FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA CASA D'ACQUA

Giuseppe Sanso'




Chi aveva edificato quella casa sapeva che intorno non vi sarebbe sorto un paese perché il posto che aveva scelto per sé e, con l'aiuto di Dio, per i propri discendenti era più congeniale ad un sognatore che ad un geometra. L'edificio si trovava, solidamente posato come un macigno, nel mezzo dell'unico e verdissimo prato che si potesse trovare lungo il torrente Orba. Il perenne oggetto dello sguardo e, come vedremo, del desiderio delle quattro simmetriche finestre della facciata principale erano le profonde e vaste pozze in cui il corso d'acqua, dopo aver lambito con fragore pareti e schegge enormi di verde serpentino, scaricava i suoi umori, placandosi. Alle spalle della costruzione si protendevano come balconi le balze sporgenti e disordinate della montagna fino alla strada che correva più in alto. Su di esse, a trattenerle, si spandeva l'eterogenea e solidale vegetazione dell'Appennino. Un viottolo si staccava dalla provinciale e dritto dritto, senza ombra di indecisione, come l'animo del primo costruttore, si buttava verso il fiume ma, quasi giunto all'acqua, bruscamente deviava per fermarsi sul prato. Per il resto era la dolcezza dei meli e dei ciliegi che contendevano ai pochi, regolari e simbolici filari di vite il segreto dell'armonia. In basso, la discesa verso il greto era terrazze coltivate ad orto. Perché il prato era il prato è sempre lo rimase, incolto, nel succedersi delle generazioni che vi lasciarono l'erba per il gioco dei bambini e per il tarassaco degli gli anziani che depuravano il corpo ma pensando all'anima. Nel frattempo, intorno alla cappella benedettina dedicata alla Vergine Maria, cresceva il borgo abitato dai boscaioli, dai carbonai e dai cercatori di funghi che si spartivano i frutti di quel vasto ma povero territorio. Da tutti questi, la solitaria casa sul fiume che per la stranezza del suo isolamento richiedeva una definizione bizzarra, veniva chiamata "la casa dell'acqua".
Con la costruzione del canale la casa ebbe il suo primo e vero approccio all'acqua sottostante. Tre generazioni si erano accontentate, salvo innovazioni di piccola entità, dell'iniziale organizzazione dell'insediamento e ciò, in parte, per rispetto della volontà del suo fondatore. Ma quando il ricordo di quel trisavolo finalmente sbiadì nei racconti serali intorno al focolare, qualcuno pensò che il rifornimento derivante dalla modesta sorgente posta molto più in alto, quasi sulla strada e perciò ~fonte~ anche di diverbi con i paesani, non fosse più sufficiente. Così, in seguito ad un progetto studiato accuratamente, come per la consapevolezza di un cambiamento radicale nell'assetto del piccolo territorio, venne dato inizio allo scavo della trincea. In effetti l'opera si presentava piuttosto complessa per le modeste competenze idrauliche della comunità: l'acqua andava prelevata almeno duecento metri più a monte, in corrispondenza di una larga ansa del torrente. Doveva scendere dolcemente fino all'altezza del prato e non disperdersi nel tragitto. Perciò il lungo tratto di scavo doveva correre su un terreno già consolidato senza alcuno sbalzo ed essere impermeabilizzato per tutto il suo corso. Poi la ferita sarebbe stata ricoperta con tavolame e pietre e, finalmente, gli abitanti avrebbero potuto disporre di una considerevole quantità di acqua per tutti gli usi, in aggiunta a quella potabile, mentre la casa avrebbe ottenuto, almeno idealmente, un piccolo avvicinamento al suo amato fiume.
I vantaggi dell'opera non furono commisurati al grande sforzo organizzativo ed alle molte giornate di lavoro che essa aveva richiesto, almeno per quanto risultava evidente e per l'immediato. I poveri abitanti poterono irrigare regolarmente le poche fasce coltivate ad orto e le donne poterono lavare i panni nelle vasche opportunamente sistemate senza dover scendere fino alle pozze del fiume ma anche molti anni dopo, quando al chiuso di un capanno venne installata una sega per il legname azionata dalla caduta dell'acqua, il nipote di quell'innovatore, ormai capofamiglia, non riusciva a capire il motivo della esagerata ingegneria impiegata in quella idraulica struttura.
La solitaria ed immobile casa pazientò ancora due generazioni. Poi, durante gli anni trenta di questo nostro secolo, la crisi economica che attraversò mezzo mondo toccò anche quel posto che era si dimenticato ma pur sempre dipendente, a causa dei commerci, dal resto del paese. Per questa ragione Adelmo, il bisnonno degli attuali e giovanissimi proprietari di quello che resta dell'insediamento, fu costretto ad emigrare come molti altri padri di famiglia. L'attitudine a far fronte autonomamente alla maggior parte delle necessità quotidiane lo aveva fornito di una certa versatilità nel lavoro e ciò gli consentì di cercare un'occupazione nella vicina Francia evitandogli di attraversare l'oceano in un viaggio rivelatosi, per molti, senza ritorno. L'ultima sera prima della partenza uscì all'aperto per godersi ancora una volta quell'aria di casa che tanta nostalgia gli avrebbe fatto provare nei mesi a venire. L'interno era rischiarato dalla luce incerta del lume. Il suo piccolo ed unico figlio, Saverio, si era ormai addormentato nel tepore del suo lettuccio mentre la moglie Adelina conversava mestamente con le due cognate nubili ricordandosi, di quando in quando, di un'altra sciocchezza sentimentale o scaramantica da aggiungere al povero bagaglio. Era stata una limpida e solare giornata di settembre, la vite offriva già i suoi colori autunnali anche se, al buio, si poteva soltanto intuirla con i suoi pochi frutti dorati. Il profumo dell'aria era quello di una campagna estenuata dall'estate, pronta al riposo. Persino la scarsa acqua del fiume, con il suo canticchiare sommesso, pareva stanca di correre. Adelmo passeggiò intorno, scese fino alle ultime fasce in prossimità delle pozze e poi risalì a calpestare il grande prato. Infine si avvicinò alla parete rivolta a ponente della sua casa per appoggiarvi il palmo di una mano ed il peso del suo corpo. Così stette conversando fra sé e sé ma, idealmente, con il solido rifugio di tante generazioni della sua famiglia.
<<Tornerò? questo è il mio mondo, qui so come muovermi e so dove cercare, qui io sono io e, me ne rendo conto, me stesso è tutto ciò che materialmente mi ha sempre circondato. A te, casa, ed a tutto il resto, ho concesso questa identità nella fiduciosa espansione del mio essere. Ora è come lacerarmi per trasferire solo una parte di me, altrove. In un altro mondo in cui vivrò dilaniato ed estraneo. Mi radicherò laggiù? tornerò? poserò qui, per l'ultima volta, il mio corpo?>>
<<Certo che tornerai, un giorno ti ricongiungerai, ma è anche necessario che ora tu parta>>.
Undici anni più tardi Adelmo ritornò con un piccolo gruzzolo, una più vasta esperienza del mondo ed un progetto che per altri tre anni restò il suo chiodo fisso. In Francia aveva osservato ed ammirato gli allevamenti delle trote che potevano essere realizzati, in prossimità di un torrente, mediante la costruzione di piccole vasche in muratura. Il canale e le terrazze sottostanti alla casa avrebbero avuto un utilizzo appropriato e, con il tempo, l'attività si sarebbe trasformata in una sicura fonte di reddito.
I lavori per la costruzione della prima vasca iniziarono quando non erano ancora gli anni cinquanta. Fu allargata una piana situata proprio sotto alla casa, in direzione del torrente, ed il lieve scivolamento verso valle di questa fu considerato come un definitivo e non preoccupante assestamento che venne assicurato con uno spesso muro di pietre. Con il valido aiuto del giovane Saverio, ormai diciottenne, Adelmo riuscì, dunque, a realizzare il suo sogno. Acquistò presso uno stabilimento specializzato i primi avannotti di ~Salmo fária~, e cioè di trota, popolando in breve tempo la limpida piscina che con la sua acqua corrente sembrava davvero aver portato le profonde pozze nelle vicinanze della casa. Più tardi la piccola famiglia si arricchì di nuovi componenti. Saverio, infatti, aveva preso in moglie una giovane del vicino paese da cui ebbe presto un figlio a cui impose il nome di Rodolfo. Tutto contribuiva a rendere felice quel già ridente posto: gli uomini si dividevano tra la cura, il taglio ed il commercio degli alberi di cui erano proprietari ed impiegando in ciò molta della loro energia mentre le donne collaboravano all'allevamento ed alla redditizia vendita delle trote. All'arrivo della primavera il prato ed i suoi confini, gli orti e le rive del fiume, le balze disordinate fino alla strada sembravano godere anch'esse della stabile opulenza, manifestando la prima stagione con una irregolare ma fantasmagorica esplosione di colori e di vita. Durante le tiepide serate d'estate, davanti alla casa si raccoglievano i parenti e gli amici che con il loro vociare racchiuso nell'isola luminosa di una lampada elettrica, davanti al rossore delle braci odorose, contendevano ai grilli ed alle cicale il primato della festa. Vicino, sotto, accanto, nel canale e nella vasca scorreva e gorgogliava, saltellava canticchiando e borbottava, zampillava o prorompeva, fluiva o s'ingorgava l'acqua. Tuttavia, alla casa non bastava ancora.
Adelmo visse fino a raggiungere il suo settimo decennio di vita. Poi quelle condizioni che facilmente minano la salute dei polmoni, l'accanimento nel fumo, le sudate fatiche nei boschi, l'umido connaturato ai due ambienti in cui lavorava, lo condussero in un'ospedale cittadino che, ultimo dei luoghi in cui avrebbe potuto adattarsi, decise definitivamente il termine della sua esistenza. Saverio, com'è naturale, compensò la perdita dell'affetto e dell'energia paterna con un vigoroso slancio innovativo. Accanto alla prima vasca ne costruì una seconda ma rinchiusa in un edificio di muratura per cui le trote vivevano in una costante penombra. A lato della casa gli avannotti potevano stabulare temporaneamente e crescere in un piccolo, ulteriore, ambiente acquatico. Arricchì la popolazione dei suoi pesci con un tipo di trota detta "salmonata". Infine, poiché il paese vicino andava popolandosi, nella bella stagione, di villeggianti che provenivano dalla città, istituì un regolare servizio di vendita diretta, previa licenza comunale, che consentiva ai divertiti clienti l'opzione di prelevare personalmente dalle vasche, con un apposito retino, il numero di pesci desiderati. La sua intraprendenza venne premiata perché, col tempo, egli dispose di denaro sufficiente per raddoppiare la proprietà boschiva ed incrementare il taglio ed il commercio del legname, attività a cui maggiormente dedicava il suo tempo e, probabilmente, il suo entusiasmo. Alla fine degli anni del "boom economico" la piccola azienda familiare, pur trovandosi in una posizione geografica marginale rispetto ai luoghi privilegiati dallo sviluppo, aveva conquistato una buona ~produttività~, tanto da offrire ai suoi proprietari una invidiabile sicurezza per il futuro. Passarono, dunque, ancora molti anni sereni.
Di tutte le tragedie che l'uomo possa affrontare, quella che appare più triste e forse più ingiusta agli occhi della storia, concentra il suo epilogo in un'unica generazione di una lunga discendenza familiare. O, meglio, manifesta nella vita di un solo uomo ciò che andava covando da decenni e decenni pur nell'assenza delle reiterate colpe dei padri che permetterebbero il pronunciamento della profezia. Nella vicenda fin qui narrata e di cui la casa ha svolto il ruolo di attore silenzioso, le nuvole temporalesche si addensavano sinistramente sulla testa, è proprio il caso di usare questa espressione, dell'ottavo discendente dell'antico costruttore. Nell'anno millenovecentonovantaquattro, Rodolfo viveva la felice condizione di responsabile padre per i due vivaci monelli che erano nati dal suo riuscito matrimonio e, contemporaneamente, di valido sostegno per il proprio anziano genitore. Inoltre traeva soddisfazione dalla consapevole perizia con cui aveva assunto la direzione delle attività familiari. I dolori al capo, impensabili emicranie per quel fisico robusto e resistente, arrivarono all'improvviso ed aumentarono così intensamente nell'arco di un mese da rendere indispensabile il suo ricovero nell'ospedale cittadino. Quarantadue anni, la condizione di padre e di giovane marito intensificarono gli sforzi diagnostici e terapeutici dei suoi dottori? A chi è estraneo alla professione medica ciò sembrerebbe scontato anche se, infine, il suo caso poteva consentire ben poche speranza. Dopo un intervento al capo che almeno lo liberò dal dolore, egli fu dimesso dall'ospedale con la prescrizione di cure essenzialmente calmanti e ritardanti la probabile invasione di cui sarebbe stato indifendibile oggetto.
Durante una di quelle notti d'agosto in cui le stelle sono più numerose dei fili d'erba in un prato, Rodolfo si svegliò di soprassalto e sedendosi sul letto guardò davanti a se, attraverso il varco della finestra chiusa coi soli vetri. Vedeva il cielo scuro trapuntato dai minuscoli lumicini ma anche, in sovrimpressione, il riflesso di uno specchio d'acqua: le pozze, una vasca, chissà! Sentiva nella testa un senso di vuoto e poi di vertigine, come se la sua mente fosse trasportata dai flutti di una irresistibile corrente. Sentiva l'acqua fluire intorno ai propri pensieri, trascinarli e disperderli come strumenti che sfuggano vorticosamente dalle mani o dalle tasche di chi fosse caduto in un fiume. Tentò una vana reazione, si fece aria scuotendo entrambe le mani davanti al viso per riuscire a respirare meglio. Voleva vivere, voleva poter pensare ancora a lungo. Poi udì chiaramente: <<Vieni, presto, dobbiamo andare all'acqua!>>. Voltò il capo, cercò nel buio della stanza ma non vide nulla. Solo, accanto a sé, intuì il corpo assopito di sua moglie sfiorandolo con una mano. Si tolse dunque dal letto e camminando a tentoni scese le scale fino al piano terreno. Doveva uscire all'esterno per controllare qualcosa che, tuttavia, non riusciva più a ricordare. Aprì la porta e l'aria fresca che sembrava emanare dalla vegetazione gli diede un senso di sollievo. Il sentiero davanti alla casa, il viottolo e l'incerta scala di pietre, il grande prato e forse persino il torrente erano silenziosi ed attenti. Discese fino alle vasche delle trote, aprì la porta dell'impianto coperto ed avvertì nell'acqua buia il lieve fruscio degli ospiti sorpresi dal cigolio del vecchio legname. All'esterno, la superficie dell'altra vasca era increspata dal guizzare gocciolante dei pesci occupati, nonostante la notte, a catturare gli esili insetti che incautamente si accostavano, attratti dalla propria immagine riflessa. Sul fondo scuro si intravedeva un'ombra incerta che muovendosi lentamente pareva esplorare tutto lo spazio disponibile. Sforzò gli occhi per tentare di capire e per comprendere. Cos'era? la morte, le trote, lo spirito della casa prigioniero ed anelante il fluttuare senza limiti del fiume? Inginocchiandosi sullo stretto bordo di cemento si chinò fin quasi a sfiorare con gli occhi quello specchio ingannatore. Ma esso, immobile ed oleoso, restituiva il cielo, le stelle e tutte le galassie dell'universo. Perciò Rodolfo, con una mano, ne scosse la superficie come per ripulirla da un'immagine effimera e fallace. La sostanza era fresca e piacevolmente fluida. Immerse tutto il braccio e ne constatò la resistente uniformità: scorreva intorno alla pelle come aria pura e ristoratrice ma, nello stesso tempo, era abbastanza solida da potervisi appoggiare, potervisi spingere e muovere. Immerse l'altro braccio ed il suo corpo fu tutto sbilanciato fino a quando le sue spalle non furono sommerse. Allora provò un senso di grande libertà dal peso, dalla febbre notturna e dal pulsare delle tempie. Infine dal respirare. Riconobbe sul fondo la miriade di segmenti mobili e paralleli delle sue trote. Nuotando anticipo' le chiuse pareti della costruzione deviando bruscamente ed evitandole con una rapida torsione del corpo, valutò gli spazi e le profondità esplorandoli con la stessa incostante mobilità dei pesci e, come loro, come la sua casa, avvertì dolorosamente la condizione di prigionia della propria esistenza. Dunque cercò l'uscita verso un luogo in cui i movimenti, il corpo, il tempo e la vita stessa fossero veramente liberi. Cercò un luogo in cui fluttuare definitivamente, un luogo, ancora, la cui natura non poteva essere altro che acquea. L'apertura per il deflusso verso il fiume era chiusa da una grata inamovibile, perciò doveva aprire una breccia, un varco alla propria esistenza prima che venisse bruscamente spezzata. Appoggiò entrambe le mani alla parete sommersa percependo la resistenza ottusa del cemento, inarcò il corpo nello sforzo e, chiudendo gli occhi, spinse i rostri delle sue braccia fino allo spasimo. Nessun cedimento sembrava alimentare la sua speranza ma nel dibattersi, ormai quasi certo dell'impossibilità dell'impresa, le sue gambe e i suoi piedi trovarono un appoggio nelle sconnessioni del fondo della vasca. Si fece leva, argano, arco teso e rivendicatore di libertà ed infine la parete cedette. L'acqua si riversò verso il fiume dilagando con i suoi abitanti, le sue pietre e le alghe del fondo. Aprì gli occhi ritrovandosi seduto sul letto proprio come nell'istante in cui l'incubo era iniziato ma grondante sudore dalle tempie, la schiena paralizzata come se il capo, e lo sguardo, non potessero distogliersi dall'immagine della catastrofe, dai riflessi cupi dell'acqua sui vetri della finestra. Ma non era il sogno l'origine del suo terrore, semmai l'incombenza di una oscura premonizione. Fece forza su se stesso scendendo dal letto, svegliò la sua ignara moglie e, con il suo reticente aiuto, radunò tutta la famiglia. Presto furono tutti sul prato, a debita distanza dalla casa e vestiti dei leggeri indumenti notturni, ad attendere. Rodolfo aveva portato alcune torce elettriche, una grossa lampada da campo ed alcune coperte da posare sull'erba umida della la notte. Stavano seduti scrutando la casa con i fasci di luce puntati sulle vecchie pareti, poiché le lampade dell'impianto elettrico erano state tutte spente. Facevano pensierosamente silenzio. Finalmente venne avvertito un leggero movimento, la casa, intatta ed orgogliosa, cominciò a muoversi dolcemente. Poi lo spostamento sembrò coinvolgere una buona metà del prato, un intero universo domestico si affacciava, inarrestabile, al digradare delle terrazze verso le vasche, verso il fiume. Poi fu una corsa folle di immagini non restituibili dalla memoria. Tutto precipitava, tutto, scivolando a valle, andava scomparendo per una rincorsa verso le oscure pozze.
Tutta la famiglia, annichilita e incredula fu ospitata nella canonica per il resto della notte. Rodolfo, invece, vincendo le resistenze dei parenti e degli amici, volle scendere nel buio lungo la scarpata per constatare come il disastro si fosse accanito sulle sue amate vasche. Nessuno osò fermarlo.
Delle trote, naturalmente, non fu trovata traccia. Neanche di Rodolfo fu più ritrovato il corpo. Ma se morì, dunque, ottenne una morte, come per la casa e le trote, liberata dal rito. Quanto alla casa costruita con le pietre prelevate dal fiume, poiché queste al fiume volevano definitivamente tornare, non fu mai più ricomposta.



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