FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA CELLA

Haymar




La cella era piccola, forse tre metri per due. Un letto, più che altro un pagliericcio, un tavolo e una sedia.
E la luce.
Una luce bianca, fredda, costantemente accesa.
Niente finestre. L' unico contatto con l' esterno era la porta e quella, non si apriva mai.
Due volte al giorno, la scodella del cibo ed il secchio che fungeva da latrina venivano scambiati attraverso un vano girevole.
Isolamento, isolamento assoluto.
Il prigioniero stava seduto sul letto, le gambe incrociate, il respiro regolare.
Non avrebbe ceduto. La cella aveva spezzato molti altri; tutti quelli che lo avevano preceduto, prima o poi, si erano arresi; avevano cominciato a parlare, venduto e tradito tutto ciò in cui credevano, tutto ciò che erano.
La regola era una sola. Nessun contatto, isolamento assoluto per mesi, anni forse. Il tempo non era un problema.
Fino a quando non cedevi. Fino a che non eri ridotto ad un' ombra, uno spettro di te stesso.
Solo allora potevi uscire.
Ma lui era diverso. Era stato appena catturato quando l' aveva capito.
Mentre lo trasportavano alla cella li aveva ascoltati, aveva scoperto il segreto.
I processi, le confessioni, le condanne, non avevano la minima importanza.
Loro commerciavano in anime. Spezzavano le persone, le rendevano malleabili e poi le usavano.
La cella produceva burattini obbedienti. Ma lui avrebbe fatto saltare il loro meraviglioso meccanismo.
Non aveva alcuna speranza di sopravvivere alla cella. Ma l' avrebbe sconfitta.
La cella, la luce, il silenzio.
Poi era venuto il sibilo. Un sibilo improvviso, acuto, penetrante. Calibrato alla perfezione per spezzare la concentrazione, annullare ogni pensiero coerente in un caos di dolore fisico.
Altri avevano tentato. Altri prima di lui avevano voluto resistere, avevano cercato di rifugiarsi nella meditazione, nella fanatsia, di rifugiarsi in se stessi.
Questo non era permesso. Ecco il significato del sibilo. La cella era pensata per spezzare.
Come ad un segnale il sibilo partiva nel momento di massima concentrazione; come ad un segnale, in perfetta sincronia, lui apriva gli occhi e cominciava a fissarlo. Tutta la sua concentrazione trasferita sul piccolo punto nero in mezzo alla parete. In esso, col pensiero, lui imprigionvava tutti gli strumenti dei suoi torturatori: la luce, la cella, il dolore, tutto quando andava a finire lì e perdeva di forza, quasi cessava di esistere.
Il punto era lì fin dal primo giorno. In mezzo alla parete bianca il punto era nero, e piccolo, tanto piccolo da risultare praticamente invisibile. Perchè loro sapevano, spiavano ogni minuto della sua giornata. Neanche il punto nero era permesso. Ma, così piccolo, non lo avrebbero mai scoperto. Nemmeno lui lo vedeva, in realtà, ma sapeva che c' era, era lì, esattamente dove lo aveva disegnato, e tanto bastava.
Nei momenti di silenzio lui ascoltava, espandeva i propri sensi piano piano. Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, arrivò a sentire i passi felpati fuori dalla porta. Quelli della guardia che portava il cibo e, in seguito, quelli più leggeri, sempre più leggeri dei topi e degli insetti, nell' irraggiungibile corridoio.
Mese dopo mese si spinse più in là, fino ai primi alloggiamenti. Cominciò a seguire i discorsi e le discussioni. Percepì la noia, e i litigi.
Di nuovo, all' arrivo del sibilo, lui rientrava nella cella e tornava al punto sulla parete. Di nuovo, nel silenzio, ripartiva per le sue esplorazioni mentali.
Lentamente, molto lentamente, si costruì un immagine sonora della costruzione in cui era rinchiuso.. Poi si spinse oltre. Superò le guardie. Trovò, e supero', altre celle, uguali alla sua. Altri prigionieri, come lui, urlavano, piangevano. Alcuni avevano cercato di suicidarsi, ma neanche questo era permesso.
Alcuni stavano cercando di resistere e questo accese il suo interesse. Nessuno durò molto a lungo. si sposto' oltre.
Dal momento che il sibilo non sembrava funzionare vennero attivate le stroboscopiche. Anche queste violentemente efficaci.
Trovò il modo di ingannare anche quelle. Adesso, non aveva più bisogno di stare seduto ad occhi chiusi per uscire dalla cella. Camminava.
Camminava ed ascoltava.
E aveva un punto in ogni muro.
Gli anni si susseguirono agli anni. Divenne più bravo. Quando attivavano una tortura di nuovo tipo, lui fingeva di sconvolgersi, simulava convulsioni e agonie, per un pò. Poi si calmava, quasi si fosse abituato. Dava l' impressione di essere in grado di abituarsi a qualunque cosa. Nell' ufficio sulla torre stavano cominciando a preoccuparsi. Li sentiva litigare, percepiva ogni parola, ogni azione. Si divertiva ad anticipare le loro prossime mosse.
Ormai non aveva più confini. Scoprì le caverne sotto l' isola. Le esplorò lentamente , come sempre, con curiosità.
Non provava più le grandi emozioni di tanto tempo prima. Seguiva con distacco tutto ciò che lo circondava. Solo l' esplorazione contava ora. Quella ed il suo personale duello con i suoi carcerieri assisi, al sicuro. Irraggiungibili nella loro torre.
Poi, nelle profondità delle caverne, qualcosa si mosse. L' aveva scoperto qualche giorno (Anno? Minuto?) prima.
Qualcosa che dormiva da molto tempo, qualcosa che lo aveva sentito.
L' idea gli venne improvvisa, folle, come qualcuno che tentasse di cavalcare una cometa. Sì, poteva funzionare!
Nelle profondità dell' isola Qualcosa cominciò a svegliarsi.


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27 Agosto 1883 l' improvviso ed esplosivo risveglio del vulcano Krakatoa ha causato la distruzione dei tre quarti dell' isola omonima. La potenza dell' esplosione è stata stimata pari a 21547.6 bombe atomiche. L' isola era disabitata.


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