FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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VOLEVO FARE LA COMUNITA'

Massimiliano Griner




PARTE PRIMA: LA NOSTRA STORIA INTRODUZIONE

Il libro avrebbe dovuto constare di due parti: la prima avrebbe dovuto essere una biografia della nascente comunità, ed era stata quasi portata a compimento in modo soddisfacente. Mancano solo alcuni episodi marginali che avevo inteso radunare in un solo capitolo. La seconda parte, a cui avrebbe dovuto prendere parte anche Pietro, aveva l'obiettivo di esplicitare le nostre convinzioni filosofiche, economiche e morali: avrebbe dovuto spaziare dalla cultura all'educazione, dall'ecologia all'economia domestica, dalla sessualità alla concezione comunitaria della famiglia. Della seconda parte ho abbozzato parecchi capitoli di una certa estensione: mi promettevo di portare a termine il lavoro in un anno. Il contributo di Pietro è stato quello di aiutarmi a revisionare la prima parte; per quanto riguarda il suo contributo diretto, si è limitato ad alcune pagine intorno all'economia comunitaria mai portate a compimento, e scritte in modo sgrammaticato e disordinato. Verso la fine di febbraio, dopo la decisione di mettere fine al progetto comunitario, Pietro mi ha comunicato la sua intenzione di smettere il lavoro di stesura del libro, fino a che non ci fossimo rincontrati per decidere se valesse la pena portarlo a compimento. Ho deciso che non avrebbe senso tentare di convincerlo a portare a termine il lavoro, se non vede da solo i motivi per farlo. Personalmente sono sempre stato dell'idea che una impresa, se iniziata, vada portata a compimento; la sostanza delle mie idee non è mutata, per il solo fatto di aver scoperto che le persone con cui ci siamo legate non erano interessate seriamente al progetto in cui credevo.
(marzo 1994)






Quasi un DRAMATIS PERSONAE

Pietro (detto anche Polemone, o capitano Achab): a lui si deve l'aggregazione dei personaggi di questa storia e la proposta del progetto comunitario. » il fautore della maggior parte delle iniziative e il leader naturale del gruppo: la sua ansia di concretizzare i propri sogni e la sua innata aggressività fanno di lui il pungolo e lo stimolo dei membri della comunità, alquanto riottosi a seguirlo ovunque. Si definisce un individuo razionale, un empirico, ma se qualcuno gli offrisse dei principi migliori di quello di non contraddizione e del terzo escluso, sarebbe pronto a verificarne la validità. Dagli studi superiori in chimica passa con nonchalance alla filosofia e all'economia politica, in accordo al suo eclettico dilettantismo. Programmaticamente grossolano e franco nei rapporti con gli altri, è legato sentimentalmente a Marina.

Dario: incostante ed eccessivo, è in grado di passare, improvvisamente e senza apparente motivo, da stati di grande euforia ad altri di prostrazione psichica, più volte nell'arco della stessa giornata. La sua capacità di autocontraddizione si è affinata al punto da permettergli di impegnarsi nello studio dell'elettronica al solo chiaro scopo di contravvenire alle uniche sue caratteristiche certe: l'incostanza e la contraddizione. Già perito elettronico, ora studente di ingegneria, è affascinato dalle scienze esatte e velleitariamente entusiasta dell'idea di applicarle e infonderle in aggeggi meccanici, anche se si dimostra incapace di cambiare anche solo una lampadina. » legato sentimentalmente alla parte femminile del creato.

Eleonora: diploma classico, studentessa di scienze biologiche, i suoi interessi sono nell'ambito della anatomia comparata. Estranea al distacco di cui si crede che ogni 'camice bianco' sia dotato, è una creatura deliziosamente femminile, e molto passionale. Al contrario di molti suoi colleghi, ama molto leggere buoni romanzi ed ha una vera passione per la letteratura e l'arte giapponese: attende solo l'occasione e il tempo di potersi dedicare all'apprendimento della lingua di Kawabata. » legata sentimentalmente a Emilio.
Emilio: studi classici, studente di filosofia, è l'intellettuale del gruppo: di qualunque cosa si parli, può dimostrare, bibliografia alla mano, di aver già letto in proposito e con interesse, si tratti della trasmissione del bacillo di Koch attraverso fazzoletti di seta o dell'estinzione delle renne lapponi. » un amante delle arti figurative e della astronomia ottica, e vorrebbe diventare archeologo. I suoi interessi sono tutti per la filosofia della mente e la psicologia cognitiva: filosoficamente parlando, è più materialista di Herbert Feigl e David Armstrong, ma gli piace spacciarsi per cultore del misticismo di Meister Eckhart, perché, dice, "fa più fino".
» legato sentimentalmente ad Eleonora.

Manlio: irriverente maschera che si aggira nelle vicinanze del dipartimento di filosofia, clown del genere 'augusto', ha fatto suo il monito di Lao-Tse: "Appena ti fabbrichi un pensiero, ridici sopra". Goffo, buffo, creatura fantastica e deridente, irrazionale, beffeggiatore e beffeggiato, ribelle e contestatore. Autore di poesie nichilistiche scritte sulla sabbia, sta per restituire luce a Ludwig Klages e ai suoi miti ancestrali. Politicamente, ama definirsi, con il suo Simenon, un "anarchico di destra".

Marina: studi magistrali, studentessa di pedagogia, ricorda la Natalie Wood di West Side Story. » a tal punto una creatura semplice, gentile, affettuosa, premurosa e di innata, inquietante bontà, da apparire di plastica. Si occupa di bambini disagiati e handicappati, e delle loro famiglie, un compito che svolge traendone soddisfazione e strabilianti risultati. Tra i componenti del gruppo, è la sola così profondamente e chiaramente 'vocata' alla sua professione e al suo ruolo. » legata sentimentalmente a Pietro, che è solito definirla con questa espressione: "Vede il mondo con la naturalezza e l'ingenuità di un bambina di cinque anni".

Romano (alias 'il giudice'): freddo, insensibile, razionale, empirico. Studente di giurisprudenza con l'ambizione di indossare il manto del pubblico accusatore, già prima che questa professione fosse incensata dai mass-media, crede che si possa stabilire una qualche verità, ma non al punto da proclamarla, con la 'v' maiuscola, dall'alto scranno del magistrato giudicante. Per disposizione naturale e storia di vita è misogino. Difficile vederlo separato da Dario, anche se nessuno coltiva dubbi sulle loro attitudini rigorosamente eterosessuali. Sono entrambi affetti dalla LHHAS - Laurel & Hardy's Homosexuality Acquired Syndrom -, una rarissima deviazione della vita affettiva maschile, di cui una efficace rappresentazione è l'enorme lettone a baldacchino dove i due comici americani dormono insieme e decongestionano la mente, almeno nel sonno, dall'oppressivo mondo al femminile che li circonda.
Io (la voce narrante, il piccolo comunitario): io sono il frutto della lunga, conflittuale, combattuta collaborazione degli autori di questo libretto.


Capitolo I PROLOGO

» sempre difficile trovare l'inizio di un corso di cose, nel flusso della vita di una persona. Ancora più difficile raccogliere, è il nostro caso, le orme di diverse persone, legate da un movente comune. Si è sempre esposti al rischio di mancare l'obiettivo, di rimanere nel generico o nel vago, di non rendere giustizia della pluralità dei sentimenti, delle motivazioni, delle insicurezze e degli slanci che hanno arricchito, o impoverito, la nostra esistenza reale. Ogni inizio è partecipe di una malcelata dose di ingenuità e di errori, e sottoposto alla ferrea legge del caso. Potrei raccontare che ciascuno di noi, e noi sarà il pronome che userò più spesso da qui in avanti, aveva coltivato nella adolescenza, come moltissimi altri, il sogno utopico della mitica isola in cui vivere liberi e felici, lontani da un mondo inabitabile e incomprensibile. Ma quel che contraddistingue le nostre vite presenti è l'aver raccolto la sfida che i sogni dell'adolescenza hanno lanciato alla nostra età adulta, imponendoci di cercare oggi i limiti della realizzabilità, sulla terra dove calchiamo i nostri passi mortali, di quello che avevamo sognato. A chi inizia è dato dover procedere a tentoni, e per noi non è stato altrimenti che per altri, qualunque cosa abbia avuto la ventura di intraprendere. Guarderemo insieme a quello che abbiamo vissuto negli ultimi due anni, e forse verrà da sorridere non meno a noi che a voi. Ma non mi sarei accollato l'onere di raccontare la nostra storia di orgogliosi, fieri, ma autoironici costruttori di utopie alle soglie del terzo millennio, se non avessi creduto che molti giovani e, perché no, meno giovani, avrebbero potuto trarre vantaggio non solo dalle nostre idee, ma anche dai nostri errori e dalla nostra ingenuità.
Non sarà cosa lunga il presentarci, grazie alla nostra età ancora molto giovane, e alla poca strada che abbiamo potuto lasciare alle nostre spalle fino a questo momento. Giovani universitari di estrazione borghese al termine dei loro studi, nati e cresciuti nel clima di una grande città del nord, e dalla nascita e dal milieu influenzati non meno di chiunque altro; consapevoli della misura in cui i loro piccoli privilegi li hanno resi capaci delle critiche che volgono allo stato presente delle cose. In questo breve libretto è contenuto il succo più prezioso degli eventi, delle riflessioni, degli sforzi e dei tentativi, delle delusioni e dei successi di questi nostri ultimi due anni.

L'INIZIO

La prima volta che parlammo della comunità fu una lontana sera di oltre due anni fa. Il ricordo si fa confuso, e molti particolari li ho ormai scordati. Mi pare di ricordare che quella sera i presenti fossero il capitano, Marina, Eleonora, Emilio, Dario ed io. Correvamo in auto senza una meta precisa, quando le luci di un locale si profilarono sulle ombre della sera. Esitammo ad entrare. All'esterno sembrava una villa settecentesca circondata da un giardino padronale, e le grosse auto degli avventori suggerivano che non si trattava di un posto adatto alle nostre tasche. L'interno era invece quello di un'umile pizzeria, con i tovaglioli di carta, il piano in formica e le luci tremolanti al neon, ma avevamo troppo appetito per permetterci di fare anche gli schizzinosi.
Al tavolo riprendemmo insieme la discussione incominciata sulla macchina di Emilio. Pietro aveva raccontato in poche parole il contenuto di Due di due, un romanzo di Andrea De Carlo in cui vengono narrate parallelamente le vite di due giovani, complementari ma impossibili da riunire: il primo, l'io narrante, rappresenta la ricerca del radicamento, del ritorno alla natura e alla solidità della tradizione, il secondo la fuga inesausta, la ribellione, l'insoddisfazione e la spinta verso l'irraggiungibile. Per usare delle semplici metafore, il primo trova il suo simbolo nella Casa, il secondo nella Strada. Inutile dire che entrambi si invidiano a vicenda e vorrebbero identificarsi nella vita dell'altro. Il romanzo ruota intorno alla figura del primo personaggio, che in seguito alla morte del padre compra un bel casolare in Umbria, sposa una commessa di libreria figlia della media borghesia e si ritira nel suo podere a coltivare prodotti biologici. In seguito si aggiungono nuove figure, e la compagnia viene allietata da un discreto numero di marmocchi.1 Pur prendendo le dovute distanze dalle fantasie di De Carlo, il capitano era rimasto affascinato dal romanzo, che aveva dato materia e corpo alla sua ambizione di sempre: costruire pietra su pietra una comunità e viverci. La descrizione del capitano di quello che desiderava, la vitalità dei suoi propositi, la suggestione dei paesaggi naturali evocati, la nobiltà della amicizia e dell'amore, avevano attirato ciascuno di noi in un coinvolgimento sempre maggiore, in una libera affabulazione in cui ognuno richiamava per sé e per gli altri i gai fantasmi dei suoi desideri. Chi proponeva di ristrutturare con le nostre mani un vecchio cascinale, chi di intonacare e decorare gli esterni, chi suggeriva la bellezza di lunghe serate davanti al fuoco del camino su cui cuoce il paiolo fumigante della polenta, chiacchierando con i compagni; chi vedeva già dei bambini giocare nei prati vicini, o immaginava se stesso dissodare un piccolo podere e piantare la rucola e il coriandolo, le rose e il tabacco. Era un bel giuoco a cui era difficile sottrarsi, fantasticare di un remoto futuro che avrebbe appagato ogni nostro sogno. Il capitano era felice di vedere che anche gli altri trovavano affascinante l'idea di una esperienza comunitaria, che fino ad allora aveva condiviso solo con se stesso. Certo Romano, che quella sera mancava, era stato spesso il suo interlocutore al proposito, ma si era sempre dichiarato fortemente contrario. Ma di ciò dirò più avanti.
Prudentemente il capitano stette al giuoco ma non coltivò l'illusione che sarebbe potuto uscirne qualcosa di serio: decise di chiedere a ciascuno cosa pensava seriamente del suo progetto. Marina rispose che la sua posizione stava in un via di mezzo tra quella di chi è contrario e quella di chi è indifferente, a patto che, se la cosa si fosse mai avverata, non l'avesse davvero danneggiata in qualche misura: forse, se i danni fossero stati davvero limitati, in quel caso avrebbe potuto anche venire ad un compromesso, e addirittura, per amore del capitano, avrebbe potuto fare qualche sacrificio. Ma già allora il suo impegno pedagogico rappresentava gran parte della sua vita, qualcosa a cui teneva più di ogni altra.
Dario, di fronte ad una novità del genere come a qualsiasi altra, era più che entusiasta. Quando aveva scoperto che nel mondo esiste un oggetto dalla forma curiosa dotato di una cassa di risonanza e di sei corde di nylon tese sulla sua superficie, e che mettendole in vibrazione si producevano dei suoni gradevoli, si rinchiuse nella roulotte - era in vacanza - e per tre giorni tentò di suonare ad improntam La Gatta. Mi dicono che gli unici risultati furono urtare il sistema nervoso dei vicini di roulotte e prodursi dei neri ematomi sui polpastrelli. Da allora in poi non toccò più una chitarra. Credo che fosse davvero entusiasta della comunità, seppure a modo suo, e si dichiarò pronto a questa nuova esperienza.
All'epoca Emilio era convinto che il miglior servizio che un laureato in filosofia di buone speranze potesse dare alla collettività fosse ritirare al ventotto del mese lo stipendio di professore di prima fascia. Era veramente persuaso che si potesse fare qualcosa di buono in tal senso, e pensava che altrimenti non avrebbe potuto mettere a frutto quello che stava imparando. Disse con chiarezza al capitano quali erano i suoi propositi: al momento gli sembrava che i sacrifici e le energie necessarie per fare carriera nell'università fossero incompatibili con quelli di ritirarsi in un casolare isolato e darsi al lavoro della terra. Eleonora aveva per Achab obiezioni simili a quelle di Emilio. La sua natura giocosa l'aveva indotta a fantasticare con gli altri, ma intimamente era convinta che non ci sarebbe mai stato nessun casolare, nessun podere, nessuna comunità, perché era un sogno impossibile. Un bel giocattolo, ma anche una illusione da cui risvegliarsi al più presto. Io, francamente, mi accodai alle loro posizioni, non senza rimpiangere quel breve momento in cui ci eravamo abbandonati all'immaginazione.
Il capitano aveva potuto farci sapere quello che pensava: ora non potevamo dire di non saperne niente. Decise che non sarebbe più tornato sull'argomento, e che se fossimo stati realmente interessati, ci saremmo tornati noi stessi.

Passò un intero anno e nessuno disse più una parola al riguardo. Era una fredda domenica autunnale, e ci trovavamo a Venezia, allo squero di San Trovaso. Avevamo trascorso l'intero mattino all'interno dell'Accademia Carrara seguendo Emilio, il nostro expert en la matiè re, che ci aveva fatto da cicerone. Era ormai pomeriggio, e avevamo accontentato Pietro, appassionato dell'intaglio, a cui avevamo promesso che ci saremmo recati a visitare prima i bellissimi dossali della sagrestia di S. Pietro Martire, e poi San Trovaso, dove ci sono ancora artigiani che scolpiscono manualmente gli scalmi delle gondole.
Stavamo prendendoci un attimo di riposo seduti sull'orlo della cisterna di Campo S. Trovaso, dietro di noi dei ragazzini giocavano a muretto. "Allora, non la facciamo più la comunità?" esordì Dario all'improvviso, come se anziché un anno fosse passato qualche giorno, dall'ultima volta che ne avevamo parlato! Quel giorno c'erano proprio tutti, anche Romano e Manlio, assenti nella prima occasione, e naturalmente non capirono quello che Dario intendeva, soprattutto Manlio, che era del tutto all'oscuro dei nostri piani, mentre il 'giudice' una qualche idea, in seguito alle annose discussioni con Achab, se l'era fatta. La prima reazione del capitano fu di vero stupore: era contento e stupito nello stesso tempo. Non sperava più che qualcuno ritirasse fuori il vecchio discorso, aveva messo da parte ogni ragionevole speranza. Ma non appena ebbe riassunto a Manlio l'affabulazione dell'anno precedente, questi rispose inequivocabilmente che lui non sarebbe mai stato della partita. La sua vita 'da grande' se l'era già immaginata: Romano si manteneva nel suo atteggiamento distaccato di sempre. Mentre confermava il suo diniego, quasi in modo automatico, iniziava a prestarsi ad un giuoco intellettualistico da cui avrebbe fatto sempre più fatica ad estraniarsi. Naturalmente ci dava tutto il suo appoggio morale, confidando 'sulla nostra intelligenza e sulle nostre capacità superiori alla media, ma si guardava bene dal lasciarsi coinvolgere oltre un certo limite, limite che lui aveva già tracciato - profondamente - tra noi e lui.
A quel punto, mentre cresceva il fervore della discussione, Eleonora se n'era uscita con una delle sue frasi solite che non hanno nulla a che vedere con quello di cui si sta parlando, con le quali cerca scherzosamente di distogliere gli altri da una discussione che va oltre le righe. Era passata una giovane dama impellicciata trascinata al guinzaglio da un grosso pastore maremmano, ed Eleonora, dopo aver additato il grosso cane che lei stessa avrebbe desiderato possedere, ha suggerito che forse avremmo potuto allevare pastori maremmani, e fare di questa attività la base economica della nostra comunità. Mentre gli altri si immaginavano nei panni degli allevatori canini, e già si attribuivano l'un l'altro i lavori più degradanti - come spalare e ripulire il fondo delle gabbie - Pietro aveva preso la palla al balzo, e incominciava a prendere l'idea di Eleonora sul serio. Quando pensa assomiglia al Pensatore di Rodin.
La sera stava ormai scendendo. Era tempo di ritornare a casa e lasciare che ciascuno potesse meditare sulla proposta di Pietro. Così raggiungemmo la funicolare per riprendere le macchine nel punto dove le avevamo lasciate.


Capitolo II: LA NOSTRA COMUNIT¿ E I CANI

Avevamo stabilito insomma che nella nostra vita vi sarebbe stata una comunità, anche se non avevamo ancora le idee chiare in proposito. Il nostro primo obiettivo era capire in cosa consistesse allevare dei cani. Il secondo, se questa attività avesse potuto sfamarci. Non potendo porre delle domande dirette agli allevatori, che come ogni altra categoria sono gelosi dei loro 'segreti', dovemmo procedere su strade tortuose e insolite.
Non sapendo da che parte iniziare, Pietro decise di rimediare leggendo qualche libro. Uno dei primi testi che gli capitò tra le mani era di un certo Cino De Mauris. In Italia si possono trovare moltissime pubblicazioni sul cane, ma quella che Pietro aveva trovato era particolare, almeno per lui: il risvolto di copertina presentava la figura dell'autore non solo come un esperto cinofilo, ma anche come una persona amante della natura, sensibile ai problemi ecologici, che dopo una laurea in giurisprudenza aveva preferito ritirarsi dalla carriera per allevare cani. Pietro ravvisò nelle scelte di De Mauris una certa somiglianza con le nostre ambizioni, e trasse una conferma emotiva a quello che pensava guardando la foto del risvolto di copertina, in cui era raffigurato un uomo dall'espressione umana, simpatica.
Il nuovo convegno della comunità si svolse in un ristorante. Quella sera Pietro aveva portato con sé l'abbozzo di una lettera da inviare a Cino. La lettera accennava al nostro intento di abbandonare la vita di città, trovare abitazione e impiego in campagna, avviare un allevamento. Al destinatario chiedevamo se la nostra iniziativa imprenditoriale fosse realizzabile e quanto denaro e competenza fossero necessari. Dopo la breve lettura, tutti ammettemmo che nessuno avrebbe potuto fare meglio. Emilio prese l'incarico di battere al computer la lettera che due giorni dopo partì per la sua destinazione. Cominciò una certa attesa. Iniziammo a pensare se fosse stato il caso di andare tutti insieme in visita all'allevamento di De Mauris, o se sarebbe stato più consigliabile formare una delegazione per non dargli incomodo. Più il tempo passava, meno i nostri scrupoli si rivelavano opportuni. Non arrivava nessuna risposta: eppure avevamo incluso una lettera già affrancata da rispedire vuota nel caso di risposta negativa: eravamo ancora abbastanza ingenui per non sapere che ogni dieci lettere come queste inviate, solo una riceveva risposta.
Dopo un mese di attesa, il capitano volle accertarsi che la lettera non fosse andata smarrita. Spedimmo una raccomandata con ricevuta di ritorno che conteneva la stessa lettera della prima volta. Qualche giorno dopo arrivò il foglietto che accompagna la raccomandata: il simpatico, l'umano Cino, aveva apposto la sua onesta firma sulla nostra raccomandata. Vedete, credo francamente che in quel frangente, all'arrivo della seconda missiva, egli avrebbe anche risposto: ma ne fu impedito dalla fatica già spesa nel vergare la sua firma davanti al portalettere. Dopo un'altra settimana di attesa, capimmo che non avremmo potuto contare su Cino, e che probabilmente l'idea, espressa da qualcuno di noi prima di scrivere la lettera, di andare da un allevatore qualsiasi vicino, rispetto a quella di rivolgersi all'allevatore ecologista e amante della campagna, non era poi tanto peregrina.
Questo episodio non deve fare apparire nella giusta luce solo la nostra goffaggine e la nostra ingenuità, che sono l'unico patrimonio su cui possa contare il principiante; sarebbe utile se destasse anche in chi legge la stessa sensazione di disagio che provammo noi di fronte a Cino. Convenimmo che il non cedere ad altri il proprio tempo era indubbio diritto di chiunque, ma la noncuranza di chi non degnava il prossimo neppure del proprio disprezzo ci sembrava un vero segno di disumanità. Decisi di assumere in proposito un atteggiamento che non avrebbe potuto impedirmi di fare tesoro di questa esperienza. Dovevamo riconoscere in Cino un maestro-negativo, espressione questa che risale alla Rivoluzione Culturale cinese. Ora che avevamo un esempio di individuo che non ci piaceva, potevano per opposti farci un immagine di uomo alla quale avremmo voluto somigliare.

Dopo il nulla di fatto con Cino, decidemmo che la lettera era una forma di relazioni umane inefficace. Ora, ove fosse stato possibile, ci saremmo mossi di persona. Dovevamo pure imparare il mestiere dell'allevatore di cani, sondare il mercato, accertare i costi necessari ad avviare l'attività. A Emilio fu assegnato il compito di recarsi alla Biblioteca Centrale e cercare libri e riviste del caso; il capitano prese dei contatti con un allevatore vicino a casa, per chiedergli di poter lavorare gratuitamente per lui; Dario si accollò l'incarico di telefonare a ditte che producono cibo per cani, e altre che fabbricano gabbie dove custodire i 'quadrupedi'. Altri si presero incombenze non meno faticose e originali. Scoprimmo cose interessanti: che il cane più venduto dalle nostre parti era il pastore tedesco; che il servizio più redditizio che un allevatore possa offrire è la pensione, l'incenerimento o la sepoltura del cane in un cimitero per esemplari di rango; che si può guadagnare di più con un premio ricevuto in una esposizione cinofila dal proprio 'purosangue', che vendendo dieci cuccioli.
Nel giro di una settimana fu possibile incontrarci per un nuovo, surreale Briefing: sul nostro solito tavolo stavano le pagine gialle aperte alla voce cane, opuscoli pubblicitari, brogliacci con appunti e numeri di telefono, una mappa della nostra regione con cui localizzare gli allevamenti da visitare. Accertammo che l'unico periodico riservato agli allevatori di cani conservato nella Biblioteca Centrale, l'Allevatore moderno, si fermava all'annata 1898. Passammo poi al problema del 'pastone' - avevamo calcolato quanto potesse costare dar da mangiare ad un pastore tedesco cucciolo e adulto - e appurammo che sarebbe stato possibile sfamare i nostri animali se avessimo avuto un numero non basso di acquirenti di cuccioli o di proprietari che ci affidassero i loro cani a pensione. I costi delle gabbie erano alti, ma non enormi. Non ci rimaneva che fare una prima visita ad un grande allevamento. Ne scegliemmo uno che aveva un più che discreto spazio pubblicitario sulle pagine gialle: si trova all'interno di un parco che sorge non distante dalla nostra città. Pensammo che svelare all'allevatore i nostri propositi, sarebbe stato senz'altro più onesto, ma controproducente. Inoltre avevamo alle spalle l'esperienza del buon Cino, e non volevamo bruciare un'altra occasione di imparare qualcosa. Provammo col mascherarci da acquirenti. Non sarebbe convenuto andare tutti, e quindi scegliemmo che per il primo assaggio si sarebbero fatti avanti Eleonora, Emilio, Marina e Dario. Noi avremmo atteso nei dintorni, passeggiando nel parco.
Dopo circa venti minuti, i nostri tornano. Hanno potuto a malapena guardarsi intorno, vedere i pastori tedeschi ringhiare al loro passaggio, e scambiare qualche parola con l'allevatore, un affabile uomo sulla trentina. Costui, che a quanto pare non chiedeva di meglio che qualcuno con cui poter parlare dei suoi cani, per i quali doveva avere una autentica passione, si era volentieri dilungato sulle esposizioni cinofile a cui aveva partecipato, sulle coppe vinte dai suoi migliori esemplari, sulle abitudini del pastore tedesco e sui suoi pregi di cane da difesa. Dario, che si presentava nelle vesti del compratore, aveva anche potuto vedere, attraverso il sottile pertugio di una baracca, dei cuccioli - non ricordo per quale motivo erano tenuti in un ambiente buio; inoltre aveva ricevuto il biglietto da visita dell'allevatore e il suo numero di casa, per chiamarlo non appena avesse deciso di acquistare il suo cucciolo. Il capitano non era per niente soddisfatto. Seppure a malincuore, e con la paura di venire scoperto, decise che avremmo adottato il piano numero due. Lui e il 'giudice' si sarebbero spacciati per due studenti di economia e commercio. Il 'professore' aveva assegnato loro una tesi di laurea sulla microeconomia del pastore tedesco e loro avrebbero chiesto all'allevatore di rispondere ad un questionario che analizzava palmo a palmo la sua attività. Se credete che nessuno abboccherebbe alla dichiarazione che nelle università italiane siano assegnate simili tesi di laurea, sappiate che recentemente un tale si laureò all'ISEF di Milano con una poderosa tesi dal titolo Aspetti psicologici dello sci.
L'allevatore fu straordinariamente gentile: non li buttò fuori immediatamente, ne parve volerlo mai fare in seguito. Si scusò dicendo di avere un impegno e fissò un appuntamento con i due per il sabato successivo. Non si trattava di una scusa, doveva davvero uscire; prese il suo montone, se lo appoggiò sulle spalle e invitò i nostri a uscire con lui. Noi eravamo rimasti nelle vicinanze, e quando li vedemmo uscire con l'allevatore ci domandammo cosa avrebbero fatto. Per fortuna ebbero il buon senso di fingere di non conoscerci, e tirarono dritto per la loro strada: salutarono l'allevatore che si allontanò a piedi, montarono su una delle due nostre macchine e partirono sgommando. Se non altro avevamo salvato la faccia. Il sabato successivo Pietro tornò dall'allevatore, armato delle sue nozioni di economia - bisogna dargli atto che è raro vedere uno studente di filosofia in possesso di una certa competenza in materia di economia - di block notes e di un piccolo registratore portatile. Romano era impegnato nella preparazione di un esame, e così il capitano era solo. Ascoltammo la voce dell'allevatore il giorno dopo nella stanza del capitano, raccolti nel silenzio di chi non vuole perdere una sola parola. Un momento di suspense fu quando l'allevatore si interruppe nel mezzo di una risposta per fare lui stesso una domanda: voleva sapere con esattezza quale università frequentasse il capitano. Il nostro fu pronto a rispondergli che frequentava l'Università Cattolica - grazie a Marina che è iscritta al Magistero, egli ha qualche idea dell'ambiente. Ma quale insegnante gli aveva assegnato il lavoro?, incalzava l'allevatore con il tono di chi faceva una normale domanda, senza minimamente mostrare di aver mangiato la foglia. Ancora una volta il capitano riuscì a dare una risposta convincente, pronunciando il nome di uno dei professori di materie economiche della Cattolica. Era evidente dalle domande e dalla conoscenza dell'ambiente e dei nomi, che l'allevatore era probabilmente laureato in economia e commercio, ma le risposte di Pietro e il suo uso di un registro linguistico adeguato lo avevano tratto in inganno. Pietro aveva sudato sudori freddi, ma se l'era cavata.
Dalle risposte capimmo che avremmo dovuto abbandonare i nostri progetti. L'allevatore, uno dei maggiori nel suo campo della nostra regione, non era tale di mestiere: per lui il pastore tedesco era una passione che aveva ereditato dal padre insieme alle strutture dell'allevamento. Di lavoro faceva il consulente, era assessore all'ecologia nel suo comune, e se alla fine dell'anno le uscite dell'allevamento eguagliavano gli incassi, era più che contento. Si curava personalmente dell'allevamento solo il sabato pomeriggio, e per curare i numerosi cani - non meno di cinquanta - era più che sufficiente il lavoro di una sola operaia. Dall'intervista emergeva con evidenza il fatto che quello era un allevamento come tanti altri, e che se anche avessimo cercato abboccamenti con altri allevatori, non avremmo scoperto un allevamento redditizio. Da quel pomeriggio nella nostra vita rimaneva la comunità, ma avevamo dato un definitivo addio all'ingrato pastore tedesco.


Capitolo III. VIAGGIO A DAMANHUR

La nostra prima meta è stata Damanhur. Non quella a quaranta miglia da Alessandria di Egitto, dove nel 1797 sbarcarono le armate di Napoleone condotte all'assalto della Sublime Porta, ma quella ad un tiro di sputo dalla Ivrea degli Olivetti.
Forse saremo degli idealisti, lo riconosco, ma la parola 'destinò non la usiamo quasi mai: secondo Bisonte, pseudonimo dell'ex-studente di architettura trentenne che ci ha illustrato la sua comunità da cima a fondo, si doveva invece proprio al destino la nostra presenza a Damanhur il giorno che l'abbiamo visitata. Se veramente avevamo camminato su una strada tracciata dal fato, doveva valere pure la pena ripercorrerla: mi domandai cosa ci aveva portato a Baldissero Canavese, Ivrea, a visitare la comunità dell'Età dell'acquario. Il mezzo scelto dal destino per metterci sulla strada giusta è stato un ritaglio del Giornale dell'Ingegnere, rivista che mio padre riceve regolarmente in cambio della quota annuale non indifferente sborsata all'Ordine.
Nella mentalità dell'ingegnere la comunità a scopi esoterici non troverebbe alcun interesse: l'ingegnere è un animale pragmatico e freddamente esatto. Ma se qualcuno, scavando una grotta, smuove tremila metri cubi di terra senza farsi franare addosso la volta, se fa col martello pneumatico e il secchio della calcina quello che comunemente non si farebbe neppure disponendo di un caterpillar, se la sua impresa ha un che della sfida dell'uomo con la materia grezza, ebbene costui si è guadagnato il suo articoletto sul Giornale dell'ingegnere.
Sulla copia che avevo tra le mani compariva un articolo dedicato appunto alla scoperta della grotta scavata dai damanhuriani nelle profondità delle montagne della Valchiusella, una valle del Canavese che come tante altre nel nostro paese è stata ormai abbandonata dagli alpigiani. L'articolo, che attribuita la scoperta da parte dei carabinieri ad una 'delazione', descriveva il prodotto della fatica e della perseveranza degli adepti della setta, che avevano prima scavato e poi decorato una grotta di dimensioni niente affatto irrilevanti, ed erano riusciti a mantenerne il segreto per quasi quindici anni.
Se l'ingegnere, come ho detto, è colpito dall'impresa di scavo, per me è stato difficile credere che in un paese come il nostro un qualsiasi segreto possa essere stato mantenuto così a lungo! non credevo fossimo capaci di tanto, noi italiani.
Dopo aver letto l'articoletto, l'ho appuntato sul sughero dove dimentico le cose che mi interessano.
Qualche tempo dopo la mia ragazza mi ha condotto ad un mercato di prodotti ecologici. Il secondo segno del destino era li ad attenderci: un tempo il fato si manifestava attraverso folgori nel cielo sereno, pietre che si liquefano, voli anomali di uccelli: oggi usa metodi adatti al tempo presente: c'era dunque un furgone della comunità canavese che vendeva formaggi prodotti con il latte dei loro allevamenti.
Cosa potevamo fare? abbiamo acquistato del formaggio e abbiamo scambiato qualche parola con il venditore, un adepto della setta: insieme al formaggio ci ha dato un volantino su cui era scritto come raggiungere la comunità. Ero ormai deciso che sarei passato prima o poi da Baldissero Canavese. Fu in quel periodo che venimmo a sapere anche dell'esistenza di un'altra comunità, quella di Majid Valcarenghi, di cui dirò più avanti. Ormai sul ruolino di marcia avevamo due motivi che ci spingevano a muoverci: decidemmo di partire per la prima ricognizione. Solo la maggiore lontananza di Siena, nei cui pressi si trova la comunità di Valcarenghi, rispetto a Ivrea, è stato il motivo che ci ha indotto a visitare per prima Damanhur.
Una calda domenica di maggio stipiamo due vetture e partiamo: neanche in quel caso fu facile organizzarci: mancava Romano, il 'giudice', in compenso con noi era Manlio, che ha prestato la sua macchina, seppure avesse il serbatoio di benzina perforato dal tempo: viaggio breve, nemmeno due ore, l'equipaggio di Manlio poteva reggere la tirata: assolutamente vietato però fumare sul veicolo, avrebbe potuto entrare in combustione il carburante irrorato nell'abitacolo. Nei dintorni di Ivrea la campagna è piatta, annoia lo sguardo, ma Baldissero è già collina, e potevi lasciare che l'occhio seguisse forme ondulate e fosse attirato dai colori che l'estate incipiente dava alla vegetazione.
Subito dopo aver lasciato alle spalle il paese, compare sulla sinistra un cartello che avvisa coloro che passano, si spera con il debito rispetto, che lì e non altrove sorge la 'Nazione di Damanhur'. Si, esatto, 'Nazione', non 'comunità': essi affermano di essere un popolo, più che una comunità in seno alla società civile, e un popolo che si rispetti deve avere una propria nazione.
A fianco del cartello c'è l'ingresso. Si entra con l'auto in un parcheggio recintato da un cancello e prima di parcheggiare si è avvisati che in tutto il territorio della Nazione è vietato fumare: più che una norma per gli adepti sembra un mezzo con cui far sentire immediatamente ai visitatori una sensazione di estraneità e di riverenza. Nelle immediate vicinanze del parcheggio sorge un edificio molto basso e allungato che ospita una serie di negozi in cui vengono venduti prodotti e manufatti creati dalla comunità: poca cosa in realtà, ma di un certo effetto a motivo della solenne pulizia e dell'ordine che regnano in quel luogo.
Un negozio offre prodotti di erboristeria, uno formaggi e confetture di vario genere, un altro ancora sculture e suppellettili di foggia molto primitiva in coccio, ceramica e legno, un altro i prodigi della pranoterapia e della medicina naturale; qui una bottega di bigiotteria offre bijou dalle forme curiose dotate di talento apotropaico e curativo. Pietro ha chiesto sulla base di quali principi vengano approntate le forme di tali manufatti; come mai il ciondolo che dispensava fortuna ed equilibrio mentale dovesse essere così diverso da quello che preveniva ed alleviava i dolori mestruali. La risposta della giovane damanhuriana è stata che le forme non erano inventate arbitrariamente, ma 'ricordate' dal loro profeta attraverso un sogno medianico di natura oscura, recuperate in questo modo dal passato e affidate ai suoi artigiani affinché le riconsegnassero alla luce sotto forma di materia plasmata. Mentre le donne guardavano le paccottiglie e Dario la commessa, Emilio ed io abbiamo notato che uno dei locali espositivi era dedicato ad una mostra d'arte: non era arte qualsiasi, era arte religiosa, era il frutto delle fatiche di un aderente a Damanhur che alla sua comunità aveva voluto donare le proprie doti artistiche. Dell'artista moderno non sopporto una cosa: il biglietto da visita. Forse sono fermo all'immagine del pittore imbrattato di colori fino alle ascelle che vive in un assolato atelier, poco importa se magnifico o angusto, con un séparé dove le modelle possono rivestirsi dopo aver posato nude. Ma il biglietto da visita mi urta, mi ferisce, precipita l'artista nell'inferno dei manager e dei pr-men. Poteva l'artista di Damanhur mancare del biglietto? Alle pareti erano appesi degli oggetti che mi sia consentito di descrivere come dei piastroni: se proprio non posso usare questa parola, lasciatemi dire che delle grosse placche di gesso erano agganciate con delle catenelle ai muri. Il gesso è la materia dell'arte di Damanhur: arte sincretistica e arte effimera: col gesso si può scolpire, si può dipingere quello che si è scolpito, e se qualcuno si rompe un osso, lo si può usare per scopi traumatologici. Tutte le placche presentavano in rilievo lo stesso tema: una spirale variamente virata su cui sporgevano simboli come svastiche, giunchi, civette, croci egiziane, la bocca e il ventre animale capezzolato: l'artefice doveva avere una certa sua esperienza della simbolica 'alfabetica' dell'antico Egitto, paragonabile perlomeno a quella che un vecchio custode del Museo Egizio di Torino può aver maturato in lunghi anni di servizio.
Il problema era capire che cosa ci facesse la svastica insieme alla civetta di Amenophis IV: Emilio, la nostra enciclopedia ambulante - c'è da domandarsi se qualche volta non inventi - mi dice che lui ha letto un libro sulla svastica, e che si tratta di un segno che è passato per molte mani prima di finire in quelle di Adolph Schickelgruber, alias Adolph Hitler. Avrà anche ragione, ma certi accostamenti mi sono sempre fastidiosi: io per esempio al saluto con la stretta di mano, e che mani si stringono spesso!, preferirei di gran lunga l'igienico saluto fascista: pensate che comodità: si eviterebbe quella che una volta si chiamava 'stretta di mano del democristiano', sudaticcia e sfuggente, ma anche quella di chi ti stringe troppo vigorosamente la mano per farti vedere quanto è virilmente cordiale. Al liceo stavo nella stessa classe col figlio di un pezzo grosso della confindustria. Non posso dire chi è, ma veramente un pezzo grosso, praticamente il vicepresidente: il figlio non ti stringeva la mano, te la torceva. Adesso capite perché la chiamo la 'stretta confindustriale' sapendo di non poter essere frainteso.
Stavo dicendo che mi piace il saluto romano, ma che volete? ne hanno abusato, e ora recuperarlo mi pare francamente impossibile. Ecco perché l'artista che non si perita di usare la svastica mi ispira antipatia.
Vicino allo stand delle placche, c'è poi la libreria, sede della casa editrice Horus, la casa editrice privata della comunità. Di Damanhur ho già detto che come nome richiama una cittadina del basso Egitto vicino ad Alessandria, la città di Alessandro il Macedone. Ora c'è un evidente parallelismo tra la vera Damanhur a ovest di Alessandria, e quella omonima a nordovest della nostra Alessandria: entrambe le Damanhur sono separate da un centinaio di chilometri dai loro pendants. Vediamo adesso il significato di Horus: tutti sapranno che di altri non si tratta che del nome del figlio di Iside ed Osiride adorato a Ierancopoli e a Eliopoli, lo Zeus egiziano, di cui il faraone era l'incarnazione terrena. Ci siete tutti? d'accordo, queste cose sono di dominio comune. Ma perché ribattezzare Horo con Horus? perché latinizzare un nome egiziano? mentre Athotis governava sulle terre a forma di delta, a Roma erano ancora le pecore ad allevare i futuri conquistatori! eppure anche questo è sincretismo, è la civiltà romana shakerata con quella egiziana, non senza uno spruzzo di induismo: è roba da barista di classe, è un cocktail di religioni. Nelle vetrine della editrice Horus svettano con ricorrenza maniacale i libri di un certo Oberto Airaudi. Airaudi è appunto il profeta che ricorda le forme, il capo e il fondatore della comunità. Stando a quello che crede Bisonte, costui sarebbe detentore di una sapienza infinita, parte della quale trasmetterebbe ai suoi discepoli.
Ora, un uomo che si chiama Oberto Airaudi ha il destino segnato, la sua è una vita vocata, se l'onomomanzia non è una opinione: praticamente l'onomomanzia è l'arte di interrogarsi sul destino di un uomo partendo dal suo nome e cognome. Si tratta di una scienza esatta, al patto che sia praticata a posteriori, ossia quando di una persona si sa già tutto: come potete immaginare la sua utilità è molto scarsa, ma se non altro ci rafforza nella credenza che la nostra vita è dominata dal destino.
Lasciate stare il nome 'Obero' se non potete fare a meno di pensare a quel tale che vi affitta gli sci in montagna: prendiamo il solo cognome. Ora nella lingua greca la radice "air-" ha a che fare con le cose della religione: da dove credete che venga altrimenti la nostra parola 'eresia'? parola che un tempo non era sinonimo di gente da abbrustolire ma di 'scuola religiosa', di dottrina religiosa. La seconda parte del cognome, '-audi', mi richiama il greco 'aude', ossia 'oracolo', 'preveggenza', 'messaggio profetico'. In realtà, come si vede dalle fotografie che ornano i volumetti, da un filmato sulla comunità proiettato nel museo del tempio, e nel dicembre del 1993 anche in televisione, si tratta di un uomo sulla cinquantina molto stempiato, dalla barba chiazzuta e dagli occhi spenti, e a fatica lo diresti capace di affascinare con il suo carisma da pranoterapeuta di provincia: eppure bisogna dargli atto di essere riuscito ad edificare qualcosa, seppure fragile quanto il gesso delle colonne del 'tempio aperto a tutti i riti' - come recita un cartello piantato nel terreno lì appresso - che sorge dietro quello che chiamerei il 'centro commerciale'.
Il tempio vero e proprio è nascosto nelle viscere della Valchiusella, e non è a una tale distanza dalla Nazione da poterlo raggiungere a piedi: ma il vero motivo per cui è stato edificato sono le "umane relazioni", come diceva il Luciano Bianciardi, il voler avere una facciata che colpisca il visitatore. Ora io sono stato colpito, eccome, e con me tutta la banda. Emilio era inorridito. Mi fa: "ma scusa, una cosa del genere c'era già, è il Pantheon di Roma! solo che quello ha una cupola che avrà un diametro di cinquanta metri!".
Dario guardava le statue di Pan in scala uno a uno e le confrontava con le pagine dei fumetti fanta-archeologici che legge di solito: "Ma si, mi ricordo, questo era quel dio che stava nei boschetti e scopava come un riccio con le ninfe!" Il Dario è il nostro sessuomane: lui non ha bisogno della pornografia, la sua vita è già splendidamente, naturalisticamente, erotica: la sua filosofia è sub specie lecti. Gli altri erano spaesati, le donne si interrogavano sulla natura dei riti damanhuriani.
Il pantheon di Damanhur non è altro che un serie di colonne disposte al modo di un tempietto greco, colonne di gesso, poggiate su una base di cemento colato, a circoscrivere uno spazio non piccolo in cui stanno non solo le statue in argilla del dio Pan ma anche fantomatiche divinità femminili molto tettute, a fianco di teste di proporzioni triplicate che ricordano molto vagamente, e in senso deteriore, l'arte delle isole di Pasqua. Per raggiungerlo si sale una stradina asfaltata a fianco della quale è stata scavata una canaletta che diresti atta a raccoglier l'acqua piovana: e certamente servirà anche a quello. Ma i damanhuriani, con scarso senso del ridicolo, l'hanno chiamata 'Rio del tempo', come recita un secondo cartello. E i cartelli, occorre dirlo, sono molti nella Nazione di Damanhur, in quanto la scarsa tecnica e la povertà artistica non hanno consentito di produrre oggetti e luoghi che si presentino da soli con una loro identità, non solo ai visitatori, ma anche agli stessi adepti. Sembra poi dominare una certa vocazione al museale, per cui ogni cosa deve avere la sua targhetta esplicativa, non importa poi se tale cosa non sia una vestigia di una civiltà scomparsa ma un oggetto d'uso corrente. Se a destra vedevi il 'Rio del tempo' a sinistra poggiava un altare in pietra molto rozzo che peserà diverse tonnellate, anch'esso con il suo cartello esplicativo. Quando l'ho visto ho pensato a Stonehenge: sono un tipo che pensa per opposti. Questo tempio all'aperto non è insomma una riproduzione di un tempio greco vero - impresa superiore di gran lunga alle loro forze e capacità tecniche - ma di come potrebbero essere le rovine di un tempietto dopo che degli ottomani l'avessero inaccortamente usato come santabarbara fumandoci. Anzi, mi viene un esempio migliore: assomiglia all'illustrazione del Partenone che decorava l'abbecedario di mia nonna, opera di un ignoto pittore di illustrazione infantile.
Ed è probabile che proprio una cartolina o una illustrazione da libro di scuola media sia stato il modello a cui si saranno rifatti i realizzatori.
Certo sarebbe una impresa assai bislacca riprodurre un Partenone in sedicesimi, ma perlomeno impresa di una certa grandezza: qui invece siamo a tal punto nell'epigonale, nel cialtronesco da far sinceramente sorridere prima che inorridire.
Già più interessante è il museo del vero tempio della comunità, quello realizzato nelle latebre della Val Chiusella, strappando alle montagne milioni di quintali di roccia e avanzando con il martello pneumatico di pochi centimetri al giorno. Il museo mette in mostra un plastico in legno dipinto che riproduce in scala il tempio, una serie di fotografie che illustrano varie fasi della costruzione e dell'addobbo delle sale del tempio con mosaici, affreschi, sculture e vetrate, quest'ultime, lo devo ammettere, di una certa bellezza. Dal che Pietro ha osservato che se la comunità manca ed ha mancato di buoni pittori e scultori, scusate, volevo dire di buoni imbianchini e battilastra, se non di architetti, certo ha goduto della presenza di valenti maestri muratori e di artigiani della vetrata.
Se all'aperto non mancavano simboli di tutte le fogge e di tutti i materiali, nel trionfo del sincretismo più ingenuo, nel tempio sotterraneo c'è l'apoteosi della cultura damanhuriana.
La simbolica e l'iconografica, misto sincretistico di simboli, segni ed icone di culture religiose diverse e disparate sono povere e naivee, e a dispetto di quanto credeva Bisonte, il nostro accompagnatore, non mettono affatto a capo ad un sistema simbolico comune a tutte le grandi forme delle spiritualità passate. Ma poco importa ai damanhuriani, che evidentemente vanno fieri della loro produzione artistica e culturale, nell'intento orgoglioso ma sterile di creare, e non nei secoli a venire, ma di qui a qualche settimana, un vero popolo. Difficile capire cosa intendano per popolo: probabilmente alludono ad una società umana che abbia una propria religione, una propria arte, un proprio assetto sociale basato sull'armonia e sull'equilibrio tra i componenti, ma anche una propria musica, un proprio linguaggio: essi non danno alcun rilievo al lento e faticoso cammino dell'umanità dallo zio Vania di Roy Lewis ad Albert Einstein. Ad Atlantide avevano già scoperto come vivere felici, come eliminare la forfora e il rimedio alle cispe che ti trovi negli occhi al mattino quando ti svegli/oppure/alla pallottolina di cotone che ti si ferma nell'ombelico, ma un giorno tutto questo sapere andò misteriosamente perduto e la vita sulla terra divenne intollerabile.
I damanhuriani affermano di essere in contatto medianico con la perduta Atlantide: da esse attingerebbero la loro sapienza: alcuni dei loro pittori vi sarebbero stati addirittura trasportati e al loro ritorno avrebbero dipinto degli scorci del mitico continente. Per quel che riguarda l'argomento della sapienza arcaica, condivido ampiamente quello che, in proposito ai tempi in cui si sarebbe manifestata, affermava Marx: "Non vi parlerò a lungo dei secoli bui, perché noi storici sappiamo ben poco di quel periodo. Sinceramente, era un'epoca tanto oscura che nessuno riusciva a vedere cosa succedesse, e coloro che lo vedevano erano troppo educati, o imbarazzati, per riferirlo." (Marx Groucho, Memorie di un irresistibile libertino, Milano, 1993, p. 62).
Una signora che vendeva degli opuscoli con un banchetto all'interno della Nazione, ci ha mostrato un libretto di non più di duecento pagine che a suo dire spaziava dalla cosmologia alla fisica quantistica, dal segreto delle galassie a quello delle particelle nucleari, non senza trascurare la storia dell'universo conosciuto e di altri ad esso paralleli. Non taceva del fatto che l'opuscolo avrebbe potuto correggere in alcune cose di non marginale importanza i fisici del CERN di Ginevra. Ma la cosa veramente rilevante è che quel libretto, da lei tradotto, nel suo originale atlantideo in caratteri geroglifici non occupava più spazio del segno che lasciate sulle guance dei figli quando si comportano in modo intollerabile: voi potete immaginare che se possedessimo anche noi un linguaggio così sintetico, non avremmo più il problema di consegnare ogni anno le pagine gialle.
Dopo tutte queste novità, dovevamo riposarci: oltretutto il sole impazzava. Un sorbetto ecologico faceva al caso. Mentre lo consumavo, guardavo due ragazze damanhuriane in tutu che provavano alcuni passi di uno spettacolo di danza in programma per quella stessa sera. Mi domandavo cosa pensassero i miei companeros. Io intanto pensavo a riposarmi. Eravamo nella 'capitale' di Damanhur, nel suo nucleo storico, cioè uno spiazzo non molto grande sulla sommità della collinetta intorno a cui sorge la Nazione, circondato da edifici molto bassi ma sempre bislunghi che ne segnano il perimetro su due lati. Quelle erano le prime terre acquistate dai damanhuriani fondatori.
E li è stato lasciato intatto, come lo hanno trovato, un boschetto riservato a culti naturalistici. Al suo ingresso, per evitare che degli estranei vi entrassero, stava Bisonte, quello che ci diceva arrivati per destino. Come ho già detto, e si può facilmente intuire, Bisonte non è che uno pseudonimo: ogni damanhuriano porta un nome scelto da Airaudi. Vi basti sapere, per farvi una idea della onomastica della Nazione che non ci sono solo Leoni, Destrieri, Unicorni o Aquile, ma anche Cozze! Un barlume di autoironia? Bisonte che, bisogna riconoscerlo, è stato squisitamente gentile e disponibile, è stato sottoposto ad un fuoco di fila di domande dal Pietro, il quale non voleva perdere l'occasione di far luce sulla natura della comunità.
La realtà economica di Damanhur descritta da Bisonte apparirebbe soddisfacente sotto un profilo manageriale. Ma la realtà ancora una volta è spietata per l'aspirante autarchico. all'epoca eravamo ancora molto ingenui: non date la colpa a noi, ma all'università! comunque sia, il nostro scopo era chiarire se una comunità potesse sopravvivere con il solo proprio lavoro, allevando, smuovendo le zolle di un orto, praticando l'apicoltura e cose di quel genere che per qualche ora mandano in visibilio la gente di città, senza ricorso a mezzi esterni. Damanhur possiede una ditta di conservazione di prodotti alimentari biologici e tutta la produzione biologica delle sue serre viene utilizzata per soddisfare le esigenze della fabbrica di conservazione. Anzi, la ditta avrebbe raggiunto a loro dire una tale capacità produttiva da rendere necessario l'acquisto di prodotti biologici da altri agricoltori. Un'altra fonte di denaro tutt'altro che indifferente sono i centri di pranoterapia aperti da Airaudi in svariati luoghi del nord Italia, le 'ambasciate di Damanhur', come le chiama Bisonte. Ora, chi sa cosa costa una seduta di pranoterapia e probabilmente le preferisce di gran lunga una seduta all'Ufficio Imposte, immaginerà anche che fonte preziosa sia quella di Airaudi.

Ma la fonte principale degli introiti viene dalle 'rimesse' dei damanhuriani che lavorano fuori dalla Nazione, la grande maggioranza: vivono e lavorano in proprio o come dipendenti, ma versano una parte dei loro salari, stipendi o redditi nelle casse dell'erario di Damanhur.
La Nazione, oltre ad una propria cartamoneta, possiede una carta costituzionale: i costituenti devono essersi ispirati alla costituzione rumena di Ceausescu: tutti sono eguali, ma Airaudi è molto più eguale degli altri.
Infatti non è un cittadino come gli altri, ma ha un ruolo, quello del 'fondatore', che gli conferisce un potere di veto tremendo. Così, nel caso peraltro improbabile che una sparuta maggioranza volesse modificare l'indirizzo essenziale della Nazione, per esempio stabilendo che il nome della casa editrice Horus si debba cambiare in Horo, Airaudi potrebbe ergersi con la forza della sua carica e mettere tutto a tacere. Quello che ci ha confortato - ed ha inorgoglito il Pietro - è che la Costituzione di cui si è dotata Damanhur prevede comunque istituti essenziali, quali il governo, l'arbitrato tra i membri in conflitto, la proprietà dei beni, le norme per l'accoglienza di nuovi membri, simili a quelli previsti nella nostra carta costituzionale.
Al di là del fragile esoterismo, Damanhur resta una concreta comunità umana con più di quindici anni di vita alle spalle, con bisogni umani concreti da soddisfare.
E se la loro costituzione ormai 'rodata' e collaudata si è rivelata utile, pure lo deve essere la nostra di riflesso, che prevede i pochi aspetti passabili di quella damanhuriana e tanto ne differisce in qualità.
Nella loro carta c'è scritto che i membri della comunità devono agire con buon senso e amarsi vicendevolmente! lasciamo stare il buon senso: ammesso che si possa concordare cosa sia il buon senso, quello che io conosco è la rovina della specie umana. Quanto all'amore universale non so perché mi viene in mente quello che diceva il buon vecchio Thoreau: "se vengo a sapere che qualcuno sta avvicinandosi a casa mia per venire a farmi del bene, me la do a gambe alla svelta." (Thoreau Henry David, Walden).
Se a Pietro interessava la comunità, l'interesse di Manlio era devoluto tutto nel soprannaturale di Damanhur: Manlio è la conferma vivente che la filosofia, se studiata a livello professionale, rende l'individuo incapace di avere a che fare con la routine di tutti i giorni. Se Manlio fosse vissuto ai tempi di Aristofane, sarebbe stato insieme a Socrate appeso al lampadario a contemplare la volta celeste. » il tipo di persona che manderebbe fuori uso uno sportello del bancomat semplicemente avvicinandolo; per lui un bonifico è roba tipo quella che Mussolini ha fatto nelle paludi pontine, e il rogito il verso di un animale. Accanto a questi innegabili pregi, ha il vizio di pensare sempre in maniera opposta a quella del suo interlocutore momentaneo. In quel momento ciascuno di noi era venuto ai ferri corti col mondo del soprannaturale: non siamo dei violenti, ma se il quel momento si fosse avvicinato un pranoterapeuta lo avremmo schiaffeggiato per vendicare la redazione di The American Sciences. Il Manlio invece, che da alcuni mesi sta preparando la tesi di laurea su Ludwig Klages, un irrazionalista tedesco morto nel '51, non poteva che intessere un dialogo con Bisonte sulla spiritualità di Damanhur. Con domande serrate lo interrogava sulle virtù medianiche dei pittori, sullo sciamanesimo, sul sonno sovrannaturale, sulla percezione extrasensoriale, non dimenticando di farsi dare una descrizione accurata degli spiriti sottili del boschetto che Bisonte custodiva.
"Allora - dice Manlio - adesso capisco a che cosa servono quegli specchietti colorati che sono appesi agli alberi con dei fili di nylon e che producono degli strani effetti di luce - in effetti proprio in quel momento notavo dei gradevoli luccichii all'interno del boschetto - servono per entrare in contatto con gli spiriti sottili, che sono restii ai contatti umani!"
"Niente affatto - risponde Bisonte - li avevamo messi a carnevale e ci siamo dimenticati di toglierli."
Insomma, si sarà capito che si trattava di un dialogo ameno e imprevedibile. Mentre tra i due si chiacchierava di massimi sistemi, tiravamo le somme della ricognizione: ciascuno provava delusione in un angolo o in un altro di se stesso. Pietro era stato colpito dal numero quasi insignificante di persone che lavoravano in seno alla comunità: nelle serre dove si coltiva con criteri biologici due lavoranti erano più che sufficienti, mentre un solo accudiva gli animali. L'economia della Nazione si reggeva sulle rimesse. Fu da quel momento che incominciò a pensare che avremmo potuto costituire una comunità solo se avessimo accettato l'idea di avere ciascuno un proprio lavoro indipendente da quello degli altri.
La nostra Marina era interessata all'esperimento educativo di Damanhur: a prezzo di sacrifici, e voglio credere che sia così, la comunità organizza una scuola materna, una elementare e una media, provvedendo in modo autonomo a dare una educazione ai figli. Avremo altre occasioni di dire quello che pensiamo dell'educazione, ma al momento devo dire che gioco tutto su Marina, a cui affiderei volentieri i figli, se ne avessi: ho fatto come tutti esperienza di cosa sia la scuola pubblica, e il buon Dio ha voluto risparmiarmi di provare sulla pelle l'esperienza di quella privata. Ma la prima cosa che vorrei dare ai miei figli è una buona educazione, e un'altra che vorrei risparmiare loro è la scuola di oggi. Ecco perché ammiro chi tenta, anche in modo approssimativo, anche se deve improvvisare, di educare da sé i propri figli, riprendendosi questo onere che abbiamo erroneamente delegato ad altri. Ma non è questo il momento di dilungarmi su un argomento tanto delicato. In quel momento avevo altro per la testa: le gambe mi dolevano per il gran camminare, e pur di rincasare presto avrei condiviso con Manlio l'abitacolo della sua vettura irrorato di ottani. Vedevo che Dario non smetteva di guardare nel boschetto: mentre il Manlio si intratteneva con Bisonte, era incominciato un certo via vai di damanhuriani - e di damanhuriane - all'ingresso del boschetto. Ci scartavano, salutando Bisonte, si infilavano nel viottolo dopo aver oltrepassato l'arco dell'ingresso, e dopo pochi passi non si vedevano più.
Altro che spiriti sottili: Dario pensava che l'illibatezza del boschetto, la natura vergine, intatta, celasse misteriose e allettanti promiscuità!


IV. DA MELINA

Una sera il Pietro mi telefona. A quell'epoca stava ancora svolgendo il servizio civile. Lo avevano messo a disposizione di un Istituto di La Spezia che ospitava malati di mente. Quasi tutti i fine-settimana rincasava. Quello è stato il periodo peggiore per il capitano: era dimagrito, i jeans gli cascavano giù dai fianchi, era sempre molto teso e non sbagliavamo, credo, ad essere tutti preoccupati per la sua salute. In treno, durante un viaggio di ritorno, aveva conosciuto una persona che gli era sembrata interessante, e che dopo aver scambiato qualche parola con lui lo aveva invitato a casa sua. Al telefono si è limitato a dirmi che si trattava di una donna dall'età indefinibile - a suo credere poteva aver avuto dai venticinque ai quarantacinque anni - che era entrata nel suo scompartimento offrendo dei fiori agli astanti e augurando ogni bene in versi rimati. Le persone presenti, me lo posso immaginare, avranno risposto con un certo imbarazzo. Pur di liberarsi di un postulante chiunque gli appoggia nel cavo della mano una moneta. In proposito ricordo che una volta stavo andando in treno a Torino: i treni di quella linea non hanno scompartimenti. Ad un certo punto si apre la porta della carrozza e si affaccia un giovane piuttosto malridotto: aveva un occhio bendato, in mano stringeva una ricetta medica, e preferivo evitare di domandarmi da quanto mancasse di un buon bagno. Come un araldo di altri tempi, ma senza aver bisogno del tamburo per attirare l'attenzione sulla sua figura miserabile, si è messo a declamare in ordine tutti i mali che lo affliggevano, non mancando di puntualizzare che a giorni avrebbero dovuto amputargli uno degli arti inferiori ed operarlo ad un occhio: voglio sperare fosse quello già coperto dalla benda. In un momento dalla fila di poltrone allineate si sporsero all'unisono parecchie braccia tese che porgevano ciascuna una banconota da mille lire.
Al contrario del nostro giovane, la donna incontrata da Pietro non chiedeva niente a nessuno, anzi sembrava voler regalare qualcosa, fosse pure un fiore o un sorriso.
Da quello che il capitano mi ha raccontato al telefono ho pensato che si era trovato davanti ad un personaggio del genere di Gelsomina de La strada o a quello interpretato da Ingrid Bergman in Europa '51 di Rossellini. Dopo aver preso un accordo di massima con Pietro ho telefonato alla banda, chiedendo a ciascuno degli interpellati se non avessero gradito conoscere una figuretta come quella di Gelsomina. Forse nella realtà un personaggio come quello creato dalla poesia di Fellini esiste davvero, ma sappiate che trovarlo non è facile come sembra - nella nostra estroflessione verso il mondo esterno abbiamo trovato un numero insolitamente alto di personaggi da cui avevamo poco o nulla da imparare, contro rarissimi casi in cui potevamo ampliare le nostre vedute. Giunti a Garbagnate, dove la donna conosciuta da Pietro vive quando non vagabonda per la penisola, ci siamo domandati se non eravamo troppi per l'invito fatto a Pietro di portare qualcuno con sé: oltre al nostro capintesta, alla sua donna, c'erano Eleonora, Emilio, Dario, e infine il sottoscritto. In una casa qualsiasi sarebbe stato fuori luogo per un invitato portare con sé altre cinque persone, ma questa non era una casa ordinaria. Entrati nell'appartamento, ci siamo trovati davanti una donna sulla quarantina, di chiara origine meridionale, al di sotto dei cinque piedi di altezza e dall'aspetto non molto curato. Appena entrato ho pensato due cose: innanzitutto avevo capito che il capitano non mentiva quando diceva di non riuscire ad identificare e gradire il sapore dell'aragosta. Una persona che vedendone un'altra non sappia risolversi se abbia venti o quarant'anni, può arrivare anche a trovare insipida una aragosta. Si dice che l'occhio umano possa distinguere tra loro oltre sette milioni di colori; Pietro costituisce l'evidente prova che questo non vale per tutti gli appartenenti alla specie umana. La seconda cosa che ho pensato è come avremmo potuto evitare di mangiare cibi conservati e cucinati in quella casa, dal momento che, essendo stati invitati per la cena, non avremmo potuto avvalerci della scusa di non prendere altro che un digestivo.
La donna ci ha detto di aver scelto per sé il nome di Melina, e che noi avremmo dovuto chiamarla così. La casa in cui ci ha fatto strada era insolitamente molto grande: constava di due appartamenti dotati di un piccolo atrio comune. La cosa strabiliante era che non un appartamento, era quello, ma almeno agli occhi della nostra ospite, un museo dell'uomo di oggi creato con le sue mani e il suo lavoro. In realtà, o forse farei meglio a dire nella nostra realtà, tutte le stanze erano piene di oggetti bizzarri, contorti, sporchi, realizzati utilizzando materiale di ogni genere recuperato dalla pattumiera di tutti i giorni oltre a suppellettili che un tempo dovevano far mostra di sé in casa: pezzi di carta igienica arrotolati come origami, tubi di gomma dipinti, vasi di fiori traforati, barattoli, mozziconi di sigaretta, guanti da cucina, fogli di giornale, carta crespa, ovini di cioccolato a forma di coccinella, mollette dei panni, etc.. Agli occhi di questa donna ognuno di questi oggetti da lei assemblati aveva un preciso significato. Direi un significato simbolico se non temessi di aver capito che secondo lei gli oggetti non erano solo rappresentativi di altre realtà ad essi esterne, ma essi stessi le realtà medesime che nel contempo simboleggiavano: così quando nel letto della sua camera ci ha mostrato una sua camicia completamente avvolta in una del marito che a quanto pare l'ha lasciata, non sono riuscito a comprendere con esattezza se quell'involto rappresentasse o fosse la riconciliazione agognata con il marito.
Altri oggetti raffiguravano l'accoppiamento, un tubo era diventato un serpente, un aggregato di vari pezzi irriconoscibili rappresentava la natalità, un altro la morte, o il consumo, o chissà quali entità misteriose.
Ogni stanza era stata trasformata in una sala a tema: non si poteva affermare che Melina fosse estremamente lucida, ma aveva dei nemici precisi e ben identificati: lo spreco, il consumismo, il denaro, i rifiuti, il ceto politico e anche la magistratura. La sua ossessione principale erano i rifiuti: immagino che chiunque di noi possa pensare al problema dello smaltimento dei rifiuti, tradizionali o nucleari, come a qualcosa di vagamente inquietante. Ma in Melina era diventata una vera ossessione, e si era mischiata a causa di chissà quali alchimie mentali con altri motivi di odio. Per la magistratura di Milano provava una vera repulsione, anche se non saprei dire da cosa provocata: immagino che il suo incontro con la magistratura fosse dovuto alle conseguenze del suo comportamento in pubblico: quando il capitano l'ha incontrata in treno, ella viaggiava senza biglietto. Il nostro amico, all'arrivo del controllore, si era offerto di pagarle il biglietto, ma Melina ha preferito affrontare da sola il problema, come era sua consuetudine. Si sposta frequentemente dal Nord al Sud del paese, sempre con il treno, e sempre senza pagare il biglietto: trova del tutto naturale salire in vettura senza pagare, e credo che non le sia mai passato per la testa che sarebbe impossibile per un paese garantire un servizio ferroviario se tutti si comportassero come lei. Il controllore deve averla consegnata alla Polizia Ferroviaria, non appena il treno è arrivato a Milano, e questo non le avrà causato pochi problemi.
La sua seconda ossessione era rappresentata dal denaro: per lei il denaro è la maledizione del mondo, e in questo facciamo fatica a non darle ragione. Ci ha raccontato che prima di aver trasformato la casa in un museo, aveva dato in affitto uno dei due appartamenti ad un inquilino: un giorno la Guardia di Finanza si era presentata da costui per arrestarlo con l'accusa di spacciare degli stupefacenti, ma non l'aveva trovato in casa. I finanzieri avevano dovuto sfondare la porta per accertare che l'inquilino non si nascondesse, e con questo si erano guadagnati la riconoscenza di Melina. Ancora piena di indignazione per i danni subiti alla porta di uno dei suoi due appartamenti, ci ha mostrato la grossa scheggia che un tempo aveva appartenuto alla sua porta e che i finanzieri avevano fatto saltare con un piede di porco, scheggia che lei aveva ricoperto con scritte ingiuriose.
L'inquilino naturalmente non si è fatto più vedere e Melina si è ritrovata con un intero guardaroba da uomo. Altri se ne sarebbero disfatti, lei lo ha riciclato. Su un divano ha steso con cura degli abiti a formare un manichino, e per testa ha usato non so che cuscino, sopra il quale ha appoggiato un borsalino. Appena entrati, nella penombra del tardo pomeriggio, sembrava che sul divano fosse steso un vero corpo. Intorno alla sua creazione aveva poi sparso delle schedine del totocalcio, il cui scopo era quello di raffigurare il denaro, l'origine della rovina del mondo di oggi.
Quel che non si deve dimenticare di dire è che la donna descriveva minuziosamente gli oggetti da lei confezionati utilizzando un linguaggio tutto suo, senza mai smettere di ricorrere a rime baciate molto semplici e ripetitive come quelle delle canzonette, ma rielaborate secondo i suoi schemi mentali - amore-cuore, noce-croce, spazzatura-impostura. Non si deve però equivocarmi: lo spessore del suo pensiero e lo stile del suo linguaggio erano paragonabili a quelli di un bambino intorno ai sette, otto anni di vita: dal che ho dedotto, quando ci ha detto di aver ottenuto da giovane il diploma magistrale, che la patologia mentale di cui ha sofferto nel passato, a cui lei stessa ha vagamente accennato, deve aver abbassato terribilmente le sue capacità intellettuali. Una prova della confusione che regnava nella sua testa l'abbiamo avuta leggendo quello che con una grafia ancora leggibile aveva scritto su un pezzo di carta: frasi insensate, semanticamente e morfologicamente sconnesse, un vero delirio. Devo confessare che eravamo realmente sconvolti: nessuno di noi prima aveva guardato in faccia quella cosa che comunemente si definisce pazzia, anche se nessuno sa che cos'è. Ho sempre pensato che la pazzia si accompagnasse alla sofferenza, e invece avevamo davanti a noi una persona delirante, ma di una calma e di una serenità che non avrei mai sospettato. Pietro non ha mancato di notare l'espressione di scandalo e di repulsione che si è impadronita di Emilio. Il giorno dopo Emilio ci ha detto che appena entrato in casa aveva pensato di andarsene, e che non l'aveva fatto solo per non nuocere agli altri che volevano restare, o che non manifestavano la sua stessa intenzione. Lo conosco abbastanza per affermare che non era per lo stesso motivo per cui si guarda da un altra parte quando qualcuno ha una grossa ferita, che lui voleva andarsene: sapevo che era deluso, ma sono convinto che la sua delusione avrebbe dovuto attribuirla più alla sua ingenuità che alle cose. Probabilmente pensava a quelle figure della pazzia da cui Freud o Binswanger avevano tratto affascinanti 'romanzi'; Melina era invece un personaggio curioso, ma più patetico che affascinante.
Quando è giunto il momento di cenare, eravamo ormai assuefatti all'ambiente e al personaggio: ogni imbarazzo era scomparso e c'era anche un certo dialogo, era quasi una situazione ragionevole. Prima di servire gli spaghetti abbiamo pulito i piatti con il tovagliolo e così i bicchieri: dopo gli spaghetti conditi dal ragù, abbiamo mangiato salatini, frutta secca e cetrioli sott'olio. Dario, che aveva tenuto nascoste le sigarette da quanto la padrona di casa aveva definito il tabacco peggio di come probabilmente voi definireste l'eroina, ora fumava tranquillamente davanti al suo piatto pieno di gusci di noci. Terminata la cena, Melina ha raccolto tutto quello che era rimasto - tovaglioli di carta, gusci di frutta secca, la confezione dei salatini, un pacchetto di Philip Morris vuoto, dei mozziconi - lo ha avvolto nella tovaglia di carta e ci ha pregato di seguirla in terrazza. Qui ha dato fuoco all'involto recitando delle formule che credo avessero un senso purificatorio.
Stava ormai ripetendo quello che già ci aveva detto, le stesse parole, le stesse rime, gli stessi gesti. Eravamo stanchi, la sua stranezza stava manifestando un nuovo aspetto, quello della noia. Ormai avevamo visto ogni cosa ci fosse da vedere: lei ci aveva detto tutto quello che poteva dire, e noi tutto quello che potevamo dire a lei.

[Fine della prima parte. Tutti i diritti riservati. I fatti raccontati sono rigorosamente autentici, solo i nomi sono stati cambiati, tranne quello di Airaudi, per rispetto della privacy delle persone]

1 Questa nota avrebbe dovuto volgersi contro Andrea De Carlo, i suoi miti ridicoli, e la sua risposta alla nostra lettera, gentile ma inutile e vuota.



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