FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







BAMBINI

Claudio Pecci




Brando si guardò allo specchio come faceva sempre prima di uscire. L'atteggiamento aveva tutta l'aria di un controllo sullo stato estetico della figura; invece era un gesto poco più che meccanico fatto solamente per abitudine, per cui gli occhi sembrarono posarsi sulla fronte ampia, lo sguardo disteso e sereno, i capelli che cominciavano a diradarsi, ma in realtà si soffermarono solo sul cappello, che Brando sistemò accuratamente sulla testa. Fuori, era una discreta giornata, sarebbe uscito come faceva spesso. Un ipotetico pedinatore avrebbe potuto seguirlo mentre, in perfetta solitudine, dopo essere uscito dal portone di casa, si avviava in direzione del mare.

Strano come la gente si abitua a vivere sola, vero, Brando? In solitudine in casa, in solitudine fuori. Come diceva la canzone... sì, quella le cui strofe dicono:

"...il mare d'inverno, è come un film in bianco e nero visto alla tv..."

o qualcosa del genere. "Forse ho un'indole triste" pensò Brando mentre apriva il portone della sua abitazione e metteva il primo piede sul marciapiede. Fatto sta che adorava il mare d'inverno, e le parole di quella canzone gli piacevano proprio perché rendevano bene l'idea di ciò che provava nelle sue lunghe passeggiate solitarie. Da poco tempo era in pensione ed il tempo libero, anziché crollargli addosso come un peso come avevano profetizzato alcuni suoi colleghi, al contrario si era rivelato un palliativo per molti mali.
La solitudine, per esempio. Il male principale.
Passando avanti al negozio del vecchio Gionata, ancora chiuso, Brando realizzò che la solitudine era stata il suo male peggiore. Nell'incamminarsi per una stradina secondaria che era solito percorrere, rifletté un pochino sulla sua vita e sulla sua dannazione (o libera scelta?) di stare solo. Come aveva detto Fiore, quella volta?

"Sei simpaticissimo, Brando. Sei caro, ma si vede lontano un chilometro che fai uno sforzo per stare qui con noi."

Non aveva risposto per non negare. Oddio, avrebbe voluto rispondere che non era vero, però le parole non erano emerse, come la testa della vittima tenuta sotto l'acqua dalla mano dell'assassino. Per cui aveva tentato di rimanere indifferente come se non avesse capito il senso del discorso. Il suo aspetto era certamente risultato cretino: che contrasto con la gioiosa mimica di Fiore, la sua gioventù, la sua freschezza!
Per un po' di tempo aveva pensato a Fiore come ad una possibile compagna; ma poi la sua abulia, la sua assurda pigrizia nelle relazioni umane avevano preso il solito sopravvento e si era abbandonato agli eventi. Fiore si era messa con Marco, una cosa che non avrebbe mai creduto possibile: "Un Fiore in mezzo allo sterco" aveva commentato tra sé e sé, con un pizzico di rammarico.
Del resto, cosa avrebbe potuto fare? Se lo chiedeva mentre ormai, lo sguardo fisso per terra ma la mente tra le nuvole, era uscito dal piccolo centro abitato e stava per imboccare uno stradello già più sabbioso che sassoso. I primi fiotti di salsedine cominciarono ad invadere le sue narici e respirò profondamente.
Detestava Marco, il suo arrivismo, la sua presunzione, la sua prosopopea, il modo ed il tono con cui diceva: "Io..."; già, perché ogni discorso veniva da lui interrotto con un riferimento personale. Si lodava molto, Marco, ed a causa di questo suo modo di fare, a causa di questo atteggiamento di superiorità, stava un po' sulle palle a tutti i colleghi, che lo sopportavano e tolleravano ma lo consideravano una compagnia poco piacevole.

"Come avrà fatto a conquistare Fiore?" disse a voce quasi alta, sorprendendosi al suono della sua stessa voce. Si era inoltrato all'interno di una piccola pineta e, poco lontano, vedeva già la striscia grigia del mare. Perché, lo sapeva benissimo, il mare veramente bello non è quello sgargiante e chiassoso dell'estate: nossignori. Il vero mare era quello che conosceva lui. La sabbia umida, il salmastro, una brezza certe volte anche fastidiosa, come una mano femminile giocosa che per scherzo ti scompiglia i capelli; il ruggito od il sommesso bofonchiare delle onde, a seconda della giornata, del vento, dell'umore.
"Come avrà fatto?" Per lui era un mistero. La giornata era più fredda di quanto avesse immaginato, per cui mise le mani in tasca e le braccia accostate al corpo. Ma decise di proseguire: ormai era quasi arrivato, tornare indietro a casa avrebbe significato rinunciare alla passeggiata per quella mattina, e l'idea non gli garbava. Quindi il panorama godette ancora della sua figura un po' curva che avanzava spedita.

Neanche la discesa, una discesa ripida ed impervia che bisognava percorrere con attenzione, pena il rischio di ruzzolare giù come un vecchio copertone, lo distolse dai suoi pensieri. Ora dall'alto della costa il mare grigio era disteso e tranquillo, ma sapeva bene che una volta sceso sulla sottile spiaggia, che costeggiava per alcuni chilometri la costa alta, sarebbe anche potuto apparire minaccioso. In ogni caso sarebbe stato come ritrovare un vecchio amico.

"Come avrà fatto Marco a conquistare Fiore?" Lui, Brando, non avrebbe saputo come comportarsi. Avrebbe dato qualsiasi cosa pur di assistere alla scena, al momento magico in cui, come si dice, scocca la scintilla, quella scintilla che lui aveva atteso invano, o forse non era stato sufficientemente pronto a far scaturire dagli eventi.
"Non è questione di abilità" pensò mentre, cautamente, si aggrappava a degli arbusti per evitare di scivolare e precipitare a valle. "Le cose bisogna volerle. Io forse non ho mai veramente cercato non solo l'amore, ma neanche l'amicizia. Anche queste mie passeggiate stanno a dimostrarlo: in perfetta solitudine, in spiaggia quando la spiaggia è deserta."
C'erano locali, al paese, pieni di gente che giocava a carte, a biliardo, e parlava con tutti di tutto. Forse anche lui avrebbe dovuto cominciare a frequentare questi posti ed avere quindi un'alternativa pronta: al limite in caso di pioggia, o di maltempo, quando insomma le ore da solo in casa non passavano mai e l'unica presenza, oltre a Brando, era la noia. Con i pensieri... che ultimamente erano sempre più numerosi, come aerei che a bassa quota passano e ripassano e ripassano per esaminare sempre lo stesso territorio: così pensava e ripensava e ripensava infinite volte ai momenti passati della sua vita, e non appena decideva che era ora di smetterla, gli aerei viravano e quindi altri pensieri sostituivano i primi: e cominciava a riflettere sul perché avesse così tanti pensieri concernenti il passato. Sono rimpianti, ecco cosa sono, diceva una voce; ma un'altra voce urlava più della prima e spiegava: macché, è la solitudine, la vita troppo tranquilla; niente figli, niente parenti stretti di cui preoccuparsi, per cui che si fa quando si è soli? si pensa, no?

"E io penso!"

Ormai era giunto alla fine della discesa ed aveva la spiaggia di fronte a sé. La guardò come un conquistatore potrebbe guardare il quartier generale nemico appena espugnato. Solo che i paraggi erano in realtà familiari. Sospirò profondamente e tossì.
"Questa mattina c'è molta umidità."
Dunque Marco. E Fiore. Che strane idee: era inutile pensarci.
Tuttavia, per quanti sforzi facesse, gli aerei da ricognizione tornavano sempre sui loro passi e di nuovo si trovava a pensare, pensare, pensare... anche cose stupide, insignificanti, come quella volta che la segretaria del capo era rientrata in ufficio completamente ubriaca, fuori orario, convinta di dover fare all'amore con lui. Un'occasione ghiotta, Marlena era una splendida ragazza e lui (come tutti gli altri) sospettava che fosse una segretaria un po' particolare... C'era stata una festa, organizzata da Ubaldo (che sarebbe morto pochi anni dopo) in occasione di un avanzamento di carriera. C'erano andati tutti, tranne lui.
"Forse fu invidia" pensò mentre, con la punta delle scarpe, smuoveva la sabbia. "O forse la mia solita asocialità."
Poi, miracolosamente, gli aerei all'interno del suo cranio sparirono veloci all'orizzonte e non tornarono. Il suo piede si fermò e la sua scarpa smise di smuovere la sabbia ed alzar polvere.
"Che strane tracce."
Quasi ogni mattina passava da quelle parti, ma non le aveva mai viste. Era sicuro che la mattina precedente non ci fossero state. Erano come delle linee tracciate sulla sabbia ed avevano tutta l'aria di avere una coerenza, come se si trattasse di un disegno. Un disegno strano, in ogni caso reso irriconoscibile dai suoi movimenti con i piedi.
Si girò attorno per cercare di farsene un 'idea più precisa. Ma poi pensò: "Che stupidaggine! Sarà venuto qualcuno nel pomeriggio, forse addirittura durante la notte. Magari sono venuti con un motoscafo che hanno tratto a riva, poi sono ripartiti. Forse è venuto Giacobbe." Giacobbe era il titolare di una specie di bar proprio sulla spiaggia, a pochi metri dal bagnasciuga. Era aperto solo d'estate, ma niente di più probabile che il proprietario di "Da Giacobbe - panini, pizza, bibite" fosse andato a dare un'occhiata alla sua baracca di legno (che di questo si trattava). In ogni caso decise che la cosa non meritava maggiori risorse del suo intelletto. Si incamminò quindi in una direzione a caso. "Farò un due-trecento metri" si ripromise, "poi tornerò indietro". In effetti stava sentendo abbastanza freddo, per cui quella mattina la passeggiata sarebbe stata più breve del solito.

Marlena. Un caschetto di capelli neri, con sfumature naturali quasi blu, se venivano colpiti dalla luce con una certa angolazione. Sempre molto curata, con un trucco abbastanza vistoso, soprattutto il rossetto, era la classica donna che piace molto agli uomini... a CERTI uomini, in quanto bella e stupida, "ritenuta stupida", si corresse.
Brando non era andato alla festa con la scusa, incredibile, che doveva fermarsi in ufficio per sistemare certe pratiche. "Mi spiace molto" aveva detto apparentemente molto sconsolato, di fronte all'invito. Piagnucolava quasi. "Non posso venire, veramente. Mi è capitato tra capo e collo un mare di lavoro, una cosa pazzesca." Aveva allargato le braccia come in preda allo sconforto: "Cosa posso farci?"
Nessuno aveva insistito: lo conoscevano, avrebbero scommesso sulle sue scuse, sul suo rifiuto. Per via della fama di tipo solitario ed originale che si era, volente o nolente, costruito in anni di isolamento personale.
"Sono fatto così" disse a voce alta, mentre guardava l'impronta. Anzi, le impronte.

Minuscole impronte di un piccolo piede nudo.
"Bambini!" pensò con un certo stupore, guardandosi intorno. Ma non ne vedeva. Solo che le impronte erano tante, pasticciate perché di nuovo calpestate una seconda, terza volta.
"Giochi di bambini."
Era sconcertato perché non sentiva rumori. "Forse se ne sono già andati." Ma non c'erano impronte di adulti, almeno non gli sembrava di scorgerne. Quel posto era abbastanza inaccessibile; d'estate era diverso, ma d'inverno i bambini non ci mettevano piede. Figuriamoci da soli. Certo, pensò mentre proseguiva, una spiegazione c'è senz'altro, anche se...

"Come ti chiami?"

La vocina alle sue spalle gli provocò un tuffo al cuore. Si voltò di scatto e si trovò di fronte ad una bambina. Sorrideva, e Brando (che amava i bambini) si soffermò sui ricciolini biondi che le scendevano a boccoli fino alle spalle.
"Com'è graziosa!" pensò.
La bambina lo fissava negli occhi e sorrideva, poggiandosi ora su un piede ora sull'altro. I piedini erano scalzi ed era vestita con un abitino a fiori ed una gonnellina dello stesso stile.

"Mi chiamo Brando" rispose accucciandosi, per essere alla sua stessa altezza. "E tu?"
La bambina invece di rispondergli cominciò a girargli intorno. Rideva ed agitava le braccia. Recitava una filastrocca che Brando non riuscì ad interpretare; un po' perché si era alzato un certo vento che gli stava fischiando nelle orecchie, un po' perché non è sempre facile capire cosa dicono i bambini. Figuriamoci quando si tratta di una filastrocca pronunciata in una spiaggia deserta mentre ti viene fatto un carosello tutto intorno.
Già, la spiaggia era deserta. Tranne quella bambina, sbucata chissà come, chissà da dove. Brando allungò il collo e fece due passi in direzione est, poi in direzione ovest, aspettandosi di individuare qualche adulto nei paraggi. Ma era inutile allungare il collo od aguzzare la vista: non c'era nessuno.
Afferrò la bambina per un braccio. "Ascolta" le chiese: "dove stanno i tuoi genitori?"
La bambina, si sa come sono fatti i bambini, non si curò della domanda. Come tipico della sua età, non mostrava alcuna preoccupazione, salvo poi (si disse Brando) magari scoppiare a piangere anche solo cinque minuti più tardi, chiedendosi disperatamente che fine avessero fatto il suo babbo e la sua mamma.

Per cui Brando, nel tentativo di intuire, si diresse verso il mare. "E se... se fossero affogati?"
Certe volte si leggevano storie come quella.

TROVATA UNA BAMBINA SOLA IN SPIAGGIA
I GENITORI TRAVOLTI DA UN'ONDA

Arrivò sin dove le onde, con il loro allungarsi e ritrarsi, quasi non gli bagnavano i piedi: ma non vide nulla, dandosi persino dello sciocco. "Cosa avrei mai voluto vedere!" pensò. "La spiaggia è lunga qualche chilometro. Il mare potrebbe anche aver portato i corpi verso il largo." Si volse a dare uno sguardo alla bambina: ora era china a raccogliere dei gusci di conchiglie, sembrava tranquilla ma, soprattutto, nonostante l'abitino leggero ed i piedini nudi, non sembrava avere freddo. E pensare che invece lui, Brando, stava intirizzendo! "Sarà la gioventù sua e la vecchiaia mia" fu il suo pensiero.

Decise che doveva in qualche modo stare lì finché non fosse venuto a capo della faccenda; al limite avrebbe potuto portarla con sé, in paese, se proprio non avesse trovato nei paraggi i suoi genitori. Certamente non avrebbe potuto lasciarla lì, da sola.
Si diresse con fare risoluto verso di lei: "Ascolta" le disse, mentre la bambina sembrava volergli sfuggire mettendosi a correre.

Di nuovo, la bambina cantava quella strana filastrocca che, forse per via del vento o della pronuncia imperfetta, tipica di tutti i bambini, non riusciva a comprendere. Di certo c'era una rima.

"Senti!" le urlò, e lei finalmente si fermò a poca distanza da lui, guardandolo negli occhi. Brando fece per avvicinarsi, ma la bambina notò il movimento e, per contro, si allontanò di qualche centimetro. Brando quindi decise che sarebbe rimasto ad una certa distanza: certamente l'ultima cosa al mondo che avesse desiderato, sarebbe stata quella di corrergli dietro!
"Dimmi" le disse, sorridente: "come ti chiami?"
"Maura" rispose pronta.
"Ascolta, Maura" riprese l'uomo, "sei sola qui?"
La bambina fece cenno di no con la testa. Era veramente graziosa, eppure Brando aveva la sensazione, in fondo al pozzo della sua anima, che ci fosse qualcosa di strano, come se quella bambina fosse molto più intelligente di quanto fosse lecito pensare, e lo stesse prendendo in giro. I suoi dubbi erano come un secchio che sprofonda nelle voragini di quel pozzo e trascina su secchiate di dubbi spumeggianti.
Si guardò intorno: la spiaggia era deserta. "Sei con tuoi genitori?" chiese infine.
Di nuovo "no" con la testa. Doveva essersi stufata di quelle domande; aveva ripreso a corrergli intorno e... diavolo!, ancora quella filastrocca che non riusciva a capire, pur sentendone la musicalità, intuendone la rima... forse un gerundio? Sì, forse ogni strofa, oppure ogni versetto, terminava con una specie di gerundio: ma non capiva altro. Il vento era sempre più forte e fischiava nelle sue orecchie; strinse ancor di più le braccia attorno alla sua persona come per scaldarsi. Il cielo era coperto, il mare sempre più grigio.

"Chi c'è qui con te?" si sorprese a domandare.
Subito dopo averla formulata, il quesito gli parve estremamente sciocco. Non c'era nessuno, il suo sguardo poteva spaziare il lungo e in largo ed era evidente che la bambina fosse sola. Di certo qualche disgrazia doveva essere accaduta, qualcosa di apparentemente inspiegabile doveva essersi verificato.
Cominciava a far freddo ed anche la visibilità stava calando: il vento sempre più forte stava sollevando la sabbia che finiva con il formare una specie di foschia, galleggiando per aria ad un metro e mezzo circa dal suolo.

Afferrò la bambina per un braccio, risoluto ad andarsene prima che le condizioni atmosferiche peggiorassero ed altrettanto deciso a portare con sé quell'essere indifeso.
Aveva appena toccato il suo braccino, o forse no, non era neppure arrivato a toccarlo, che subito ritrasse la mano. Aveva provato un forte dolore, come una fitta sul palmo, ma dove aveva potuto farsi male?
Si guardò la mano: sul palmo aveva una profonda ferita. "Devo essermi fatto male mentre percorrevo la discesa" pensò. Nell'aggrapparsi a quegli arbusti doveva essersi ferito, strano che non se ne fosse accorto prima; si sa che l'erba, i ramoscelli possono essere molto taglienti. "Questa non ci voleva proprio!" Con l'altra mano si strinse il polso. La ferita sanguinava: si diresse verso il mare, con l'intenzione di sciacquarla in acqua e disinfettarla. Si sa che il mare, se pulito, può avere un certo potere disinfettante.
Incurante delle scarpe che si stavano bagnando, si chinò ed immerse una mano in acqua: era gelida. Rabbrividì togliendo la mano di scatto ed osservandola per vedere se ci fossero stati dei miglioramenti, per quanto improbabili in così pochi istanti.

Certo l'acqua trasmetteva una sensazione di freddo anche tenendoci immersa solo una mano; figuriamoci cosa provò Brando quando ci finì dentro con tutto il corpo, subito dopo aver sentito il colpo alla nuca.

Con quale oggetto fosse stato colpito non avrebbe saputo dirlo. Era stata comunque una botta violenta; qualcuno lo aveva percosso sulla nuca mentre era voltato verso il mare. Per un attimo era stato il black-out avanti i suoi occhi, come se qualcuno avesse staccato la spina all'improvviso. Quindi la sensazione di annaspare nel vuoto, di cercare (al buio) inutilmente un appiglio. Il tuffo in acqua aveva ripristinato ogni sua capacità sensoriale, la stessa sensazione che forse provano gli elettrodomestici quando la corrente ritorna. Il freddo aveva circondato ogni estremità del suo corpo ed aveva capito che si trovava completamente immerso, interamente sotto il livello dell'acqua. Aprì la bocca per respirare e... sì, l'istinto di sopravvivenza aveva ben recitato la propria parte, trovò l'aria. Ancora stordito, realizzò di stare su due piedi e, barcollando, senza rendersi veramente conto di cosa stesse facendo, si diresse come un automa verso la riva.

la la la la la la...ndo...
mo... la... la... la... ndo...

La filastrocca. Già, la bambina. Doveva esserci stato qualcuno nascosto da qualche parte. Qualcuno che ce l'aveva con lui. Teneva ancora gli occhi chiusi, stordito e frastornato per il colpo ricevuto, che era stato violentissimo, e non capiva, non capiva, non capiva....

la la la la la...ndo
mo...la la la..ndo...

Aprì gli occhi e cercò di mettere il mondo a fuoco. Man mano che le nebbie si diradavano all'interno della sua scatola cranica, tentava di comprendere la realtà. Dunque, qualcun altro c'era oltre alla bambina. Un individuo pericoloso, forse un maniaco. Con un'espressione stravolta, cercò di guardarsi attorno. Ormai era completamente uscito dall'acqua ed il corpo era percorso da intensi brividi di freddo. Cadde sulle ginocchia, esausto: doveva raccogliere ogni stilla di forza. Forse avrebbe subito un nuovo attacco. Forse qualcuno, in quel momento, lo voleva morto. Per cui doveva divenire lucido, molto lucido il prima possibile. Perché era più che sicuro che, oltre alla bambina, ci fosse qualcun altro. Primo, la bambina non avrebbe avuto la forza per colpirlo così duramente, probabilmente con un sasso. Perché avrebbe dovuto farlo, poi? Secondo, sentiva la voce di quest'altra persona.
Solo che era una voce di bambino, che cantava la solita filastrocca in coro con la bambina. Finalmente, tra la sabbia che girava a vortici per via del vento, scorse i DUE bambini. Giocavano ad una specie di girotondo, tenendosi per mano e cantando QUELLA filastrocca.

...po..... po....ro po..... ndo
...mo.... mo....rà..ff....ndo...

Un po' per la sorpresa, un po' per lo shock, un po' per tutto, Brando era caduto carponi per terra e solo un riflesso condizionato, facendogli protendere le mani avanti, aveva potuto evitargli di sbattere la faccia sulla sabbia. La mano ferita sul palmo trasmise ai suoi centri neurali un lampo di dolore, che ebbe però il pregio di ricondurlo velocemente alla realtà, per quanto difficile da accettare questa fosse.
Lentamente, si potrebbe dire con cautela, si mise in piedi, e man mano che le gambe riacquistavano forza e stabilità, man mano che i suoi occhi mettevano a fuoco i due bambini che, in quel preciso istante, si stavano rincorrendo e si spintonavano ridendo, il suo cervello cominciò una frenetica attività di elaborazione dei dati.

"DUE bambini..." pensò. "Ma da dove può essere sbucato il secondo? Chi mi ha colpito?"

A parte i bambini, non vedeva nessun altro e, sebbene la visuale in ogni direzione fosse leggermente diminuita a causa del vento che sollevava sempre più sabbia facendola danzare secondo una scenografia imprevedibile, era certo che non ci fosse nessuno. Ma allora, chi l'aveva colpito? I bambini?
Potevano essere stati loro, con un sasso. Si toccò la nuca, la mano ricondotta avanti gli occhi aveva tracce di sangue.
"Ma perché lo hanno fatto?"

Era stato il secondo bambino, il maschio. "Deve essere stato così" si disse.
Il bambino se n'era stato nascosto. Piccolo teppistello! Aveva l'età più o meno della bambina, i piedi scalzi allo stesso modo. Era vestito con un paio di pantaloncini corti ed una maglietta, a maniche corte, leggera e sottile, proprio come il vestitino della bambina. Rabbrividendo per il freddo, dovuto anche al bagno gelato che aveva dovuto subire, si stupì nel notare che, al contrario, i due bambini non davano segno di patire la bassa temperatura.
"Sarà per via del movimento forsennato che fanno."
Quindi il bambino maschio, abilmente nascosto da qualche parte, essendo verosimilmente più forte della bambina, ad un certo punto, vedendolo girato di spalle, aveva afferrato un sasso (tra la sabbia ce n'erano) e l'aveva scagliato con forza, e con quale precisione, contro la testa di Brando, che però così ragionò: "Con troppa precisione, troppa forza. Non può essere stato lui. Ma allora chi...?"

Sentì la necessità di fuggire, di andarsene. "Ma i due bambini?..." sussurrò in un orecchio la voce della sua coscienza: "Non puoi lasciarli lì da soli, in nessun caso. Se non c'è nessuno, non puoi abbandonarli: è tuo compito portarli in paese. Li consegnerai alla polizia raccontando la storia. Se invece c'è qualcun altro, forse colui o colei che ti ha colpito alla testa, tutto lascia intendere che si tratti di persona violenta e pericolosa: non puoi lasciare questi bambini in sua balia."

Tuttavia una seconda voce, all'inizio meno forte ma poi di intensità crescente, stava acquistando autorevolezza, e gli suggeriva di non dar retta alla coscienza, ma al contrario di non perdere tempo e di darsela poco signorilmente a gambe. Il risultato fu un atteggiamento molto prudente di Brando, che si tenne ad una certa distanza dai due bambini.

La seconda voce gli stava dicendo, innanzitutto, che se non si fosse sbrigato a tornare a casa, si sarebbe certamente ammalato, visto com'era bagnato e considerati i brividi di freddo che lo stavano scuotendo.
Secondariamente, gli insinuava, con varie argomentazioni, il dubbio che restarsene lì in quella spiaggia frequentata solo da vecchi rincitrulliti come lui e da bambini (forse) violenti, non fosse in ogni caso salubre, ma fosse anzi piuttosto pericoloso.
Inoltre, adesso che i bambini avevano ricominciato a cantare la solita filastrocca, gli sembrava finalmente di capirne le parole (ma no, Brando! Non è possibile! >> la tua immaginazione, solo la tua immaginazione, nient'altro che la tua immaginazione...).

Certo, in certi frangenti la fantasia galoppa, per cui resta freddo e lucido, Brando, non fuggire, non assumere atteggiamenti che un domani dovresti vergognarti di raccontare. Per cui chiuditi le orecchie, non pensare alla filastrocca che stai ascoltando, non dar retta... deve essere il vento che fischia a stravolgere le parole, la tempesta di sabbia a riempire di sciocchezze il tuo cervello, ad ottenebrare la tua mente. In ogni caso non startene lì fermo come paralizzato, ascolta bene...

Ascoltava bene, non c'erano dubbi. Lui capì queste parole:

Povero povero povero Brando
morirà morirà affogando...

E non era solo questione di udito. Sarà stata la visibilità che peggiorava di minuto in minuto; sarà stata, ancora una volta, la sua immaginazione... MA... osservando le manine dei bambini, che si agitavano veloci, lui aveva avuto l'impressione che lasciassero come una SCIA... come quando si osserva una foto mossa, per intenderci... ed in quella scia, in quell'immagine fantasma, che subito spariva per ricongiungersi all'immagine della manina, Brando aveva intravisto un artiglio acuminato, mostruoso, pronto a ferire; quell'immagine l'aveva immediatamente collegata con il taglio che si era procurato nel palmo della mano quando aveva cercato di afferrare la bambina per un braccio.

Improvvisamente le gambe si mossero da sole scattando come molle in direzione "ritorno a casa". A testa bassa, come un animale spaventato che agisce solo in preda all'istinto avendo messo in tasca il raziocinio, Brando corse senza guardare l'orizzonte, con il respiro che si faceva grosso ed affannoso, e più alle sue spalle sentiva lontana l'eco di quella orrenda filastrocca con il suo nome e quella rima a gerundio, più si sentiva bene. Aveva già il fiatone ma era come se il suo corpo si muovesse da solo, del tutto insensibile alla fatica ed alla carenza di ossigeno.

Fatti cento metri circa, Brando si fermò.
Incredulo, a pochi metri di distanza da lui, anzi correndo verso di lui, vide... un altro bambino.

Veniva veloce verso di lui. Era un altro maschietto. Lì per lì sentì che urlava, ma poi udì che lo stava chiamando: "Brando! Ma dove vai!? Brando..."
Si voltò indietro per guardare gli altri due bambini, il maschio e la femmina, che si era lasciato alle spalle. Non fu più sorpreso di tanto nel contarli: cinque. Erano diventati cinque.
Non li osservò più di tanto. Ormai era certo di una cosa: QUELLI NON ERANO BAMBINI, e volevano la sua morte. Era accerchiato.
Si girò di nuovo. Non si sorprese: l'altro bambino, quello che aveva arrestato la sua corsa, si era come triplicato. Tre bambini quindi venivano verso di lui.

"Il mare!" pensò. "Forse non mi verranno dietro in acqua."

Idea non valida. Dall'acqua, dalla cima delle onde, con orrore Brando vide sbucare delle testoline. Erano altri bambini. Uscivano dal mare e guardavano lui; tutti quei bambini (che ormai aumentavano a vista d'occhio, sbucando tra la tempesta di sabbia da tutte le parti) lo fissavano con i loro occhietti ed i loro sorrisi, dietro i quali, analogamente a quanto successo con le manine, vedeva una seconda immagine fantasma. Gli occhi erano di un rosso acceso ed i sorrisi nascondevano una strana piega della bocca, come un ghigno grottesco, orrendo.

"Maledetti!" urlò Brando e stranamente, la filastrocca, che nel frattempo era diventata un frastuono assordante recitata in coro da tutte quelle voci chiassose di bambino, zittì.

A quel punto un osservatore immaginario avrebbe potuto scorgere la seguente scena: un uomo, ansante come un animale braccato, in mezzo ad una violenta tempesta di sabbia che riduceva la visibilità a non più di quattro-cinque metri, completamente circondato da... quanti? Cinquanta, forse, ma anche più... bambini! Che aumentavano continuamente di numero, non si sa come, né perché, né in virtù di quale sortilegio.

Impossibile andare a casa, Brando. Troppa strada da fare, questi ti ridurranno in polpette.

Un bambino si avvicinò facendo un passettino avanti. "Dimmi Brando" (la vocina, ma solo la vocina, era simpatica e graziosa), "perché vuoi fuggire?" Il gesto fu veloce, la manina e l'artiglio-ombra scattarono. Il dolore assalì Brando come non gli era mai accaduto in precedenza. I suoi occhi videro la stoffa dei suoi pantaloni lacerarsi come ad opera di un rasoio e, sotto la stoffa, subire identica sorte anche la pelle della sua gamba. Apparve come per magia un solco rosso fuoco ed il dolore tremendo era come provocato dall'eruzione di un vulcano e da una scia di lava che avanzava lungo tutta la coscia destra.

Hai capito caro Brando
dissanguato stai crepando...

Di nuovo la filastrocca ed un girotondo infernale. I bambini ormai erano tanti da formare un cerchio larghissimo, tenendosi per mano uno per uno, ed al centro di questo cerchio che gli girava intorno Brando pensava che non avrebbe avuto un'altra occasione per tentare di fuggire e di forzare la muraglia di bambini. In quel momento infatti il muro di quegli esseri mostruosi era sottile, tentare di forzarlo avrebbe comportato di toccarne un paio al massimo. Ma per andare dove? Questo era il vero problema. Di fuggire in direzione del ritorno a casa, in paese, neanche a parlarne: non sarebbe riuscito a fuggire e dopo una corsa di nemmeno cento, centocinquanta metri al massimo l'avrebbero raggiunto, l'avrebbero carezzato con le loro manine al vetriolo e ne avrebbero fatto strisce di pelle da usare come cinte per i pantaloni.
Ad un certo punto, guardandosi attorno disperato, scorse tra la cortina di sabbia (che si sollevava sempre più in alto ed era, ormai, una specie di fitta nebbia, ma peggio della nebbia, perché la nebbia non ha la caratteristica di entrarti nel naso, negli occhi e nella bocca) una sagoma scura, marrone, non molto distante. Sì, la baracca di Giacobbe (panini, pizza, bibite) avrebbe potuto essere la sua salvezza! Brando sapeva come entrare. Sapeva che Giacobbe era solito nascondere la chiave di ingresso in alto, sopra lo stipite della porta; lo sapeva perché ne era abbastanza amico. Entrambi erano tipi solitari, forse per questo tra loro si era instaurata una reciproca fiducia. Un giorno Giacobbe gli aveva telefonato: "Scusa se ti disturbo, Brando, ma tu vai a fare una passeggiata alla spiaggia, questa mattina? Fammi una cortesia, ieri sono stato alla baracca per dare uno sguardo e mi è venuto il sospetto di aver lasciato la luce accesa, oppure di aver dimenticato acceso qualcosa... fammi una cortesia, entra a controllare." Naturalmente gli aveva dovuto spiegare come entrare.

Quindi la baracca avrebbe potuto rappresentare un riparo. Se fosse riuscito a superare il girotondo dei bambini, a raggiungere con un certo vantaggio la porta di ingresso, avrebbe potuto afferrare la chiave, schiavare, entrare e richiudere la porta inchiavandola dall'interno. Una volta dentro, si sarebbe dovuto come prima cosa sincerare che le finestre fossero tutte sbarrate, come in effetti avrebbero dovuto essere. Poi avrebbe addirittura potuto accendere un fuoco (c'era un caminetto) ed asciugarsi, riscaldarsi. Ce l'avrebbe fatta? E quali azioni avrebbero intrapreso i bambini?

Inutile pensarci, la scelta era obbligata se voleva fare qualcosa, qualsiasi cosa.

Forse era un tentativo disperato; tuttavia Brando, quando gli sembrò opportuno farlo, si mise a correre all'impazzata verso il perimetro umano (disumano, è meglio) del girotondo. Nessuna reazione parve esserci da parte dei bambini; gli parve solo di cogliere un ghigno nei due che si ritrovò davanti al momento di forzare il blocco consistente nelle due manine allacciate l'una dentro l'altra.
Brando non si fermò ad osservare i volti. Anzi chiuse gli occhi ed accelerò per quanto possibile la corsa. Sentì una resistenza molto leggera: era passato oltre! La baracca di Giacobbe si stava avvicinando e non era certo il momento di fermarsi a riflettere, anche se gli artigli-ombra erano scattati ed erano penetrati nelle sue carni, all'altezza del ventre, come una lama di coltello incandescente nel burro.

Vinse il dolore e mise la mano sopra la porta. La mano tastò affannosamente sopra lo stipite alla ricerca di quella chiave che sembrava non esserci. "Maledizione!" esclamò a voce alta. Un lampo oscuro gli attraversò il cervello: "Stai a vedere che proprio questa volta la chiave non c'è..."

...povero povero povero Brando
non ti salverai scappando...

La filastrocca era cambiata e, pur senza voltarsi a controllare, Brando capì che il girotondo era finito e che i bambini stavano correndo verso di lui come una mandria di piccoli bisonti.
Per fortuna tra le dita si ritrovò inaspettatamente la chiave. L'afferrò e...

Brando non bestemmiava mai. In quella circostanza lo fece: la chiave gli era scivolata ed era finita tra la sabbia. Udì una strada di fuoco aprirsi lungo la schiena: il primo bambino era arrivato, sarebbero seguiti tutti gli altri.
Si voltò di scatto e, pur provando fitte lancinanti per le carni straziate, diede un calcio che sortì un effetto sorprendente: il bambino che l'aveva raggiunto e lo aveva artigliato alle spalle, raggiunto dal piede di Brando in pieno volto, esplose come una zucca troppo matura. Il resto del corpo cadde a terra esanime. Brando provò, suo malgrado, un senso di soddisfazione. La soddisfazione aumentò quando si rese conto che, a quella vista, tutti gli altri bambini si erano fermati e si erano zittiti; ebbe modo di chinarsi e ripescare la chiave tra la sabbia. Aprì la porta ed entrò, chiudendosi dentro.

La baracca era buia ed umida, assai poco confortevole per viverci sempre, ma a Brando apparve meravigliosa e splendente come una terra promessa. Le finestre in effetti erano sbarrate con tavole di legno, che d'estate venivano rimosse; sbirciò fuori da una fessura.
I bambini erano ancora immobili e zitti. Quanti erano? La visibilità scarsa non consentiva di contarli ed in ogni caso Brando non li avrebbe contati nemmeno in condizioni di visibilità ottimale. Erano tanti e basta. Evidentemente la disavventura capitata al loro amichetto li aveva come paralizzati, forse li aveva spaventati. Forse non immaginavano di poter essere così vulnerabili, o che Brando potesse essere così pericoloso.

Almeno la corsa aveva scaldato le sue membra, sentiva meno freddo. Brando accese il fuoco, si tolse i vestiti ed esaminò le ferite: dolorose, ma per fortuna non molto profonde. Mentre il silenzio continuava (ogni tanto dava una sbirciatina di controllo) cercò e trovò una cassetta per il pronto soccorso. In un modo o nell'altro riuscì a medicarsi e fasciarsi, con grande difficoltà nel caso della ferita alla schiena. Trovò anche una coperta con la quale avvolse il suo corpo infreddolito.

Ci fu in tutto circa un'ora di tregua. Brando sfruttò questo tempo per rifocillarsi e rimuginare sulla vicenda: prima o poi qualcosa sarebbe accaduto. Cosa avrebbero fatto i bambini? Magari potevano anche sparire, andarsene e non tornare più: quella era l'unica speranza. Forse erano extraterrestri, un'astronave li aveva lasciati lì a giocare ma sarebbe venuta a riprenderli. Questa ipotesi, per quanto pazzesca, poteva spiegare gli strani segni che aveva notato quella mattina appena arrivato in spiaggia. Quei segni che non era riuscito ad interpretare perché aveva giocherellato con la scarpa tra la sabbia.

Trovò una bottiglia di un qualche superalcolico e, senza neanche controllare l'etichetta, ne trangugiò una discreta quantità. Il calore sviluppato dal liquido ("E' grappa", commentò) ebbe un effetto benefico sul fisico e sul morale. Crebbe l'ottimismo: "Bastardi" parlò a voce alta, "non mi avrete. Vaffanculo voi e la vostra oscena filastrocca." Ma chi aveva mai detto loro il suo nome? E se si fosse chiamato, che ne so, Romagnoli, o Pecci, che rime avrebbero trovato? Scrollò le spalle: inutile pensarci. Se mai fosse riuscito a salvarsi, avrebbe avuto tutto il tempo per rifletterci su. Adesso doveva pensare al da farsi.

Si avvicinò alla fessura che usava per spiare fuori e non riuscì a trattenere il suo stupore: i bambini non c'erano più. La tempesta di sabbia sembrava fortemente diminuita.
Ma non si fidava. "Anche prima" pensò, "anche all'inizio sembrava non esserci nessuno. Ma poi..."
Poi erano sbucati fuori tutti quei... cosa erano? Bambini...

"Brando."
La vocina lo fece saltare fino al soffitto. Dietro di lui era apparsa la bambina che aveva visto per prima, che aveva detto di chiamarsi Maura (bugiarda!). Era sola. "Ma come è apparsa lei, potrebbero apparire tutti gli altri" si disse terrorizzato. Ma come aveva fatto ad entrare? Nessuna porta si era aperta, non aveva udito nessun rumore.
Strisciò radente la parete della stanza per tenersi il più distante possibile da lei. "Cosa vuoi? Chi sei?" le chiese, senza toglierle gli occhi di dosso.
Ora la bambina piagnucolava. Sembrava davvero una bambina afflitta; Brando era stupefatto dalla compassione che provava nel vederla piangere, nonostante tutto quello che era accaduto.
"Voglio tornare a casa!" piangeva la bambina. "Aiutami a tornare, ti prego!" Singhiozzava davvero, non era finzione. Senza sapere perché, Brando si sentiva stranamente tranquillo.
Pur mantenendosi a prudente distanza, le chiese: "Gli altri?"
"Io sono tutti" rispose la bambina. "Voglio tornare a casa."

Forza, Brando. Non è il caso di fare domande, di cercare di capire il perché ed il come. Se la fai arrabbiare, potrebbe duplicarsi, diventare tre, dieci, venti, cento, mille bambini muniti di artiglio. Dice di volersene tornare a casa, no? Non è la stessa cosa che vuoi tu, che tu desideri, Brando? Dalle ascolto, cerca di capire quale aiuto vuole da te.

"Come posso aiutarti?" chiese infine Brando.
"Fammi superare l'esame" lei rispose. "Una volta terminato il mio compito, verranno a riprendermi e portarmi via."
Per un attimo Brando rivide l'artiglio-fantasma agitarsi. "E..." (non voleva fare troppe domande, ma doveva capire, sapere, almeno in parte), "...in che consiste il tuo compito?"
"Usarti" lei rispose.

Era una bambina davvero dolce. Ora si potevano vedere distintamente i suoi occhi rossi, le sue manine ad artiglio. "Non ti farò del male, Brando, lo giuro" sussurrò, mentre gli si avvicinava. "Non sentirai dolore, non morirai."
"Ma la filastrocca" disse lui, "la filastrocca diceva che sarei morto."
"Non si può rinascere senza morire" recitò la bambina.
Brando non aveva paura. La bambina si era come rivelata di fronte a lui ed il suo ghigno non era poi così tremendo come gli era sembrato quando lo aveva intravisto come un'ombra sfuocata dietro il visino grazioso.
Ovviamente lui continuava, dentro di sé, a chiamarla "la bambina", anche se ormai sapeva che si trattava di una specie di travestimento... No, non era esatto: l'aspetto di bambina era una specie di seconda essenza di quelle creature forse aliene, forse infernali, chissà...
La bambina allungò la manina e cominciò ad usarlo. Brando non sentì alcun dolore mentre l'artiglio, affilato più di un bisturi, gli apriva le viscere, che lui poteva vedere pulsare. La bambina lavorava in silenzio, ed era perfino piacevole sentirla mentre gli frugava dentro. Man mano che l'operazione procedeva, aveva la sensazione di sentirsi meglio.

Quando riaprì gli occhi, era sera avanzata ed era completamente nudo nella baracca. Si sentiva non bene, benissimo, come forse non era mai stato in vita sua. Anzi, si sentiva positivo, pieno di voglia di agire, di fare. Aveva voglia di vedere gente, di parlare.
Si rivestì (gli abiti si erano perfettamente asciugati avanti al fuoco) e non trovò traccia di ferite sul suo corpo. Si specchiò contro il vetro di una finestra e, compiaciuto, si gustò l'impressione di avere un ottimo aspetto.

Di buona lena uscì dalla baracca. La sabbia era piena di impronte di piedini ma, per fortuna, non c'era più quel tronco di bambino privo di testa. Sospirò sollevato: meno male!

Camminando per la strada del ritorno, si sorprese accorgendosi di non avere più la testa piena di strani pensieri. La sua mente era sana, fresca e riposata.

Accidenti, come doveva aver corso! Era già fuori dal boschetto, stava percorrendo la strada del paese.

Come la vide uscire dalla bottega di Gionata, in pieno automatismo la sua voce la chiamò: "Fiore!"
Lei era avanti. Si voltò, gli sorrise: era contenta di vederlo.
"Ciao Brando" lo salutò. "Ti trovo benissimo, anche se mi sembri un po' strano."
Certo che era strano. PRIMA, Brando non si sarebbe mai comportato così. Anzi, non solo avrebbe evitato di chiamarla, ma addirittura avrebbe cambiato strada.
"Ti amo, Fiore" le disse.
Com'era naturale la sua voce, e come era stato facile dirlo.
"Come sei cambiato, Brando" fece lei, non troppo turbata.
"Scusami, scusami" disse Brando, scuotendo la testa. "Non so... non so cosa mi stia succedendo... io..."
"Non devi scusarti" ribattè lei, "solo che... ce ne hai messo di tempo, a dirmelo."
"Ora sei sposata, scusami..."
"Quindi non lo sai" disse Fiore. "Sono divorziata, da un pezzo."

Brando e Fiore cominciarono da allora a frequentarsi, ma già dopo pochi giorni i rapporti tra loro due divennero... ehm, molto stretti.
"Voglio avere dei bambini" le disse un giorno Brando.
Fiore sorrise: le sembrò una battuta. Non avevano più l'età.
Invece Brando parlava sul serio: sapeva che i bambini sarebbero certamente arrivati. Avrebbero avuto gli occhi rossi e delle manine ad artiglio...



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.