FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CASA DI CURA

Bud Fischer




L'assunzione

Quando seppe che era cosa fatta, che era stato assunto, Luigi fece un salto di gioia.Dopo tanti anni di volontariato all'Università, finalmente era riuscito a trovare lavoro.E senza raccomandazioni ad eccezione di una, la sua.Grazie alla stima di cui godeva, dovuta alla lunga militanza nella Clinica universitaria dove aveva lavorato brillantemente ed alacremente sin da quando era studente, un professore, col quale nemmeno collaborava, lo aveva segnalato al Padrone di quella Clinica privata.Era veramente felice anche perché tanti anni passati senza essere "nessuno" lo avevano fatto cadere in una profonda depressione.Non solo, ma l'essere rimasto fedele a quella struttura nella illusione di un futuro riconoscimento del suo impegno e della sua preparazione, gli avevano fatto perdere tempo prezioso. Le lusighe degli universitari in pratica lo avevano depistato.In realtàper tutti quegli anni era stato sfruttato e basta.
Ma ora cominciava una nuova vita, finalmente avrebbe avuto un 27, finalmente avrebbe avuto una tredicesima, finalmente sarebbe stato responsabile in tutto e per tutto della propria attività, finalmente avrebbe potuto lavorare serenamente senza l'assillo della sopravvivenza.Certo abbandonare l`Università non sarebbe stata una cosa indolore. Lì aveva imparato a fare il medico, lì aveva imparato a stare vicino al paziente, lì aveva imparato come si fa ricerca.In una parola lì si era formato.Senza immodestia si reputava un medico con un buon bagaglio scientifico. E certamente in quella Casa di Cura non avrebbe trovato quell`ambiente stimolante, sebbene esaltato, che lasciava. Pazienza, a 33 anni certo non poteva essere ancora mantenuto dai genitori. Genitori che, tra l'altro, non erano affatto abbienti, ma che vivevano della pensione di suo padre, modesto e dignitoso ex impiegato postale.
La mattina del giorno fissato arrivò con largo anticipo.Parcheggiò la sua Renault 4 nei pressi della Clinica e per prima cosa andò al bar per sorbirsi un caffè.Si sentiva eccitato, euforico.Dopo una lunga anticamera finalmente fu ricevuto dal Padrone che, dopo avergli fatto firmare il contratto, lo affidò a dei suoi colleghi affinché gli facessero conoscere la Clinica ed in particolare il reparto in cui avrebbe prestato la sua opera.
Era quello un ex manicomio divenuto, con l'avvento della famosa legge 180, un gerontocomio.In realtàdi matti ce ne erano ancora parecchi, sudici e vaganti nei giardini, e gli anziani, affetti da Alzheimer, erano in pratica anche loro incapaci di intendere e di volere o dei relitti immobilizzati a letto nel quale giacevano insieme coi loro escrementi.L'impatto, dunque, fu abbastanza traumatizzante anche perché era abituato a ben altra tipologia di ammalati, ma poichégli era stato affidato un reparto intero in qualità di responsabile (termine che avrebbe imparato a valutare nella sua massima espressione legale), nell'euforia del momento pensava che avrebbe potuto fare tante cose.Non immaginava nemmeno a quali esperienze sarebbe andato incontro. Quasi totalmente allucinanti e legate per la gran parte alla mentalità dei colleghi e peggio ancora a quella dei Padroni.
Ricordi positivi di quella iniziazione furono il sorriso e le carezze di una piccola(di statura) storpia oligofrenica.Non erano che una piccolissima anticipazione dell'amore e dei grandi insegnamenti che ricevette dai folli.


Padrone e Lacché

Il padrone di quella Casa di Cura si era costruita una fortuna sulla pelle dei pazzi, nell'epopea della psichiatria custodiale quando la Clinica era stipata da oltre duemila alienati.Erano stati anni d'oro: per ciascun matto, vestito con pochi stracci, sfamato col minimo indispensabile e "curato" con metodi medioevali, intascava in pratica quasi tutta la retta.Non solo ma insieme con altri Squali aveva speculato sulla malattia di mente illudendo, a caro prezzo, quei rari parenti che seguivano i loro congiunti con terapie pseudomiracolose che altro non erano che sedativi a dosi massicce, elettroshock o shock insulinici.Si diceva che in qualche caso fosse stata praticata anche la lobotomia. Così come si diceva di ripetute violenze sessuali e fisiche perpetrate agli ammalati.
Quando Luigi era stato assunto, la Clinica stava subendo profonde modifiche strutturali.Quasi tutti i reparti avevano aspetto gradevole e pulito, con camere di degenza da due a massimo cinque letti e con bagno in ognuna di esse.Tali reparti, infatti, avrebbero ospitato gli ammalati geriatrici in arrivo.Rimanevano, però,alcuni padiglioni dove alloggiava il cosiddetto "residuo manicomiale", cioè un nucleo di circa duecento psicopatici.Era questo un gruppo di ammalati che, nonostante la nuova legge, non erano riusciti a trovare idonea collocazione per insufficienza e negligenza dello Stato. Entrare in quei posti era veramente agghiacciante soprattutto per un neofita quale era Luigi.Ampi cameroni umidi e lerci accoglievano da venti a quaranta letti.I malati di mente, sudici e seminudi, vagavano senza meta da un punto all'altro della stanza camminando sulle loro feci e sguazzando in laghi d'urina.L'olezzo era nauseabondo e la prima volta Luigi dovette letteralmente scappar via colto da conati di vomito. Successivamente anche quelle caverne erano state ristrutturate e rese più confortevoli.Ma lo standard assistenziale non era affatto migliorato, così i folli continuavano ad essere sudici e mal vestiti e l'igiene sempre una pura utopia. Nel frattempo la colonia di quei poveri mentecatti si era via via assottigliata per volontà di Dio e quei cento, centoventi rimasti vennero addirittura reclusi.Si impediva loro, infatti,l'accesso ai giardini della Clinica per non "turbare"gli ammalati geriatrici e i loro visitatori. Per il Carcarodonte, così Luigi chiamava il Padrone, la follia era stata quindi una vera e propria pacchia.Ma quasi d'improvviso, per colpa di un certo Basaglia che credeva nel recupero di questi disgraziati, ecco una legge, la 180, che con un colpo di spugna eliminava tutti i manicomi.Per il nostro Padrone doveva essere stato un colpo tremendo, anche se momentaneo.Infatti, grazie alle innumerevoli complicità politiche, subito aveva ottenuto la conversione della convenzione da psichiatria a geriatria.La nuova gallina dalle uova d'oro si chiamava vecchiaia, e gli anziani, in fondo, non erano tanto dissimili dai matti:entrambi erano emarginati dalla società, entrambi erano facilmente manipolabili ed assistibili con poca spesa e massimo rendimento.
Il Carcarodonte era massiccio, opulento aveva capelli brizzolati ed occhi chiari e gelidi.Arrivava in una lussuosa berlina e, senza salutare nessuno, perennemente con la sigaretta fra le dita, raggiungeva il suo ufficio.Qui lo seguiva immantinente lo stuolo dei Lacché che lo informavano di tutto.Il Fesso, l'Avvoltoio, la Volpe ed il Gatto erano i suoi bravi più servili e fidati, sebbene si combattessero ferocemente per un migliore posto al sole.Il Fesso era cretino sino al midollo, voleva essere chiamato "dottore" anche se tutti sapevano che aveva frequentato sino alla terza elementare.Il Padrone se ne serviva soprattutto come informatore e lo teneva ben lontano dalla gestione della Clinica conoscendone benissimo le limitate capacità intellettive.Era ridicolo vederlo camminare a testa bassa sempre sulla scia del Carcarodonte o stargli appiccicato bisbigliandogli nelle orecchie.Il Fesso scaricava la sua frustrazione andando su e giù per la Clinica a controllare che tutti fossero al posto di lavoro.Per i medici aveva ovviamente una avversione particolare.Guai a chi osava farsi vedere con un libro fra le mani.Immediatamente il Fesso "garbatamente" gli ricordava che era stipendiato per lavorare e non per perdere tempo.Aveva la stessa macchina del Padrone e la ostentava sempre pulita, linda.Infatti ogni mattina la faceva lavare ad un ammalato mentale dandogli duecento lire o forse meno.A lui faceva capo una miriade di miserabili delatori che credevano così di ingraziarselo per essere benvoluti.E di questo ovviamente si beava, sentendosi importante.L'Avvoltoio era l'astuto responsabile del magazzino casermaggio e della manutenzione.Costui, essere viscido e mellifluo, oltre a delare esercitava il suo potere calpestando le competenze altrui.Nei reparti i medici e gli infermieri dovevano soggiacere al suo insindacabile giudizio se ad esempio un materasso era deteriorato o se una lampadina era da cambiare.Una volta Luigi fece presente che i campanelli d'emergenza avevano bisogno di una prolunga sino al capo letto per poter essere effettivamente di aiuto ai pazienti che, essendo anziani, nella stragrande maggioranza dei casi non riuscivano ad alzarsi in mezzo al letto e a pigiare i pulsanti.L'Avvoltoio ovviamente decise che quella modifica non era attuabile perché potenzialmente pericolosa.I pazienti, infatti, col filo della luce avrebbero potuto anche impiccarsi! C'era poi la Volpe, un piccolo ragioniere molto abile che aveva mansioni di capo ufficio amministrativo.Era forse l'unico ad attingere cospicuamente ad una parte dei guadagni grazie ai numerosi documenti in suo possesso capaci di mettere in difficoltà il potente Carcarodonte.Quest'ultimo lo odiava ma in fondo non ne poteva fare a meno anche perché nella gestione amministrativa non aveva eguali.Ed infine c'era il Gatto, un vecchio psichiatra fallito che si era accollata l'enorme responsabilità di direttore sanitario anche perché ormai avvezzo alle aule di tribunale.Essere ambiguo e sfuggente cercava di eludere l'importanza del suo ruolo scaricando responsabilità ad altri, in particolare ai medici di cui si fingeva alleato.Negli anni ruggenti era riuscito a farsi anche la villa al mare praticando elettroshock a tutto spiano ed altre terapie più o meno lecite.Caratteristici e ridicoli erano gli ordini di servizio che di tanto in tanto emanava.Erano sgrammaticati, contorti, zeppi di errori di sintassi e di ortografia e, soprattutto, sempre privi di numero di protocollo.
Luigi cercava di stare alla larga da questo bestiario dedicandosi completamente agli ammalati e ai loro bisogni.Ma era disgustato.C'erano giorni in cui il solo sentire la voce di uno di loro lo faceva star male.E quando era costretto a intercedere per i bisogni dei pazienti, ogni volta era una tragedia.Sistematicamente le sue richieste venivano respinte con la medesima motivazione, cioè che la Clinica non poteva rimetterci.Quante volte,in casi d'emergenza,per mandare i pazienti in Ospedale aveva dovuto pregare per avere un'ambulanza, con il pericolo di addebito della spesa sul suo stipendio se il caso non fosse stato giudicato veramente urgente dal consiglio dei Lacché.Ma la cosa più importante, più grave soprattutto da un punto di vista legale, era il prolungamento della degenza.Tutti i medici erano costretti a prorogare la degenza oltre ogni limite, pena il licenziamento o la denuncia delle loro incompatibilità.Tutto ciò era avvilente, oltre che pericoloso, ma Luigi non aveva altre alternative.Aveva cercato con tutte le sue forze di modificare, di migliorare l'assistenza nel tentativo di restituire a quella Clinica un aspetto quanto più possibile vicino ad una Casa di Cura reale, seria.Aveva cercato di coagulare le forze, di sensibilizzare tutti i suoi colleghi affinché costringessero il Padrone a dar loro tutti i mezzi necessari alla riqualificazione della Clinica riappropriandosi così del loro ruolo professionale.Ma tutto era stato inutile.E dopo anni di ottusi tentativi aveva ormai abbandonata ogni illusione ed aveva così cercato di andar via partecipando a diversi concorsi pubblici.Ovviamente tutto inutile anche su questo fronte: senza appoggi di politicanti non aveva fatto che numerosi buchi nell'acqua.
Ormai da tempo era di nuovo profondamente depresso e demotivato.Aveva un lavoro, uno stipendio, poteva mangiare.Ma dentro di sé stava male, si sentiva un vile, sentiva di tradire i suoi pazienti sempre, in ogni momento, ad ogni loro piccola ma legittima richiesta.Sentiva di tradire i principi in cui aveva sempre creduto e secondo i quali aveva giurato di agire.Faceva il medico a meno di mezzo servizio: visitava, curava, cercava di alleviare le sofferenze stando vicino al paziente anche moralmente.Ma poi non poteva fare più nulla.Non poteva dimettere; non poteva opporsi ad un ricovero; non poteva ottenere farmaci oltre a quelli concessi; non poteva richiedere più di sette, otto esami di laboratorio, i più comuni;non poteva organizzare il lavoro assistenziale; non poteva ottenere il supporto della fisioterapia; non poteva riprendere gli infermieri negligenti perché protetti dall'Amministrazione.Quante volte dai sintomi lamentati dagli ammalati aveva capito la terapia non era stata praticata.Altrettante volte aveva subito mortificazioni cocenti: quegli stessi infermieri continuavano a stare al loro posto irridendolo apertamente.
Si sentiva ormai solo un burattino, manovrato e nelle mani di Sanguisughe senza scrupoli.


Medici e infermieri

Il personale della Clinica era costituito da una ventina di sanitari e circa duecento parasanitari.La maggior parte dei medici aveva un background scientifico pessimo.Dopo essersi laureati con spinte politiche, grazie agli stessi appoggi erano stati immediatamante assunti.Non solo, quindi,erano impreparati ma non avevano avuto nemmeno un adeguato periodo formativo postlaurea che avesse potuto in qualche modo rimediare.A tutto questo si aggiungeva la loro assoluta mancanza di volontà nel tentare di riqualificarsi attraverso l'aggiornamento e la pratica clinica seria.Più volte Luigi aveva cercato di coinvolgere i colleghi in attività di studio.Aveva pensato di organizzare degli incontri settimanali in cui, a turno, ogni collega avrebbe riferito su un argomento di medicina interna alla luce delle più recenti acquisizioni.L'idea in un primo momento non aveva avuto alcuna risonanza poi, dopo parecchi mesi e tante insistenze, finalmente si concretizzò.Fu un vero e proprio disastro: il primo relatore affrontò l'uditorio con notizie tratte da un testo del 1948! Toccò poi al direttore sanitario che, da pessimo psichiatra, dicusse presuntuosamente un argomento difficilissimo, esprimendolo in maniera sgrammaticata ed incomprensibile.Men che mediocri furono i successivi incontri e così i seminari si spensero da soli: anche i più ignoranti avevano capito che partecipando a quelle ignobili relazioni avrebbero dimenticato anche quelle poche nozioni che ricordavano.Luigi aveva anche chiesto ai suoi più stretti collaboratori di impostare con metodo il lavoro di reparto.Ad esempio una cosa alla quale teneva molto era il giro visite collegiale e poi la discussione di qualche caso più difficile.L'idea era stata subito bocciata ed era stato accusato violentemente di voler fare il professore e di essere presuntuoso.Così non esisteva lavoro di equipe, ma ogni medico si interessava ad un gruppo di pazienti in maniera autonoma ed indipendente.Se peròsorgevano problemi, se c'era da prendere decisioni o da scaricare responsabilità allora si rispettava la gerarchia e si faceva riferimento a Luigi.D'altro canto Luigi, non fidandosi assolutamente dei colleghi, quasi ogni giorno era costretto a rivedersi cartelle e pazienti per evitare brutte conseguenze a questi e brutte conseguenze a se stesso.Generalmente, infatti, i colleghi visitavano gli ammalati piuttosto superficialmente ed in fretta perchédovevano dedicarsi ad altre attività, quali il gioco delle carte ed il pettegolezzo.Anche fra di loro si nascondevano diversi delatori che informavano i Padroni su tutto e su tutti e, non raramente, come passatempo, si divertivano a spargere vere e proprie calunnie su chicchessia.
Per un altro gruppetto di medici il discorso era un po' diverso, pur avendo una discreta preparazione avevano altri interessi altrove, per cui la Clinica era un luogo ove passare meno tempo possibile, facendo il meno possibile ed intascando così un ottimo extra.E' chiaro quindi che il povero ed illuso Luigi non certo poteva ottenere da questi colleghi quell'aiuto necessario affinché nella Clinica si potesse esercitare la medicina seriamente.Anzi coi suoi ripetuti tentativi di sensibilizzazione ai problemi della struttura e ai modi per risolverli, si era attirata l'antipatia di quasi tutti.
Gli infermieri e gli ausiliari erano per la maggior parte dei gran fannulloni.Indolenti e negligenti si limitavano a fare il minimo indispensabile solo in presenza dei medici giusto per salvare la forma.In effetti non li temevano affatto, sia perché protetti dall'Amministrazione, sia perché fonti di cattivo esempio.In sostanza il loro "lavoro" consisteva nel praticare la terapia nei modi e nei tempi a loro più congeniali evitando, per quanto possibile, la terapia iniettiva ed infusiva.I prelievi ematici venivano effettuati anche se con una certa ritrosia.Quasi mai quello delle urine, benché la maggior parte dei pazienti fosse cateterizzata.Nel pomeriggio e di notte ogni attività assistenziale era sospesa: il personale organizzava festini, incontri amorosi, sale da gioco, spaghettate e tante altre cose per cui, gli ammalati venivano praticamente abbandonati.Anzi divenivano addirittura un impiccio coi loro lamenti, con il suono dei campanelli d'emergenza, con le loro piccole e grandi necessità.E se qualcuno, proprio non si stancava di gridare o di suonare il campanello,allora poteva succedere che venisse acquietato con un bel sonnifero.
C'era infine un'altra categoria di lavoratori che però ufficialmente non esisteva.Erano i cosiddetti badanti o assistenti.Tali personaggi si occupavano della pulizia degli ammalati spillando ai loro parenti somme mensili anche considerevoli.Era una vera e propria mafia favorita dalla abulia e dalla complicità degli infermieri che così lavoravano ancora di meno e sistemavano parenti e amici.Quei pochi pazienti privi di questa assistenza, erano costretti ad aspettare ore ed ore immersi nei loro escrementi sino a che il personale non si degnava, tra mille bestemmie, di pulirli.E per quelli le cui facoltà mentali erano integre, il calvario di dipendere da tali soggetti per le proprie necessità si assommava drammaticamente alle sofferenze della malattia.A volte non si poteva non sospettare che ciò avvenisse proditoriamente, per convincere parenti titubanti sulla necessità di una assistenza privata. Luigi rifletteva spesso sulla situazione degli infermi nel contesto di quella Casa di Cura: le loro disgrazie erano e continuavano ad essere la fortuna di tutti, Padroni e vassalli.Ma poiché fragili ed indifesi, venivano anche maltrattati negando loro una assistenza seria ed umana.Anch'egli si sentiva complice di questo mercimonio.Lui e tutti gli altri medici non erano che un branco di infingardi e vigliacchi.Per difendere i propri interessi personali, sebbene con alcune attenuanti almeno per alcuni, non facevano altro che voltare la faccia, guardare altrove negando così l'ultima mano amica a chi stava annegando.


Poche storie

Romualdo era uno schizofrenico romano alto come una montagna e forte come una roccia.A vederlo faceva paura, ma in realtà era docile come un agnellino.La sua mania era quella di sentirsi un grande boxeur, e Monzon e Clay erano i suoi preferiti.Lo si rendeva felice quando poteva esprimere la sua forza senza che però mai travalicasse in violenza o furia selvaggia.Le sfide a braccio di ferro rappresentavano, infatti, un evento importante per Romualdo.Prima di ogni incontro si agitava tutto, poi poneva le condizioni in caso di vittoria, cioè qualche sigaretta o poche centinaia di lire.Quindi, a scontro iniziato, emetteva dei brevi e continui ululati e, dopo mille smorfie con la bocca, costringeva qualunque avversario alla resa.Anche Luigi volle cimentarsi in quella tenzone, ed ogni volta osservava con simpatia e tenerezza quell'omone che se solo avesse voluto avrebbe potuto fare sfracelli.Si diceva che avesse tre figli e che la moglie lo aveva abbandonato, e le scarne notizie riportate nell'anamnesi certamente non aiutavano a saperne di più.Si diceva pure che per le sue capacità fisiche più volte era stato "portato" nelle tenute del Padrone per quella che il Direttore Sanitario definiva eufemisticamente "ergoterapia".In pratica veniva utilizzato per i più svariati lavori pesanti in cambio tutt'al più di una robusta colazione.
Schizofrenico era anche Giacinto.Lo si poteva sorprendere spesso a letto a parlare da solo in preda a deliri perlopiù mistici.Era un uomo docile, tanto docile che uno dei Lacché, il Fesso, se ne serviva come schiavo personale.Il suo compito principale era quello di lavare la macchina di quell'individuo sistematicamente tutte le mattine.Alle sette in punto anche se Giacinto dormiva, veniva buttato giù dal letto e costretto a quel compito.Se poi, nella giornata, anche gli altri Lacché o il Padrone volevano farsi lavare la macchina, allora il Fesso immediatamente chiamava il suo servo affinché si prodigasse anche per loro.
Amalia era alta poco più di un metro.Zoppicava vistosamente perché l'arto inferiore destro era più corto e con piede equino a causa della poliomielite che l'aveva colpita da bambina.Uno spiccato prognatismo non le permetteva di poter chiudere la bocca, cosicché le arcate dentarie affollate e distorte, erano sempre in mostra.Probabilmente aveva anche qualche altra malformazione a livello naso-faringeo, perché respirando emetteva un rantolo che ricordava le fusa dei gatti.La sua mente però era perfettamente integra.Era stata rinchiusa in quel posto tantissimi anni prima sol perché la sua famiglia se ne vergognava.Amalia aveva una sensibilità spiccata e, sebbene resa aspra dalla lunga e forzata clausura, quando conobbe Luigi se ne innamorò.Del resto, forse, non poteva accadere diversamente: Luigi era stato il primo e l'unico che non l'aveva considerata una specie rara, un essere orripilante da evitare e da tener nascosto.Ogni mattina si incontravano, parlavano del più e del meno e spesso prendevano il caffè insieme.A volte anche nel bar fuori della Clinica.Era quello per Amalia un evento grandissimo.Per strada stava appiccicata al suo amico come un cagnolino.Arrivati al bar si nascondeva dietro Luigi tesa, col viso imporporato dall'emozione e con gli occhi bassi per evitare gli sguardi curiosi e perplessi degli astanti.Amalia ricordava tutte le ricorrenze del suo beniamino e spesso gli faceva anche dei regalini.Luigi teneva molto a questa paziente perché raramente nel mondo dei "normali" aveva trovato persone così pure e leali, e nello stesso tempo si sentiva onorato di poter essere quanto più possibile d'aiuto a quella figlia sfortunata ed indifesa della natura.Amalia e molti altri ammalati di quella struttura avevano impartito a Luigi lezioni importantissime, soprattutto d'amore, di lealtà e di purezza.In loro vedeva i modelli della sua società ideale, fatta appunto di persone buone non contaminate da egoismo, danaro, potere, invidia, arrivismo e meschinità.
Amalia aveva una sorella sua compagna di sventura, si chiamava Rosina.Anch'ella molto bassa di statura, era però oligofrenica e diabetica.Ma di questo, pur rendendosene conto, se ne infischiava e così beveva di tutto e fumava a più non posso.Era abbastanza suscettibile e facilmente si arrabbiava a tal punto da divenire aggressiva.Ciò, però, accadeva con quegli stolti che di tanto in tanto la irridevano o la insultavano apertamente o volevano prevaricarla.In fondo anche Rosina aveva un debole per Luigi e per qualunque problema si rivolgeva solo a lui. "Testa di fiammifero" era il soprannome con il quale era conosciuta da tutti Carmela.Ella, infatti, essendo una microcefala, aveva il cranio che ricordava la capocchia di uno zolfanello.Pur essendo oligofrenica riusciva a capire parecchio e anche a farsi capire, nonostante bisognasse sforzarsi per interpretare il suo linguaggio distorto da una cattiva articolazione della parola.Mingherlina e piccola, se si arrabbiava diventava una furia selvaggia: infatti in molti ne avevano paura.Difficilmente gli stolti potevano divertirsi alle sue spalle, perché sapevano che superato un certo limite avrebbero rischiato l'aggressione fisica.Testa di fiammifero in realtà era anche lei avida di affetto e di rispetto e, grazie al suo temperamento, era riuscita a crearsi uno spazio vitale maggiore di altri internati.
Concita era una giovane depressa che, in seguito a diverse esperienze sentimentali fallite, si era lanciata sotto un treno in corsa.Da allora, priva di entrambe le braccia e di un piede, viveva la sua vita quasi perennemente in un letto di quella Clinica.Tutto sommato, però, si compiaceva di raccontare in maniera sempre teatrale la sua storia a tutti i nuovi venuti e, nel suo caso, se si era troppo comprensivi si rischiava di averla sempre dietro come un ombra.Marco, collega di Luigi, aveva commesso questo errore.Concita lo braccava ovunque, gli telefonava cento volte al giorno ed in qualsiasi ora, anche in piena notte.Ad un certo punto dichiarandosi follemente innamorata diventò pericolosamente ossessiva, tanto che Marco fu costretto a cambiare numero telefonico e, per un lungo periodo, a nascondersi in altri reparti della Clinica.Quando dopo molti anni venne dimessa, perché finalmente assegnataria di un alloggio, cominciò a prostituirsi per poche lire.
Giovanna era una classica "bipolare".Ella era affetta da sindrome maniaco-depressiva per cui alternava fasi di depressione profonda a fasi di euforia esplosiva.Donna dotata di un buon substrato culturale, nelle fasi di depressione a stento si vedeva in giro.Cortese ed affabile in quei momenti riusciva anche a colloquiare raccontando i problemi della sua vita.Educata da genitori troppo severi e che avevano sempre preteso da lei il massimo, aveva poi conosciuto diverse cocenti delusioni d'amore, per cui nel volgere di pochi anni aveva cominciato a dare i primi segni di scompenso neuropsichico iniziando così il suo calvario fra le varie cliniche specializzate sino ad approdare in quella.Quando invece, generalmente in primavera ed autunno, era in fase maniacale diveniva irriconoscibile.Perdeva ogni controllo di sé e del proprio pudore andando in giro seminuda e, ostendando le mammelle, le offriva alla pubblica visione per farsele ammirare.Parolacce da osteria di porto e minacce verbali di ogni tipo caratterizzavano il suo eloquio: aggressiva verbalmente non arrivava mai, però, all'aggressione fisica.A volte la si sentiva emettere delle risate così particolari e prolungate da far gelare il sangue nelle vene.
Completamente demente Michelina a stento si reggeva in piedi.Aveva oltre ottant'anni ed era minuta, grinzosa.Non parlava affatto o emetteva strani suoni o pezzi di parole senza senso.La famiglia l'aveva abbandonata e di lei non si sapeva assolutamente nulla.Diverse volte Luigi era stato costretto a telefonare ai familiari, minacciandoli di far intervenire la forza pubblica, affinché provvedessero ad un rifornimento periodico almeno di indumenti intimi.Michelina, comunque, era diventata la mascotte del reparto: tutti le volevano bene e veniva sempre pulita con cura ed affetto.
All'incirca centotrenta chili di stazza, seduto immancabilmente sempre sulla stessa panchina Settimio era uno schizofrenico cronicizzato e quindi, in sostanza, un povero di mente.Stava in quella struttura da sempre e non c'era mai un pantalone della sua misura, cosicché il suo grosso ventre era perennemente in mostra.Aveva un vizio in comune con Luigi e che lo stesso alimentava come alimentava il proprio.Il buon Settimio era un fumatore di pipa sempre a corto di tabacco e di pipe di cui forava spesso i bocchini non calibrando bene la pressione dei denti.Perciò Luigi di tanto in tanto lo riforniva di miscele e di qualche pipa, e a volte anche di sigari che non erano affatto sgraditi.Infatti il grosso Settimio li fumava avidamente nella maniera più classica o sbriciolandoli nel fornello della pipa. Angelo era l'unico schizofrenico realmente pericoloso.Da giovane si diceva avesse strangolato un infermiere e ferito gravemente diversi suoi camerati con un cucchiaio d'acciao reso appuntito ed offensivo come un coltello.Altissimo ed allampanato, era dotato di una forza erculea nonostante l'età ormai avanzata e un tumore polmonare che lo stava divorando lentamente.Sempre solitario e taciturno lo si vedeva raramente in giro.Quando morì in molti trassero un sospiro di sollievo.
Un elemento basilare nella riuscita di qualunque terapia, soprattutto quando si tratta di terapie riabilitative, è la volontà del paziente di vincere il male.Ci sono persone che si abbattono subito e per sempre, compromettendo o ritardando il processo riabilitativo, ed altre invece che dopo un fisiologico crollo iniziale tirano fuori tutte le loro energie contribuendo così in maniera determinante alla ripresa.Era questo il caso di Luisa, che a settant'anni in seguito ad uno stroke cerebrale era divenuta emiparetica ed afasica.Fino ad allora era stata una donna estremamente attiva, ed il sopraggiungere del male era stato per lei doppiamente pesante.Quando Luigi la conobbe, Luisa era stata ricoverata da poco e quasi ogni mattina, al giro visite, la trovava in lacrime e depressa per il suo stato.Ovviamente cercava di rincuorarla e di infonderle fiducia nelle potenzialità riabilitative della fisioterapia e della logopedia, ma la paziente si mostrava abbastanza scettica anche perché era più di un mese che si aspettava l'arrivo dei terapisti.Comunque finalmente la riabilitazione iniziò.Luisa dimostrò subito un impegno notevolissimo, e se aveva difficoltà ad eseguire gli esercizi prima si arrabbiava, poi moltiplicava le sue forze riuscendo così a superare ogni ostacolo.Dopo nemmeno due mesi Luisa aveva ripreso a camminare e, soprattutto, riusciva di nuovo a parlare sebbene ancora con qualche inceppo.Era felice, e non vedeva l'ora di tornarsene a casa.Ma il destino le era avverso: morì pochi giorni dopo stroncata nel sonno da un altro ictus.
Roberta si era ricoverata da poco.Aveva poco più di cinquant'anni ed era fortemente depressa.Lamentava tutti i malesseri possibili e, con un timbro di voce monotono, quasi ogni mattina raccontava la storia della sua vita.Diceva di essere cresciuta senza padre e di essere stata deflorata a dodici anni dal patrigno mentre faceva il bagno.Aveva poi avuto due esperienze matrimoniali fallite e due figli entrambi molto lontani per lavoro.Si sentiva sola e abbandonata e per di più con tante malattie che le avevano fortemente minato la salute.Dopo qualche mese la sua depressione di intensificò notevolmente, nonostante le cure.Soffriva molto ed era diventata una vera e propria fatica per Luigi riuscire ad ascoltarla, anche più volte al giorno, raccontando sempre le stesse cose.Una mattina gli confidò che era stufa di vivere perché ormai soffriva troppo, le sue sofferenze morali e materiali le erano divenute insopportabili.E, tra l'altro, il figlio non le telefonava ormai da mesi.A detta di Roberta, la nuora osteggiava apertamente i contatti, anche solo telefonici, tre madre e figlio.Poi, improvvisamente Roberta cessò di lamentarsi.Se ne stava sempre nel suo letto e non voleva parlare con nessuno.Mangiava poco e rifiutava la terapia.E così andò avanti per parecchie settimane senza che nessuno ci facesse più caso.Ma una mattina accadde ciò che si doveva prevedere.Lentamente si alzò dal letto, si avvicinò alla finestra e, in attimo, si lanciò nel vuoto.Luigi prontamente avvertito la trovò piegata in due e col viso sfigurato e sanguinante.Prima di spirare, però, gli disse con voce tremante che finalmente per la prima volta in vita sua aveva avuto coraggio, e che le sue sofferenze erano ormai finite per sempre.
Di casi disperati ormai Luigi aveva una vastissima esperienza, ma quello di Giuseppe fu veramente particolare.Costretto a letto da un ictus cerebrale, il suo corpo era tempestato di piaghe da decubito, dal collo ai piedi.Alcune, più profonde lasciavano intravedere le ossa.Emaciato e privo di forze il povero uomo riusciva a malapena a dire il suo nome.Per chi doveva assisterlo era stato un grosso problema: infatti il suo corpo martoriato emanava un lezzo nauseabondo e più volte Luigi nel medicargli le piaghe dovette allontanarsi per vomitare.Una mattina mentre era in medicheria, Luigi fu chiamato d'urgenza.Si precipitò e arrivato al suo capezzale vide una scena che non avrebbe mai più dimenticato: tutte le piaghe brulicavano di vermi.Tutto il corpo era cosparso di quegl'immondi animali.Il povero uomo ne era consapevole e, mentre tutti assistevano ammutoliti a quell'orrore, con un gesto chiamò Luigi perché si avvicinasse.Con voce flebile e tremula lo pregò, lo implorò di sospendere tutte le cure e di lasciarlo morire.Luigi non rispose, ma dentro di sé non poteva non ammettere che Giuseppe aveva ragione.Rientrò in medicheria molto turbato perché gli avevano insegnato che il suo compito era quello di curare, sempre; di cercare di fare quanto più possibile, sempre.D'altro canto, però, era convinto che l'accanimento terapeutico in ammalati in fase terminale diventava solo un ulteriore strazio per chi ormai di sofferenze ne aveva avute abbastanza.Comunque Giuseppe non gli dette il tempo di lambiccarsi ulteriormente il cervello, perché spirò pochi minuti dopo.Il suo viso finalmente esprimeva quella serenità che per lungo tempo la vita gli aveva tolto.



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