FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







IL CALVARIO DELLA PRIMAVERA

Gianfranco Giannini




Dedicato ai reduci della prigionia

Tirana, settembre 1943.


"La zuppa l'è cotta".
Il trombettiere aveva squillato da circa un quarto d'ora; i soldati del Quartier Generale del Gruppo Armate dell'Est avevano, con tanto appetito, consumato il proprio rancio.
Io avevo ingerito pochi bocconi che, ahimè! quale losco spettacolo si turbinò nella tanta atmosfera di quiete.
Un mostruoso carro armato germanico penetrò pel gran cancello (adito al quartiere) ai lati del quale due Carabinieri erano di sentinella.
La "lucerna del mondo" saettava verticalmente i suoi aurei raggi sulla terra arsiccia.
Dopo aver oltrepassato di pochi metri il cancello, il carro armato si fermò; da esso balzarono pochi soldati tedeschi acconciati a guisa di paracadutisti ed armati di mitra, fucile, bombe a mano, fucile mitragliatore, pistole e di una mitragliatrice pesante che la piazzarono, come a postazione, a qualche metro dalla parte anteriore del mostro corazzato: due dei tali, col mitra puntato, disarmarono le due sentinelle sostituendole, mentre degli altri, puntando sempre le armi micidiali, ci mettevano a largo e riuniti, dopo averci fatto alzare le mani.
Nessun nostro superiore agì; "la lingua ribellossi alla parola".
Il Maggiore, comandante il quartier generale, venne a sua volta codardemente disarmato.
Il Generale Dalmazi, comandante la IX Armata, stringendo la mano e salutando fascisticamente il comandante tedesco, rimanendo armato, si pose al fianco di quei bruti teutoni, nostri secolari nemici.
Già un pastore aveva lasciato randagiare il suo gregge. Ne rimaneva un'altro, l'Eccellenza Generale Rosi, comandante il Gruppo Armate dell'Est.
Anche costui ci abbandonò vilmente facendosi volontario prigioniero.
Ci trovammo difronte all'abisso.
Oh maledetta itala gente! Oh terra di millenaria gloria, perché generasti questa bastarda progenie che, avida del febbrile oro, ti insozzarono di vituperio incomparabile?
Assieme ad altri commilitoni mi trovai tra la "gente selvaggia ed aspra e forte".
Dopo essere stati sottoposti al disarmo, ci fu dato ordine di prendere ognuno il proprio necessario del corredo che si aveva in dotazione dal nostro esercito, s'intende e andare a proprio piacimento.
Ecco un mostruoso problema della vita: in terra straniera, conoscendo punto l'idioma, inesperto dei luoghi sia campestri che montani, ignorando le indoli albanesi, privo di un quattrino, non una conoscenza con borghesi poiché da poco tempo avevo salpato dalla Madre Patria, né potevo cercare qualche lavoro in quanto ero di professione studente e la penna in tali contingenze non può valere che per lavorare solo in patria, quando non si conosce alcuna lingua.
Ah! quel mare tanto amaro barricava le coste italiane, né per via terra si poteva raggiungere il nostro suolo sia perché i tedeschi, gli insorti masnadieri e i montanari (che definirei selvaggi) ci erano di ostacolo e sia pure per l'eccessiva distanza.
Cosa fare? dove andare? e per vivere? chi ci avrebbe dato un pezzo di pane? Si era sulla soglia dell'inverno, squallore e desolazione per i senza tetto. Tuttavia non c'era tempo da perdere dato che i tedeschi non permettevano che i soldati italiani circolassero liberamente, avendoli dichiarati prigionieri di guerra subito dopo aver occupato il quartier generale.
Quando le tenebre cominciavano ad infittirsi, con un gruppo di commilitoni mi rifugiai in un cortile di un fabbricato, dopo averne chiesto il permesso al proprietario.
A notte tarda la brina cominciava ad ammantarsi sopra la terra; faceva freddo e avvolti in due coperte, sdraiati per terra, attendemmo l'alba.


Capitolo II


L'alba fugava le ombre notturne. Il tremolio delle stelle andava man mano scemandosi fino a dileguarsi testè lo scialbo apparire del sole che, pugnando col sereno umido della notte, invermigliava il levantino orizzonte.
Come se la consueta tromba intuonasse quell'odiato motivo mattutino, ci ergemmo da terra sulla quale la brina andava sciogliendosi, e, senza a lungo esitare, affardellammo il proprio zaino e tosto c'incamminammo alla matta ed ossessionante ventura.
Tornava a nostro pericolo camminare per le vie di Tirana a frotta, per la qual causa, a gruppi di tre o quattro al più, come barca in tempesta, ascendevamo il doloroso Calvario.
Due veneti ed io, dopo aver dato l'addio agli altri, c'incamminammo verso la periferia della città.
Il sole, portandosi ad un quarto del suo tragitto diurno, irradiava le sue prime calorie sul nostro emisfero. Alla cieca si barcamenava protraendo conversazioni circa un mezzo per vivere e quanto conviene sotto un miserrimo tetto. Era una marcia randagia con un fardello sulle spalle al nostro seguito. Intanto ci portammo pei lievi pendii delle verdi colline. Si era già lontani dalla cerchia terroristica tedesca. Cominciammo a salire l'erta leggera. Il nostro appetito si ridestava aumentando ad ogni passo mentre, per l'eccessivo calore, il sudore irrigava i nostri volti. Non si mangiava dal giorno precedente.
Avvistammo sul culmine della collina una fattoria che tosto raggiungemmo; non comprendevamo l'idioma schipetaro. Con cenni riuscimmo a far capire ad uno zotico quanto il nostro stomaco implorava e, senza minimamente esitare, costui si precipitò in casa. Dopo aver atteso qualche minuto, questi ricomparve portando in una mano una discreta forma circolare di pane di mais e nell'altra una tazza con della ricotta acidissima e dei grappoli d'uva.
Sedammo così l'appetito; indi, rivolgendo mille grazie al contadino, riprendemmo il nostro cammino d'internamento. Dopo aver fatto circa cinquecento metri avvistammo tre soldati italiani che precedevano i nostri passi.
Dietro i nostri richiami si fermarono. Li raggiungemmo. Erano nostri compagni del Servizio Marconigrafico, uno dei quali mio Capo-stazione radio.
Decidemmo, dopo esserci consultati, di raggiungere i partigiani.
Indi, su per quegli ardui colli, prendevamo quota ad ogni passo. Il sole aveva già raggiunto il suo più alto punto; il caldo che si rendeva insopportabile ed il peso che gravava sul nostro groppone rilassavano le nostre membra. Erte e discese ripide affiacchivano il nostro proseguire tanto che stavamo per rifare le nostre orme quando un'improvvisa sparatoria, svoltesi nella città ci fece cambiar opinione e con lena affannata continuammo l'aspro cammino. Dopo circa un'ora, un ragazzo albanese, sempliciotto e vestito alla campagnola sbucò da uno dei tanti folti cespugli, di cui quelle erte colline abbondano e, venendoci incontro e salutandoci all'italiana, ci domandò ove si andasse. Desideriamo raggiungere i partigiani rispondemmo unanimamente.
Se volete vi accompagnerò ci disse sfiorando un sorriso sulle labbra; Anch'io sono un partigiano e mi dirigo proprio da loro. Sono andato in città per prendere le novità. Guardate! -.
E mentre così andava dicendo, infilò la mano nel cespuglio, da dove era sbucato, e trasse fuori un fucile ed una cartucciera tutta piena. Poi cacciò da tasca un fregio nel quale era raffigurata una stella a cinque punte in campo rosso, tolse uno spillo dalla parte sottostante del petto della giacca e lo appuntò sulla "bustina" italiana che teneva sul capo.
Il sentiero si presenta assai difficile se non siete pratici del luogo non abbiate paura e, se volete, seguitemi. Là troverete da mangiare e da dormire e anche delle armi e munizioni, se proprio desiderate prendere parte alla nostra causa -.
E noi, dopo averci scambiata un'occhiata, senza molto esitare, ci mettemmo per le sue orme a modo di esploratori preceduti dalla guida.
Un'ora dopo ci trovammo tra le ardite masnade che, seduti a terra alla beduina e gingillando le proprie armi da fuoco, ariettavano canti insurrezionali.


Capitolo III


Un fiume divide una striscia di pianura per molto tratto del suo corso da Tirana verso il meridionale Adriatico. Su una parte di questa ergeva una modesta fattoria a circa due ore da Tirana, e tale circoscrizione veniva denominata "Elbana". I monti la circuiscono a pressissima distanza e le sue cime ineguali baciano l'alto spazio. Quelle terre vengono coltivate allo stesso modo delle campagne dell'Italia meridionale, abbondanti di mais.
Il raccolto era già stato fatto; In detta fattoria accampava il Comando della terza Brigata Partigiana ed, inoltre, un comando presieduto da un Maggiore coadiuvato da un Capitano radio-telegrafista e cinque soldati alle loro dipendenze. Questi sette uomini erano paracadutisti inglesi.
La Brigata era composta di tre compagnie; ogni compagnia di tre "Accette". L'Accetta corrisponderebbe al nostro plotone.
Gli uomini erano arditissimi, sprezzanti di qualunque genere di pericolo, sempre allegri e desti, ma di aspetto selvaggio, primordiale.
La religione predominante negli stati balcanici è la Musulmana; segue l'Ortodossa ed in minima percentuale quella Cattolica.
Donne di ogni religione e di ogni ceto, vestite ed armate alla stessa maniera degli uomini, cooperavano ad unanimità fra questi masnadieri per la comune causa.
Si viveva nel regno delle Amazzoni.
Quando questi rozzi baldi partigiani non pattugliavano, senza scostarsi dalle loro turche tradizioni, sedevano a terra con le gambe incrociate, il fucile o qualsiasi arma da fuoco in mano, come fosse un gingillo, e canticchiavano canzoni ed inni patriottici. Passavano la notte ora accendendovi dei falò, ora stendendosi a terra per soddisfare un pisolino.
I colpi di "ta-pum" si sentivano molto di frequente, l'eco dei quali si sperdeva nelle lontane valli.
Il fiume, che rasentava la fattoria, serviva per togliere ogni lordura del corpo, a sciacquare qualche indumento personale sporco, per pulire la gavetta o barattolo che si aveva, e anche...per bere non essendovi nei pressi né sorgente d'acqua né fontana, nonché per cucinare.
Due o tre mezzi bidoni di benzina venivano adoperati per cuocervi il "rancio" che veniva distribuito a mezzogiorno ed a sera con un pezzo di "buch". Il buch è un impasto di farina e crusca di mais, senza sale né lievito, con abbondante acqua e indi cotto nel forno.
Per gli albanesi è il quotidiano pane.
Quale uomo appartenente a nazione civile avrebbe mai assaggiato, sia pure per eccessiva fame, questo insulso pane? Tuttavia non rimaneva da scegliere altro e bisognava quindi conoscere "come sa di sale lo pane altrui" e quanto è amaro "lo scendere e lo salire per le altrui scale".


Capitolo IV


La brigata era comandata da un Commissario, eletto mediante votazione dagli stessi partigiani che la componevano, e costui, s'intende, era il più elevato in cultura ed il più abile nella strategia.
Vestivano ora i loro costumi ora qualche divisa che predavano a soldati italiani, delle divise inglesi che venivano lanciate mediante paracadute, scarpe, munizioni ed armi di ogni tipo e qualche divisa tedesca che riuscivano a saccheggiare o a spogliare qualche cadavere caduto nella guerriglia.
Ogni partigiano ottemperava con patriottico ardore alle leggi che i Commissari emanavano. L'animo bruto era la loro indole. La civiltà per nulla veniva aggiornata nella pagina del progresso umano ad eccezione di quei pochi che abitavano le città; lungi dai centri vivevano in un modo rude e primitivo. Pochi soldati italiani, di ogni Arma, avevano raggiunto quei luoghi non prima dell'undici settembre, giorno in cui avvenne il vergognoso disarmo dalle truppe hitleriane nella quasi totale Balcania.
Nello spazio di due settimane vi si formarono tre compagnie di italiani: la maggior parte di questi appartenevano alla Divisione Firenze, compreso il Generale Azzi, comandante la medesima.
Tra il vario bottino che i partigiani avevano fatto v'era una stazione radio A/350, il trasmettitore del quale mancava di diversi pezzi circuitali; il ricevitore era in piena efficienza.
Altre stazioni radio del tipo R2-3, RF3C e qualche altra tedesca facevano parte dei loro quasi giornalieri bottini, ma quest'ultimi non funzionavano. Il Commissario della Brigata cercava tra gli italiani dei marconisti.
Io ed altri quattro della stessa categoria rispondemmo al suo appello, conseguendo dopo qualche giorno l'assegnazione alla compagnia comando.
Le restanti due compagnie riferendomi sempre ad italiani dopo circa un mese vennero armati e, ora da soli, ora mischiati alle "Accette" albanesi, eseguivano azioni di pattugliamento, mentre la compagnia comando disponeva di cucinieri, conducenti, marconisti, telegrafisti, panettieri, etc..
Allorché si formò il battaglione italiano perché composto di tre compagnie la compagnia comando albanese venne sostituita dal personale italiano sia perché non erano capaci dato i loro sozzi costumi di espletare le mansioni affidategli, specialmente l'arte culinaria e sia perché la loro mania era di far schioppettare gli arnesi micidiali e per bottinare, a volte a loro vantaggio, a volte per tutta la collettività.
L'autunno cominciava intanto a nudare i rami dalle frondi già ingiallite dalle calorie dell'estate declinante.
Bisognava quindi riparare la notte dalla brina, e la fortuna non mancò di sorriderci in tali circostanze. Due teli da tenda ci riparavano dalla brina e dalle prime piogge autunnali.


Capitolo V


Quando una compagnia o "Accetta" si portava in missione erano sempre in testa quattro o cinque Amazzoni, una delle quali portava un labaro raffigurante una falce e martello con una stella a cinque punte in campo rosso-scarlatto.
Era la bandiera comunista.
A qualunque ora del giorno o della notte i partigiani comprese le donne partivano, dietro ordini del comandante, in fila indiana a fare la guerriglia sperdendosi pei sentieri delle colline mentre i loro canti monotoni l'accompagnavano nel tragitto. Il più delle volte ritornavano il giorno appresso la loro missione.
In una mattina di ciel sereno e gelida, dello stesso settembre, a quasi un'ora dalla levata del sole, una compagnia ritornava dall'azione. Ma quale non fu lo stupore allorquando scorgemmo due uomini legati pei polsi, dei quali uno non superava i quarant'anni e l'altro rasente il sessantacinquesimo anno e zoppo, che camminavano sulla testa della colonna irregolare mentre i masnadieri, come se ritornassero da una vinta battaglia, innalzavano canti di giubilo e grida di imprecazione contro le loro prede umane.
Quando riconobbi nel vecchietto zoppo l'uomo che la notte tra l'undici ed il dodici settembre ci ha rifugiati nel suo cortile, lo stupore e la curiosità mi spinsero a ricercarne la causa di quella deplorevole circostanza. Sono due spie! risposemi con tono alterco un partigiano.
Sono due spie e devono morire; il nostro piombo colpirà inesorabilmente colui che tenta di strozzarci. tuonò il partigiano.
Quali esseri i più abominevoli furono gettati a forza di calci e spintoni su un angolo di quell'accampamento che al vespero doveva sostituire la gogna dei traditori. Non parlavano d'altro quei cruenti albanesi per tutto il giorno che di dover condannare alla pena capitale i due disgraziati.
Quanto a noi italiani non rimaneva altro che detrarre l'attenzione da quello spettacolo di ingiurie e di scherno che i partigiani si dilettavano alteramente inveirgli.
Verso le ore sedici il commissario comandante la Brigata dette ordine che tutte le compagnie italiane ed albanesi s'inquadrassero con assoluta ottemperanza per presiedere alla esecuzione capitale delle due spie.
In perfetto silenzio, ordinatamente ci portarono al largo dell'accampamento facendoci assumere la forma di un quadrato, un lato del quale venne in secondo tempo spezzato nel punto di mezzo. Indi trascinarono su questo lato i due delatori che, legati i polsi dietro la schiena, li gettarono a terra.
Al centro del quadrato si portò il commissario che tosto cominciò a leggere in lingua albanese in un foglio che aveva tolto dalla tasca.
Noi italiani non comprendevamo nulla di quella lettura; di tanto in tanto si elevava un formidabile urlo che voleva dire "A morte".
I due condannati tacevano; il volto era cereo e lo sguardo rivolto a terra. Sembrava facessero penitenza.
Finito di leggere, il commissario passò subito alla traduzione italiana e, tra l'altro diceva che essi facevano la spia ai tedeschi e che furono ripetute volte ammoniti di abbandonare quel vile contegno.
Incuranti degli ammonimenti diceva essi tornarono al loro viziato e losco servigio. Inoltre, il più giovane, più che essere una spia è un depravatore pessimo: ha usato violenza su diverse fanciulle e la nostra legge punisce con la fucilazione chiunque manchi di rispetto alla castità. Italiani! di ciò prestate attenzione. -
Espletata la lettura il commissario gridò con tono autorevole: qual è il vostro verdetto? -.
A morte! urlarono unanimamente.
Noi italiani non essendo in obbligo all'uopo tacemmo. Indi dette ordine al plotone di esecuzione, che s'era piazzato nel lato opposto a quello ove sedevano i condannati, di puntare.
Infatti, passando prima sulla posizione d'attenti, si portarono a terra inginocchiandosi sul ginocchio destro, mentre sul sinistro vi poggiarono il gomito del braccio sinistro allo scopo di soffermare il fucile.
L'indice della mano destra poggiava sul grilletto dell'arma che fra pochi istanti doveva stroncare la vita a quei due disgraziati che, taciturni, attendevano il sigillo della loro esistenza.
Fuoco! aveva gridato il commissario.
Una scarica di fucileria si aprì al suo comando ed i due delatori, colpiti alla testa e su tutto il resto del corpo dal piombo che naturalmente essi vilipendevano, senza emettere un più minimo grido, stramazzarono all'indietro mortalmente. Settantadue colpi furono bastanti per crivellare i due corpi che giacevano esanimi sul terreno irrorato di quel sangue che la giustizia partigiana aveva spietatamente agognato.
Cessato il fuoco, il commissario estrasse dalla guaina la pistola e, avvicinandosi a quel mostruoso scenario lasciò partire due colpi, uno dietro l'altro, che fecero bersaglio sulle due teste ormai prive di sensi vitali.
Un brivido di terrore mi colpì allorquando vidi i due corpi già cadaveri stiracchiarsi in ogni senso al conficcamento del piombo dell'arma sul cranio che il commissario aveva inflitto quale colpo di grazia. Non resistendo più a quell'orrido spettacolo mi allontanai portandomi sotto la tenda.
Subito dopo si sciolsero le compagnie dall'inquadramento mentre i due giustiziati rimanevano sulla gogna del vituperio e dello scherno. All'incirca un'ora dopo, colpito dalla curiosità, volli andare ad osservare da presso quegli immondi corpi. Era terrorificante guardare quei due volti irriconoscibili e totalmente imbrattati di sangue già coagulatosi e pieni di buchi come un grosso staccio.
Prima che le tenebre ammantassero sul creato, quattro laidi pertigiani adagiarono alla rinfusa quei cadaveri sopra due bastoni spessi e li trasportarono presso un cespuglio ove avevano poco prima finito di scavare una fossa, e, come immondizia, li gettarono in quell'orrido avello, mentre le prime ombre della notte s'avanzavano indistinte su ogni cosa, adombrando fantasmicamente quel sepolcro che condannava al vituperio eterno i corpi dei due giustiziati.


Capitolo VI


"A morte il fascismo" era la parola d'ordine fra partigiani, e "Libertà ai popoli" la controparola.
Chiunque penetrava nella cerchia dei "ribelli" sconoscendo la parola d'ordine veniva acciuffato ed il loro "Tribunale" indagava e decideva della sorte di questi: se ritenuti turbolenti spie, il plotone d'esecuzione era sempre in lesta ottemperanza alla sua mansione, se morali cittadini la libertà non gli si poteva negare.
Ben rammento che, sul finire di settembre, una compagnia catturò ventotto ex militi albanesi da molto tempo ricercati per rispondere dei loro misfatti a pro dell'ex-Fascismo.
Otto di questi, ritenuti colpevoli esponenti, quattro giorni dopo, caddero sotto una raffica di mitragliatrice dietro verdetto del Tribunale partigiano. I rimanenti vennero messi in libertà condizionata.
Alla selvaggia indole di quella schiatta bisogna aggiungere la forza bruta, ignobile, quella forza che soltanto l'uomo cruente e molto discistato dai preliminari della civiltà, brama ed attua nel contempo.
Noi italiani vivevamo nel continuo assillo di paura, né qualsiasi genere di protesta muoveva a compassione quella razza la cui bramosia non isdegnava il suo sopravvento, né le lacrime erano bastevoli per ammainare l'ignobilità del loro bruto esercizio.
Quanti italiani che, accattonando su per le più alte montagne, ascendendo e discendendo i più erti calli, si videro fermati ad un tratto, sbucando come tanti demoni, da uno o più uomini intimando:
Oh! salve amico! dove andare? tu avere un buon pastrano e anche ottime scarpe (o giacca o pantaloni che si aveva di discreto).
Volere dare a me, amico? Io volere bene a italiani, ma se tu non mi dare roba, io ti sparare, per Dio! Io avere molto dispiacere perché italiano essere grande amico, ma io volere roba o sparare.. -.
Se lo stato miserando affliggeva l'italiano, questa scabrosa umiliazione ed atto nefando, inumano, terrorizzava tortuosamente.
Si era per giunta nell'inverno e come era mai possibile camminare a piedi nudi sulla neve, contriti dal freddo, seminudi? Tuttavia restava impossibile negargli ciò che veniva chiesto con la forza o meglio con un'arma puntata. Alla pari si avrebbe potuto agire, ma il fuoco è mortale e la pelle è pelle e se Dio vuole nell'uomo il suo simile, non deve omettere la sua Onnipotenza e negare di conseguenza la sua protezione.
Dio non è mai stato assente; qualche strappo alla regola si è pure avuto, il Fato aveva predestinato.
Il farsi prigionieri ai tedeschi, sia pure volontariamente, poco conveniva data l'incessante e mostruosa propaganda che i partigiani facevano; vivere tra la gente sia montanara che partigiana, sia cittadina che tedesca era un'ossessione: ci si trovava tra l'incudine ed il martello, tra l'uragano ed il ciclone.
Si barcamenava rasentando il sentiero di Atropo.


Capitolo VII


Brodo di fagioli bianchi con due o tre etti di buch formava il quotidiano pasto che ci veniva distribuito a mezzodì ed a sera.
Qualche volta scannavano una pecora o capra e solo allora si poteva dare un leggero sollievo al corpo con della sostanza prima. Era come dare i rimasugli di una lauta mensa a degli accattoni.
Avevo appena compiuto ventun'anni ed il fior fiore della giovinezza si scemava lentamente per carenza di vitaminiche sostanze: le vigorie della giovin età si affiacchivano, il sacrificio si faceva sempre più mastodontico e la lontananza dal suolo patrio e la privazione di notizie dei propri cari ci torturavano senza un attimo di tregua.
Non v'era altro intorno che delle brutte facce montanare e oltre la cerchia non si poteva andare, né prigionieri, né liberi.
Alle prime pioggie si sterravano grosse lumache che, lessate senza né olio né sale, divoravamo. Molto "prelibate" le tartarughe di cui quelle terre abbondano; si lessavano e lo scipido sapore non isdegnava a sedare il richiamo languido dell'epa.
A volte s'ispezionavano sentieri che ci trattenevano con la loro deliziosa offerta di bei grappoli di more.
Ogni tanto si incontrava qualche orticello recintato con filo spinato e che non osavamo scavalcare, poiché i proprietari non erano assenti e, se per caso ci avessero visti, una sola cosa ci attendeva: sei o più piombi per ciascuno. Tuttavia contro tale istinto la "ragion non vale" e avvistato, un giorno, un solitario campicello coltivato esclusivamente a pomodori e zucche, io ed un comasco tale Dino Tettamanti scavalcammo il recinto e subito facemmo articolare le mascelle con pomodori e zucche.
Forse i suini non gusterebbero tale genere se non cotti o almeno acconciati in modo da poterli gustare. Tutto si mangiava e senza la necessità del fuoco.
Occorreva adoperare il verbo "ardire" ed essere sprezzanti della vita.
Tutto ciò durava da circa un mese, quando l'alba del tredici ottobre si affacciò all'oriente con una sorpresa non di certo gradita.


Capitolo VIII


L'aurora del 13 ottobre 1943 rosseggiava nel lontano orizzonte.
Infilati i pantaloni, camicia e scarpe mi portai fuori la tenda; qualche altro compagno s'era pure alzato. Gli albanesi, come tante bestie, si sdraiavano all'aperto attorno a grossi fuochi per riscaldare l'aria circostante, quindi erano sempre pronti ad ogni sorpresa.
A quasi cinque metri dalla mia tenda, ove si dormiva in cinque, v'era un albero con un grosso tronco; a venti metri circa passava il fiume sulle cui sponde erano situate parecchie tende.
Tutto intorno si sprigionava calma ed il creato pareva dormisse: assoluto silenzio e placida quiete dei sereni mattini autunnali.
Era l'ora in cui gli uomini, gli animali ed anche le cose gustano il più meritato riposo; ma tanta atmosfera di pace si turbinò dopo circa dieci minuti. Una pioggia di piombo di ogni calibro cominciò a fischiare nell'aere senza alcuna tregua; un commilitone, che si trovava a un dipresso di sei o sette metri da me, ha urlato: "Mamma mia" e tosto stramazzò a terra fulminato.
Io ero disarmato poiché non avevano ancora completata la distribuzione della armi; il tronco dell'albero, presso la mia tenda, mi faceva da scudo. Il campo rimaneva scoperto per circa trecento metri; indi ergevano colli cespugliosi e rocciosi.
Non era prudente percorrere il campo per raggiungere il riparo dei cespugli, delle rocce o degli alberi, tuttavia non v'era altro scampo poiché il fuoco si faceva sempre più intenso.
I tedeschi erano a venti metri dall'accampamento.
Con gran panico ci demmo tutti a raggiungere "il piè del colle" e, tra i sibili delle pallottole, un po' gettandoci a terra e un po' correndo, raggiungemmo un riparo, sorridendo alla quasi sicura pelle salvata.
Le donne partigiane erano come demoni tra il fuoco micidiale, sprezzanti del pericolo che correvano.
La recondita serenità del creato si convertì in caos e panico generale; minimamente si pensava ad un simile attacco, dato che le sentinelle avanzate non avevano dato alcun allarme.
Così provai, per la prima volta, il battesimo del fuoco.
Tutto venne lasciato in abbandono; quel poco di scorta viveri rimase in balia del fuoco divampatore, ciò che era personale, compresi i miei indumenti che rimasero sotto la tenda, unitamente a quelli dei miei colleghi.
Era necessario in quei momenti pugnare e pensare a sottrarsi alle branchie tedesche. Così mi trovai con indosso un paio di mutandine, pantaloni, calze, scarpe e camicia, null'altro più. Si era appena a metà autunno ed il creato riceveva ancora dal sole le declinanti calorie dei suoi raggi. Mentre cercavo i boscosi e dirimpati sentieri per internarmi, lungi dal raggio della morte tedesco, m'imbattei in due commilitoni anch'essi con lo stesso scopo, ed in siffatto modo facevano tutti, eccetto coloro che erano in possesso di un'arma da fuoco per difendersi.
S'incominciò a salire e scendere senza tregua i più erti colli; per il panico l'arsura si faceva letale.
Non v'era tuttavia dove poterci dissetare ed avvistata, in valle, una pozzanghera melmosa e piena di sterco, abbiamo provato la stessa sensazione che provano i ricercatori d'oro allorché dopo lunghi anni di ricerche, riescono finalmente a dissetarsi della loro sospiratissima brama ed avidità d'oro.
Dissetata la nostra arsura, proseguimmo nel nostro cammino, mentre l'appetito aumentava a gran passi, ma i monti non offrono, all'infuori dell'ospitale solitudine, che boscaglia, terra e sassi.
Cammin facendo gli occhi si posarono su un cespuglio, avvistando in esso un fucile con un solo caricatore in serbatoio: lo presi e lo portai con me. Altri partigiani, incontrandoci, ci dissero che al forno (eretto appositamente) distribuivano il pane di scorta. Spinti dall'appetito che man mano si mutava in fame, prendemmo la direzione indicataci; mancavano appena seicento o settecento metri dal forno, situato in una piccola pianura a valle, quando un fragoroso sibilo di granata da "81" ci fece gettare a terra, scoppiando a non oltre cento metri da noi.
Ci alzammo da terra e seguendo un fossato stavamo per raggiungere il forno quando altri scoppi non meno fragorosi del precedente si udirono senza tanto intervallo l'uno dall'altro.
Perdemmo dunque "la speranza dell'altezza", e per miglior convenienza facemmo dietro-front, e di nuovo su per valli e colli.
Avvistammo un campicello, dopo quasi un'ora di cammino, con alberi di melograni e di melecotogne la cui frutta era ancora immatura, ma lo stomaco non seppe ragionare e come tanti lupi famelici ci arrampicammo sugli alberi, divorando la rispettiva frutta acerba.
Circa le ore sedici raggiungemmo per fortuito caso una circoscrizione denominata "Pesa" ove quasi duecento italiani stavano là da un mese; poche casupole completavano il villaggio.
La prima cosa che facemmo fu quella di chiedere del cibo che ci venne negato poiché le razioni erano contate e la scorta era esaurita.
Niente da sperare. Intanto le ombre della notte s'appressavano e sdraiandoci sull'erbetta, che al mattino si fece rorida, sacrificando il sistema scheletrico, aspettammo "lo spuntar del nuovo sol".


Capitolo IX


Al nuovo giorno, di buon ora, ricominciammo il nostro pellegrinaggio.
Si camminava alla cieca, né si sapeva ove andare; non si mangiava dal giorno precedente (un po' di melograni e di melecotogne immature).
Per completare le mie miserrime condizioni mi trovavo con non più della camicia: del corpo inferiore non potevo lamentarmi.
Per oltre quattro ore camminammo senza incontrare una casa o qualche albero da frutta nonché acqua; sudore, fame e stanchezza facevano trinomio senza sosta. Tuttavia non avevo abbandonato il fucile che il giorno prima avevo trovato in mezzo al cespuglio; un'idea mi balenò in mente e tosto la palesai ai miei due compagni di calvario: alla prima casa che incontravamo si chiedeva qualcosa da mangiare e se ci fosse negato allora davamo in cambio il fucile dato che quella gente, per avere un'arma vendono persino le proprie donne.
Verso le ore tre pomeridiane ci sedemmo a terra per dar ristoro alle membra già sfinite.
Ma quale non fu la nostra amarezza ed il senso di nostalgia quando lo sguardo si aprì sull'azzurra distesa acquorea: il mare a circa quattro chilometri dai nostri occhi mentre noi ci credevamo nel cuore dell'Albania.
Ah! quanta solitudine e fiele nei nostri cuori a quella visuale; il "mare nostrum" lo chiamava l'ex-Duce, purtroppo per noi era il "mare altruis".
A circa centoventi miglia si trovavano le coste della sanguinante Patria: che colossale barriera, eppure non era lontano il nostro suolo.
A qualche chilometro si trovava un villaggio, ma non osammo andarci perché degli albanesi, interpellandoli, ci dissero che s'erano istallati i tedeschi. Facemmo d'altronde pensiero di raggiungere la costa per trovare qualche barca, ma non avendo viveri né bussola era imprudente avventurarsi e quindi questa idea restò nella sola fantasia.
Il sole stava per raggiungere la sua culla e, ormai riposati, gironzolammo per poter scovare un tetto, solo un tetto per difendersi dalla brina e la fortuna non tardò a sorriderci.
Una capanna solitaria ci ospitò per tutta la notte.
Il mattino seguente, quando il sole si portava in alto nella sua orbita consueta, avvistata una casa, cercammo di raggiungerla come fa colui che, trovandosi in una tormenta e avvistando una capanna, con tutta lena cerca di raggiungerla.
Un vecchietto era intento a colonizzare il suo orticello; alla nostra vista ci venne incontro e noi, come mendici, chiedemmo se avesse da darci un pezzo di pane e la sua risposta fu evasiva.
Ma quando gli feci capire che gli davo in compenso il fucile, allora la tonalità fu mutevole; a tal punto, dopo averci fatto attendere un quarto d'ora, la sua moglie o figlia che fosse, s'appressò con in mano una forma circolare di quaranta centimetri di diametro, spessa quattro dita, di pane di grano.
Quale gioia sui nostri volti nel vedere quel ben di Dio!
Una tazza con della ricotta acidissima, un po' di fichi secchi e dodici grosse melecotogne né acerbe e né mature, fecero da companatico.
Non chiedemmo altro al buon Dio e con infinità di ringraziamenti rifacemmo le orme che il giorno prima avevamo fatto.
Per tutto il giorno camminammo sostando di tanto in tanto per ristorare la stanchezza; al quarto giorno ci trovammo nel luogo dove sorgeva prima il nostro accampamento ed ora non rimaneva altro che terreno, solo terreno.
Domandando ai partigiani, raggiungemmo l'accampamento ivi trasferitosi da tre giorni e molto più al sicuro dal terrore nazista.
Tutto ciò che era di mio personale non esisteva più: zaino, giubba, cappotto coperta, portafoglio, etc, andò diviso a quei rudi incivili, che non vollero sentire ragione alcuna alle mie proteste di restituire il maltolto.
Trovai così ospitalità sotto la tenda di un mio compagno nel nuovo accampamento partigiano.


Capitolo X


Sotto una tenda passavo la notte, con addosso una coperta da campo e una giubba militare.
In questa nuova "dimora", che era assai diversa dal sito ove quattro giorni prima si combattè una dura guerriglia, trascorsi circa venti giorni.
Qui fu organizzato un battaglione italiano che a turno eseguiva azioni di pattugliamento e di vedetta sulle quote per un'intera notte.
Una sera, insieme ad altre nove persone, tutte italiane, fummo comandati di pattuglia sulla "quota 763", dalle ore 19 alle ore 07 del dì seguente.
Una squadra di cinque uomini, armata di fucile mitragliatore in postazione tra i cespugli folti della quota, vegliava fino alle ore 03 e da questa fino alle ore 07 veniva sostituita dall'altra squadra che aveva soddisfatto un pisolino all'"albergo della Luna".
Il nostro satellite rischiarava di luce argentata tutto il creato; notte serena; la brina non mancava. Io, assieme ad altri quattro commilitoni, feci il secondo turno.
Sulla quota due capre e tre capretti pascolavano liberi; all'istante l'idea di un commilitone si attuò con celerità.
Difatti, avvicinatomi a quelle bestie e venutomi sotto le mie branchie un bel capretto, con mossa fulminea l'afferai e, con la mano tra la lingua affinché non belasse, lo portai in braccio presso un cespuglio più impraticabile ove si scavò una piccola fossa.
Ivi si sgozzò la tenera creatura ed il sangue colò nel fossetto che poi si coprì con terra ed erba; si gonfiò per le gambe posteriori, poi si "spellicciò" e si squartò in pezzi che deponemmo nel tascapane, mentre la pelle venne gettata in un burrone molto distante.
Ai piedi della quota c'era una casupola abitata dal padrone di quegli ovini. Alla mattina, di buon ora, vedemmo il padrone portarsi su per la quota per ritirare le proprie bestie; girò su e giù per oltre tre quarti d'ora finché si decise a far ritorno con una bestia in meno.
Forse non avrà immaginato nulla o, chissà, forse la credeva smarrita.
Ritornando al campo con circa quattro chili di capretto a "buon mercato", la prima cosa da fare fu di sbarazzarsene al più presto e, trovata una scatola di latta, mettemmo tutto a cuocere.
Ne risultò un eccellente brodo che fece articolare le "ganasce".
Di giorno si andava a caccia di tartarughe, prelibatissima carne anche senza le dovute droghe; qualche fico, ancor prima di venire a maturazione, accompagnava le more di rovo, gustoso rosaceo per famelico appetito.
S'era sulla seconda metà di ottobre ed il freddo si affacciava ancor lento.
Gli alberi cominciavano a denudarsi dalle loro vestamenta, ad anche noi eravamo quasi spogli e... poco piacevole era trascorrere la rigida stagione in dette condizioni.
In quel sito trascorsi circa venti giorni; qui era la terza brigata: una trentina di uomini tra italiani ed albanesi.
Dopo questo breve periodo di placatezza, la brigata dovette spostarsi per raggiungere, di rincalzo, la seconda brigata che era accampata nelle montagne vicine di "Elbasani".
Anch'io seguii la sorte di questi e così, quando il sole declinava dal suo più alto punto dell'orbita, c'incamminammo per sentieri sconosciuti ed impraticabili.


Capitolo XI


Andavamo per "secreti calli".
Fitte boscaglie d'arboscelli ne formavano un labirinto che, senza la guida, non si scovava via d'uscita; alle boscaglie si alternavano erte e discese da infondere paura.
Un robusto cavallo era montato dal Generale Azzi, ex-comandante della Divisione Firenze.
Non persona o caseggiati s'incontravano, nonché acqua per dissetarsi; tuttavia si camminava da sei ore senza sostare.
Avevo con me un fucile e nient'altro nonché i panni insufficienti per affrontare l'inverno, che avevo indosso.
Le fantasmagorie delle tenebre, di già inoltrate, rendevano più imprecisi i sentieri e la cautela, nel procedere, divenne di piombo.
Ogni tanto, per la troppa oscurità, la colonna si scindeva e per ricollegarsi una buona mezz'ora si perdeva in urli e fischi.
Circa le ore 22, all'inizio d'una scabrosa discesa, la colonna fece sosta. Si attese fino alla mezzanotte; dopo riprendemmo la discesa al cui termine una strada divideva il monte con il letto di un fiume.
Nell'assoluto silenzio, una persona per volta, attraversammo la strada portandoci verso il fiume che bisognava attraversare a guado e, tolte le scarpe e avvolti i pantaloni alla parità della coscia, ci portammo nell'acqua.
Si fece appena in tempo ad allontanarsi dalla strada di circa trenta metri quando una colonna motorizzata tedesca si avvicinò rapidamente.
Sulle svolte i fari rischiaravano il fiume e la paura di esser visti ci spinse ad immergerci nell'acqua, mentre quelli che erano rimasti sulla sponda si gettarono a terra distesi.
Sentivamo la colonna passare vicinissima a noi, e per mezz'ora nessuno di noi fiatò.
Per due ore consecutive eravamo a "bagno" in cerca del punto più stretto e meno profondo del fiume finché si riuscì a scovarlo; con le mani formammo una catena per resistere alla violenta corrente d'acqua che ci investiva in pieno in quel punto, tuttavia, immersi fino al bacino, riuscimmo a raggiungere l'altra sponda.
Solo le ombre della notte facevano da "asciugatoi" ed il corpo ne risentì con forti scosse di tremito e qualche repentina febbre di cui fui colpito anch'io. Tutti bagnati, per non raffreddarci ulteriormente, ci affaticavamo in una ripida salita che, per quattro ore, sotto il peso dell'affanno, sembrava non avesse fine; alfine raggiungemmo il culmine di quel monte, ormai lontani dalla strada ove sostammo e, accesi dei grossi fuochi, si attese il giorno. Verso le ore nove si riprese l'arduo cammino.
Dove si andava? quanto tempo occorreva per raggiungere la seconda brigata partigiana?
Nessuno lo sapeva.
Si camminò per tre giorni e tre notti, facendo sosta breve ogni dieci o undici ore circa, durante la quale si consumava la meschina scorta di quattro "pagnottelle" e due scatolette di carne, ma di cui io ed un altro commilitone ne eravamo privi, e quindi, oltre alla stanchezza, ci avvinceva anche la fame. Io non ho più resistito a quella "marcia forzata" e, portandomi man mano ultimo alla colonna, al terzo giorno, sul primo pomeriggio, mi fermai esausto ed affamato al cominciare d'una scarpata impraticabile.
La colonna continuava inaccorta della mia assenza la sua lunga ascesa. Qualche compagno di calvario mi aveva già preceduto in questa azione ardimentosa, fuggendo via lungi dal peregrinare inutile e faticoso.
Intorno era bosco e, avvistato casualmente un prato, mi spinsi fin là, finché le forze mi si scemarono via e mi sdraiai sull'erba col fucile sotto la schiena, ma il sonno mi sopraggiunse pesantemente.
Dopo quattro ore circa mi destai, ma quale non fu lo stupore nel non vedere più l'arma al mio lato, che poteva essermi necessaria sia pure per difesa personale nella solitudine di quelle altissime montagne.
La sera si precipitava a calare e ben presto tutto sarebbe stato oscuro ed invisibile.
Incamminandomi, il caso mi portò in un villaggio e, scesa la notte, in una casa, qual mendico, chiesi da mangiare qualcosa e poter passare la notte sotto un tetto, che non mi venne negato.
Al dì seguente, riprendendo ben presto il cammino, raggiunsi dopo due ore un piccolo villaggio e là vidi un accampamento di partigiani tra cui anche quelli che, fino al giorno prima, erano con me.
Erano quelli della colonna e ivi la seconda brigata.


Capitolo XII


Trovarmi ancora tra i veterani era un sollievo enorme, purtroppo dovevo andar via da quel sito per non essere visto inarme dal Commissario dei Partigiani, altrimenti il loro tribunale mi condannava inesorabilmente.
Dopo aver divorato un tozzo di "buch" che i vecchi commilitoni se ne privarono per portarlo a me, tracannato un sorso d'acqua e dato l'addio a tutti, mi allontanai da lì prendendo il pendio della collina sulla cui sommità era accampata la brigata partigiana.
Non feci tanto cammino allorché mi imbattei in un gruppo di oltre cento stracciati italiani che peregrinavano su e giù per quegli erti calli col proposito di trovare qualche famiglia che potesse offrir loro un qualsiasi genere di lavoro, purché si avesse un tetto per trascorrere l'inverno duro e freddo e un po' di misero cibo per non esser vinti dalla fame.
Non esitai a seguirli.
Da qui ha inizio un lungo peregrinare che durò quindici giorni circa tra stenti, dolori, freddo, fame e l'abbietto istinto di accattonaggio. Le sofferenze morali e fisiche che provai in quei frangenti sono indescrivibili; si camminava sul sentiero del dolore e della rassegnazione che "mai prestigia uman l'arena stampi".
La sete poi ci torturava più di ogni altra cosa.
Man mano che incontravamo dei villaggi, uno o due di noi, triste schiatta, si fermava dietro richiesta di famiglie albanesi allo scopo di lavorare per il solo cibo.
Così, giorno per giorno, il numeroso gruppo si scindeva sempre di più; per guida avevamo tre o quattro partigiani.
Le mie forze, come accadeva non differentemente dagli altri, cominciavano ad esaurirsi e quando, dopo circa quindici giorni, precisamente il sei dicembre, in un villaggio, di cui non rammento il nome, un vecchietto domandò se tra noi v'era un falegname, senza esitare mi feci avanti, sebbene non mi addicevo a tal mestiere, ma le membra imploravano qualche giorno di assoluto riposo. Gli altri compagni seguirono il loro destino, che infine fu uguale per tutti. Mi ritrovai solo tra la gente per la quale dovevo lavorare e vivere il loro ambiente familiare ignorando entrambi il reciproco idioma.
Non mi rimase altro che il coraggio di serena rassegnazione, attendendo solo la Potesta' e l'Onnivegenza Divina a darmi forza nel mio duro esilio e illuminare con la luce della speranza il mio tenebroso vivere.


Capitolo XIII


Affrontai così un idioma incomprensibile e degli usi che fino ad allora non ebbi mai modo di incontrare.
Per tutto l'oro del mondo giammai ci sarei vissuto per mia espressa volontà; mi sembrava di dover incominciare una vita a cui non potevo mai abituarmici. La famiglia era composta dal marito a nome Golemi Rexep, dalla moglie Golemi Reko, dal figlio Demir, da una figlia di quattrordici anni con nome Scefico, di un'altra di otto anni, Cadmè, ed infine un'altra già sposata che viveva a parte e di cui non rammento il nome.
Non era vecchio il marito, ma aveva l'aspetto settantenne ed anche il figlio sedicenne dimostrava almeno venticinque anni.
Il primo giorno mi diedero da mangiare ed il permesso di riposarmi.
Il modo con cui cucinavano era indescrivibile: sempre brodaglia di fagioli con abbondanza di sale, verdure sotto sale (come cetrioli, peperoni, verze, pomodori, etc.), una specie di ricotta acida al novantanove per cento e quando avevano degli invitati preparavano una sorta di torta fatta con farina bianca, uova, ricotta, burro e poi cotta con la cenere mista a brace.
Qualche altra specialità, per loro, la facevano come se fosse stato un dolce che poi non era altro che una pasta di farina bianca preparata a guisa di sfogliatelle.
Si mangiava tutti quanti in una scodella e con le mani, senza forchette, cucchiai e coltelli, poiché non ne facevano uso.
Seduti a terra, con le gambe incrociate alla brahamista, il cibo veniva appoggiato su un tavolino rotondo che s'ergeva da terra a non più di quindici centimetri, con un diametro di circa un metro.
Sedie non esistevano, come non esistevano letti o per lo meno una qualche sorta di materassino tenero per dormirci comodi.
Passavano la loro vita a dormire per terra con una coperta o al massimo due coperte sotto la schiena; alcune famiglie dormivano sulle stuoie.
Si dormiva per lo meno accanto al focolare.
Le loro ossa dovevano essere ormai impietrite, purtroppo anch'io dovevo abituarmi a queste usanze ortodosse.
Era il tempo che consite di solo mais ed una stanza era adibita a silos; rimaneva appena lo spazio per il focolare che veniva sempre alimentato da grossi "Druh", cioè legna.
Un grosso cane da pastore, più feroce di un mastino, mi mostrava gli aguzzi denti, facendo capire che era pronto a lanciarsi addosso poiché era agguinzagliato per tutto il giorno ad una robusta catena.
La casa limitava con la loro terra, come per tutte le case del villaggio.
Qualche mucca e bue, un asino (di statura piccola come quelli sardi), galline ed il cane completavano la sezione zoologica della casa.
Ci si limitava ad esprimersi a gesti, segni ed oggetti tra me e loro, tuttavia si riusciva a stento a farsi capire.
Ricordo che una volta, per riuscire a capire una parola, meditai una settimana intera, finché un albanese che comprendeva un poco di italiano, capitatovi in quella casa, mi spiegò il significato.
Non è certo molto soddisfacente non riuscire a capirsi quando si deve vivere sotto lo stesso ambito familiare.
A dire il vero questa famiglia mi voleva bene, come se fossi stato un loro figlio, però avevano l'istinto brutale, o per meglio dire, una coscienza priva del senso umanitario.


Capitolo XIV


Iniziai così un periodo ed un genere di lavoro che non avevo mai sognato di fare: il falegname, o, come nella loro lingua, il "Marengosh".
Con quattro pialle e pialloni, una sega e qualche scalpello, nessuno di questi in ottimo stato di taglio, senza squadre e righe, dovetti abbracciare tale incarico.
C'era da fare un pavimentato in legno com'era di loro uso, una parete nella quale dovevano fissarsi due finestruole e due porte.
Il tutto doveva formare una stanza, dato che tre pareti erano in muratura. Per terminare tale lavoro impiegai ben due mesi, in quanto sprovvisto di arnesi adatti allo scopo.
Intanto passavano i giorni ed io ero lontano da ogni comunicazione col mondo, lontano dai propri familiari, lontano da ogni civiltà, là, tra la gente che vive perennemente nel buoi mondo e che tuttavia era molto felice e abbracciavano quel genere di vita così come si abbraccia una fede religiosa.
Se ci si ammalava, non un medico poteva giungervi fin là, solo l'Onnipotente poteva dare rimedio ad un male, oppure era la morte certa.
Circa un mese e mezzo dopo, il mio ginocchio sinistro andò in suppurazione, in conseguenza di una pustoletta punta con un ago; non vi erano medici, avevo il ginocchio gonfio e giorno per giorno diveniva marcio e fetido di pus.
La moglie che mi assisteva con cura faceva tutto il possibile, ma nessun impiastro era miracoloso.
Dormivo sul pavimento di legno con tre coperte sotto la schiena e tre per coprirmi, ma il freddo ed il dolore mi affliggevano allo strazio insopportabile. Non mi era rimasto altro che rassegnarmi al dolore finché la desiderosa Morte lenisse le mie torture, ma anche questo mi fu negato; dovevo stare sempre supino, su quel pavimento, e le ossa non resistevano più.
Trascorsero così dodici giorni nelle pene insopportabili del dolore.
Nessun conforto era a me, neanche la gioia di saper vivi o morti i miei familiari; implorai demoni e santi (se per caso ci fossero), ma nessuno di loro venne a liberarmi dalla morsa della tortura.
Il dodicesimo giorno, esausto, implorai il Santo da Padova (dicono che è il più prodigioso dei santi) a venirmi in aiuto di morte o di salvezza.
Proprio la sera stessa venne in quella casa un loro amico, che consigliò la famiglia che mi ospitava (nel vedermi in quelle condizioni) di farmi dei massaggi con la "Raki", cioè la grappa che loro preparavano in casa.
La moglie mi massaggiò per un'ora, tuttavia non trovai sollievo, anzi il dolore si faceva più intenso.
Esasperato, invocai la morte a Sant'Antonio, finché il dolore ed il sonno mi avvinsero.
Sulle prime ore del mattino ecco un prodigio: mi sentii in ginocchio bagnato, sebbene fosse fasciato alla meglio; attesi il giorno per vedere ciò che era accaduto.
Non sentivo più alcun dolore.
Quando la mattina la moglie venne a sfasciarmi e vide il ginocchio sgonfio e pieno di pus nerastro, si volse dall'altra parte e la vidi sputare in senso di nausea.
Credevo fosse arrivata la mia eterna ora, invece la suppurazione sbudellò fuori; fu forse un miracolo? non so altro, mi vidi solamente guarito completamente; un giorno ancora e poi potevo alzarmi e magari lavorare se lo avessi voluto, ma non mi lasciarono iniziare a lavorare che dopo quattro giorni.


Capitolo XV


Natale 1943.
Vivevo in un mondo ove i giorni si susseguivano incalcolati ed inesistenti, né riposo domenicale vi conobbi.
Due italiani, nelle mie stesse condizioni, erano istallati presso la famiglia del Capo del villaggio.
Di rado ci incontravamo, e sempre di sfuggita, dato l'incessabile lavoro da mane a sera.
Furono loro che, il giorno di Natale, proposero, sia al loro padrone, sia al mio, di liberarci detto giorno per essere uniti nella ricorrenza della più grande festa della Cristianità; non ci fu negato e così abbiamo potuto trascorrere il giorno assieme, rimembrando i tempi migliori e volgendo lo sguardo alle proprie famiglie, quasi obliando il triste tempo che trascorrevamo.
Ultimato il mio lavoro di falegname, dovetti adattarmi ai lavori campestri, ignorando completamente l'agricola e gravosa fatica.
Nel gennaio 1944 i tedeschi, a mezzo aerei, avevano infestato le montagne di manifesti che esortavano tutti gli italiani a presentarsi ai loro comandi, con la rassicurazione che nessun male veniva fatto loro.
Inoltre i nazionalisti, partigiani a pro dell'invasore, iniziarono una spietata persecuzione agli italiani sparsi per le montagne, costringendoli, con le armi in pugno, a presentarsi ai tedeschi.
Forza maggiore ci costringeva dunque ad abbandonare i monti; così decidemmo per la seconda dura prova di sacrificio e vele al vento.
Quando la famiglia, presso la quale ero ospite, seppe che, purtroppo, si doveva andare via per volontariarsi alla prigionia, per due giorni non fece altro che attristirsi, pensando che, sotto i tedeschi, non era certa la nostra incolumità.
Per la prima volta vidi sgorgare dalle loro occhiaie lacrime provenienti dalle vie più profonde dei loro cuori.
Così, il dodici gennaio, abbandonai quei monti alla volta di Elbasan, in una colonna di circa quaranta persone, provenienti da altri villaggi vicini, che andava man mano ingrossandosi, passando per altri villaggi, accompagnati da due o tre nazionalisti.
I monti erano ammantati di candido manto ghiacciato, come a rischiarare il nostro oscuro calvario; prima di partire, la famiglia che mi aveva ospitato mi diede un tascapane con dentro del "buch" e del companatico composto di ortaggi sotto sale e del tabacco.
Al secondo giorno di aspro cammino su e giù per le montagne innevate, dovetti gettar via le scarpe, poiché erano ormai inservibili.
Al "Peregrinatio sanguinis" e allo strazio novello s'aggiunsero la rigida stagione ed il gelo sotto i nudi piedi.
La notte si dormiva, o meglio, si riposava sparsi nelle case dei villaggi che s'incontravano via via, assieme all'abbietta elemosina del cibo.
Quattro giorni furono dolorosi sopratutto per il sopravvenuto formicolio ai piedi in conseguenza del gelo.
Al quinto giorno arrivammo finalmente presso un comando tedesco di Elbasan, ove ci buttarono in un carcere, dopo averci preso i relativi dati di identificazione.


Capitolo XVI


Ahimè! umana schiatta sotto le sferze della schiavitù, delle umiliazioni, del dolore, sotto la tirannia di un popolo che, in tutta la sua storia, antica e moderna, non si è valso che della crudeltà, oppressione, barbarie, spietato animo: popolo rozzo e crudo, come lo definiva giustamente Tacito. A mezzogiorno brodaglia pura e a sera idem, con un mattone di pane di un chilogrammo circa, diviso fra cinque persone.
Inoltre, al lavoro forzato, i colpi della frusta infierivano sui nostri martoriati corpi, con l'arma da fuoco sempre puntata.
Tre mesi trascorsi in suddetto carcere, senza potere avere un qualsiasi vestito per alleviare il sudiciume che s'era crostato sulla mia epidermide, senza potermi disfare dalle miriadi di insetti che sui nostri corpi s'erano nidificati saldamente e che ogni giorno si moltiplicavano senza speranza di distruggerli.
Quali dolori hanno maggior precedenza di questi?
Fame, frustate, derisione, lavori forzati, annidamento d'insetti, sete non sclusa, seminudi, lungi dai propri cari, senza poter dare o ricevere notizie. E così i giorni si avvicendavano in un amplesso miserabile e buio, ove giorno era pari alla notte; non v'era neanche la possibilità di svolgere la più abbietta vita dell'accattonaggio, poiché nude stanze di prigione ed armi puntate erano su ogni lato delle nostre misere persone.
Qualche ufficiale italiano, celato sotto le vestigia di soldato, abbracciava la vita non differente dalla nostra; quanti soldati ed ufficiali, per avere una pagnotta di pane, vendevano persino le proprie fedi, catene d'oro ed orologi?.
Io avevo solo la mia scheletrica presenza da vendere, e così dovetti soffrir la terribile fame e sete, mentre il barbaro gioiva alle nostre sofferenze. In febbraio fui colpito da febbre alta e fasciamenato in un ospedale italiano ove non v'erano mezzi medicamentosi, poiché i tedeschi avevano requisito ogni bene italiano.
Qui mi disinfettarono alla meglio, compresi i laidi panni e, nudo, avvolto in due coperte, vi rimasi infermo per nove giorni, ingerendo solo pastiglie di "Italchina" come farmaco e fagioli sconditi per la "ricostruzione fisica". Sulla seconda metà di febbraio ci trasferirono a Cattaro, luogo ancor più scabroso del precedente, ove il lavoro si presentò più forzato e penoso. Anche le sferze erano più atroci e le percosse dei calci di fucili allemanni arrivavano sode sulle nostre spalle già martoriate.
Per quel popolo sanguinario tutto questo era paragonabile agli antichi Imperatori che si dilettavano nell'assistere alle macabre scene ed ai trofei di sangue versato dai martiri.
Qui si lavorava senza sosta, iniziando al mattino con una marcia forzata, dopo aver ingerito un tazzino di thè o caffè amaro con un tozzo di pane e si terminava la giornata con la seconda marcia, digiuni dal mattino.
Dopo un mese ero ridotto al peso spaventoso di non oltre quaranta chili; non ero più io che vivevo, bensì il mio scheletro.
Circa due mesi dopo, vidi morire un prigioniero per la fame ed un altro colpito da tifo petecchiale.
Due tenenti cappellani ci portavano il loro conforto col sacro rito della Messa, nella cui circostanza i nostri cuori erano assorti nella più mistica invocazione divina.
Anche i suddetti cappellani erano sotto lo scudiscio sanguinoso di quei truci barbari e financo segregati in cella.
Luce di speranza vagava vanamente nell'abisso sconfinato, rimettendoci tra la morte e la vita, come a scherno e vituperio di un'infame progenie.


Capitolo XVII


Nell'aprile del '44, in un gruppo di ventidue prigionieri, fummo condotti ad Antivari, nel Montenegro.
Qui si dovevano ultimare dei lavori bellici, e, precisamente, si dovevano fare degli scavi per mimetizzare dei capannoni adibiti a depositi di munizioni.
Fummo istallati in una baracca di brevissima area, cinta di reticolato; qui la fame divenne famelica: anziché dare a noi i rimasugli del loro rancio, preferivano gettarli ai maiali che allevavano presso quella compagnia.
Si cercava qualche volta di frugare nel terreno, per scoprirvi delle erbacee non nocive; a volte riuscivamo a trovarne e li divoravamo senza olio né sale poiché nessun agio era a noi riservato; talvolta nenche acqua per togliere la terra tra le foglie.
Dovevamo fare molti chilometri per giungere al posto di lavoro, armati di pala e piccone, raccattando per strada dei mozziconi di sigaretta, allorquando si riusciva a trovarne.
Le baionette erano sempre alle calcagna: ci mancava solo la palla al piede. Trascorsi venti giorni, in nove persone, ci riportarono a Cattaro nel campo di concentramento.
"Trinità" era la denominazione del luogo, sul culmine d'un monte a pendio ripido, distante dal campo di concentramento circa otto chilometri, ove, giorno e notte si doveva scalare e discendere inutilmente come per andare ai lavori forzati.
Il luogo era meraviglioso, pittoresco, tra rocce nude e boschi di faggi.
Solo a mezzogiorno ci lasciavano in libertà per due ore circa; affatto l'epa era satollo, per la qual causa si andava in cerca di radici di erbe: altro non esisteva qui.
A maggio cominciavano a stanarsi le testuggini e le più tenere, a sera, si portavano via per lessarle, mescolandole alla brodaglia che ci veniva distribuita.
Volgeva uno di quei mattini freschi e dolci di primavera: un sereno e dorato mattino di maggio.
Come consuetudine giornaliera, l'adunata veniva eseguita di buon mattino, per noi prigionieri affatto piacevole, poiché i lavori forzati, da mane a sera, ci attendevano.
Tale adunata si svolgeva con assoluta automoticità, subito dopo aver ingerito pochi sorsi di thè o caffè amaro unitamente a cento grammi di pane, che costituiva il nostro pasto giornaliero, quando si presentò un soldato tedesco chiedendo dei prigionieri per eseguire dei lavori di giardinaggio presso il Comando generale di quel presidio.
Tra questi fui prelevato anch'io. Si lavorò dalle ore sette alle ore dodici, indi ci misero in libertà, ma quale non fu la mia meraviglia nel vederci soli senza la baionetta tedesca! Ebbene, poiché nessuna sentinella ci vigilava, qual laceri e miserabili accattoni, ci demmo a mendicare per le vie della città.
Riuscivamo a ricevere qualche obolo consistente in un pezzo di pane o, di rado, un piatto di minestra che noi divoravamo con tanta devozione e con infinità di ringraziamenti.
Uomini e donne di ogni età ci guardavano con senso di pietà, dolendosi anche per noi miseri atrocizzati dal nazismo.
Oh! Natura! che tu sia maledetta!
Oh! Infinito! perché non confondi cielo, monti e mari, si che si sdrarichi ogni viso umano avido di barbarie?
Perché non doni la libertà promessa al genere umano?
Perché abbandoni i tuoi figli in simili frangenti?
Sui nostri volti si scorgeva un macabro aspetto ed ogni passante non poteva negarci l'obolo a noi tapini vermi dell'universo, che financo la libertà di vivere ci è stata negata.
Quante madri, colpite dalla pietà, spontaneamente ci offrivano del tabacco, latte e qualche uovo, privando se stessi di quel poco che avevano?
Anche per loro la vita era dura e la fame non gli era di novità.
Parecchie famiglie italiane ivi risiedevano e quasi sempre erano loro ad offrirci qualcosa.
Quando ci mettemmo all'opra pomeridiana, eravamo già satolli, grazie all'umana pietà di quella gente, al contrario dell'albanese razza, insensibile alle grida di dolore.
Dopo d'allora mendicai per altre tre volte, sempre con certo e sincero dono.


Capitolo XVIII


Brio, vivacità, spassi, il fior della giovinezza giacciono sepolti nel macabro silenzio in uno degli innumerevoli angoli dell'Orbe dove le sofferenze morali e fisiche si susseguono a iosa, nell'atroce ascensione del doloroso calvario.
Appena varcai la soglia della giovinezza mortale, la mano del rio Fato ha carpito avidamente tutti quegli ardori vivi e spensierati che si addicono alla primavera felice e sana.
Ventidue anni incoltivati.
Anni fiorenti della giovinezza chiusi al sole.
Voce dell'amore nello spazio sterile.
Delizia umana nell'abisso amaro. Speranze illuse.
E qui, qui nella compagnia di altri commilitoni, anch'essi prigionieri, dove le umane sofferenze si fecondano "sine limite", dove le speranze ricadono nell'avello delle illusioni, dove le rimembranze sole possono essere di sollievo e di soggettiva speme.
Si vive nella bufera del tormento, nel vortice della tristezza e della nostalgia.
Anche fra l'amore familiare è posta la barriera insormontabile.
Oh! dolci ricordi di un tempo che fu, lungi da questo vivere lugubre e miserabile.
La vita qui vi germoglia nella sua piena ascensione di realtà concreta e di solidarietà tenace.
E' qui, nella prigione dura, che nell'uomo si forma quella esperienza quale manca nella vita colma di agi.
Fonte di atroci sofferenze è questo luogo: lungi dai propri congiunti, schiavo alla libertà patir fame e sete e freddo, svestiti, essere sopratutto maltrattati con raffiche di gesti rabbiosi, di parole incomprensibili per la differenza di idioma, di ciuffonate, calci, schiaffi, frustate e a volte rinchiusi alla luce del sole.
Tutto ciò che circonda l'uomo giace qui sepolto nel buio avello.
"Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria".
Il tempo che mi fu bello, lo rivivo nei momenti di solitudine e quando chiudo gli occhi nel mistero del sonno.
Sol così nell'animo mi s'infonde una suprema forza e la speranza che un dì, sia esso lungi o propinquo, dovrò ritornare a vivere nella realtà dei dolci tempi passati.


Capitolo XIX


Passata è la tempesta.
Ancora una volta il sole illumina i cuori di ogni italiano che, purtroppo, da lunghi ed aspri mesi palpitavano senza un briciolo di speranza, vagando nel tenebroso amplesso dei tormenti, attraversando il labirinto dei pericoli.
Ecco ritornata l'atmosfera di pace, di gioia, del ritorno in Patria.
L'ombra della tristezza e della nostalgia sta per scomparire, allontanandosi sino all'infinita voragine.
Ancora qualche giorno fino a che, quella nave, attesa da lunghissimi mesi, non salperà da questa banchina, a solcare il mare tanto amaro, barriera breve di dolore.
Il sole ha ferito con tanti suoi raggi di speranza ogni sospiro di tormento, di tristezza, di dolorosa rassegnazione.
Il triste tempo sta per essere obliato. Tormenti d'ogni genere s'impossessarono di me, ma il maggior dolore è stata la privazione assoluta di notizie dei miei cari, in questi lunghissimi mesi. Motonavi da sbarco americane salparono dalle rovine di quel che fu il gran porto di Durazzo.
Lacrime di gioia furono versate da mille e mille occhiaie: abbandonare per sempre quella terra infausta, quei monti selvaggi, quell'aria malsana, quel cielo nostalgico, quel mare tanto amaro, quell'odiosa razza ancor primitiva. Tranquille dai pericoli bellici, tre motonavi solcavano la vasta ed azzurra distesa acquorea.
Dieci ore di navigazione parvero eterne; ma solo dieci ore e poi eccoci in terra natia, in quella terra dell'italico idioma, ove la cultura campioneggiava nel mondo, ove gli eroi si susseguirono a mille e mille, nella gloriosa storia della Patria, ove le nostre madri, le spose, i figli, ansiosamente ci attendono da mesi e mesi, ignari della nostra esistenza.
Eccoci nella terra dei lunghissimi sogni, nella terra romantica, nella terra dell'odierno affralimento, nella terra ove scorrono rivi di sangue.
Tormonto di crisi ed afflizione scorgemmo nell'animo della gente.
La guerra voluta dal reo regime fascista trascinò l'Italia dalle infinite glorie del passato alle immense rovine odierne.
Superata con lena affannata ogni barriera al ritorno, quale altra ci potrà far deviare?
La sicurtà è ormai in mio pieno possesso, chi mai potrà distogliermi da tanta gioia per ricacciarmi in quie tristi e tenebrosi siti?
La vita soccombente si tramuta in quella risollevatrice, le promesse del Fato son salde, inchiodate al tronco dell'albero della suprema Potenza.
Ormai il mio telaio osseo ed epidermico vaga tra le rovine di quella che fu l'Italia dei sommi geni, della cultura competitrice, della scienza, della tecnica, del solido lavoro universale.
Oggi scorgiamo di questo stivale il mostro delle rovine, l'orco della catastrofe sanguigna, lo spettro dei tempi, le arti frantumate dalle macerie. E' questo il volto della Patria nostra!
Lacrime solo vi si possono scorgere nel viso dell'itala gente. Purtroppo paghiamo noi, a caro prezzo, il fio delle loro colpe, la vendetta al tradimento.
Nel mio lungo penare non una riga scritta mi potè giungere, ciò che maggiormente aggravava le nostre miserande condizioni.
E' da immaginare semplicemente, e non da descrivere, quale sia stata la gioia abbandonando l'abbraccio dei sospiri tormentosi per avvedermi in quello materno e fraterno insieme.
Non più lacrime di dolore, solo gioia assoluta.
Ecco i miei sogni nella realtà.
La giovinezza, che credevo vinta da Atropo, la trovo invece vinta da Lachesi. Lentamente, ma la vita si ripristina.
Il nostro sommo Petrarca dice: "La vita fugge e non s'arresta un'ora".
Ebbene, ventidue mesi eterni sembravano nel dolore, oggi tutto è stato un sogno nella realtà passata.
La vita, grazie al buon Fato, è qui: la sua ferita è risanata e con essa la giovinezza.
Ventitre anni si coltiveranno da oggi, anzi, con maggior forza e sopratutto col più significativo e distinto sermo.
"Tutto trapassa e nulla può morire", finché la vita è in alimento. L'armonia ritorna, ritorna la vita, ma non quella che fanciullescamente si immagina, bensì tutt'altra: la vita delle esperienze, la vita del sociale ed effimero soggiorno mondano.
E mentre al grande Leopardi la tempesta dei tormenti non si è mai dileguata, la mia si sfumò nel lontano cielo dei ricordi, ritornando nel più caro, più dolce, più affettuoso abbraccio familiare.

Giugno 1945.




ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.