre ragazzi mettevano in fila sei coppette Martini, gustandosi allegri il terzo giro di Daiquiri. Uno più alto, moro con lunghi capelli neri raccolti in una crocchia ben curata, s'accorse d'essere osservato. Strizzò un po' gli occhi chiari, dolci, furbi e alzò la coppetta verso la loro direzione, mentre con lo stivale dava un colpetto all'amico più vicino. Daria rispose con il migliore dei suoi sorrisi e a sua voltà alzò il Campari verso di loro, poi bevve di gusto e ne ordinò altri due.
Daria, aspetta un attimo!
Fammi fare rispose lei con la tranquilla spavalderia dell'alcol hai paura dei ragazzi o del Campari?
No, dicevo di quei tre laggiù, corri troppo, gli hai già fatto capire che ci piacciono.
E allora? Non volevi fare qualcosa? Se cominciamo al quinto giro a farci vedere poi troppo Campari ci fa male rise Daria di gusto.
Vai così, alla grande, stasera si scopa rise anche Clara.
Da un'auto parcheggiata in seconda fila scesero quattro ragazzi, barbe un po' lunghe, tutti coi capelli scuri, poco curati. Erano vestiti tutti uguali: jeans chiari, magliette, giubbottini di pelle. Uno di loro rimase fermo davanti all'auto, due raggiunsero veloci l'altra lato della piazzetta, il quarto andò al bancone, proprio accanto a Daria.
Polizia di Stato disse con fare brusco al barista mostrandogli il tesserino. Daria osservò il poliziotto confabulare col barista che indicò due persone appoggiate alla fontana. Due spacciatori, lo sapevano tutti. Furono fatti salire sull'auto della polizia, mentre arrivavano altri poliziotti, questa volta in divisa. Cominciarono a chiedere documenti e a fare domande. Il più giovane e carino degli agenti in borghese chiese a Daria se conosceva quelle persone.
Sì, vengono qui tutte le sere.
Lo sai che spacciano? Chi gliela compra la roba?
Non lo so, io mi faccio i cazzi miei rispose Daria con fierezza fuori luogo.
Ora "cazzi miei" lo vieni a dire davanti al commissario urlò il poliziotto stringendole forte un braccio.
Dai, andiamo, lascia perdere questa zoccola drogata intervenne il suo collega.
Daria lo stroncò con un'occhiata di disprezzo. L'agente non sostenne lo sguardo per più di un secondo e si allontanò verso l'auto.
La polizia se n'era andata e tutti fecero finta che non fosse successo niente. Daria finì il Campari e si voltò per vedere se c'era ancora il ragazzo sotto la palma. Era proprio accanto a lei, fin troppo vicino.
Ciao salutò lui ostentando sicurezza mangiamo qualcosa insieme?
No, devo andare a casa.
Allora dopo cena?
E dove si va? chiese Daria prendendo tempo per decidere.
Andiamo al mare, allo Sbarko, beviamo qualcosa, c'è musica dal vivo...
Che ne dici, Clara, ti va? chiese Daria senza interesse per una risposta.
Ma... no so se... farfucchiò...
OK risolse Daria ci vediamo verso le dieci e mezzo qui?
OK...va bene, come ti chiami?
Daria.
Va bene Daria concordò con voce calma e profonda ci vediamo qui alle dieci e mezzo, a dopo.
Ciao.
Mentre s'incamminavano verso la macchina di Daria:
Ma sei di fuori? fece Clara Prima fai di tutto per farti arrestare, poi combini un appuntamento con tre sconosciuti.
Però lui è bellino e anche gli altri due non sono niente male. E poi non avevi detto che stasera volevi far qualcosa? Vedrai che qualcosa si fa. Vuoi venire a mangiare a casa mia?
No, sennò mio padre s'incazza, non ci sono mai a casa. Ci si vede qui direttamente.
OK, Clara, a dopo!
Suo padre era già a tavola, guardava distratto il telegiornale, la zia stava scolando la pasta, Gianna, la sorella più piccola di Daria di 3 anni, stava sulla porta del terrazzo ascoltando musica con il walkman.
Ma tu non esci alle otto? chiese il padre con una severità poco convinta.
Sì, ma sono passata dal bar
Che ci vai a fare al bar?
Mi ritrovo con le amiche.
Ma a quale bar vai?
Uffa!
Tanto lo so, vai al bar Cagliostro!
Sì vado al Cagliostro, e allora? che c'è di male? eh? urlò Daria.
È il bar dei drogati, c'è gentaccia.
Seh, ma cosa dici, zia cosa c'è da mangiare?
Pasta col sugo di carne, col ragù buono, l'ha fatto tua nonna.
No, non la voglio la pasta, cosa c'è dopo?
Due scaloppine, l'insalata...
Io mangio solo l'insalata.
Ma mangi poco, un po' di carne...
La zia insisteva sempre, il padre invece non interveniva quasi mai sul mangiare, lui era preoccupato dai comportamenti di Daria, da quello che diceva la gente. Sett'anni prima era rimasto vedovo e da allora sua sorella, che non si era mai sposata, viveva con loro, mandava avanti la casa, stava dietro alle figlie. Aveva preso la perdita di sua moglie con rassegnazione, non si era più voluto risposare e conduceva una vita tranquilla e senza sorprese. Faceva il magazziniere di un grande distributore di computer, usciva poco di casa, salvo che per andare a pescare con suo cognato. Un affetto distrattamente severo per le figlie, a cui avrebbe voluto trasmettere un rigore morale che forse non gli apparteneva. Per Daria aveva sognato una laurea, o almeno un diploma di ragioniera, visto che aveva sempre studiato bene. Ma Daria s'era messa a lavorare, lasciando la scuola. In fondo non gli dispiaceva troppo, perché un lavoro, di questi tempi, va sempre bene. Quello che non gli andava giù era che i soldi che guadagnava li spendeva tutti in divertimenti, invece di metterli da parte per quando si sarebbe sposata. Ma si sarebbe mai sposata, Daria? Per non rispondersi allora andava giù in garage a preparare le canne da pesca.
Dopo l'insalata Daria s'era fatta una doccia, cambiata, e ora stava infilando il suo giubbotto di pelle.
Ciao, io vado!
Ma dove vai, Daria... fecero babbo e zia sovrapponendosi non tornare tardi!
Ciao!
Quando arrivò nella piazzetta del bar Cagliostro, Clara era già lì insieme ai tre ragazzi.
Posso offrirti qualcosa, Daria? fece con aria ambigua il ragazzo con la crocchia ora sciolta in una lunga coda.
Caffè macchiato, latte tiepido, grazie.
Tutti e cinque sul fuoristrada del ragazzo con la coda. 160/180 all'ora, il viaggio per il mare fu breve. Daria era accanto al guidatore, lo stereo pompava forte i bassi, dal finestrino aperto aria fresca e salsedine nei suoi riccioli, braccio di fuori.
Lo Sbarko era strapieno, parcheggiarono il fuoristrada in quarta fila, lasciarono le chiavi a un buttafuori. Sul palco due rappers con cappellini e pizzetti snocciolavano rime senza cambi di ritmo, sulle pareti schermi giganti, immagini di delfini in un acquario. Bevvero parecchio durante la serata, che si trascinò così, piacevolmente noiosa. Il fumo e il caldo divennero insopportabili. Uscirono sulla bella terrazza di legno sul mare, poi scesero sulla spiaggia, tutti e cinque.
Daria guardava il mare, il ragazzo con la coda le si avvicinò da dietro, infilò le mani sotto il giubbotto e gliele strinse sulla pancia. Le spostò i capelli e cominciò a leccarla sul collo, Daria si girò, gli prese la testa fra le mani e lo baciò profondamente. Lui la prese sotto le cosce e l'appoggiò allo steccato sotto la terrazza, le tolse la minigonna e le mutande, che rimasero impigliate nella fibbia degli anfibi verdi. Più in là Clara era già sopra ad uno degli altri due ragazzi e rideva come una pazza. Il ragazzo con la coda di cavallo era già dentro, tre o quattro spinte e venne. Si lasciò andare sdraiandosi con la schiena sulla sabbia, jeans e mutande a mezz'asta, lo sperma che gli colava sull'inguine.
Oh, voglio godere un po' anch'io disse il terzo ragazzo, tirandosi fuori l'uccello che Clara prese subito in bocca.
Portami a casa, voglio andare via ruppe il silenzio Daria.
Stiamo ancora un po' qui.
No dai, riaccompagnami.
Io sto bene qui, se vuoi andare vai da sola.
Ok urlò Daria entre si rimetteva la gonna
No, dai, parliamo disse il ragazzo facendosi più serio.
Ma vaffanculo rispose Daria mentre cercava di disimpigliare le mutandine dagli anfibi. Finalmente ci riuscì. Gliele tirò in faccia mentre gli gridava il secondo vaffanculo.
Daria che fai, perché ti sei incazzata? chiese Clara sempre alle prese col terzo ragazzo.
Vaffanculo anche te, me ne vado.
Il ragazzo con la coda si rigirava tra le mani le mutandine di Daria, le sollevò in aria a mo' di saluto, poi andò verso la riva e si tuffò vestito.
Dopo una ventina di minuti d'autostop fu riaccompagnata a casa da un tizio che fu gentile, non le fece troppe domande e le lasciò un biglietto da visita, se lei avesse avuto voglia di rivederlo. Scese dalla macchina proprio davanti casa, ringraziò e salutò. Mentre percorreva il vialino lesse il biglietto:
Paolo Carpi
Agente di commercio
cellulare: 0337 - 67 12 56
Lo gettò in un cassonetto ed entrò in casa. Erano le quattro, la notte era calda, le finestre tutte aperte. Un soffio d'aria leggerissimo muoveva la tenda del terrazzo, sulla sdraio sua sorella con le cuffie agli orecchi. Daria prese il suo orsacchiotto sul tavolo di cucina e glielo tirò addosso. Sua sorella rispose sorridente con un cenno della mano. Si fece una doccia fresca, cercando di fare piano per non svegliare sua zia, che puntualmente si alzò. Daria non rispose alle sue domande e si tuffò nel letto nuda e fresca.
Mi può dare anche due sacchetti, no, anzi, tre, scusi eh.
Niente, signora, si figuri.
In quel momento entrò Clara, tutta stretta in un tailleur blu.
Non sei andata a lavorare dal commercialista?
Sì, sto facendo il giro delle banche; ma cosa t'è preso ieri sera?
Niente, non ti preoccupare, non avevo più voglia di stare lì, con lui. Oh, è venerdì: stasera si va in discoteca?
OK, dove?
Stasera ci meritiamo il Sadè.
Il Sadè? Il Sadè è tanta roba, bisogna anche metterci in tiro.
Ci metteremo in tiro rise Daria.
Signorina, sto aspettando il resto!
Si , scusi, ecco.
Daria devo andare, allora alle dieci e mezzo da Cagliostro?
No da Cagliostro no, davanti al bowling; fichissima, mi raccomando.
OK, ciao!
Ma su questo c'è il tre per due?
No signora è solo sulla confezione da un chilo.
Eh, ma non ne posso mica prendere tre chili, cosa ci faccio?
Signora non li prenda, che ci posso fare?
Eh, che ci può fare, a voi giovani non vi interessa niente, pensate solo alle discoteche!
Allora non li prende?
No.
72.150; ha le 150?
Daria arrivò in leggero ritardo, attraversò la piazzetta davanti al bowling dove si esercitavano i ragazzi con la skateboard. Uno di loro fece un paio di evoluzioni in suo onore, velocissimo, abilissimo.
Sei magica le disse sfiorandola a mille.
S'era messa un top di pelle viola, una minigonna elasticizzata pure viola, un paio di stivali di vernice bianca con delle zeppe altissime, sopra una specie di pellicciotto peloso di cotone bianco, capelli sciolti, un brillantino nella narice sinistra. Stava benissimo.
Clara era già lì. Tutta nera, giubbotto, minigonna, calze e zatteroni. Sotto il giubbotto un corpetto traforato, niente reggiseno. Anche le unghie erano pitturate di nero. All'orecchio sinistro, traforatissimo, una serie di pendagli, quello al lobo lunghissimo.
Alla grande! urlò Clara.
Fichissime! Rispose Daria con una delle sue migliori risate.
Doppio caffè, Clio, stereo e via verso il Sadè, 80 chilometri d'autostrada. Dopo un po' scoprirono d'aver fame. A cena solo insalata e carote. Uscirono dall'autostrada per fermarsi al Pizzarollo, una pizzeria-spaghetteria dove i camerieri ti servivano con i pattini ai piedi. Una pizza e due birre medie, scure. Mezz'ora al cesso per sistemarsi il trucco. Ultimo pezzo di strada al massimo, di musica e di gas. Arrivo nel megaparcheggio del Sadè, la Clio puzzava d'olio bruciato. Una bestia umana 120 kg per 1,90, tutto rasato, baffoni mongoli, canottiera rossa, tatuaggi sui bicipiti, enorme campanella all'orecchio sinistro fece subito loro cenno di seguirlo. Si mise a cavallo di un side-car argentato, con un superstereo con drum'n'bass che sfondava. Fecero 4-500 metri tra centinaia di auto parcheggiate in modo apparentemente casuale, poi il sidecar accese le doppie frecce e il ditone della manona di Mastrolindo indicò una piazzola tra un'Audi e una cabina elettrica dismessa.
Parcheggiate a marcia indietro, ché quando uscite siete tutte fatte e non sapete più uscire tuonò duro ma professionale Mastrolindo.
Daria eseguì ridendo.
Cinquemila avanzando la manona montate!
Clara gli porse i soldi e si infilò nel seggiolino, Daria si mise a cavalcioni sopra di lei, sulla carrozzeria. Mastrolindo le guidò rapidissimo verso le grandi labbra rosse fluorescenti che facevano da entrata al Sadè.
Buon divertimento ragazze!
Fece 50 metri al massimo, si girò in controsterzo e sparì nel nulla.
Era l'una e dieci. Un centinaio di persone stavano in coda per entrare, piuttosto tranquillamente. Si misero dietro a due ragazzi vestiti di pelle, coi capelli giallo-viola. In cima i buttadentro scremavano secondo i loro imperscrutabili criteri.
Tu sì, tu no.
Mentre avanzavano lentamente verso le grandi labbra, incrociavano l'andirivieni parallelo di diversi ragazzi indaffarati.
Chicche? Chicchine? Siete a posto? Vi sentite bene?
Daria li ignorò finchè non si fece avanti un ragazzo alto magrissimo, treccine rasta, occhi dolci e chiarissimi.
Ciao Ghighì lo salutò Daria come stai?
Si tira avanti, sei a posto?
Due!
Due chicchine per le signorine.
Un attimo ed erano già nel taschino della gonna di Daria, che prese centomila da un pacchetto di Merit e le fece scivolare nella mano di Ghighì.
Ciao bimbe, che Dio sia con voi.
Finalmente entrarono. La musica era già altissima. Quasi buio con tagli di luce bianchissima che tagliavano il fumo. Su enormi piramidi trasparenti, illuminate dal basso con luci di Wood, si affannavano le cubiste, molto spogliate, molto sudate, innocentemente oscene.
Ogni giorno d'ogni mese d'ogni anno in tutto il mondo la violenza comanda le azioni di uomini e nazioni: sesso, razza, religioni, non mancano occasioni per odiare, ma dobbiamo ricordare che siamo libri di sangue... siamo libri di sangue.
Daria si sentì perfettamente a suo agio nella metrica rap di Frankie HI-NRG e si tuffò fra chiodi, gel, profumi e sudori pesanti. Ingoiò la pasticca insieme a un gin tonic, sfilò un cubetto di ghiaccio dal bicchiere e se lo sciolse sulle tempie. Un cenno d'intesa con Clara e si buttò al centro della pista. Dopo cinque minuti di ritmo potentissimo si era già persa nei grappoli di ragazzi che ballavano. Comiciava a scaldarsi, Clara chissà dov'era. Mezz'ora, un'ora forse, senza smettere mai. La chicca saliva ora: in bocca, nel cervello, nel sangue, in tutto il corpo. Ora Daria si muoveva bene, a tempo, una profonda sensazione di benessere, il piacere di star bene insieme agli altri, sconosciuti, ma vicini, amici, gente come te. Si sentiva bella, forte, potente, al centro del mondo. Davanti a lei stava ballando un ragazzo di colore. Si muoveva benissimo, elastico, felino, elegante. Sorrise a Daria.
Guarda questo negro, si dà da fare.
Fece un sorriso dei suoi, aumentò il ritmo, si girò dimenando il culo. In quel momento le sembrava di avere un potere assoluto su tutti gli uomini, era meraviglioso. Si voltò, il ragazzo di colore era sempre lì, sempre più vicino, sempre più sorridente.
Mi sa che questo negro ci prova, ha coraggio però, certo balla proprio bene, ma chissà come puzza tutto sudato così, i negri c'hanno un odore di pelle particolare.
Alzò la testa verso la grande cupola, guardò lo stroboscopio, luce accecante, buio assoluto, bianco, nero, tutto, niente, zero, uno. Ora luce fortissima, bianca, il nero: sparito. Aveva la bocca secchissima, si fece strada nella pista e guadagnò il bancone.
Colpevole del crimine di esser nato nero nella buia capitale dell'impero del denaro. Colpo su colpo, battuto come un polpo, legato incaprettato e trascinato per lo scalpo: documentato, l'hanno filmato, pagine d'odio scritte sul selciato.
Nella calca sudata trovò uno sgabello per sedersi. Cercava d'incrociare lo sguardo del barman, velocissimo, indaffaratissimo. Posò distrattamente lo sguardo sul bancone. Una montagna di cubi di ghiaccio che galleggiavano nel gin e nella spuma dell'acqua tonica. Alla base del bicchiere una mano sottile, bella, curata, nera. Risalì con lo sguardo il braccio nero, la spalla lucida e forte, fino ad arrivare a due occhi dal fondo candido, lucente.
Ti posso offrire un gin tonic?
Co...come fai fai a sapere che volevo bere un gin tonic? balbettò Daria una volta tanto sorpresa.
Ho visto che ne hai bevuto uno quando sei entrata disse lui con voce lievemente nasale, tranquillamente disarmante.
Ah, mi puntava già questo negro sempre più insolitamente sorpresa.
Lo guardò con aria di sfida, per indovinarlo.
Accetti? lui sempre più disarmante.
Daria tracannò il gin tonic in pochi grandi sorsi. Il liquido fresco scendeva piacevolmente nella gola. Anche lui bevve. Una birra. Daria aveva ancora sete.
Un altro giro? stavolta offro io urlò Daria nel suo orecchio per sovrastare la musica.
OK rispose aprendosi in un sorriso enigmatico e bellissimo. Bevvero ancora, poi Daria gli prese la mano e lo trascinò al centro della pista, dove decibel e sudore erano ormai al massimo. Ballarono e ballarono ancora, per due o tre ore, fino a stordirsi. Bevvero ancora e ancora ballarono, guardandosi e ridendo. Poi lei volle uscire. Il silenzio e l'aria fresca del mattino li tonificarono. Corsero nel parcheggio, rincorrendosi tra station wagon e fuoristrada. Finalmente lui riuscì a prenderla, alle spalle. Daria si lasciò andare sul cofano di una Mercedes bianca. Da dietro lui le sganciò il top di pelle e avvolse le tette nelle sue mani delicate. Lei si prese i capelli sul collo e li gettò davanti, sul cofano. Lui cominciò a baciarla e a leccarla dietro l'orecchio destro, poi la baciò in bocca. Ormai si era sdraiato sopra di lei, stretta fra il calore del suo corpo e il cofano gelido. Poi lui si scostò, le tirò giù le mutandine, si spogliò, da un piccolo blister di stagnola uscì un profilattico che srotolò con sicurezza sul cazzo lucido. Lò infilo e Daria sentì un'ondata di calore dentro di sé. Lui era bravo e silenzioso, lei iniziò ad ansimare sempre più forte.
Ehi, guarda là quello stronzo di un negro!
La sta violentando.
Non vi basta che vi lasciamo venire in discoteca, ci volete anche stuprare le donne.
Daria e il ragazzo di colore balzarono in piedi, staccandosi.
No, fermi, non mi sta violentando, stiamo scopando tranquillamente.
Brutta troia, invece di darla a noi ti fai fottere da questi bastardi, allora ce n'è anche per te.
I quattro ragazzi tutti col chiodo scesero dal gippone e si fecero vicini. In tre saltarono addosso a lui, mentre il quarto afferrò Daria per i polsi. Il nero fu sopraffatto quasi subito. Pugni, calci e sputi. Daria si liberò con una ginocchiata fortissima nei coglioni: il ragazzo si buttò a terra piegato in due, con le mani fra le gambe, urlando fortissimo. Daria cominciò a correre nel parcheggio, gridando aiuto. Poi si fermò e si voltò a guardare: lo stavano pestando di brutto. Fece per tornare indietro, per aiutarlo, ma ebbe paura. Ricominciò a correre sempre più forte, sempre più forte.
Cazzo, dov'è la macchina, dov'è quella cabina dell'ENEL? Si girò a destra, poi a sinistra, quindi non si accorse dello scalino. Cadde, si spellò tutto l'avambraccio e il gomito destro. Si rialzò. Correva sempre più forte, correva e piangeva e urlava, ormai terrorizzata. Finalmente la macchina. Riuscì a trovare le chiavi, mise in moto, uscì dal parcheggio sbattendo il suo parafango sinistro sull'Audi accanto. Via, forte, a tavoletta sull'autostrada, voleva fermarsi, sciacquare il braccio che le sanguinava, piangeva. Voleva anche un caffè, forse aveva fame, sì, meglio fermarsi all'autogrill. Ma poi ebbe paura che i quattro fossero lì, all'autogrill, ad aspettarla per pestarla e violentarla, a turno. O forse la stavano inseguendo. No, meglio non fermarsi, dai, a paletta. Il braccio le faceva sempre più male, terrore e stanchezza stavano montando, dell'ecstasy soltanto il dopo. E si sentiva vigliacca, sì vigliacca, perché aveva abbandonato il negro mentre lo pestavano, ma che avrebbe potuto fare? niente. Loro erano in quattro, ed erano cattivi. Cosa gli avrebbero fatto? e se lo ammazzavano, sarebbe stata un po' anche colpa sua. Eh sì. Poteva almeno chiamare la polizia. E invece no. Era scappata, aveva avuto paura. E se lo ammazzavano davvero? Sì che era colpa sua. Era stata lei a portarlo fuori, era stata lei a voler scopare con quel negro. Poteva stare più attenta.
Ma io voglio scopare con chi mi pare si disse. Certo con un negro non lo aveva mai fatto. Però era carino, e anche un po' magico, con quel gin tonic messo lì. Bella mossa. E poi c'aveva anche un bel cazzo, e poi s'era messo anche il preservativo. E il puzzo? ma non puzzava mica, anzi era proprio bella la sua pelle, e anche la sua lingua e anche il suo fiato.
Insomma potrò scopare con chi cazzo mi pare! urlò a tutta gola, isterica, sola, disperata nella sua Clio rossa, senza musica, per sentire meglio se quei bastardi l'avessero raggiunta. Arrivò in città che erano le otto. Alle nove doveva entrare al lavoro. Si fermò davanti ad una cabina telefonica. Rispose sua sorella.
Marika, ho fatto tardi, vado direttamente a lavorare, diglielo tu a babbo, vengo a pranzo.
Nello spogliatoio non c'era ancora nessuno. Si aggirò distrutta fra le corsie del supermercato, prese disinfettante, garza, cerotti, una maglietta a maniche lunghe, jeans, mutandine e sandali di gomma. Si pulì e si medicò la ferita. Si rivesti. Aprì la cassa, passò la penna sui codici a barre di tutti gli oggetti che aveva preso, segnò il totale su di un apposito registro e lo firmò.
Daria sei già qui, ma che faccia c'hai, cosa t'è successo?
Ho fatto tardi, sono arrivata direttamente dalla discoteca.
Sei lessa!
Cominciò ad arrivare la gente e le merci presero a sfilare davanti a lei. Li odiava quegli oggetti, quella mattina. La testa gli scoppiava, il braccio le doleva, il rimorso la schiantava e quei bastardi di codici a barre continuavano ad avanzare.
Signorina, le ho detto già due volte che questo non lo voglio!
Se non lo vuole non lo prende, che cazzo me ne frega a me sbottò Daria.
Silenzio improvviso, mormorio, poi le proteste della signora, le scuse di Daria, l'occhiata preoccupata della collega.
Dovete andare a letto prima la sera urlò la signora il giorno c'è da lavorare!
Andò avanti più o meno così tutta la mattina, anche se riuscì a non rispondere male più a nessuno. Nell'intervallo di pranzo dormì sul tavolino fra gli armadietti dello spogliatoio.
Daria svegliati!
Si ributtò alla cassa con le lacrime agli occhi, pensando al ragazzo negro che forse ora era già morto, pestato da quegli stronzi. Ormai presa dal turbinio dei suoi pensieri, rientrò in sè scossa da una botta sulla corsia delle merci. Era un coso bianco e duro che aveva sbattuto. Di gesso, da cui usciva un enorme mazzo di rose rosse, almeno una trentina. Dall'altra parte del gesso un braccio nero. Risalì con lo sguardo, riprovando la stessa piacevole sensazione di qualche ora prima, passando per la spalla sempre lucida e forte. Trovò un occhio solo, bellissimo alla luce del giorno, l'altro si intravedeva appena in una grande tumefazione rossa e nera.
Ma allora sei vivo, co...come, già, come ti chiami? fece Daria radiosa.
Yassan sorridendo tranquillo con le labbra storte dai colpi.
Sono stata una stronza ieri sera. È stata tutta colpa mia, e poi ti ho abbandonato lì, ma ho avuto paura, sono stata una vigliacca.
Sei stata bravissima a liberarti e a fuggire, sennò avrebbero pestato anche te e fatto anche qualcos'altro.
T'hanno rotto il braccio.
Solo quello.
Li hai denunciati?
No.
Per...
Prendili i fiori, sono tuoi. Volevo sapere se stasera uscivi con me, eh...
Daria, mi chiamo Daria. Sì, ci vengo stasera con te, sapessi come sono contenta che sei vivo, anche se un po' rotto.
Alle dieci in piazza Martiri di via Fani, andiamo a cena insieme?
Si, dai, ci vengo Yasser.
Yassan.
Yassan, OK, Yassan alle dieci. Sorrise, Daria, mai l'aveva fatto così sinceramente.
Yassan passeggiava un po' emozionato ai bordi della piazza. Era in anticipo: s'accese una sigaretta per stemperare l'attesa. Stava arrivando una Volvo station wagon bianca, con la musica a mille. A bordo quattro ragazzi. Punf punf punf, i bassi si sentivano forti anche all'esterno. PUNF PUNF, sempre più vicino, ora la Volvo teneva la sinistra, avvicinandosi al lato della piazza dove passeggiava Yassan, che osservava l'auto distrattamente. PUNF PUNF: un attimo. Dal finestrino posteriore uscì una mano che teneva un mattone.
Un lancio forte e preciso. La Volvo si allontanò accelerando. I ragazzi ridevano sguaiati.
Ricostruisci il terzo mondo!
Regala un mattone ad ogni negrone!
Un mattone è per sempre, ah ah!
Punf punf, i bassi pompavano in lontananza, sulla Volvo che spariva due grossi adesivi:
"Scoppiati per sempre" con le s naziste.
"Brigate Che Guevara", con i colori della squadra di calcio locale.
La tempia perforata. Mentre il sangue colava caldo sull'asfalto iridescente d'ossido di carbonio, i pensieri volavano là dove il fiume Senegal incontra l'oceano; il luogo, dicevano i vecchi senegalesi, dove abitava l'anima: una sola, quella di tutti.
Daria camminava all'altro lato della piazza. Non si sentiva più stanca ora, il grido delle rondini era altissimo, ancora tanta luce nell'aria dolce della fine della giornata: quella più lunga dell'anno. L'odore dolciastro dei tigli non le era parso mai così bello. Sicura di sé pregustava l'incontro, camminando senza affrettare il passo, ad un ritmo che sembrava perfetto.
Era felice.



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