FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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BRA

Mario Anton Orefice




Da lontano la Montagna di Sendar ricordava il profilo di una testa di cavallo. In cima alla vetta, su un piccolo pianoro, l'astronomo Ronius Damarz aveva costruito il suo osservatorio con l'aiuto dei Valinders, gli abitanti di quella strana montagna ai confini della regione di Ascor. Vestiti di lunghe tuniche dorate pettinavano i loro capelli dandogli le mille forme delle fronde degli alberi. Avevano movimenti velocissimi e una forza straordinaria. Ronius Damarz era arrivato alla montagna di Sendar dopo un lungo cammino attraverso le Sette Valli di Etel, la gola di Roth, l'infinita pianura di Ash. Aveva dovuto attraversare anche il terribile Oceano del Gelo su una zattera di pietre trainata dalle tartarughe Amagat.
"Segui la stella di Harva fino a che essa non sarà sopra di te come il sole a mezzogiorno", gli aveva detto il suo Maestro. Ronius, dopo un mese di cammino, una notte si svegliò di soprassalto. Un cattivo sogno aveva interrotto il suo volo magico nel mondo di Oni, dove tutto può accadere. Un spada di cristallo lunga come l'orizzonte trafiggeva il suo cuore. Si svegliò di soprassalto e guardò il cielo. Le stelle gli sembrarono tutte uguali. Il sogno aveva cancellato dalla sua memoria la mappa disegnata dalle parole del maestro nella sua mente. Non riconosceva più in quello splendido tappeto di gemme l'astro che fino allora lo aveva guidato. Cominciò così a vagare da una landa all'altra, inconsapevole e disperato. Pianse le lacrime di centomila uomini, conobbe la follia e la solitudine, la morte del cuore e l'odio per la vita. Ma continuò a guardare il cielo. Arrivato ai piedi della montagna di Sendar cominciò a salire finché non incontrò End, una delle guardie del regno dei Valinders.
Dove vai straniero?
Cerco la stella di Harva
Non la conosco, ma forse Bra, il sacerdote dei fulmini e dei venti la conosce.
Bra aveva i timpani forati per meditare nel silenzio perfetto. Con un gesto indicò la terra dove Ronius avrebbe dovuto tracciare i segni per farsi comprendere.
Preso un piccolo ramoscello disegnò una circonferenza, il girare intorno, con al centro una stella. Bra rimase in silenzio fino al calar del sole.
Nella sua mente i pensieri si rincorrevano come nuvole. Quanti sensi in quelle poche linee. La ricerca dell'equilibrio interiore, della saggezza, che non è un girovagare infinito. Bisogna tentare di essere come una stella fonte di luce, pulsare di energia. L'equilibrio non come immobilità ma movimento che parte dal centro. O forse è necessario compiere la propria esistenza lungo la strada infinita della ricerca prima di divenire stella. Bra continuava a leggere. Le emozioni, l'anima, l'io dell'uomo che aveva davanti erano prigioniere di un pensiero incapace di uscire, di divenire altri pensieri. Un pensiero che tornava al suo inizio come il cerchio torna infinitamente su se stesso. Bra vide anche la maternità. La stella era un bambino nella placenta, dalla quale sarebbe uscito per vedere il mondo ma anche per illuminarlo con le sue azioni. Ogni madre contiene una stella.
E ancora la stella, e forse con altre parole la stessa cosa, la stella era il sole, e il cerchio l'infinito, l'universo.
Le nuvole nella mente di Bra tornarono a vedere il cerchio come racconto del cammino vitale. Troppo perfetto, pensò La vita infatti non è regolare e armoniosa come la circonferenza che aveva disegnato Ronius, il cui peregrinare era l'opposto: irregolarità, disorientamento, cambiamento, un salire e un scendere. Bra, mentre il sole stava per scomparire dietro gli alberi, con il suo vecchio bastone scolpì lentamente nella terra lo stesso disegno sostituendo alla circonferenza una linea irregolare, il contorno di una macchia.
V'era in essa la casualità della vita o l'imprevedibile destino già deciso per ogni uomo da un dio. E' strano pensò il sacerdote, come sia sgradevole questa linea irregolare. La sensazione: disordine, sporcizia, instabilità. Perché non: spontaneità, elasticità, unicità, novità. Gli uomini non erano ancora pronti. Troppi cerchi erano stati disegnati dai tempi di Ur in tutte le regioni della terra.
Ronius capì che era arrivato. Bra lo guardò impassibile mentre egli si alzava e lo ringraziava con gli occhi.
La stella di Harva da lì si poteva vedere. Ecco ciò che gli aveva voluto dire Bra. La linea irregolare stava a indicare che il girare intorno era finito. Da quella montagna Harva gli sarebbe finalmente apparsa. Gli uccelli Fari migrarono due volte, mentre ogni notte poco lontano dal albero di Ulm Ronius scrutava il cielo.
Ma le stelle continuarono a sembrargli tutte uguali. Tornò da Bra. Il sacerdote questa volta gettò una pietra in un pozza d'acqua e continuò a fissarla. Acqua che tutto accoglie e tutto distrugge. Acqua che non si piega, non si spezza, acqua identica a sé stessa qualunque cosa accada. Colpita da un macigno o da un sassolino l'acqua rimane acqua. Nasciamo nell'acqua. Senza acqua moriamo. Pietra. Testimone di epoche lontane. Libro di avvenimenti. Arma. Parte del Tutto. Casa. Durezza e fragilità. Materia immobile.
Ronius la prese in mano e poi la rimise nell'acqua. Fuori dall'acqua aveva una dimensione, nell'acqua era più grande e si vedevano meglio le piccole striature, i graffi, gli scalini, le punte.
Chiamò End e gli chiese di aiutarlo.
Mi servono quattro dei vostri uomini.
Perché?
Devo costruire una macchina per ingrandire le stelle.
Perché?
Solo così potrò distinguere quella che cerco.
Quattro Valinders lavorarono con lui per tutta la Stagione dei Venti di Ponente. Costruirono un enorme carro. Trainati dai potenti corsieri di Ot, raggiunsero le rive Oceano del Gelo. Accesero il fuoco e vi posero sopra delle spade. Quando le lame furono incandescenti, fasciarono le else con una spessa corteccia, le impugnarono e tagliarono degli enormi dischi d'acqua trasparenti.
Con il legno degli alberi della foresta Ronius costruì il telaio di una circonferenza, sistemò al suo interno uno dei dischi e aspettò la sera. Quando provò a cercare Harva vide solo un immagine opaca. Continuò a fissare il disco nella speranza che qualcosa accadesse. Cadde una foglia e si posò sulla sua superficie. Le venature sembravano enormi corde. Questa foglia è vicina, le stelle sono lontane. La notte successiva issò un disco più più piccolo in cima all'albero di Ulm, dove aspettò di nuovo la notte. L'immagine rimase opaca. La sua mano dietro il disco però, come la foglia, sembrava quella di un gigante. Scese dall'albero, stanco, prima del sorgere del sole. Inciampo' e cadde sotto il primo disco trasparente, attraverso il quale vide sopra sé le stelle più grandi e circondate da una pioggia di punti luminosi e lucenti. Esultò di gioia. I due dischi, a una certa distanza l'uno dall'altro, avvicinavano le stelle.
Costruì altri dischi fino a che una notte la luce di una stella troppo vicina ai suoi occhi lo accecò.
Chiamò End e si fece accompagnare da Bra. Si sedette di fronte al vecchio e ascoltò il rumore del suo bastone che batteva la terra scandendo il battito del cuore.



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