FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL COLEOTTERO ZEBRATO


Elena Urgnani




(romanzo di avventure per ragazzi dai 14 ai 104 anni)


INDICE ED ELENCO DEI CAPITOLI
Capitolo I: Corrado
Capitolo II: Nicola
Capitolo III: Il Sudamerica
Capitolo IV: Zami
Capitolo V: La troupe governativa
Capitolo VI: Uno di meno
Capitolo VII: Il coleottero zebrato
Capitolo VIII: Una situazione provvisoria
Capitolo IX: Una conferma
Capitolo X: Problemi linguistici
Capitolo XI: La riboluzina
Capitolo XII: Donatello
Capitolo XIII: Fine ingloriosa di una spedizione
Capitolo XIV: Di male in peggio
Capitolo XV: Alla ricerca della riboluzina
Capitolo XVI: Incontro con la "Papaya & Co"
Capitolo XVII: Il viaggio, la fabbrica e Dick Garf
Capitolo XVIII: La fabbrica della riboluzina
Capitolo XIX: Un'imboscata
Capitolo XX: Fine delle ricerche
Capitolo XXI: Zio Tom
Capitolo XXII: Uno strano ubriaco
Capitolo XXIII: Di nuovo in clandestinità
Capitolo XXIV: Potenza dei cinesi!
Capitolo XXV: Una missiva sospetta
Capitolo XXVI: Un bel falò
Capitolo XXVII: Di nuovo Garf
Capitolo XXVIII: Il pensiero della partenza
Capitolo XXIX: Una commedia degli equivoci
Capitolo XXX: Al ristorante
Capitolo XXXI: L'appuntamento
Capitolo XXXII: Un addio tribale
Capitolo XXXIII: La traversata
Capitolo XXXIV: Lo sbarco
Capitolo XXXV: Problemi di adattamento
Capitolo XXXVI: Epilogo
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Capitolo Primo: CORRADO
Milano è una città polverosa, questo lo sanno tutti. Quando all'inizio di giugno qualche margherita rachitica osa affacciarsi per qualche giorno sulle aiuole circondate dal cemento -dove troneggia sopra i fiori un cartello che avverte minaccioso: "Qui il verde è curato da Ken Scott", o "dalla Centrale del Latte", o "dalla Premiata Fabbrica di rubinetti XY" - c'è come un moto di sorpresa collettiva e involontaria, il rinnovarsi di un miracolo pari alle lacrimazioni delle Madonne, al liquefarsi del sangue di San Gennaro. Il fumo delle auto si fa più denso e penetrante, a causa dell'atmosfera surriscaldata che rende più tangibile il buco dell'ozono. Eppure la sera a volte, dopo il tramonto artificialmente ritardato dall'ora legale, sembra quasi di poter respirare, e qualche sconsiderato osa avventurarsi in bicicletta, protetto beninteso da una mascherina anti-polvere.
Corrado stava appunto rientrando da un concerto, uno degli ultimi della stagione musicale che si tiene nell'oratorio dell'antica chiesetta di S. Maurizio. Sfrecciando sulle due ruote, con le note dei mottetti che gli rimbalzavano ancora nelle orecchie, Corrado entrò canterellando nel cortile e parcheggiò la bici nel sottoscala, dimenticandosi come sempre di legarla, e ancora immerso nel suo ritmo madrigalesco si avviò alla sua soffitta.
Una serata entusiasmante. L'anziano violinista ansimava, dopo aver salito a piedi le sette rampe di scale che portavano al suo abbaino. Si soffermò qualche minuto sul pianerottolo, cercando le chiavi di casa perdute all'interno di una capace borsa che portava a tracolla.
- Bamiau, bamiau! - Si sentì da dietro la porta. Era il suo cane Giulio Cesare, che soffriva di crisi d'identità per aver guardato troppo la TV, così credeva di essere un gatto e si provava a miagolare, ma non gli veniva bene.
Corrado si buttò sul divano, e il cane venne subito a fare le fusa. I ciuffi del suo ingombrante pelo rossiccio erano sparsi ovunque, il divano ne era letteralmente sommerso. Per la verità, chiunque sarebbe scappato di fronte a quel ringhiare minaccioso, ma Corrado sapeva di che si trattava, quindi non si scompose, e grattò amorevolmente Giulio Cesare sulla testa.
- Non mi dire che hai fame! - chiese, Giulio Cesare rispose uggiolando a modo suo, e Corrado trasse dalla madia dell'angolo cucina una scatola di Kitekat (Giulio Cesare non avrebbe mai toccato del cibo per cani!). L'aprì con un po' di fatica, perché l'apriscatole era mezzo arrugginito. Avrebbe dovuto comprarne uno nuovo già da un pezzo, ma Corrado non aveva tempo per queste quisquilie. Mentre Giulio Cesare si saziava scodinzolando rumorosamente Corrado si avvicinò al pianoforte, lo aprì con precauzione, ne provò distrattamente i tasti, poi si sedette ed iniziò una serie di preludi e fughe.
Erano quasi le undici quando suonò il campanello, e Corrado, che si era già tolto le scarpe, si affrettò a rimettersele e ad andare ad aprire. Sulla porta si stagliava snella la figura di Oliviero, il figlio dei vicini. Tredici anni, rosso di capelli, gli occhi verdi, un chewing-gum perennemente in bocca, blue jeans e scarpe da ginnastica.
- Si? - chiese Corrado, ergendosi bene per cercare di darsi importanza in tutta la sua altezza (1,85 mt., e malgrado l'età era dritto come un fuso).
- Il papà ha detto di dirle che stasera vuole dormire, - gli disse d'un fiato il ragazzino, e sparì giù per le scale prima che Corrado avesse avuto il tempo di articolare una risposta.
Oliviero odiava dover fare quel genere di commissioni, ma purtroppo non poteva neppure esimersi.
Corrado non fece una piega, i suoi occhi sorrisero dietro una nuvola soffice di riccioli ormai grigi. Era abituato all'ostilità dei vicini. Ci dovevano essere delle lenticchie stufate avanzate dall'altro ieri nel frigo. Si, c'erano ancora. Si riscaldò un piatto di lenticchie, le mangiò con calma, e senza scomporsi attese una mezz'oretta. Poi prese il violino e iniziò ad accordarlo. In breve l'intero caseggiato risonava delle sue note stridule. I vicini di sotto iniziarono a picchiare con i manici di scopa sul soffitto, e il pavimento cominciò a traballare sotto i piedi del musicista. Era una vecchia casa di ringhiera, dai pavimenti molto "elastici", come diceva il padrone di casa, ma Corrado ormai non se ne accorgeva neppure. Le note fluivano tranquille dall'archetto, e in breve i colpi cessarono.
Nell'appartamento di sotto sembrava scoppiato il silenzio. La mamma di Oliviero aveva abbassato la TV, il papà si era rassegnato ed era crollato addormentato sulla poltrona. Oliviero stava zitto, acquattato in un angolo del soggiorno; dopo qualche istante uscì da dietro il divano e a tentoni si arrampicò per le scale fino al piano di sopra. Trovò la porta socchiusa, spinse ed entrò. Corrado era troppo concentrato per accorgersene. Quando il pezzo ebbe termine regnò un silenzio profondo per qualche istante.
- Mi insegni anche a me? - esplose finalmente Oliviero. Corrado lo guardò sorpreso.
- Cosa??? -
- Voglio imparare anch'io a suonare il violino - disse Oliviero.
- Vedremo... - rispose Corrado ripigliando a leggere lo spartito di fronte a sé e ricominciando subito a suonare. Oliviero si accostò a Giulio Cesare, e rimase fermo a guardare i movimenti del violinista. L'archetto sembrava volare, nel ristretto cono di luce disegnato dall'alogena.


Capitolo Secondo: NICOLA
Quando suona, Corrado è felice, come trasportato in un altro mondo, non sente neppure la porta.
Adesso per esempio qualcuno ha bussato, ma la porta non è chiusa, e Nicola Lo Zoppo entra.
Sbarbato, stempiato, camicia a scacchi, gilet color crema, giacca a coste di velluto amaranto,
Nicola non porta gli occhiali perché preferisce le lenti a contatto, con le quali ogni tanto si cambia
il colore degli occhi. Oggi ha gli occhi verdi. Ex rivoluzionario, ex sessantottino, ex agit-prop, ed
ex terrorista (non pentito), Nicola è sempre in partenza per qualche missione straordinaria, è stato
inviato speciale in Bosnia per un gruppo di riviste, ha intervistato Geddafi, una volta ha parlato
con Tito in persona, buonanima. Anche adesso è sempre in giro, sempre di corsa, sempre sulla palla.
Corrado invece resta, ma se Nicola sta via per troppo tempo, se non scrive, non telefona, non
manda un fax, non lo passa a trovare quando viene in città, allora Corrado s'impensierisce,
s'adombra, ci resta male. Non si capisce come siano diventati tanto amici, lui e Nicola, con orizzonti
e stili di vita così diversi.
Corrado ha cercato molte volte di farsi spiegare da Nicola cosa va a fare a Sarajevo, com'è
nata la guerra, come mai continua, e Nicola ogni volta, paziente, glie lo rispiega, ma Corrado
dopo un po' se lo dimentica. Per lui, solo le note del pentagramma hanno valore, sono tutte diverse
l'una dall'altra. Gli esseri umani invece, gratta gratta, sono tutti uguali.
Nicola, oltre ad essersi associato a quasi tutti i gruppuscoli che è riuscito a trovare, ha già
fondato parecchie associazioni: una volta era il Soccorso Verde, poi l'Associazione per un Calcio
Politico, poi l'Associazione per il Soccorso a Sarajevo, poi l'Federazione Ciclisti Animalisti, adesso
invece pare
che stia muovendosi su di una pista ecologista, ma non anticipiamo troppo, e sentiamo cosa è
venuto a dire a Corrado.
Nicola entra e si chiude la porta alle spalle. Corrado non lo ha sentito, e continua a suonare.
Quando ha finito Nicola applaude, e Corrado, vedendolo, ha un balzo di gioia.
- Quanto tempo! - esclama sorridente e felice, riponendo il violino nella custodia.
- Quando sei arrivato? Quanto ti fermi? - gli chiede abbracciandolo - Cosa posso offrirti?
Hai mangiato? Faccio un caffé? -
- No, a quest'ora no. Guarda qui invece! - Nicola pensa proprio a tutto! Ha portato una bottiglia di ottimo vino rosso delle sue parti. Dev'essere stato a trovare i suoi, che hanno una fattoria nell'astigiano, pensa Corrado. Stappano la bottiglia e si siedono al tavolino rettangolare che traballa, coperto da una tovaglia a scacchi bianchi e rossi.
- Allora, stammi a sentire - comincia Nicola - sono tornato due giorni fa da Sarajevo, ma ora per un po' non ci devo più andare. Ora sono in partenza per il Sud America. -
- Per il Sud America? - lo interrompe Corrado, che lo guarda con una punta di invidia.
- Si, proprio per il Sud America. E questa volta può darsi che ti chieda di venire con me. - Corrado si è fatto attentissimo.
- Devi sapere che ho fondato la Società per la Protezione del Coleottero Zebrato, una specie rarissima di calabrone in via di estinzione, scoperta recentemente in Brasile, e di cui non è stata ancora messa al corrente ufficialmente la stampa. Però io lo so lo stesso, non chiedermi come. -
Nicola Lo Zoppo, detto così perché zoppica ancora per i postumi di un pestaggio dei fascisti risalente agli anni settanta, può contare su di una fitta rete di informatori clandestini, legati alla solidarietà sotterranea e internazionale dei gruppi underground e cyber-punk. Corrado lo guarda sempre più ammirato, lui non sa neanche usare un computer.
- Il coleottero zebrato avrebbe la capacità di rendere immuni dalle deformazioni ideologico-linguistiche e dal burocratese tutti coloro che vengono punti da lui, - prosegue Nicola - chi si è trovato a contatto con il coleottero zebrato immediatamente perde la capacità di percepire le parole che finiscono in -ismo, ed a volte anche quelle che finiscono in -mente. Si determina così una particolare deformazione della percezione uditiva, che rende praticamente impossibile la permanenza in organismi socio- corporativi di natura assembleare a coloro che ne siano stati colpiti. Si narra di direttori delle USSL che abbiano dovuto dare
le dimissioni all'istante, di consiglieri comunali che si siano presi più di un mese di permesso, nella speranza (vana) di guarire. La puntura del coleottero zebrato provoca infatti una degenerazione dei tessuti assolutamente istantanea, e soprattutto irreversibile.-
- Ora - prosegue Nicola Lo Zoppo - io ho le prove che è in atto un complotto internazionale per provocare la scomparsa del coleottero zebrato. Un commando segreto italiano, su incarico di una commissione parlamentare interpartitica, e forse con connivenze a livello della destra eversiva extraeuropea, europea, e americana, naziskin e roba simile al confronto sono mammole, ha deciso di eliminare dalla faccia della terra il coleottero zebrato, la commissione sanitaria europea ha dato la sua approvazione, per timore di un suo uso improprio da parte di gruppi estremisti di destra o di sinistra. Ma noi possiamo fermarli. Cattureremo l'insetto e ce lo porteremo a casa, lo faremo studiare da gente che conosco io. Ricercatori dell'Università di Bologna, gente seria. E' una vera benedizione, una possibilità rigenerativa dell'ecosistema, non possiamo lasciare che vada sprecata! -
Corrado lo ascolta in silenzio, assentendo gravemente. A suo avviso non c'è al mondo persona più saggia di Nicola Lo Zoppo. Non potrebbe mai dargli torto.
- Voglio venire anch'io - si sente dire da Giulio Cesare.
Corrado e Nicola si voltano verso il cane, un po' stupiti, perché sanno che tenta di miagolare, ma non l'hanno mai sentito parlare. Infatti è stato Oliviero a parlare. Si sono completamente dimenticati di lui.
- E questo chi è? - chiede Nicola Lo Zoppo.
- Mi chiamo Oliviero, e voglio imparare anch'io a suonare il violino, e poi voglio venire con voi in Brasile! -
- Uhmm...non è una cattiva idea, con un bambino fra i piedi desteremmo meno sospetti - dice Nicola.
- Già! - assente subito Corrado, che quando parla Nicola trova sempre che ha ragione.
- Non sono un bambino! - protesta Oliviero.
Decidono comunque di partire in quattro: Corrado, Oliviero, Nicola Lo Zoppo e Giulio Cesare, su una nave diretta in Brasile.
Intanto il padre di Oliviero continua a dormire, la madre ha riacceso la TV, e non si è accorta di nulla, da tanto era intenta a seguire le indicazioni dell'Università del Pulito, che diceva di usare sempre Salesmacchia e Remedia, per avere dei calzini davvero bianchi, così Oliviero può accodarsi ai suoi nuovi amici.
Capitolo Terzo: IL SUDAMERICA
Sbarcarono, dopo lunghe innominabili peripezie, sfiniti da un lungo viaggio per nave (Giulio Cesare non avrebbe gradito l'aereo) in una splendida giornata di sole a Fortaleza, nello stato brasiliano del Cearà. Oliviero guardò deluso il grattacielo-hotel al quale erano diretti, gli sembrava di essere a Milano e a Rimini nello stesso tempo, era piuttosto deprimente.
- Siamo ancora lontani? Io sono stanco. - si lamentò. Ed erano in viaggio soltanto da due settimane, pensò Nicola.
- Ancora un po' di pazienza. - rispose - Dobbiamo arrivare a Maracà. -
- Maracà? - chiese Corrado sfogliando affannosamente la guida turistica.
- Si Maracà, è un'isoletta a nord di Marajò, non lontano da Macapa, nella regione del Norte. -
- Ma-che-co? Ma che cosa ci andiamo a fare a Maracà? No, a Marajò, no a Macarà? - chiese Corrado ansioso e affannato che non riusciva a trovare nessuno di quei nomi nella lista alfabetica dei nomi in fondo alla guida.
- Maracà è più a nord, nello stato di Amapa. Dovremo arrivare in aereo fino a Macapa, e proseguire in battello. -
- Ma Giulio Cesare non sopporta l'aereo! - protestò Corrado.
- Per questa volta lo sopporterà! - tagliò corto Nicola - Sarebbe molto peggio se andassimo in autobus o in ferrovia. Anzi, non so neanche se è possibile arrivarci in ferrovia. Credimi, un paio d'ore di aereo non saranno la fine del mondo. Avanti, coraggio! A Maracà potrete farvi fotografare a cavallo della linea dell'equatore, e mandare le foto come cartoline ai vostri amici! -
- Ma non siamo in missione segreta? - chiese dubbioso Oliviero.
- Boh, in effetti si, vorrà dire che vi limiterete a farvi fotografare, e vi terrete le fotografie. - concluse Nicola, dandogli un'occhiata di sufficienza, con quei suoi occhi che quel giorno erano azzurri.
Un autobus li portò all'aeroporto Pinto Martins, a una decina di chilometri dalla città, dove Giulio Cesare fu tristemente imballato in una gabbia dagli ampi fori, dalla quale guaì furiosamente il suo dissenso.
A Macapa fu liberato, e la comitiva decise di pernottare in una locanda, in attesa del battello che il giorno seguente li avrebbe portati a Maracà. La cucina brasiliana: un'autentica "feijoada" carioca, con fagioli neri, carne e verdura mise fine a una discussione che minacciava di degenerare, fra Nicola e Corrado, sul valore musicale e la trascendenza in Villa Lobos.
Finalmente giunsero alla meta: l'isola di Maracà, uno splendido paradiso terrestre popolato da neri, bianchi, meticci, indios, cavalli, gatti, scimmie urlatrici, pesci luna, pesci palla, squali tigre, cavallette, ramarri, gabbiani, pappagalli, colibrì e tutto quanto altro riuscite a pensare possa animare un paradiso tropicale.
Le capanne dei pescatori sembravano proprio vere, e a parte un ristorante-pizzeria non sembravano esserci molte attrezzature turistiche. Nelle baracche sembrava mancare anche l'elettricità (o c'era un interruttore segreto che gli abitanti azionavano quando erano sicuri di non essere visti dai turisti?).
Il primo avvenimento di rilievo fu che, appena giunti nella nuova isola, Giulio Cesare incontrò una cagnetta chihuahua di pelo rossastro, di cui s'invaghì perdutamente.
-Bamiau! Bamiau! - scodinzolò felice.
-Bark! BARK! - rispose lei sdegnata di fronte a tanta protervia. Un cagnone di quelle dimensioni che `bamiagolava'! Che figura ci avrebbe fatto lei con le sue amiche? Fu così che Giulio Cesare, per non perdere la faccia, si decise per la prima volta ad abbaiare, e Corrado pensò che fosse guarito per sempre dalle sue crisi d'identità. Ma si sbagliava.
Si trattava ora di cercare il coleottero zebrato. Dove poteva essere? E soprattutto: come evitare che la temuta banda dei ministeriali disposta a tutto pur d'impadronirsene raggiungesse il suo scopo perverso?
- Dove lo troviamo adesso il coleottero zebrato? E come riconosciamo quelli che sono venuti a portarlo via? - chiese Oliviero.
- Da una lunga coda - rispose Nicola Lo Zoppo.
- Ti va di scherzare con questo caldo? - si lamentò Oliviero.
- No, volevo solo dire da un codazzo di persone. Quella è gente che non sa muoversi da sola, e si tira dietro un sacco di portaborse e parassiti vari. Avranno noleggiato almeno tre guide, e magari vanno in giro con il logo della RAI sulle portiere dell'auto. E poi saranno gli unici a seguire la partita domenicale. Di solito gli italiani all'estero si riconoscono dai giornali che hanno in tasca. Oppure cerchiamo un bar con la TV, chiediamo se prendono la RAI e se c'è un gruppo di gente che abitualmente si ritrova là. Scommetto che li troveremo domenica prossima. -

Capitolo Quarto: ZAMI
Oliviero intanto si era accorto di una ragazzina india con le trecce piene di nastrini rossi che li aveva adocchiati, standosene un po' in disparte. La piazza centrale del paese era invasa da turisti, venditori di banane, donne grasse seguite da bambini ricoperti di stracci, ragazze molto truccate, marinai, ma lei se ne stava quieta in un angolo, non sembrava accompagnata da nessuno. Indossava una maglietta celeste, una gonna rossa, e delle scarpe da ginnastica molto sporche, oltre a diverse collanine, tutto sommato aveva una faccia simpatica.
- Come ti chiami? - le chiese Oliviero.
- Zami, e tu? - rispose lei.
- Oliviero. Ma com'è che parli italiano? -
- Lo parlo poco, sono andata un po' a scuola alla missione. -
- Ah, e sai se qui in giro ci sono esemplari di coleottero zebrato? -
- Certo che ce ne sono. - rispose lei - Seguimi! - aggiunse facendogli cenno di tacere. Oliviero era molto stupito, e la seguì senza fiatare. Si ritrovarono fuori dalla folla, mentre Corrado e Nicola Lo Zoppo facevano il giro dei bar. La ragazzina lo condusse verso una strada sterrata, appena fuori dal villaggio.
- Il coleottero zebrato è amico del nostro villaggio, - gli spiegò intanto che camminavano - una specie di totem, tu lo sai cos'è un totem? E' una cosa sacra, una specie di simbolo, di garante dell'unità del gruppo tribale. Me lo ha spiegato una psico-antropologa che è venuta a fare una tesi su di noi il mese scorso. Ma da un po' di tempo in qua il coleottero zebrato non si fa più vedere. Credo che siano arrivate delle persone che vogliono fargli del male, e che lui lo sappia e si nasconda. -
- E' proprio così, lo sappiamo anche noi - confermò Oliviero - ma noi siamo qui per impedirlo, - aggiunse orgoglioso - vogliamo portare il coleottero con noi in Europa, ma non vogliamo fargli del male, e poi ci bastano pochi esemplari. Gli uomini che avete visto, invece, vogliono annientarlo, estinguerlo. Capisci? -
- Uhm, si, certo che capisco, ma vedremo se ci possiamo fidare di voi - rispose Zami - quelli che cercate voi io li conosco, vengono tutte le settimane al nostro villaggio, e parlano con mio padre, perché sanno che il coleottero era nostro amico. Sono convinti che noi l'abbiamo nascosto, ma non è così. E' lui che non si fida più a venire fra noi, e quelli intanto non se ne vanno. Se potesse, mio padre li avrebbe già allontanati, ma non può. Da quando il coleottero zebrato ci ha lasciati, nessuno più gli ubbidisce. Mio padre è il capotribù, ma da quando è senza coleottero non riesce più a farsi capire. Vieni a vedere! - e così dicendo lo prese per mano e lo guidò attraverso un sentiero che si allontanava decisamente dallo stradone, in direzione di una radura, di una spiaggia, e di una larga tettoia circolare, lo sciabono, sotto la quale si intravedevano diverse amache, e gli avanzi dei falò.
Alcuni indigeni, dall'abbigliamento curiosamente ibrido, magliette occidentali a brandelli mischiate ad ornamenti e lacci portati alla moda indigena, fabbricavano cestini e squamavano pesci. Un gruppetto di giovani riparava il tetto dello sciabono, in un punto in cui si era sfondato. Lo sciabono è una struttura circolare, una specie di tetto obliquo di proprietà collettiva del villaggio, che ne delimita il perimetro, e sotto il quale ogni famiglia possiede il proprio gruppo di amache, e il proprio focolare. Altri uomini affilavano coltelli o riparavano delle reti da pesca, mentre le donne impastavano farina e acqua in ampie e basse ciotole di coccio.
Tra loro c'era un individuo grassoccio, dai capelli brizzolati, vestito quasi completamente all'occidentale, con degli sdrucitissimi jeans, una maglietta a maniche corte, e numerose collane al collo, che si aggirava fra i gruppetti e sembrava non avere alcuna occupazione specifica.
- Eccolo, è lui, quello è mio padre! Lo vedi? - disse Zami stringendo il braccio di Oliviero. L'uomo osservò a lungo le donne, come rimuginando fra sé e sé i propri pensieri, alla fine disse:
- Nella misura in cui l'elemento liquido ci è necessario, sarebbe opportuno munirsi di appositi recipienti atti al contenimento di materiale fluido, ed all'uopo utilizzarli, al fine di contenere un progressivo quanto dannoso aumento del processo disidratante. - le donne lo guardarono senza scomporsi, e continuarono nelle loro faccende.
- Ma cosa sta dicendo? - chiese perplesso Oliviero.
- Non ne sono sicura, - rispose Zami - ma credo volesse dire che nell'impasto ci dovrebbe essere più acqua, e che qualcuno dovrebbe andarla a prendere con dei secchi. -
L'uomo parve improvvisamente attirato altrove, e si diresse verso il gruppo degli uomini che riparava le reti. Di nuovo si ripeté la stessa scena: li osservò in silenzio per un po' di tempo, poi guardandoli in modo critico disse:
- Sembra che la fauna ittica non accenni a diminuire, e per questo motivo, al fine di raggiungere un più maturo e bilanciato equilibrio fra le risorse marine e quelle gastriche, risulta auspicabile che nelle prime ore della giornata di domani un gruppo di unità maschili da combattimento sacrifichi una parte del proprio tempo individuale a vantaggio del benessere collettivo, in modo tale da migliorare l'osmosi fra l'equilibrio idrogeologico e le necessità alimentari della comunità.-
- Che cosa? - chiese Oliviero.
- Stavolta credo che abbia voluto dire che domani gli uomini dovranno andare a pesca. - rispose Zami.
Gli uomini lo avevano guardato senza scomporsi, e avevano continuato a fare quello che stavano facendo. Dopo un po' il capo indio si era allontanato, e si era andato a sedere in riva al mare, osservandone la superficie cristallina e mossa, e continuando a rimuginare i suoi pensieri.
- Hai visto ora? - chiese Zami - Nessuno lo capisce più, la vita della nostra gente è nel caos. Dobbiamo fare qualcosa. -
- E' necessario che incontriamo anche noi quegli individui di cui ci hai parlato. La prossima volta che verranno cercheremo di esserci, - disse Oliviero - ora devo tornare dai miei amici, ma ci rivedremo presto. Ciao. -
- Ciao - rispose Zami.

Capitolo Quinto: LA TROUPE GOVERNATIVA
Corrado e Nicola non avevano combinato nulla, salvo terminare il giro dei bar, taverne, night-club e locali pubblici in genere, ma non avevano cavato un ragno dal buco. Avevano trovato un bar con la televisione, ma nessuno che seguisse la RAI.
Gli immigrati italiani erano là da parecchie generazioni, si erano comprati il loro apparecchio TV e seguivano le partite da casa, a Macapa; ma sull'isola la loro presenza era scarsa, e nessuno era a conoscenza di nuovi arrivi. In compenso Corrado era un po' sbronzo, perché per fare amicizia con i baristi aveva dovuto dimostrare di saper bere la tequila in un sorso solo, con il sale nell'incavo della mano. E siccome in realtà non era molto pratico, aveva dovuto fare parecchie prove prima di riuscirci bene. Il risultato era che era là a domandarsi perché i violini non sposassero le viole, mettendo al mondo le violacciocche.
Giulio Cesare era stato mollato dalla cagnetta chihuahua, che si era invaghita di un cocker spaniel, e per la delusione e il dispiacere aveva ripreso a bamiagolare. Infatti accolse il ritorno di Oliviero con delle fusa mostruose, degli autentici ruggiti, che fecero disperdere il capannello di curiosi e di bambini radunati attorno a loro. Oliviero li mise al corrente delle sue scoperte.
- Questo ci facilita le cose - commentò Nicola Lo Zoppo - ma non ci spiega come mai il capo tribù non si liberi dal suo problema linguistico. Per quanto ne so io, la puntura del coleottero zebrato ha degli effetti irreversibili. Questo dimostrerebbe invece che soltanto una prolungata e soprattutto continua esposizione alla presenza dell'insetto può rendere veramente immuni dalle deformazioni linguistico-ideologiche e burosaurico-locutorie. C' è ancora qualcosa che non capisco. - ammise.
Oliviero intanto aveva cominciato a prendere regolarmente lezioni di violino da Corrado, tasso alcoolico permettendo, e bisogna dire che cominciava a cavarsela proprio benino. Già accennava ad eseguire da solo delle sonatine di Bach e a prodursi con Corrado in qualche duo, dove a lui però toccava sempre di fare il basso continuo.
Il sabato seguente, mentre i nostri amici stavano prendendo il sole sulla spiaggie e sorseggiando succo d'ananas, la spedizione governativa dei cacciatori di coleotteri arrivò al villaggio di Maracà. Quattro uomini in maniche di camicia ciondolavano attorno a una Range-Rover. Uno, che sembrava il capo, un tizio alto, asciutto, con corti baffetti, di bell'aspetto e dall'aria quasi distinta, si chiamava Gianantonio, Giantò per gli amici. Era appena tornato dallo sciabono, dove aveva avuto una lunga conversazione con il capo-tribù. Nel cruscotto della Rover c'era un piccolo televisore portatile a colori, acceso senza l'audio. Due donne, una bionda e una brunetta, stavano acquattate nei sedili posteriori. Annegando la noia evidente e il fastidio del caldo tropicale, stavano rifacendosi il trucco. L'autoradio diffondeva una disco-music assordante. Il tizio al volante aveva i capelli lunghi, lunghi baffi castani spioventi e un'aria da piccolo malavitoso di borgata, fumava sigarette senza filtro.
- Uehi, Vincenzo. E' ora di andarsene! - disse Gianantonio, quello vestito meglio, rivolto al tizio coi baffi lunghi.
- Ma se non sappiamo ancora dove andarla a cercare! Bestia maledetta! - esplose un terzo dalla faccia rotonda, che somigliava a un maialino: tozzo, tarchiato, le mani come badiletti, coi capelli tagliati corti a spazzola di un incerto biondo topo.
- Il capo indio non ha parlato? - chiese Vincenzo (quello coi baffi), aspirando avidamente l'ultimo pezzo di mozzicone e sbuffando il fumo in faccia a Giantò che era appena arrivato.
- Cough! Cough! Io credo che non sappia niente. Non vedi com'è rincoglionito? Non riesce nemmeno più a farsi capire! - rispose quello.
- Però non possiamo darci per vinti così. Qualcosa dobbiamo pur combinare. - sbuffò il maialino, che si chiamava Ambrogio e portava una vistosissima camicia a fiori arancioni su fondo blu elettrico.
- Hai ragione, Ambrogio, potremmo cominciare a tenere d'occhio la ragazzina, per esempio.- suggerì Giantò pensieroso - E' da un po' di tempo che ha un atteggiamento che non mi piace per niente. E' come se ci stesse spiando. -
- E' vero, e ieri l'ho vista in giro con dei tipi nuovi, forestieri credo, con un cane un po' strambo, potrebbero essere italiani. - interloquì il quarto uomo, un tipo smilzo dall'aria esitante.
Il quarto partecipante alla spedizione si chiamava Donatello, ed era un biondino mingherlino con delle braccia lunghe lunghe che parevano quelle di una scimmia. Se n'era stato tutto il tempo acquattato vicino a una ruota della jeep, nei pressi del sedile posteriore, guardando le donne che si rifacevano il trucco.
- Ehi, sfaticato, vieni fuori che c'è del lavoro da fare! - lo apostrofò Giantò - Ti lasciamo qui per una giornata, e ti veniamo a prendere domani. Tu nel frattempo non perdere di vista la ragazzina, la figlia del capotribù. Cerca di capire chi sono quei tizi con i quali ha parlato oggi, falla cantare, insomma scopri se sa qualcosa del coleottero. Possiamo anche rapirla, ma sarebbe meglio accertarci prima che ne valga la pena. Insomma, tu interrogala, poi ci saprai dire. Ciao! -
La jeep ripartì sgommando e lasciando dietro di sé una nuvola di polvere. Donatello si guardò attorno, vide una magnifica palma poco distante dalla spiaggia, e vi si diresse. "Intanto mi schiaccio un pisolino", pensava, "e poi domani deciderò cosa fare, per quello che mi pagano di indennità di trasferta è già tanto se tengo gli occhi aperti fino a stasera."
Così lo trovarono Oliviero e Zami, che erano andati in esplorazione.

Capitolo Sesto: UNO DI MENO
Nicola Lo Zoppo e Corrado avevano oramai identificato tutti i membri della spedizione. Li avevano avvistati quasi subito, Nicola aveva scattato loro delle fotografie e stava distribuendole in giro, in parte ai suoi amici, in parte a certi suoi informatori di Belem, di cui non aveva voluto parlare.
Incredibile come riuscisse a trovare delle conoscenze dovunque, pensava ammirato il suo amico violinista.
Corrado cercava di aiutarlo, ma era un po' in crisi, soprattutto si rifiutava di separarsi dalla foto della bionda sul sedile posteriore.
- Ma che ci vuoi fare con quella foto? - gli chiese Nicola.
- Non sono fatti tuoi. - rispose brusco Corrado e alla fine approfittò di una disattenzione di Nicola per farsi scivolare la foto in tasca con nonchalance. Le bionde erano il suo chiodo fisso, aveva sempre voluto una ragazza bionda, e invece il destino aveva riempito la sua vita di zingaro felice e un po' bohemien di fidanzate more e castane. Però le bionde erano rimaste il suo sogno proibito. Ora era un po' avanti con gli anni, a dire il vero, ma visto nella giusta luce (un po' smorzata per cancellare le rughe) faceva ancora la sua figura. E poi la speranza è l'ultima a morire.
Quando Zami e Oliviero videro lo scheletrico Donatello dormire sotto la palma, esitarono qualche secondo. All'inizio decisero di non svegliarlo, soprattutto quando si accorsero che il tipo parlava da solo nel sonno. Gli uscivano frasi incomplete: "Bz coleottero, bz coleottero", "dov'è la piccola?", "piccola... piccola... no!", "vattene via bestiaccia!", e agitava le mani, come per scacciare un insetto che però era presente soltanto nei suoi sogni. Sembrava un incubo... in questo caso forse avrebbero dovuto svegliarlo, pensò Oliviero, ma poi Donatello sembrò calmarsi, bofonchiò ancora qualche frase: "Lo ha nascosto lei il coleottero!", "Mannaggia ai turisti...", poi si girò su di un fianco e iniziò a russare rumorosamente. Donatello era palliduccio e scheletrico, i blue jeans gli facevano un sacco di pieghe, eppure russava come un tronco. Oliviero e Zami rinunciarono definitivamente a svegliarlo e tornarono di corsa da Nicola per riferire le loro scoperte.
Nicola e il capo indio vollero decidere insieme il da farsi: ci misero quasi due ore per capirsi, ma alla fine risolsero di rapire Donatello per interrogarlo. Era assolutamente necessario stabilire se la spedizione governativa avesse dei collegamenti locali con gruppi organizzati o con singoli individui, inoltre Nicola non era veramente sicuro di quanto Giantò fosse effettivamente informato riguardo alle capacità terapeutiche del coleottero, e quanto avesse detto ai suoi compagni circa il vero scopo del loro viaggio. Dopotutto ufficialmente la loro era una missione scientifica, o come tale almeno era stata presentata per usufruire dei finanziamenti ministeriali. Donatello sembrava l'anello debole del gruppo, sufficientemente fragile per essere convinto a parlare, con quella sua aria lunga e allampanata, e uno sguardo un po' fuori dal mondo. Visto che Zami era il suo obiettivo avrebbero fatto finta di assecondarlo, per il momento... ma poi al momento opportuno l'avrebbero trasformato da cacciatore a preda.
- Tu fai finta di nulla - disse Nicola a Zami - e attira quel bel tipo nella caletta dell'albero cavo, noi ci occuperemo di lui.
Un paio d'ore più tardi, mentre seguiva Zami, preparando un discorsetto un po' stupido, e chiedendosi quale fosse il modo migliore per attaccare discorso con lei, Donatello si sentiva un po' ridicolo. Se qualcuno l'avesse visto... sembrava il lupo cattivo sulle tracce di cappuccetto rosso, e pensare che quand'era piccolo suo papà avrebbe voluto che facesse l'avvocato, e lui invece aveva pensato che lavorare al Ministero sarebbe stata una vita tranquilla!
Zami si teneva bene in vista, canterellando ad alta voce per
non farsi perdere dal suo inseguitore. Lo aspettarono dietro ad una roccia, e come fu a portata di mano gli balzarono addosso in tre, e lo legarono come un salame. Storditolo con della polvere d'erba regalata loro dallo sciamano, lo portarono in una grotta poco discosta dal villaggio. L'avrebbero interrogato più tardi. Il sole calando disegnava sul mare un complicato e meraviglioso arabesco.
Capitolo Settimo: IL COLEOTTERO ZEBRATO
Nicola e Corrado erano stati invitati a cena allo sciabono, dal capo indio, e il tempo si era come fermato. Non c'era un alito di vento. Si sentivano da lontano le note (un po' stonate) di Oliviero che si esercitava a suonare il violino, mentre un profumo intenso di fiori faceva girare la testa a Giulio Cesare, che se ne stava accucciato sotto una tapioca, poco lontano dal fuoco, a smaltire la pena del suo cuore di cane infranto. Nicola e Corrado ascoltavano le avventure di guerra del capo indio. Si trattava di storie per metà inventate, e per l'altra metà solo sognate. In più, il vecchio capo indio era non solo chiaramente in crisi di astinenza da coleottero, ma anche assai alterato dallo yopo, la droga rituale che si era insufflato nel naso. Il suo discorso, per quanto incomprensibile, suonava pressappoco così:
- Nella misura in cui lo reputai opportuno, e poiché mai avrei rifiutato di tutelare gli interessi costituiti degli onesti lavoratori del ramo ittico dei quali ero responsabile, apprestato uno strumento atto alla navigazione mi accingevo a compiere il percorso poco dianzi definito. Sebbene la dotazione minima per un dirigente del mio rango sia di ottanta elementi, ne approntai diciannove, poiché tale era il numero degli scafi supplementari attualmente disponibili, non al fine di approfittare degli errori tattici del nemico, ma bensì per consentire un più agile svolgimento della strategia d'azione concordata...-
Nessuno lo capiva né lo ascoltava, ma sarebbe stato molto scortese da parte loro farlo notare, e poi il fuoco, l'alcool e lo yopo stordivano tutti i presenti, e facevano si che le sue parole cadessero in un religioso silenzio. Durante una pausa della narrazione Corrado si alzò per fare due passi al limitare dell'accampamento, dal lato che guardava il mare, camminando lentamente percorse un piccolo sentiero seminascosto, che portava fino alla spiaggia, e qui raggiunse Oliviero, che aveva continuato diligentemente a suonare le sue scale. Non c'era un alito di vento, le onde sciabordavano tranquille contro la riva.
Oliviero si fermò, e guardò Corrado con aria tranquilla, questi invece si tolse di spalla il violino e iniziò ad accordarlo dolcemente, poi cercò di seguire con l'archetto il suono del mare, infine eseguì un capriccio lento e struggente, proprio mentre il cielo si tingeva di rosso. Quel cielo, a guardarlo, sembrava la pubblicità di un sapone deodorante.
D'improvviso Corrado sentì un ronzio persistente che si avvicinava, dapprima quasi impercettibile, poi sempre più forte, ora assomigliava piuttosto a una sega elettrica, a un rombo indistinto, a un tuono, e improvvisamente perfino il sole al tramonto si oscurò per la presenza di una nuvola gigantesca e ronzante di calabroni verdastri, dal dorso solcato da sottili striature marroni. Corrado, spaventato, piuttosto che rischiare di schiacciarne qualcuno fra l'archetto e le corde del violino, smise di suonare, e iniziò a correre verso l'accampamento.
Quelli invece rimanevano là a volteggiare come impazziti, proprio nel punto dove prima si era ritrovato in piedi Corrado.
Presto l'intera tribù venne a vedere cosa stava succedendo. La nuvola di insetti roteava ancora, riflettendo a tratti dei bagliori improvvisi, era il dorso lucido dei coleotteri, sui quali battevano spettrali i raggi della luna. Ma dalla strada sbucò all'improvviso la compagine dei governativi, armata di enormi retini acchiappafarfalle. Nel buio della notte tropicale la nuvola di coleotteri sembrò dissolversi nell'aria.
Capitolo ottavo: UNA SITUAZIONE PROVVISORIA
- Chi siete? Che cosa volete? - chiese brusco Giantò a Nicola, fissandolo con aria ostile.
- Toh! Anche voi italiani! Siamo turisti naturalmente, in vacanza nei mari tropicali.-
- E da dove venite? - chiese di nuovo Giantò.
- Da Milano.-
- Uhm... vi avverto, siamo dotati di pieni poteri e la nostra è una spedizione scientifica. Siamo inviati dal governo italiano, Commissione Interministeriale Interpartitica per la Sanità Pubblica, dobbiamo prendere possesso di alcuni esemplari di coleottero zebrato e portarli in Italia, dove saranno esaminati da una commissione di scienziati al fine di stabilire quali benefici si possano trarre dall'impiego farmaceutico di queste interessanti bestiole. Siete pregati di collaborare con noi...e vi avverto, se doveste cercare di intralciare la nostra spedizione potreste avere dei guai.-
Nicola Lo Zoppo l'aveva ascoltato con un'espressione un po' ottusa e un po' sbalordita, mostrandosi molto impressionato dall'atteggiamento autoritario di Giantò. I suoi occhi quel giorno erano di un tranquillo color marrone, il suo colore naturale, e in più portava gli occhiali, che lo facevano somigliare ad un povero topo di biblioteca alquanto fuori dal suo elemento.
- Che storia interessante! E che emozione: una spedizione scientifica! Ma si figuri se vogliamo darvi dei fastidi! Al contrario, mi creda! Non vi dovete preoccupare, non vogliamo proprio intralciarvi, anzi, spero che se mai potremo renderci utili! - rispose un po' deferente Nicola.
- E perché mai dovremmo ostacolarvi? Anzi, ci farebbe piacere aiutare una spedizione scientifica, - rincalzò Corrado gioviale.
- Umpf...- bofonchiò Giantò, mentre si guardava attorno alla ricerca di Donatello.
- Come mai sono arrivati in questo punto della costa? - chiese Giantò a voce alta, ma parlando più che altro a se stesso.
- Chi? Noi? - chiese Corrado facendo l'ingenuo.
- No di certo, i coleotteri. - rispose Giantò.
- Mah! Chi lo sa... e mi avevano anche spaventato... - commentò Corrado - Ma Lei mi assicura che non sono pericolosi? - chiese a Giantò, che non lo degnò neppure di una risposta.
- Dovremo tenere d'occhio questo punto in particolare. Può darsi che torneranno. Ehi voi, venite qui! -
L'intera troupe governativa si avvicinò al capo, compresa la bionda, la quale però, vista da vicino e in quella luce, non sembrava niente di particolare, per cui Corrado rimase alquanto deluso. Forse era la sua perenne incertezza in fatto di donne a causargli quella ben nota sensazione di disgusto, che lo prendeva ogni volta che qualcuna delle inavvicinabili sirene delle quali s'innamorava sembrava farsi troppo vicina, troppo disgustosamente, realmente, prosaicamente possibile. A Corrado ora sembrava che la bionda avesse denti da cavallo, e i capelli secchi secchi come stoppa, chissà se poi era un biondo naturale o una tintura?
- Ci accampiamo qui. Può darsi che ritorni. - decretò Vincenzo, accendendosi una sigaretta.
- Chi? Donatello? - chiese la brunetta.
- Ma no bambola, il coleottero! - rispose Giantò, - Già, però chissà dove si è cacciato Donatello... boh, poco male, tornerà prima o poi! - concluse con un'alzata di spalle. - Bene, con voi abbiamo finito. E' stato un piacere conoscervi.- disse congedandosi da Nicola - Se avremo bisogno di aiuto ve lo faremo sapere. E se vi capitasse di rivedere quegli insetti vi raccomando di farcelo sapere. -
- Certo, non preoccupatevi. Vi avvertiremo subito. - rispose Nicola stringendogli la mano con fare ossequioso. Nicola, Corrado, Oliviero, Giulio Cesare, Zami e tutti gli indios tornarono a sciamare in direzione dello sciabono.
Subito i compagni di Giantò iniziarono a piantare l'accampamento, ma non riuscivano a trovare i pali della grandezza giusta. Vincenzo ruppe un telo, poi uno dei suoi lunghi baffi spioventi s'impigliò in una cerniera. Ambrogio spezzò un paletto, facendo rovinare a terra la tenda già quasi eretta, la brunetta si spezzò un'unghia. La bionda decretò:
- Se qualcuno non mi pulisce il terreno attorno alla tenda per almeno due metri io alla tenda non mi avvicino nemmeno! Ho paura degli scorpioni io! -
Vincenzo s'inquietò con Giantò, perché questi stava guardando la TV con il motore spento, e si stavano scaricando le batterie dell'auto. Ambrogio, il maialino, sbuffava come un mantice e la sua bella camicia a fiori era intrisa di sudore, la brunetta e la bionda litigarono per l'uso del depilatore elettrico, e Giantò chiamò Roma sul telefonino portatile collegato alla jeep, per sapere quando sarebbe arrivata la prima rata dell'indennità di missione, visto che gli erano rimasti a malapena i soldi delle sigarette.
- Pronto! E' Roma? Sto parlando con il ministero? No, non voglio l'Ufficio Nomine sul Territorio, voglio la Tesoreria del Ministero degli Esteri. Pronto? Tesoreria? No, non ho chiesto l'ufficio viabilità, no, non ci sono auto parcheggiate illegalmente sulla via, ho chiesto la Tesoreria, TESORERIA! Me la può passare? No, beh, allora mi passi il centralino. Pronto? La tesoreria? Va bene, mi controlli per favore la pratica 76 bis, è partito l'accredito? Come sarebbe un "errore tecnico"? E allora? State per chiudere? E a me che mi frega che state per chiudere? Ma si rende conto? - Un leggero "click" indicò che l'interlocutore aveva chiuso la comunicazione, e al tentativo successivo una voce registrata avvertì: "L'ufficio del Ministero è aperto la mattina, dal lunedì al giovedì, dalle dieci alle dodici, e nel pomeriggio del mercoledì dalle tre alle quattro. Si prega di richiamare nelle ore d'ufficio". Giantò dalla rabbia quasi inghiottiva il telefonino.

Capitolo Nono: UNA CONFERMA
Nicola Lo Zoppo nel frattempo aveva preso Corrado sottobraccio, e insieme si erano incamminati verso l'accampamento. Giulio Cesare li precedeva, e a tratti prendeva la rincorsa e si slanciava gioioso verso di loro, bamiagolando festosamente e buttandosi fra le braccia di Corrado, che lo accarezzò con aria vagamente assente.
- Dov'è Oliviero?- gli chiese improvvisamente Nicola.
- Non lo so, - rispose Corrado - ha detto che andava a fare gli esercizi dall'altra parte della baia, da quella parte, - e indicò un punto da dove provenivano delle note flebili e un po' stonate - si era portato un sacco a pelo e voleva dormire in spiaggia. Credo che Zami sia andata con lui. -
- Andiamo a vedere. - disse Nicola cambiando improvvisamente direzione seguito da Corrado, - Non sono tranquillo. - disse dopo un po' - Credi che l'abbiano bevuta? -
- Non vedo perché no. Sai, non mi sembrano pericolosi. Sembrano più cretini che altro. - rispose Corrado.
- Si, anche a me, ma non ci si può fidare delle apparenze. Ad ogni modo ho diramato i loro dati a persone che conosco. Dovrebbero arrivarmi notizie su di loro quanto prima. -
Oliviero si trovava dietro a uno scoglio, su di una piccola spiaggetta dietro alla quale si apriva un boschetto di palme. Quando li vide arrivare ripose il suo strumento e li aspettò.
- Avete visto Zami? - chiese non appena furono a portata di voce.
- No - rispose Nicola.
- Perché? - chiese Corrado.
- No, così domandavo... - si schermì Oliviero arrossendo fino alle orecchie.
- Non c'è nulla che tu non possa fare senza una donna! - lo ammonì severo Corrado - Soprattutto le donne non servono a suonare il violino! -
- Vabbé... figurati! - rispose Oliviero con un'alzata di spalle ostentando indifferenza. Si avvidero allora che Zami se ne stava poco distante, sotto un castagno del Brasile, tenendoli d'occhio.
- Ah, sei qui! - disse Nicola. Lei li guardò con occhi che non tradivano la minima emozione - OK, sentite io ora torno al villaggio - disse Nicola zoppicando verso l'accampamento, poi si fermò un attimo e si voltò. - E' meglio che Zami venga con me, non vorrei aver grane con suo padre. Voi fate pure con comodo, ma raggiungeteci comunque, non è prudente che Oliviero passi la notte da solo sulla spiaggia. - Zami senza dir nulla s'incamminò dietro di lui. Sulla spiaggia rimasero Corrado, Oliviero e Giulio Cesare. Oliviero abbozzò una scala.
- Non si fa così. - disse Corrado, correggendo l'impostazione dell'archetto di Oliviero - Si fa così! - e tirò fuori il proprio violino accordandolo e facendolo vibrare, - Cosa vuoi fare? Il vento? Il fiume? I calabroni? - mentre parlava modulava di conseguenza il suono del violino contemporaneamente alle parole. Oliviero lo fissava estasiato.
Dopo qualche minuto una massa informe di insetti volteggiava proprio sopra di loro, la densità era tale da oscurare il lume della luna. Corrado e Oliviero rimasero senza parole.
- Se provassi a suonare il piano? - chiese Oliviero.
- Non credo che avrebbe lo stesso effetto. - rispose Corrado.
- Effetto? -
- Già! Prima lo sospettavo, ma oramai ne sono sicuro: il coleottero zebrato va pazzo per il violino. - concluse pensoso Corrado, riponendo lo strumento. Lo sciame rimase a ronzare nell'aria per qualche minuto e poi si disperse lentamente. Qualche esemplare isolato rimase più a lungo, ma si affrettò a sparire quando Giulio Cesare decise di dare il suo contributo di cacciatore, mordendo l'aria a vuoto nel tentativo di acciuffarne qualcuno.

Capitolo Decimo: PROBLEMI LINGUISTICI
Ritornarono subito allo sciabono per mettere Nicola al corrente delle nuove scoperte, e lo trovarono ancora sveglio che dondolava in un'amaca, Zami sembrava assopita poco distante da lui.
- Uhm, lo sospettavo - commentò - il problema è che se ne saranno accorti anche loro, quelli della "spedizione scientifica". Comunque per il momento sarà meglio non dire nulla al capo indio. Nelle sue condizioni tanto non ci può essere di grande aiuto, e mi sembra inutile metterlo in agitazione per niente. Ci conviene prendere tempo. -
- Se volete posso parlarci io - interloquì Zami che evidentemente non dormiva.
- A chi? - chiese Corrado.
- Al coleottero naturalmente. -
- Ah, si? -
- Non c'è problema. - e si girò dall'altra parte, ritornando a dormire.
Zami aveva già avuto dei discreti successi dialogando con Giulio Cesare, e si riteneva un'interprete di successo. Non riusciva a capire perché gli uomini bianchi fossero così stupidi da non saper parlare con gli animali, ma del resto era evidente che spesso non riuscivano a comunicare neppure fra di loro. Aveva provato anche a insegnare a Oliviero, ma lui diceva che non poteva studiare tutto in una volta, e che per adesso stava imparando il violino. A parlare con le farfalle avrebbe imparato un'altra volta.
Il giorno successivo, in una spiaggia più appartata, lontana sia dal villaggio che dagli sguardi indiscreti della troupe ministeriale Corrado e Oliviero improvvisarono un duetto d'archi. Mentre Nicola prepava un retino, Zami e Giulio Cesare si sedettero poco distanti per osservare la scena. Evocato dalle note dello strumento, lo sciame si riversò ronzando sui due violinisti. Nicola, con spessi occhiali da sole che gli proteggevano gli occhi, iniziò ad agitarsi in modo scomposto, ma non doveva essere così maldestro come sembrava, se poco più tardi i nostri amici disponevano di cinque esemplari di coleottero zebrato imprigionati nel suo retino. Il resto dello sciame s'era dissolto impaurito, i cinque insetti invece sembravano protestare vivacemente per il trattamento. Zami lo confermò.
- Dice che detestano gli umani bianchi, che hanno un cattivo odore e usano troppo deodorante. Inoltre si sono accorti che qualcuno gli sta dando la caccia, e sono ben decisi a non tornare fra di noi se prima non ve ne sarete andati, - disse Zami rivolta a Nicola. - Questo è un guaio - aggiunse - la nostra tribù non può fare a meno di loro, mio padre da quando sono partiti i coleotteri è del tutto incomprensibile, stiamo per finire le scorte di pesce secco, e a settembre comincia la stagione delle piogge. -
Oliviero la guardò di sbieco:
- Perché non vieni con noi in Europa? - azzardò.
- Non ci penso neppure, - rispose lei, e considerò chiuso l'argomento.
- Devi dire a questi cosi ronzanti che abbiamo bisogno di loro per un lavoro in Italia, - intervennne Nicola - e che dovranno seguirci. Quando avremo finito li riporteremo indietro. In cambio gli toglieremo dai piedi quegli energumeni della spedizione governativa. E' l'unico modo che hanno di salvarsi. Se cadono in mano di quella gente per loro c'è soltanto la soluzione finale: l'estinzione! Non credo una parola di quello che hanno detto sulla ricerca farmaceutica. I miei informatori parlavano chiaro: l'unica ricerca che faranno sarà quella dell'insetticida più appropriato. Vogliono provocare l'estinzione della specie, anche se poi dovrà sembrare un incidente. -
Seguì un ronzio sommesso, durante il quale pareva che i coleotteri stessero discutendo animatamente. Finalmente Zami tradusse quella che sembrava la conclusione. - Di questi cinque esemplari, - spiegò Zami - due sono femmine gravide, e non sarebbero in grado di arrivare al termine del viaggio. Uno è un coleottero anziano, e dice che piuttosto che muoversi da qui si butterà nel fuoco. Secondo me non è il caso di insistere. Gli altri due sono giovani, ma uno ha paura, l'altro invece vorrebbe venire, ed è anche molto curioso. Non si è mai mosso dall'isola, e vorrebbe vedere un po' di mondo. -
- Per quello che abbiamo da fare ci basterà. - osservò Nicola - Preferiamo che venga soltanto chi ne ha voglia. Una volta partiti, quando si sarà allontanata anche la spedizione dei governativi, il resto dei coleotteri potrà venire fuori, il capo indio riprenderà a parlare in modo umano, e tutti gli indios lo capiranno di nuovo. - concluse.
- Ma come faremo a parlare con il coleottero senza interprete? - chiese Oliviero.
- Già, è vero, Zami dovrà venire con noi, - aggiunse pensieroso Nicola, - naturalmente quando riporteremo indietro il calabrone riaccompagneremo anche lei. -
Non c'era alternativa, e Zami si convinse che, per il bene della sua gente, avrebbe dovuto accompagnare la comitiva nel viaggio in Italia. Oliviero era abbastanza soddisfatto, ma cercava di non darlo a vedere.
- Ma c'è ancora un problema, - osservò Nicola. - come mai la puntura del coleottero non ha più un effetto permanente? Secondo i dati che avevamo raccolto l'immunità dalle deformazioni ideologico-linguistiche e burosauro-esistenziali avrebbe dovuto durare per tutta la vita. C'è ancora qualcosa che ci sfugge. E' evidente. - concluse Nicola. Gli altri si guardarono. Nessuno di loro aveva una risposta.

Capitolo Undicesimo: LA RIBOLUZINA
Gli altri coleotteri si erano eclissati e di loro non rimaneva alcuna traccia, tranne forse l'eco di un ronzio. Quello che aveva deciso di accompagnarli diceva di chiamarsi Giovanni. Era un coleottero dotato di una certa personalità, con il corpo diafano tendente al verde, delle antenne lunghe quasi quanto il corpo, e le ali che si aprivano a ventaglio, striate di venature di colore bruno e giallastro, come quelle di tutti gli altri suoi simili. Sapeva che fino ad allora nessuno della sua specie si era mai avventurato fuori dall'isola, ma che vita da insetti sarebbe mai stata la sua se non si fosse deciso a tentare l'avventura? Avrebbe dovuto vivere accontentandosi delle piante, delle foglie, dei germogli, degli odori che erano stati di tutta la sua razza, e che ora piano piano venivano distrutti dai diserbanti e dal cemento per far posto ai nuovi insediamenti. E che dire se poi veramente la loro razza si fosse estinta? Tanto valeva provare a reagire, a seguire questi nuovi intrusi in fondo c'era sempre la possibilità di imparare qualcosa di nuovo. Avrebbe viaggiato standosene acquattato nel violino di Corrado, sembrava un nascondiglio sicuro e insospettabile.
Mentre Nicola, Corrado e Zami, seguiti da Giulio Cesare che trotterellava qualche passo dietro di loro, ritornavano al villaggio indio, si vedevano da lontano i bagliori dei falò accesi, che riverberavano nella sera. Attraversarono una macchia di piante carnivore, e il coleottero tremava tanto che il violino sembrava suonare da sé senza che Corrado neppure toccasse l'archetto.
- Perché trema tanto? - chiese Oliviero.
- Trema perché queste sono piante carnivore, - rispose Nicola - la pianta aspetta che i coleotteri come lui si posino sulle foglie, e vi rimangano invischiati. Poi pian piano accartoccia la foglia, lo chiude dentro, e comincia a digerirlo. E' come se lo mangiasse vivo. -
- E a noi non ci mangia? -
- Noi siamo troppo grandi, e troppo difficili da digerire, - sentenziò Nicola.
Il villaggio era ormai in vista, si udivano i rumori, le risa, le musiche e le danze, ci doveva essere una festa. Zami si fermò improvvisamente.
- Che c'è? Sento una strana agitazione - disse.
Quando arrivarono, gli indios stavano bevendo da coppe di argilla un liquido rosato e frizzante.
Corrado prese una ciotola di argilla e l'annusò.
- Che roba è? Dove l'avete presa? - domandò al capo indio. Questi fu lieto di avere un'altra occasione per pontificare:
- I componenti essenziali di tale gradevole e pur volatile composto liquido sono l'infuso d'ibisco, il carcadé, la mangrovia, congiunti ad altri più complessi polimeri di natura sintetica. La fornitura ci arriva tramite una mediazione commerciale di natura macroeconomica, nell'ambito di un programma di specializzazione endomorfica di trasformazione. L' autonoma e aggressiva strategia di tale entità commerciale nel campo delle ricerche di mercato ha così posto le condizioni necessarie ad una nostra incondizionata collaborazione sul piano degustativo. Una quantità supplementare di essa ci viene infatti puntualmente recapitata a scadenza fissa, corrispondente al quinto giorno della settimana europea, sesto di quella americana. - il capo indio si fermò un attimo per riprendere il fiato, roteando e strabuzzando gli occhi per accertarsi che lo stessero ascoltando, fece anche un piccolo rutto prima di riprendere - Ritengo che l'ingerimento di questa sostanza possa favorire l'occidentalizzazione e l'incivilimento della comunità locale, e accompagnare un processo di svecchiamento delle strutture feudali di questa tribù di trogloditi. Noi sovrani illuminati siamo sempre così incompresi... Il problema del corrispondente sacrificio economico è del resto assolutamente irrilevante, a condizione che la degustazione della suddetta bevanda sia completa e senza riserve, e possa essere rinnovata a data da stabilirsi. I qui presenti componenti di questa unità abitativa forestale sembrano apprezzarne le caratteristiche organolettiche, l'aspetto lievemente rosato e la consistenza frizzante. - Il capo indio terminò la spiegazione con un rutto fragoroso. Corrado e Nicola lo guardavano con aria interrogativa. Dovette intervenire Zami per spiegare:
- Sta dicendo che una qualche società americana glie ne regala una quantità fissa ogni venerdì, a condizione che gli indios l'assaggino, e che del resto a loro piace. - tradusse.
- E da quanto tempo va avanti questa regalia? - chiese Nicola.
- In maniera più o meno approssimativa potrei indicare il termine di tre microunità amministrative meno che annuali. - rispose l'indio.
- Sono ormai tre lune... - sospirò la madre di Zami.
- Tre mesi. - tradusse Zami.
- Uhm, tre mesi... è più o meno da quando è scomparso il coleottero, non è così? - considerò Nicola.
- La risposta a questo quesito è indubitabilmente positiva. - osservò il capo tribù.
- Mi sembra peggiorato - osservò Zami.
- Pensaci bene. E' già accaduto altre volte che il linguaggio di tuo padre si facesse più incomprensibile in concomitanza con le consegne di questa roba? - chiese Nicola.
- E' possibile. Non saprei dirlo con esattezza, - rispose Zami - ma senz'altro è possibile. -
- Dobbiamo assolutamente controllare da dove venga e quali siano gli ingredienti di questa schifezza, e speriamo che sia prodotta nelle vicinanze! Dobbiamo anche cercare di parlare con i chimici dello stabilimento. Se è importata sarà più difficile trovarli, e soprattutto più costoso, ma se è prodotta qui non dovrebbe essere difficile localizzarli. Si tratta soltanto di un indizio, ma non possiamo trascurarlo. -
- E la spedizione governativa? - chiese Oliviero.
- Niente paura. Dormono. - gli rispose Zami.
Dall'alto del promontorio potevano infatti controllare il piccolo accampamento della "troupe" italiana. Avevano dimenticato il televisore acceso, pur avendo tolto l'audio, e Corrado pensò che il giorno seguente avrebbero avuto le batterie scariche. Scese verso di loro, spense il televisore e tornò sui suoi passi. Dormivano così pesantemente che non si erano accorti di nulla. Attorno alla tenda giacevano disseminate nella sabbia diverse bottiglie di Autan.
Capitolo Dodicesimo: DONATELLO
Donatello stava sognando di essere a scuola, e di giocare agli indiani. I suoi compagni l'avevano legato e pestato, erano brutti e cattivi, e adesso volevano fargli ancora del male. Donatello gridava loro inutilmente di smettere, perché adesso lui era diventato avvocato, e lavorava per il Ministero dell'Interno, ma loro l'avevano legato a un palo e gli giravano attorno ululando, tutti travestiti da indiani, con delle pitture sul viso. Donatello gridava che avrebbe raccontato tutto alla mamma, ma loro non si fermavano.
Quando si svegliò si sentì tutto indolenzito e percepì una fitta alla schiena, provò ad alzarsi, ma si accorse di essere legato, e questa volta non era un sogno. Si trovava in una grotta di vaste dimensioni vicina al villaggio, ma più all'interno rispetto alla costa. Sulle pareti c'erano dei graffiti piuttosto estesi, e si ricordò l'ultima cosa che stava facendo: stava inseguendo la ragazzina, la figlia del capo indio, poi qualcuno l'aveva assalito alle spalle, l'aveva legato, e gli avevano soffiato in faccia quella polvere verde che usano gli stregoni indios per le anestesie, lui aveva perso conoscenza e aveva cominciato a sognare. Era strano, tutti quei fantasmi che lo avevano perseguitato durante il sonno, era come se li conoscesse, alcuni avevano la sembianza di idoli Maya, altri li aveva già visti, ma dove? Forse nei libri. Donatello era un gran divoratore di libri. Per fortuna da piccolo aveva fatto il boy-scout. Così non gli fu difficile sciogliersi dai nodi che lo tenevano legato. Ma non si mosse. Voleva prima accertarsi che non ci fosse nessuno di guardia. La caverna era deserta, le braci di un minuscolo falò stavano spegnendosi in un angolo. No, non c'era nessuno di guardia all'entrata.
Scivolò lentamente verso la parte opposta a quella del villaggio indio, inoltrandosi senza accorgersene verso l'interno. Era tranquillo, l'isola era piccola, se fossero stati sulla terraferma avrebbe avuto paura di perdersi nell'immensa foresta amazzonica, ma quest'isola era proprio troppo piccola per potersi perdere, al massimo avrebbe sconfinato nel territorio del villaggio vicino. Prima di partire aveva letto svariati libri per prepararsi alla missione, e quasi quasi era felice di questo piccolo contrattempo, che gli dava la possibilità di esplorare con calma quei luoghi che fin'ora gli erano apparsi soltanto attraverso la carta stampata. In fondo aveva sempre tollerato di malavoglia l'arroganza di Giantò e le sue pretese di comando. Giunse così a un altro villaggio indio, erano una decina di capanne costruite quasi a casaccio, con una disposizione solo vagamente circolare, in una radura della foresta. Nel centro del villaggio sembrava stesse svolgendosi una cerimonia sciamanica. Un ragazzo stava disteso, immobile, mentre altri uomini adulti dipingevano con attenzione il suo corpo con disegni ed arabeschi. Dall'altro lato, un gruppo di donne adornava con penne e con disegni simili il corpo di una ragazza. Uno che sembrava lo sciamano teneva in pugno un lungo bastone, sormontato da un teschio, e vicino a sé vari coltelli di ossidiana. Un terzo gruppo più discosto produceva musica, con tamburi e con flauti d'osso che parevano essi pure ossa umane.
Una pietra scolpita raffigurava una divinità mostruosa, di fronte alla quale era imbandito un banchetto, composto di frutta, carne e focacce di mais. C'erano dei profumi strani nell'aria, forse delle resine che lo sciamano aveva versato nel fuoco, e Donatello non seppe più resistere... un sonoro starnuto avvertì gli indios della sua presenza. Si trovò circondato da persone che molto evidentemente non parlavano la sua lingua, e per un attimo fu nel panico, poi un giovane adornato di piume, con una strana collana composta di diversi elementi: pietre, piume e tappi di coca-cola, gli rivolse la parola in portoghese, poi in spagnolo quasi corretto, e di fronte alla sua perplessità gli ripeté la frase in inglese. Donatello era soltanto interdetto.
- Quem? Oi! Como è seu nome? Quién es Usted? Què quieres? Who are you? What do you want? Voce^ entende?-
- Io... non parlo portoghese... - balbettò Donatello.
- Tu italiano? - chiese allora quello. Donatello sempre più stupito abbozzò una risposta affermativa. L'altro si mise a ridere.
- Io fatto pulizie in tanti uffici in vostro paese, - gli disse.
Donatello era sempre più strabiliato. Ora che lo guardava con più attenzione poteva notare qualche altra stranezza nel suo abbigliamento, fra cui un perizoma costruito con i resti di quella che una volta doveva essere una maglietta Lacoste. E poi a guardarlo meglio non doveva essere così giovane. I capelli erano striati di grigio, e aveva molte rughe sul volto.
- Mi chiamo Etzalqualizli, che in nostra lingua significa "zuppa di fave", perché quando io nato stava buona annata. Ma per te troppo difficile pronunciare. Quindi possibile tu chiami me Mario. Ora io tornato casa, ma ricevo ancora pensione da Inps. Io vado ritirare a consolato italiano. Io sono fortunato, io sempre trovato lavori regolari, mi pagavano contributi. Questo era prima... Beh, non importa. Che fai qui? Di solito tua gente non viene da queste parti. - Gli altri si erano un po' allontanati, aspettando evidentemente l'esito di quel colloquio che sembravano non capire.
- Io mi chiamo Donatello, è difficile da spiegare, diciamo che faccio parte di una missione scientifica del governo italiano, e veramente mi sono perso. Spero di non avervi disturbato, - concluse balbettante e quasi patetico.
- No, non esattamente. Solo che ora sei qui e dovrai restare fino a fine. Questa è cerimonia importante. Celebriamo nello stesso tempo la nascita di fiori e le nozze di questi due giovani. Tu ormai sei entrato in cerchio, se ti lasciamo andare questo porterà sfortuna. Non c'è nessun dubbio: ora che sei qui devi rimanere fino a fine, e partecipare in cerimonia. Non possibile essere soltanto spettatore, anche questo porta sfortuna. Tu devi rispettare nostre usanze. E non cercare andare via per conto tuo. Questo ti porta molta sfortuna, - aggiunse un po' ironico accennando in modo molto significativo a un coltello dalla lunga lama che Donatello non aveva ancora visto, e che pendeva dalla sua cintura - in altri tempi tua partecipazione ha natura molto diversa, ma gesuiti abolito sacrifici umani, e anche noi non più abituati mangiare uomini... sarebbe indigestione. -
Donatello a dire il vero era più incuriosito che spaventato, e non pensava proprio di scappare.
- Ma quanto durerà? - chiese.
- Oh, non più che una settimana. - rispose l'altro.
Donatello ebbe un lieve moto di disappunto, ma si seppe contenere; pensò che così facendo non avrebbe potuto aiutare i suoi compagni, e che questi lo avrebbero cercato inutilmente, ma poi si ricordò che la permanenza necessaria per la missione era stata stimata di circa un mese. Non avrebbe perso molto, li avrebbe raggiunti alla fine della cerimonia. Che si arrangiassero un po' loro a cercare il coleottero. All'inizio certo aveva avuto mire sulla bionda, ma poi era apparso chiaro che Giantò aveva le medesime mire, e Donatello sapeva che non era il caso di mettere in discussione la gerarchia. E poi... non era un rito di fertilità questo? Da quanto si ricordava dai libri letti prima di partire, talvolta i riti di fertilità avevano degli aspetti anche piacevoli... chissà se anche gli ospiti vi erano inclusi?
Venne condotto al limitare del fuoco, e abbigliato in maniera più consona alla cerimonia. Bisogna dire che dovette insistere parecchio per conservare almeno i calzini, perché proprio non era abituato a camminare con i piedi nudi, e là attorno era pieno di sassi troppo aguzzi. Gli indios lo guardarono con evidente disprezzo, ma alla fine accondiscesero al compromesso.
Capitolo Tredicesimo: FINE INGLORIOSA DI UNA SPEDIZIONE
Quando si svegliarono, i componenti della spedizione governativa si accorsero subito che era una giornata no. Gli indios non li degnavano di uno sguardo, i "turisti" milanesi erano spariti, il caffé liofilizzato dato loro in dotazione dal ministero era imbevibile, mancava l'acqua corrente, stavano per finire i soldi. Giantò si attaccò al telefonino. Gli passarono il ministero.
- Pronto, devo parlare con il responsabile dell'Ufficio Trasferte. Come sarebbe non c'è? Ma mi faccia il piacere! D'accordo gli dica che ho chiamato. Mi chiamo Cappelli. Grazie. -
- Pronto? No, ho detto l'ufficio trasferte, non l'ufficio "Offerte", no, non sono il responsabile della "Caritas". Mi passi per favore l'ufficio TRASFERTE. Come? Il telefono non è abilitato? Devo rifare il numero? Vabbé... -
- Pronto? Devo parlare con l'Ufficio Trasferte... Pronto sei tu Carlo? No? E' stato trasferito? C'è un nuovo capufficio? Me lo passi. Pronto? Sono Gianantonio Cappelli. No, non mi occupo di agibilità. Non ha presente la mia pratica? Giancarlo non le ha spiegato? Devo ritelefonare fra quindici giorni? Ma dov'è la mia pratica? Io devo sapere se avete fatto un pagamento. Devo richiamare fra quindici giorni? Facciamo almeno una settimana! Guardi, richiamo fra una settimana.- Giantò spense costernato il telefonino, e guardò uno per uno i membri della spedizione, rendendosi conto che la sua autorità stava venendo meno.
- Non sanno niente, - disse - c'è un nuovo capufficio. E non sa dove sia finita la pratica. Dobbiamo arrangiarci.-
- Ci sono rimasti benzina e soldi sufficienti per raggiungere Macapà, - osservò Vincenzo, - ci conviene approfittarne, se non vogliamo vivere di cacciagione.-
- Io sono contro la caccia. Sono anche iscritta alla Lega Ambiente! - protestò veemente la brunetta.
- Già! - bofonchiò Giantò, il quale era stato avvertito che avrebbe dovuto portarsela dietro e tenersela buona, perché era un prezzo politico da pagare alle opposizioni. In compenso gli avevano garantito che non c'era veramente da preoccuparsene perché l'incompetenza della ragazza era tale che non avrebbe distinto una tapioca da un ananas, e quanto agli insetti ne era semplicemente atterrita. Pare che il viaggio le fosse stato consigliato dal suo psicoanalista, appunto per liberarsi dalla fobia degli insetti.
- Io ho finito le sigarette. - piagnucolò la bionda. Il maialino stava facendo del suo meglio per smontare l'accampamento.
- Non sarebbe meglio che mi deste una mano? - grufolò.
Si arrangiarono come meglio poterono, e in una mezz'oretta avevano terminato. Caricarono tutto sulla jeep e andarono all'imbarcadero, per attandere il battello che li avrebbe portati a Macapà, il centro abitato più vicino, dove speravano di poter sperimentare l'effettiva solidarietà degli immigrati italiani.
- L'immigrazione italiana in Brasiile risale al 1836, quando arrivò il primo nucleo di 180 immigranti, - spiegava Giantò nel tentativo di prendere tempo, e di sopperire con la didattica al calo di autorità che sentiva di avere avuto da quando si era chiarito che i finanziamenti non sarebbero arrivati tanto presto - in seguito ebbe alterne vicende. Gli italiani risultarono per lungo tempo il secondo gruppo di immigranti europei, preceduto soltanto dai portoghesi, e a volte superando perfino questi, finché fu scavalcato dall'intensità dell'immigrazione giapponese e polacca. Si tratta ormai di immigrati di terza o quarta generazione, perfettamente inseriti, anche se qualche sporadica ondata non ha mai cessato di beneficiare della presenza di nuovi compaesani le amene coste di quest'isola di delizie, e troveremo facilmente dei compatrioti ben disposti, felici di offrirci un piatto di minestra e un po' di aiuto. Magari un posto da sguattero in pizzeria! -
Giantò stava scherzando, non sapeva quanto le sue parole si sarebbero rivelate profetiche.
- Ecché lavorate per il governo? - chiese un baffuto pizzaiolo dall'inconfondibile accento siciliano, - Baciamo le mani a Voscienza. Trasite, trasite, ecco, per di qua, ci ho giusto bisogno di un aiuto per il pizzaiolo. E le ragazze possono servire ai tavoli! Anche il cugino mio, che è il padrone del ristorante qui affronte ci ha giusto bisogno di un aiuto. Venite, venite, trasite, fate pure come foste a casa vostra, s'accomodassero. Una mano ai compaesani non si rifiuta. Naturalmente non vurriave essere pagati, ma putissero mangiare aggratis tutti gli avanzi, e per voialtri è possibile dormire sotto i tavoli. Ecche è? Siamo tutti compaesani! Trasite! - disse adocchiando anche lui (tanto per cambiare) la bionda. La bruna, che si chiamava Angela, e non era né brutta né bella, era piuttosto scocciata. Ma chi si crede di essere questa tizia? Ci avrà le chiappe al miele?
Gli italo-brasiliani della piccola "Little Italy" di Maracà erano fra i più agguerriti fra quelli che facevano capo al consolato di Brasilia. Da anni chiedevano il diritto di votare in Italia, organizzando puntualmente una raccolta di firme e portandole al console. Non gli era parso vero di poter disporre di un inviato ministeriale praticamente a loro disposizione a cui poter fare le loro rimostranze direttamente! Giantò si provò inutilmente a spiegare che loro lavoravano per un ufficio che non era competente per quanto riguardava il loro problema, e che difficilmente avrebbero potuto fare qualcosa.
- Ma ccome? Nun travagliate pe' u Ministero degli Esteri? - esclamò il cugino salernitano dirimpettaio del pizzaiolo baffuto, - E' cchillo llì che c' indirizziamo le petizzioni! U sacciu pecché songo io che me ne occupo. Allo', statem' a sentì...- E così dovettero far conoscenza con le immagini sacre della piccola comunità, con i santi protettori locali, con le statue di Santa Rosalia cui gli indigeni offrivano ora gli stessi sacrifici prima riservati a Tlazolteotl, la madre Terra; furono introdotti alla presenza della nuova effigie della Madonna, quest'ultima aiutata da un'aquila, simbolo della vecchia dea, a schiacciare con il piede la testa del Maligno. Si sorbirono anche una visita alla scuola locale, alla maestra che insegnava italiano, spiegando Ariosto con l'aiuto di un Bignami che a occhio croce risaliva a un'epoca anteriore alla Grande Guerra. Aggirandosi fra i banchi, a Giantò era sembrato di sentire una voce (ma forse aveva le allucinazioni) che aveva cantato per tutto il tempo "Funiculì Funiculà". Ed ecco arrivare lo zio della maestra, con la richiesta di sveltire l'assegnazione della pensione dello zio Franco, che aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale, ed era stato decorato con medaglia d'argento...
Giantò rispondeva di si a tutti, cercando di guadagnare tempo, avendo ormai rinunciato a spiegare chi era. Oramai sia Vincenzo che il maialino lo guardavano con visibile compassione, mentre solo la brunetta si ricordava di chiedergli come di sfuggita:
- Chissà dove sarà finito Donatello?-
- Donatello? - si stupì Giantò che effettivamente si era dimenticato di lui.

Capitolo Quattordicesimo: DI MALE IN PEGGIO
Donatello, dato per disperso, sembrava ormai l'ultimo dei problemi. Erano passati dieci lunghissimi giorni, durante i quali la spedizione di Giantò non aveva fatto nemmeno il più piccolo passo avanti. Tutti oramai lavoravano come dei disperati a servire pizze, lavare i piatti, pulire per terra, i pizzaioli locali si erano rivelati degli autentici schiavisti, sembravano felici di poter avere qualcuno su cui sfogarsi dopo i lunghi silenzi, le lunghe attese, sempre frustrate, che qualcuno al Ministero si degnasse almeno di rispondere ai fax e alle lettere inviati. Dieci lunghi giorni... la stagione turistica frattanto era in pieno svolgimento, per loro fortuna, e Giantò dopo qualche tempo fu in grado di contrattare almeno un alloggio con bagno e una paga oraria per le ragazze, che avevano dovuto adattarsi a servire pizza ai tavoli anche fino alle due di notte, domeniche comprese. Gli uomini invece non sapendo fare la pizza e non conoscendo il portoghese erano piuttosto svantaggiati, così avevano dovuto accontentarsi di quello che era stato loro offerto, lavori di facchinaggio in genere.
Poi per un momento sembrò possibile rintracciare Giancarlo al Ministero:
- Pronto, sei tu Giancarlo? No, non ci siamo persi, è la pratica che si è persa. Ma tu sai se sia stato fatto il pagamento della seconda rata dell'indennità di missione? No? Ma che cavolo fate là al Ministero? Manca la firma dell'autorizzazione? E perché? Il Ministro è fuori sede? E quando torna? Alla fine del mese? Ma se siamo soltanto al 10 di agosto! E lo so anch'io che fra un po' è ferragosto! Vabbé, cercheremo di aspettare fino alla fine del mese. No, non lo abbiamo trovato. Stiamo lavorando in pizzeria! Dove cavolo lo troviamo il tempo per fare le indagini!????! No, non mi arrabbio, certo, lo sapevo che era una missione difficile. No, non importa. Certo, aspetteremo la fine del mese. No, guarda, non mi far perdere tempo, che gli scatti del telefonino saranno anche rimborsabili, ma per il momento li pago io. Ciao.-
Prima o poi avrebbero tagliato anche il telefonino: semza l'accredito ministeriale i fondi sul conto corrente di Giantò non sarebbero stati sufficienti in eterno a coprire la bolletta!

Capitolo Quindicesimo: ALLA RICERCA DELLA RIBOLUZINA
Nel frattempo Nicola, Corrado e Oliviero, passata la festa della bevanda rossa, si erano dati da fare per risalire alla sua origine. Nicola guardava l'accampamento della missione governativa, deserto e abbandonato di fronte a sé, non sapeva cosa fosse capitato alla spedizione di Giantò e si chiese quanto tempo avesse ancora a disposizione per salvare l'umanità. Anche il fatto che Donatello fosse misteriosamente scomparso dalla grotta dove l'avevano lasciato legato era preoccupante.
Il sole era già alto quando Nicola indisse una riunione consultiva, per stabilire con i suoi amici il da farsi. Mentre attendevano, Corrado si era messo ad accordare il violino, e Giovanni, il coleottero volonteroso, era uscito dalla cassa armonica per sgranchirsi le elitre. Oliviero aveva dormito male, e aveva gli occhi pesti, cominciava a sentire un po' di nostalgia di casa. Zami si era vestita all'occidentale, con un paio di calzoncini e una maglietta, da qualche parte aveva anche scovato un orologio, per abituarsi alla sua nuova immagine. In fondo in Europa non ci poteva mica andare vestita di conchiglie! Si sedettero in circolo sotto una palma, Giulio Cesare ansimava per il caldo.
- Innanzitutto voglio sapere qualcosa di più su questa fantomatica società americana. Come si chiama? Da quanto tempo vi ha contattato? Cosa vuole da voi? - chiese Nicola rivolto a Zami.
- Si chiama "Papaya & Co. Ltd" - rispose lei - sono arrivati nell'isola per la prima volta sei mesi fa. Credo che i loro stabilimenti siano sulla terraferma, ma qui arrivano degli incaricati ogni due settimane. Pare stiano provando la formula di una nuova bevanda, prodotta con ingredienti in parte brasiliani, e prima di lanciarla sul mercato vogliono studiarne tutti gli effetti. Non si tratta di un medicinale, ma di un "soft drink". Così ha detto l'uomo che è venuto a parlare con mio padre. Sembrava un buon affare. Noi dovevamo solo berne la quantità che ci portavano, in genere lo facevamo durante una festa e non ce ne accorgevamo. Non è sgradevole, sa di mango, di papaya, di limone, dipende, il gusto cambia tutte le volte, perché non sono ancora sicuri della ricetta. Quello che non cambia mai sono il colore rosso e le bollicine. Poi è sparito il coleottero, e quella è diventata per noi la preoccupazione maggiore. Credevamo che la puntura dello zebrato desse effetti permanenti, ma invece mio padre ha cominciato a straparlare, e nella tribù si sono verificati disordini e crisi, qualcuno ha detto che mio padre non era più adatto a fare il capoclan, e ha cercato di prendere il suo posto, ma poi ha cominciato a straparlare anche lui e ha dovuto lasciar perdere. I vecchi sono convinti che ci sia una maledizione su di noi. Intanto degli altri uomini bianchi hanno cercato di convincerci a cambiare territorio, a spostarci più nell'interno. Dicono che vogliono costruire degli stabilimenti balneari. Se continua la confusione gli anziani finiranno per accettare, nella speranza di far cessare la maledizione. -
- E' abbastanza chiaro - disse Nicola, guardandola con occhi color pervinca, perché si era messo delle nuove lenti a contatto - anche se per ora è soltanto un'ipotesi mi sembra chiaro che nella bevanda rossa... a proposito, come si chiama? -
- La chiamano "Riboluzina" - disse Zami.
- Bene, può darsi che nella riboluzina sia contenuto un antidoto alla puntura del coleottero. Può anche darsi che sia per caso, o può darsi che questi tipi della "Papaya & Co" siano in combutta con quelli che vorrebbero costruire gli stabilimenti balneari sul vostro territorio. E' quello che dovremo stabilire. La fabbrica dove si trova di preciso? -
- Questo non lo so, so soltanto che non è sull'isola, ma sulla terraferma, da qualche parte all'interno della foresta amazzonica, ma non so dove di preciso. Potreste chiederlo a loro però. Domani verranno di certo a ritirare i vuoti. Ci tengono molto a non lasciare vuoti in giro, non certo per paura dell'inquinamento, però temono che la concorrenza scopra le loro intenzioni. Dicono che il fattore sorpresa è determinante per conquistare il mercato. -
- E tu come sai tutte queste cose? - chiese indispettito Oliviero, che si sentiva messo da parte, e vicino a Zami sentiva di fare la figura del ragazzino.
- Sono sempre presente quando vengono a parlare con mio padre, e poi ho buone orecchie, - rispose semplicemente Zami.
- Benissimo, - concluse Nicola - domani aspetteremo questa gente, e cercheremo di farci portare allo stabilimento. Dobbiamo parlare con qualcuno dei chimici.-
- Può darsi anche che siano in perfetta buona fede e che non si rendano conto dello sconquasso biologico che stanno provocando. - azzardò Corrado. - E poi non siamo neanche sicuri che sia colpa loro. -
- Quando credi che verranno? - chiese Nicola a Zami.
- Probabilmente domani mattina. -
- Bene, la riunione è finita. Tenetevi pronti per domani mattina. - concluse Nicola alzandosi. Sembrava non ci fosse altro da fare per quel giorno. Corrado e Oliviero ripresero a provare dei pezzi, ma Oliviero era stanco e dopo cinque minuti si addormentò sotto una palma, Zami andò a prepararsi per il giorno successivo, mentre Giovanni si riposava sotto un mango. Dal mare veniva una brezza leggera, che faceva stormire le foglie degli alberi a ridosso della spiaggia.

Capitolo Sedicesimo: INCONTRO CON LA "PAPAYA & CO"
Nella questione della riboluzina, la "Papaya & Co" ci andava con i piedi di piombo. Non per nulla la direzione dell'impresa era stata affidata a lui: Andrew Gould Smith, il brillante rampollo di una delle più antiche e facoltose famiglie del New England. Il suo bis-tris-nonno commerciava con le Indie occidentali al tempo in cui Rockefeller non era che un ladro di polli. Si trattava della più grossa speculazione sul mercato alimentare dai tempi dell'invenzione della Coca Cola. Tutti i sondaggi sembravano concordare: il mercato della Coca-cola era saturo, e le ricerche avevano portato all'individuazione di una nuova fascia di potenziali consumatori di una bibita con le caratteristiche uguali a quella che lui andava progettando. Il Direttore Generale della "Papaya & Co Ltd", l'aveva invitato a cena, dopo la riunione al quartier generale della società, a Edison nel New Jersey, e dopo cena si era ritirato con lui nell'ampio studio della sua abitazione, era stato allora che gli aveva spiegato la strategia dell'operazione:
- Vedi ragazzo, - gli aveva detto accendendosi un sigaro e offrendogliene uno che lui aveva accettato per pura cortesia, - sono venuti meno gli stimoli subliminali destinati al pubblico americano, e volti a stimolare in quest'ultimo una reazione automatica di ostilità al rosso, una reazione destinata a rafforzare l'"anticomunismo viscerale" necessario in tempi di guerra fredda. Ma ora non più! Il crollo del muro di Berlino ha portato ad un inconscia caduta del fattore K nel campo della ristorazione, in altri termini, una bibita di colore rosso sarà ora molto più gradita all'americano medio di quanto lo sia stata fino ad ora, e soprattutto sarà preferita rispetto a quell'indefinito colore "africano" della vecchia bevanda, la Coca-cola. Se in passato il consumatore sarebbe stato inconsciamente respinto dall'acquisto da un residuo di maccartismo, ora quelle stesse fasce di consumatori sono pronte per lanciarsi sul nuovo prodotto, che dovrà avere però degli ingredienti sudamericani, per essere "politicamente corretto". -
- Politicamente corretto? - aveva chiesto Andrew che non era sicuro di aver capito bene.
- Si, certo, - aveva spiegato il megadirettore aspirando lentamente qualche boccata dal suo sigaro - la correttezza politica è necessaria ogniqualvolta si lancino messaggi o slogan di massa, ovverosia: in privato io posso stuprare bambini neri una volta alla settimana, ma nel momento in cui farò una campagna pubblicitaria per una marca di maglioni, io farò in modo che negli spot pubblicitari bianchi e neri si abbraccino il più frequentemente possibile, e farò in modo di dichiarare il carattere antirazzista dei nostri maglioni. Chiaro il concetto? -
- Beh, credo di si. - aveva risposto educatamente Andrew.
- Guarda: ti faccio un altro esempio, queste femministe rompicoglioni ci hanno rotto il cazzo per anni che vogliono la parità dei diritti. Il risultato: la famiglia media americana è in pezzi, ma non si può dar loro torto in pubblico. Bene, in quest'azienda tutte le donne hanno dei tranquilli posti di segretaria, interprete, vice-qualcosa. C'è una sola donna dirigente di settore, ed è nel reparto abbigliamento, ma quella è la mia amante e non fa testo. Bene, per vendere le nostre auto, al contrario, la nostra campagna pubblicitaria è la più progressista del settore: lo spot mostra infatti un'auto di enorme cilindrata, con autista, mentre va a prendere una dirigente generale, all'uscita di una riunione di vertice. Questo allontana da noi molta ostilità, comprendi? -
- Già, già, - disse Andrew che cominciava a capire. Di "correttezza politica" aveva sentito parlare anche quando era uno studente all'università, ma allora non aveva capito cosa fosse, e poi lui non era certo il tipo da farsi prendere in mezzo dalla politica: ai tempi del college pensava più che altro ad andare a sciare, ed eventualmente alle ragazze.
- Bene, - riprese il megadirettore - in questo momento un'immagine "liberal" vende di nuovo, e noi useremo questo stato d'animo dei nostri consumatori per vendere la nostra bibita. Hai capito? -
- Credo di si, signore. -
- Vedrai, vecchio mio - disse il megadirettore che si era alzato in piedi girando attorno alla scrivania e battendogli una pacca amichevole sulle spalle - faremo concorrenza a Ben & Jerry!-
- Ben & Jerry? - chiese Andrew?
- Certo, ne hai mai sentito parlare? -
- Beh, si certo, è una marca di gelato, e anche un ingrediente classico delle feste dei colleges. Lo fanno in Vermont, se non sbaglio. -
- Esatto, i signori Ben e Jerry esistono veramente, negli anni sessanta erano due liberals molto arrabbiati, marce per il Vietnam e roba simile. Poi si sono ritirati in Vermont, e sono divenuti industriali del gelato, una delle migliori marche del nostro paese, ma continuano ad usare le confezioni per diffondere slogan o prendere posizione ogni volta che c'è una qualche battaglia sui diritti civili. L'ultima volta credo che abbiano invaso i supermercati con delle confezioni inneggianti al salvataggio della foresta amazzonica. E' il gelato più progressista d'America, ma soprattutto è anche fra i più venduti. Ma tu in che mondo vivi? -
- Ma, signore, certo io non ignoravo tutto questo, soltanto volevo essere sicuro di aver capito bene gli scopi della missione. Lei infatti ha esposto il problema in assolutamente impeccabile. - mentì spudoratamente Andrew. Il Direttore Generale gli parve rassicurato.
- La nuova bevanda, - aveva proseguito quest'ultimo - potrà diventare il simbolo della nuova era, affiancare il programma riformatore dei Billary (Bill e Hillary Clinton), potrebbe inaugurare sul piano simbolico-alimentare una nuova era di liberalismo. Ma dobbiamo muoverci però, c' è il rischio che i democratici perdano le prossime elezioni. La formula sarà segretissima, e il lancio preparato con cura, quando i tecnici alimentari si saranno decisi per la ricetta definitiva. Nel frattempo gli esperti del settore hanno scoperto questa incredibile corrispondenza fra l'inconscio del consumatore medio del Bronx e quello di questa sperduta tribù india dell'isola di Maracà, e anche questa è una notizia da non sottovalutare. Facendo esperimenti su di loro non rischieremo di compromettere la segretezza della missione, e non dovremo avere a che fare con l'ufficio d'igiene di New York, già oberato di richieste d'autorizzazione. - Avevano brindato un'ultima volta alla riuscita della missione, ed Andrew si era congedato abbastanza presto, per aver tempo di meditare su quanto aveva appreso. Da allora tutto era andato a gonfie vele. Anche per questo Andrew rimase molto stupito quando, arrivato allo sciabono degli indios di Maracà, parcheggiando il camioncino per ritirare i vuoti, in attesa di poter conferire con gli anziani della tribù per i soliti riscontri sulla preferenza dei consumatori, venne avvicinato da un gruppetto di sconosciuti, che non sembravano neanche del posto: una comitiva di due uomini, di cui uno con un violino, un ragazzino pure munito di strumento, un cane di enormi dimensioni con una specie di pulce gigantesca che gli ronzava attorno, e una ragazzina india che, malgrado questa volta fosse paludata in abiti occidentali, Andrew riconobbe subito come la figlia del capoclan.
- Permette due parole? - lo apostrofò Nicola Lo Zoppo.
- Ma naturalmente, in che posso esservi utile? - rispose molto cordialmente l'altro che nella vita aveva imparato a non prendere mai il toro per le corna.
- Vorremmo sapere dove si trova il vostro stabilimento, e possibilmente parlare con i vostri chimici. - rispose Nicola senza preamboli. - Ci troviamo di fronte a un problema complesso, che mi sarà possibile spiegare completamente soltanto a persone assolutamente competenti. -
- Ma sono io! Voglio dire... vi trovate di fronte al responsabile e direttore delle operazioni della "Papaya & Co" in territorio brasiliano! - rispose lui. - Si può sapere intanto come siete arrivati a conoscenza delle nostre attività? - chiese visibilmente preoccupato.
- Come può immaginare. - rispose sbrigativo Nicola accennando a Zami, - Ora questo dev'essere assolutamente chiaro: non ci interessa affatto quello che fate qui e quanti soldi volete fare alle spalle di questa gente. L'unica cosa che ci interessa è la ricetta del vostro preparato chimico, e magari la vostra collaborazione nell'individuare l'ingrediente neutralizzante la puntura del coleottero zebrato. -
- Cosa? Cosa? - trasecolò Andrew Gould Smith, trovando la cosa assolutamente pazzesca.
- Facciamo così: voi ci date un passaggio verso il villaggio, intanto noi ci chiariamo le idee ed io cercherò di spiegarmi meglio. -
Andrew Gould Smith giudicò che come sistema di spionaggio industriale era alquanto fantasioso, era improbabile che lavorassero per la concorrenza, ma comunque avrebbe fatto meglio a tenere d'occhio quello strano gruppetto di fanatici... a meno che non fossero delle spie dei tupamaros... ma no, quelli stavano in Uruguay, doveva aver fatto un po' di confusione, aveva fatto un corso sul terrorismo sudamericano al college proprio prima di partire, e confondeva sempre i luoghi delle operazioni. Comunque tanto valeva fingere di collaborare, almeno per il momento. Accettò così di trasportarli fino al centro abitato.

Capitolo Diciassettesimo: IL VIAGGIO, LA FABBRICA, E RICK GARF
Un battello privato dondolava nella darsena, attendendo il gruppo dirigente della "Papaya & Co Ltd", per portarlo sulla terraferma. Si trattava di un grosso motoscafo, che avrebbe potuto facilmente essere scambiato per un panfilo di lusso, uno dei tanti yacht da crociera di proprietà di qualche miliardario, innalzante bandiera panamense. Il viaggio durò quattro ore, durante le quali il cuoco di bordo servì loro dei rinfreschi e la colazione: succulente "huevos rancheros" con caffé americano e succo d'arancia. Dal momento in cui fossero giunti a terra avrebbero dovuto marciare una giornata intera per raggiungere il laboratorio e la fabbrica, che si trovavano ben dissimulati fra la vegetazione dell'interno e protetti dalla foresta amazzonica. Ma la sorpresa maggiore li attendeva sulla terraferma, appena sbarcati a Macapà.
- Ci facciamo una pizza prima di addentrarci nella foresta? - propose amichevole Nicola tanto per ricambiare l'ospitalità di Andrew.
- D'accordo. - disse questi che voleva studiarseli ancora un po' prima di portarli alla fabbrica. Sempre che poi avesse deciso di portarceli, potevano anche avere un incidente e finire in bocca ai pirana prima di arrivarci, pensò. Entrati al "Baffo d'oro" Nicola poté constatare di persona l'impasse in cui si era arenata la spedizione di Gianantonio. Corrado apprezzò molto la pizza servita dalla bionda di cui abbiamo già parlato, trovava che la "mise" da cameriera le donava molto, e lasciò una mancia molto generosa, promettendole di tornare presto. Nicola aveva intravisto il maialino che lavava i piatti nel retrobottega, ma si astenne dal fare commenti, e proseguirono il viaggio molto più sollevati. Andrew era indeciso sul da farsi, aveva ascoltato da Nicola la storia del coleottero, e aveva concluso che molto difficilmente quella storia incredibile avrebbe potuto essere una macchinazione della concorrenza, o un maldestro tentativo di carpire un segreto industriale. Non riteneva i suoi avversari capaci di tanto, e soprattutto non li riteneva così sprovveduti da affidare un incarico del genere a quella specie di armata Brancaleone. D'altra parte divulgare il segreto della composizione chimica della Riboluzina significava compromettere irrimediabilmente l'esito commerciale dell'impresa. Questa soluzione era senza dubbio da escludere. Avrebbe chiesto consiglio a Dick Garf, lo scienziato che dirigeva il laboratorio. Intanto poteva soltanto prendere tempo. Nicola dal canto suo si era accorto di non avere la piena fiducia di Andrew, ma sperava ugualmente di convincerlo a collaborare. D'altra parte non desiderava affatto venire a conoscenza dell'intera formula chimica della bevanda, ma soltanto scoprire l'ingrediente capace di reagire alla puntura del coleottero. Il resto non lo riguardava, né riusciva a entusiasmarsi per la portata "rivoluzionaria" o "liberatoria" del potenziale dei consumatori newyorkesi. Non che ce l'avesse con loro (i consumatori newyorkesi), ma dopo aver passato alcuni anni nelle carceri nostrane per reati di favoreggiamento di alcune bande terroristiche operanti a livello nazionale, questi "liberals" gli parevano decisamente poco "rivoluzionari", oltre che di scarso peso politico. Quella notte la passarono a Macapà, e ripartirono il mattino dopo. Era quasi l'alba, senza guida sarebbe stato un percorso impossibile, perché la vicina foce del Rio delle Amazzoni creava continuamente acquitrini, fossati, improvvisi avvallamenti del terreno nel quale avrebbero potuto nascondersi delle sabbie mobili, ma con due buone guide indigene e due jeep riuscirono finalmente a raggiungere lo stabilimento, che apparve ai loro occhi all'improvviso, era ben dissimulato fra la vegetazione, piccolo, ben attrezzato; il laboratorio era un vero gioiello tecnologico. Tre stanzoni di venti metri per dieci, attrezzati di tutto punto con tavoli da lavoro che correvano da un lato all'altro della sala, sui quali stavano allineati tutti gli strumenti e gli arnesi di misurazione. Due generatori perfettamente autonomi fornivano l'energia elettrica. Attorno al laboratorio, una trentina di tukul prefabbricati davano alloggio a tutto il personale. Più discosto stava un campo di atterraggio per gli elicotteri che rifornivano la base. Una decina di tecnici addestrati personalmente da Dick Garf sorvegliavano gli esperimenti. Scopo dichiarato alle autorità del paese era quello di studiare il ciclo riproduttivo della "Hevea brasiliensis", una pianta ornamentale senza alcun impiego alimentare. Quando Garf vide arrivare Andrew con quel nuovo gruppo di visitatori mosse loro incontro. Si faceva scrupolo di essere sempre amichevole, con tutti.
- Hello Andrew, I see you brought some friends along! Salve Andrew, vedo che hai portato degli amici! - disse in inglese.
- That's right. See if you are able to understand what is it they are looking for. Si esatto, vedi un po' se ti riesce di capire cosa vogliono. Pare siamo coinvolti nostro malgrado in un piano politico internazionale. Per conto mio spero soltanto che questa grana non mi guasti il lancio promozionale del prodotto. - rispose subito Andrew, frenando a malapena il malumore. Corrado lanciò a Garf un'occhiata diffidente. Quest'ultimo stava studiandoli a sua volta, capiva che Andrew voleva lasciare a lui l'incarico della trattativa, e intuiva anche che era una situazione delicata. La segretezza era essenziale in quella fase del loro lavoro. Dick Garf era un promettente professore dell'Università del Vermont, aveva trentadue anni, e aveva appena ottenuto la conferma della cattedra. Era il più giovane docente del dipartimento, una vera speranza della scienza. Veniva da una famiglia di scienziati, suo padre era stato un luminare di chimica delle superfici all'Università del Connecticut. Ora si godeva la pensione nel suo chalet del New Hampshire. Basso, barbuto, dai modi spicci, Garf nascondeva un' energia particolare, una sorta di carica emotiva che si animava in vista di progetti cosiddetti "a sfondo sociale". Per essere un americano era abbastanza atipico, andava piuttosto fiero della propria conoscenza del francese e del cinese "mandarino", che aveva appreso durante un soggiorno di studio in quel paese. Essendo fra i pochi a conoscere, anche se superficialmente, quella lingua piuttosto difficile, si era fatto una fama di chimico-sinologo che lo aveva reso benemerito a tutti gli studenti cinesi dei suoi corsi. Infatti il personale del laboratorio era costituito per metà da cinesi, tutti suoi studenti o ex-studenti. All'università aveva chiesto un anno di congedo sabbatico apposta per partecipare all' impresa della "riboluzina". Credeva nella proprietà privata, come tutti gli yankee, ma era un vero liberal. Anche la scelta di accettare un incarico nel Vermont, noto luogo di ritiro di tutti gli ex-impegnati sessantottini americani, faceva parte del suo modo di essere "alternativo". In ogni caso manteneva un appartamento al Village in condivisione con un'amica, della quale era segretamente innamorato da anni. Purtroppo era troppo timido per confessarglielo, e poi temeva che lei l'avrebbe deriso. Non era quello che si dice un Adone, Dick Garf. Infatti era piuttosto basso per gli standard americani, ma non per quelli cinesi.
- Bene, in che posso esservi utile? - chiese loro in francese, supponendo che quella lingua fosse per loro più comprensibile perché più vicina all'italiano.
- Glielo spiegheremo subito. - rispose Nicola nella stessa lingua, pensando di lasciar credere loro che non capivano troppo bene l'inglese. Avrebbe potuto tornare vantaggiose prima o poi. - Non c'è un posto dove andare a parlare con tranquillità? - chiese.
- Ma certo che c'è. Venite, da questa parte! Come along! - e li condusse in un piccolo tukul bene arredato, provvisto di tutte le piccole comodità che il luogo poteva offrire. Disse qualcosa ad una ragazza cinese raggomitolata su un divano, questa si alzò e si avviò con indolenza verso il laboratorio, lanciando ai nuovi arrivati un'occhiata incuriosita. Garf estrasse dal frigo tre birre e due lattina di Coca-Cola per Oliviero e Zami, e le distribuì ai nuovi venuti.
- Offrite prodotti della concorrenza? - chiese ironico Nicola accennando alla lattina di Oliviero.
- Bah, non ci formalizziamo! - rispose Garf tranquillamente. - Dunque, di che si tratta? - chiese di nuovo dopo averli messi a loro agio.
- Si tratta di un calabrone - spiegò Nicola - la cui pur lieve puntura sembra rendere immuni dalle deformazioni mentali ideologico-linguistiche della civiltà occidentale, e che per noi
ha un valore inestimabile.- - Lo credo bene! - rispose Garf - Io in Italia ci sono venuto di sfuggita, invitato una volta a fare una conferenza a Firenze, ma per il resto me ne sono fatta una vaga idea ascoltando i racconti degli italo-americani, che sono numerosi, sia di prima che di seconda o terza generazione, oppure parlando con gli scienziati transfughi, numerosi nel mio settore, gente che di fatto ha abbandonato l'Italia per potersi dedicare alla ricerca scientifica sotto la più efficace protezione dei dipartimenti delle università statunitensi. Noi non sapremmo che farcene di un insetto del genere, - aggiunse ironico, - ma immagino che per voi sia questione di vita o di morte. No? - Nicola lo guardò diffidente. Anche lui lo stava studiando, e non era sicuro che sarebbe riuscito a portarlo dalla sua parte.
- Noi avremmo bisogno di un'epidemia di daltonismo, qualcosa capace di rendere gli americani totalmente incapaci di riconoscere il colore della pelle del loro vicino di casa... - concesse Garf - ma non divaghiamo, mi stavate dicendo del vostro calabrone, e che c'entriamo noi produttori della "Riboluzina, la bibita sopraffina"? -
- Ecco, - proseguì Nicola piuttosto rassicurato dal fatto che Garf non sembrasse esattamente il tipo classico dello yankee - il fatto è che il calabrone è scomparso dal villaggio indio dov'era stata segnalata la sua presenza esattamente dopo che sono iniziati gli esperimenti con la vostra bevanda. Gli effetti del cambiamento di linguaggio del capo indio sono divenuti immediatamente visibili a tutti. Sebbene si tratti di una piccola tribù rasenta già il caos e l'anarchia più totale e siccome fino ad oggi gli scienziati avevano ritenuto che il morso del coleottero zebrato avesse effetti irreversibili, ci chiediamo che cosa abbia potuto provocare questi cambiamenti. La "Riboluzina" è soltanto un'ipotesi, naturalmente, ma secondo noi vale la pena di verificarla. -
- Interessante... - osservò pensieroso Garf - ma conosco Andrew. Non vi darà mai quella formula. Chi altri oltre a voi è a conoscenza di questa storia? - Nicola era irritato. - Non m'interessa affatto la vostra ridicola bibita, ma ho intenzione di portare in Italia alcuni esemplari di quel calabrone. Sarà meglio per voi che mi aiutiate a trovarlo, quell'ingrediente, o potrebbero accadere cose spiacevolissime. E non crediate di poterci far sparire da un giorno all'altro. Il Sud America come tutti sanno è una zona politicamente instabile, e diversi nuclei di guerriglia attorno a questa zona sono stati messi in stato di allerta. Se noi sparissimo, il vostro impianto modello non durerebbe una settimana! - Stava bluffando clamorosamente. Garf si era reso conto di essersi sbilanciato troppo. Non c'era motivo di farsi dei nemici, per ora, e poi tutto sommato quei quattro matti gli ispiravano simpatia.
- Non c'è motivo per agitarsi. E poi il Brasile è oramai un paese moderno, non è mica più il tempo dei generali. - disse con calma - Dico soltanto che forse sarebbe meglio che collaborassimo anche noi alla ricerca dell'ingrediente misterioso. Dopotutto ci troviamo nella foresta amazzonica, e non ci sono molti laboratori chimici bene attrezzati oltre al nostro. In questo modo voi non dovreste necessariamente venire a conoscenza della nostra formula, e la nostra posizione sarebbe tutelata. Spero soltanto che Andrew sia d'accordo. -
- Se le cose stanno così non ho nessuna obiezione - disse Nicola finalmente chetatosi, i suoi occhi neri ebbero un lampo di sollievo.
- Bene il che vuol dire che vi tratterrete con noi per un po', vado a farvi allestire un alloggio. Ah, c'è un problema: dovremmo cercare di procurarci qualche esemplare di coleottero, o altrimenti non sapremo da dove partire con gli esperimenti. -
- Questo non è un problema. - rispose Corrado estraendo il violino dalla custodia.
- Ha intenzione di mettersi a suonare? - chiese Dick.
- Non direi. - rispose serio Nicola.
Giovanni era uscito dalla cassa armonica, e si riposava sulla testa di Corrado, muovendo le elitre per stirarsi i muscoli.
- Cos'è? Avete le tarme nel violino? - chiese di nuovo Dick.
- Non è una tarma, è un esemplare di coleottero zebrato, si chiama Giovanni ed ha acconsentito a venire con noi per farsi studiare. Se volete parlare con lui potete farlo attraverso di me. - spiegò Zami.
- Ah, si? - trasecolò Dick Garf che non riusciva a capire se lo stessero prendendo in giro o cosa.
- Si. - rispose semplicemente Zami.
- Beh, intanto vado a prenotarvi gli alloggi, poi finiremo di discutere. - concluse Dick per togliersi da quella situazione imbarazzante. A questo punto era chiaro che da loro poteva aspettarsi di tutto.

Capitolo Diciottesimo LA FABBRICA DELLA RIBOLUZINA
Dick Garf si era dato da fare, e la piccola comitiva dei salvatori del linguaggio naturale era stata alloggiata in un piccolo tukkul dalle pareti fatte di stuoie, costruito ai margini del villaggio. Avevano a disposizione delle comode amache, e un frigorifero pieno di bottiglie di Coca-cola formato gigante. Dal momento che scopo dichiarato della Riboluzina doveva essere proprio quello di rubare mercato all'odiata bibita che rappresentava la concorrenza, Nicola se ne era stupito non poco, ma presto aveva capito l'ambiguità di quel sentimento competitivo. In realtà chiedere ai membri del laboratorio di non bere Coca-cola sarebbe stato come chiedere a Dick Garf di non festeggiare il quattro di luglio. Ad ogni modo non era affar suo. Oliviero si divertiva un mondo, e stava già iniziando l'attacco di un capriccio paganiniano dei più difficili, chiamato "La risata" per la sua somiglianza fonica con una risata umana, quando una stecca improvvisa fece venire la pelle d'oca a tutti quanti, Giovanni corse a nascondersi negli stivali che Nicola si era levato. Nicola lo trasse fuori che tremava ancora tutto.
- Non potresti fare più attenzione? - chiese infastidito a Oliviero.
- Uffa, mi sembri mio padre! - sbuffò questi andandosi a riparare sotto una gigantesca palma, e allontanandosi un poco dal tukkul.
Dick Garf non era un cattivo soggetto, la sua passione per la chimica lo aveva portato ad accettare quell'incarico dal quale non si aspettava per la verità grandi cose, a parte il fatto che non aveva mai soggiornato così a lungo in Brasile, ed era naturalmente curioso. Inoltre la ricerca lo interessava. Sarebbe stato capace di stare sveglio una settimana di fila, se questo fosse servito al buon esito di un esperimento. Non era stata la sete di denaro, ma la tentazione dell'avventura a spingerlo in quest'impresa. Diverso il caso di Andrew Gould. Questi come abbiamo già detto, discendeva da una delle famiglie del New England più antiche e più snob, si era iscritto a Harvard perché così aveva voluto suo padre, ma presto si era stancato, e aveva insistito per continuare gli studi in scienze forestali all'Università del Vermont. Non certo per amore delle foreste, ma piuttosto per quello dei campi da sci. Aveva sentito dire che quella era una "party-school" eccezionale, e poi la sua famiglia aveva una casa in quella zona, e avrebbe potuto approfittare di uno sconto sulla tassa d'iscrizione, senza contare che le ragazze non erano male, e non c'erano praticamente neri in Vermont. Presto si era reso conto che i corsi erano più seri di quanto avesse pensato, tuttavia con la forza della disperazione aveva finito per laurearsi con il minimo dei voti. Aveva trent'anni (due meno di Garf) e non aveva ancora concluso niente. Aveva intenzioni serie riguardo al lancio della "Riboluzina", questa sarebbe stata la sua grande occasione di riscatto di fronte alla sua famiglia. Non era punto felice della piega che gli avvenimenti stavano prendendo. Quegli stranieri piovuti dal cielo avrebbero potuto compromettere seriamente la segretezza del suo lavoro, e comunque stavano già facendo perdere tempo a Garf, il quale era pagato (e bene per Dio! Era pagato perfino più di lui!) per migliorare la formula della bibita, non per dedicarsi a ricerche ecologiche! L'amministrazione avrebbe senz'altro colto l'occasione per ritardare i pagamenti. Ma che poteva farci lui? Poteva mettersi contro i potenti guerriglieri che minavano la sicurezza della regione? E nel caso fosse un bluff, non rimaneva comunque quell'altra strana combriccola di italiani alla base di Macapà? Prima o poi sarebbero stati anche loro sulle tracce del laboratorio. Ma fosse mai avvenuto che gli italiani riuscissero a grattarsi da soli le loro rogne di politica interna! Se anche fosse riuscito a sbarazzarsi di Nicola, Corrado, Oliviero, Zami, Giulio Cesare e Giovanni non avrebbe poi comunque dovuto vedersela con quegli altri idioti del ministero? Questi gli interrogativi nella mente di Andrew, mentre già da due giorni il programma di laboratorio era stato riconvertito per dare spazio alle nuove ricerche. Nicola per la verità non riusciva a seguirle molto bene, perché Dick Garf aveva l'abitudine di discutere la ricerca metà in cinese e metà in inglese con i tecnici di laboratorio, era un suo trucco consolidato, che gli permetteva di godere di una "zona franca", uno spazio di libertà mentale pressoché assoluto nel suo laboratorio, una "zona franca" in cui nemmeno Andrew era autorizzato a capire qualcosa. Zami continuava a fungere da intermediaria nella conversazione con Giovanni, e l'indice di confusione babelica aveva ormai raggiunto un livello molto elevato. Pareva chiaro che ad Andrew non restasse che abbandonarli a sé stessi e aspettare gli sviluppi. Corrado e Oliviero utilizzavano il tempo per ripassare i passaggi più difficili della tecnica violinistica, mentre Nicola, abbandonate le lenti a contatto e indossati gli occhiali per stare più comodo, rileggeva "Tutti i discorsi" di Che Guevara, in edizione economica, Casa Editrice Melostampoio. Andrew Gould lo guardava con manifesta diffidenza, e ostilità per altro pienamente ricambiata. Giulio Cesare aveva di nuovo perso la testa, innamorandosi questa volta della gattina (sterilizzata per fortuna) della giovane e avvenente cinesina che avevano visto il primo giorno nell'appartamento di Garf. La donna si chiamava Chi-li e Dick faceva sempre dei giochi di parole molti stupidi su di lei, dicendo che il Chili era un cibo troppo piccante per un americano medio come lui. Nicola in quell'occasione aveva pensato che a lui i cibi piccanti non dispiacevano affatto, e guardava la cinesina Chi-li con un certo interesse, ma si rendeva conto che avevano troppo bisogno di Dick per rischiare di compromettere la sua collaborazione.
Già un paio di volte Garf aveva iniziato a ululare vittoria, ma poi, accorso nel laboratorio, Nicola aveva semplicemente scoperto che il povero Giovanni si era riempito di puntini blu, o era diventato arancione a strisce viola. E quella volta dalla rabbia quasi quasi li piantava in asso. Insomma, la situazione ristagnava già da un paio di settimane, quando un'improvviso incidente venne a turbare la "pace" dei nostri ricercatori.

Capitolo Diciannovesimo: UN' IMBOSCATA
Giovanni ronzava insistentemente da più di mezz'ora, e nessuno gli dava retta. Zami sorseggiava lentamente una Coca-cola, semisdraiata in un'amaca sulla veranda del tukul con le orecchie avvolte dalla cuffia dello walk-man, ma Giovanni doveva parlarle con urgenza. Le aveva provate tutte: le si era posato sulle spalle, e lei lo aveva scacciato con un gesto annoiato, era volato da Nicola, e questi lo aveva guardato con curiosità, ma ovviamente non poteva capirlo, era corso da Garf in laboratorio, e a momenti finiva arrostito in una provetta. Era tornato da Zami, e la cassetta era ancora a metà, ma con l'auto-reverse ne avrebbe avuto per un'altra mezz'ora. Giovanni non poteva aspettare tanto, purtroppo non aveva un pungiglione sufficientemente grosso, altrimenti sarebbe stato semplice ottenere l'attenzione della ragazza. Disperato riuscì a convincere un calabrone più grande di lui a sedersi sul pulsante di arresto della cassetta, ma lei ancora non si scompose, riabbassò il pulsante e guardò Giovanni con aria inespressiva. Cosa può l'ascolto degli U2! Giovanni ebbe un attacco di sconforto, si posò di fronte a lei abbassando le antenne con aria così afflitta che finalmente Zami ebbe un dubbio, si tolse la cuffia e gli domandò:
- Giovanni, stavi forse cercando di dirmi qualcosa? - Giovanni riuscì a stento a trattenere le lacrime, per quanto i coleotteri non sappiano piangere.
- E` mezz'ora che mi agito, e abbiamo perso del tempo prezioso! Stanno venendo a prendere Nicola, me lo ha detto in confidenza una zanzara anofele. C'è una jeep militare in viaggio verso questo posto, credo che Andrew Gould lo abbia denunciato come sospetto terrorista, e guarda che se lo prendono non saranno teneri con lui. Ho parlato con centinaia di mosche che hanno visto le fosse dei desaparicidos. DOBBIAMO SCAPPARE tutti più in fretta possibile. Saranno qui a momenti, con quella dannata cassetta mi hai fatto perdere tutto il vantaggio che avevamo. Ti muovi, ora, ad andare ad avvertire Nicola? - Zami si era tolta il walk-man ed era già schizzata in direzione del Tukul, dove Nicola stava penzolando comodo da un'amaca, leggendo le Opere Complete di Marx ed Engels. In breve fu in piedi, ma già il rumore di una jeep in arrivo giungeva attutito dalla vegetazione.
- Non c'è tempo per avvertire gli altri, devi andartene da solo, cerca di tenere la direzione est, e accampati ad almeno dieci miglia da qui. E stai attento alle sabbie mobili... Oddio, ma come faremo a tenerci in contatto? -
- Cercheremo di tenerci in contatto con la radio. Fra una settimana esatta chiamatemi in codice sul canale 12, risponderò al nome di "Zio Tom", la frequenza è segnata qui. Non ti preoccupare, andrà tutto benissimo! - cercò di rassicurarla Nicola mentre spariva nella boscaglia, appena in tempo, prima che Andrew arrivasse con aria del tutto innocente a domandare:
- Avete visto Nicola? C'è qui della gente che vorrebbe parlargli, sono tecnici del laboratorio della capitale, e forse potrebbero aiutarci a capire qualcosa del metabolismo del coleottero. -
- Nicola? Si, l'ho visto era qui un momento fa, ha detto che andava in bagno, - rispose Zami cercando di non mostrarsi agitata. Andrew per fortuna non si accorse di nulla. Le latrine si trovavano dalla parte opposta dell'accampamento, un po' discoste, al limitare della giungla.
- Prego, accomodatevi! - disse Gould a tre specie di gorilla in divisa militare, che non si fecero pregare per mettersi comodi nelle ampie poltrone di vimini del patio, accendendosi degli enormi sigari, e versandosi una cospicua dose di whisky.
- E questi signori sarebbero medici? - chiese Corrado dubbioso, che li osservava perplesso continuando ad accordare il suo strumento, e osservandoli distrattamente, fra un accordo del terzo Capriccio di Paganini e una fuga di Bach appena accennata. I militari lo guardavano incuriositi e condiscendenti. Uno di essi che aveva gusti particolari lo guardò soppesandolo. Si sa che i musicisti sono tutti finocchi, pensava ingolosito e un po' sprezzante (lui non era proprio omosessuale, nel senso che amava anche le donne, è soltanto che ogni tanto si concedeva qualche sfizio...). Ma trovò che Corrado era un po' in là con gli anni, certo soltanto dieci anni fa doveva essere stato una bellezza, ma lui a questo punto preferiva decisamente qualcuna delle sue reclute. E poi questi stranieri non si sa mai... Corrado non si era accorto dello scampato pericolo e continuava ad alternare le fughe ai pizzicati, sotto lo sguardo ormai esperto di Oliviero. Gould era visibilmente nervoso.
- Insomma, non potresti andare a provare un po' più in là? Anzi, magari, perché non vai a chiamare Nicola? - Corrado lo guardò impermalito, seccato che la sua musica non fosse apprezzata, e si spostò verso il laboratorio; ma era troppo offeso e certo non sarebbe andato ai gabinetti per cercare Nicola. Zami allarmata cercava di distrarre i nuovi arrivati, parlando loro del più e del meno. Non aveva ancora detto nulla a Corrado e Oliviero, perché temeva che potessero tradirsi. Quando Nicola sarebbe risultato introvabile la loro reazione di sorpresa sarebbe stata più credibile se realmente non avessero saputo dove si trovava. Capiva che in Corrado vi era un fondo di inguaribile ingenuità, e di Oliviero poi non si fidava affatto. I gorilla in divisa la degnarono appena di uno sguardo, occupati com'erano a scherzare fra di loro, e ad ascoltare Gould magnificare i vantaggi che la produzione di riboluzina avrebbe portato all'economia locale. Finalmente Gould smise un attimo di parlare, e cominciò a preoccuparsi:
- Zami, vai un po' a vedere dov'è Nicola, per favore. -
- Ora vado, - disse lei, e si avviò il più lentamente possibile verso le latrine. Era passata forse mezz'ora dalla partenza di Nicola, cercò di far passare un altro quarto d'ora, e tornò da Gould.
- Non lo trovo, - disse semplicemente. Gould fece un gesto spazientito.
- Sarà da qualche parte a leggersi l'Opera Omnia di Lenin. Hai guardato nella sua capanna? - Zami disse di no, e si avviò lentamente, cercando di prendere ancora tempo, - Corrado, sai dove può essere Nicola? Aveva degli appuntamenti fuori dal campo oggi? - Corrado negò, cominciava anche lui ad essere inquieto.
- Ma chi lo ha visto per ultimo? -
- Zami, ed era poco tempo fa, vero? Dunque dev'essere qua intorno. Sbrigatevi a cercarlo, i signori non possono perdere tempo, - aggiunse indicando i nuovi venuti. Corrado li guardò con evidente disgusto, ma non fece commenti e si mise anche lui alla ricerca dello scomparso. Mezz'ora più tardi il campo era in subbuglio, Nicola non si trovava, e i generali avevano un'espressione ironica che pareva infastidire Gould in somma misura.

Capitolo Ventesimo: FINE DELLE RICERCHE
- Beh, se lo trovate venite a dircelo, - disse frenando a stento una risata quello di loro che sembrava il capo. La jeep ripartì sgommando, lasciando dietro di sé una nuvola di polvere, e un campo a soqquadro, devastato dalla frenetica e inutile ricerca di Nicola. Dick Garf imprecava perché i militari gli avevano mandato all'aria un esperimento al quale lavorava da due settimane e ora avrebbe dovuto ripartire da zero, mentre Andrew Gould era più confuso che mai. Giulio Cesare, eccitato dalla confusione, correva da un capo all'altro dell'accampamento, bamiagolando festante, mentre la gattina Chi-li gli soffiava addosso, arrampicata su un gigantesco castagno del Parà. Corrado e Oliviero erano visibilmente preoccupati per la sorte di Nicola, infatti non avevano la minima idea di dove fosse andato a finire. Soltanto Zami pareva tranquilla, ma tutti pensavano che era ancora piccola, e perciò non capisse fino in fondo quello che stava succedendo, inoltre gli indios, si sa, delle volte sembrano impassibili... Invece Zami quella notte stessa fornì ai suoi amici le chiavi dell'enigma, pregandoli di continuare a fingere di ignorare tutto. Bisogna dire che Corrado e Oliviero si comportarono abbastanza bene, la loro espressione desolata non cambiò di molto nella settimana che seguì.
- Si sarà allontanato dal campo, e sarà probabilmente finito preda di qualche belva, o sarà caduto nelle sabbie mobili. Insomma dev'essergli successo qualcosa. Non credo si sarebbe dimenticato di avvertire almeno voi, se fosse andato via di sua spontanea volontà. - concluse pensieroso Gould qualche giorno dopo, e a nessuno venne in mente di contraddirlo. - Bene, vorrà dire che d'ora in avanti sarete voi i responsabili della spedizione. - concluse comunque visibilmente soddisfatto, visto che Corrado e Oliviero gli sembravano decisamente più malleabili e infinitamente meno pericolosi di quell'altro. Zami non contava perché era una donna, anzi, una bambina. Dopo qualche giorno tutto sembrava tornato alla calma. Dick aveva ripreso gli esperimenti, mentre Corrado e Oliviero, anche se tristi, sembravano rassegnati alla scomparsa del loro amico. Dick però appariva oltremodo contrariato. Innanzitutto per lui la commedia di quegli energumeni e sedicenti scienziati era stata abbastanza umiliante, oltre che incredibile, era fin troppo chiaro che il loro interesse per Nicola era tutt'altro che scientifico. Se no perché non chiedere di parlare con lui piuttosto che con Nicola? Non gli avevano neppure chiesto di mostrargli il laboratorio, l'avevano soltanto perquisito da cima a fondo, rompendo per giunta una quantità incalcolabile di provette. Non gli andava giù che Gould gli avesse giocato quel tiro senza avvertirlo, e d'altra parte, se anche lo avesse avvertito, lui probabilmente non sarebbe stato d'accordo con quell'inopportuno intervento della forza pubblica. Si rituffò nel lavoro finché anche il risultato degli esperimenti lo spinse alla più amara delle conclusioni: secondo Dick Garf non solo la riboluzina riusciva a bloccare l'effetto del coleottero, e quindi un suo uso su larga scala sarebbe stato del tutto impensabile, ma c'erano anche forti probabilità che Giovanni non sarebbe comunque sopravvssuto a un trasferimento in Europa, troppo differente il clima, troppo diversa la vegetazione, insomma, probabilmente non solo non si sarebbe adattato, ma non sarebbe riuscito a sopravvivere neppure una settimana.
- Ne sei sicuro? - chiese Corrado con aria abbacchiata.
- Beh, naturalmente potrei sbagliarmi, ma direi che non è molto probabile. Se Giovanni venisse trasportato in Europa avrebbe bisogno di una scorta consistente di polline brasiliano, e poi potrebbe passare gradualmente a una dieta a base di girasole, ma le probabilità di rigetto sono altissime. -
- Beh, questa sembra la fine della nostra spedizione. Ora andiamo a dormire, domani probabilmente lasceremo il campo. - decise Corrado che come ultimo adulto rimasto era ormai l'unico responsabile del gruppo.

Capitolo Ventunesimo: ZIO TOM
Quella notte scadeva l'ultimatum stabilito da Nicola. Gould non li aveva persi di vista per tutta la giornata. Garf invece, barricato nel laboratorio, non li aveva più degnati di uno sguardo. Corrado, Zami e Oliviero aspettarono con ansia che fosse passata la mezzanotte, e trepidanti si ritrovarono in una baracca in fondo al campo, dove il giorno prima erano riusciti a portare la radio di nascosto. Visibilmente emozionato, Corrado accese l'apparecchio, e il silenzio fu rotto da un gracchiare metallico.
- Speriamo che Gould non ci senta. - disse Oliviero.
- Non può sentirci, gli ho messo del sonnifero nel té. - rispose Zami.
- Ben fatto! - esclamò Corrado.
Le frequenze sembravano tutte intasate, nel brusio di segnali intercettarono anche un paio di chiamate della polizia brasiliana, ma fortunatamente erano su altre frequenze rispetto a quella concordata.
- Purché non usino anche loro le chiamate in codice... - mugolò Corrado. Finalmente, fra sibili e ronzii intesero la voce di Nicola.
- Qui zio Tom, zio Tom chiama base, zio Tom chiama base. -
- Qui base, zio Tom, che possiamo fare per te? Dove ti trovi? -
- Non fate domande idiote. Ce la fate a essere per dopodomani sera all'imbarcadero di Capo Norte? -
- Non so... non sono pratico della zona... - esitò Corrado - ce la facciamo? - chiese a Zami.
- Certo che ce la facciamo. - dichiarò lei risoluta.
- D'accordo, ci vediamo dopodomani a Capo Norte allora? - chiese per conferma Corrado.
- Roger, a domani. -
- Chi è Roger? - gli chiese ancora preoccupato Corrado.
- Ho detto che va bene, ci vediamo domani. - rispose spazientito Nicola. Corrado spense la ricetrasmittente.
- Roger è un'espressione che si usa alla radio, vuol dire ok, va bene. - spiegò Zami con aria paziente.
- Ah, si avevo capito, soltanto non ero sicuro di aver sentito bene! - replicò Corrado infastidito, seccato di dover passare da ignorante di fronte a una ragazzina. Oliviero sogghignava. Per una volta tanto la saccente non se l'era presa con lui.
- Bene, buona notte ora. Domani lasciamo il campo. - concluse Corrado spegnendo la radio. Uscirono dalla baracca, tutt'attorno il brusio dei grilli era più forte di quello della radio. Raggiunsero con mille precauzioni il tukkul e si buttarono sfiniti nelle amache.
- Dobbiamo salutare Dick Garf. - aggiunse poco più tardi Corrado prima di addormentarsi, con la bocca già impastata dal sonno. Gli altri stavano già quasi dormendo, e le sue parole si spensero nel tukul ormai buio, soverchiate dal sibilo del vento che veniva da fuori.

Capitolo Ventiduesimo: UNO STRANO UBRIACO
Corrado, Oliviero, Zami, Giulio Cesare e Giovanni si aggiravano da un pezzo sul molo dell'imbarcadero di Capo Norte, le barche da pesca erano tutte rientrate, mentre dall'altra parte del porto erano venuti ad ancorarsi alcuni velieri di lusso, scivolando lievemente sull'acqua. I marinai erano scesi a terra, mentre sui velieri si potevano intravedere i cuochi di bordo che si esibivano in cenette esotiche, consumate al lume di candela da avventori danarosi. I tre annusavano ingolositi i profumi di quelle tavole, che un alito di vento portava fino a loro. Il sole era ormai tramontato dietro le palme, ma la luminosità incerta e rosata del tramonto si diffondeva ancora, riverberata dall'acqua. Dal loro lato del porto alcune rudimentali imbarcazioni da pesca dondolavano pigramente. Un ubriacone, o forse un mendicante, si aggirava sulla banchina, con una bottiglia di birra avvolta in un sacchetto di carta, aveva la barba lunga, ma la sua camminata aveva qualcosa di artefatto, e non solo... a dire il vero la sua figura aveva qualcosa di famigliare...
- Si direbbe, ... certo che assomiglia a Nicola... ma è
Nicola! - esclamò Corrado.
Corrado, Zami, Oliviero e Giovanni si avviarono svelti verso la figura indistinta, che stava già scomparendo dietro la prora di una barca. Corrado stava per chiamarlo, quando Zami lo fermò.
- Aspetta! - disse trattenendolo per la giacca, poi rivolta a lui gridò - zio Tom! - Nicola si fermò ad aspettarli.
- Tutto bene? Ce ne avete messo ad arrivare! Allora, si può sapere cosa è successo in mia assenza al campo di base della "Papaya & Co"? -
- Ma come ti sei combinato? - chiese incredulo Corrado. Nicola sembrava una via di mezzo fra un fachiro e un accattone, era avvolto in stracci di un colore indefinibile, aveva la barba lunga di una settimana, il viso e le mani sporchi da far schifo, e sul naso un paio di occhiali rotti, dietro a cui si vedevano i suoi occhi, al naturale color castagno. Si sedettero su di un gruppo di pietre, al limitare della banchina.
- Ho pensato che avrei dato meno nell'occhio. - rispose. Effettivamente sembrava proprio un pezzo di "spazzatura bianca", nemmeno sua madre l'avrebbe riconosciuto.
- Volete favorire? - chiese Nicola porgendo il cartoccio con la bottiglia di birra che teneva in mano. Corrado lo guardò con ribrezzo.
- No, grazie. - disse. Nicola si mise a ridere.
- E' successo un finimondo quando non ti hanno trovato, - iniziò a raccontare Zami - Andrew ha cercato di farci credere che quei tipi fossero scienziati del laboratorio di San Paolo, ma deve proprio averci preso per stupidi, assomigliavano a scienziati quanto tu oggi assomigli a un turista giapponese. Perfino Garf ha mangiato la foglia, e credo che abbiano litigato, anche se a noi non lo hanno detto ufficialmente. Quando siamo partiti Garf ci ha pregato di tenerci in contatto, ed è quello che abbiamo intenzione di fare, se sei d'accordo anche tu. Ho la sensazione che ci potremmo fidare di lui, non è come Andrew. Però ci ha dato delle brutte notizie. Ci ha sconsigliato di portare Giovanni in Europa, dice che non sopravviverebbe allo shock ambientale, o comunque che le possibilità sono molto ridotte. -
- Non sapete quello che è successo a me, - rispose Nicola - ho vissuto nella foresta amazzonica per quattro giorni, prima di ritrovare le tracce di un centro abitato. Non so nemmeno io come abbia potuto cavarmela. Temevo continuamente di essere divorato dai giaguari e dagli insetti. - Si erano seduti di fronte al molo dei pescatori, era quasi notte, nel porto mal rischiarato c'era un andirivieni anonimo di brutti ceffi e facce malmesse. Giulio Cesare era in preda a un attacco di nostalgia al pensiero della micetta di Chi-li lasciata all'accampamento della "Papaya & Co", e bamiagolava disperato alla luna, ma nemmeno lei sembrava dargli retta. Corrado lo guardava e scuoteva il capo, mentre Oliviero lo abbracciò per confortarlo. Il cielo era terso, e Giovanni manifestava la sua contentezza per il ritrovamento di Nicola con dei continui girotondi attorno alla sua testa.
- Buono Giovanni! Cosa sta dicendo? - chiese a Zami Nicola.
- Sta dicendo che è molto felice di averti ritrovato, e che spera che possiate tornare in Italia. Dice che Garf non capisce nulla... beh, veramente sta facendo anche delle dichiarazioni un po' forti e non molto lusinghiere per Garf, che oltre alla sua competenza in materia entomologica, mettono in dubbio anche tante altre cose, ma non credo sia il caso di tradurle alla lettera. Il fatto è che Giovanni sembra sicuro di ambientarsi in Italia, oramai si è appassionato all'idea di venire con voi. Non sarà facile dissuaderlo. -
- Beh, a dire il vero Garf non ha proprio detto che sarebbe stato impossibile, - intervenne Corrado - ha detto che avremmo dovuto partire con una buona scorta di polline brasiliano, e poi passare gradualmente a una dieta a base di girasoli. Ha detto che sarebbe stato molto difficile, ma non impossibile. Inoltre ha stabilito che non si può eliminare dalla "Riboluzina" l'ingrediente neutralizzante perché altrimenti si rischierebbe di snaturare completamente la natura del prodotto, vale a dire il color rosso, e il lancio pubblicitario che hanno pensato non potrebbe funzionare. Usare un altro colorante sarebbe forse possibile, ma con quello che hanno già speso fino ad ora, la direzione commerciale non accetterebbe mai un cambiamento suggerito da motivazioni così "gratuite". -
- Uhm, può darsi che Garf abbia ragione, o può darsi di no, ma quello che è certo è che non possiamo mettere a repentaglio la vita di Giovanni e portarlo in Italia. - Giovanni ronzò rumorosamente, e venne a posarsi provocatoriamente proprio sul naso di Nicola, agitando scompostamente le antenne.
- Ehi, buono, lo dicevo per te, testone. Se vuoi venire per me va bene! - capitolò Nicola. Giovanni lasciò la presa del naso di Nicola e tornò acquietato sulla spalla di Zami, poi si mise a rincorrere una falena, e sparì per qualche momento alla vista del gruppo.
- Non immaginerete mai quello che mi è successo! - sbottò infine Nicola, che moriva dalla voglia di raccontarlo.
- Cosa? - chiese Corrado.
- Stavo nella foresta già da due giorni, vi garantisco che è stata una marcia a tappe forzate, quand'ecco che improvvisamente mi si para davanti un tizio che sembra un indio vestito come un albero di Natale, pronuncia delle parole incomprensibili e sparisce subito. Saranno state circa le sette di sera, lo cerco dappertutto, ma il tizio è scomparso senza lasciare traccia, e non ci sono tracce di altri segni di insediamenti umani. Quando annotta mi arrampico su un albero piuttosto alto, e mi lego per dormire (è più sicuro che dormire per terra, se si è da soli e non si può fare un falò). Verso mezzanotte sento dei rumori da terra, e vedo cinque indios vestiti come il tizio di prima, e un altro un po' più alto di loro ma non troppo, magro, evidentemente europeo, vestito uguale agli altri. Iniziano ad accendere un fuoco, e capisco che si tratta di un rito sciamanico. Naturalmente cerco di non farmi scorgere. Fanno bruciare delle essenze, non so, dei fiori secchi, avevano un profumo fortissimo. Io non sono riuscito a trattenermi e ho iniziato a starnutire. In breve mi hanno individuato, mi hanno costretto a scendere dall'albero con la minaccia di affumicarmi vivo, e sebbene non capissi una parola di quello che dicevano, sono sicuro che non avevano delle buone intenzioni nei miei riguardi. Credevo fosse giunta la mia ultima ora. A quel punto però è intervenuto il tizio magro e bianco, parlava italiano. Ci credereste? Quasi non lo riconoscevo conciato com'era. Era quel tipo della spedizione governativa che avevamo lasciato legato nella caverna. Mi ha detto che ha sempre voluto conoscere questi posti, perché è un appassionato di sciamanismo, e ha deciso di fermarsi qui in Brasile, gli piace la macumba, o che so io. Pare che abbia deciso di farsi credere morto da tutti, lui invece ha scelto la libertà, e ora sta imparando a fare lo sciamano, dice che è sempre stato il suo sogno. Ha garantito per me e mi hanno lasciato andare. Mi pare che abbia detto di chiamarsi Donatello. Ad ogni modo non vuole che riferisca di lui ad anima viva, preferisce che lo credano morto. Ho dovuto promettere che non ne avrei fatto parola a nessuno. -
- Bel modo di mantenere le promesse! - disapprovò Zami.
- Beh, non è il caso di prendersela, ovviamente intendevo dire che non l'avrei denunciato agli altri della spedizione. Si sentiva un po' in colpa per sua moglie. Se lo credono morto lei passerà per vedova e potrà contare su di una discreta pensione, mentre se salta fuori che ha abbandonato la missione volontariamente non solo non avrà nulla, ma perderà anche i contributi che ha già versato. -
- OK, non diremo niente. - concluse Corrado - ora però sbrighiamoci a sparire.- Degli strani ceffi circolavano fra le banchine, e Corrado pensò che sarebbe stato meglio muoversi da là. Nicola da solo non dava nell'occhio, ma tutti assieme costituivano un gruppetto veramente troppo strano.

Capitolo Ventitreesimo: DI NUOVO IN CLANDESTINITA'
Un violinista adulto, un violinista bambino, un barbone, una bambina india vestita all'occidentale, un cane enorme con un enorme scarafaggio che gli girava intorno, ecco come descrisse ciò che aveva visto il vigilante della zona portuale. Il comandante sapeva tuttavia che i suoi uomini non erano sempre sobri, e non gli diede retta più di tanto. Nicola aveva fame, e in più aveva bisogno di un bagno, presero alloggio in una modesta pensione, dove la padrona fece un sacco di storie quando lo vide entrare, ma gli altri garantirono per lui, e poi pagavano in contanti, e per di più in dollari... ad ogni buon conto prese gli estremi dei documenti. Ripulito sembrava un'altr persona, Corrado gli aveva portato degli abiti di ricambio, e un paio di lenti a contatto nuove che gli diedero uno sguardo verde da gatto. Nicola si guardò compiaciuto nello specchio e si sentì subito meglio. Doveva mangiare però, e la padrona della pensione non li perdeva d'occhio. Decisero perciò di uscire a cena per poter parlare più liberamente.
- Che facciamo ora? - chiese Corrado.
- Non lo so, il punto è che se esiste in commercio una qualche sostanza in grado di neutralizzare il coleottero non ha senso perdere tanto tempo per trasportarlo in Italia. -
- Già! -
Si aggiravano pensierosi per le vie del centro turistico, guardando distrattamente le vetrine.
- Forse dovremmo lasciar perdere... - azzardò Oliviero.
- Questo no! - esclamò Zami, - non posso tornare al villaggio a mani vuote e con niente di fatto! -
- Forse dovremmo tornare al laboratorio invece, e chiedere a Garf di continuare le ricerche altrove. - suggerì Corrado.
- E dove? - chiese Oliviero.
- Non so, forse potremmo allestirgli un laboratorio in Italia, - azzardò Nicola.
- Già, e con quali soldi? Sempre ammesso che Giovanni riesca ad arrivarci vivo, - chiese Corrado.
- I soldi li troveremmo, ma non so se noi arriveremo vivi al laboratorio. - considerò Nicola, osservando l'auto della polizia ferma di fronte alla pensione dov'erano alloggiati.
- Fermi! Non ci hanno visto! - esclamò Corrado facendo un passo indietro e rinquattandosi nell'ombra di un vicolo. Zami strinse il muso di Giulio Cesare, per impedirgli di bamiagolare al momento meno opportuno.
- E ora che facciamo? - chiese Corrado - Non possiamo andarcene così, la padrona ha i nostri documenti! -
- Li aveva - rispose Nicola - me li sono fatti rendere prima di uscire, e forse è proprio questo che l'ha insospettita. -
- Non dire scemenze, quella ci guarda storto da quando siamo arrivati. - ribatté Corrado.
- Andiamocene allora, - disse Zami sottovoce, - seguitemi. Dobbiamo tornare al laboratorio, vi guiderò io. Parleremo con Garf senza che Andrew se ne accorga. Ce la faremo, Garf non è come gli altri, vedrete che ci aiuterà! -

Capitolo Ventiquattresimo: POTENZA DEI CINESI!
Dopo sette giorni di marcia nella foresta, fra sentieri appena segnati e villaggi sperduti, scampati ai pirana, alle piante carnivore, ai giaguari e alle zanzare, la comitiva si trovava di nuovo nei pressi del laboratorio della Riboluzina. Anche se la presenza del generatore elettrico disturbava sensibilmente le onde radio, Andrew Gould doveva di nuovo essere entrato in contatto con la polizia di stato, sapevano infatti di essere ricercati perché avevano intercettato un paio di chiamate. Zami si fermò nel mezzo di una radura.
- Ci accamperemo qui. - decise. Gli altri erano troppo esausti per discutere e si lasciarono cadere dove capitava.
- Andrò avanti io, e cercherò di parlare con Garf. Voi mi aspetterete qui, Giovanni invece verrà con me. - Oliviero la guardò con ostilità. Non prendeva ordini da una ragazzina saccente, lui. Nicola invece non ebbe nulla da obiettare, e cominciò a guardarsi in giro per cercare di montare qualcosa di simile a un accampamento. Zami era l'unica a non sembrare stanca, e s'inoltrò nella boscaglia. Finalmente il laboratorio! Ma c'era qualcosa di nuovo... quelle erano guardie! Andrew aveva ritenuto opportuno assoldare un corpo di vigilanza, a scanso di ulteriori problemi, e Zami non sapeva come raggiungere il laboratorio, che si trovava dall'altro lato del campo. Improvvisamente vide passare lì accanto Chi-li, la ragazza cinese che divideva l'alloggio con Garf, e cercò di attirare la sua attenzione. La donna la guardò stupita, peccato che parlasse solo il cinese! Zami cercò di farsi capire a gesti, e la donna dovette afferrare il senso, dato che le fece cenno di aspettare. Ritornò qualche minuto più tardi con un enorme cappello di paglia cinese, che mise in testa a Zami. Poi si avviò tenendola per mano verso l'alloggio di Garf. Sembrava un fungo che camminasse da solo, ma c'erano altre donne e altre bambine nell'accampamento che portavano un cappello simile, e nessuno fece loro caso. Chi- li lasciò Zami nel soggiorno e andò a chiamare Garf, che arrivò quasi subito.
- Ma guarda chi c'è! Mi fa piacere vederti! - esclamò abbracciandola - qui non si vive più, Andrew ha messo guardie ad ogni angolo del campo! Come sta Nicola? Lo avete trovato? -
- Nicola sta bene, - disse Zami - ma la polizia è sulle nostre tracce. Siamo ricercati. -
- E' tutta colpa di Andrew! - gemette Garf, lasciandosi cadere su di una poltrona di vimini e sventolando una piccola foglia di palma per farsi vento. Il caldo era notevole. - Appena siete partiti vi ha denunciato tutti alle autorità, sostenendo fra l'altro che vi eravate appropriati di materiale del campo, che Nicola fa parte di un piano terrorista eversivo internazionale, e che mancavano dei soldi dalla cassa. Non era vero, naturalmente, o almeno io non l'ho bevuta, ma intanto vi ha messo la polizia alle calcagna. Quello che vuole è tenervi fuori dai piedi fino a quando avremo lanciato sul mercato quella maledetta bibita. Ci tiene molto a quest' impresa, e la paura di fallire gli ha dato alla testa. -
- Ma è assurdo, pazzesco! Non ce ne frega assolutamente nulla della vostra bibita. Non possiamo certo distruggervi lo stabilimento per impedirvi di metterla sul mercato! Quello che ci occorre è trovare l'antidoto, e solo tu puoi farlo. Vogliamo chiederti di riprendere le ricerche. Noi siamo accampati a qualche miglio da qui, e resteremo nascosti nella foresta finché non l'avrai trovato. -
- Ma come faccio? E' pieno di guardie qui, e se Andrew lo viene a sapere... -
- Non c'è proprio modo di eludere la sua sorveglianza? -
- Non credo proprio. A meno che... forse un modo ci sarebbe. Non dovrei spiegare tutto a tutti, soltanto mettere insieme un'equipe scelta e ristretta di tecnici, possibilmente personale che parli soltanto cinese, potrei adibirli a un ramo di ricerca speciale, controllato da me personalmente. Non dovranno parlare con gli altri, anzi, con un po' di accortezza, potrei riuscire a far si che nemmeno loro sappiano esattamente che cosa stanno cercando. Dopotutto la coordinazione spetta a me. Non sapranno nemmeno loro cosa stanno facendo. - Dick si stava appassionando all'idea, anzi era già infiammato, ma poi si fermò e si guardò attorno desolato.
- Non è possibile, parlerebbero, si tradirebbero. Non ci si può fidare dei cinesi...-
La ragazza cinese a questo punto disse qualcosa, che Zami non capì, ma la vide discutere animatamente con Garf, si scaldarono tanto che uno della vigilanza si avvicinò alla finestra.
- Tutto bene? - chiese. Quelli arrestarono la discussione, interdetti. Garf non si era accorto di avere urlato.
- Ah, si, certo! - disse conciliante, ridendo un po' sforzatamente - Stavamo soltanto discutendo. - Il vigilante si portò due dita al berretto in segno di saluto e si allontanò. Zami si era rimessa il cappello cinese e si era raggomitolata su se stessa. Vedendolo andarsene tirò un sospiro di sollievo.
- Sta bene - disse finalmente Garf rivolto a Zami - Chi-li mi ha appena comunicato che alcuni membri del laboratorio sono in contatto con i membri del movimento giovanile studentesco cinese, riorganizzatasi dopo Tien-an-men, e che già da qualche tempo, dopo aver saputo dell'esistenza del coleottero stavano pensando di utilizzarlo a casa loro, in Cina. Mi ha detto di dirvi che sono interessati quanto voi al suo sfruttamento ai fini civili, e che sono ansiosi di riprendere le ricerche. Pare che la segretezza non sia qualcosa di cui dobbiamo preoccuparci, io stesso non sapevo nulla di tutto questo. Beh, suppongo che se mi tirassi indietro a questo punto farei la figura del cretino... Da domani riprenderemo gli esperimenti. Giovanni però dovrà restare qui. -
- E se Andrew lo riconosce? - chiese Zami.
- Hai ragione, è troppo rischioso. Facciamo così allora: Giovanni si presenterà al laboratorio tutti i giorni alle sei del mattino, e tornerà da voi alle sei del pomeriggio. In questo modo anche voi sarete sempre al corrente della ricerche. Tu non puoi permetterti di sfidare ogni giorno i vigilantes. -
- Ma sarà una comunicazione a senso unico. - osservò Zami - Tu potrai parlare a Giovanni, e lui potrà riferire a me, ma io non avrò modo di parlare con te. -
- Ce la caveremo ugualmente, stabiliremo un segnale, forse potrei venire io al vostro accampamento, ma poi dopotutto toccherà a me informarvi di quando avremo trovato un antidoto. Non vi pare? In fondo eravamo già a buon punto con le ricerche, non vedo l'ora di riprendere le indagini! - Dick Garf era di nuovo infiammato dal sacro ardore della ricerca scientifica, e Zami giudicò che il colloquio fosse finito. Lanciò un'ultima occhiata riconoscente a Chi-li, che si era seduta graziosamente in un angolo, e il cui volto ora esprimeva soltanto un'immobile, enigmatica fissità, prese il cappello e si avviò verso l'uscita. La donna si alzò prontamente e la prese per mano, insieme riattraversarono il campo sotto gli occhi ignari dei vigilantes, poi Zami scomparve nella boscaglia. Garf era rimasto sbalordito, mise un bollitore sul fornello da campeggio e si fece un infuso di té cinese. Pensò di scrivere a Joan, la compagna di scuola di cui era segretamente innamorato da molti anni....lei si che era un tipo avventuroso, chissà che cosa avrebbe detto se si fosse trovata là... Dick Garf era fatto così. In fondo era un tipo romantico.

Capitolo Venticinquesimo: UNA MISSIVA SOSPETTA
Andrew Gould aveva preso l'abitudine, dopo i guai capitatigli di recente, di esaminare personalmente tutta la posta in arrivo e quella in partenza dalla base. Fidarsi è bene, ma non fidarsi talvolta può essere meglio. Nel mucchio lo colpì una lettera di Dick Garf, indirizzata a una certa Joan Smith, con un indirizzo di New York. Era raro che Garf scrivesse lettere che non fossero di lavoro, e quella era senz'altro una lettera personale. Non aveva usato le buste della compagnia, né la carta intestata, da quanto poteva intravedere attraverso le pareti della busta, e l'indirizzo era scritto a mano, questo stupì Andrew, perché di solito Garf era così pigro con la penna da far battere a macchina dalla segretaria perfino il biglietto d'auguri per il compleanno di sua madre. Normalmente Andrew non sarebbe stato sospettoso, ma da qualche tempo qualcosa non andava in Garf: era diventato più scontroso del solito. D'accordo, non era mai stato un chiacchierone, né si può dire che fossero mai stati veramente amici. Per principio Garf era amichevole con tutti, ma molto riservato sugli affari propri. Comunque da qualche tempo la sua irascibilità, specie quando lo si interrogava sull'andamento del lavoro, aveva superato ogni limite. Andrew prese la busta in mano e la osservò, la soppesò, la scrutò, esitò, non aveva alcun motivo di dubitare di Garf... formalmente erano sempre stati in buoni rapporti, in fondo gli sembrava quasi un'azione scorretta questa invasione nella privacy della sua corrispondenza privata, ma ad ogni buon conto separò la lettera dal pacco di quelle in partenza, e la pose in evidenza sulla scrivania. Ci avrebbe pensato piùtardi. Verso sera infatti, superata l'esitazione, l' aprì acendo molta attenzione a non danneggiarla, usando del vapore per separare i margini incollati, facendola asciugare bene per non gualcirla prima di prenderla in mano... Ecco ciò he Garf scriveva a Joan:
Cara Joan,
se tu mi vedessi ora saresti fiera di me, mi sono cacciato in un bel pasticcio. Invece di fare esperimenti per la "Papaya & Co." mi sono invischiato in un affare di politica internazionale. C'è stata un'incursione di "macachi" al campo, (è così che chiamano la polizia in slang da queste parti). Spero che tu stia bene e che sia ancora in gamba come ti ho lasciato, anzi, street smart. Ti racconterò tutto in dettaglio quando arrivo, perché è troppo rischioso comunicare per lettera. Ad ogni modo con la bibita non credo che andremo oltre, ora mi dedico alla ricerca ecologica. Spero di vederti presto, fra sei mesi sarò di nuovo a casa a New York, e spero proprio di vederti. Ti allego l'assegno per la mia parte di spese di condominio. Tu hai intenzione di rimanere negli USA o di ripartire per la Francia? Fammi sapere se posso esserti utile.
Un abbraccio
Dick
Non occorreva altro per far andare Andrew su tutte le furie. Ma chi credeva di essere quell'idiota di Garf? Un premio Nobel per la chimica? Poteva trovarne altri dieci in grado di fare il suo lavoro! Credeva di essere Robin Hood? Di cambiare il mondo con l'ausilio del suo laboratorio? E a spese sue? Deficiente! Non doveva, ecco, glie l'avrebbe fatta vedere lui! Sigillò la busta nuovamente, facendo attenzione a cancellare ogni traccia dell'apertura, e rimise la lettera nel mucchio di quelle destinate a partire. Meglio far finta di niente per il momento. L'avrebbe sorvegliato più da vicino, e poi avrebbe deciso il da farsi. Non ci volle molto ad Andrew per capire che un gruppo di addetti al laboratorio aveva una funzione particolare che neppure Garf riusciva a spiegare. Garf gli spiegò che erano addetti agli enzimi. Andrew gli chiese un rapporto scritto, Garf lo guardò meravigliato.
- Abbiamo perso un sacco di tempo con l'incidente del coleottero. Ora dobbiamo modificare alcuni piani di marketing. Devo chiedere degli altri soldi alla casa madre del New Jersey, - si giustificò Gould - e prima di approvare il finanziamento vorranno delle spiegazioni, suppongo! - Garf trovò la spiegazione plausibile, e si mise al lavoro. Da tre giorni stava sudando per completare il rapporto, quando un pomeriggio Andrew lo andò a trovare senza preavviso, erano le cinque e mezza, Garf stava compilando delle tabelle.
- Come va? - chiese Andrew.
- Sarà pronto per domani, e la segretaria lo batterà a macchina. - rispose Garf, sempre di poche parole.
- Ah, bene, ma dicevo a te: come va? Ti va di farti una birra?-
- No, grazie, non a quest'ora, mi girerebbe la testa. Se vuoi faccio un caffé. -
- Bene, lo prendo proprio volentieri. Si sta molto meglio ora che quei pazzi scatenati si sono tolti dai piedi, no? - buttò lì Andrew con tono conciliante.
- Boh, per me non fa molta differenza. - rispose Garf premendo il pulsante di accensione sotto il bollitore elettrico dell'acqua. In quell'istante Giovanni irruppe nella stanza, non si accorse di Andrew, che stava seduto in un angolo del soggiorno, e prese a svolazzare sul naso di Garf.
- Bestiaccia! - disse Garf agitando le mani.
Giovanni non si aspettava quella reazione, e ci rimase male.
- Ehi, ma quello non assomiglia a uno di quegli esemplari di coleottero zebrato di cui parlavano quei rompiscatole italiani? - Gould si era alzato in piedi, ed aveva afferrato un retino da farfalle che stava appoggiato dietro una poltrona di vimini. Giovanni si accorse del pericolo e fece appena in tempo ad infilare la finestra. Per quel giorno non era il caso di insistere.
- Cosa? Dove? - chiese Garf fingendo di non averlo notato. - No, ma guarda che queste bestie si assomigliano tutte...! - Gould finse di crederci, ma ad ogni buon conto mise qualcuno di cui si fidava di guardia alla casa di Dick. Gli dissero che la bestia veniva regolarmente a trovarlo, lo fece seguire, scoprì l'accampamento di Nicola e Corrado. Non gli occorreva altro.

Capitolo Ventiseiesimo: UN BEL FALO'
- Allora siamo d'accordo: io vado avanti, e voi mi seguite standovene nascosti, se ce n'è bisogno intervenite. Vi farò un segnale. - Il capitano Madeiro stava dando le ultime istruzioni ai suoi uomini, appostati da ventiquattr' ore nelle vicinanze del campo dei terroristi italiani, come ormai li chiamavano. Non c'era più motivo di ritardare le operazioni, oramai sapevano tutto di loro: abitudini, tempi, obiettivi, ecc. Ad un cenno di Madeiro l'accampamento sarebbe stato circondato, e gli ordini eseguiti. Se si fossero arresi sarebbe stato più complicato: avrebbero dovuto prenderli prigionieri e fare intervenire il consolato, sarebbe cominciata la solita battaglia con gli avvocati difensori e con i patrocinanti dei diritti civili... no, tutte grane inutili! Il capitano Madeiro sperava in un bel tentativo di resistenza: una bella sparatoria e poi tutti a casa, gli intrusi morti in un'eroica resistenza alle forze dell'ordine, che poi ti sfido qualsiasi giornalista a dimostrare che non è vero... Madeiro diede il segnale, l'accampamento venne circondato, avanzò lui personalmento con tanto di microfono in mano e mitra a tracolla.
- Uscite con le mani in alto, l'accampamento è circondato. Arrendetevi! - da dove si trovava poteva sentire il ribollire quieto della caffettiera sul fornelletto da campeggio. Si alzava un filo sottile di fumo fra le tende. Il capitano ripeté l'avvertimento, ma soltanto il frinire quieto delle cicale amazzoniche sembrò rispondergli. Fece avanzare i suoi uomini, ma l'accampamento sembrava deserto. La caffettiera emetteva dei sommessi brontolii, ma avvicinandosi, Madeiro poté constatare che l'accampamento era vuoto. Un congegno radiocomandato aveva provocato la scintilla che aveva acceso il fuoco, i rumori che aveva sentito venivano da una radio nell'angolo, e li avevano tratti in inganno. Coloro che cercava probabilmente a quest'ora erano già lontani. Non c'era dubbio, l'avevano fregato. Madeiro impiegò qualche giorno a smaltire la rabbia, mentre Andrew Gould Smith si manteneva a rispettosa distanza, avendo avuto un assaggio abbondante di insulti in puro slang brasiliano. Garf era tornato ai suoi esperimenti, e aveva chiesto di non essere disturbato. Madeiro non poteva permettersi di tornare a San Paolo a mani vuote, avrebbe fatto la figura del cretino. Una notte si sentì uno scoppio assordante, e una lingua di fuoco s'innalzò nel cielo sopra il laboratorio. I tukul presero fuoco uno dopo l'altro, come se qualcuno li avesse impregnati di benzina. L'accampamento bruciò come una torcia. Qualcuno rischiò di lasciarci la pelle, dodici giovani cinesi furono gravemente ustionati e dovettero essere ricoverati d'urgenza con prognosi riservata. Garf si salvò per miracolo, ma la maggior parte dei suoi appunti andò bruciata, perduta irrimediabilmente, i computer fusi, e i dati immagazzinati del tutto irrecuperabili. Andrew si aggirava per l'accampamento in fiamme, come impazzito, cercando fino all'ultimo di salvare qualcosa. Solo quando fu chiaro che non c'era più nulla da fare, anche Andrew si sedette con gli altri, a guardare tra le fiamme quello che era stato fino a ieri un villaggio modello, e un impianto pilota fra i più sofisticati che la tecnologia occidentale fosse mai stata in grado di produrre e far funzionare nella foresta amazzonica. E meno male che tutte le norme di sicurezza erano state rispettate! Merito anche dei periti dell'assicurazione, tutta la zona intorno all'impianto era stata accuratamente disboscata. Se l'incendio si fosse propagato alla foresta i danni sarebbero stati incalcolabili, e tra l'altro avrebbero potuto morire tutti. Qualcosa non aveva funzionato nel laboratorio, o forse qualcuno aveva manomesso l'impianto del gas, non fu mai appurato. Certo è che Madeiro raccontò di essere scampato per un pelo ad un attentato terroristico, anche se il suo bungalow era dalla parte del campo opposta rispetto alla zona dove l'incendio era iniziato, e raccontò anche di aver inseguito gli attentatori per giorni interi nella foresta, fino a perderne le tracce sulle rive del Rio delle Amazzoni. Di sicuro c'è soltanto che scomparve per un paio di giorni, ma delle malelingue raccontano di averlo visto in un certo Pub inglese di Capo Norte, in compagnia di alcune giovani reclute, e di ragazze di facili costumi. Comunque fosse andata, il fatto è che Madeiro si trovò molto agevolato nel suo rapporto finale. Sarebbe stato indubbiamente molto più imbarazzante dover spiegare che aveva perso misteriosamente le tracce di un gruppetto di turisti, fra cui un bambino, una bambina india e un cane. Così invece la sua carriera non ne subì soverchi contraccolpi, e qualche anno più tardi fu proposto per un importante incarico diplomatico. Da allora ne è passato di tempo. Si dice che nel frattempo sia andato a vivere in Europa, che abbia cambiato nome e che si sia arricchito con la speculazione di borsa. Ma tutte queste sono soltanto voci. Garf si congedò dal laboratorio circa una settimana dopo l'incidente, augurò a Gould buona fortuna e disse di essere diretto a New York, dove voleva assolutamente far visita a un'amica. Gould era piuttosto depresso. La "Papaya & Co. Ltd" gli aveva comunicato di non voler ripetere l'esperimento. Per i danni c'era l'assicurazione, ma il tempo perso avrebbe comunque impedito di lanciare la bibita entro la fine della presidenza Clinton, e i sondaggi per le prossime elezioni davano per vincenti i repubblicani. Una bibita dal colore "liberal" non sarebbe più stata di moda, anzi, avrebbe rischiato di essere un fallimento completo sul mercato interno. Gli esperti di marketing si erano messi all'opera per studiare un'eventuale conversione del prodotto, ma non avevano combinato molto. E poi se il "target" era cambiato si poteva escludere una bibita a base di ingredienti sudamericani: avrebbero dovuto studiare qualcosa di più "genuinamente yankee", con un'immagine possibilmente anglosassone. Qualcuno aveva proposto lo "sputo del cowboy", bevanda verde scuro dal sapore vagamente amarognolo con aggiunta di liquirizia, ma per il momento non potevano essere più precisi riguardo ai particolari. L'ufficio progettazione e marketing ci stava ancora lavorando. Nel frattempo la ditta lo ringraziava per la sua preziosa collaborazione, e nel comunicargli che il suo incarico scadeva (come da contratto) fra sei mesi, e che non sarebbe stato rinnovato, gli faceva i migliori auguri per un felice prossimo e imminente "labor day". Andrew non si rimise più da quel colpo, era la sua grande occasione e l'aveva sprecata. Si dice che abbia aperto una drogheria sulla 49a strada a New York, e che abbia anche avuto dei guai con la mafia, ma anche questa è soltanto una voce, che non ho potuto verificare.

Capitolo Ventisettesimo: DI NUOVO GARF
Tre giorni dopo aver lasciato l'accampamento carbonizzato, Garf vagava per Macapà senza una meta precisa. All'inizio la sua intenzione era quella di tornare a New York, ma aveva parlato con Joan per telefono, e lei aveva iniziato a raccontargli del suo nuovo amante tunisino, che si era rimorchiata da Parigi. Joan insegnava francese, era una molto "democratica", e anche i suoi amori erano sempre molto "politicamente corretti", in genere appartenenti a razze mediorientali, così Dick si era trovato di nuovo (come sempre negli ultimi quindici anni) a recitare la parte dell'"amico fidato" e del confidente. Ma possibile che non si rendesse conto che lui era innamorato di lei fin dai tempi del college? Non che Garf si preoccupasse della concorrenza: Joan da quando la conosceva aveva avuto numerosi amanti, ma nessuno, per quanto fosse "politicamente corretto", rigorosamente privo di mezzi finanziari, dotato di temperamento artistico, romanticamente irresistibile o sessualmente superdotato, era mai durato più di sei mesi. In quei casi interveniva lui, il grande consolatore, e la lasciava piangere sulla sua spalla, ma come spezzare quel circolo vizioso? Dick era un tipo pratico, aveva sempre avuto la sensazione che prima o poi le cose si sarebbero aggiustate, nel frattempo.... non c'era altro da fare che aspettare. Ma non c'era fretta di tornare a New York. Di fronte a un chiosco di giornali vide un enorme cane, che scodinzolando aveva scompigliato le pagine di quasi tutti i quotidiani lasciati incautamente alla sua altezza. Non gli parve vero... era lui... Giulio Cesare! Nicola e Corrado stavano seduti poco distanti al tavolino di un bar. Erano appena tornati dall'ambasciata italiana, dove avevano denunciato le molestie subite da parte dei locali organi di polizia. Non che l'ambasciata avesse potuto fare qualcosa, ma per lo meno ora se fossero scomparsi improvvisamente qualcuno avrebbe avuto dei sospetti, qualche giornalista avrebbe potuto dar loro delle noie, insomma prima di decidere di farli fuori avrebbero dovuto almeno chiedersi se ne valeva la pena. La comitiva avrebbe dovuto imbarcarsi fra qualche giorno, diretta verso la terra dove fioriscono i limoni. A quel punto se la potevano anche prendere comoda. Tanto valeva godersi gli ultimi giorni di quell' incredibile soggiorno brasiliano, il sole e tutto il resto. Non credettero ai loro occhi quando Garf si sedette al loro tavolino, ordinando una birra al cameriere che passava lì accanto. - Non pensavo che ci saremmo rivisti così in fretta! - disse Nicola. - Damn! Da quando ve ne siete andati voi il campo è diventato inagibile, siete dei maledetti rompiscatole! Non si può dire che sia soltanto colpa vostra, ma certo avete scompigliato un bel po' di piani a quel poveretto di Gould! - rise Garf. Ringraziò il cameriere per avergli portato un enorme boccale di birra gelata, nella quale affondò subito i peli della sua corta barba rossiccia, e si mise comodo per aver modo di ascoltare la storia della loro fuga.
- Beh, è stato semplice, - ammise Nicola - Giovanni ci aveva preavvertiti riguardo all'avvicinarsi di quell'idiota di Madeiro, e noi ci siamo defilati in silenzio. Se fossimo fuggiti e basta li avremmo avuti alle calcagna, ma con quella specie di trappola abbiamo guadagnato abbastanza tempo, quanto ci serviva a metterci in salvo. Il resto ce lo dovrai raccontare tu. -
- Beh, un seguito a dire il vero c'è stato. Il capitano Madeiro, responsabile della vostra cattura, trovava difficile tornare a casa e spiegare ai suoi superiori il modo in cui l'avevate preso in giro. Così appena ne ha avuto l'occasione ha fatto un po' di fuoco al laboratorio. Il campo è saltato per aria, l'esperimento è stato sospeso, e io sono stato congedato, com'è vero che sono qui. - Un silenzio attonito accolse questo racconto. Nicola e Corrado erano trasecolati.
- Questo vuol dire che la "Papaya & Co." rinuncia a produrre la riboluzina? - chiese Nicola, che credeva di non aver capito bene.
- E' proprio così! - confermò Garf.
- Non è possibile! - esclamò Corrado.
- E` fantastico! - esclamò Nicola.
- Che cosa? - chiese Zami arrivando trafelata in quel momento, con un vassoio di gelati e seguita da Oliviero. - Eilà! Ciao Garf! Credevo che non ti avremmo più rivisto! Hai deciso di venire con noi? -
- Beh, forse non sarebbe una cattiva idea, - ammise lo scienziato, leccando e facendo scomparire una buona metà del gelato di Zami.
- Ehi! Piano! - protestò lei.
- Ma la formula della riboluzina chi ce l'ha? - chiese Nicola.
- Beh, la formula a questo punto non esiste più. In realtà non esisteva una formula definitiva, dal momento che stavamo ancora sperimentando. Nel New Jersey non hanno la più pallida idea di cosa stessimo facendo, mentre tutti i dati che avevamo qui sono andati distrutti nell'incendio, dunque si può dire che io solo potrei tentare di ricostruirla più o meno a memoria, ma non credo di averne voglia, - disse Garf sorridendo dietro la sua ispida e un po' incolta barbetta, fra lo stupore generale - potrei venire con voi a Roma, e aiutarvi a impiantare un laboratorio per continuare le ricerche per conto vostro. Tanto, - aggiunse - sono in permesso sabbatico fino a dicembre.-
- Evviva! Si parte! - esclamò Zami sollevando il bicchiere d'acqua che era stato servito insieme con i gelati. Brindarono tutti con cinque bicchieri colmi d'acqua minerale, il riso di Zami era contagioso, e un'improvvisa allegria contagiò tutti loro.

Capitolo Ventottesimo: IL PENSIERO DELLA PARTENZA
Garf volle offrirli lui i gelati, e poi si avviarono tutti assieme verso la spiaggia, ben decisi a non sprecare nemmeno un minuto di quelli che si annunciavano come gli ultimi giorni di una ben strana e straordinaria vacanza. Prima però vollero farsi fotografare tutti (anche Giulio Cesare) a cavalcioni della linea dell'equatore, la "marca zero", poi si diressero verso la spiaggia. Il mare scintillava e l'acqua non era mai stata così fresca. La vegetazione a ridosso della spiaggia brulicava di uccelli di ogni genere. A tratti si sentiva il grido dei pappagalli, rauco, ma non fastidioso. A Nicola sembrava di rinascere. In un accesso di estremo sentimentalismo, dopo aver guardato un tramonto infuocato che sarebbe bastato a far vendere un'intera partita, anche avariata, di Baci Perugina, Nicola si lasciò andare a un gesto estremo di romanticismo: mandò una cartolina alla sua ragazza a Milano, con la quale non aveva potuto trascorrere le progettate vacanze, a causa del sopravvenire degli impegni improrogabili che abbiamo testé narrato, impegni che avevano richiesto la sua presenza per il bene e la salvezza dell'umanità. La cartolina era molto semplice: una baia azzurra, degli alberi di sfondo, e dietro portava scritto "Siamo sulla via del ritorno. Un abbraccio, Nicola". Lei, Nicoletta, di professione impiegata comunale, conosceva il suo pollo, e quando aveva saputo della sua defezione si era aggregata prontamente, senza batter ciglio e senza protestare, a un campeggio del WWF (le ferie le aveva già chieste, e a questo punto non poteva rinunciarvi), così aveva passato l'agosto a sorvegliare lo schiudersi delle uova delle tartarughe marine sull'isola di Lampedusa in compagnia di ragazzi di prevalente età liceale, ma gli fu molto grata del pensiero, e capì, conoscendolo, che quello era quanto di più vicino a una dichiarazione d'amore le sarebbe mai riuscito di ottenere. Avevano preso alloggio in un hotel sull'avenida Amazonas. Era quasi la fine d'agosto, gli alberghi erano già meno pieni di quando erano arrivati, anche se la stagione non poteva certo dirsi finita. Di notte i night stavano aperti fino a tardi, alimentando quel turismo un po' freddo che sa di multinazionale. Però c'erano anche i brasiliani veri, gli operai e i minatori che andavano a lavorare alle miniere di Serra do Navio e che il fine settimana venivano in città a spendere lo stipendio, quasi tutti neri o meticci. Corrado e Nicola avevano passato in rassegna gli scialbi mercatini locali, ingombri di mercanzia insignificante, di oggetti di brutta ceramica, di cesti di vimini, stracci multicolori e improbabili amuleti d'osso ad uso dei turisti, e ora passeggiavano lungo la battigia, raccontandosi quello che avrebbero fatto al ritorno. Oliviero, un po' preoccupato di dover tornare a casa, era rimasto in albergo e si era messo a scrivere una lunga lettera ai suoi genitori, sperava, ma non ne era troppo sicuro, di riuscire a convincerli ad adottare Zami. Aveva rosicchiato fino alla mina ben tre matite, e non era ancora riuscito a scrivere niente di soddisfacente. Sotto il suo tavolo si accumulavano diversi fogli appallottolati. Garf era andato a dormire presto, cercando più che altro di smaltire la sbornia di birra. Giulio Cesare aveva trovato una signora posata da corteggiare presso il custode dell'albergo: una cagna lunga e grossa, un incrocio di infinite razze canine di colore bianco sporco, circondata da quattro cuccioli ruzzolanti. Che fascino la maternità! Giulio Cesare aveva iniziato a ronzarle attorno con assiduità, le aveva anche portato un osso. Forse sta invecchiando, pensò Corrado la sera, quando tornando all'hotel si avvide della scena.

Capitolo Ventinovesimo: UNA COMMEDIA DEGLI EQUIVOCI
Lo zio Giuliano, che abitava nella stessa casa di Corrado e dei Signori Condardi, i genitori di Oliviero, ma tre piani più sotto, era venuto quella sera di metà luglio a far visita a suo fratello, il signor Alfredo Condardi. Lo zio Giuliano era un tipo di scapolone un po' crapulone, dalla pancia ormai prominente, e abbastanza simpatico di solito alla gente, ma terribilmente antipatico alla Signora Condardi. Quella sera era venuto a chiedere in prestito un fornello da campeggio. Avrebbe dovuto partire il giorno dopo, e andare in ferie con una nuova conquista che lo intrigava molto. Alla sua età si sentiva ancora un ragazzino, e le sue conquiste di solito avevano almeno quindici anni meno di lui. Lui faceva un po' il paterno, e in genere otteneva dei discreti successi. Si può dire che aveva scoperto, cercando di trarne qualche utile vantaggio, la mancanza e la nostalgia di padri delle nuove generazioni. Ora però aveva scoperto anche che il suo fornello a gas non funzionava e non c'era tempo per farselo riparare, così era salito a casa di suo fratello, per vedere se potevano prestargli il loro. La Signora Condardi il fornello a gas da campeggio l'aveva messo via bene in un armadio che sapeva lei, e fu costretta a lasciare a metà la sua telenovela preferita per andare a cercarlo. Grazie al cielo era un'anima servizievole anche nei confronti di chi le stava antipatico. Mentre si trovava praticamente sepolta dentro a un gigantesco armadio di noce che costituiva il pezzo forte del suo guardaroba, gridò a zio Giuliano:
- Oliviero è venuto da te, vero? - lui, che non era nemmeno sicuro di aver capito bene rispose: - Si, certo, è venuto da me ieri.. -
- Ah, bene, - disse la Signora Condardi emergendo dall'armadio con i capelli scarmigliati e un inconfondibile odore di canfora attaccato ai vestiti, - ecco, ho trovato il fornello a gas, ora guardo se funziona, ma è di Oliviero, a dire il vero dovresti chiederlo a lui. - considerò.
- Oh, quanto a questo ha già detto che va benissimo, - aveva mentito lo zio Giuliano per non perdere tempo - anzi, ha detto che quest'anno non gli serve. Magari potremmo portare in campeggio anche lui, così si fa qualche giorno di campagna. Lo diceva anche Linda l'altro giorno. - aggiunse più che altro per la necessità di cambiare discorso.
- E chi sarebbe questa Linda? - chiese la signora Condardi.
- Linda? E'... la mia nuova fidanzata, - dichiarò sfrontato lo zio Giuliano arrossendo solo un po'.
- Ah, rispose laconica e discreta la Signora Condardi, ormai abituata a non fare troppo conto sulla girandola di fidanzate dello zio Giuliano. Il Signor Condardi alzò appena un sopracciglio alla vista di suo fratello, e si reimmerse subito nella lettura del giornale.
- Allora Oliviero viene con voi? - gli gridò dietro la Signora Condardi mentre lo zio Giuliano era già sulle scale.
- Ah, si, certo, se vuole, glie lo chiederemo... - bofonchiò lui di risposta, ma lei non avrebbe comunque potuto sentirlo. Che miracolo! La telenovela non era ancora finita! Era arrivata giusto in tempo per assistere al drammatico colloquio di Alfonsina con suo padre, durante il quale avrebbe dovuto comunicargli che la sua decisione di sposare Guglielmo era ormai irrevocabile. La signora Condardi si commosse, e la centocinquantasettesima puntata si interruppe in attesa del giorno successivo. Oliviero era partito quel giorno stesso per il Brasile, in compagnia di Corrado e Nicola, ma i Signori Condardi, sicuri che fosse andato in campagna con lo zio, praticamente non se n'erano accorti. Fu così che rimasero alquanto sorpresi nel ricevere la sua lettera da Macapà, ma visto che tanto diceva di essere sulla via del ritorno, non si preoccuparono più di tanto, "Eh, i ragazzi, si sa! Anzi, boys will be boys, pensò la Signora Condardi, che aveva imparato questa frase da una sua compagna di scuola di origine italo-americana, e i ragazzi devono cercare di conoscere un po' il mondo, e poi quella nuova idea di imparare a suonare il violino non le dispiaceva mica, certo che se avesse dovuto aspettare il permesso di quella pantofola di suo marito sarebbe stato fresco, invece così... a cose fatte... Quanto a quella Zami di cui parlava, e che evidentemente aveva messo gli occhi su suo figlio... beh, lasciatela arrivare... e poi avrebbe ben saputo lei che cosa farne! Tanto disse e tanto fece che dissuase persino suo marito dall'idea di sporgere denuncia per ratto di minore. E si disposero entrambi ad attendere il ritorno del figliol prodigo.

Capitolo Trentesimo: AL RISTORANTE
Fra una chiacchiera e l'altra, Corrado e Nicola erano arrivati fin sulla battigia, dove un altro rossissimo tramonto annunciava la fine di un'ennesima giornata di pigro ozio tropicale. Garf, dalla bianca carnagione anglosassone, rafforzata da un'origine slavo-polacca, ormai ustionato senza speranza, era coperto da una maglietta e da tre asciugamani, e stava acquattato sotto un'ombrellone poco distante. Un paio di incredibili occhiali da sole gli davano un'aria molto "cool". Oliviero, accanto a lui, provava qualche pezzo facile, ormai era ben deciso a iscriversi al conservatorio non appena fosse tornato a casa. Corrado gli aveva spiegato che non sarebbe stato necessario lasciare la scuola. Certo avrebbe dovuto discuterne con suo padre, ma alla fine l'avrebbe spuntata lui, come sempre, non c'erano dubbi riguardo a questo. Zami lo osservava discreta, con gli occhi socchiusi, la sua pelle scura non provava alcun fastidio per il sole, ormai smorzato dalle ombre della sera, e una foglia di palma era sufficiente a ripararla. Nicola ebbe un'idea: - E se stasera ci facessimo una pizza? -
- Al "Baffo d'oro" vuoi dire? - chiese Corrado.
- E dove se no? Dopotutto prima di partire dovremmo verificare cosa sia successo a quei tipi della Commissione Ministeriale... fingeremo la massima sorpresa nel rivederli, e ci offriremo di aiutarli. -
- Beh, la bionda l'aiuterei volentieri, - ammiccò Corrado sorridendo all'idea. L'atmosfera della pizzeria era densa e fumosa, il luogo era più affollato di quanto avessero pensato. Un cameriere portò loro la lista, era un meticcio. Si guardarono attorno senza vedere nessuno della banda, e furono un po' delusi, nessuno in vista, ma non dovettero attendere molto.
- I signori hanno scelto? - chiese una ragazza un po' scarmigliata, vestita molto succintamente, con un block-notes in una mano e una biro nell'altra. Era lei! Era la bionda del suo cuore! Il cuore di Corrado ebbe un tuffo. Questa volta portava i capelli sciolti sulle spalle, una camicia bianca e una minigonna cortissima, Corrado non ebbe dubbi: era una bionda naturale.
- A me una pizza napoletana. E una birra Peroni. - rispose il più soavemente possibile, come in trance. E aggiunse: - A proposito, ma noi non ci siamo gia visti? -
- Si, può darsi, mi chiamo Anna, ma non posso stare molto a parlare al tavolo, se mi vede il padrone diventa una belva. E' così geloso che ha licenziato tutti gli altri. Hanno dovuto andare a farsi assumere alla pizzeria qui di fronte, che è di suo cugino. E il suo amico cosa desidera? - chiese guardando Nicola.
- Una quattro stagioni, grazie, e una birra media, - rispose quest'ultimo.
- Io mi chiamo Corrado. Mi piacerebbe rivederti quando stacchi.- la fissò implorante, con uno sguardo che avrebbe mosso a compassione un sasso. Soltanto se fosse stata davvero senza cuore avrebbe potuto dirgli di no, pensò Nicola.
- D'accordo, ma non stasera - rispose lei a bassa voce - il padrone è molto geloso. - si allontanò perché l'avevano chiamata a un tavolo vicino, poi si liberò e tornò da loro. Corrado non l'aveva persa d'occhio un momento. - E'da un po' che vi tengo d'occhio. - disse - So chi siete e domani pomeriggio verrò sulla spiaggia "do Sol", a Sud di Macapà, dove andate sempre. Vi raggiungerò verso le quattro, se tutto va bene. - staccò il foglietto dal block-notes e disse a voce alta: - Bene signori, vi farò portare subito la vostra pizza. -
Le pizze arrivarono qualche minuto più tardi, portate dal meticcio, mentre Anna non si fece più rivedere per tutta la serata. A volte la vedevano andare e venire dagli altri tavoli, ma a loro non si avvicinò più.

Capitolo trentunesimo: L'APPUNTAMENTO
Il giorno dopo Anna si presentò puntuale all'appuntamento, indossava una minigonna rossa vertiginosa e una maglietta molto scollata. La spiaggia era un po' appartata e non molto frequentata dai turisti, che preferivano il lato nord dell'isola.
- Scusami, ho fatto tardi perché quella rompiscatole dell'Angela non mi toglieva gli occhi di dosso.- disse rivolta a Corrado.
- Angela? E chi è? - chiese quest'ultimo.
- L'altra ragazza della spedizione. Quella coi capelli neri. Ha dieci anni più di me e non me lo perdona. Quella stupida è l'unica a credere che la nostra missione avesse degli scopi scientifici. Sai, è iscritta al WWF, alla Lega Esperantista, alla Lega Ambiente, alla LILT, all'AVIS, all'AIDO, alla FIFA, all'Associazione contro la Vivisezione, e non so a quante altre associazioni più o meno culturali. Praticamente doveva funzionare come copertura. Ha una maturità scientifica e ha dato qualche esame a filosofia, per cui si crede un'intellettuale, e vedessi che arie perché si mantiene agli studi con il lavoro di segretaria al ministero che le ha trovato suo zio. - Anna si svestì, e il bikini mozzafiato rivelò a Corrado che tutte le sue curve erano proprio a posto. Sembrava la reincarnazione di Marilyn Monroe.
- E tu quanti anni hai? - chiese tanto per dire qualcosa.
- Io? Ventitré.-
- E come mai ti sei trovata in compagnia di quei tipi? -
- Beh, Giantò mi aveva fatto assumere da poco come segretaria al Ministero. Certo non ha guardato il mio voto di maturità (che era 36). Io avevo preso da poco il diploma serale di segretaria d'azienda. E non glie l'avevo ancora data. Ma s'intende che in missione c'ero venuta per questo. Gli altri non lo sanno, ma a me Giantò mi aveva promesso un'indennità di missione di un certo numero di zeri. A me non me ne frega niente della politica. -
- Oh, figurati a me! - rispose Corrado.
Rimasero a prendere il sole per tutto il pomeriggio, lei si era presa la giornata libera, e non doveva rientrare alla pizzeria prima delle sette. Poterono parlare con tranquillità, lei non chiedeva di meglio che sfogarsi.
- Le cose sono andate sempre peggiorando, - raccontò - ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando il telefonino di Giantò ha smesso di funzionare. La bolletta era stata addebitata sul suo conto corrente i fondi che c'erano non sono stati sufficienti per pagarla. Giantò da allora non è riuscito a trovare credito da nessuna parte, sai, le voci corrono. Così tutti abbiamo dovuto adattarci a fare qualche lavoretto, quello che capitava. Ambrogio... -
- Chi è? - la interruppe Corrado.
- Quello che sembra un maialino. -
- Ah! Si, certo. -
- Beh, lui è stato il più fortunato, ha trovato un posto da bagnino in uno stabilimento, Donatello è misteriosamente scomparso - qui Corrado sussultò, ma si guardò bene dal dirle che sapeva dov'era finito - Vincenzo e Giantò erano stati adibiti ai lavori di fatica, mentre Angela e io servivamo ai tavoli. Attendevamo ancora tutti il famoso accredito ministeriale, e speravamo nella fine delle vacanze, che avrebbe dovuto ripopolare (si fa per dire) gli uffici romani. Nel frattempo però il proprietario della pizzeria si è pazzamente invaghito di me, e ha iniziato a guardare gli altri con palese ostilità. Il fatto che fosse sposato con sei figli chiaramente per lui non era un ostacolo. Del resto la moglie era già abituata da anni a chiudere un occhio e magari anche due di tanto in tanto. Lui crede di essere un uomo di mondo, e di sapere come si gestiscono queste cose: la moglie a casa con i sei marmocchi, e lui al ristorante, a tenere gli occhi addosso a me tutto il santo giorno! E loro che non osavano affrontarlo! Anche adesso per allontanarmi ho dovuto raccontare una storia, dire che andavo a comprare qualcosa. Guai se venisse a scoprire che ho mentito! -
- In breve, non ne puoi più! - concluse Corrado.
- Già! - rispose lei.
Non ci voleva altro per ringalluzzire Corrado. L' aveva ascoltata attento e comprensivo, l'aveva fatta nuotare, si erano stesi sulla spiaggia a parlare di tante cose... e al tramonto lui aveva suonato per lei uno dei suoi pezzi più struggenti. Certo neanche lei dovette fare un grosso sforzo per convincersi: sarebbe partita con loro (non chiedeva di meglio) anche se Corrado fosse stato obeso e senza un occhio. Decisero che Corrado avrebbe comprato un biglietto a suo nome, e che glie lo avrebbe fatto trovare, già pagato, al botteghino dell'imbarcadero, ma tutto avrebbe dovuto rimanere segreto fino al giorno della partenza, prevista per il 31 di agosto, per non suscitare le ire del pizzaiolo geloso. Quando Anna tornò alla pizzeria si sentiva molto meglio, e mentre si rivestiva Corrado pensò che le sue curve erano perfette quasi quanto quelle del suo violino.

Capitolo Trentaduesimo: UN ADDIO TRIBALE
Prima di partire vollero accompagnare Zami dalla sua famiglia, perché potesse salutare tutta la sua numerosa tribù. Le sue sorelle un poco la invidiavano: non capita a tutti, né tutti i giorni l'opportunità di partire per l'Europa con viaggio pagato, in qualità di interprete. E con quei tipi che non somigliavano nemmeno un po' ai soliti occidentali con i quali erano abituate a trattare! Altro che le suore della Missione! Vedi un po' l'importanza di conoscere le lingue! Da un po' di tempo gli stranieri con la bibita rossa non si facevano più vedere, e la solida tempra del capo indio stava lentamente prendendo il sopravvento, cominciando a concedergli qualche momento di lucidità, anche se ancora non era il caso di pretendere troppo da lui. Anche i coleotteri erano tornati a svolazzare timidamente al limitare del villaggio.
- Non ero stato avvertito, e non intendo dare il mio consenso alla separazione da una delle mie discendenti in linea retta, emanazioni filiali o insomma, non voglio che parte! - gridò quando gli fu annuciata la partenza di Zami. Ma forse stava davvero guarendo, anche il congiuntivo sbagliato era un buon segno pensò Nicola. Ci fu un grande banchetto al centro dello sciabono. Sotto la lunga tettoia circolare che delimitava il villaggio, la madre di Zami, una donna grassa ed energica, con corti capelli neri e le mammelle pendule che le sbatacchiavano da tutte le parti non appena si muoveva, presenziava al banchetto, in sostituzione del marito, il quale invece passava di gruppetto in gruppetto, facendo domande un po' strane del tipo:
- Ma in che misura il capitalismo avanzato è funzionale a uno sviluppo post-moderno del discorso relativo all'integrazione etnica dei paesi sottosviluppati? -
Ci sarebbero voluti mesi, forse un anno, prima che fosse di nuovo in grado di comunicare con gli altri indios, "normalizzandosi". Nicola lo guardava preoccupato, riflettendo sugli effetti perniciosi della cultura occidentale. A un certo punto il vecchio indio sembrò tornare lucido, abbracciò sua figlia e le disse:
- Hai mangiato? Scrivici una cartolina, e torna presto. - Gli occhi luccicavano, ma sembrava veramente in sé; subito pero' si rivolse a un altro indio, dal corpo nudo fittamente decorato di arabeschi verdi e gialli, che li osservava poco discosto, e gli disse:
- Non credi che questo dovrebbe farci riflettere sulla caduta dell'oralità e sull'imporsi dei modelli di comunicazione scritta? -
L'indio scosse la testa, e i suoi lunghi orecchini di piume di pappagallo ondeggiarono. Il capo tribù si allontanò in direzione di un grosso cesto di frutta, dal quale prese alcuni manghi. Poi si sedette sotto un pezzo di tettoia, e cominciò a mangiarli. Giovanni gli ronzò sul capo in segno di disapprovazione. Due indios dal corpo scuro, seminudi e ricoperti di pitture a chiazze, soffiavano con forza in alcune lunghe canne forate, tenute insieme da nastri colorati, dei rudimentali strumenti a fiato. Corrado li osservava con curiosità e diffidenza, avrebbe voluto tirar fuori il violino e accompagnarli, ma non osava. Con suo grande imbarazzo gli avevano anche offerto lo yopo, ma lui igienista com'era aveva rifiutato, ora temeva di averli offesi. Zami andò a sedersi di fianco a sua madre e le disse:
- Non aver paura, tornerà in sé.-
- Non ne dubito affatto, - rispose la donna abbracciandola, - comunque ha ragione, anch'io sto in pensiero per te, torna presto e scrivici. Io non so leggere, ma se scriverai troveremo qualcuno che ci legga le tue lettere. Ma tu sai scrivere?-
- Ma si che so scrivere, mamma! - rispose Zami.
- Ah, già! - la madre però era molto al di là dei suoi stessi pensieri, avendo passato l'intera serata a insufflarsi nel naso lo yopo, e per il momento non era più di questa terra.
- Ormai è notte, per lei. - sentenziò la zia di Zami. - Conosci la storia della notte? -
- La notte? -
- Certo. Devi sapere com'è nata la notte. Non puoi partire senza saperlo.-
- E com'è nata? -
La zia, una donna magra dalle mammelle cascanti, con il collo e le braccia ricoperti di bracciali e di amuleti, si sedette più comoda davanti al falò, prese un bastoncino e cominciò a smuovere le braci del fuoco, facendone schizzare fuori delle faville.
- Una volta la notte non c'era - iniziò a raccontare - C'era sempre e soltanto il giorno. Notte dormiva nell'acqua, e le parole stavano nelle cose. La figlia del Cobra Grande andò sposa, e lo sposo abitava con tre parenti suoi. A loro lo sposo disse: "Andate fuori, perché la sposa deve dormire con me". La figlia del Cobra Grande disse: "Aspetta notte!", ma il giovane rispose "Notte non c'è. Sempre giorno è." La giovane allora disse: "Nelle mani di mio padre c'è la notte. Manda a cercarla per il fiume grande." I parenti dello sposo allora partirono, giunsero a casa del Cobra Grande, e qui ricevettero un nocciolo chiuso di tucumano, o come dicono i bianchi, una noce di cocco. Il Cobra Grande disse: "Qui dentro è chiusa la notte. Non apritelo, se no le cose spariranno." I famigli partirono, ma udivano un grande chiasso provenire dalla noce: "Tam, ten, ten,...xi,...". I parenti udivano rumori di grilli e di ranocchi dalla noce, e quando furono lontani dissero: "Vediamo che cosa fa questo chiasso." Ma la loro guida disse: "Non aprite, se no, spariremo. Remate invece!". I parenti remarono. Dal nocciolo di tucumano si udiva sempre il chiasso, allora i parenti sciolsero la pece che chiudeva il nocciolo di tucumano, e tutte le cose divennero scure. La guida disse: "Ora spariremo. La giovane figlia del Cobra Grande sotto il suo tetto sa che il nocciolo è stato aperto dai parenti". Lo sposo disse: "La notte è libera". La sposa disse: "Aspetta il nascere del giorno". Le cose del bosco divennero animali e uccelli. Il sedile della canoa generò il giaguaro. La prua fu la testa e il becco dell'anitra. La pancia della canoa fu il corpo dell'anitra. I remi divennero le zampe dell'anitra. La stella allora luccicò. La figlia del Cobra Grande disse: "L'alba si rompe; divido il giorno dalla notte". Poi avvolse un filo e disse: "Sarai lo jacù." - la voce della vecchia era ormai quasi una cantilena.
- Che cos'è uno jacù? - domandò sottovoce Oliviero.
- Ssst! E una specie di gallina che assomiglia a un tacchino. - rispose Zami sempre sottovoce - ma adesso stai zitto e non interrompere! - La zia aveva smesso la cantilena, e aveva ripreso a rimestare il fuoco con il suo bastoncino. Quando sentì di nuovo attorno a sé il silenzio riprese a raccontare:
- La figlia del Cobra Grande gli tinse la testa di bianco col tabatinga, e le gambe di rosso, coll'urucù, e infine gli disse: "Quando il giorno nasce raggiando, per sempre, per tutti canterai". Poi avvolse il filo ancora, lo cosparse di cenere sulla punta, e disse: "Sarai l'inambù, e canterai nei diversi tempi della notte e della mattina" - Oliviero moriva dalla voglia di chiedere cosa fossero la tabatinga, l'urucù e l'inambù, ma si trattenne di fronte a un'occhiataccia di Zami -Arrivarono infine i parenti - continuò la vecchia - e la giovane disse loro: "Voi foste infedeli, e le cose sparirono. Anche voi ora sparite. Ora siete macachi". E così fu, e la bocca nera e la striscia gialla che i macachi portano al braccio, sono i segni della pece che chiudeva il nocciolo, e che quando fu sciolta colò sui parenti infedeli. - la zia si fermò un momento, e alzò gli occhi su Zami - Anche tu adesso parti - aggiunse lentamente - e non sappiamo quando tornerai, ma non dovrai essere infedele ai tuoi parenti, se no, sai cosa ti aspetta. - Zami rimase un attimo pensierosa. Poi scoppiò a ridere e l'abbracciò.
- Non preoccuparti zietta. Tornerò presto, e vedrai che non sarò infedele! - comunque pensò che probabilmente sarebbe stata una buona occasione per vedere cose nuove, e aveva la sensazione che Oliviero l'avrebbe aiutata. I fuochi rosseggiavano nell'accampamento, e tutti avevano la pancia piena. Nicola, che non si era fatto pregare per assaggiare la polverina, scivolò tranquillo fra le braccia di Morfeo. Prima di assopirsi ebbe una visione: Nicoletta camminava verso di lui, veniva dal mare e camminava sulle acque, nuda e coperta di un copricapo di penne gialle, e portava in braccio due tartarughe marine, glie le porgeva e diceva:
- Vedrai come sono buone in insalata. Fanno passare il male ai ginocchi, e cancellano i segni del passato. - poi la donna si stendeva accanto a lui, e... ma qui saremo più discreti e non entreremo nel sogno di Nicola, e poi in fondo era soltanto un sogno. Il giorno dopo Nicola si svegliò con un gran mal di testa, e rimase rincoglionito per l'intera giornata. Dovettero aspettare altre ventiquattr'ore prima di partire, perché gli sembrava che diecimila piccoli spilli lo pungessero dietro alle orecchie ogni volta che muoveva il collo. Finalmente si decisero a partire.

Capitolo Trentatreesimo: LA TRAVERSATA
La traversata fu lunga, ma senza troppi incidenti. Anna era arrivata al molo la mattina presto, il giorno stesso della partenza. La sua svelta figura non aveva dato nell'occhio: oltre a un foulard e agli occhiali da sole portava a tracolla una piccola borsetta, dove aveva messo soltanto l'indispensabile. Non aveva detto niente a nessuno e il baffuto pizzaiolo a quell' ora russava certo sonoramente accanto alla sua larga moglie. Soltanto all'ultimo momento, presa da uno scrupolo, Anna era andata da Angela, l'aveva svegliato, e le aveva fatto scivolare in mano una busta, sussurrandole di custodirla in gran segreto, e di darla a Giantò soltanto dopo mezzogiorno. Lei aveva grugnito qualcosa in risposta, e si era girata dall'altra parte. Poveraccia, la sera prima aveva fatto le tre di mattina servendo ai tavoli! Nella busta c'era un biglietto con le seguenti parole: "Quando leggerai queste righe starò navigando verso l'Italia. Vi prometto che la prima cosa che farò in Italia sarà di andare al Ministero, e di sollecitare il vostro accredito. Buona fortuna, Anna.".
La nave era partita alle nove di mattina, come previsto, e Corrado per festeggiare aveva offerto a tutti diverse bottiglie di champagne. A mezzogiorno erano tutti sbronzi. Un miracolo se non avevano perso la coincidenza. A Fortaleza, dov'erano arrivati in serata, avevano dovuto cambiare nave, e prendere un altro bastimento con destinazione Oporto, e poi Roma. Erano stanchissimi e un po' brilli, avevano già salito la scaletta della nave AURORA, quando Oliviero si accorse di un cartello, con la scritta "Destinazione: Montreal - Canada". Dovettero precipitarsi giù dalla nave in tutta fretta, appena in tempo! Tratti in inganno dal nome italiano del bastimento avevano sbagliato molo: la loro nave, la AGUARDIENTE, li attendeva alla banchina di fronte.
- Whew! - sbuffò Corrado lasciandosi cadere su una sedia a sdraio del ponte di prua, mentre la nave lasciava gli ormeggi, e si avviava sbuffando verso il mare aperto. - Non potevamo prendere un aereo? -
- Sarebbe stato più difficile per Giulio Cesare, e un cambiamento troppo brusco per Giovanni. - sentenziò Nicola -
Anche Dick Garf dice che per nave si dimezzano i rischi di uno shock di rigetto ambientale.- aggiunse asciugandosi la fronte con un fazzoletto. Corrado si guardò attorno: in ogni caso la nave sembrava perfettamente attrezzata per trascorrere il tempo in modo piacevole: solarium, sauna, palestra, discoteca, campo di squash, c'era perfino un minigolf, e una squadra piuttosto nutrita di "animatori" . Che strana cosa gli "animatori", Corrado si era sempre chiesto se gli altri passeggeri per caso non avessero l'anima, forse gli animatori servono proprio a questo: a dare un'anima a chi non ce l'ha. Corrado a volte era agitato da dubbi metafisici. Ad ogni modo quella sera stessa gli "animatori" gli richiesero di esibirsi col violino nel vasto salone della nave, cosa che fece con grazia. Ma quando si accorse che quelli, in perenne crisi di idee, cominciavano a contare su di lui per l'intrattenimento serale, iniziò a darsi con più parsimonia, riuscendo così a contrattare in cambio, per sé e per i suoi amici, il passaggio dalla classe turistica alla prima classe. Negoziare è una capacità che si acquisisce con gli anni, pensava mentre aiutava Anna a impacchettare gli ultimi oggetti, in prossimità del loro trasferimento nella "suite" imperiale, che il comandante aveva concesso loro di occupare senza sovrapprezzo, tanto era sempre vuota perché nessuno aveva mai abbastanza soldi per prenotarla. Oliviero, nell'aiutarlo, lo guardava con occhi sempre più traboccanti di ammirazione. Giovanni venne nutrito a polline d'agave per tutta la traversata, e sembrava cavarsela benissimo. Dick un giorno per scherzo aveva telegrafato a Joan il loro punto nave. Lei, che nel frattempo aveva rotto con il tunisino di turno, in risposta gli aveva scritto: anxiously waiting your coming back ("aspettare con ansia tuo ritorno"). Dick aveva iniziato a smaniare e non stava più nella pelle, se avesse potuto avrebbe dirottato la nave verso New York. Era così eccitato che Nicola aveva dovuto intervenire:
- Ma che diamine! Ti pare dignitoso mostrarsi così disponibili? Rimani con noi almeno fino alla fine del viaggio, o almeno fino a che Giovanni non sarà stato dichiarato fuori pericolo! Poi te ne tornerai dalla tua amica. - l'aveva sgridato. Anche Giovanni e Giulio Cesare l'avevano guardato con occhi imploranti, che sembravano dire "Non abbandonarci!", un'espressione particolarmente riuscita a Giulio Cesare, a causa del suo famoso "sguardo da cane", mentre Giovanni era un po' meno efficace nel patetico, riuscendo soltanto ad emettere dei ronzii un po' metallici, che poi Zami doveva tradurre. Dick aveva mugolato un po', ma poi si era convinto. In fondo, non poteva mica buttarsi a nuoto. Però da quel giorno aveva preso l'abitudine di telegrafare a Joan le coordinate del nuovo punto nave, così che lei potesse seguire da casa la rotta. Inutile dire che dopo tre giorni lei aveva smesso di rispondergli, e lui si sfogava, guaendo disperato alla luna. Dopo due settimane di navigazione furono in vista della costa portoghese, e il 15 settembre la nave entrava nel porto di Ostia, o meglio, si arrestava nelle acque territoriali italiane in prossimità del porto di Ostia, causa sciopero a oltranza di marittimi e portuali. Si preparava uno degli autunni più "caldi" dell'ultimo decennio. Giovanni sembrava più necessario che mai, ma proprio in quel momento era preda di uno dei peggiori attacchi di mal di mare che avesse sofferto negli ultimi tempi. Le sue verdi elitre erano diventate di un pallido color besciolino smorto, e agitava scompostamente le antenne vomitando una bavetta vischiosa. Garf lo fissava preoccupato.
Nicoletta era venuta all'imbarcadero, ma non aveva potuto fare nient'altro che noleggiare un gommone e avvicinarsi alla nave. Dal bordo dell'"Aguardiente" Nicola le urlò che andava tutto bene, di non preoccuparsi e di tornare pure a terra, che tanto loro sarebbero senz'altro sbarcati a momenti.

Capitolo Trentaquattresimo: LO SBARCO
Invece sbarcarono una settimana più tardi. Indubbiamente erano abbronzati, ma quando, terminato lo sciopero, ottennero il permesso di lasciare la nave e rimettere piede sulla terra ferma, quello che avevano di più nero era l'umore. I genitori di Oliviero erano venuti a Roma apposta per accogliere il figliol prodigo. All'inizio la Signora Condardi era tutta contenta che ci fosse lo sciopero, sperava di godersi finalmente una settimana di vacanza in albergo, ma presto dovette ricredersi. Il Signor Condardi, che era un tipo "parsimonioso", aveva dichiarato che una pensione di quart'ordine era tutto quanto potevano permettersi, e ne aveva scovata una che a suo avviso aveva un nome molto "poetico": "Al vecchio tram". La Signora Condardi dovette rassegnarsi, e senza commentare oltre la "poesia" di suo marito si adattò a usare il lavabo scheggiato, che a volte suo marito usava anche come orinale, visto che di bagni ce n'era uno ogni diciotto camere. E malgrado questo il Signor Condardi aveva dichiarato che quello era un vero e proprio salasso per le sue tasche! Come Dio volle Oliviero sbarcò, e qualche ora di giubilo li riavvolse come la pelle del salame, illudendoli di essere una famiglia molto unita, come quella che fa la pubblicità dei biscotti del Mulino Bianco. La Signora Condardi trasudava felicità da tutti i pori della sua grassa persona. Presto però Oliviero dichiarò la sua intenzione di iscriversi al Conservatorio, e il Signor Condardi, che aveva in serbo per lui certi altri e più concreti progetti, s'imbestialì. Ci volle tutta la pazienza e la capacità di mediazione della Signora Condardi per arrivare a ottenere il suo consenso, che fu concesso alla fine di molte discussioni, a condizione, beninteso, specificò il Signor Condardi, di continuare anche la scuola,
- E con risultati e profitto più che brillanti! - puntualizzò. E visto che c'era precisò anche che si sarebbe trattato di un istituto tecnico. Vista la difficoltà della trattativa Oliviero decise di non insistere nella richiesta di adottare Zami, la quale da Nicola venne affidata a Nicoletta. Quest'ultima, abitando a pianterreno, disponeva anche di un fazzoletto di giardino nel cortile interno del vecchio caseggiato un po' periferico in cui abitava.
- Perché non lasciate che vengano con me anche Giovanni e Giulio Cesare? - propose. Il cane "bamiagolò" di soddisfazione a quella proposta, e iniziò a scodinzolare selvaggiamente, rovesciando metà delle sedie del bar dove stavano facendo colazione. Si era infatti molto affezionato a Giovanni, e gli spiaceva separarsene, quanto a Zami, l'adorava ormai perdutamente, non avendo mai fino ad ora nella sua vita di cane potuto disporre di un'interprete personale simultanea. Corrado pensò che era una buona idea, che gli avrebbe permesso di rimanere qualche giorno in più a Roma, e di accompagnare Anna al Ministero. Prima di ripartire per il nord Nicola e Nicoletta si concessero però ben tre giorni di romantica parentesi sentimentale, aggirandosi come gatti randagi fra le rovine del Colosseo. Infine Nicola li lasciò partire.
- Vi raggiungeremo a Milano nel giro di un paio di giorni. - li rassicurò salutandoli e guardando Nicoletta, Zami, Giulio Cesare e Giovanni stipati a bordo della scalcinata cinquecento di Nicoletta (modello originale anni 60). Giulio Cesare da solo occupava l'intero sedile posteriore, e ci stava appena. Fu un viaggio abbastanza divertente, anche se un po' lungo perché Nicoletta non osava spingere la cinquecento oltre gli ottanta all'ora per paura che andasse in pezzi. Zami e Giovanni, che vedevano quei luoghi per la prima volta, facevano dei lunghi complicati discorsi e commenti sul paesaggio, e spesso chiedevano informazioni, solo a tratti trovavano il tempo per tradurre agli altri quello che stavano dicendo, ma Nicoletta non se n'ebbe a male.
Corrado intanto ne approfittò per accompagnare Anna agli uffici del Ministero, dove in ogni stanza in cui entrarono, dei simpatici impiegati, apprezzavano rumorosamente ed eloquentemente le rotondità della ragazza, che ricordavano essere stata una loro collega fino a pochi mesi prima, e trasecolarono al sentire la sua incredibile storia. Tutti ci tennero però a chiarire bene che nessuno di loro poteva essere ritenuto materialmente responsabile dell'errore tecnico che aveva bloccato il pagamento. Le loro coscienze erano immacolate come camicie appena uscite dalla tintoria. Corrado per un attimo dubitò che Nicola, con i suoi numerosi "agganci", ne sapesse più di quanto fosse disposto ad ammettere riguardo a quel misterioso "errore tecnico" che aveva bloccato l'accredito e la squadra ministeriale, ma capì anche che fargli domande dirette sarebbe stato del tutto inutile, oltre che inopportuno. Nicola e Garf andarono invece a trovare certi amici di Nicola, che avevano un laboratorio nei pressi del Pincio, un tempo provetti fabbricanti di molotov e altri esplosivi "proletari", ora il loro laboratorio lavorava prevalentemente di commesse esterne, smaltendo parte del lavoro di una conceria fuori porta. Furono contenti di rivedere Nicola, con il quale non avevano contatti da più di otto anni, e fecero buona accoglienza a Garf, dichiarandosi infine più che disposti a fornire loro tutto il possibile aiuto. Dopo qualche giorno i due proseguirono per Milano, dove Nicola aveva in mente di presentare Garf a certi altri suoi amici che lavoravano in un centro di ricerca universitario. Gli era già arrivata la richiesta, non appena fosse stato chiaro come sfruttare le capacità del coleottero, di spedirne alcuni esemplari in Bosnia e a Sarajevo, dove avrebbero potuto dimostrarsi molto utili per facilitare i negoziati di pace.

Capitolo Trentacinquesimo: PROBLEMI DI ADATTAMENTO
- Come sarebbe a dire "Mi sembra un po' pallido"? - ruggì Nicola nella cornetta, svegliato alle 6,30 del mattino da una Nicoletta più ansiosa del solito.
- E' così, mi sembra che agiti le antenne e che voglia dire qualcosa, ha una colorazione meno verde di ieri sera, di questo sono sicura, - rispose Nicoletta. Nel frattempo si era svegliato anche Garf, che però aveva l'aria alquanto dispersa, dopo la sbronza di birra che avevano preso la sera precedente per festeggiare l'arrivo in Italia e l'apertura del nuovo laboratorio con la supervisione di Garf.
- Ma Zami cosa dice? - chiese Nicola.
- Zami non c'è, speravo di non dovertelo dire, ma è uscita ieri sera con Oliviero e sono spariti tutti e due... no aspetta, sta entrando ora. Ma si può sapere dove siete stati? Che vi credete di essere ancora nella giungla? - Zami era entrata con un grosso quaderno sotto il braccio, Oliviero la seguiva con un violino a tracolla, avevano tutti e due l'aria imbambolata di chi ha passato la notte in bianco.
- Eh? Come? - farfugliò Zami. - Oliviero m'insegnava a fare gli esercizi di algebra... -
- Si certo, come no! - esplose sarcastica Nicoletta, cui pesava la responsabilità di aver cura di quella piccola selvaggia, proprio lei che di spirito materno ne aveva così poco! - E ai tuoi cos'hai raccontato? - chiese furente al ragazzo.
- Gli ho detto che stavo a casa di Corrado, per preparare degli esercizi. - rispose lui tranquillo.
- E la scuola? -
- Oh, quella, è occupata da martedì. -
- Magnifico! - sibilò Nicoletta, - Ora però venite qui e cercate di aiutarmi a capire cosa sta succedendo a Giovanni, non mi pare si senta bene, ma non capisco se sta cercando di dire qualcosa. - Zami si precipitò vicino all'insetto, con il quale intrattenne, o così sembrava, un dialogo piuttosto fitto.
- Dice che ha bisogno di più polline di girasole, che l'acqua è troppo inquinata e non la sopporta... e anche... ma non so se...-
- Che cosa? Parla maledizione! Ma ti pare il momento di farti prendere dall'esitazione? E' tutta la notte che lo guardo e non capisco! - urlò Nicoletta.
- E' che... non lo sa nemmeno lui se ha la febbre oppure si è innamorato di quella cetonia verde che visita spesso la serra del giardino di fronte. Non lo sa perché è un coleottero giovane e in vita sua non è mai stato innamorato. - finì Zami. Nicoletta ebbe un sospiro di sollievo e sbottò in una risata.
- Tutto qui? - chiese.
- Si. - rispose dignitosa Zami, un po' risentita per non essere stata presa sul serio.
- Hai sentito? - chiese Nicoletta tornando finalmente al telefono dove aveva lasciato Nicola.
- Certo che ho sentito, - rispose Nicola - posso tornare a dormire adesso? Sono le 6,30 e non devo essere in redazione prima delle undici. - mugolò.
- Sogni d'oro! - gli augurò Nicoletta.
- Grazie! - rispose Nicola.

Capitolo Trentaseiesimo: EPILOGO
Ormai c'erano segnali inequivocabili: Giovanni mangiava sempre meno, e le striature brune sul suo dorso erano quasi completamente sbiadite. Un gatto nero con un occhio cucito, abitante anche lui del giardino di fronte, nell'innocente tentativo di giocare con lui per rialzargli un po' il morale l'aveva quasi fatto fuori con una zampata. Poi, attraverso Zami, il micio aveva mandato a dire che gli dispiaceva molto, e per farsi perdonare aveva messo una buona parola con la cetonia di cui sopra, mandandola in visita al capezzale di Giovanni. Ma l'insetto non migliorava. Garf lo guardava preoccupato.
- Vuoi dire che abbiamo fatto tutto questo per niente? Che il coleottero zebrato non sopporta questo clima e che non c'è più nulla da fare? - chiese incredulo Nicola. Sembrava il raduno al capezzale di un morente.
- Credo di si. - rispose Garf, che aveva già prenotato un posto sull'aereo che sarebbe partito per New York la mattina dopo.
- Incredibile! - rispose Corrado.
- Pazzesco! - gli fecero eco Zami, Oliviero e Nicoletta.
- Beh, il mio indirizzo l'avete, il laboratorio qui è stato avviato, più di così non so cosa fare. Se ci saranno novità dovrete farmelo sapere voi. - concluse impaziente Garf. Tutti si sentivano vagamente a disagio. La mattina dopo Garf partì. Nel pomeriggio Nicoletta notò che l'animale sembrava più inquieto del solito. Zami non c'era. Nicoletta si aggirava impotente attorno al tavolo dove Giovanni era stato collocato su di una foglia di lattuga, dentro una scatola aperta. Da almeno due giorni non aveva nemmeno provato ad alzarsi in volo. Improvvisamente ebbe come un'intuizione, rimosse dal fondo della scatola tutti i semi di girasole, che l'insetto non aveva neppure toccato, spruzzò d'acqua la foglia, e attese. Giovanni parve sollevato, e agitò le antenne in segno di riconoscenza. Nicoletta spostò la scatola sotto la finestra, e di nuovo Giovanni sembrò gradire, spostandosi nell'angolo della scatola dove il sole batteva più direttamente. Ronzando si presentò la cetonia, che prima sbatté contro i vetri, poi si posò sullo stipite della finestra. Nicoletta aprì, e quella entrò e venne a posarsi sul bordo della scatola. Ruotò le antenne in direzione di Giovanni, il quale parve risponderle con un ronzio sommesso e modulato. Come avrebbe voluto Nicoletta che ci fosse anche Zami, per tradurre cosa si stavano dicendo quei due! Ma Zami era uscita la mattina presto, aveva trovato un lavoro part-time e si era iscritta a una scuola di alfabetizzazione per stranieri extracomunitari. E così Nicoletta vide Giovanni che si alzava in volo faticosamente, seguendo, o meglio arrancando dietro la cetonia e dirigendosi verso il giardino, dove stava immobile il gatto nero dall'occhio cucito, che li guardò statuario, molto dignitoso, anche se con la testa leggermente obliqua, per poter avere una migliore visuale dall'unico occhio che gli rimaneva. I due gli ruotarono attorno al muso, senza che lui si scomodasse ad allontanarli, si posarono per qualche minuto su di un cespuglio di rose tardive, mezzo avvizzite per la stagione inoltrata e per i fumi di scarico metropolitani, e si librarono decisi al di sopra della siepe che divideva il minuscolo giardino dalla fabbrica in disuso che con esso confinava. Nicoletta e il gatto li seguirono con lo sguardo fin che poterono, poi i due insetti scomparvero. Nicoletta all'inizio non si preoccupo' affatto, anzi, si sentiva molto sollevata al vedere che Giovanni stava meglio, e poi pensava che sarebbe ritornato di qui a qualche ora. Verso sera però iniziò a impensierirsi. Perché non tornavano? E se gli fosse successo qualcosa? Molto più tardi, interrogato da Zami il gatto nero con l'occhio cucito ammise di sapere dove fossero diretti: in campagna, da certi cugini della cetonia che vivevano nei pressi di una risaia, ma disse anche che la loro fuga era definitiva, e che cercarli sarebbe stato vano. Pare che ai coleotteri dopotutto non importi molto di salvare il mondo degli esseri umani, se questi sono così stupidi da non saperselo salvare da sé. Giovanni ne aveva visto abbastanza, e aveva concluso di non essere interessato a sfruttare fino il fondo il proprio potenziale rivoluzionario e terapeutico, e poi era stufo di esperimenti. Bisogna dire che Nicola ci rimase davvero male: perfino fra gli insetti si anniddavano dei piccolo-borghesi, pensò, e con tutta la fatica che gli era costato l'andarsi a prendere quell'irriconoscente coso ronzante! Corrado non recriminò altrettanto: ora viveva con Anna, che si era messa a fare la fotomodella, e pensare che prima di allora non gli era mai riuscito di acchiappare una vera bionda naturale! Oliviero ha finito il conservatorio, e Zami è riuscita a prendersi uno straccio di maturità e a ottenere poi una borsa di studio per un'università americana dove è andata a studiare entomologia. Sembra davvero portata, e sono sicura che farà una carriera brillante. Lei e Oliviero ogni tanto si scrivono ancora. Hanno deciso che quando lei finirà gli studi all'università organizzeranno un'altra spedizione, e cattureranno un altro coleottero, più motivato e meno incline alla diserzione. Quando Dick è tornato a New York ha scoperto che la sua amica Joan aveva nel frattempo trovato un cicano disoccupato di cui occuparsi, e lui come al solito si è buttato nel lavoro e nella ricerca scientifica per consolarsi. Credo che sia sulla buona strada per ottenere un premio Nobel per la chimica. Noi continuiamo a tenerci le guerre, il politichese e il burocratese, ma non avrete mica pensato davvero che bastasse un po' di entomologia a risolvere tutto, vero?
* FINE *



C'era una volta un insetto striato
abitante in un cono al cioccolato,
ma poi volle vestirsi all'europea
ed impicciarsi di farmacopea.
Ma era soltanto un coleottero zebrato!



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Respingendo il diritto all'individualismo e all'azione individuale, l'intellettuale respinge altresì la responsabilità del male al quale ha partecipato. Dalle ricerche cliniche è stato dimostrato che l'obbedienza verso l'autorità elimina ogni dilemma morale, trasferendo sugli altri la colpa delle decisioni e delle azioni sbagliate. " Un comportamento inconcepibile per il singolo abituato ad agire autonomamente si realizza invece senza esitazioni per ordine dell'autorità, compreso il furto, l'assassinio e il crimine" (Stanley Milgrham, _Obediency to Authority_, in Filip David, _Frammenti di tempi tenebrosi._ Trieste: Edizioni e, 1996, p. 49)






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