FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CAFFE' FREDDO

Silvio Castelletti




"Non esistono testi volgari o meno: esistono testi scritti bene e testi scritti male"
Gabriel Garcìa Màrquez

A Rossella Curti., che non leggerà mai questo racconto. E a Silvia, sempre.

Non ricorda quasi più i sogni che fa, ma vorrebbe, sa che i sogni sono molto importanti per capire se stessi, un bravo psicologo saprebbe bene interpretare i messaggi simbolici che la mente della notte invia alla propria gemella diurna.
Ogni mattina, è sempre la stessa cosa: cercare di ricordare che cazzo ho sognato, ché non so perché ho questa sensazione di disagio, e non si alza se prima non si è fumato una sigaretta e bevuto il caffè freddo che mi sono preparato, credo, ieri sera, ché da quando Serena l'ha lasciato solo non ho più nemmeno il piacere di buttare giù qualcosa di caldo, il piacere di sentire il calore di un corpo accanto al suo, quello di Serena. Era una mattina invernale, ricordo bene, pioveva grandine grossa e dura come uova sode, allungai una mano tra le lenzuola e sentii un vuoto ancora tiepido. Me ne vado, annunciò Serena, e dove vai con questo freddo, le chiese intirizzito. Me ne vado, gli rispose mentre si tirava su le mutandine, guardandolo tra i fili neri della frangia sciolta, e si senti male a dirglielo, un anno è un anno, anche se il tempo del suo sentimento era durato molto di più, e non posso fare altro che andarmene. No, non lo capisco, e chiuse gli occhi e voltò la testa verso il muro segnato dall'ombra lunga e sottile di Serenella.
Serenenella.
Il viso di Serena è ancora qui, in questa foto, l'unica che non hai bruciato, solo perché credevi d'averla persa, o, che cazzo, non so come, ma era nel portafoglio, e, quando la ritrovò, si sentì diverso, più giovane, forse, e non abitava più in quell'appartamento silenzioso di periferia.

Si trattava di questo: in fondo fu proprio quell'esperienza con Serena a dargli la spinta per crearsi un alone di amicizie, di simpatia strabordante, per forza, ad ogni costo, ché voleva rinunciare al vecchio se stesso, alla faccia triste, alle poche parole e ai molti, troppi pensieri. E' così che riempii una nuova casa di fiori e di piante, dappertutto: dalla mentuccia romana, che serviva per solleticare i ricordi di un'infanzia trascinata da una casa a un'altra città, un'altra casa, e a cucinare cose adatte per stupire i vocianti e semprallegri amici e, soprattutto, le amiche, ché non ci credo all'amicizia con le donne, ma le donne erano state le sue migliori amiche, a 11 piantine giovani di Canapa Indiana, alte così, fino alla caviglia. Un amico gli aveva chiesto di tenerle, per almeno un mese, fratello, il tempo che trovo un posto per trapiantarle e gli sbirri che mi tengono d'occhio non pensano certo a te che sei insospettabile e onesto... quella battuta mi fece ridere molto; ma tutte le sere controllava le piantine nel terrazzino interno perché non fossero cresciute tanto da suscitare la curiosità dei vicini, e, ogni mattina, quando si alzava, le contava di nuovo per due volte e credeva di aver sognato che qualcuno se le fosse portate via e le avesse consegnate alla Polizia.
Mi piaceva molto la mentuccia, e, quella sera che venne Grazia con quelle mani bianche che mi facevano impazzire e quel culo che immaginava spesso nelle sue farneticazioni manuali con la propria verga in dialogo smozzicato con coiti passati o sperati o mancati, davanti allo specchio, dentro al cesso, ogni pomeriggio, ogni mattina che il Signore ha creato, vedevo il suo culo dimenarsi e le sue labbra riempirsi di dolci foglie di menta e la sua gola gorgogliare piaceri poco chiari, di qualche uomo che l'aveva fatta diventare pazza a poco a poco, col proprio seme, in 4 aborti, 4 imprevisti figli che non ho mai potuto abbracciare, mi disse quella sera, dopo aver bevuto molto più di quanto avevo sperato. Nel terrazzino interno, pieno di alcool la strinsi e la baciai, in mezzo alle 11 piantine addormentate, senza una luna da dimenticare, e la prese da dietro. Così mi piace, gli disse trascinando le parole in un sussurro più caldo di quella sera d'estate e sorrise socchiudendo quelle ciglia così lunghe. Scusa, non ce la faccio più, domani ti spacco tutta e ti faccio piangere, troia, le dicesti. Oh sì sono una troia, vero che sono una troia?

Come fai ad essere sempre così allegro, gli domandavano certi / grazie, tu sei l'unico ad essermi rimasto amico, gli disse uno che studiava con lui e che chiedeva sempre troppo e non restituiva mai / dopo Serena era diventato molto più triste invece / se già bevevo abbastanza, dopo Serena scoprii gli effetti dell'alcool: il rovescio della medaglia non gli capitava mai di vederlo quando si giocava la vita a testa e croce ogni sera e poi ogni mattina, pezzo di ubriacone, sempre pronto a pisciare e a lavarsi i denti dovunque ci fosse un cesso o un po' d'acqua, ché mica sono scemo, l'alcool lo reggo bene, io, e non ci tengo che l'alito mi rovini la festa, e distruggeva macchine e un pezzo di se stesso per ogni foglia di mentuccia e ogni serata spesa a bere con qualsiasi ragazza. E pago io, non mi fate incazzare, pago io, cazzo!

Non solo il modo di parlare, tutto divenne in funzione del suo membro virile, della sua voglia di sesso, anche (e soprattutto) quando cercava per le vie e per i bar della città un'ombra, qualcosa che assomigliasse a Serena, e non la incontravo mai, porco cazzo, non la incontravo mai. Finché, sotto una pioggia irreale e illuminata dal sole, gliela trovò il caso, sottobraccio a una Serena con gli occhi spenti che gli chiese una sigaretta, ed eravamo tutt'e due davanti a un tabaccaio e io avevo paura, cazzo, e tremando le porgesti il pacchetto e la facesti accendere. Ma non andò come volevo io, con un bicchiere di birra, alle 9 del mattino o le nove di sera, d'inverno e d'estate, e 9 bicchieri di birra e una Wodka, tanto per tenere alto il morale, e non mi ha detto altro, nemmeno ciao, stronzo, e io, lì, stronzo, come un grosso coglione inutile, un coglione nero d'orchite, il coglione sterile di tutti gli uomini.
Quella volta non avrebbe sopportato un'altra umiliazione da se stesso, pensò a tutte le persone che conosceva, ma certo, come ho fatto a non pensarci prima. Camminò ubriaco, prese l'automobile ubriaco, si fermò al bar del porto a vedere le barche sbattersi addosso nervose di mare nervoso, un agitarsi di acque e di altri liquori che mi fecero sentire ancora più ubriaco, ma lo reggo forte l'alcool io e andai a casa di chi gli voleva bene, e io lo sapevo che mi voleva bene ma non me ne fregava un cazzo. Lei lo aveva sempre ammirato e non gli avrebbe mai rifiutato nulla, e lo sapevo bene. Non avevo più le 11 piantine, erano cresciute abbastanza, e ti regalo un po' di erba, gli aveva detto l'amico e se ne era andato lasciandogli un sacchettino di nylon con un po' di marijuana secca dentro: il pagamento di una complicità non voluta per qualcosa di mai cercato e di mai provato, e me la feci confezionare da uno che se ne intendeva, cazzo, volevo fare qualcosa di strano quando la cosa strana era che tra tutti i ragazzi che conosceva, forse tutti i ragazzi della città, tutti gli studenti, non ce n'era uno che non fumasse hascisc o marijuana, a parte lui, lo stronzo.
La casa di Marina era piccola e confortevole, molte gabbie di strani uccelli colorati, mobili antichi, o forse vecchi, mobili a buon mercato, roba da grandi magazzini, roba da marocchini. Sono contenta di vederti. Marina si cambiò d'abito persino, mi offerse da bere, addirittura, e sono contenta di vederti, disse con quella voce roca e con quegli occhi che probabilmente erano la cosa migliore da vedere a parte il seno, quel seno enorme e dritto. Non si sapeva vestire, però, e questo me la rendeva ancora più desiderabile sebbene non mii piacesse più di tanto, beviamo qualcosa, sono contenta di vederti, non immagini quanto, ho bisogno di parlare con un amico. E che cazzo, Io che ci sto a fare qui? Dissi e mi misi ad armeggiare con le bottiglie. Cristo quante bottiglie, tutte disposte sul tavolo di legno laccato di nero sotto le gabbie dei petulanti uccellacci e il trespolo dove un pappagallo con la testa piegata di fianco ripeteva in continuazione: Tutta mia la città, un deserto che conosco-ooh.
Marina si cambiò molte volte quella sera, finché non le chiesi di vestirsi da puttana. Ormai anche lei era marcia, si vestì da puttana, sembro proprio una gran puttana, disse ridendo con un bicchiere di vino in mano, chi se ne frega se Gigino mi ha lasciato, e si sedette sulle gambe dell'amico, l'amico che si ricordò di avere uno spino d'erba nel taschino, che cazzo, c'ho una canna, fumiamo? Chiese e gli occhi gli andarono sulla scollatura del vestito da puttana della ragazza, mentre fumavano, lui cominciò a toccarle il seno e a baciarle il collo, no, fece lei, no. Si alzò, fai come ti pare, ma non ti vestire più da puttana, Marina. Marina scoppiò in una specie di piantarello e gli uccelli per un attimo smisero di trillare: girava il mondo, giravano le ruote, girava ogni motore, ma la storia s'era fermata per qualche istante, proprio all'ultima boccata di erba. Un odore intenso, buono, specie per quei pappagalli colorati, aveva riempito la stanza. Stava per fare giorno ma la nebbia del porto avvolgeva ancora la casa di Marina come la rete fitta di un pescatore di bassi fondali.
Il ragazzo cercò ancora tra le bottiglie, devo pisciare, dov'é il bagno, chiese, e lei si parò davanti a lui come un carabiniere, con le sue pere dritte che non pareva possibile che non portasse il reggiseno. Spostati... che cazzo vuoi da me, Marina! Gli occhi della ragazza divennero due fessure lucide leggermente arrossate. INSOMMA CHE CAZZO VUOI, le urlò a due centimetri dai capezzoli. Lei lo abbracciò e lui sentì quel seno come qualcosa di a sé stante, qualcosa di completamente piacevole dove lasciarsi affondare, solo per un po', solo per il tempo di farmi questa scopata, pensò.
Dopo una notte di carezze stravolte, le venne fuori con dolore, con dolore le bagnò la schiena di sé e l'asciugò con le lenzuola stesse, no, no, che fai? Aveva proprio degli occhi da prima pagina, da strappare e conservare in un barattolo di vetro, meglio di un ricordo che poi, comunque, si cancella o diventa vago e falso.
Al mattino l'accompagnò all'Università, e non la vide che dopo un anno, era vestita in maniera stravagante come una sera di cui non ricordava molto, di modo che cominciò a dire in giro che le donne che mi sono fatto diventano tutte puttane, prima o poi.
Passarono anni in questa maniera: grandi bevute, donne, donne e bevute, bevute e stronzate, donne e stronzate, enormi stronzate. E sensi di colpa.
Poi improvvisa apparve la depressione, e non come un deus ex machina, ma come qualcosa di annunciato da piccoli dettagli. La memoria cominciò ad andarsene.
Serena lo incontrò poco prima di laurearsi, lo salutò, ma lui disse di non conoscerla e rimase impassibile e curvo come un rapace notturno in attesa di attaccare. Serena rimase sorpresa e si sentì un po' in colpa. Si ritrovarono al bar dell'Università, ognuno con un bicchiere in mano, un bicchiere, due bicchieri che non si vuotavano mai ed erano sempre vuoti. Oggi ho negli occhi... recitava un poeta bagnato zuppo sotto un lampione non troppo lontano. Oggi ho negli occhi, una voce non troppo lontana che pareva venire dal tuo cervello stesso. Senza piangere. Senza nessuna risata da riderci su. Oggi ho negli occhi, cazzo, non mi ricordo cosa.

Anche questa notte ho sognato, ma, cazzo, non mi ricordo niente, allunga una mano e sente un vuoto tiepido tra le lenzuola, annusa un po', ma sente solo l'odore delle proprio sudore; come al solito, cerca il pacchetto di sigarette e trova una tazzina di caffè, caldo, questa volta, come quella volta di cui vorresti evitare il ricordo, un ricordo di una donna che non ha più posto nemmeno nelle fotografie che ho bruciato.
Si accende una sigaretta e fissa la tazzina che non so come cazzo è possibile che il caffè di ieri sera è ancora tiepido, sembra fatto da poco. Si alza e solleva un po' la serranda, c'é un sole così forte che quasi quasi vado al mare, ma rimane a fissare quella luce per cercare di ricordare che cazzo ho sognato.

Intanto il caffè è diventato gelido tra le sue mani e le lenzuola spiegazzate stanno lentamente scivolando verso il pavimento polveroso, così nel sogno di un neonato, senza presente né passato, e un futuro senza colore e indefinito, così attraverso la finestra, con il sole instabile che si rifrange senza abbagliare i miei, tuoi, i loro occhi arrossati.
E rimane ancora l'ultima foto da bruciare.
E questo caffé freddo da buttare giù.

Silvio Castelletti, 14 maggio 1992, 6:29 AM. (Penne - S.Benedetto)

Effetto Lento

Caffè


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