FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CUBA LIBRE

Luca Pierantoni




Provate a confondervi tra la gente di Cuba, provate a non essere visti come un turista privo di quella fluidità di movimenti del bacino e delle gambe e di tutte quelle infinite particolarità e sfumature proprie della gente di Cuba. Vi accorgerete ben presto che è quasi impossibile nell'isola più vasta delle Grandi Antille. Forse lo è sempre stato: almeno da quando il turismo è diventato un fenomeno di massa (certo una massa leggera se rapportata al peso di tutti gli abitanti della terra). Noi che ci avviciniamo a una realtà che è una salsa di ritmo e ron, in cui l'unico comune denominatore è la molteplicità in fusione, siamo inevitabilmente come degli elefanti in un museo di cristalli e ceramiche. Non possiamo sottrarci a questa nostra pesantezza e pachidermicità, non possiamo mescolarci come foglie di herbabuena in un mojito ma tutt'al più solo sperare di apparire come una doppia cannuccia immersa in una coppa di daiquiri ed essere attraversati dalla consistenza granulosa e insieme fluida di quel meraviglioso cocktail. Ora, Invece di osservare di Cuba le sue istituzioni e gli attuali monumenti, la quantità e qualità di ristoranti particular, di stabilire dove si beve il miglior mojito o di commentare il discorso del 26 luglio di Fidel, vorrei parlare di come nelle vie sterrate la terra rossa sia rigata da un intreccio di copertoni di ciclo cinesi e quanto era spazioso, sebbene visto per un attimo dal finestrino della guagua, un angolo di patio con là sulla destra, vicino a una palma, una sedia a dondolo ancora in movimento.

Carlos pedala velocemente per buona parte della giornata nelle vie dell'Avana, nel suo riksciò a volte trasporta turisti e altre un televisore in riparazione o caschi di banane e frutti di mango. La canottiera larga e sbiadita svolazza e si gonfia come una vela quando percorre tratti in discesa, il capo si china e si protende al suono ripetuto del campanello. Con lui stiamo correndo lungo il Malecon e, improvvisamente, una caduta violenta di acqua innonda le calli e rapidamente morde le pozzanghere e scorre via in ogni piega del suolo e dei legni delle travi e delle colonne dei porticati. Carlos è percorso da goccioloni veloci che incollano la canottiera al suo corpo filiforme intagliato nel legno d'ebano; continua a pedalare, chiede come si vive in Italia e canta ritornelli di Jovannotti. Alcune persone cercano riparo, altre sono già ospitate nelle verande, seduti sui gradini, subito al di là del confine tra umido e secco imposto dall'acqua e dal legno di costruzione; ma molti continuano a circolare accellerando appena il passo, non temendo l'acqua che tanto evapora ben presto sui corpi caldi. Un vecchio dondola pigramente fumando un sigaro, un bambino su un davanzale osserva la via, una grassa signora in grembiule si reca o torna dal lavoro e mette un piede in un'ampia pozzanghera, Carlos insinua il riksciò nella strada passando accanto a un mare di gente che vive gran parte del tempo nelle vie e nelle verande. Lui, come chiunque all' Avana, conosce un ristorante particular dove si può mangiare pescado e langosta muy buena per dieci dollari. Naturalmente ha anche un amico che vende sigari Cohiba a 50 dollari la scatola e suo zio lavora nella fabbrica del ron, se ti può interessare una bottiglia di Havana Club 7 anos la puoi avere per 5 dollari (mira è forse il miglior rhum invecchiato e in Italia costa una cifra).

A Vinales le case corrono allineate su una strada, case di legno a un piano e il portico con sotto le immancabili sedie a dondolo; da qui il mare è relativamente lontano, diciamo che per un cubano se non lo si può mirare è lontano. Nella Casa della Maternidad, all'ombra, dondolano cinque giovani donne embarazadas scambiandosi sorrisi e commenti sui movimenti dei loro piccoli e dei passanti. Tra loro c'è Valeriana che indossa un largo vestito azzurro che le scopre solo le braccia brune come una noce di cocco. Suo padre è un anziano taciturno amante del son che le parla spesso di quando era nella Sierra Maestra e ha conosciuto Il Che e Fidel e di come è stato duro vivere nascosti e mangiare solo pochi frutti e sopa di fagioli neri. I suoi occhi nocciola brillano in mille sfaccettature, per un attimo frena l'armonico dondolio e con la mano ci indica, dietro di noi, dove lei abita con suo padre che ora è nella sede del CDR ad organizzare la festa del 26 luglio. Vorrebbe venire con noi alla Casa della Trova e ballare il son e la Nueva Trova, ma il piccolo o la piccola non la lascia e lei è contenta così. Intanto il sole è caduto dietro all'hotel, i lampioni dell'illuminazione pubblica si accendono solo negli incroci, le biciclette come dei proiettili sfrecciano senza essere viste e qualche carro sputa nuvoloni neri di gas di combustione. Tra qualche minuto inizierà la telenovelas e chi non possiede un televisore può sedersi sotto un portico o appoggiarsi a uno stipite e vederla da lì, tanto la famiglia che è raccolta all'interno tiene lo schermo rivolto verso la porta che non è mai chiusa. Si vedono gruppetti di giovani nelle soglie e alle finestre, quasi fosse successo qualcosa in quelle case: e in effetti sta succedendo che la nazionale di Cuba batte quella degli Stati Uniti ad Atlanta 96 e vince la medaglia d'oro di baseball.

Tutti i creoli hanno come ascendente almeno uno schiavo negro vissuto quando si diceva "con il sangue si fa lo zucchero" e così i piccoli Teresa e Francisco di Trinidad. "Holà amigos...Italia? A me piace molto Italia". Teresa sorride e osserva il fratello che ci interroga. "Da quale parte di Italia proviene?". Sono seduti in una delle panchine del Parco Animato, sotto i rampicanti sostenuti da intelaiature metalliche; entrando in quel tunnel floreale per un momento vedi solo nero perché provieni da calli e piazze accecanti, dove il sole disidrata ogni cosa, ma in pochi attimi ti accorgi che c'è sempre più gente e Francisco e Teresa non sono più una coppia di denti bianchi e quattro occhi in movimento. Nelle sere d'estate, il verano, ci sono più persone qui che nella Casa della Trova. Gli oziosi non guardano il battere del vento e lo sgocciolare delle foglie compatte che conoscono da sempre, cercano nei loro discorsi e nei loro sguardi una risposta a quello che considerano un muto destino, la mancanza di alternative a quelle giornate tutte uguali, fatte di privazioni, di code ai negozi e di sere al Parco Animato. Francisco e Teresa si sono rincorsi lungo la Calle Simon Bolivar fino alla Plaza Mayor saltando i rivoli e le pozze scure che si formano nell'acciottolato sconnesso e pestando la terra battuta piena di pagliuzze e filigrane di stracci, sollevando polveri e frammenti di cose che forse mantengono ancora un'individualità in qualche luogo, hanno raggiunto le panchine del Parco Animato per rinfrescarsi. "Mira amigo, quello lì giallo è il Palacio de la Municipalidad e se vai in Plaza Jiegue c'è l'albero sotto il quale i conquistatori celebrarono la messa di Natale del 1513, quando qui non c'erano case e calli ma solo quell'albero e la terra rossa, quella che è ancora sotto l'acciottolato." Trinidad è una città che suscita un fascino particolare, una sensazione che nasce da una prospettiva in movimento, dalla percezione di oggetti e consuetudini, sguardi della gente e muschio alle pareti legnose. Più ti perdi nelle sue calli, incespicando nei loro rilievi e nelle depressioni, più capisci le città che hai attraversato per giungere fin là e ripercorri le tappe del tuo viaggio, che non è iniziato a Cuba ma molto molto prima. Adios y gracias amigos.



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