FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LE AVVENTURE DI LUTHER BLISSET, TELEPATA "NELL'OSPEDALE MILITARE"

Luther Blisset




Quando mi accadde di entrare all'Ospedale Militare per passare la visita avevo vent'anni, e attendevo che il futuro mi si parasse davanti in tutta la varietà dei suoi imprevisti con la voracità tipica di quell'età. Godevo allora della protezione di un colonnello dell'Esercito, un uomo di mezz'età che coltivava interessi poco ortodossi e dotato di una mentalità insolitamente aperta per un militare.
Sentivo di avere delle affinità che mi legavano a quell'uomo. Aveva un talento naturale per la scrittura: durante il nostro unico incontro mi aveva mostrato parte dei suoi appunti, pile di manoscrittti che trattavano di numerosissimi argomenti. Il senso di vastità che le sue descrizioni e le sue riflessioni riuscivano a trasmettere mal si accordava alla condizione di alto graduato.

L'Ospedale Militare mi accolse dunque un mattino nel suo enorme ventre solcato da lunghissimi e alti corridoi, dai quali grandi finestre munite di solide inferriate davano sui numerosi cortili interni.
Percepii mentalmente la pianta dell'edificio nella sua interezza: era un dedalo ordinato secondo una precisa e complicata simmetria. Una miriade di funzioni soggiacevano a quella simmetria. Potevo percepire tutto ciò poiché allora ero già ben conscio della mia condizione di telepata, che avevo cominciato a coltivare da alcuni anni, seppure in modo disordinato e non sistematico, attraverso lo studio della fisiognomica e l'osservazione dei punti singolari nella concatenazione degli eventi.

<<Se si accorgono della tua condizione di telepata, ti arruoleranno nei corpi speciali>> mi aveva avvertito il colonnello.
Il senso di complicità che aveva saputo comunicarmi quell'uomo nel nostro unico incontro era inspiegabile. Aveva immediatamente compreso e affermato in modo chiaro che la ferma di cinque anni era per me una perdita di tempo e un pericolo da evitare.

Mi assegnarono una stanza spaziosa, dove non era alloggiato nessun altro, cosa che mi stupì. La stanza era lunga e priva di finetre, l'entrata non aveva porta e l'unico arredamento era costiuito da un letto, un tavolo con sedia e una lunga fila di armadietti di metallo. Sistemai il mio bagaglio a spalla sul letto e mi guardai intorno.

La vita che si svolgeva all'interno dell'Ospedale non sembrava avere né un senso né un ritmo ben definiti. Molti ragazzi della mia età si aggiravano in camicia da notte per i corridoi, senza nessuna occupazione apparente; non suscitarono in me alcun desiderio di avere la loro confidenza. La presenza dei superiori e dei medici era quasi invisibile. Nessuno badava a me, e la cosa non mi dispiaceva affatto. Benché internato nel ventre di un'istituzione enorme e minacciosa, mi sentivo sufficientemente forte e fiducioso dei miei mezzi da non farmi schiacciare; soprattutto ero ansioso di liquidare tutto ciò come una minaccia incombente che doveva in ogni modo essere scampata.

Disfeci la mia sacca e tra gli indumenti trovai la busta voluminosa che il colonnello mi aveva fatto avere al mio arrivo nella capitale. Pieno di curiosità, la aprii: conteneva diversi fogli di carta verde coperti da una scrittura elegente e ricercata, che riconobbi come quella del colonnello; una discreta somma di denaro in banconote e alcuni oggetti che mi sarebbero stati utili durante la mia permanenza all'Ospedale, tra i quali un carnet di preservativi normalmente in dotazione ai coscritti dell'Esercito.
Tralasciai i rimanenti oggetti e mi concentrai sul manoscritto. La scrittura sembrava curiosamente cangiante. Lessi a caso alcuni brani, dopo che ebbi cercato invano l'inizio del manoscritto sui diversi fogli che lo componevano.

<<Quando giungerai all'Ospedale, nella capitale si darà inizio ai festeggiamenti del Carnevale, con le sue fastose baldorie, le sue dolci ragazze licenziose e le numerose insidie nascoste nei vicoli sotto le sembianze di una maschera innocua. E' bene per un giovane gagliardo e in cerca di avventura prendervi parte. Guardati dall'Ospedale, che è un divoratore di giorni. Guardati soprattutto dal ridurti come quelli che vagano nei corridoi, che vengono chiamati "lamie". Ti verrà data una camicia da notte: non indossarla per nessun motivo. Vestiti in maniera consona a un giovane di vent'anni che confida unicamente in sé stesso e nelle proprie forze.>>

Il colonnello mi parlava attraverso quei fogli in modo perfettamente consono alla mia situazione. Ascoltavo la sua voce con fiducia financo eccessiva, trattandosi di una conoscenza che temporalmente si era limitata a un solo incontro. Sapevo che molti non avrebbero approvato questa confidenza, e di certo non si poteva considerare il colonnello come una frequentazione raccomandabile, almeno nel senso comune del termine. Ma ascoltavo la sua voce con fiducia filiale, come quella del compagno occasionale che del tutto liberamente si fa vostro padre e vi offre la sua protezione perché non teme di essere deluso da voi. Lessi ancora.

<<Tu sei solo al mondo. E' bene che ti consideri così quando agisci. Rifletti sulla meraviglia e la bellezza di questa tua condizione irripetibile. Sappi di essere una perfetta potenzialità. Chi è nella condizione di fare domande dispone di un grande potere.>>

Rimisi il manoscritto e tutto il resto nella busta. Improvvisamente una forte sonnolenza mi assalì. Mi parve di avvertire i preparativi del Carnevale fervere in città, al di fuori dell'Ospedale. Quando mi stesi sul letto, il sonno calo invincibilmente sulle mie palpebre.


Quando mi risvegliai, capii cosa intendeva il colonnello quando diceva che l'Ospedale era un divoratore di giorni. Credevo di aver dormito per un'ora o due ed invece la luce dei corridoi indicava che era giunto il pomeriggio del mio secondo giorno di permanenza.
Nessuna mi aveva dato la sveglia. Qualcosa aveva ingannato la mia percezione sottraendo tempo con qualche sotterfugio. Una camicia da notte era stata lasciata sulle coperte da una mano invisibile. L'afferrai e la ridussi a brandelli.
All'Ospedale continuavano gli arrivi di nuovi contingenti di arruolandi. Un gruppo di essi, già in divisa da combattimento, prese possesso degli armadietti della mia stanza. Se ne uscirono peraltro dopo pochi minuti senza darmi alcun fastidio.
Mi vestii in modo adeguato e lascia risolutamente la stanza. Percorsi a lungo i corridoi bianchi dell'Ospedale Militare. Alcuni di essi erano vuoti e silenziosi, altri erano abitati da lamie e ufficiali. Ebbi la conferma che veramente nessuno si interessava a me per impormi o proibirmi qualcosa. L'influenza del colonnello senza dubbio produceva i suoi effetti. In qualche modo, là dentro ero un privilegiato.
Giunsi all'ingresso principale dell'Ospedale Militare. Nessuno mi impedì l'uscita, tantomeno nessuna guardia mi fece domande. Ugualmente nessuno chiese chi ero e da dove venivo quando la folla del Carnevale mi accolse a sé.

La prima notte del Carnevale era andata persa, mi era stata sottratta a causa dalla mia scarsa vigilanza. Mi rifeci durante il secondo giorno. Ben fornito del denaro del colonnello, acquistai un costume e una maschera. Mi persi nei brulicanti cortei, bevvi e offrii da bere a compagni occasionali innumerevoli volte e mi accompagnai nella danza a donne mascherate. Dovetti difendermi in una delle gigantescche risse che scoppiavano ogni tanto tra la folla e nella quale fui coinvolto. A notte più che inoltrata, mentre bevevo gli ultimi bicchieri con una brigata di tiratardi, mi rammentai di aver lasciato la busta con il denaro alla mercè dei ladri. Feci ritorno all'Ospedale con la certezza che il mio denaro avesse preso il volo, sottratto dalla truppa che aveva preso possesso degli armadietti della mia stanza. Mi rimproverai per la mia leggerezza.
Di nuovo nessuno badò a me, e non dovetti ricorrere a nessun sotterfugio per rientrare inosservato. Trovai che il mio denaro non era stato affatto toccato, e capii che la protezione del colonnello sviava l'attenzione da esso.
In quel momento, l'Ospedale era del tutto impregnato della sonnolenza che mi aveva colpito il giorno precedente. Per combattere contro di essa ricorsi alle lettere del colonnello, che di sicuro avrebbero contrastato gli effetti di quel clima malsano.

<<Sappi che ogni rimpianto colpisce e indebolisce la tua propria linea vitale. Considera questo quando decidi di legarti a qualcuno o qualcosa con ferma determinazione.
Ho molti altri come te che considero come figli, e ognuno mi è caro in un modo del tutto particolare. Vi considero come foste mie stesse emanazioni, e godo nel sapervi liberi e soli al mondo>>

Ebbi la conferma che la scittura era cangiante e mutevole. Facevo fatica a decifrarla, nondimeno essa si faceva ammirare per la sua leggiadria.

<<Sono un funzionario dell'Esercito, cioè di un'istituzione di per sé rigida e mortifera. Abito questa maschera come potrebbe farlo un bambino di otto anni che viva l'incarnazione dei suoi sogni di eroe. Quando sono così, sono semplicemente duro e marmoreo, tutto calato in un corpo che è sempre pronto a inturgidirsi per un'ultima e definitiva fioritura. Ma all'ombra di questa maschera, devi sapere che io ho voluto anche essere accogliente come una femmina. Non ho potuto rifiutare questa forma di conoscenza.
Posso sciogliere i nodi della mia carne a un punto tale da farla diventare morbida e accogliente come perfino poche femmine potrebbero esserlo. Ho accolto uomini dentro di me con la più grande dedizione, in un modo che altri descriverebbero come lascivia esecrabile.
In questo modo ho compreso e assorbito il fondamentale potere della passività, della polarità femminile che accoglie. Ho diffuso nella mia carne perfettamente marmorea e maschile un fluido invisibile di dolcezza e arrendevolezza, pronto a scioglierla a comando. Vibro di questa invincibile e nascosta contraddizione, che mi procurerebbe il disprezzo del più miserabile degli uomini se venisse alla luce. Nessuna verità originaria è più impressa nella mia carne.
Se ho il diritto di parlarti come un padre che tu liberamente scegli e riconosci, è anche in virtù di questa incompiutezza. Nessun altro padre potrà mai dirti, come me, "Va, sei libero">>

Le reclute entravano e uscivano dalla mia stanza dopo aver trafficato nei loro armadietti ma non mi badavano, e io non badavo a loro. Cominciavo a sapere come liberarmi della presa dell'Ospedale. Era sufficiente che pensassi "Sono solo al mondo" per vedere i suoi muri spessi tre metri dissolversi attorno a me. La sonnolenza che stagnava nei corridoi spessa come nebbia non aveva più nessun effetto su di me. Mi premeva liquidare una volta per tutte la faccenda della mia riforma. Senonché là dentro il tempo trascorreva a consistenti blocchi che scivolavano furtivi alle mie spalle.

<<Se non avessimo un mondo da scoprire - quale che siano le sue dimensioni e la sua consistenza - non potremmo essere ciò che siamo. Evita di dare le cose per scontate. Una volta che hai scoperto qual è l'attrattore, sbarazzati appena puoi di timori e indecisioni.
In virtù dei tuoi vent'anni e della bellezza della tua carne - che è reale - non temere le forme del libertinaggio. In quanto miei figli, voglio che vi divertiate e stabiliate da voi ciò che è frivolo e ciò che è da tenere in conto, ciò che è reale e ciò che è illusorio. In questa busta, se guardi bene, troverai uno strumento che sarà insieme fonte di piacere e di conoscenza.>>

Guardai nella busta e con mio grande stupore vi trovai effettivamente qualcosa che fino ad allora non vi avevo visto. Era un curioso telo stretto e lungo di colore rosso, coperto di ricami e ripiegato su sé stesso numerose volte. Tenendolo tra le mie mani compresi di avere a che fare con un oggetto dotato di un valore e un potere reali. Divorato dalla curiosità, lo dispiegai: man mano che lo svolgevo in tutta la sua lunghezza i ricami si disponevano in uno schema nel quale riconobbi un tetragramma magico per tenere legate insieme le persone; quattro fori orlati simboleggiavano le persone. Ignoravo la natura specifica di quel legame, e fu con un certo timore che svolsi interamente il telo. Quando esso fu completamente dispiegato, tre persone furono richiamate all'interno della mia stanza da un potente risucchio.
Erano un uomo e due donne, tutti e tre giovani e di bell'aspetto: esseri legati al telo da un patto di unione e richiamo. L'uomo e una delle due donne formavano coppia tra loro; l'altra era destinata ad formare coppia con colui che aveva aperto il telo, cioè con me. Furono loro stessi a spiegarmi tutto ciò. Il loro richiamo era finalizzato a una seduta di libertinaggio. Mi fecero intendere le loro intenzioni e mi sorridevano in un modo che era più che esplicito, specie la donna che doveva formare coppia con me.
Mi abbandonai quindi con gioia all'impulso che mi attirava verso i loro corpi, per effettuare quell'unione che il colonnello desiderava regalarmi. Ne risultò un intreccio di corpi dove era impossibile delimitare con esattezza il preciso confine tra un corpo e un altro, e dove le polarità maschile e femminile si scambiavano da un essere all'altro, a volte addirittura esprimendosi entrambe contemporaneamente nello stesso corpo. La cosa più stupefacente fu che più volte sentii un sesso femminile introflettersi nell'incavo tra le mie gambe prendendo il posto del mio consueto membro, e sentii più volte la mia carne farsi morbida e accogliente mentre dolci e rotondi seni mi spuntavano sul petto. Più volte accolsi in me e venni accolto in altri, mentre i diversi poteri della possessione e dell'accoglimento lottavano dolcemente a vincersi.
Tutta la seduta era presieduta in qualche modo dal colonnello; per tutto il magnifico tempo della sua durata nessuno ci disturbò. Al termine, fummo tutti vinti dalla stanchezza e ci addormentammo.

Quando mi risvegliai, mi ritrovai nel mio abituale corpo maschile. Ma guardando i miei compagni di orgia, che ancora dormivano, vidi che a tutti loro mancava qualcosa: a una delle due donne la bocca, all'uomo il naso; alla mia compagna i seni. Sgomento, temetti un inganno del colonnello, che sarebbe stato tanto più atroce a causa della mia spontanea fiducia in lui. Mi tastai tutto e con terrore constatai che il mio sesso era scomparso. Non era stato affatto sostituito con una vagina: semplicemente al suo posto vi era solo una superficie liscia. Svegliai i miei compagni d'orgia e chiesi loro spiegazioni. Sorridendo del mio affanno, la femmina che mi era accompagnata mi spiegò che il colonnello si divertiva a trattenere per breve tempo alcuni organi presso di sé, per impartire una piccola lezione di autocontrollo; ma alla fine ne saremmo tutti tornati in possesso.
In preda a uno stato d'animo indescrivibile, nel quale s'agitavano ansia e trepidazione insieme alla certezza della assoluta lealtà del colonnello, ripresi il manoscritto. Le lettere fluttuavano in una grafia ormai totalmente illeggibile all'intelletto, ma che possedeva un senso intrinseco alla propria forma, senso che percepivo in un'intuizione e subito dimenticavo. Avevo la sensazione che il senso più vero e luminoso del pensiero del colonnello fosse espresso da quelle lettere illeggibili; ma non avrei saputo articolare in un discorso nemmeno la più piccola parte di quel senso.

I miei compagni erano tornati in possesso di ciò che gli mancava. I bellissimi seni della mia compagna d'orgia ornavano nuovamente il suo petto di morbide linee curve. Mentre li ammiravo, sentii che anche il mio sesso era tornato al suo posto.
Molto tempo era trascorso dalla comparsa dei miei compagni. Il godimento che avevo tratto dall'unione e dalla confusione con loro era un fatto di fronte al quale tutti i più bei discorsi impallidivano. Sdoppiato in un piacere anche femminile, ora conoscevo come io stesso venivo goduto come maschio.

Terminata in questo modo la seduta di libertinaggio ed esperienza, con grande rincrescimento i miei compagni se ne dovettero andare. Sopra tutti l'abbandono dispiaceva alla mia compagna d'orgia, con la quale mi ero scambiata i sessi. Mi sorrideva con un velo di tristezza mentre mi accarezzava e mi baciava il viso. A mia volta ero molto dispiaciuto della loro partenza. Li baciai e li accarezzai a uno a uno. Alla fine dei saluti mi dissero di imprimermi bene nella mente la fattura del telo allo scopo di poterlo riprodurre qualora avessi voluto tentare di legare in un patto di richiamo persone liberamente consenzienti; si raccomandarono di non dimenticarmi di loro, cosa che mai e poi mai potrà accadere; quindi riavvolsero il telo e scomparvero nello stesso potente risucchio dal quale erano comparsi nella mia stanza.

Le mura spesse tre metri dell'Ospedale Militare si erano fatte come tremolanti: nonostante la loro possenza sembravano estremamente evanescenti. Decisi che ero rimasto abbastanza a lungo ospite di quella tetraggine, con la quale non avevo più niente da spartire. Raccolsi tutti i miei averi nella sacca a spalla, compresa naturalmente la preziosa busta con il manoscritto del colonnello e tutti gli altri oggetti, e mi gettai nel corridoio bianco sul qual quale dava la mia stanza. Guidato dalla pianta mentale dell'Ospedale, mi diressi a colpo sicuro nell'ambulatorio dove venivano decise le riforme e gli arruolamenti. Senza proferire parola, un ufficiale medico firmò l'attestato del mio esonero dalla ferma militare e me lo consegnò. Libero, camminai sicuro fino all'ingresso principale di quel tetro edificio. Uscire dall'Ospedale Militare ed entrare nella folla del Carnevale fu un unico, impaziente movimento colmo di felicità.




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