FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CORAL

Foti




1. Agile salì sull'albero di parcha. Il frutto asprigno e succoso placò la sete di quell'arso febbraio della stagione secca. Il sole trafiggeva la fitta rete di rami della selva. Erano due mesi che non pioveva; la calura era intensa come una sauna quotidiana. Sospirò di piacere ed i suoi occhi arrossati dalla lunga siesta pomeridiana ripresero lentamente vita. Sdraiata ai piedi dell'albero se lo assaporava, ascoltando i suoni ed i rumori circostanti che conosceva bene. Si assopì di nuovo, seduta con la schiena appoggiata al tronco, reclinando la testa sulla spalla. Entro poco la brezza serale si sarebbe alzata, ristoratrice.
Tonja, questo era il suo nome, era una giovane di colore, eccezionalmente bella, e dimostrava più dei suoi quindici anni. Gli occhi neri cangianti avevano ammaliato tutti gli uomini che avevano avuto l'occasione di incrociarli; riflettevano una luce particolare, che le veniva direttamente dall'animo, da una forza interiore, che incantava. I lunghi capelli che ricadevano delicati sulle spalle non erano crespi, ma ondulati con venature dorate, come la carnagione, triguena.
La leggera veste di cotone coi bottoni sul davanti, di cui due soli allacciati all'altezza dell'inguine, non nascondeva il corpo asciutto e slanciato; i seni sodi, dai capezzoli scuri e turgidi; gli ampi fianchi, le membra tornite, leggermente divaricate sull'erba rada del prato, esprimevano vigore e avvenenza. Così, incosciente, languidamente abbandonata, immersa nella natura, un punto invisibile anche all'osservatore più attento, sembrava parte integrante di quel paesaggio meravigliosamente selvaggio.
Aveva fama di essere una strega ed era questa la ragione per cui viveva appartata dal villaggio. In una radura ai margini della foresta. Su quel lembo di terra sperduto in mezzo al delta del grande fiume. Sopra la piccola isola dal nome fantasioso e leggiadro di Paloma.
La capanna di legno, che si era costruita dopo il suo allontanamento, aveva il tetto di lamiera per le piogge torrenziali, che cadevano per gran parte dell'anno, e si trovava sul lato opposto rispetto all'albero di parcha. Era simile a tante altre, coi due ingressi in linea tra loro: uno sul davanti e uno che dava sul retro, dove teneva il piccolo orto recintato alla meglio; il pavimento in terra battuta, ricoperto da uno stuoino, e un tavolo abbastanza grande date le dimensioni della casa. Il lavello, la ghiacciaia e la cucina, alimentata dalla bombola a gas, erano le cose che davano la nota più stonata di modernità. Il ghiaccio e la bombola gliele procurava Miguel, il lavorante della Missione, quando faceva il giro con la jeep. Dell'elettricità ne faceva a meno, anche perché era proprio alternata, nel senso che il più delle volte mancava. L'amaca di telo bianco era appesa ad una parete e l'abbassava la notte, di traverso alla stanza, agganciandola alla parete opposta.
L'impressione che se ne traeva era quella di una estrema povertà, ma vissuta con dignità ed orgoglio; non quella della miseria rassegnata, non infrequente da quelle parti.
Teneva molto alla cura del proprio corpo; con certe erbe mediche preparava degli unguenti per la pelle ed i capelli e quando non poteva recarsi alla piccola laguna, ricavata in un'ansa del fiume e protetta da una rete, che lei stessa aveva fissato per impedire ai piranha di entrare, si lavava con una rudimentale doccia: in quel clima bagnarsi spesso, oltre che una delizia, era una necessità.
Si svegliò di soprassalto, improvvisamente destata da un suono diverso o da un sogno triste. Si guardò intorno e si stropicciò gli occhi, sbattendo le palpebre dalle lunghe ciglia ricurve. Tutto era calmo, come sempre. Si alzò e si diresse alla capanna. Le galline scorrazzavano nella piccola aia, mentre la capretta belava nell'attesa di essere munta.
Era già stata sposata, a tredici anni, con Carlos, un creolo, amato e stimato dalla gente, che in pratica era il capo del villaggio, non esistendo autorità civili. Fu in seguito alla morte di questi, avvenuta in circostanze misteriose, che la nomea di strega le venne affibbiata.
Lo Stato si faceva vivo saltuariamente, usando inequivocabilmente la mano pesante; mostrando il volto duro della repressione, spesso brutale. Le azioni di disinfestacion social, condotte dalla Guardia nacional, si trasformavano in vere e proprie retate per reclutare i giovani in età di leva e per arginare il contrabbando. In quelle occasioni ci scappava il morto e molti finivano nella colonia penale di El Dorado ai confini con il Brasile, nella Sabana grande, da cui pochi facevano ritorno. Dopo la rivolta del pane di alcuni anni addietro, che nella sola capitale aveva causato più di mille morti, queste si erano fatte più frequenti. E l'infinte promesse fatte in campagna elettorale: l'energia elettrica, l'acquedotto e tant'altro; promesse mai mantenute, con l'unico scopo di carpire la buona fede di quella gente di indole buona. Di qui il motivo principale del fatto che la maggior parte dei giovani preferivano emigrare in cerca di una vita migliore.
Infatti le fonti di sostentamento dell'isola non erano molto varie. Dovevano accontentarsi di quello che dava la natura. Si dedicavano alla pesca, alla caccia ed alla raccolta dei frutti; solo in parte alla coltivazione ed all'allevamento Le fonti di sostentamento per la popolazione non erano molto varie. Esisteva anche uno spaccio, ma i rifornimenti dalla città più vicina erano scarsi.
In realtà l'attività più rimunerativa, ma anche la più rischiosa, ovviamente, era il contrabbando, di cui indirettamente beneficiavano tutti, perché Paloma, per la sua posizione era uno riparo ideale.
L'unica istituzione presente e riconosciuta era la Missione. Suppliva di fatto alle carenze dello Stato, venendo incontro alle esigenze sociali e spirituali della popolazione. Il Padre che la guidava era un attivo e coriaceo Galliego, dai lineamenti celtici.
Grazie al coraggio ed alla generosità, doti naturali, rafforzate da una fede incrollabile nella bontà della scelta di stare sempre, qualunque cosa succedesse, dalla parte degli ultimi, si era guadagnata la fiducia generale. A lui si rivolgevano per consigli su questioni importanti di carattere personali e non. Stava con loro da circa vent'anni ed era informato di tutto quello che accadeva. Oltre la chiesa, aveva edificato un centro sociale ed un dispensario. Mentre l'asilo e la scuola erano gestite da due suore delle Carmelitane.
Nell'istante in cui Tonja si stava dedicando alle faccende che l'avrebbero impegnata fino a sera, sfruttando quel che restava del giorno, Padre Vincente rientrava con la lancia a motore, dopo un'assenza di alcuni giorni.
Canticchiava al ritmo del mortaio, muovendo il corpo sinuoso. La gatita le strofinava le gambe vellutate. Sorrideva al pensiero di cosa le avrebbe regalato questa volta Padre Vincente.
Il ricordo di Carlos era tramontato como el sol en las noches, insieme all'invidia della gente, che l'avevano ferita per così lungo tempo, troppo. Non tanto per il colore della sua pelle: la mezcla era accettata da secoli; e nemmeno perché era stata cresciuta nella Missione come una figlia da Vince; le male lingue più informate dicevano che lo fosse davvero; ma perché era stata scelta tra le tante spasimanti. Testardo lui, cocciuta lei: ben presto si resero conto di avere fatto uno sbaglio. I pettegolezzi finivano sempre per toccare lo stesso argomento: loro due ed il figlio che non arrivava. Soprattutto le più giovani non si stancavano di tener desta l'attenzione, mentre gli anziani ravvivavano il fuoco, bevendo e mangiando.
Poi ci fu la morte di Cesar, il minore dei fratelli di Carlos, inghiottito dalla selva. Per giorni lo avevano cercato invano; che fosse stato divorato da una anaconda era la versione prevalente. La madre, sconvolta dal dolore ebbe una paresi, mentre lui evitava di rivolgerle la parola. Durante il rito funebre, durato due giorni, l'intero villaggio gli si strinse vicino, ma lei non la degnarono di uno sguardo. Accovacciata in un angolo non toccò cibo per tutto il tempo. Non vedeva e non sentiva niente, come impietrita, neppure Vincente riuscì a scuoterla da quella catatonia mortale. Carlos ben presto cominciò a maltrattarla senza una ragione. Ubriaco la picchiava prima di prenderla con brutalità. Piangeva in silenzio, pregando Iddio, perché si ravvedesse. Inutilmente.
Si comportava come un pazzo: trasandato e trascurato vagava senza scopo e si ubriacava fino a stordirsi. Non sentiva ragioni. Non ascoltava nessuno. In preda all'ira si azzuffava per un nonnulla. E tutti lo evitavano, desolati ed increduli. La tradiva. Non rincasava per giorni. Il viso scavato, gli occhi da indemoniato, era irriconoscibile. Finché una notte non lo udì urlare nel sonno, come un ossesso. Gridava che lo avevano avvelenato; che sentiva un bruciore allo stomaco. Corse a chiamare Vincente. Non ci fu nulla da fare. In capo ad una settimana entrò in un'agonia atroce, solo come un cane. La maledizione si era abbattuta sulla loro casa e quando Vincente le consigliò di andarsene per il suo bene; per lei fu una liberazione. Con orgoglio rifiutò la sua protezione ed accettò impassibile la volontà generale di espulsione. L'ostracismo, invece di fiaccarla, le risvegliò una forza di carattere sopita, covata sotto la cenere, di generazioni di schiavi che chiedevano riscatto. Come invasata, caparbiamente non volle emigrare e lasciare l'isola e si ritirò a vivere in solitudine.
Era trascorso più di un anno e solo qualche sventurato aveva osato importunarla, attratto dalla sua bellezza, nelle notti calde di luna piena, ed era finito sulle rive del fiume spappolato dai piranha. Ciò aveva scongiurato ulteriori tentativi in questo senso. Nessuno più la cercava. Degli abitanti del villaggio solo Vincente e Miguel la potevano avvicinare impunemente. Era l'unico contatto che le rimaneva con la comunità.
Canticchiava e pensava a Vince, come affettuosamente lo chiamava, mentre imbandiva la tavola con tutte le leccornie di cui era capace. Accese il lume ed attese pazientemente. Sapeva che sarebbe passato da lei prima di far ritorno alla Missione.

2. Le tracce della conquista spagnola e della successiva dominazione perduravano anche lì nei pressi dell'intrico del grande delta del fiume Orinoco, che, come in un dedalo, solcava la selva in lingue di terra ricoperta di fitta vegetazione.
Padre Vincente tornava da uno dei suoi trimestrali viaggi alla capitale, da solo, a bordo della lancia a motore. Era un dovere, a cui doveva sottostare, ed al contempo un piacere, per evadere di tanto in tanto dalla monotonia della vita della Missione. I colloqui con il vescovo e col superiore del suo ordine, i Claretiani, ne rappresentavano la parte noiosa. Soprattutto l'interloquire con il vescovo che finiva inevitabilmente per cadere sul solito argomento della somministrazione dei sacramenti: il matrimonio era l'angustia del pover uomo. Il fatto che gli indigeni non regolarizzassero le loro unioni col rito religioso erano, per lui, la causa principale della brevità e della precarietà della vita famigliare.
Infatti l'unico sacramento che richiedevano, anzi pretendevano, era il battesimo, ché nel loro immaginario religioso, popolare e superstizioso, rappresentava per il neonato il passaggio dalla forma zoomorfa a quella antropomorfa; in altre parola dall'animalità alla umanità. E siccome la mortalità infantile era elevata, era comprensibile l'ansietà delle madri nel pretendere che venissero battezzati al più presto. Per il resto si recavano raramente in chiesa e men che meno alla messa.
Nei suoi confronti erano generosi e disponibili e lo rispettavano; non erano esigenti, tutt'altro. Ad esempio non vestiva mai l'abito talare, ma un leggero completo caki ed un berretto, che meglio si addicevano al clima della regione. Avevano una sorta di timore riverenziale; in particolare nei confronti delle suore: monjas, come le chiamavano. Per i locali rappresentavano la vera autorità religiosa, a cui veniva riconosciuta un potere incondizionato. Da cosa dipendesse, se lo era chiesto diverse volte, per giungere alla conclusione ipotetica, che dipendesse dalla venerazione dei Venezuelani verso la figura materna.
La parte gioiosa era lo shopping: portava una lunga lista di richieste che cercava di esaudire. Si divertiva di più tra i negozietti di San Feliz, che non nei centri commerciali di Puerto Ordaz, l'antica Santo Tomé, o di Caracas. Quando vedeva la scritta baratos, saldi, gioiva per loro, perché poteva esaudire più desideri.
Il complesso industriale di Puerto Ordaz lo impressionava, come tutte le fabbriche, ad esempio quelle di alluminio. Non solo per l'inquinamento che producevano, ma anche per l'enormità e la forza che esprimevano. Se pensava alle sterminate baraccopoli, nate dall'oggi al domani, che avevano fatto salire in pochi lustri la popolazione a più di mezzo milione di abitanti, restava allibito. Le aveva visitate e si era reso conto della miseria e del degrado in cui vivevano. Non finiva mai di sorprendersi: al peggio non c'è limite.
Gli impianti impiegavano circa settantamila persone, forse più, in condizioni di lavoro spaventose, otto ore per sei giorni la settimana, più un tragitto di tre quarti d'ora per recarsi al lavoro, per tre turni giornalieri a ciclo continuo, sette-quindici, quindici-ventitre, ventitre-sette, coi, mediamente, trentacinque gradi esterni: caldo dentro e caldo fuori. Amaramente rivolgeva gli occhi al cielo. Pochi resistevano a quelle condizioni. Eppure senza posa, si può dire,ù sorgeva di notte un nuovo barrio abusivo: decine, centinaia di persone guidate dall'illusione di cambiare la loro vita. Tra tutti aveva impresso il ritratto di Pablo, diciottenne, di sua moglie e della loro figlioletta. Lo avevano accolto nella modesta abitazione, col loro spontaneo senso dell'ospitalità e l'avevano trattenuto a lungo. I sorrisi, i semplici desideri, la loro speranza e fede in un domani migliore lo avevano colpito. Come non potevano rendersi conto di dove si trovavano? Forse la loro fede era più grande della sua, evidente mente. Si congedò profondamente turbato, ma nel contempo rincuorato dalla umiltà e bellezza di quelle due anime pure in quella sterminata desolazione.
Le miniere di ferro, a cielo aperto, alte più di mille metri, il petrolio di Maracaibo, la bauxite, il crudo pesado dello Stato Amacuro e del delta, i diamanti, ne facevano un paese ricco; potenzialmente un grande paese. Purtroppo cinquecento famiglie detenevano tutto il potere economico e politico, e la corruzione e la ùviolenza erano il loro strumenti di asservimento e di controllo sociale, una piaga dura da estirpare.
Girò lo sguardo intorno, smanioso. Quel triste pensiero aveva aumentato la sua voglia di tornare nella tranquillità della verde Paloma.
Schiacciò una zanzara con la mano. Erano cose più grandi di lui, rifuggiva dal parlarne, si angustiava troppo. Si sentiva vecchio ed impotente. Quarantaquattro anni fa, quando arrivò per la prima volta, era un ragazzino e Caracas un piccolo borgo.
Tra le preoccupazioni che gli balenavano per la testa, Tonja era il cruccio maggiore. Anche di questo evitava di parlare, soprattutto di questo. Era una questione che doveva risolvere lui. Il sole rosso, enorme, dilatandosi, calava rapidamente dietro gli alberi in uno spettacolo lussureggiante.
Aveva da poco lasciato sulla sinistra del fiume i Castillitos. La corrente diminuiva impercettibilmente. Tra circa un'ora avrebbe imboccato il braccio di fiume che lo avrebbe condotto a casa. Accelerò. Uno stormo di Gazas rosas si levò in volo e le strida delle scimmie si fecero assordanti. Alcuni caimani, pigri, scivolarono nell'acqua. Ancora poco. Si incoraggiò.
-Por fin, Padre.- Trainarono la barca in secco.
-Todo bien?- Si premurò di domandargli.
-Ningun problema, si Dios quiere y usted como la pasò?-
-Bien.- Miguel zoppicava da quand'era bambino: un regalo di un caimano. Niente di nuovo sul delta, durante la sua breve assenza.
-Los cigarillos, no se olvidò? -
-No, querido. agarra.- Gli lanciò la stecca di Marlboro.
-La chica està bien?-
-Si, està tranquila- Si trattava di Tania che lo aiutava nell'amministrazione e nella scuola.
-Las hermans, Teresa?- La sua ultima domanda.
-Todos bien.- Confermò, annuendo col capo. Il pacchetto ben stretto sotto il braccio, lo precedeva. Si era ormai fatto buio.
Aveva dato l'incarico al fratello minore di Miguel di darle un occhio in sua assenza, senza farsi accorgere. Fu solo per scrupolo che domandò anche di Tonja. Se le fosse accaduto qualcosa, glielo avrebbe detto subito.
-Tiene una cabeza! - Gli disse di rimando. I suoi antenati erano stati tra i fondatori del villaggio e nessuno meglio di lui conosceva quei posti. Era di una devozione e discrezione fuori discussione e Vince si fidava ciecamente di lui.
-Vas adelante, ya voy. Tengo que verla.- Erano giunti al bivio tra il villaggio e la casa di lei. Aggrottò la fronte e ci passò la mano due volte; un gesto caratteristico di quando era stanco o preoccupato. Gli consegnò il sacco, da cui tolse un pacchetto.
-Como quiere.- Lo vide sparire tra il fruscio delle foglie rimosse dal lungo bastone. Attese un momento e si avviò.

3. -Hola, que tal? -
-Vince, querido! - Le sorrise, mentre si asciugava la fronte col fazzoletto, che ripose prontamente nella tasca dei pantaloni. l'abbracciò. Le mani di lei si soffermarono sulle sue guance accaldate. Ripensò a Padre Antonio di San Feliz, con un passato travagliato alle spalle, ma con un senso pratico fuori dal comune ed estremamente utile in quelle situazioni in cui bisognava usare il buon senso ed a volte prendere velocemente delle decisioni. Andava su tutte le furie quando lo chiamavano Padre: -yo no soy padre de ningun hijo, claro!- A cui, immancabilmente rispondevano: -si, padre.- Rise tra sé e si sedette.
-Estàs cansado, verdad?- Il tono era diventato premuroso.
-No te preocupes. Lo sabes que soy fuerte como un toro. Y entonce que me cuentas, querida? - Lo sguardo di rimprovero di lei, lo rattristò.
-La vida es asì. Lo que me importa es tu, mi vida. No puedes continuar in este modo, viviendo sola. No lo puedo sufrir jamas. Intiendes!?-
-Mira. Todo para ti. Horita tienes que comer, comer, comer y descansar, descansar, descansar.-
-Y eso es pa' ti.- Aprì delicatamente il pacchetto.
-Que lindo!- Lo baciò sulla fronte, con tenerezza.
-Tu eres linda, mi hija. Es poca cosa. Tu mereces mas, lo sabes.-
-No vamos a charlar demasiado, tienes que comer.- Sviò il discorso e lo invitò a mangiare.
-Platanos fritos, pollo, saladas, batidos de lechosa, coco frio, pina colada. Que estoy esperando? Soy loco, pues?- La vide ridere di cuore, mentre si allacciava la collana d'oro e si guardava nel piccolo specchio sulla parete. La stanchezza lentamente svaniva insieme alla tristezza che l'aveva accompagnato nell'ultimo tratto di fiume. Dimenticò ogni cosa e mangiò di gusto. In silenzio, seduta di fronte, lo osservava, spizzicando come un passerotto.
Benché gli occhi gli si chiudessero dal sonno, stette ancora a parlare con lei. Tonja parlava correntemente almeno quattro lingue, che lui sapesse. Spesso l'aveva sorpresa a parlare da sola in inglese, francese e pure in italiano. In quel periodo leggeva moltissimo, attingendo dalla biblioteca della Missione, ma anche dalle riviste che giungevano dai luoghi più disparati. Una dote naturale. Un talento.
-Tu sfidi la sorte a girare con quelle chancletas.-
-Como dices?- Facendo finta di non capire.
-Ah, los zapatos. No tengo miedo.-
-Loca. Loca como tu madre.-
Le aveva parlato di lei qualche volta. Di come si erano conosciuti a Caracas, quando lui aveva la parrocchia nel barrio 23 de Jenero. Originaria di Trinidad, bella e orgogliosa: una donna eccezionale. Si erano innamorati, le aveva confessato alla fine, e lei era il frutto del loro amore. Era stata uccisa per sbaglio durante uno dei tanti incidenti che avvenivano in quel turbolento quartiere. Era stato il motivo per cui si era allontanato dalla capitale. Si rammaricava, però, del fatto che lei non aveva potuto godere delle cose migliori della vita. A questo voleva porre rimedio. Incantato guardava quei due occhi sbarazzini, di quand'era piccola: quello sguardo che conservava solo per lui.
-Ti devo parlare. E' più di un anno che fai questa vita; non è per te.-
-Io non mi lamento.-
-Ascoltami. Ci sono delle novità che spero possano darti la possibilità di avere il meglio dalla vita, perché te lo meriti. Fra circa un mese verrà qui da Atlanta in Georgia, il figlio di un mio vecchio amico. E' medico e mi aiuterà per un periodo, come volontario. Dio sa se ne abbiamo bisogno; forse riusciremo a costruire anche un piccolo ospedale con i fondi che sta raccogliendo. Sono persone di alto livello sociale. Staremo a vedere. Dio voglia che sia così. Però, il fatto che ti riguarda è che sono disponibili ad ospitarti, perché tu possa studiare ed andare all'Università. Ne hai tutte le capacità. Comprendo le tue remore, ma mi faresti veramente felice, se accettassi. Dopo potrai fare ciò che desideri, ma vorrei che tu potessi usufruire di questa occasione che ti si presenta. Non mi rispondere subito. Pensaci; hai tutto il tempo.- Gli occhi gli si chiusero inesorabilmente.
-Tu trabajas demasiado. Non eres mas tan joven.- Gli sussurrò e sciolse la hamaca. Mentre lui dormiva si soffermò ad osservarne il viso segnato dagli anni; ne conosceva ogni ruga; provò un moto di compassione e di felicità nel dondolarlo per conciliargli il sonno, come le faceva lui, da bambina. Gli coprì le spalle con un lembo e gli si distese accanto.





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