FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL CAMPO

Mara




La casa sembrava aspettarla, solida, con l'arco aperto del forno pieno di galline, che beccuzzavano i residui di pula sparsi sul terreno, la scaletta di pietra sbrecciata, cotta dal sole, consumata dai passi, con le pannocchie a seccare, a grappoli, lungo il parapetto e l'ombra dell'acacia e il profumo che si spandeva intorno, dolce e amaro e l'aia bruciata e i pagliai a far da corona in fondo.
Per mesi era rimasta in un angolo della sua anima ad attenderla, come un mondo sicuro e tranquillo, dove il tempo sembrava immutabile, dove ogni movimento, ogni passo, era il continuo ripetersi di gesti antichi, teneri al cuore dei vecchi, a chi ha sofferto, a chi non ha nulla da attendere, a chi sa la dolcezza del filo d'erba, dell'alito di vento, dello
sguardo intenso che non sa trasformare i sentimenti in parole.
Camilla guardava, ferma al cancello, lasciava che l'antico mondo penetrasse in lei e la pacificasse. Entrò e il cancello si dondolò dolcemente sui vecchi cardini. Fece pochi passi, si sedette accanto al pozzo, sul noto masso levigato, una mezzina vuota accanto a lei e il lento cigolio della catena, sulla carrucola arrugginita, le tornò all'orecchio come un vecchio, caro rumore mai dimenticato. C'era un vento leggero, appena un soffio, si tolse il fazzoletto dai capelli, lo piegò con cura, lo ripose in tasca e lasciò via libera ai ricordi.
"Anche allora c'era vento" pensava Camilla e gli occhi le divennero cupi "vento e umido." E il chiarore dell'alba e la voce di Guido sull'aia e le sue parole di pietra: "Camilla ha il campo. E' tutta la vita che lavoro il campo. Lei non saprà e a te non importa. Avrò il campo e te."
I colori non ancora netti, confusi e nebulosi, avvolti nel sonno passato, le luci non ancora vive, assonnate e opache, lente e biancastre l'avevano avvolta, come un sogno cattivo, da interrompere subito. Si sarebbe svegliata, pensava, a guardare il soffitto rosso di mattoni, le travi nere e l'uva a seccare, l'ultima uva, la più dolce. E sua madre l'avrebbe chiamata "Oh Camilla! c'è da dare il segato alle bestie, c'è da fare il pane."
Si sarebbe lisciata via i capelli dal viso e giù al pozzo a prender l'acqua e a lavarsi, il pensiero fisso a Guido, che sarebbe venuto dalla strada della cascina, fischiettando, con gli attrezzi in spalla, a lavorare il campo. A Guido, che l'amava la sera, vicino alla vite dell'aleatico, accosto al muretto del confine, in fondo al campo. Il suo campo.
Lo odiava ora il suo campo e anche Guido, con le sue mani dure e i suoi occhi dolci. Guido e Enza. Ma che aveva Enza più di lei? Veniva ogni tanto a lavorare a giornata, era bella e allegra, ma anche lei lo era e lei aveva il campo.
Il vento aumentava e le sbatteva le vesti. Sciolse il cane, che l'aveva svegliata e sentì l'umido della sua lingua calda sul palmo della mano. Lentamente risalì, un gradino alla volta, con sforzo, come se non avesse mai volato su quei gradini, mai corso su per quelle scale. E ogni passo le costava un'immensa fatica. Il vento faceva stormire gli alberi, sbatteva le canne e la catena del pozzo cigolava, tremula e lenta.
Era partita all'alba, le scarpe in mano per non sciuparle, il fazzoletto legato in croce sul vestito buono e il pane e il cacio. Non voleva più vedere Guido, non voleva parlargli.
E Guido non l'aveva più vista. La madre era muta e dura, senza sorriso, gli occhi persi privi di dolcezza, i gesti aspri e lenti. "Dov'è?" "In città" "Ma dove?" "In città". Nessuno sapeva niente. Due donne sole, isolate nel loro campo, nella loro casa. Nessuno in paese parlava di Camilla.
Enza rideva ed era estate. Guardava il campo, colmo di spighe e rideva sfidandolo, i papaveri come macchie di fuoco. "Te l'ha fatta" diceva a Guido "Ti ha piantato. Sposa la vecchia se vuoi il campo. O il campo non ti basta più?".
Lui la guardava, Enza la bella, Enza che sapeva solo ridere e ballare, che calpestava la terra coi piedi nudi con prepotenza, che prendeva e lasciava, che era un po' qua e un po' là, senza radici.
Era allegra e vestita di rosso e la sua voce volava libera nel cielo. Era stato bello tenerla tra le braccia, nelle notti d'estate, nel profumo dell'erba tagliata, nella terra calda. Un grido di giovinezza, quando non aveva pensieri e tutto era lì e bastava tendere la mano per tenere in pugno la vita.
Lui non sapeva pensare molto e bene, a rimuginare gli doleva la testa, ma che Camilla andandosene, gli aveva tolto la gioia di tutto, lo aveva capito subito. Enza gli dava fastidio. Che aveva da cantare? Che aveva da prendere in giro? Si, il campo, va bene, ma non era tutto.
Si sentiva tradito. Continuava a vedere Camilla girare tra la stalla e il forno, così serena, così dolce, così sua. Ma si vede che non era sua se se n'era andata. Perché? Perché se n'era andata? Se almeno l'avesse saputo. Ma Camilla aveva lasciato solo il vuoto e la madre cupa, a lavorare lenta, senza parole. Era dolce Camilla e orgogliosa. Amava la terra e il lavoro e lui. Ma lo amava poi?
Si era fatto triste, amaro, si sfogava a lavorare sul campo, come se fosse stato il suo, più che se fosse stato il suo. Con Enza era finita presto. Si stancava lei degli uomini che non sapevano stare allegri, che non sapevano vivere, diceva. Così un giorno aveva salutato tutti e se n'era andata, anche lei.
"Una storia stupida" lui pensava " una maledetta stupida storia. Se Camilla aveva saputo, perché non aveva parlato, non aveva urlato, perché non lo aveva buttato fuori dalla sua terra? Ma forse anche lei aveva un altro, uno di città. Doveva essere così. Lei aveva il campo e lui niente, forse voleva uno che valesse di più. Dio, che storia, che maledetta stupida storia."
Ogni tanto sentiva lo sguardo della madre, come un'accusa muta, uno sguardo che, appena notato, si ritraeva e sembrava solo immaginato. Non c'erano parole per lui, oltre quelle del lavoro e neppure quelle a volte. Ma la madre lo guardava e al sabato gli contava sul palmo il denaro dovuto, un biglietto alla volta e sembrava di pietra.
"Ora me ne vado" pensava. Invece restava. Forse per amor del campo, che aveva sentito già suo, forse nel ricordo di una dolcezza sprecata.
Restava. La polvere era piena d'impronte, qualche filo bruciato d'erba e stente margherite, che si ostinavano a crescere tra i sassi, il sentiero portava alla vigna, che amava, che aveva visto crescere, che aveva curato. Piccole viti arrampicate ai pali, nei loro filari diritti, con le foglie lucide e tenere e, ad aspettarlo, il ricordo di lei, i suoi lunghi discorsi nella sera, il suo calore. Camilla. Camilla, che capiva il suo amore per la terra, Camilla che era la sua terra. Lui apparteneva a quella terra, là erano le sue radici, profonde e sicure al caldo, protette dal suo amore, dalla sua tenerezza.
Guido attendeva, una ruga nuova sul volto, l'andatura pesante. Passava vicino alla madre, che si muoveva muta e lenta tra i polli, occupandosi di mille faccende, senza né tempo, né voglia.
Neppure Camilla parlava molto e non era in città. Era vicino e lontanissimo, pochi chilometri e un mondo di distanza. La sua mente vagava tra i campi, il paese, la casa, la madre. Lavorava. I cugini parlavano poco. L'avevano accolta in silenzio, semplicemente. Contadini, avevano bisogno di braccia, lei aveva braccia buone, lavorava, tanto bastava. Le parole non servono a niente, solo a complicare le cose.
La sera Camilla si trovava sfinita, annientata dallo sforzo di non pensare a Guido, al suo dolore, al figlio che il suo amore stava maturando. Si sedeva vicino al camino col fuoco già spento, cavava le patate da sotto la cenere calda e ne teneva una in mano, come a sentirne la forma, i suoi gesti di sempre.
La madre scriveva poche righe, sempre uguali. Non chiedeva perché non tornava, non aveva chiesto perché partiva, aveva chinato il capo assentendo.
L'estate sfumava nell'autunno. C'era odore di uva, di fichi tardivi. I colori erano dolci da star male. Al suo paese, nel suo campo, le viti erano cariche e pesanti. Era il tempo di strappare la gramigna dai solchi, ammucchiarla e bruciarla la sera. L'odore rimaneva acre nell'aria a profumare le notti.
Doveva tornare. Voleva sentire la sua terra sotto i piedi, l'odore dell'acacia sotto casa, i rumori infiniti del silenzio notturno. Il suo bambino doveva aprire gli occhi e vedere la casa, il campo, il suo mondo. La madre avrebbe visto, capito e perdonato senza parole. Avrebbero trovato un altro bracciante. Forse Guido era già andato via, con Enza. Sua madre non ne parlava, come non fosse mai esistito o non esistesse più.
Ecco era a casa. Non importava cosa l'aspettasse: dolore, sorpresa, rimpianti. Era a casa. Meccanicamente, come infinite volte, legò la mezzina alla catena e tirò su l'acqua da bere, limpida e fresca. Bevve, era pronta. Si ravviò i capelli con le dita, si rassettò il vestito, raccolse la grossa sporta e cominciò a salire le scale, premendo forte sui gradini, come a sentirne la compattezza, a riprenderne possesso.
Il cane la sentì, la rincorse, uggiolò di gioia ai suoi piedi, saltò, le lembì il viso e Camilla sentì salire dal cuore un pianto lento, irrefrenabile, disperato, lunghissimo. Pianse contro il pelo del cane, che le si strofinava contro ebbro di felicità, a lungo, lasciando sciogliere l'amarezza, la solitudine, il rancore. Finalmente si alzò, riprese a salire. Dall'alto del poggiolo guardò la campagna, cercando la madre.
Guido la vide così, eretta contro le pietre del muro, il viso fiero alzato ed ebbe paura. Paura di averla perduta senza rimedio.
"Camilla!" gridò, rauco per l'emozione "Camilla sono qui!" e corse verso di lei.
Camilla lo guardava. Aspettava che la gioia dilagasse, che la travolgesse, la riempisse. Chiuse gli occhi, come per raccogliere meglio le proprie emozioni. Ma non sentiva nulla, nulla, o peggio, una gran pena per sé e per lui. L'incanto si era spezzato. Non c'era altro che la stanchezza e la voglia di riposare. Tutto finito, l'amore, la giovinezza, la gioia. Tutto bruciato.
"Non lasciarmi più Camilla, sposami, non andartene più" diceva Guido, stringendole le braccia con forza, facendole male. "Si Guido, sono qui" rispose lei, svincolandosi piano con una pazienza nuova "sono qui."



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