FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ALCUNE NOTARELLE COLLOQUIALI SUL CONCETTO DI CULTURA

Massimiliano Griner




Professori universitari, giornalisti, scrittori, saggisti, pubblicisti, presenzialisti televisivi, outsider di mestiere, opinion-makers, sono i personaggi che ingrossano le file degli intellettuali di oggi. Non userei lo stesso sostantivo "intellettuale" per costoro e per Gramsci o Anders, se non avessi fondati motivi di credere che l'intellettuale del pieno novecento e quello di fin de siècle siano legati dal destino comune di una lenta degenerazione e declino. Varrà bene misurare il peso dell'intellettuale in una società riferendosi all'incidenza della cultura nell'impostazione delle scelte essenziali della vita degli uomini.
Se la cultura si esteriorizza rispetto ai suoi propri obiettivi o, smarrita la misura, sale sulle barricate pretendendo per sé il ruolo di guida, nell'un caso e nell'altro manca il segno, degenerando nella vacua chiacchiera da salotto o in un bellicoso estremismo settario. Se qualcuno vi chiedesse dove oggi vengono prese le poche decisioni essenziali per quanto riguarda la nostra esistenza, dove si compiono le scelte fondamentali per la nostra vita, credo nessuno di voi si sentirebbe di rispondere: nella sfera della cultura.
Abbiamo conservato fino ad oggi quel minimo di serietà che ci impedisce di conferire al giullare colto, all'uomo di cultura che teniamo per il nostro divertimento volgare, poteri decisionali effettivi. Deleghiamo con strabiliante e cieca costanza scelte fondamentali ad individui incapaci e spregevoli, ma per il momento lasciamo che gli uomini di cultura rimbalzino nel sacco come le quattro noci di carducciana memoria: fanno tanto rumore, ma non danno troppo incomodo.
Chiamare nella sfera della cultura come membri a tutti gli effetti il direttore di una casa editrice, quello di un giornale, o di una testata televisiva, ha un senso, a patto di non chiedere alla cultura di essere altro che la creazione del consenso per l'una o l'altra parte politica, o lo strumento di diffusione di stili e costumi di vita. Cose queste che la "cultura ufficiale" di oggi incarna a modo. Ma un direttore editoriale, un professore universitario o un saggista, sono in realtà degli "stipendiati", e domandatevi perché e da chi soprattutto voi ricevete il salario o lo stipendio. Poi applicate a loro le risposte che avete dato a voi stessi.
Ho provato anch'io a rispondermi che anche uomini che tentano di opporsi realmente a ciò che non garba loro dell'andamento presente delle cose, fanno parte a pieno titolo di questa dimensione variegata che è la cultura alle soglie del terzo millennio. Ed hanno l'ascolto e il riconoscimento che meritano. Esistono, è vero, anche gli Habermas, gli Eco, romanzieri come Georges Pèrec, ma l'influenza delle loro critiche, delle loro proposte e dei loro richiami è nettamente inferiore non voglio dire a quella del consigliere di Stato Niccolò Machiavelli, ma del detenuto Antonio Gramsci.

Come tutti sanno, diventare un intellettuale significa garantirsi una buona occupazione ben remunerata, oltre ad una certa considerazione sociale. Molti aspirano a diventarlo, e così il ruolo ha un costo molto alto, che sole poche famiglie possono permettersi. Ma siccome il costo non è così alto da scoraggiare un numero sufficiente di aspiranti intellettuali, alla selezione per censo si aggiunge la selezione per 'agganci sociali'. Per diventare giornalisti occorre essere figli di giornalisti, e per diventare professori universitari, essere amici di professori universitari: non chiedetemi se la differenza consista nella maggiore sterilità dell'uomo accademico rispetto al giornalista, se convenite con quello che dico. Molti di voi argomenteranno di aver conosciuto ottimi professori universitari, durante i loro studi, oppure che non vedono chi potrebbe scrivere meglio del loro giornalista di grido. La sola cosa che voglio rispondere è che neppure si immagina con che uomini avremmo potuto venire a contatto se i criteri della selezione non fossero stati ricchezza e raccomandazioni, e che benefici avremmo tratto.
Chi è escluso dal vertice dell'Establishment, talvolta riesce ad occupare un piccolo ruolo nell'industria culturale, magari come correttore di bozze, come impiegato di una casa editrice, come sceneggiatore, oppure come bibliotecario, e sarà felice di poter scrivere sulla carta d'identità sotto "professione", "mediatore culturale" - espressione che ogni volta la sento mi fa pensare alla perifrasi "operatore ecologico".

Il pubblico colto dello spettacolo 'cultura'.

Siamo arrivati a considerare la terza figura di questa rapida e certo ingenerosa ricostruzione della cultura contemporanea. Dopo aver delineato la cultura come una rappresentazione teatrale, e aver identificato i commedianti negli intellettuali, scendiamo tra il pubblico, che non sarà erroneo classificare come semplice "spettatore".
Non potendo né volendo promuovere un intendimento diverso della vita culturale, il pubblico è incapsulato in un ruolo di pura passività e inerzia, piegato all'ascolto di quei critici che interpretano e dettano il suo gusto e le sue aspettative, orientato e mai orientatore, in balia di tendenze e mode effimere che lo sorvolano. se la metafora del teatro vi sembra troppo scontata, potremmo ricorrere alla felice espressione di Joseph Roth, e definire "angolista" lo spettatore medio, se non fosse che questo termine così efficace allude ad un individuo che si è rinchiuso in un volontario isolamento, mentre il nostro è convinto che la sua cultura sia partecipazione e coinvolgimento nella realtà.
L'angolista è una persona colta, appassionata, ricca di interessi, sempre al corrente di quello che succede, l'avanguardia del grosso pubblico. Più familiarmente, è l'amico che ti porta a vedere l'ultimo film di Derek Jarman o ti passa da leggere l'ultimo romanzo di Kundera. Il nostro si avvicina alla letteratura, alla filosofia, al cinema o al teatro, all'antiquaria, alla religione, alla divulgazione scientifica, sovente alle lingue esotiche o a quanto di più elevato e complesso offra il panorama della cultura del suo tempo. Il suo scopo segreto è mostrare al prossimo che lui è una persona colta e sofisticata - il che gli procura un ruolo psicologico definito, confortevole.
Da alcuni angolisti la cultura viene sentita come un rifugio in cui trovare scampo dalle avversità dei tempi, come un mezzo con cui fuggire dalla realtà del proprio contesto sociale e immergersi in una dimensione vaporosa, innocua e acquietante. Per altri è il solo mezzo indolore di esporsi, salire sugli spalti, contare qualcosa, comprendere i fatti politici del giorno e sentirsi parte di quello che succede, se non altro con la consapevolezza e la coscienza critica.
Di preferenza ama affollare con i suoi simili dei convegni, e quando sul palco incominciano ad arrivare, in usuale ritardo, gli intellettuali che per salutarsi e rinsaldare la solidarietà di casta si scambiano baci affettuosi, lui non prova disgusto, ma addita all'amico il suo beniamino e ne cita la benemerenze. Il cinema è il posto dove l'angolista si concede l'abbandono all'emozione: nei confronti di autori come Moretti o Wenders serba una idolatria che li rende ai suoi occhi intoccabili, e non manca mai di vedere i loro ultimi lavori non appena escono, trovandoli sempre migliori dei precedenti.
Ma il suo habitat è la libreria: è qui che trova i suoi libri, i suoi autori, è qui che nascono i suoi miti. Non si accorge di finire per leggere solo quello che va di moda leggere, solo quello che si può trovare in commercio, che viene stampato o ristampato perché l'industria culturale ha stabilito che è valido, attuale, importante, classico, da non perdere. Credendo di seguire un suo percorso personale, si adeguerà inconsapevolmente al gusto e alle mode correnti: rileggerà i vecchi libri che si deve rileggere, comprerà l'ultimo best-seller perché gli hanno detto che è davvero notevole, sceglierà i libri dalla copertina e dalla fascetta. Crede che ogni libro gli apra un nuovo orizzonte, ed invece non c'è un libro che lo sottragga a quell'orizzonte limitato e sterile che è il suo orizzonte. E il suo orizzonte insuperabile èquello delle riservatezza, della paura di esporsi, di salire lui stesso sul palco per mettere fine allo sgradevole spettacolo imbastito dai professionisti della cultura. Il greco Margite si risolse a fare l'amore solo dopo che gli amici, per prenderlo in giro, gli garantirono che in quel modo avrebbe potuto guarire una ferita nelle parti intime della donna. Con quale stratagemma convinceremo l'angolista a desistere dal suo rispetto, dalla sua timidezza? Margite era un brav'uomo, e i suoi amici fecero leva sulla sua bontà per indurlo al gran passo. L'angolista invece è superbo, altezzoso, ha i suoi vezzi e le sue abitudini inveterate, delle convinzioni salde e un rispetto indistruttibile per i suoi beniamini.
Qualsiasi cosa passi per le sue mani, perde vitalità, freschezza, presenza e si trasforma in una forma vuota, si trasfigura nella propria copia deteriore, in un fantasma, in un sogno che si affievolisce nella memoria. I veri uomini che hanno allargato i confini dell'umanità hanno saputo osteggiare la tradizione, o hanno affondato gli stivali nel fango, o hanno rischiato del proprio, hanno vissuto, amato, provato. Hanno seguito le campagne di Napoleone per ritrarre le piramidi di Luxor, sfidato la friabilità della terra per dissotterrare i mitici palazzi di Nimrud, affrontato le rigide leggi dell'intelletto per creare una nuova forma del pensare, oppure hanno mostrato con fierezza che non sarebbero arretrati innanzi alle loro idee, o hanno cacciato la balena sulle rotte dei mari ghiacciati.
Per loro la pergamena o la carta stampata sono stati il rifugio ultimo dopo una vita realmente vissuta, o un veicolo per esprimere esigenze insopprimibili. Per l'angolista il libro non è il momento culminante, ma l'inizio e la fine della sua esperienza di vita. Le sue idee le prende d'accatto, e dei libri che legge più che il pensiero gli resta lo stile; vive facendo propri i sentimenti dei personaggi dei grandi romanzieri russi, e si sforza di provarne di simili. Anziché vivere, legge e pensa.
Coi divulgatori di Arriano e Curzio Rufo assapora con l'esercito di Alessandro la polvere acre di sabbia delle lande desertiche della Gedrosia; con il nuovo cinema tedesco impara l'abbiccì dell'esistenzialismo; Dostoevskij gli da la misura della malvagità diabolica con Karamazov padre, e si affascina leggendo le prodezze della mente di Szilard che interroga i segreti dell'atomo. Neanche si accorge di trasfigurare le immani fatiche intellettuali, il carico di sofferenze, di ingiustizie e di fatiche, i sentimenti sublimi che milioni di uomini provarono realmente sulla loro pelle, di sublimarle in statue di vetro col suo sguardo erudito e incantato, di renderle digeribili per il suo stomaco delicato. Se a teatro assistete alla "Tempesta", potete uscire e sentirvi infiammati dall'altissimo senso della dignità della condizione umana che Shakespeare vi ha infuso. Ma se assistete ad una tragedia greca, o ad un dramma di Cechov, dovreste uscire avviliti, turbati, compresi dal dramma dell'esistenza. L'angolista assiste allo spettacolo, e al calare del sipario, quando la recita è finita e ciascuno torna alla propria vita, si libera dal senso di disagio che ha provato con un applauso fragoroso, oppure dicendo a chi gli siede accanto che era tempo che non vedeva qualcosa di simile. La quotidianità, la chiacchiera, la moda, sono i quieti rifugi in cui torna repentinamente.
Quello che veramente importa è essere al corrente, non perdere il giro, rimanere informati, sapere dell'arrivo del violinista di fama internazionale in città e correre ad acquistare i biglietti. E ancora essere difficili, all'altezza dell'età della scienza, sofisticati, preziosi, consci dei limiti del pensiero debole, amanti di ciò che è raro, esotico, lussuoso e raffinato. L'angolista ama i libri in quanto libri, i libri in quanto oggetti, feticci: se potesse, e nella maggior parte dei casi per fortuna non può, comprerebbe le opere più costose, rilegate in pelle, con capitelli sbalzati e titoli a lettere d'oro; ama gli incunaboli, le cinquecentine, le edizioni rare, le pergamene esposte nelle teche.
Vorrebbe possedere il corredo di ogni buon lettore: segnapagina in sottile foglio decorato di tartaruga o in pelle lavorata, scaffali in solido mogano, lampada liberty, leggio in noce. Non perde quindi un mercato di antiquariato dove infilare il naso tra le pagine corrose e smangiate di qualche rara edizione dell'Hugo o del Muratori, sollevare vecchie mappe nautiche e stampe del settecento.
I suoi acquisti preferiti sono i libri assolutamente inutili, inservibili, ma rari, ben rilegati e curiosi: un giovane avvocato di mia conoscenza ha recentemente acquistato una antica grammatica inglese della lingua indiana, ad uso dei giovani funzionari coloniali di Sua Maesta' la regina Vittoria: naturalmente l'avvocatino non conosce una parola di hindi, non desidera conoscerla, ma pensa che sia di gusto raffinato possedere un libro del genere. La maggior parte dei libri acquistati dagli angolisti - come quelli acquistati dal grosso dei lettori - rimangono intonsi: frequentemente ho notato sugli scaffali di amici angolisti libri ancora avvolti, dopo anni dall'acquisto, nel cellophane protettivo, o vecchi volumi con il bordo alto non ancora tagliato. Il che depone a favore della loro intelligenza, ma non certo a quello della loro oculatezza. Se certi libri che gridano vendetta a Minerva vengono lasciati intonsi, almeno avremo una ragione del fatto, a torto ritenuto inspiegabile, che qualcuno li abbia acquistati.
Abbiamo visto che dal comprare al leggere passa una certa differenza. Ma se, alla fine, il nostro angolista legge, farà in modo di isolare, separare, enucleare completamente e risolutamente l'argomento trattato dalla realtà che lo circonda. Non ama il mondo e la vita, ma le loro copie.
Ama tutto ciò che è libresco e cartaceo: in generale, se fosse per lui, non apprezzerebbe neppure le illustrazioni, ma se si deve, se è consentito ad una persona colta occuparsene, se anche Baltrusaitis ne ha fatto uso, allora accetta di guardarle. C'è solo una cosa che non può sopportare: quei testi che difettano di senso dell'astratto, quei libri che aprono uno spiraglio sul mondo presente nella sua concretezza, quei libri che ti mostrano la carne del mondo, senza distacco e retorica. L'angolista non sopporta quei libri che guidano non già ad una altro libro, in una catena vacua e ripetitiva, ma alla vita stessa. Quei libri che mostrano la criticità della condizione umana e invitano a superarla. E tutti i grandi libri guidano ad una vita autentica, seria e meditata. Il fine di ogni grande libro dovrebbe essere allora la fine di ogni libro, se stesso incluso. Lo scopo di quello che è scritto, è quello che dovrà essere vissuto o dovrebbe essere vissuto: il fine della scrittura è la vita. La scrittura è un mezzo. L'usuale confusione di mezzi e fini - già riscontrata altrove - fa vedere nel pensiero che ha trovato carne nella pagina stampata, nei libri, nei giornali, una finalità, una realtà superiore, degna di essere custodita, mantenuta e perpetuata per se stessa, un poderoso apparato preesistente agli intellettuali e al pubblico, e che a loro sopravviverà, composto da piccole parole stampate, indurite, fissate negli indelebili caratteri ad inchiostro, parole di cui i primi sono ligi e felici burocrati, e i secondi servili ammiratori.
Guai a loro, se la parola si facesse carne, la carta idea vivente, il libro vita: l'oggettualità cartacea di cui sono diligenti custodi o servitori sarebbe solo un ingombro residuo per una umanità che avesse saldato cultura e vita, poesia e realtà.
Ben presto il nostro angolista capisce quello che gli piace e lo rende felice. Conosce se stesso. Scopre di aver sempre posseduto la ricetta della felicità: si trova sugli scaffali delle librerie, nelle sale dei teatri e dei cinematografi d'essai, nei saloni dei convegni o, più semplicemente, nella sua biblioteca domestica: è l'insieme della cultura occidentale in toto nella veste in cui si presenta nel suo tempo, con i suoi libri, le sue figure, i suoi personaggi, i suoi vezzi e le suo mode. Giustapposti uno accanto all'altro stanno il best-seller britannico e la cucina macrobiotica, il libro d'arte illustrato e l'ultimo romanzo della più celebre narratrice giapponese, la meccanica quantistica e il romanzo cecoslovacco, il reportage sul mondo in guerra e la dieta-punti. E' un gran mare in cui sogna acutamente di perdersi. E vi si perde.




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