FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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COMMISSURA INENODABILIS

Alesiio Saitta




A ripensarci, non avrebbe proprio saputo spiegarselo come aveva fatto a cacciarsi in una situazione simile!
Marco sospirò leggermente e cercò di muovere le gambe.
Niente da fare! Aveva la ginocchia puntate sul risvolto della porcellana; la pressione esercitata dalla sua stessa scomoda posizione, gliele aveva fatte addormentare nel giro di pochi secondi.
Anche di muovere le braccia, non se ne parlava... I gomiti da una parte ed i polsi piegati all'ingiù dall'altra, gliele bloccavano strette contro le costole, proprio dove il vaso cominciava a restringersi.
Nonostante il suo corpo fosse quasi completamente insensibile a causa della tremenda contrizione cui era costretto, riuscì ad agitare per un momento le spalle, prima di abbandonare ogni ulteriore tentativo, e riprendere fiato. Cosiderò la situazione.
Non sapeva come, ma tutto un tratto era scivolato nella tazza del cesso! Era montato sulla tazza per avvitare una lampadina; la settimana prima aveva dovuto smontare la tavoletta, poiché una delle cerniere si era spezzata. Era una cosa che capitava, ogni due o tre anni, forse a causa dell'azione corrosiva del piscio. Fatto sta che quando vi era salito, non essendoci la tavoletta, aveva messo i piedi sui bordi del vaso, e ritenendosi in una posizione abbastanza stabile, si era tranquillamente accinto a svolgere il proprio lavoro.
Aveva appena fatto in tempo a svitare la lampadina bruciata, che si era sentito mancare l'appoggio di sotto i piedi: era caduto giù, dritto per dritto, accucciandosi per inerzia sotto il suo stesso peso. Probabilmente aveva compiuto proprio l'unico fortuito movimento che, tra altri miliardi di movimenti possibili, avrebbe potuto consentirgli di penetrare ed incastrarsi nella tazza in modo così rapido e preciso.All'inizio non aveva neanche capito cosa fosse successo.
Tutto era accaduto così rapidamente, che egli aveva soltanto avuto per un attimo coscienza di cadere; poi si era trovato completamente bloccato. Riusciva solo a torcere il collo e strabuzzare gli occhi.
Ad ogni respiro veniva aggredito da una serie di piccole fitte che si propagavano risalendo le costole, dal dolore più acuto ed insopportabilmente continuato, che provava all'altezza in cui i gomiti gli schiacciavano le vertebre, appena sopra l'anca. Poteva inalare solo piccole quantità d'aria alla volta. Presto si ridusse ad ansimare leggermente, e cominciò ad avvertire un vago senso di nausea.
In un primo momento aveva pensato di potersi liberare in qualche modo, ma ora si era reso conto che senza un aiuto esterno, non sarebbe stata un'impresa possibile.
Ancora non poteva crederci, che una cosa del genere fosse successa proprio a lui... Era un incidente impensabile, un'eventualità talmente remota da apparire semplicemente ridicola.
Non avrebbe mai creduto, di poter entrare in uno spazio talmente esiguo. Si sentiva schiacciato, poteva sentire sul suo corpo la pressione di ogni singola parte della superficie interna della tazza, ogni spigolo ed ogni rotondità.
La occupava completamente. Aveva il sedere conficcato nel foro, sentiva l'acqua bagnargli i calzoni. Aveva i piedi piegati in un'angolo impossibile alle caviglie, tanto che l'alluce gli toccava lo stinco, i tendini tesi allo spasimo gli bruciavano d'un dolore latente, che sarebbe esploso incontenibile, lo sapeva, non appena vi si fosse abbandonato.
Provò a gridare, ma si accorse che non gli era possibile.
Aveva la cassa toracica completamente immobilizzata. Riusciva appena a sussurrare qualche bestemmia, di tanto in tanto, ma urlare no. Questo proprio non gli era possibile.
Era disperato, nel senso più vero della parola. Gli veniva da piangere, ed aveva un'irrefrenabile voglia di sbattere la testa da qualche parte, ma riusciva solo a dare delle nucate sul cassone dell'acqua: la sua testa non aveva saputo escogitare una soluzione, quindi la batteva rabbiosamente, almeno nelle intenzioni, dato che la situazione non gli consentiva d'applicarvi la necessaria foga.
E poi ora, aveva cominciato a dolergli. Questo non gli sarebbe stato certo utile, comunque. Quindi dopo un po' smise. Si abbandonò ad un singhiozzare sommesso per qualche minuto, ma poi cominciò a pensare che Bob, il suo compagno di stanza, prima o poi sarebbe tornato.
Questa constatazione ebbe il potere di rincuorarlo; la prima cosa che Bob avrebbe fatto rientrando, sarebbe stata di entrare nel bagno per fare la doccia. Lo conosceva abbastanza bene: sapeva che lo avrebbe fatto.
Così attese ed attese, e poiché non aveva nulla da fare attese ancora. Per un po' riuscì addirittura a sonnecchiare.

Ma Bob non tornava. Dovevano essere quasi le undici, adesso. Non poteva consultare l'orologio, ma lo dedusse dalla sigla del telegiornale che udì risuonare nel cortile.
Ormai era divenuto quasi del tutto insensibile; solo ogni tanto veniva infastidito dall'improvviso scatenarsi di pungenti formicolii, ma aveva perso del tutto la cognizione del proprio corpo, dimodo che poteva localizzare i vari formicolii e fitte solo in sopra sotto destra sinistra avanti o dietro, ma non avrebbe mai saputo dire si trattasse di un piede o di una mano o della coscia.... Sapeva solo determinare la posizione spaziale di ogni nuovo fastidio, ma non aveva più alcuna idea della reale posizione dei suoi arti, così compressi nella tazza, nella vaga sensazione di un nuovo corpo, sfericamente compatto ed indistinto.
Infine udì scattare la serratura. Sentì la voce di Bob e poi ne sentì anche un'altra, femminile.
Allora provò a chiamare, ma non riuscì ad emettere altro che sussurri.
-(Bob! Nel bagno, Bob!)-urlava sottovoce...
Udì la voce femminile ridere e Bob fare lo spiritoso, poi udì nuovamente scattare la serratura.
Che significava? Erano forse andati via?
-(Bob!)- Sussurrò ancora senza ottenere risposta...
Si sentì definitivamente solo e abbandonato, poi sentì le molle del letto.
No! Non erano usciti, si erano chiusi dentro, pensendo che lui dovesse ancora tornare...
Cazzo! Come avrebbe potuto farsi udire? Sarebbe stato imbarazzante adesso, se lo avessero trovato. Che situazione assurda! Che casino!
Cominciò di nuovo a dare nucate allo sciacquone, stavolta con l'intento di fare rumore; ma riusciva solo a provocare dei tonfi sommessi, troppo leggeri per poter essere uditi distintamente. Certamente troppo vaghi, per poter interrompere i due di là, indaffarati come dovevano essere...
Quanto ci mettono, quanto ci mettono? Pensava, già cercando di immaginare come avrebbe reagito Bob quando lo avesse visto, venendo infine in bagno a sciacquarsi l'uccello, almeno! Sarebbe stato il massimo dell'imbarazzo per lui, ma avrebbe finalmente potuto avere un aiuto. Usò dunque tutta la rimanente pazienza per aspettare che Bob e la voce femminile consumassero il loro amplesso. Aveva atteso pazientemente per ore, poteva ben attendere adesso qualche altro minuto...
Ad un certo momento cominciò ad udire dei gemiti; era piuttosto imbarazzato, ma la scomodità della sua situazione, gli impediva di darsi un contegno. Nonostante le fitte che cominciavano a riassalirlo, ad ogni gemito di volume più alto del normale, probabilmente a causa dell'imbarazzo, gli scappava quasi da ridere. Un'ilarità costretta e soffocata dalle lancinanti fitte che generava cercando di scuotere il torace, in una penosa altalena di sorrisi e smorfie di dolore.
Poi i gemiti si interruppero, e sentì un leggero scalpiccio di piedi scalzi. Vide la maniglia abbassarsi.
La porta si aprì ed entrò una ragazza, completamente nuda.
A lui gli veniva da ridere, e il ridere lo costringeva a lamentarsi, e di certo non fece una gran bella impressione: lei urlò e svenne.
Carina però, pensò ancora sussultando, guardando il corpo nudo che gli giaceva davanti.
Bob arrivò precipotosamente a soccorrerla; era tutto intento a scuoterla per le spalle, quando udì un sussurro provenire dal water: (Aiuto! Bob, aiutami!) allora alzò lo sguardo e finalmente lo vide...

Ridestata Lidia (così si chiamava la ragazza), Bob si attaccò al telefono in cerca di un dottore. Nel frattempo lei si riprese, si rivestì e si rivolse a Marco.
-Ma come hai fatto?- Chiese.
-(Non lo so, ti giuro che non lo so...)
-Ma non riesci a parlare più forte?
-(No... Ho il torace troppo schiacciato.)
Lidia si avvicinò per vedere meglio che si poteva fare. -Incredibile!- Continuava a mormorare.
Poi Bob si affacciò alla porta del bagno.
-Lidia per favore, vieni tu a telefonare? Non riesco a non ridere quando spiego che gli è successo... E' già il secondo dottore che mi attacca in faccia!
Pensano che scherzi!
-(Vediamo di non divertirci troppo!)- Commentò Marco; ma Bob proprio non riusciva a trattenersi.
-Credo che sia una reazione nervosa...- Tentò di giustificarsi mentre si asciugava gli occhi.
-(Prova a tirarmi fuori!)
-Hai già provato a tirare lo sciacquone?- Disse Bob abbandonandosi nuovamente ad una incontenibile risata.
-(Sapevo che lo avresti detto! Ora calmati e vedi di darmi una mano)
Lidia rientrò e gli lanciò uno sguardo carico di severità.
-Smetti di ridere e vai prendere l'olio, disse, il dottore sarà qui tra poco; intanto ha detto di oliare per bene la tazza: questo dovrebbe consetirgli di respirare un po' meglio.
-(Ha detto che viene?)
-Si capisce! Quando ha capito che non stavo affatto scherzando, ha detto che sarebbe arrivato in dieci minuti.
-(Sia ringraziato il signore)- sospirò Marco.
Oliarono la tazza e cominciarono a fare qualche prova.
La cosa difficile era trovare una buona presa. Afferrarlo da sotto le ascelle risultò subito impossibile: dalla tazza emergevano appena le spalle, e l'interno del vaso era così pieno di Marco, che non vi si sarebbe potuto infilare ancora nemmeno uno spillo.
Provarono per un po' a tirarlo dal collo, ma ben presto si resero conto che neanche quella era la strada la giusta.
Infine arrivò il dottore.
-Non sarà facile!- Disse appena l'ebbe visto -Esistono dei precedenti. -Cioè è già successo a qualcun altro?- Chiese Bob incredulo -Si. Il fenomeno è molto raro, ma ha anche un nome scientifico: Commissura Inenodabilis.
-(Dice sul serio?)
-Certamente! Accade soprattutto quando uno è sovrappensiero. E' una cosa meccanica: certe articolazioni compiono uno scatto od una torsione normalmente impossibile, e clak!
-Clak?- Chiese Lidia.
-Gia! E' questione di un secondo. Dopo è impossibile compiere lo stesso movimento od il suo inverso, e così si resta irrimediabilmente incastrati...
-(Come sarebbe a dire 'irrimediabilmentè?)
-Bhe, temo che qui non si possa fare nulla... Bisognerà trasportarti in ospedale...
Marco sentì di colpo che il mondo se ne stava franando via: sentì un groppo alla gola, ma non riuscì neanche a deglutire.
-Bisognerà fare delle radiografie, potrebbe esservi qualche lesione interna...
La strada portò il suono d'una sirena in avvicinamento.
-Sono i pompieri- spiegò il dottore, -sono già arrivati.
Bob e Lidia restarono a guardare mentre gli uomini in divisa staccavano il water da terra; non sapevano che dire, sembrava tutto così incredibile...
Poi i pompieri lo sollevarono a braccia e si diressero verso la porta di casa.
Marco aveva un'espressione abbattutissima, si tratteneva con tutte le sue forze, per non scoppiare in lacrime.
Lo accompagnarono fino al portone. Lì sotto gli occhi dei curiosi, immancabili persino a quell'ora della notte, il water fu caricato sull'ambulanza. Quando i portantini chiusero lo sportellone, il dottore si avvicinò a Bob.
-E' una faccenda molto seria... Non so se sarà possibile estrarlo.
Bob lo guardò senza capire.
-Insomma... Ho già visto un caso simile, qualche anno fa in Inghilterra: un tizio rimasto incastrato in un secchio di metallo.
-E come è andata?- Chiese Lidia.
-Quel tizio adesso vive in ospedale, nella suo secchio. Tirarlo fuori sarebbe come ucciderlo... E' lì dal 1953.
Poi il dottore salì sull'ambulanza.
Livia e Bob restarono lì, abbracciati sul portone, mentre i dottori ed i pompieri ripartivano a sirene spente.
-Se potessi rivivere la mia vita sino a questo punto, disse infine Bob, avrei evitato di ridere, prima-.




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