FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA DANZA IMMOBILE

Giancarmine Caputo




PARTE PRIMA

Era l'assenza di rumori, il silenzio.
Pochi minuti alle ore 12,00 ed il consueto incontro stava per verificarsi, come sempre: due volte il giorno, 14 volte la settimana, 730 volte l'anno.
Il tempo circolare nella sua struttura, del resto non può essere immaginato in altro modo, era marcatamente rappresentato nel cerchio dell'orologio nella piazza del paese. Padrone di semplici dodici numeri regnava sovrano sulle scelte di tutti. Secondo le combinazioni che segnava con le lancette, stabiliva gli eventi, le loro attese ed il superamento per poi, circolarmente, stabilire nuovi eventi, nuove attese e nuovi superamenti.
Insomma il tempo era maledettamente decisivo, tutto organizzava e tutto ignorava. Chiunque, prima di fare qualcosa o di prendere una decisione, consultava con apprensione la posizione delle lancette dell'orologio e poi, come in possesso della decisione del saggio, si muoveva deciso verso la sua meta. L'orologio nella piazza del paese era un vero oracolo.
Qualcuno, ignaro di tutte queste diavolerie moderne, l'avrebbe facilmente confuso con un dio dalle decisioni indiscutibili. Un dio che si consulta prima di prendere qualsiasi decisione; prima di scegliere se fare questo o quello, se rimanere ancora immobili o farsi prendere dal moto. Si direbbe, col Corano, che il tempo è sovrano e l'orologio è il suo profeta. L'orologio segnala il tempo, lo indica ma viene il dubbio della sua precisione nell'indicarlo. L'orologio ha movimento e se rispetto al tempo reale ha qualche ora, minuto o secondo di sfasamento è un falso indicatore, porterà con se sempre quell'anticipo o quel ritardo e non segnalerà mai l'ora esatta.
Per assurdo, soltanto un orologio fermo, almeno due volte al giorno, coinciderà con il tempo reale, indicherà con precisione due volte al giorno l'ora esatta. Nella piazza del paese, in un cartellone pubblicitario, vi era l'immagine di un orologio. Con ironia manifestava il suo potere due volte al giorno, ma la sua assenza di movimento non gli dava titolo alcuno, nessuno lo consultava, era il saggio senza scettro.
Un omino in smoking, nascosto nel meccanismo dell'orologio a pochi centimetri dagli ingranaggi viveva nel suo stato di attesa, pronto al sublime ma inafferrabile incontro del mezzogiorno. Al lato opposto la sua simmetrica immagine femminile, in attesa anche lei nell'orologio nella piazza del paese.
Soltanto due volte al giorno era loro concesso di incontrarsi al centro della pista. Soltanto due volte al giorno il tempo permetteva loro di comunicare. L'orologio, incarnazione materiale del tempo, ticchettando stabiliva l'incontro tra i due. Non vi era spazio per l'occasione, ogni cosa avveniva, è proprio il caso di dirlo a suo tempo! Come scritturati da un potente impresario i due ballerini lavoravano in conformità ad un rigido copione sulla pista dell'orologio nella piazza del paese.
Nell'attesa dell'incontro, l'omino in smoking viveva con spasmodica rassegnazione il benefico evento. Era da tanti anni che viveva questi suoi momenti sempre uguali ma pur sempre armonici. Il ticchettio dell'orologio era oramai divenuto parte di sé, era il battito del suo cuore, la colonna sonora della sua vita che lui amava sino all'inverosimile.
L'attesa di questi momenti d'incontro era confortata dai movimenti del pendolo che promettevano il verificarsi dell'evento. La vita dell'omino era corroborata dall'incontro e dall'attesa del successivo. In ognuno di questi eventi aveva la speranza che il meccanismo si bloccasse proprio quando lui, dopo un giro di danza, si sarebbe ritrovato nella pista, nel punto più vicino alla sua ballerina, nel momento in cui danzando le annunciava il suo amore. Era follemente innamorato di lei e per nessuna ragione al mondo l'avrebbe abbandonata per fuggire, se fosse stato possibile, con qualche altra ballerina di un altro orologio. Avrebbe voluto invece liberarla da quei terribili ingranaggi che la tenevano legata al meccanismo del tempo che le impedivano ogni forma di movimento. Avrebbe voluto essere per un istante il suo "Spartaco", capace di spezzare le catene della schiavitù e baciarla soffiandole con le labbra il suo amore.
Di tutte queste sue certezze l'omino ne era sinceramente convinto. L'unico dubbio riguardava la possibilità che anche lei volesse le sue stesse cose. Nella solitudine vi è la certezza del dubbio, in due vi è il dubbio della certezza.
Da anni oramai i due allo scoccare delle ore 12,00 o delle 24,00 uscivano dai lati opposti del loro orologio e danzando percorrevano quell'angolazione di 90 gradi che permetteva loro di incontrarsi al centro della pista. Si salutavano piroettando l'uno di fronte all'altro e, danzando, amoreggiavano follemente dandosi appuntamento alle prossime ore 12,00 o alle 24,00, infine rientravano, nell'attesa dell'evento successivo, nelle fenditure opposte a quelle da cui erano usciti.
Sin dalla costruzione l'orologio a cucù non si era mai bloccato quando i due ballerini lo avrebbero desiderato. Non si era mai bloccato nel momento in cui due ballerini erano più vicini e potevano osservarsi e, forse toccarsi, come era da loro desiderato. Potevano ritrovarsi uniti in eterno, soltanto nella fotografia di un anonimo fotografo che li aveva immortalati alle ore 12,00, in un lontano giorno, in occasione dell'inaugurazione dell'orologio. Li aveva riuniti per sempre proprio quando i due avevano percorso i 90 gradi della loro pista. Nella fotografia appesa alla parete vivevano eternamente felici, era il loro voler essere: immobili per sempre l'uno accanto all'altro. Soltanto nella foto i due ballerini potevano ritrovarsi indissolubilmente uniti. La foto è la negazione del tempo, blocca un particolare istante per impedire al tempo di cancellarlo e andare oltre, ma la foto in quanto staticità contiene in sé un'indiscutibile contraddizione. Se essa è la rappresentazione di un'immagine, di un istante scisso da quello precedente e da quello successivo, non può rappresentare un aspetto amoroso. L'amore è la conclusione di un qualcosa e si può dare alla foto un'immagine amorosa soltanto se la si collega a tutti quegli eventi precedenti che l'hanno determinata. La foto è la loro conclusione. Soltanto nei ricordi assume un aspetto piacevole proprio perché ci richiama alla memoria le speranzose attese vissute di quel momento. La foto è inserita in questa fase dinamica. Il tempo vi ritorna così a spadroneggiare incontrastato.
Il ballerino provava nei confronti del tempo un duplice e contraddittorio stato d'animo: amore e odio. Eros e thànatos, elementi vecchi più del tempo, l'immagine speculare l'una dell'altra, l'una il rifugio dell'altra. L'una la trasformazione dell'altra. Come l'alternarsi del pendolo così egli alternava i suoi stati d'animo nei confronti del tempo. Lo amava quando questi gli offriva l'amata, quando gli veniva tolta non poteva che provare il sentimento opposto. Tale ambivalenza di sentimenti si sbilanciava nel momento in cui il tempo, colonna sonora dei suoi giorni, gli si rappresentava nel suo pieno aspetto decadente. Col passar del tempo egli si sarebbe man mano arrugginito e, dopo qualche ultima scricchiolante danza, sarebbe rimasto bloccato nel suo angolino all'interno dell'orologio, per poi cadere a pezzi o essere sostituito da qualche altro. Il tempo era il suo padrone e in quanto tale non poteva lottarlo privo degli strumenti adeguati: conveniva che si dedicasse agli incontri del presente e del prossimo futuro. A quegli incontri che duravano tutto al più qualche secondo: l'uno ruotava intorno all'altro volteggiando nella sua immobilità percorrendo un giro di 360 gradi. In tali incontri sembrava che si scambiassero eterne promesse di appuntamenti e di ricordi del passato, tutto nel giro di danza, tutto nel giro armonico precisato dalla sicurezza del tempo.
L'inevitabilità di tali incontri era data dalla certezza del tempo come il corteggiamento rivolto dalla terra al suo astro splendente mentre gli sorride attorno, o come le carezze che le lancette dell'orologio fanno alle ore armonicamente ordinate attorno ad esse.
Mancavano oramai pochi battiti alle ore 12,00, il cuore aumentava il suo ritmo e la frequenza superando di gran lunga quella del pendolo, rievocava il "tam tam" sincopato dei ritmi tribali con tutto il pathos che esprimevano. Era il momento dell'attesa, l'eterna partita col tempo dilatato. La partita nella quale il tempo assume forme allungate in cui ci si sente prigionieri e si vorrebbe correre, come atto liberatorio, per comprimere il tempo, per dargli una minore ampiezza, una maggiore fluidità, Il ritmo cardiaco dell'omino all'unisono con i movimenti del pendolo annunciava l'ennesimo incontro delle ore 12,00. I due ballerini si sarebbero come sempre incontrati al centro della pista. Qualche battito ancora, pensava il ballerino, e la comparsa dell'amore, rappresentato nei suoi giri di danza, si sarebbe di nuovo manifestata come sempre. Cento battiti del suo cuore erano compresi nel semplice intervallo che andava dal penultimo all'ultimo battito del pendolo. Quest'ultimo rintoccò nel preciso momento in cui l'ansiosa attesa dell'omino aveva raggiunto il suo acme. Una soave musica seguì il battito delle ore 12,00.
L'omino uscì dalla porticina di destra dell'orologio dirigendosi verso il centro della pista. Era giunto il momento, muovendosi verso il centro attendeva la sua ballerina; il suo viso, raggiante come il sole, irradiava solarità, sembrava illuminare il percorso che la ballerina avrebbe dovuto compiere.
Ma un rumore inconsulto ed improvviso interruppe il capolino della magica atmosfera. L'omino proseguì il suo cammino ma la sua simmetrica immagine era assente, l'espressione sul suo viso si rabbuiò all'istante, come il sole oscurato da una nuvola grigia. Al centro della pista si ritrovò solo, col gelo nelle ossa, accompagnato soltanto da rumori irriconoscibili del meccanismo dell'orologio.
La ballerina era rimasta immobile nel suo angolino lasciandolo solo al centro della pista. Un successivo rumore bloccò il resto, l'omino si ritrovò pietrificato nel suo vano tentativo di piroettare attorno ad un qualcosa di assente, attorno al nulla. In quell'istante la vitalità dinamica del suo cuore si fermò e come d'incanto si trasferì con le paure, i timori ed il pianto nelle parti alti del suo corpo, nel suo cervello. Era ormai solo, immobile al centro della pista. L'orologio ignaro dell'accaduto, riprese inclemente il suo cadenzato battito.
L'omino non sapeva di preciso cosa fosse successo, o forse voleva non sapere, ma dopo qualche battito vide le sue aspettative infrante nel mezzogiorno di quel dì. Non sapeva cosa fare, avrebbe desiderato allontanarsi da quel posto, correre da lei per poi liberarsi da quell'ingranaggio che li teneva legati al tempo e trasferirsi al di là dell'orologio dove il tempo non ha poteri, dove il tempo non esiste e dove tutto è regolato dall'amore. Dove esistono orologi che indicano non il tempo, ma l'amore passato, quello presente e quello futuro. Dove non sono chiamati orologi ma oroamori. Dove il tempo è contenuto in enormi serbatoi e, a piacimento di ognuno, è possibile aprire i rubinetti e farlo scorrere, dissetarsi a tale fonte, invecchiare di qualche ora o di qualche minuto, e poi richiuderli quando si vuol vivere in eterno una situazione felice.
Erano questi solo sogni creati dalla rottura dell'orologio che lo costringeva a vaneggiare al centro della pista. Per l'omino, il tempo si era fermato nonostante che l'orologio continuasse instancabile con i suoi battiti. Avrebbe voluto piangere se il tempo gli avesse concesso le lacrime, ma restava lì fermo destinato all'immobilità, impotente nell'avvicinare la sua ballerina. Era stata lei a non volerlo più incontrare o il meccanismo ad impedirle di uscire?
Non lo sapeva, non riusciva a saperlo, non voleva saperlo. Trascorsero alcune ore ed i battiti dell'orologio alternavano lo stato d'animo dell'omino da un'ansiosa attesa di un'auspicabile evento futuro ad una marmorea rassegnazione nella solitudine. Trascorsero quasi dodici ore, l'omino le aveva vissute come poteva viverle un paralitico mimo in una platea vuota.
Pochi minuti alle ore 24,00, sarebbe successo qualcosa? Una tenue speranza cominciò ad albeggiare in lui. Sicuramente, pensava, il battito solenne delle 24,00 gli avrebbe portato la sua amata, gli avrebbe condotto la sua ballerina che disperata, nascosta negli anfratti dell'orologio, attendeva anche lei spasmodicamente l'evento per rincontrarlo. Anche lei avrebbe voluto ancora danzare in amore con lui. Il dubbio della certezza si insinuava.
Mio caro aureo orologio, pregava l'omino, se potessi, ti trasformerei in oro lucente, come re Mida tramuterei il tuo meccanismo in metallo nobile, magnificherei la tua bellezza, cospargerei di oli floreali i tuoi ingranaggi per alleviare le fatiche dei tuoi movimenti.
Un rintocco solenne annunciò le ore 24,00 seguito da un lieve sussulto dell'orologio. L'omino attendeva col fiato in gola l'uscita della sua ballerina. Sulla pista tutto rimase però invariato: l'omino al centro e la sua amata ballerina ferma all'interno dell'orologio.
Nel preciso istante in cui il battito annunciò le ore 24,00 l'omino riuscì a vedere, grazie ad un movimento inconsulto della porticina, che un dentino d'oro della ruota di un ingranaggio era caduto proprio davanti ai piedi della sua ballerina in modo tale da impedirle ogni forma di movimento.
Certo, le condizioni impedivano alla sua amata di incontrarlo al centro della pista, ma lei aveva tentato qualche sforzo per superarlo? E soprattutto lo aveva desiderato? La ballerina era lì immobile, complice e consenziente del diabolico inceppo?
Ah, come poteva saperlo?
Al suo posto l'omino avrebbe tentato l'impossibile per raggiungerla, avrebbe percorso anche la strada al contrario pur di raggiungerla.
E' facile dire ciò quando non si vive una situazione di difficoltà. No, le condizioni impedivano alla ballerina di raggiungerlo al centro della pista, quel dannato dentino d'oro si opponeva. E se quest'ultimo fosse stato messo lì apposta da lei o, peggio ancora, da un altro?
Si, forse c'è la possibilità di un altro ballerino nascosto negli ingranaggi poco visibili dell'orologio o nascosto nel cuore invisibile di lei. Se c'è, da quanto tempo si perpetua tale clandestinità?
No, è da escludere tale ipotesi, ma del resto quale è valida? La prima, la seconda o la terza?
L'infinita storia d'amore dell'omino si era dissolta nel suono delle 24,00.
In alto sull'orologio si aprì nel contempo una finestra da cui venne fuori un uccellino che vivacemente cinguettò sottolineando il particolare orario. L'omino non aveva mai notato prima di allora quell'uccellino, preso com'era nel danzare. I suoi pensieri ricchi d'intensità per la situazione creatasi si separarono dal suo corpo e si innalzarono lasciandolo vuoto come un guscio. Salirono in alto, raggiunsero il suono del cinguettio e si sistemarono su di esso come su di un tappeto volante.
Soffiati dal vento fuggirono via.


PARTE SECONDA

Ah, finalmente disteso su questo soffice suono, il mio corpo si modella sulle sue onde e plana, cullato e trasportato da esse. Il cinguettio ha colpito le mie orecchie ed io, attratto dal canto, non ho resistito al fascino del richiamo di questa sirena, mia salvatrice. E' venuto in mio soccorso, mi ha prelevato, come se avesse una gigantesca mano, e mi ha depositato sul suo dolce suono liberandomi dalla marmorea realtà.
L'orologio lo vedo, è lì in basso sotto il mio corpo, lo vedo minuscolo, quasi ridicolo e posso dall'alto controllare tutto. Sono scivolato sul suono del cinguettio e con sollievo delle mie membra plano leggero nell'etere. Mi sento rinfrancato dalla stanchezza e dalla rigidità. Per anni il mio corpo ha dovuto sopportare la posizione eretta e plastica che il ruolo di ballerino e inquilino di un orologio m'imponeva. I pensieri sono finalmente liberi. Sul suono del cinguettio hanno assunto la loro autonomia corporale. Stanchi di essere compressi negli anfratti cerebrali della mia testa finalmente riescono a trovare la loro agiatezza nello spazio circostante. Sul suono di questo cinguettio sono riusciti finalmente a sistemarsi, come neve sul terreno avvizzito. I miei pensieri sono soavemente assuefatti, finalmente liberi, non più infelici, non più costretti. La scissione ha eliminato la necessità dell'incontro, ha eliminato il bisogno, causa prima della mia infelicità. L'amore, epico condottiero dei nostri mali, sempre alla continua ricerca di nuovi e ampi spazi, di altri orizzonti, ha deposto il suo scettro, si è dissolto, ha lasciato, con la mia pietrificazione al centro della pista, il ricordo di un tempo, il ricordo della mia immagine lapidea.
Io non sono che una semplice ed inanimata struttura, come un sasso, un fodero o un'armatura vuota. I miei pensieri finalmente liberi e lievitati, non più prigionieri del tempo, dell'attesa e dell'amore non corrisposto, sono in viaggio sul suono del cinguettio, volano, vagano, veleggiano. Sono asessuati, assuefatti. Si allungano, si dilatano, prendono e perdono man mano la loro struttura, come un noioso giro vizioso. Nello stato di completa pigrizia si muovono con rasserenante sfiducia nei meandri della realtà quotidiana. Il meccanismo ruota ed abbandona all'istante il presente nel momento stesso in cui lo vive. Abbandona quel presente pigro che già non è più, è già tempo remoto. Preferisco avere il pensiero della pigrizia piuttosto che i pensieri pigri. Li vedo avanzare nel fascio nervoso, attraversare il cervello da ambo i lati, da tutte le direzioni: dal basso verso l'alto, da destra a sinistra e viceversa. Si incrociano e ripartono diritti verso la loro direzione. Salgono e scendono senza sosta, per poi sparire dietro colline cerebrali ed infine riapparire più piccoli e lontani, con la promessa di essere di nuovo presenti, in questo o in quell'altro punto dell'emisfero.
Tutto ricorda le strade che percorro e che immagino di vedere dall'alto: via Zara che si incontra, dopo aver abbandonato la superstrada, con la via provinciale, per poi sparire dietro colline urbane ed incrociarsi con la via nazionale, quella comunale, il vicolo, il ponte, sfiorando il cucù sistemato sul mobile della stanza tinta d'azzurro. Di quella stanza che volge sulla prima strada privata che si incontra quando i pensieri diventano privati e non si manifestano agli altri, per paura di squilibri psicologici interiori, ma fuoriescono e verseggiano........., quando si realizzano determinate condizioni, quando sono le 16,00, le 18,00 o le 21,00. Quando sono le 16,00 (la lancetta corta protesa verso le quattro, la lunga sulle dodici), le 18,00 (la lancetta corta nel suo preciso ed infinito misurato tentativo di tagliare in due il numero sei, di formare due perfezioni, due numeri tre, due numeri perfetti, e la lunga nel suo reiterato e "dozzinale" tentativo) o le 21,00 quando è finito carosello e bisogna andare a letto.
Il tutto non è casuale, tutto e causale: "C" si realizza perché "A" e "B" interagiscono in un determinato modo, in modo dialettico per l'appunto. Sono precisamente le 16,00 le 18,00 o le 21,00 e l'equilibrio del meccanismo dell'orologio a 18 carati è tale che le porticine del cucù si aprono ed i pensieri privati, trasformati in uccellini, fuoriescono infrangendo il silenzio con il cadenzato ritmo. Li vedo, è il messaggio!
In un attimo il mio pensiero rallenta, si riprende, continua, scricchiola, rallenta, è fermo! Il cadenzato "tic tac" ha perso il suo armonioso ritmo. Il ticchettio rallenta, si diluisce in sfocate forme allungate, abnormi. La nebbia adombra, confonde, mescola i vari pensieri. Metterne a fuoco qualcuno per me è cosa ardua. L'intensità di essi è tale che la risultante è pari a zero: prenderla, analizzarla, scomporla in tante parti infinitesimali per poi ricomporle in modo mirabile, senza i suoi lati spigolosi.
Intanto avverto che tutto è fermo, immobile. Il pendolo non oscilla più, sembra non più annunciare l'arrivo di quelle condizioni, al cui realizzarsi le porte della nostra esteriorità si aprono, per permettere ai nostri pensieri privati di fuoriuscire, per scimmiottare al mondo, quasi come un campanello d'allarme, che c'è bisogno di un qualcosa: di un sorriso, di uno sguardo, di un ascolto. Il pensiero privato non si presenta più e non verseggia. Senza il verso del cucù non chinerei più il mio sguardo su quell'orologio come per pensare che è giunta una tale ora e che dovrei in seguito fare qualcosa.
Sì..., dovrei..., in seguito..., fare..., qualcosa...
Quando il pensiero avverte una tale situazione, verifica ancora una volta che aggiungere la parola "forse" è del tutto superfluo.
Ma tutto è fermo, bloccato. Le ruote dentate del meccanismo non girano più. L'immobile regna incontrastato, il pendolo non oscilla e le lancette sono ferme. Sembra che nulla possa cambiare, la sempre e solita monotonia ripetersi all'infinito: quello che è oggi sarà domani ed il dopodomani simile ad ieri o ad oggi.
L'immobilità, contraddistinta dalla totale assenza dell'eventuale capolino dei pensieri privati, si trasforma in attesa, in trepidante attesa di una forza capace di rianimare me e il resto e dare nuovo vigore. Nell'immobilità si è pigri, inespressivi, si mostra sempre la solita immagine: quella umile delle 18,30, quando ci si vuol nascondere il più possibile dietro le certezze più grosse, come appunto nelle 18,30 la lancetta piccola nascosta dietro la grande. In altre epoche le 10,10, quando si vuol vivere e mostrare a tutti la fierezza di sé stessi a braccia aperte.
Capisco che nel percorso quotidiano il gioco non può durare a lungo ed il mostrare sempre la solita immagine diventa noioso. L'immobilità, contraddistinta dalla totale presenza del solito aspetto si trasforma in trepidante attesa. Attesa di un qualcosa che cambi, attesa di un qualcosa che riattivi il delicato meccanismo e doni una nuova e vitale spinta alla meccanica dentata. Attesa di qualcuno che lasci scivolare un soldo nel tuo cappello. Quel qualcuno che quando è coniugato con l'attesa si trasforma in immagine messianica. Ci si aspetta che una particolare situazione possa darci una liberazione, un aiuto, un conforto. La mano decisa a ridare corda al pendolo è l'immagine messianica. Il secondo giro di chiave è la negazione dell'attesa. Il pensiero immobile si trasforma in fugaci saltelli, il delicato meccanismo dentato riprende, cigolando, il suo cammino. Tic tac.
La dinamica del pensiero saltella di casella in casella toccando questo problema, quel sentimento, questo o quel particolare altro bisogno. I suoi saltelli ricordano quelli decisi di un omino che di pietra in pietra attraversa un fiume, saltando prima su un ciottolo, poi su una pietra più alta, poi su quella in avanti a sinistra dalla forma di un melograno, poi sulla sponda opposta; di quell'omino diretto in quella piazza della prima strada privata che si incontra quando i pensieri diventano privati, in quella piazza della prima strada, vicino a via Zara, dove è sistemato in alto l'orologio a 18 carati a cucù.
Tic tac, tic tac, tic tac, tic tac...
Ticchettando l'oscillazione del pendolo ricomincia e annuncia che comunque le condizioni dovranno di nuovo realizzarsi quando saranno le 12,00, le 18,00 o le 21,00.
Oscilla il pendolo, il suo movimento oscillante, scintillante, esilarante, memore dell'esperienza, scandisce l'attesa del manifestarsi dei pensieri privati, provati, depravati, deportati dalle vecchie condizioni di bisogno.
Ho male alla testa,
Tic tac, tic tac, tic tac, tic tac.
Io sono il tempo, la mia testa e divenuta oramai un orologio dove danzano attorno al mio cervello due ingenui ballerini. Vedo lei ed il suo nuovo compagno. Li vedo che si guardano con tenerezza nei loro occhi, si piroettano attorno, sono innamorati.. Io rido a crepapelle, per loro sono solo le ore 12,00, il cinguettio del cucù li avverte: tic tac, tic tac.
Persevero in tale attesa e vecchio, forte nell'aver nella vita più volte fatto il verso del cucù, nell'essere su per giù, nel non sapere più, ascolto il ticchettio nella mia testa:
tic tac, tic tac, tic tac, tic tac.
L'esperienza memore del passato riesce a far camminare il meccanismo con la forza ad affrontare l'evento delle solite condizioni delle 12,00 o delle 24,00. La forza nell'affrontarle è viva in me, ma la paura di vivere con le attese è terribilmente presente, passato, futuro.
Ho male alla testa, i miei pensieri stanno scivolando dal tappeto suonante del cinguettio. Bruciati dalla fiamma, come gocce di cera fusa stanno scorrendo giù, negli inferi del profondo.
Io sono il cavaliere dalla triste figura, su di un suono alato combatto per te, mia ballerina del Toboso.
L'uccellino fa cù cù.
L'orologio tic tac.
Io che ballo, ballo, ballo..., da solo ballo!
Tic - tac, tic - tac
Piroetto facendo girotondo a quanto è bello il mondo.
A quante belle figlie di Madame Doré.
Tic - tac, tic - tac
Soave tiiiiic taaaaac.
Io sono un cucù, quel cucù che non si manifesta più soltanto quando si realizzano le condizioni, ma sempre!
Precisamente ad ogni minuto.
Ad ogni secondo.
Nel quadrante dell'orologio a cucù a 18 carati.
Nel mio cervello,
che vola e che plana,
Nel mio cervello,
che oramai non c'è.
Nel mio cervello,
oramai impazzito.
Tic tac!



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