FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'UNICA COSA FEMMINILE E' IL CLITORIDE

Massimiliano Griner




In cui si dimostra che non esiste alcuna qualità femminile, e che le distinzioni tra uomo e donna solo esclusivamente di ordine anatomico e fisiologico.


Nel 1994 Una Chi ha pubblicato, per i tipi della Se E duro campo di battaglia il letto. Una. Una chi? Una qualsiasi, una qualunque, il nome non importa. Lascia perplessi che il libro non riporti il nome della presunta autrice, o meglio, della persona che lo ha scritto. Quando un libro è anonimo, come possiamo essere certi del sesso dell'autrice/autore? Romanzi pornografici scritti da uomini se ne trovano dappertutto. Un romanzo pornografico femminile è un evento molto più raro, molto più intrigante, molto più eccitante, economicamente più fruttifero. Forse è questo l'arcano?
Chi si nasconde dietro la perifrasi pseudonimo "Una chi"? uno scrittore? una scrittrice? Semplicemente non lo sappiamo, o lo sapremo solo in un secondo tempo, se e quando chi l'ha scritto sarà indotta, indotto, a venire allo scoperto. Certo, nel momento in cui leggiamo il libro, ignoriamo il sesso dell'autore, e non possiamo fare a meno di leggerlo sotto l'influenza di questa ambiguità.
L'editore ci dice trattarsi di donna, la voce narrante in prima persona è una certa Flavia, milanese di trentasei anni, impiegata, bilocale in periferia, cinquecento ansimante, ex attivista femminista. Ci piace credere, e tutto ci spinge a credere, che sia una donna l'autrice, e leggiamo il libro con questa credenza. Naturalmente dovremmo sospendere il giudizio persino davanti a libri firmati - chi ci dice che dietro la firma di Erica Jong non vi sia suo marito? o Henry Miller? o Bill Clinton? - ma poiché non siamo abbastanza intelligenti per coltivare simili dubbi, approfittiamo dell'occasione offerta da E duro campo di battaglia il letto, in cui non dubitare sarebbe da fresconi.
Questa lettura mi induce a tornare al gioco proposto da Doug Hofstadter (*) in un suo stupendo articolo, una divertente variante del test di Turing, chiamiamolo "indovina il sesso!". Non c'è bisogno di personal computer in rete, di modem, o di lap-link, basta il lettore e questo libro così deliziosamente anonimo. Riapriamo allora E duro campo di battaglia il letto con questa specifica finalità: domandarsi:

a) se esistono elementi spiccatamente femminili, in generale, in una scrittura - nello stile, nei pensieri - e poi
b) andare a individuarli nel testo in questione. Si tratta di due compiti diversi, il secondo sicuramente molto più semplice del primo, ma vedremo di cavarcela lo stesso.

Ora, credo sia una evidenza, almeno per chiunque faccia uso dell'intelligenza, che non disponiamo attualmente di alcun criterio, intersoggettivo, efficace, esibibile, con cui distinguere apriori il sesso dell'autore di un testo. Con questo non voglio, meglio: non posso, escludere che vi siano soggetti talmente sensibili da essere capaci di svolgere questa discriminazione con un tasso accettabile di efficacia, incapaci tuttavia di esibire il loro "metodo". Esistono molte forme di abilità che si possono possedere, ma non ostendere con la stessa facilità con cui le si possiede. Andare in bicicletta è semplicissimo, ma spiegare in modo completo - non solo in linea di principio, si intende - come un cervello umano possa coordinare il compito apparentemente semplice di "andare in bicicletta" è un compito molto al di là delle nostre capacità attuali. Distinguere il sesso dell'autore di un brano, sufficientemente lungo perché in esso si manifesti una personalità (**), è una scienza tipicamente idiografica, per esprimerci con termini cari a Windelband. Richiede, se esiste una siffatta scienza - della qual cosa sono molto scettico - facoltà più legate alla comprensione, che alla spiegazione. In ogni caso bisognerebbe mettersi d'accordo sul tasso di efficacia. Dovrebbe ragionevolmente allontanarsi dalla pura casualità. Se un tale giura di essere capace di distinguere il sesso degli autori di testi, naturalmente a lui sconosciuti, ma solo il 4 aprile di ogni anno bisestile e dalle 3 alle 4 antimeridiane, penso dovremmo scartare la sua candidatura.
Io personalmente non possiedo queste doti, e non conoscendo nessuno che si vanti di possederle - c'è sicuramente qualcuno che si vanta di questa dote - preferisco affidarmi alla ricerca metodi oggettivi. Se esistono, naturalmente. Preliminarmente però dobbiamo definire alcune cose. Per esempio i termini uomo e donna. Qui, e solo in questo contesto naturalmente, uomo significherà esemplare della specie uomo dotato delle caratteristiche sessuali primarie e secondarie maschili. Donna significherà esemplare della specie uomo dotato delle caratteristiche sessuali primarie e secondarie femminili. Non saranno definizioni molto brillanti, ma perlomeno in questo contesto uomo e donna non significheranno altro che questo. Per il momento trascureremo deliberatamente la complessità della sessualità umana (***).
In secondo luogo preciseremo cosa intendiamo per scrittura "femminile", o "maschile". Abbiamo detto che per semplicità prenderemo in considerazione solo brani di una certa lunghezza e densità. Ricordiamo che ci troviamo nell'ottica secondo la quale esistono brani "maschili" e brani "femminili", anche se non sappiamo ancora se possono essere distinti e come. Questo non implica, in ogni caso, teniamolo bene a mente, che non possano darsi dei brani potenzialmente neutri, che avrebbero potuto essere scritti da una donna come da un uomo. Una neutralità che potrebbe continuare a sussistere anche se la potenza del nostro criterio fosse tale da consentirci di discernere persino le note della spesa. Possiamo cominciare. Grazie al tropismo verso la verità, quella dote che ci guida in mezzo alla moltitudine dei dati in modo da organizzarli coerentemente, come la luce guida le piante, ho isolato alcuni brani di Una chi che, a mio giudizio, denotano una psicologia femminile. E lo stile? dove ho lasciato lo stile? Rispondo che l'analisi dello stile la rimando a quando una università mi stipendierà per fare lavori di questo tipo, così laboriosi, e quando in veste di accademico potrò chiedere all'editore il disco magnetico in cui è registrato il testo. Le indagini numeriche sullo stile sono un lavoro da personal computer. Certo, poi le interpretazioni finali sono un compito esclusivamente umano, ma non si può nemmeno chiedere a una persona sana di zucca quante volte la parola "cazzo" o "amicizia" ricorre in un testo di più di tre cartelle, figuriamoci in un romanzo.
Lasciamo perdere dunque l'analisi dello stile. Facciamo invece alcune ipotesi sulla psicologia femminile. Possibile farlo senza precipitare al livello culturale dell'anchor man televisivo medio? No, naturalmente: ogni asserzione sulle grandi classi in cui è ripartita l'umanità, cioè gli altri, siano donne, ebrei, Californiane amanti del surf, islamici, ragazze-madri, etc., ci condanna alla situazione non gradevolissima di ragionare come dei lobotomizzati.
Ma dal momento che la nostra finalità è mettere in evidenza un modo di ragionare profondamente sbagliato, basato su presupposti falsi, ammetteremo la possibilità di tracciare qualche lineamento di psicologia femminile. Una volta fatto questo, potremmo andare nel testo di Una chi, guardarci intorno, e cercare espressioni denotanti la psicologia caratteristica di una donna. Se le troveremo, avremo la prova che dietro la perifrasi Una chi si nasconde una donna.

Psicologia femminile. Protocolli osservativi.
1) Nella donna adulta normale media si assiste tipicamente ad una caratteristica dipendenza mentale ad un singolo uomo elettivo, alle cui peculiarità personali, anche negative, si sottomette, convinta che questo le consenta di trattenere a sé l'uomo di cui è innamorata. Il sentimento di dipendenza è accompagnato solitamente da uno stato di ansia e di insicurezza legati alla paura latente che l'uomo possa sciogliere il legame che lo lega a lei.

Riscontri nel testo.
(I) "...non finivamo mai di criticare la mia dipendenza da un tale già legato a un'altra da ben dodicianni (sic) e non disposto a separarsene, anzi asserivano in coro che mai e poi mai loro l'avrebbero neppure cominciata una storia così [naturalmente ognuna di loro manifesta legami analoghi a Flavia] (...) Ormai parlare di Matteo suscitava risolini di compatimento, ma io non mi scomponevo più di tanto e parlavo di Matteo lo stesso, perché ne avevo bisogno e approfittavo senza scrupoli del loro affetto" (Una chi, 1994: 48, corsivo mio).

Ecco fatto: abbiamo creato un bellissimo ragionamento a la Alberoni. Non starò a difendere i contenuti del protocollo 1, né il fatto che i brani citati siano un riscontro del protocollo, creato ad hoc per soddisfare due ovvi requisiti:

a) aderire ai brani citati;
b) avere un certo grado di plausibilità per l'uomo della strada: o, in altre parole, essere un luogo comune.

Ma eccoci già nei guai. Se un uomo, uno scrittore, facesse propri in qualche maniera il protocollo (1) e altri analoghi protocolli sulla psicologia femminile - se l'ho fatto io, può presumibilmente farlo qualunque altro uomo - potrebbe creare un romanzo "femminile". Forse non lo farebbe con la stessa spontaneità di una donna, forse dovrebbe faticare in una difficile opera di simulazione sessuale, ma se il metodo dei protocolli è corretto, prima o poi ce la farà.
Se i precedenti passaggi sono plausibili, l'unica cosa che siamo riusciti a dimostrare è che chi-ha-scritto-il-romanzo conosce almeno il protocollo (1), ed è in grado di derivare delle frasi compatibili e coerenti, come (I). Se poi questa persona sia una donna oppure un uomo con i protocolli femminili, questo siamo ancora lontani dal saperlo!
Quello che dobbiamo trovare, e che ancora manca, è una qualità intrinsecamente femminile del testo, non una qualità simulabile da parte di un uomo che si impossessa delle istruzioni - dei protocolli - del caso. Questa autentica qualità femminile dovrebbe essere qualcosa che solo una donna potrebbe mettere in ciò che scrive. Anche le descrizioni di cose che solo una donna può provare, in prima persona e sviluppate con un linguaggio realistico, naturalistico - come la descrizione dell'attesa di un figlio, di un parto, di un aborto, dei dolori mestruali, etc - ancora non è sufficiente, come è facile capire. Infatti un uomo potrebbe impossessarsi dei protocolli relativi, e simulare perfettamente una donna (****).
La situazione ideale sarebbe all'incirca rappresentabile in questo modo:

Psicologia femminile. Protocolli osservativi.
(2) (...)
(3) (...)
(4) (...)

Riscontri nel testo.
(II) "io voglio soltanto essere sola con lui, come se fossimo al bar noi due soli seduti al tavolino..." (p. 58). (III) "Il sabato mattina mi ero dunque vista con Dorothea..." (p. 81).
(IV) "è il tuo culo che esiste, te lo senti? diceva scherzoso..." (p. 104).

Nella sostanza di questo esempio abbiamo un corpo di protocolli a noi ignoti - ma che si suppone giuochino un ruolo preciso anche se inesplicabile nella psiche della donna, quindi a livello subconscio - e un corpo di riscontri testuali, uno per protocollo, chiaramente inventati, presi a caso dal romanzo. Se i tratti della psicologia femminile di cui sono riscontro le tre espressioni citate fossero effettivamente protocollabili, se potessimo sostituire ai puntini delle vere asserzioni protocollari, allora ricadremmo nel caso del protocollo (1). Uno scrittore potrebbe usufruire dei nuovi protocolli e scrivere lui stesso espressioni "femminili" derivabili, coerenti.
Se i tratti della psicologia femminile rimangono inesplicati, o meglio inesplicabili, ineffabili, allora sono davvero appannaggio esclusivo della donna in quanto donna, e nessun uomo, a meno di simulare la donna in piena profondità, in modo completo ed esauriente, volgendo sé stesso in donna - il che pare impossibile - potrà mai scrivere un romanzo intrinsecamente, ineffabilmente "femminile".
Siamo ormai vicini a trarre le prime conclusioni. Se un testo gode di una qualità esclusivamente femminile, allora la qualità deve essere ineffabile. Nel caso contrario non è esclusivamente femminile, e può essere simulata, fatta propria da un uomo.
Ma se una qualità è ineffabile, non può essere protocollata. Se non può essere protocollata, non avremo protocolli. Se non avremo protocolli non potremo isolare riscontri testuali. E se non potremo isolare riscontri testuali, non avremo alcun modo di distinguere un testo scritto da un uomo a uno scritto da una donna.
Adesso prendiamo il caso di due romanzi: il primo si intitola A, il secondo B. Non saranno titolo fantasiosi ma a noi va bene così. L'autore del primo si chiama a, quello del secondo b; a ha un neo sulla scapola destra, di 0,567 cm2 di superficie, b no.
C'è un ricercatore universitario, di nome c, che si domanda se esiste un metodo per scoprire se la qualità di avere un neo sulla scapola destra di superficie compresa tra 0, 500 e 0, 600 cm2 in uno scrittore comporti delle conseguenze nei testi che compone. Dopo anni di lavoro sulla produzione letteraria di a e di altri scrittori con il neo caratteristico, c crede di avere isolato la ricorrenza caratteristica ricercata. Quando c sta per pubblicare le sue scoperte, si viene a sapere che il romanzo B, scritto da b, è in realtà opera di a, che b non esiste, era solo uno pseudonimo. Il ricercatore recupera il romanzo scritto sotto pseudonimo e immediatamente va in cerca della ricorrenza. Incredibile a dirsi, desolato e affranto non la trova! Il nostro ricercatore abbandona la sua ricerca e si dedica ad altre attività. Questo breve apologo ci insegna qualcosa o no?


Note al testo

(*) Cfr. Hofstadter e Dennett, 1981.
(**) Probabilmente, se esiste la proprietà "femminile" e "maschile" associata ad un testo scritto, questa proprietà potrebbe, come non potrebbe, fare la sua comparsa anche nella più semplice e laconica lista della spesa. Forse noi non lo sappiamo, ma "due etti crudo", oltre alla proprietà di essere composto da dodici lettere gode anche di quella di essere espressione tipicamente femminile della composizione della lista della spesa, mentre un uomo avrebbe scritto "crudo due etti". Dal momento che attualmente non disponiamo di criteri intersoggettivi per discernere la firma maschile da quella femminile, mi limiterò a prendere in considerazione testi lunghi e articolati, che sembrano costituire un compito discriminativo più semplice.
(***) Una lesbica scriverà come una donna eterosessuale? esiste una scrittura "lesbica"? E una persona bisessuale come scriverà: coniugherà la scrittura "maschile" e quella "femminile"? come? Ricordiamo con umiltà che le domande sono sempre di più delle risposte.
(****) Si noti che questo si deve ai limiti del linguaggio, incapace di descrivere esperienze intrinsecamente private, idiografiche. Il linguaggio generalizza sempre. Qui si inseriscono gli autori di Moll Flanders o Fanny Hill.




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