FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LIFE AND VIVID TALES OF BERNARDO CUPAVALLE

Andrea Pernice




1.

"Assaporando con voluttà l'unta e tiepida focaccia, prese consapevolmente l'unica decisione buona per quel momento: telefonarle, ecco quel che doveva fare. Ma doveva farlo subito, senza indugiare oltre. La sua vita era stata costruita all'insegna della gallina domani, e alla fine il suo carattere prese definitivamente il sopravvento. Si coricò presto e piombando nelle braccia di Morfeo, desiderò di essere Shunka-Wakan."


Uno sfacelo. 347 pagine. Manco poi così lungo, pensa. Alza gli occhi, se li stropiccia sollevando gli occhiali e osserva le sue gambe distese sulla scrivania. Le vede male perché è miope e un miope con gli occhiali sollevati non può aspettarsi nulla di buono dal mondo, specie alle sette del pomeriggio.
Tiene il libro in grembo, lo sfoglia senza soddisfazione, la soddisfazione di aver letto un intero volume in mezza giornata che gli manca da una ventina d'anni. Routine. Merdosa. Ma guarda, ho il gilet macchiato, e tira una boccata di sigaretta. Tossisce, anzi no, si schiarisce la voce, che poi non gli serve perché non ha bisogno di parlare. Saranno le uova fritte di ieri? In effetti è a digiuno da un giorno. Il telefono. Dov'è? Il solito ignoto, pensa, forse no. "Pronto. Ciao, Carissimo...ti sento male, da dove chiami? Ah...senti...novità? Qui tutto tranquillo. Ho appena finito di leggere una cosa, no, niente di importante però devo farci due cartelle domenica e così mi porto avanti. Si, Francoforte è saltata proprio ieri, tra l'altro non avevamo preso neanche i biglietti...il solito caos...hai già sentito Braglia? Beh, va beh... però guarda che forse lui ci va lo stesso e poi non lo trovi più per tre giorni....almeno. Va bene...no, non ho ancora cenato, è presto.... ssi, potrebbe essere un'idea ma tu non arrivi in città per cena...ma come scusa, non eri bloccato al grill? Senti, facciamo così, io sono al Burlesque per le nove, poi se tu non ci sei ordino...anche per te? Come vuoi. Intesi. Va bene. Si. D'accordo. Ciao."
Attacca. Si rimette a posto gli occhiali. Con un agile movimento fa cadere in un colpo solo entrambe le gambe fasciate di velluto dalla scrivania. Un turbine. Una potenza. Una forza. Nessuno sa quant'è debole oppure lo sanno tutti ma nessuno parla. Banda di ipocriti. Upocritai. Dolce Liceo. Tutti gli etimi sapeva, tutti. Meglio di chiunque altro. Tre medaglie. La mamma non era mai contenta, a dir la verità nemmeno lui. Gli sembrava umiliante. Lo zuccherino. Era per una sapienza disinteressata, lui. Non retribuita. Al massimo gli intellettuali al potere, come in Platone. Ma in fondo neanche del potere avrebbe saputo che farsene, figurarsi, un destruens come il Cupavalle Bernardo. Le dita ingiallite sono un bel problema, Dio ha inventato apposta i limoni. Anche per quelli che non hanno le mani da pianista e purtuttavia si curano le unghie, non c'è niente da fare, se hai le dita gialle sei fregato. Fanno schifo e basta.

Che puzza al Burlesque. Almeno non hanno le tovaglie gialle, pensa. E' un odio d'infanzia, quello delle tovaglie gialle. Gli ricordano le suore, quelle baldracche che esercitavano la più vigliacca delle dittature sulla candida coscienza di un bambino di sette anni. Si mangiava su tovaglie gialle bordate di bianco, ci si asciugava con salviettine gialle e si dormiva tra coltri gialle, ma queste erano le uniche a non avere il giallo come colore originario. Era soltanto sporcizia, la cosa più stupida e innocente di tutto l'insieme. Si tamburella con la forchetta, eh? Perché, è proibito? Lo fanno tutti. Ma si, adeguiamoci alla massa. Inerte, Silenziosa o Roboante, sempre e comunque da disprezzare. Questo idiota non arriva. E il Cupavalle ha fame, è un giorno che non mangia, cristo! Figurati...l'autostrada. Basta, lo caccia, giura che lo fa. Non lo farà mai, gli piace dirlo. Anzi neanche dirlo, solo pensarlo. Cupavalle si diletta di scherzetti con sé stesso, quando non sa che fare. Mai avuto attitudine per il gioco, ma gli piacciono le scommesse. Solo quelle serie però. Dal giorno in cui è nato ha avuto paura di morire. Fondamentalmente si annoia, ecco perché ha paura. Se non si annoiasse ad inanellare stroncature paratattiche per un foglio importante, probabilmente non avrebbe così paura. Così -basta che non lo sappia nessuno- si diverte a scommettere con sé stesso. Qualunque stronzatina, pensa. Vediamo un po'. La finta virago in tailleur celeste appena entrata..si siede al tavolo del trampoliere col fiocchetto e la pressione alta (che gota rubiconda!). Sono sicuro. Ci scommetto. Ci scommette, Cupavalle. Pegno del bet: la sicurezza di un'ottima salute per altri tre anni oppure una trombosi entro domattina. Si pente quasi subito, perché se sbaglia dovrà aspettare l'indomani per verificare la scommessa. L'attesa è dura in questi frangenti. Indietro però non si torna. La finta virago si siede dal trampoliere! Ha vinto! E magari il trombo se lo becca proprio il trampoliere, chi meglio di lui, ci ha pure l'ipertensione! Niente sale per noi ragazzi del '34. Fa male. Cazzo, però. E ridacchia. Arriva Carissimo. Dio che odio. Ciao, Carissimo.


2.


" Un momento, tu cosa sai di questa cosa?"
Nel formulare la domanda la cupola cranica di Cuh-pah-val-ley si incupisce avidando cupidigie lontane da coupè eleganti.
Carissimo mangia la foglia e lo spezzatino, quindi proferisce parola.
"So che il libro è in uscita. Braglia ha parlato con l'editore l'altro giorno. Lo lanciano in grande stile. Bastoni, pare sia già in città."
Boccone indigesto. Si ferma in gola, non se ne va, è un porco che infiamma la laringe, un gran vigliacco perché sa che non ci si può far nulla, salvo affidarsi a contrazioni spasmo-muscolari. Una pratica scomoda, non elegantissima. La donna col tailleur. Oddio.
E quando mi abbracci, diva del muto di antichi splendori, mi torna in mente una canzone che fa così:


Stà a veder che il trampoliere
Schiatta col suo tromboncino,
Però io, che c'ho sedere,
Son strozzato dal suino;
Un decesso molto fine,
Proprio ad arte calcolato,
Vaffanculo alle scommesse,
possa esser io dannato!


"....'rnardo...? Tutto bene?"
" Bene... si... uuummfff!"
Dica quello che vuole, d'ora in poi se Cupavalle vedrà mai un maiale in procinto di essere crudelmente brutalizzato, beh, si unirà alla simpatica compagnia dei brutalizzatori.
"Dicevamo" riprende Carissimo puntuale come i rinculi di una fottuta mitragliatrice, "del libro di Bastoni. Pare che debba occupartene tu." Cupavalle sta pensando ai Looney Tunes. Precisamente al cartoon col lupo di città e il cugino rozzo di campagna.
"Carissimo, per la miseria, chiariamo una cosa: a me nessuno ha detto nulla. Lo sanno. Lo sanno benissimo. Quand'è uscito il Sovvertitore di Versailles, è successa esattamente la stessa cosa. E lo fanno apposta. Dio, i guai che ho avuto con l'editore... sai cosa vuol dire? Il comitato di redazione della mia rivista (e per fortuna che è mia!) mi si è rivoltato contro. Il direttore del quotidiano a cui mi onoro di rivolgere parola ogni tre-mesi-tre mi ha chiesto di moderare i toni, e detto da lui...Insomma, non sembra anche a te che lo facciano apposta?"
Cuh-pah-vah-lley, grande orso bruno della prateria ha imparato qual è l'arma più aguzza per recidere la pelle del bisonte.
"Bernardo, lo sai che oltretutto Bastoni non ce l'ha nemmeno con te...per la storia del Sovvertitore se l'era solo un po' presa..."
"Carissimo, non dire fesserie, ha organizzato una conferenza stampa per darmi addosso...e tutto per un'innocua stroncatura!"
Come gode, Il Cupa, gode di sé stesso. Ridacchia. Sono ricordi piacevoli. Che meravigliosa soddisfazione bocciare un maturo cialtrone, un illetterato trainato dai carri di potere. Niente da fare, dice. Piace. Vende. Anche al supermercato. Un etto di pancetta, dopobarba, tre pompelmi, Nutella e Il sovvertitore di Versalilles. Il barbetta porta a casa la sua copia, la mostra alla moglie e la mette nello scaffale, vicino alla Storia dell'Areonautica in otto volumi. La moglie approva la spesa ma vuol veder Mike Bongiorno, mentre il barbetta sbraita per strafogarsi di sport e obliterare la coscienza a mezzo di supermovioloni. Luoghi comuni? Si. Ma intanto Bastoni si becca le royalties. Cavoli suoi, buon per lui, pensa Cupa, ma non venirmi a dire che è un capolavoro perché mi girano i coglioni. E prima del Sovvertitore?
"Bernardo, però, scusa, Cripta dei Ghiacci Eterni era oggettivamente roba buona...adesso, guardiamo oltre le polemiche. "
La Cripta Dei Ghiacci Eterni era il predecessore del Sovvertitore. Anche lì, milioni di copie, e osanna al genio di Bastoni.
Nessuno, pensa Cupavalle, dico NESSUNO che si sia accorto di un Perlier, di un Franceschi, gente che con una cartella ridicolizza due tomi di un Bastoni qualsiasi.
Quella robaccia letta nel pomeriggio Cupavalle non la stroncherà, lui non è per la stroncatura facile. Dirà che si tratta di un romanzo particolare adatto a lettori particolari che cercano pagine dal gusto particolare. E in fondo, sotto sotto, si può trovare del buono in ogni cosa. Ma Bastoni non la passa liscia. Non nel caso che se ne occupi direttamente Cupavalle.
"Ma è perché aveva detto che Perlier è un fesso?" chiede affilando la lama Carissimo.
Carissimo, ti spacco la faccia, uno di questi giorni, lo giuro. Mi sale il sangue alla testa. Gli sale il sangue alla testa, prima o poi gliela spacca quella faccia.
"Senti, Carissimo, tu sei giovane....io non ce l'ho con te quindi scusa se permetto al mio carattere, pessimo lo sai, di infervorarsi..."
Gli attraversa la faccia uno sforzatissimo sorriso, potrebbe anche mascherarlo e farlo apparire naturale, ma gli piace che venga proprio preso come sforzato, anzi, sforzatissimo, appunto, uno sforzatissimo sorriso.

Improvisamente: altro.
Mano e pelo delicato. O meglio. Dall'inizio: il reticolato.
Tutto rombi e triangoli, perfetti o meno perfetti, in ogni caso infiniti e di sovrumana portata. Cioè, le cose non stanno propriamente così. Non infiniti e sicuramente di umana portata, visto che è proprio un uomo a portarli. Però, che meraviglia. Ma subito, incapace di persistente concentrazione, il pensiero fugge. Scappa in alto, verso il più grande, il più evidente, il più sovradimensionato (ehi, a proposito, si dice? Si può dire? E' un po' come il famoso most beautiful...eh eh eh!). E dopo essersi soffermato sulla lucentezza dell'estremità che il tempo ha reso sempre più opaca, ritorna al giallo, sempre lui, l'opprimente ed immancabile antiornamento cromatico che infetta il polpastrello con la sua aura malata. Puzzolente e affascinante.

"No, Carissimo, non sono d'accordo. La Cripta era un'idiozia, oltretutto neanche immune dal sospetto di plagio. Mi fa venire in mente una pagina scritta dal vecchio Jumpin' Jack Shelley mentre rilegge incredulo il Frankie della bella Mary".
E qui Carissimo si è perso un passaggio, Cupavalle ne è sicuro.
Infatti Carissimo crede che si parli di malto scozzese, lui, ah, che imbecille.
.
"Ti vedo mangiar poco e nervosamente, Bernardo..."
"Si, non cambiar discorso, Bastoni stesso lo sa, alla fine lo sanno tutti...è un incapace!"
E finisce così, con una notazione esatta, asettica e banale. Basta.
"Pensa quello che vuoi, Bernardo, non sono venuto qui certo per far cambiare idea a uno come te."
Ah no?


Cambia la scena.
Portone, pianerottolo, tasca, chiave, serratura,
gnniiiieeeekksbamscriikscriiktrok!
Dunque, ora procede meccanicamente prima di mettersi a pensare. Nemmeno Cupavalle è riuscito, con la sua saggezza millenaria, a sottrarsi all'umilante schiavitù della pantofola. Solo che lui si riscatta cercando di esserne consapevole. Io, dice, sono conscio di essere prevaricato dall'antiestetica comodità della pantofola. Questo io dichiaro, e con ciò spero di essere stato sufficientemente esauriente da evitare critiche e seccature.
Il bagno di Cupavalle è essenziale ma bello. Una cavità intrauterina calda e accogliente d'inverno, un fresco patio estivo, e lui ne va giustamente fiero. Denti, faccia, e un po' di dopobarba.
Cupavalle si siede in poltrona e accende la TV.
Ehi, i cartoni animati!
A mezzanotte?
La fantastica Betty Boop ondeggia, la sua zona pelvica trema portandosi dietro tutto il resto del corpo in un flessuoso moto continuo. Fiati e ottoni strillano bleepbloombloom nel crepitio dell'era trascorsa del sonoro e minuscoli microorgnismi nidificatisi tra le maglie di celluloide seguono percorsi entropici impazziti.
Due ore dopo lui è ancora lì, chiuse le palpebre comunque rivolte al ronzio dello schermo inerte.


3.


Dio mio, il mal di stomaco.
Perché proprio a me?
Miseria.
Niente caffè stamane.


Questa mattina Bernardo Cupavalle si alza, non dal letto ma dalla poltrona.
Enorme senso di intontimento e un incendio gastroenterico.
Camicia spiegazzata, sgualcita, annoiata e assonnata, scarpe sofferenti e pallide.
Che giacciono ai piedi della poltrona, vicino alle pantofole.
Latte.
Ma, d'impulso, accende il computer. Nei suoi quattordici hard disks Cupavalle conserva, scannerizzati, foto e articoli di qualche interesse per il suo lavoro. Odia le riviste ma non può farne a meno, così, invece che collezionare supporti cartacei di poco prezzo, raccoglie il raccoglibile in archivi magnetici, tanto efficienti quanto costosi.
La voce richiesta è "Bastoni". Dal listato Cupavalle sceglie un servizio di un noto settimanale femminile, corredato da un'intervista e alcune foto.

"Abbiamo incontrato per voi Urbano Bastoni che, nella quiete della sua splendida villa appena fuori Bergamo, si gode il meritato successo del già famosissimo "Sovvertitore di Versailles", volume che, da poco uscito in libreria, è già diventato il caso letterario dell'anno.
Come ci si sente ad essere l'autore più venduto del momento?"
"Beh, non posso nascondere una certa soddisfazione, anche se devo contraddirla: il mio ultimo libro è arrivato solo secondo nella top ten dei best sellers..."
COME CAZZO PARLAAAA!
"Si, ma è uscito da solo nove giorni..."
"Certo, certo...e infatti mi auguro successi maggiori...naturalmente sto scherzando (ride), d'altronde lei sa benissimo che non scrivo per il pubblico, per i lettori, ma solo per me."
SI, CERTO, VA BENE, HAI RAGIONE! PEZZO DI....
"Già, ma le solite malelingue insinuano che sia stata proprio questa sua sorta di dichiarazione programmatica ad attirare la folta schiera di lettori che poi acquista i suoi capolavori.."
"Sa, se in tutti questi anni mi fossi preoccupato delle malelingue e dei loro chiacchericci da servetta..le garantisco che non avrei mai dato alle stampe alcunché. Le dirò di più: io scrivo per me, come le ho detto, ma a giudicare il mio operato chiamo solo il pubblico e la mia famiglia...il che mi sembra sufficiente, non crede?"
INFINGARDO VERME!
"Si, certo, più che giusto."
"Ecco, poi ci sono le polemiche, e qui è tutto un altro discorso. Se si vuole rendere un libro qualcosa di differente da quello che esso rappresenta in sé (cioè un opera letteraria più o meno scadente partorita da una mente artistica più o meno fertile), in genere si cerca di farne un "caso", anche e soprattutto per creare interesse intorno ad esso. Mi sembra che con alcune mie cose si sia perseguito proprio questo discorso ed è chiaro che qui il versante culturale lascia decisamente il passo a quello commerciale. Insomma, il marketing prende il sopravvento e l'operazione si involgarisce automaticamente."
"Beh, ma mi sembra anche che una cosa del genere possa accadere...in fondo un libro può essere stampato solo perché poi viene venduto...."
"No, è proprio questo il punto, c'è un equivoco di fondo: io non accetto questa logica, capisce? Posto che la mia sia un'arte, io non ho il diritto di svenderla con mezzucci pubblicitari, né il pubblico deve subire tutto ciò che sta al di là della mera opera..."
"Si, ma..."
"..mi lasci finire, poi mi darà ragione...lei ha mai provato ad andare in Giappone? Ecco, lì c'è il perfetto esempio di quel che intendo...."

Basta.
Cupavalle smette di leggere.
Guarda le foto.
Bastoni siede su un prato con la pipa in bocca e un muso di cane tra le mani.
Non ha l'aria spavalda.
Strano.
Sarà il fotografo che è un incompetente e non ha saputo rendere visibile quella che è la vera essenza di Urbano Bastoni.

Click.
Computer spento.

Cupavalle prende in mano la Cripta dei Ghiacci Eterni e il Sovvertitore.
Sfoglia le pagine, allarga l'elegante rilegatura fino a scardinarne l'impianto, si sofferma su dei passi.
E presto arrivano le prime sgrammaticature, le pesantezze dei periodi, le asintatticità, emerge il disorganico, lo sciatto, il non curato, il tedioso, e, su tutto, quel mirabile, sublime schifo che solo l'inutile sa dare.

No, non mi sbaglio. E' un cialtrone. Arrogante per di più.
Ring.
Telefono.
C'è la segreteria.
Sclack.
"Ciao, qui è Molly. Pensavo di trovarti in casa. Che fai? Dove sei? Ricordati di mercoledì, poi non dire che non te l'avevo detto. Dai, sto scherzando.
Piuttosto chiamami quando torni. Ma dove sei? Oh, va beh, ciao."
Buffa Molly. Si vergogna del suo nome, almeno così dice, poi però non manca mai di presentarsi anche quando non ne ha bisogno perché sa che la riconosco al telefono. Più che del suo nome si vergogna di aver avuto un padre che si chiama Leopoldo e che, guarda caso, è il presidente della "Joyce Appreciation Society Italia".
Beh, è ora di farsi una doccia.
Cupavalle si spoglia e si infila nell'enorme vasca da bagno che, incassata nel pavimento, domina pur dal basso il confortevole e caldo ambiente. Non è proprio una doccia, quella che Bernardo Cupavalle si sta facendo. E' sdraiato e si fa massaggiare da otto getti d'acqua gelata mentre con le mani si pastrugna disordinatmente i nove peli che ha sul cranio. No, non è esattamente una procedura rilassante. A lui va bene. Si alza. Si asciuga. Si contempla. E, osservando la propria nudità, viene investito da due versi letti chissà dove, forse da lui stesso inventati.


Piccola cosa rosa...perché quando io sono felice a te spuntano le lacrime?


qual è la prima cosa da fare ora? Rendersi conto di essere al mondo, naturalmente; il compito sembrerebbe facile in virtù di una quotidiana presa di coscienza che dura da tre quarti di vita, in realtà è sempre una lotta, una lotta che sembra non aver mai fine. Guardare la finestra e cercare di illudersi che, si, un nuovo giorno potrebbe portare nuove cose, cose belle....certo, la teoria è cristallina nella sua esattezza, solo che, a parte ogni considerazione sui limiti intrinseci delle teorie, si schianta un po' con i vissuti di tutte quelle persone che, come Cupavalle, sono incapaci di provare sensazioni di felicità o infelicità e "vanno solo avanti". Aprono la finestra, inspirano profondamente e si ritrovano le sinapsi cerebrali, ancor più dei bronchi, incrostate di merda. A questo punto reiterano il conto che prima o poi sanno di dover fare con loro stessi in virtù della cosa più stupida del mondo, che se non ha nome vigliaccheria, ah beh, allora poco ci manca. Bernardo Cupavalle, non difficile a credersi, vive ogni mattina questa sensazione e come faccia a non riversarla in ciò che per mantenersi è costretto a scrivere, questo è un altro bel mistero. Ma è solo un opinione di alcuni. Secondo altri è evidente che i papiri di Cupavalle traspirino livore ancora caldo, in virtù della banalità più vera del mondo: il critico delle creazioni altrui è a sua volta un creatore frustrato, nessuna meraviglia che stronchi. Cupavalle è stato ossessionato per trent'anni da questo luogo comune e, bisogna riconoscerglielo, qualunque osservatore imparziale del suo lavoro, ammetterebbe che egli, pur con tutte le sue nevrosi e le sue intrattabilità, ne è totalmente scevro. Meticoloso lettore, grande esperto di letteratura italiana e angosassone, Cupavalle è convinto di non aver mai sofferto di complessi di inferiorità nei confronti di uomini che pubblicavano i frutti della loro fantasia, e, per una volta la sua autodiagnosi sembra non fallire.
Dunque, vediamo la cravatta. Fantasia cachemire su toni blu. Pare perfetta. Raggiungere la sede del quotidiano, presenziare alla riunione col caposervizio, ritirare la posta, prendere il caffè e guardarsi intorno per vedere se c'è qualcosa da fare. Ecco la missione, semplice e complessa al tempo stesso. In particolare quando il caposervizio in questione è un neolaureato arrogante che stima il Cupavalle e lo rispetta ma tratta malissimo tutti gli altri. Diplomazia ci vuole, perdio.
Pareti giallognole (ahi che dolor!), ticchettii convulsi e sordi quali solo tastiere da computer sanno vomitare, aria scarsamente ionizzata e telefoni che suonano in mezzo a un disgustoso casino di gente che si alza e si siede in modo istericamente concitato. Ecco il luogo comune del giornale. Non ci si può proprio far niente, è così e basta. Ecco la decana, quella delle agenzie. "Ciao Bernardo". Ciao, fa Cupavalle.
"Sai che c'è un sacco di roba sulla tua scrivania, dai, prendila e portatela via che se no fa polvere eh?"
"Non mi dire che HO ancora una scrivania?"
"Per quanto possa sembrare strano, data la tua non certo assidua frequentazione qui, devo dire che..." e mentre il solito peana tra il simpaticamente ironico e l'insopportabilmente pedante continua, il vecchio Cupa si dirige con passo spedito al suo modesto scranno.
Tre ritenute d'acconto.
Invito alla Cineteca Italiana per rassegna e dibattito su "Il Mito dell'Amato Muto".
Presentazione di tre volumi diversi in tre luoghi diversi dello stesso posto alla stessa ora (e qui si che val la pena di andare, quantomeno per vedere come se la giostrano i presenzialisti).
Invito per un ciclo di conferenze dedicate alla memoria di Arcidio Baldani, noto poeta da strada (massì, quello che strattonava la gente sul marciapiede...miseria...è diventato così importante?) da tenersi alla Casa della Cultura.
Quarantuno, per la miseria, quarantuno cartelle stampa "con gentile preghiera di pubblicazione".
E per finire, un malloppone di nove libri, tutti ancora ben sigillati.


4.$


Per la serie "La Vita è una Maionese Impazzita" va ora in onda l'episodio "Scalmane di un Caporedattore".
Egli si agita. Maniche corte o forse lunghe ma arrotolate, lui, unico in piedi, gesticola, suda, si entusiasma, ride, piange, vomita, ama, stringe i denti, infine, impetuoso come il rombo di una balena che addenta una spiaggia, eiacula. Ecco come si dà il la ad un brainstorming di quelli seri.
Cupavalle è avvezzo alla storia e lo guarda con un sentimento che tanto si avvicinerebbe alla tenerezza. Se non lo disprezzasse, chiaro.
"...mm...un altro minuto ancora...io non ho ancora ricevuto niente ma dovrebbe uscire il libro di Bastoni....qualcuno ne sa qualcosa?"
Silenzio.
"Pensavo che si potrebbero fare...un due o tre colonne in terza, noh? Tu che dici, Cupavalle?"
Cupa fa un gesto annoiato con la mano. Vorrebbe dire che a lui va bene tutto, non riesce.
"Cupavalle, dai che lo sappiamo tutti che per te è un supplizio. Vuoi passare il pezzo a qualcuno?"
"A chi, per esempio?"
"Mah, non so, qualcuno si trova, poi vediamo..."
"No, guarda, ho fatto trenta, faccio trentuno. Al massimo me la cavo con le note di quarta di copertina...se è come gli altri andrà benissimo fare così."
"Eeeeehhh....ma....io non lo so, guarda che il libro è già dato bestseller prima di uscire. Tra prevendite e conti deposito ha superato cifre pazzesche...mi sa che se ne parliamo dobbiamo parlarne bene...."
"Va bene, allora dò le dimissioni". Risate.
"No, guarda che non hai capito, o forse mi sono spiegato male io. Non volevo dire che bisogna parlarne BENE nel senso che il libro va incensato a scatola chiusa, volevo dire che qualsiasi critica o apprezzamento, dato il caso specifico, andrebbe fatto con una certa cognizione di causa..."
E' incredibile come un semplice "Ah beh, allora tutto cambia" pronunciato da Cupavalle con una determinata espressione riesca a produrre esplosioni d'ilarità così sincere, potenti e viscerali in un consesso di uomini d'inchiostro.


Crudo, si, mi dà quello lì, però me lo pulisce bene eh? No, solo due etti. E poiiii....mm..ci ho fame stasera o no? Ah già, la festa. Là si mangerà. Tutta roba avvelenata. Io mica la mando giù quella merda. Ecco, allora mi dà anche quella vaschetta di insalata di riso, si, senza le olive nere che tanto non mi piacciono. Ma, scusi, lo dicevo per lei no? Io le butto via, scusi. Ma no, guardi che non mi piacciono, gliel'ho già detto, sono amare. Si, ma non mi piace la cucina umbra, poi questa è insalata di riso, mica....va beh va beh, me le dia. Le devo? Ah già, alla cassa.
Ecco a lei. Grazie. Si, grazie, anche a voi.


Come un maiale nevrotico, Cupavalle si ingozza davanti ad un tavolo malinconico e una pagina di giornale. Conto alla rovescia. Mancano trentotto minuti all'appuntamento con Molly. Cristo, trentasette. Grufolando si avvia al bagno, poi alla stanza da letto, apre l'armadio e si veste. Stanco della vita? Io? Ma ragazzi, voi state scherzando! Parlaci della tua pazza esistenza, dicono loro, già, proprio loro, gli psicotici da internare. Camicia sgualcita, basta solo questa per attirare l'attenzione e far parlare di sé. Cupavalle è perfettamente conscio di essere un personaggio e pur odiando questo ruolo continua ad alimentare il piccolo mito che qualcuno gli ha costruito attorno. Ma stasera ci si diverte, dalla Tiroide. Le serate della Tiroide sono talmente ributtanti che diventano un'occasione di osservazione sociologica, un po' come fissare le caviette in certe condizioni adattive. La gente -Cupavalle non ne ha mai dubitato- è scema, tranne particolari eccezioni. E' idiota, vigliacca e parla troppo spesso di ciò che non conosce. Le serate della Tiroide sono un'epitome della vergogna umana. Il dubbio è: sentirsi un geniale Laborit o la cavia più infame?


"Ciao Molly". Bacino.
"Ciao Bè". Bacino.
"Sei elegante."
"Grazie. Tu no."
"Si, lo so, però non mi importa, e solo questo mi innalza di parecchie spanne rispetto ai ventinove trentesimi della gente che incontrerò stasera. Tu compresa."
"Suppongo che questa non sia arroganza."
"Infatti. Ho sbagliato qualcosa? Che so, il tono di voce, una movenza sciatta...."
"No, no. Tutto perfetto."
"Volevo ben dire".
"Appunto".

"BEEEEEERNAAAAAARRRRRDOOOOO!! MOLLLINAAAA!!! AMOOORI! Prego, accomodatevi!"
Un momento, non ero preparato.
Ci vorrebbero quindici o venti minuti di training autogeno o roba del genere prima di occasioni come queste. Uno shock. Colpa mia, l'idiota sono io. Colpa mia, colpa mia, colpa mia, colpa mia, colpa mia. Andiamo, non è la prima volta. La Tiroide è bollita dalla neve, amplificazione alle stelle e occhio vitreo. Indossa un maialissimo vestito verde bottiglia sfoggiando un decollète che ormai non riserva più alcuna sorpresa a nessuno. Pelo amaranto e zigomi affrescati di salsa rubra, questa specie di donna getta fango sull'intero genere femminile, per non dire umano. Chi non la odia la disprezza, chi, sventurato, arriva ad apprezzarne il "fascino" appartiene allo stadio terminale della propria autostima. Una volta poteva anche essere stata una bella donna. Non è sfatta, almeno fisicamente. Anzi, il contrario. Ossuta e longilinea, le sue finte anoressie le hanno fruttato discreti argomenti di conversazione, il suo pane. Tutto in lei è decadente; i sei chilogrammi e nove etti di gioielli che si potra dietro la rendono vistosamente scoliotica, il maquillage più volgare che esista, le sforzatissime smorfie e un fare in ogni occasione, per l'appunto, ipertiroideo sono tutte cose di cui lei va fiera.

"Ciao Braglia, mi risulta che tu sia a Francoforte, in questo momento."
"Certo, Cupa. Quella a cui ora tu stai parlando è solo la mia forma astrale."
"Piuttosto annoiata, come forma astrale."
"Vedi tra questa quarantina di persone un viso non annoiato?"
"Ma perché sei venuto allora, Braglia?"
"Potrei farti la stessa domanda. Ci si ritrova tutti qui a vomitare i frutti delle nostre aerofagie di falliti. Perché mancare? I buffet della Tiroide sono sempre un'occasione imperdibile per guardarci bene in faccia e chiederci dove abbiamo sbagliato. Ah ciao Gabriele."
"Ciao ragazzi. Cosa sono questi musi? Francesca sta preparando i tavoli verdi."
"E chi è Francesca?"
"Braglia, è la Tiroide..." fa Cupavalle.
"Tiroide?" interloquisce Gabriele "Perché Tiroide?"
Due sguardi s'incrociano, divertiti. Un terzo arriva alla coscienza senza sfiorare l'autocoscienza.
"Dio che soprannome puerile! Ma ragazzi..."
"Eddai, piantala di chiamarci ragazzi!"
"...no ragazzi, ma mi sembra una roba da scuola media...ma anche peggio...a voi no? "
"Gabriele, attento al tappeto che poi se lo sporchi la Tiroide, ops, Francesca, si incazza..."
"Sporcarlo con che cosa?"
"Con la macedonia di merda che vai sputando da trenta secondi a questa parte. Vai al cesso, tutti saranno contenti e anche tu ti sentirai più leggero."
Gabriele se ne parte.
"Dico, Braglia, mica c'era bisogno di trattarlo così..."
"No, guarda, non ne posso più. Cosa vuoi che ti dica, a me la gente così fa quest' effetto...quel leccapiedi...e se la prende pure! Cioè...ma poi che cavolo gliene frega se la Tiroide la chiamano così?"
"Beh, per averci il motivo" dice Cupavalle ridacchiando "quello ce l'ha."
"Sarebbe?
"Mercoledì se la sposa, la Tiroide."
"No!"
"Si! E tu hai fatto una bella gaffe! Lui riferirà immantinente e probabilmente questo sarà il tuo ultimo buffet a casa sua."
"Per quel che mi importa...e poi non credo...pur di far parlare di sé quella racconterà la cosa a mezza città con aria indignata...io diventerò comunque un protagonista e farmi mancare ai suoi ritrovi sarebbe considerato evidente segno di ritorsione, oltre che poco chic..."
"Braglia, come sta bene a te..."
Cupavalle gode, per una volta, a non essere al centro dell'attenzione polemica.

Ma dove sono capitato. Portatemi via, via di qui. E questo sarebbe ciò che chiamano un Salotto Letterario. A me sembra l'Anticamera del Suicidio.
"Dì, Cupavalle..." ridacchia la checca "ma è vero che ti hanno detto di fare il libro di Bastoni?"
Muori bastardo.
"Pare di si."
"Certo che sembra uno scherzo del destino, non credi? Ma poi com'è che è andata a finire la polemica per il Sovvertitore? Io non sto molto più attento a queste cose, poi alla fine rimango indietro..."
"Beh, puoi anche rimanerci."
"Indietro?"
"No, secco. Scusa sai, si scherza. Senti, vado a prendermi da bere, torno subito."
"Si, dicono tutti così, poi mica torni."
E' vero, dicono tutti così. Dura ammetterlo, sono caduto in un cliché.
"Senti...cosa vuoi da me?"
"Io? Niente! Era per parlare...cos'è..non si può più parlare ora?"
"Ma perché proprio con me? Sappiamo di starci reciprocamente...non particolarmente simpatici."
"No, Cupavalle, sono tue idee. Tu non mi stai antipatico. Altroché. Io ti odio e basta..dove l'hai vista l'antipatia?"
"Va bene, ho capito..ci vediamo."
"No, aspetta, non sei curioso di sapere perché ho detto quello che ho detto?" "Francamente no."
"Beh, te lo dico lo stesso. Io mi sono stufato delle CAZZATE! Cazzate scritte a destra e a manca da gente che non sa scrivere per gente che non sa leggere. Se ne parla, se ne parla! Nessuno legge più un tubo di niente ma voi, onesti scribacchini superlettori di professione, continuate a imbrattare fogli che poi sventolate in nome di una Cultura colla C maiuscola...oh, certo non avete questi gran stipendi...ma è la sacra aura della nobiltà del mestiere quella che vivifica il tignoso narcisismo che vi permette di tirar sera!"
"Guarda che se fossi in te, l'argomento narcisismo ci penserei ben bene a tirarlo fuori"
"Certo, certo..."quella stupida checca che mi viene a parlar di narcisismo!"
Lo so già cosa dirai stasera a Molly o a Braglia! Per farci sopra una risata, magari! Ma certo! E chi te lo impedisce? Quello che però non cambia è che tu non dormi, di notte. Sei lì, in posizione fetale a bearti della tua fama di provocatore, di rigido protettore del sacro vessillo di un potere, quello pseudoculturale, di cui tu non fai più parte. Certo, lo so anch'io che Bastoni è un emerito idiota. Bene, non t'è mai venuto in mente che tu che continui a stroncarlo possa essere peggio di lui?"
"Bastoni non è un idiota. Semmai è uno che vuol passare da furbo".
"Ma che cazzo dici?"
Se gli dò un pugno poi faccio fare una figuraccia a Molly.
"Cupavalle, sei una persona triste. E, per carità, niente di male, qui non vedo persone che non lo siano, me compreso. Il guaio è che sei vecchio. Sei vecchio per queste cose. Vattene, non farti più vedere, non farti più leggere, sei ancora in tempo. A lmeno prima che il triste diventi patetico. Esci di scena, tu dovresti esserne capace, un minimo di stile te lo riconosco. Dài retta a me."
"Senti, ma perché mi vieni a dire tutte queste cose? Perché non mi sopporti a tal punto da buttarti in un attacco isterico gratuito? Non ti sei accorto che stavi urlando?"
"Si, scusa hai ragione. E' che...è che ti detesto perché detesto me stesso..sei il mio specchio...in te mi rifletto.."
"Non sono d'accordo."
"E perché?"
" Beh, almeno io non sono checca!"
Ridono entrambi e vanno a prendersi da bere.
Una gabbia di matti. No, è un cliché. Sia pensarlo che dirlo. Chi troverebbe strano che qualcuno definisca così un posto del genere? Un postaccio, anzi (evviva le assonanze!) un postribolo. Un altro cliché. Quell'idiota ha sbagliato totalmente la diagnosi. Se c'è una cosa per la quale posso essere biasimato è il conformismo cerebrale. Ma non è colpa mia. Se c'è del marcio intorno ecco che ne vengo investito, fagocitato, travolto come si può essere travolti da un fiume in piena. I tempi sono quelli che sono e io...MA MUORI, MISERABILE! Stai tragicamente confermando, ad ogni parola pensata, la tua tesi! Cerchi giustificazioni ovunque e ancora un po' e arriverai a dire che la tua involuzione intellettuale è dovuta ai tempi. Una banalissima autocommiserazione. Un'altra fatale caduta nel luogo comune. Forse è meglio smetterla di pensare, veramente. Forse è finita. Forse è meglio andare a casa e fare dei nipoti. Però qualcuno mi diceva che per avere nipoti è necessario avere dei figli, prima. Boh. Bisogna che m'informi.
"Ti prego, andiamo via."
"Di già? Ma se siamo qui da due ore appena? Che hai, non ti senti bene?"
"No, benissimo, solo che non ho più voglia di star qui."
"Bene, io però resto."
"Certo, come vuoi. Ciao."
"Bernardo!"
"Eh?"
"Saluta almeno."
"Ma ti ho salutato."
"Non me. La Tiroide."
"Chi è la Tiroide?" squillò qualcuno.
Era la Tiroide, e chi se no?

Calcio al barattolo, barattolo pieno di becchime, insalata fallita in atto e potenza. Bene, anche stasera abbiamo scaricato lo scaricabile contro oggetto inanimato. Meglio non si può fare e Cupavalle non è ancora arrivato a schiaffeggiarsi allo specchio.
Telefono.
Ciao caporedattore. Nessun disturbo, sono appena tornato. Dalla Tiroide. Si, infatti pensavo di trovarti lì. Hai fatto bene ad andare al cinema. Ah, l'ho visto. Si, è piaciuto anche a me, fotografia magnetica poi, forse un po' debole l'idea di base. Bene, dimmi cosa posso fare per te. No, non l'ho letto. Ma non me l'avete ancora dato. Mah, aspetta che vedo, mi sembra strano...stai in linea? Aspetta....è che qui ho una pila....dunque, questi sono quelli arrivati oggi....ah, si, hai ragione tu...è proprio qui. Come per domani notte? Ma no che non ci riesco! No! Senti, non avevate detto che volevate una cosa fatta bene? Ma poi guarda, non sono nemmeno dell'umore....Non...non capisco, come fa ad essere così urgente? Ma non si era parlato di conferenze stampa! Ma dai! E ci devo andare? Ma come "fai tu"? Va bene, ho capito. Si, per fortuna non è lunghissimo, saranno un centocinquanta, centosessanta pagine. Non ti garantisco nulla, comunque se ce la faccio è per non prima di domani notte. Però niente conferenza stampa. Beh, ci vai tu. Senti, di più non posso fare. Si, lo so che mi stimi. Si...si....grazie ma è perfettamente inutile che mi vieni a dire tutte queste cose. Ma si, dai, ti ringrazio. Va bene. Va bene. Va bene. Ci sentiamo. Ma no che non m'incazzo. Dai. Ti saluto. Ciao. A presto. Ciao.
Ciao, ciao.


Virtù del cellophane. Ogni cosa. Praticamente ogni cosa che sia ricoperta di cellophane ha un suo valore, una dignità del tutto differente da quella dell'oggetto in sé, nella sua intrinsecità. E' il valore del nuovo, del pacco sorpresa, il fantastico pacco dono. Una volta avviluppata nella sottile membrana, anche la più stupida delle mercanzie può sembrare affascinante, perché nasconde sé stessa, occulta la propria sostanza e diviene oggetto erotico. Indi appare delicato e spettrale insieme lo stretto e prezioso valore simbolico dell'attributo di "intonso", ovvero vergine e intoccato, una miniera da scoprire lentamente in solitudine. Una cosa da spogliare, un giardino segreto da profanare a piccoli ma pesati passi. Anche se gustato più volte e reso dominio dell'abitudine, il sapore è sempre lieto anche al palato meno sensibile.

Cupa è eccitato. L'incanto dura fino a quando la plastica è sparita, la fascetta finita nel cestino e il volume aperto. Già dopo la prima occhiata, anche distratta, ai risguardi di copertina la magia si è dissolta. E'allora che appare in tutta la sua volgarità la vera natura dell'oggetto, in questo caso un volume esteticamente poco curato che reca in fronte un nome a Cupavalle inviso.
Disegno: un gruppuscolo di case, paesaggio montano raffigurato tramite uno stile senza infamia né lode. Del tutto indifferente, insomma, se non fosse che un enorme battage pubblicitario lasciava presumere ben altro, almeno dal punto di vista grafico.
Osserva il frontespizio, ridi se c'è da ridere, piangi se c'è da piangere oppure vai a farti un toast.
Autore: Urbano Bastoni
Titolo: Mio nonno, un Apollo.
Cupa ride, quasi fino alle lacrime. Ma che bel titolo, pensa. Poi va a farsi un toast.


5.


Mmmhh, buono, però non c'è la salsa tonné. E la rubra, mi spiace, non è la stessa cosa.
Mangia con tranquillità, si guarda intorno in una cucina indiscutibilmente bella, troppo bella per lui.
Gli stati d'animo sono contrastanti. Da una parte c'è la consapevolezza dolorosa di dover riprendere a lavorare in orario poco ortodosso.
Dall'altra l'indubbia curiosità, lo scherno pregustato, la voglia di infierire nella caccia alla cazzata. Sicuramente un certo numero di sorrisi.
Ma c'è anche la sicurezza che il Tedio Supremo s'impadronirà di lui dopo la terza risata, dopo qualche pagina.


6.


La sveglia biologica di Bernardo Cupavalle suona usualmente alle sette precise, ma oggi è un giorno diverso dagli altri, sono quasi le dodici. Cupavalle ha assolto il suo compito, protagonista di una notte insonne, di quella che solo diciotto ore prima avrebbe freddamente valutato come fatica improba. Si riprende strusciandosi tra le lenzuola, stiracchiandosi fino al limite consentito da madre natura e facendo tornare il suo cuoricino a battere con maggior frequenza. Si stropiccia le palpebre e si infila gli occhiali, l'unico oggetto senza il quale egli sente di non poter vivere, a parte le sigarette. Cosa può ricordarsi di un sonno appena dissoltosi? Probabilmente solo il tratto fondamentale, cioè che è stato disseminato di orribili incubi, dall'inizio alla fine. E, giuro, non è stato il toast. Non rammenta bene gli incubi, ma c'è qualcosa di cui si ricorda perfettamente.
E' qualcosa che pur netto e forte nella sua improvvisa apparizione, gli sembra difficilmente rievocabile, tantomeno comunicabile. Intanto si accende una sigaretta, aspettando il caffè.
Ecco che un ruscello di sensazioni, di passati rivissuti, comincia a trottare a passo moderato dentro la scatola cranica di Cupavalle. Il ruscello si fa sempre più veloce, fino a trasfigurarsi e a diventare un'orchestra. Un 'orchestra di intuizioni, lamenti e imprecazioni comincia a suonare un minuetto di emozioni prima selezionate e poi caotiche, e con un improvviso crescendo dall'andatura maestosa il minuetto diventa allegro, molto allegro e si rituffa nel ruscello che questa volta sfocia in un fiume che straripa. Arrivato alla cascata, Cupavalle si sente mancare e deve appoggiarsi ad una sedia. Siede, la testa avvolta tra le mani. Cos'è successo. Cos'è successo, Dio. Ride. E' crollato tutto, ma proprio tutto (non aspettate che mi metta a ricostruire, io, alla mia età).
Il libro. Com'è che si chiamava? Ah, già, Mio nonno, un Apollo.
Insomma, non è successo nulla di speciale, salvo che devo rivedere tutto daccapo.
....è stata dura. Tutta la notte. L'ho finito.
MA CHE DIAVOLO DICI, RAZZA DI IMBECILLE!
....eh, si, Carissimo, figurati tu, un libro di Bastoni letto tutto d'un fiato, in una sola notte...roba da spararsi!
IDIOTA! IDIOTA! IDIOTA! NON E' VERO! Ti è piaciuto invece! Perché fai l'ipocrita con te stesso? Lo sai che non riesci a fregarti, fallo con gli altri che ti viene meglio! Ma proprio tutto ti devo dire?
....e poi gli dirò: guarda, io il mio dovere l'ho fatto, adesso però, sinceramente: è meglio se il pezzo lo fai scrivere a qualcun altro sennò pensa veramente che ce l'ho con lui....
PERCHE' NON GLI DICI DELLA PRIMA PAGINA? Di quell'incipit che ti ha mozzato il fiato con la sua "maestosa bellezza" (come avevi pensato al momento) e che non ti faceva staccare gli occhi dal foglio?
....certo, poi diventa un fatto personale...ma no, magari è anche migliore degli altri suoi libri, certo che c'è tanta roba che è migliore degli altri suoi libri...heheheh...no, è veramente una porcheria, t'assicuro....
Perché non gli racconti, invece, della commozione che ti ha finalmente preso per mano in quel fascio di pagine, della soddisfazione che ti ha fatto vedere la sconfitta della routine, della lettura fredda-asettica-professionale?
....beh, una porcheria proprio no, forse ho esagerato...si, è sicuramente meglio di molte cose che si pubblicano oggi.....
E vogliamo dimenticarci lo stile? Asciutto, cristallino, levigato e al tempo stesso denso di pura poesia; privo di retorica, essenziale e sconvolgente. ...in un certo senso è stata una vera sorpresa...ho dovuto ricredermi in parte..
E la trama? Non parli della trama?
....ho dovuto ricredermi del tutto...e non è mica facile, sai....
Ti ricordi quando è stata l'ultima volta che hai letto un libro senza pensare al mestiere, così, solo per il piacere di leggerlo?
....si, ne parlerò bene perché lo merita, in fondo è giusto, anche se gli altri libri erano schifezze e comunque Perlier è un altro pianeta, non mi fai cambiare idea, Carissimo...heheh...
Da quanto tempo non leggi una prosa così ben costruita? Un fluire di aggettivi e sostantivi così naturalmente accoppiati da far sembrare che siano nati insieme e rimangano indissolubili sino alla morte?
....se devo proprio dirla tutta, in effetti l'ultimo Perlier ha deluso anche me, forse ci aspettavamo troppo da lui...


"Bernardo, scusa l'improvvisata....disturbo?"
"No, no, figurati...qual buon vento...?"
"Non parlerei tanto di buon vento...ieri sera s'è consumato un dramma, dopo che te ne sei andato...la "Tiroide", come la chiamate voi se l'è presa per delle cose che, sembra, tu e un altro avete detto al suo futuro sposo."
"Oh, beh, se la prenda pure. Se devo anche stare a preoccuparmi di queste cose...ah scusa, Molly, non ti ho offerto nulla...vuoi un caffè?"
"Volentieri, grazie, stavo per chiedertelo io."
Si siedono.
"...non dovevi andartene così presto, sai?"
"Dovevo lavorare, sai com'è..."
"Circa mezz'ora dopo che te ne sei andato è comparso indovina chi?"
"Chi?"
"Il tuo amato Bastoni."
"Ah."
"Un cafone, direi, ad arrivare a quell'ora. La "Tiroide" l'ha accolto a braccia aperte ma solo perché porta il nome che porta."
"Ci avrei giurato."
"Devo dirti la verità: ora, finalmente, credo di riuscire a spiegarmi tutto il livore che nutri per quello lì. Ci ho scambiato due parole e mi è parso un perfetto idiota. Un tacchino, un narcisista imbellettato. Più tardi ci ha pure provato."
"Per favore, non parlare così. Qualunque cosa sia successa, anche la più abietta e ignobile, non merita di essere descritta in questo modo." "Ma se non è successo niente! Ho solo detto che ci ha provato."
"Si vede che non sapeva di me."
"Assolutamente. Sa tutto. E' minuziosamente informato su ogni cosa che ti riguardi. Mi ha perfino detto che in quel momento preciso tu eri a lavorare alla recensione del suo libro."
"Ma tu guarda..."
"Caro mio, adesso sei tu che parli come uno dei personaggi dei romanzi che tanto detesti! Cosa sono queste locuzioni da massaia partecipe della vita politica?"
"Hai ragione, scusa."
"Meno male. Comunque, per finire il discorso...ha attaccato a descrivermi il lungo tormento interiore nelle profondità del quale versa senza speranza da quando ha iniziato a scrivere il suo nuovo libro...che poi mi ha raccontato in soldoni. Da quel che ne ho capito dev'essere una puttanata colossale..."
"Non sono d'accordo."
"Eh?"
Con un filo di voce.
"L'ho letto d'un fiato stanotte...è un'opera matura e geniale, un vero capolavoro."
"Non ci credo. Ma che vai dicendo?"
"Quello che ho appena detto."
"Mi prendi in giro?"
Occhi bassi, rivolti al tavolo.
"Per niente. E' stata dura anche per me ammetterlo...ma è così. Probabilmente è lo scritto più fresco e stimolante che abbia letto da dieci anni a questa parte."
"Io....non ci credo."
"L'hai già detto. Eppure è così. Del resto basta poco a convincersi. Leggilo tu stessa e te ne accorgerai."
"Beh, dammi il tempo di farlo...posso essere un po' stupita, nel frattempo?"
"Certo. Non credere, anch'io ho reagito allo stesso modo, con lo stupore. Non mi sono ancora ripreso."
"Beh, ora che ho avuto lo scoop della giornata posso anche andarmene."
"Molly?"
"Si?"
"Non far parola con nessuno di quanto ti ho detto."
"Pensavo di farci su un pezzo invece. Qualcosa in contrario? Senti come suona bene: clamorosa distensione tra critico e scrittore, entrambi grandi protagonisti di una magnifica stagione letteraria...tutti i particolari in terza."
"Suona malissimo. E poi tu scrivi su un settimanale, la terza pagina è al massimo il sommario."
"Ok, ok, stavo solo scherzando."
"Meno male".

Come ronza la sua testa.
Come ronza la mia testa.
Guardo le nuvole dalla finestra. Tette, muli, un cammello. Stringo in mano un evidenziatore morto dalla stanchezza, consunto dal superlavoro, reduce da ore di correzioni di bozze. Roba di sette anni fa, cristo, sette anni fa. E' inutile. La checca ci ha ragione. Sono un vecchio malefico, anzi, l'emblema stesso del male. L'insoddisfazione mi attanaglia e un mostruoso e schiacciante complesso di superiorità verso una certa parte di me stesso rende spossante ogni più piccola operazione intellettuale. Chi lo sa, forse ho davvero fatto il mio tempo.

Brring.
Pronto.
Si, sono io. Ah ciao. Bene, tu?
Mi hai beccato in un momento un po' difficile, stavo lavorando....no, certo...allora ci risentiamo? Si, ho letto il libro di Bastoni. Se vuoi te ne parlo, comunque non ora. Mi sorprende che t'interessi. Beh, sai, conoscendoti è difficile pensare che tu sia interessato a qualcosa che non riguardi strettamente te stesso. Perché, ti meravigli? No, mica volevo offenderti. Ma non è una novità, sai. Lo pensano tutti. Non è mica colpa mia se nessuno lo dice, il mondo è pieno di vigliacchi. D'accordo, sono un vigliacco anch'io, adesso però ti devo lasciare... non possiamo parlarne in un altro momento? Dio, se questa invece che essere la realtà fosse una storia, chi legge si chiederebbe che cosa c'entra che adesso noi due ci mettiamo a fare una discussione del genere. A meno che la storia non fosse incentrata proprio su di noi, ma mi sembra improbabile. Dai, non voleva essere una cattiveria... era tanto per parlare. Ebbene si, alle volte ANCHE IO parlo tanto per parlare, e allora? Ma quale offensivo? Senti se ci tieni te lo dico, e poi ti saluto perché ho da fare: ci sono delle persone, me compreso, che alla lunga non sopportano la gente che chiede come stai, cosa fai eccetera per poi non interessarsi minimamente a quello che dici. Si, esatto, tu ti comporti così: fai dire ai tuoi amici quattro cazzate e biascichi frettoloso "si, si, si", "ho capito, ho capito" "certocertocerto"... e poi ti butti in estenuanti disquisizioni sui tuoi stati d'animo e/o progetti futuri. Su cui peraltro nessuno ha espresso la volontà d'essere meticolosamente informato. Non puoi pretendere che chi ti ascolta non esca un po' irritato da conversazioni del genere... va bene, allora sarà un'idea mia. Come sarebbe a dire "perché non me l'hai mai fatto notare"? Ma dai. Beh ora l'ho fatto, no? E poi, insomma, di queste cose una persona della tua sensibilità (che tanto sbandieri ai quattro venti) dovrebbe accorgersi. Ma no che non sei distratto, non venirmi a raccontare 'ste balle. Ma guarda che non c'è mica nulla di male a fregarsene degli altri e a pensare solo a sé stessi, eh? Figurati, c'è gente che stupra e ammazza...d'accordo, è un discorso stupido, si, certo ANCHE IO ogni tanto faccio discorsi stupidi. Ma certo! Allora diciamo che il mio difetto è l'arroganza, il tuo l'egoismo. Va bene? Si, sei un egoista, non te l'aveva mai detto nessuno? Te l'ho detto, senza offesa. Senti ora devo proprio lasciarti. Va bene. Ci si risente. Ti richiamo io appena posso. Ciao. Ciao.

Come riconoscere una persona in crisi, capitolo primo.
Il signor X è in evidente stato di confusione mentale allorquando, ricevuta la telefonata di un amico o presunto tale, lo liquida dicendo che deve lavorare; l'amico si scusa, saluta e riattacca, ma il signor X porta avanti da solo una conversazione animata, apparentemente eteroriferita, che si protrae per almeno venti minuti. Il signor X è la botta, un ossessivo ed insistente loop di suoni monocordi e fortemente ritmati è la risposta.


7.


Che faremo di te, Bernardo Ditagialle? Hai sbagliato adesso oppure stavolta ci hai preso e hai vissuto una collezione di errori di valutazione? Forse che ci sarà permesso gettare a mare la colata di eleganti astrazioni ossimoriche, dominio di un'oligarchia fintoculturale becera e cretina, che con cura certosina confezioni per i tuoi elzeviri? Oppure ci rifiuteremo di digerire le illuminanti diarree citazionistiche che ogni giorno sforni e servi ancora fumanti come buondì del rinnovato sole? Riusciremo a trovare una qualche utilità nella ragione pratica di una vita sempre più morte per le tue abiure ideologiche e conseguenti turbe di confronti-dibattiti-memoriali-nuovimanifesti?
Soprattutto: riusciremo a schivare i mefitici autoprocessi con eccessi di domande retoriche che da qualche tempo ti organizzi in gran pompa?


TickleTickleTickleTickletictictacTickleTickleTickleTickletictictac.

"In uscita in questi giorni il nuovo, atteso libro di Urbano Bastoni.
Mio nonno, un Apollo (Ed.Thesaurus, 167 pagg., L.28.000), questo il titolo, è ormai l'ennesimo esempio di sapiente sfruttamento di un filone dalla cattiva coscienza letteraria in cui navigano, ormai alla deriva, le sorti perdute di certa editoria italiana. Trattasi di pseudodocumento basato su supposte conversazioni con il nonno dell'autore -finzione letteraria o realtà? Non lo sapremo mai, e forse sarà meglio così-. Al contrario de Il sovvertitore di Versailles e della Cripta dei Ghiacci Eterni, ove qualche smunta concessione alla trama si poteva fare in virtù di un'idea di base non del tutto disprezzabile (concessione poi non confortata da una scrittura insipida e sciatta) questo Mio nonno, un Apollo sa di irrimediabilmente banale sin dalle prime pagine, esplodendo, pochi paragrafi dopo, in un plot assolutamente imbarazzante, persino per il lettore. Dispiace dare l'impressione di prendersela sistematicamente con l'opera di un individuo già a suo tempo bistrattato su queste pagine, ma un osservatore attento e il più possibile oggettivo ha poca scelta, in particolare quando si parla di un "fenomeno" come quello di Bastoni...."




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