FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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COLABRODO

Ago Panini




Emanuele si drogava.
La prima volta che l'ho saputo stavo attraversando anch'io un periodo difficile. Andavo male a scuola e raccontavo un sacco di balle ai miei genitori. Ero stato male, come se anch'io fossi coinvolto in prima persona.
Aveva cercato di suicidarsi con le lamette, ma lo avevano salvato, portandolo via, senza nemmeno chiedere se a lui andava bene.

Io lo frequentavo perché suo fratello minore e mia sorella erano molto amici e si vedevano spesso per giocare.
Andavo con loro e entravo nella grande stanza dei giochi. C'era anche Emanuele. Era più grande di me soltanto di qualche anno, ma quando si è "piccoli" pochi anni di differenza possono sembrare secoli. Lo avevo sempre guardato come un "grande", temendo quindi di scocciarlo. In realtà ero molto più interessato ai giochi di suo fratello minore.

Andavamo nello stesso liceo, il "Giovanni Berchet", di Milano.
Lo incontravo spesso per i corridoi quando uscivo dalla classe, stufo marcio delle lezioni e delle professoresse che sembravano prendersela in particolar modo con me. Lo incontravo e mi raccontava, fumando (per me quella era già, all'epoca, una droga) dei suoi problemi, di cosa avrebbe cambiato, di come avrebbe voluto fare politica all'interno e all'esterno della scuola.
Io ne ero in parte affascinato e in parte spaventato. In casa mia sapevo dei suoi problemi scolastici e se ne discuteva spesso. Mia madre lo additava un po' come caso limite mentre ammirava il fratello maggiore, Giovanni, che a me era sempre stato antipatico perché era quello bravo, che andava bene a scuola, che non diceva balle.

Un giorno, durante una mia uscita nei corridoi, incontrai un suo amico che mi disse che se ne era andato: aveva cambiato scuola; ora era al "Tito Livio".
Per un po' non ne seppi più nulla, fino al giorno in cui mia madre mi disse che si drogava e che aveva cercato di farsi fuori.
Mi ero sentito come malato. Era la prima vera intrusione della realtà esterna con il mio mondo ancora bambino. Avevo veramente avuto paura; avevo sentito come una rottura, una finestra aperta da cui entrava un vento che non mi piaceva, e temevo avrebbe soffiato anche attorno a me.
Mia madre mi disse che quando tornava a casa stravolto diceva di aver corso in bicicletta.

Sono sempre stato convinto che Giovanni sapesse e che per un motivo o per l'altro avesse preferito tacere con i genitori.
Non ho mai capito come la cosa avesse influito poi sulla testa di Corrado (il fratello più giovane), ma nei suoi confronti avevo sempre provato un po' d'imbarazzo, simile a quello che si prova quando si parla con qualcuno che ha un figlio o fratello handicappato, prendendo questa cosa come un male divino e inevitabile.

Per un po' non se ne seppe più nulla. Anche mia sorella e Corrado avevano iniziato il liceo, proprio al "Tito Livio"; io avevo cambiato scuola. Ero all'"ITSOS "di via Pace, una scuola diversa dal "Berchet", dove finalmente riuscivo a sentirmi libero, dove sentivo che le mie qualità personali erano apprezzate e dove potevo dire la mia, anche in politica, senza temere ripercussioni. Era una scuola nella quale amavi stare, e non ti faceva venire voglia di scappare e di dire balle, perché tutto era alla luce del sole, e tutto o quasi era permesso. La libertà era davvero tanta e, in un modo o nell'altro, eri costretto a gestirtela e cosi si imparava a utilizzare davvero il proprio tempo e gli insegnamenti dei professori.
Con Corrado continuava il mio atteggiamento d'imbarazzo, ma ci frequentavamo: alcune delle compagne di mia sorella, in particolare Susanna, erano anche sue amiche e ci si incontrava spesso.


Di Emanuele non si sapeva niente. All'epoca poi di comunità ancora non se ne parlava e si temeva di parlare di questa storia per paura di ferire Corrado e i suoi familiari. Si sapeva che era a Roma, che aveva finito il liceo e si era iscritto a Giurisprudenza (suo padre è avvocato) e stava bene.

Io gli avevo subito dato fiducia e così mio padre. Un po' meno mia madre che, per certi aspetti, è sempre rimasta un po' snob e retrò.

Poi, a una festa, improvvisamente lo incontrai. Stava benissimo, era di nuovo a Milano, aveva una fidanzata e studiava con profitto. Della sua "storia" non ne parlava e io non avevo nessuna intenzione di fare domande.

Io ero fidanzato con Susanna; avevo conosciuto molti dei suoi compagni tra cui Margherita e Michelle.
Margherita era carina, un po' bambina, con i capelli rossi e le lentiggini, mentre Michelle (che era stata compagna di Susanna anche alle medie, assieme a Corrado) era decisamente bella: sembrava molto più grande di tutte loro e, come sempre nel caso d'una persona troppo bella, non era particolarmente ben vista nella classe. Era fidanzata con un uomo, Massimo, di quasi dieci anni più grande di lei, che l'accompagnava con la macchina alle feste e poco dopo tornava a riprendersela.

Le feste a casa di Corrado ed Emanuele erano sempre un successo; io ci andavo con un mio grande amico, Sergio, mio compagno nel periodo del "Berchet" e poi amico di sangue. Insieme eravamo usciti dai nostri casini, insieme ci eravamo presi le prime sbronze di birra, insieme avevamo smesso di dire balle ai nostri genitori e insieme ci avvicinavamo al mondo esterno, una via della città alla volta, che pian piano si apriva completamente davanti a noi contribuendo all'allargarsi del nostro orizzonte.

Con Emanuele si sbevazzava alle feste e si rideva. L'atmosfera tesa era svanita e si scherzava nuovamente su tutto, anche sulla sua "storia"; si parlava tranquillamente di pere, di crisi depressive e di canzoni angoscianti, come se tutto questo fosse ormai un mondo a parte.

A una di queste feste mi accorsi dell'interesse di Emanuele per Michelle, che all'epoca si era stufata di Massimo. Stavano le ore a giocare a scacchi ed Emanuele, da esperto quale era, correggeva con pazienza gli errori di lei. Poi si fidanzarono, e per tutti e due iniziò un periodo felice.

Un giorno ero in giro con Sergio chiacchierando del più e del meno. Li incontrammo e non potemmo fare a meno di notare che entrambi erano dimagriti notevolmente. Avevamo scambiato qualche battuta di rito e poi loro se ne erano andati e noi dall'altra. Sergio, che amava e ama uscirsene con frasi drammatiche, mi disse che secondo lui quei due si facevano.
Mi ricordo che risi, come se Sergio avesse affermato che le giraffe volano.

Un paio di sere dopo uscii con Susanna per andare al cinema. Era stranamente cupa e dopo un po', tra lacrime varie, mi disse che Emanuele e Michelle si drogavano. I genitori avevano scoperto tutto quando lei era stata ricoverata in ospedale per overdose. Era una tragedia.

Io mi sentii tradito, nel profondo, da Emanuele, al quale avevo immediatamente e con gioia dato tutta la fiducia possibile. Mi sentii offeso per tutte le volte che con mia madre lo avevo difeso dicendo che agli errori si può riparare e che si può uscire da tutte le storie.

La pugnalata era poi continuata quando si venne a sapere che entrambi erano sieropositivi, e che forse, proprio per questo motivo, avevano ricominciato a drogarsi. Di nuovo la mia vita si avvicinò sgomenta alla realtà e a tutte quelle cose "che non succedono mai".

Le loro famiglie decisero che non si dovevano più vedere; Michelle cambiò scuola e andò a terminare il liceo in una privata.


Emanuele rimase a Milano e apparentemente sembrava tutto normale.
Ci incontrammo di nuovo alla festa dei diciotto anni di Margherita, tutti in smoking e cravattino.
Io avevo giurato di non parlare a Emanuele perché lo disprezzavo nella maniera più assoluta, ma poi lui fu così gentile e simpatico che tutto fu subito come prima. Bevemmo grandi bottiglie di champagne; chiacchierammo nel boschetto; scherzammo con le ragazzine fino a mattina.
Tornando indietro, lui capitò in una delle sue tipiche crisi di egocentrismo schiacciasassi in cui amava atterrire la gente con i suoi racconti deprimenti, in cui parlava di droghe, e (facendo gelare il sangue a tutti)
di suicidi.

Poi si rincontrarono e tornarono a stare insieme. Lei aveva smesso e ne era definitivamente uscita. Su entrambi restava l'incognita della sieropositività, che non sembrava poi turbarli più di tanto. Erano belli, ricchi e giovani e nulla sembrava poterli fermare.

Con Susanna li frequentavamo spesso, uscivamo a cena e chiacchieravamo. Sembravano felici e un po' isolati. Venivano spesso a vedermi in concerto e più volte abbiamo progettato una vacanza sulla neve insieme.

Poi la storia tra me e Susanna è finita e si sono allentati anche i rapporti con Emanuele e Michelle.

Una sera, in giro con Susanna, lei mi disse che Emanuele aveva l'AIDS e gli avevano dato due anni di vita. Aveva anche ricominciato a farsi, da solo.
Si era laureato con 110 e aveva incominciato a lavorare in uno studio, occupandosi dei tossicodipendenti.

Quando litigavano (spesso a causa della droga o della sua assurda gelosia), lui scappava a casa a bucarsi.

Dopo l'ennesima litigata, Michelle lo ha trovato morto, per overdose.

Continuo a pensare che si sia suicidato coscientemente e non che sia morto per errore. Al suo funerale non sono riuscito ad andare.

Era un tipo geniale, roso dall'interno da una voglia di autodistruzione mista a egocentrismo che raramente ho incontrato in qualcun altro. Era geniale e sapeva di esserlo, amava sentirselo dire, amava sentirsi dannato, amava sentire la gente intorno a lui che rabbrividiva quando raccontava della sua "storia" e amava Michelle più d'ogni altra cosa al mondo.
Non ha avuto il coraggio di aspettare il vaccino o forse era veramente stufo di tutto questo.

Mi ha detto Margherita che lo ha sognato, recentemente, in un grande residence dove la notte si gioca a tennis e il giorno si scia sulle piste più belle del mondo.



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