FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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AUTOIPNOSI

Massimiliano Sossella




Era buio e pioveva, pioveva forte. Lui la immaginò scivolare dentro l'auto come dentro un paio di calze di nylon. Le chiavi ruotarono nell'aria, tra le gocce di pioggia, poi rimbalzarono sul palmo della mano della ragazza. L'auto nell'ombra taceva, sembrava guardarli, gocciolando, luccicando. Le dita di lei si strinsero attorno alle chiavi.
Pioveva, diluviava da giorni, ma loro non se n'erano accorti, avevano camminato lieti nel vetrocemento, camminato sotto le alogene.
- Mia? - domandò lei.
Non lo guardò mentre lui annuiva. Lisciò con gli occhi le linee sfuggenti della carrozzeria, sbattè le palpebre, sotto le ciglia brillarono fuochi d'artificio silenziosi.
QUESTO era il momento, solido, d'acciaio e gomma.
Infilò le chiavi nella serratura. Le chiusure, tra loro collegate, scattarono come sciabole dentro il odero. La portiera ruotò sui cardini senza rumore, le luci dell'abitacolo si accesero rivelando un microsalotto avvolgente, curvilineo. Lei ci si lasciò cadere, il suo corpo rimbalzò leggero, ritirò le gambe, scomparvero. Chiuse la portiera, lasciando fuori lui.
C'era una bella differenza tra fuori la macchina e dentro la macchina. Fuori la pioggia martellava, dentro la ragazza non sentiva, protetta dallo scrigno metallico sopra, termoplastico sotto. Guardare fuori dai finestrini era guardare un film muto. Girò la chiavetta nel cruscotto che s'illuminò come un presepe. Lui fuori si bagnava e parlava, lei dentro non sentiva, accarezzava il volante spugnoso antiurto. Un breve fremito sotto il sedile, poi più nulla: aveva messo in moto (il blocco motore montato su supporti flottanti non trasmetteva alcuna vibrazione). Fece scattare le serrature. Ora era in una rocca invincibile, un'enorme, confortevole cintura di castità testata nella galleria del vento.
Schiacciò l'acceleratore. Lui, con i capelli grondanti, schizzò fuori della sua visuale.
Le ruote spararono pioggia e fango, schiacciarono ghiaia e asfalto, formiche e lenti vermi. L'auto s'infilava nelle curve guizzando rasoterra, irrompeva tra le case, il motore fischiava forte e tagliente, svegliò un bambino che scoppiò a piangere, divorò mezza frase in bocca a un amante, si conficcò nel mal di testa di un vecchio, calpestò un porcospino, schiaffeggiò erba sul ciglio della strada, rimbombò contro le facciate dei palazzi, accecò lepri e gatti.
Lei, dentro, perfettamente isolata dal prodigio tecnologico, non se ne accorgeva. Alle sue orecchie l'urlo del motore suonava come un sibilo suadente, che oltre tutto fu presto cancellato dal suono compatto dello stereo. Le sospensioni annullavano l'effetto di ogni asperità, di ogni urto, sembrava di volare su un cuscino d'aria. L'aria condizionata le asciugava discreta i vestiti. La strada, lì davanti, assomigliava allo schermo di un videogame. Si sentiva calda, asciutta, felice. L'onda di piena, dietro di lei, correva veloce: il fiume aveva rotto gli argini, banale dissesto idrogeologico che ruggiva nelle strade allagando e trascinandosi dietro tronchi, cassonetti, auto e persone.
Lei non lo vide nello specchietto retrovisore (l'onda era nera come la notte). Solo, si accorse improvvisamente di volare. L'onda la sollevò come una foglia o un sassolino, la lanciò contro le case, la rotolò con sé in un gorgo. Era forte, l'onda, e rumorosa come un terremoto. Lei neanche l'aveva sentita arrivare.




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