FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL COMPAGNO DI VIAGGIO

Max Benedetti




La gonna stretta segnava le mutandine dell'hostess che si allontavana. Il profumo che la seguiva ricordava atmosfere orientali e posti lontani.
Con gli occhi semichiusi, in uno stato di dormiveglia che amplificava la percezione dei sensi, la sentivo passare riconoscendola dal passo.
Nei frequenti viaggi che avevo occasione di compiere, questo era diventato uno dei miei passatempi preferiti.
Avevo preso l'abitudine di riservare sempre un posto lungo il corridoio, non solo perché lo reputavo più comodo ma perché mi permetteva di mettere in atto il mio piccolo innocente gioco.
Dopo essermi sistemato ed aver preso possesso di tutti quegli oggetti nuovi, le cuffie, le riviste, mi piaceva lasciarmi andare al torpore del viaggio. Sospeso a duemila metri di altezza giocavo a riconoscere le hostess che passavano lungo il corridoio dalle vibrazioni del loro passo o dai vortici di aria profumata che lasciavano percorrendo in su e giu il corridoio.
<<Bella ragazza eh?>> mi disse il mio vicino.
<<Ma non so', stavo dormendo.>> risposi fingendomi sorpreso.
<<Ma ci stava pensando!>> Insistette.
<<Scusi ma lei.......>>
Mi interruppe subito:<< No, la prego non si arrabbi. Non c'è nulla di male. E poi è un gioco che faccio spesso anche io.>>
Non risposi. La cosa mi aveva abbastanza infastidito, ero stato scoperto e forse ero anche arrossito.
<<Si chiama Jasmine.>>
<<Chi?>> domandai con persistente ingenuità.
Ma lui come se nulla fosse: <<L'ho vista talmente tante volte su questo volo. A volte invece fa la tratta da Roma ad Amsterdam.>>
<< Lei deve viaggiare molto.>> dissi sorridendo maliziosamente.
<<Praticamente di continuo>> rispose serissimo.
<<Posso chiederle che lavoro fa?>>
<<Certo. Viaggio! >>
Tentai di appisolarmi di nuovo. Ripensavo al mio compagno e mi domandavo se non fosse un po' toccato, o se non si stesse prendendo gioco di me.
<<Jasmine.>> sentii chiamare da un altra hostess. Mi girai. Il mio vicino mi guardava con un sorrisetto soddisfatto dipinto sulle labbra.
L'aereo era ormai arrivato alla quota di crociera. Dagli odori provenienti dalle tende chiuse attorno alle aree di servizio si capiva che stavano preparandosi per servire il pranzo e la cosa non mi dispiaceva.
<<E' sposato?>> mi chiese.
<<No.>>
<<Fidanzato?>>
<<Si.>> Risposi dopo aver atteso qualche secondo.
Il gioco iniziava ad intrigarmi e passai al contrattacco. << Lei invece?>>
<< Una volta.>>
<< Mi dispiace.>> dissi costernato. <<E' rimasto solo?>>
<< No, semplicemente non mi aspettano più.>>
Lo guardai bene. Era difficile capire quanti anni avesse, forse settanta. Indossava un vestito grigio chiaro, una camicia di lino a maniche corte da cui fuoriuscivano magre braccia dalla pelle bianchissima. Una cravatta celeste cenere come quelle che ancora bambino, avevo visto indossare a mio nonno nei giorni di festa, gli dava un aria familiare, rassicurante.
<<Che ore sono?>>
<<Sono quasi le due>>
<<Il mio non va più.>> disse indicandomi il suo orologio.
Un cinturino di pelle marrone consumata contrastava con la cassa dorata. Sotto il vetro incrinato si notavano le lancette immobili.
<<Lo faccia riparare, conosco un bravo orologiaio>>
Mi guardò con un espressione un po' assente e sospirando disse: <<Dovrebbe essere veramente bravo.>>
Servirono il pranzo. Ero affamato ed iniziai subito a mangiare.
Il mio vicino aspettò un po' prima di scoprire il suo piatto lasciando che il vapore intriso del profumo della pietanza riscaldata lo avvolgesse. Poi ammiccando il cibo sparso sul vassoio socchiuse gli occhi e bisbigliò: <<Niente male, proprio niente male,.>>
Apri' con cura tutte le porzioni, sbucciò la frutta e scartò un piccolo dolce avvolto nella carta argentata, ma non toccò cibo.
Incuriosito non potevo distogliere lo sguardo dalla sua espressione satolla.
<<Non le e' piaciuto?>> Chiesi.
<<Moltissimo.>> rispose. Poi si addormentò.
Divertito ma anche turbato dalla follia del mio compagno anche io mi appisolai.
Nei lunghi viaggi intercontinentali si cede facilmente alla tentazione di perdere il senso del tempo che passa. Con un po' di attitudine anche le comunicazioni fatte dal personale di bordo diventavano utili per aumentare la confusione che aiuta nel lasciarsi andare nell'illusione della irregolarità del tempo che passa.
Al principio soffrivo del fatto di non riuscire mai a dormire profondamente durante i viaggi, poi con il passare del tempo avevo capito quale grande opportunità mi era data. Ora nulla mi attraeva di più dell'idea di quel lungo stato di dormiveglia, di quel continuo altalenarsi tra sogno e realtà. Li' in mezzo alle nuvole i miei sogni diventavano quasi realtà e la realtà si avvicinava al sogno.
Ogni volta che partivo lasciavo i miei incubi sulla terra e nulla mi rassicurava di più dello stare in mezzo a quelle nuvole.
Sognai di Jasmine che vestita di veli danzava per me sotto una tenda araba. Immaginai i suoi occhi fieri neri che mi guardavano mentre il sole tramontava dietro le dune del deserto.
Sfortunatamente il mio sonno fu interrotto dalla voce metallica che usciva dagli altoparlanti. Stavamo per attraversare una perturbazione e ci fu richiesto di allacciare le cinture di sicurezza. Il mio vicino non sembrava per nulla preoccupato mentre io per la verità ero alquanto teso.
Il grande aereo venne scosso per una decina di minuti che mi sembrarono interminabili. Mille pensieri che mi tornarono in mente tra un sobbalzo e l'altro. Le ansie e le angosce di mia madre che mi avevano spinto ad andare via da casa non mi sembravano più tanto gravi. Quel senso di soffocamento che sentivo quando vivevo con i miei genitori non mi sembrava in fondo così pesante. Mi mancava Laura, anche se quando la settimana prima mi aveva lasciato per un altro, l'avevo presa per una liberazione. Prima avevo mentito al mio vicino, ma era perché non volevo abituarmi all'idea di essere stato abbandonato, anche se ora non mi sembrava così insostenibile.
Quando l'aereo recuperò la sua stabilita' e ci fu concesso di slacciare le cinture mi rimase il sapore di quei flash, di quelle sensazioni che avevano squarciato la mia mente.
Di tutte le cose che avevo elaborato mi era rimasta la percezione, la vista del loro lato migliore. Non vedevo l'ora di rivedere mia madre e mio padre, di passare un po' di giorni con loro. Avrei ricercato anche Laura, ero sicuro che mi avrebbe trovato cambiato e che se anche non l'avessi convinta a tornare con me, saremmo rimasti amici, e la solitudine non sarebbe stata così brutta.
Fu allora che mi accorsi che il vecchio vicino a me mi stava fissando. Quando mi girai verso di lui mi sorrise.
<< Non ha avuto paura? >> Chiesi.
<< No. >> ed aggiunse: << Non può capitarmi nulla. Le speranze, i sogni non possono morire.>>
<< Vede..>> aggiunse; <<..Ho viaggiato molto nella mia vita. Per il lavoro che svolgevo non potevo fare altrimenti. L'idea che qualcuno mi aspettasse mi ha sempre dato la forza di continuare.
Pensare ad una casa riscaldata che ti aspetta, a qualcuno in un grande letto che sogna di te, alle tue cose che ti aspettano di essere toccate e maneggiate da te, e' come avere un motore dentro. Un motore che non si ferma mai.>>
Incantato ascoltavo quel vecchio che parlava a voce bassa, che discorrendo di se mi mostrava una parte di me.
<< Il giorno che deciderò di morire dovrò uccidere prima i miei sogni e le mie speranze.>>
Poi con un lungo sospiro si scrollò di dosso i suoi brutti pensieri mentre tra le rughe del suo viso si riapriva la strada il sorriso di prima.
<< Ma lei stava facendo un bel sogno. Lo riacchiappi, dia retta a me. Una ragazza così non si incontra tutti i giorni. Non perda tempo dietro ad un vecchio farneticante. >>
Non potei fare altro che obbedire al mio anziano vicino.
Mi girai dall'altra parte e dopo un po' riattraversai il confine dei miei sogni.
Al risveglio riprendemmo la nostra conversazione. Le ore scorrevano veloci ascoltando le cose incredibili che raccontava. Quello che rendeva straordinario il tutto era l'utilizzo che faceva del concetto di tempo. Cose accadute decenni prima sembravano nelle sue parole appena accadute ed altre più recenti già sembravano appartenere al passato remoto.
Mentre lo ascoltavo parlare toccavo con mano la straordinarietà di quell'incontro.
Quando arrivammo a destinazione si congedò da me come un vecchio amico. Gli chiesi come poterlo rintracciare e lui mi dette un vecchio biglietto da visita ingiallito.
Tornato a casa, le cose di tutti i giorni mi aggredirono. Tutti i pensieri e le speranze che avevano preso corpo in quel viaggio si scontrarono con una realtà senza pietà. Trovai mia madre ancora più fuori di senno di come ricordavo e Laura nonostante i miei tentativi non voleva saperne di incontrarmi.
La solitudine aveva ripreso il sopravvento ed io onestamente non vedevo l'ora di avere l'occasione di ripartire.
Mi capitò sotto gli occhi il bigliettino da visita del mio compagno di viaggio, di cui solo allora mi rendevo conto di non conoscere neanche il nome.
Guido De Lollis, Via Rimini 46. Non essendoci nessun numero di telefono mi vestii deciso e senza pensarci due volte mi recai dall'altra parte della città alla ricerca del mio ex compagno di viaggio.
Non conoscevo bene quelle parti e ci misi un po' nel trovare la via. La percorsi più volte prima di entrare al numero 46 dove c'era un albergo.
Entrai e chiesi informazioni al bureau. Non ne sapevano nulla ma per aiutarmi chiamarono un vecchio cameriere che abitava nel quartiere da più di cinquanta anni e lavorava nell'albergo da quando era stato aperto.
<< E' lei che cerca i De Lollis? >> mi chiese con la voce roca.
<< Si.>> Risposi speranzoso. << Li conosce? >>
Mi squadrò da cima a fondo. Aveva una grande testa incassata tra le spalle da cui spuntavano piccoli occhi lucidi.
<< E' arrivato un po' tardi, perché sono morti trent'anni fa, quando è venuto giù il palazzo.>>
<< Ma è sicuro.>> gli domandai con un filo di voce.
<< Sicuro come il fatto che lavoro in questo albergo che ci hanno costruito sopra.>>
Ed incuriosito << Ma lei come fa a conoscerli, e' un parente?>>
<< Conosco il Sig.. Guido De Lollis. >> e notando lo sguardo perplesso del cameriere aggiunsi:<<..non direttamente..>>
<< Ci credo.>> disse il tizio basso e tarchiato. << Ora dovrebbe avere più di novanta anni. Quando accadde la disgrazia il vecchio era lontano per lavoro. Lo avvisarono con un telegramma ma lui non tornò mai. Non si sa che fine fece ma si dice che sia diventato pazzo
<< Grazie.>> risposi allibito.
Sentii la necessità di sedermi per un po'. Non riuscivo a ragionare. Mi accomodai nella hall sotto gli occhi un po' sospettosi del cameriere che si allontanava.
Mi lasciai andare per qualche minuto a quel senso di spossatezza che mi aveva preso. Ad occhi chiusi ripercorrevo quell'incontro cercando particolari che mi facessero capire se era stato frutto della mia immaginazione o meno.
Qualcuno mi passò vicino, la scia di profumo che lasciava mi fece trasalire.
Aprii gli occhi e la riconobbi.
<< Buon giorno Jasmine >> le dissi rincorrendola.
<< Ci conosciamo?>> chiese lei un po' sospettosa.
<< Lei non mi conosce ma io si. Se mi permette di offrirle un caffè le racconto come faccio a sapere il suo nome.>> le proposi con un sorriso un po' imbarazzato.
<<Stavo giusto andando a fare colazione. >> rispose divertita.
Le raccontai tutta la storia. Non mi credette, ma non si arrabbiò perché pensò che stessi scherzando. Alla fine le chiesi di reincontrarci.
<< Parto tra poco.>> rispose. <<Ma se sa aspettare tre giorni potremo rivederci qui'.>>
I suoi grandi occhi neri mi fissavano divertiti.
<<Mi lasci il suo telefono, la chiamerò io.>> aggiunse mentre cercando un pezzo di carta tirò fuori dalla tasca un biglietto da visita ingiallito per appuntarci il numero.





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