FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IN ATTESA

Giuseppe Sansò




Durante l'inverno, se le giornate sono soleggiate e tiepide, la passeggiata Anita Garibaldi di Nervi è un ritrovo per le famigliole i cui bambini vocianti rispondono, con il loro agitarsi, al volo giocoso dei gabbiani sul mare, tra le dirupate e battute insenature della costa. Allora, i tanti anziani che con passo tranquillo la percorrono meticolosamente da un capo all'altro sembrano nonni compiacenti che con discrezione accompagnano le giovani coppie. Quando invece il cielo è nuvolo, il vento un po' più capriccioso ed il mare carico come di una trattenuta rabbia, ma soltanto per la teatralità della scena, essi, soli, appaiono per quello che sono e cioè pensionanti che scesi dalle colline o dalle pianure piemontesi e lombarde si godono la bassa stagione di questo tratto forse non rinomatissimo della nostra Riviera ligure.
Confesso di preferire queste giornate per una saltuaria passeggiata sulla scogliera, senza l'intralcio dei tricicli, delle biciclette e dei guinzagli dei cani, quando anche i venditori ambulanti, quelli extracomunitari, sapientemente si diradano per il frequentato e cittadino Corso Italia.
Superando per motivi di età e per impazienza i pacifici (e fatalisti, anche in relazione al tempo atmosferico) stagionali, mi piace far congetture sull'attività, il lavoro o il mestiere da cui sono stati pensionati e sulla vita di fatiche, rinunce e prudenti scelte di piccoli imprenditori (industriali, se vogliamo, nerbo di questo nostro operoso paese) ormai lasciata alle spalle. Allora li sento commendatori, forse cavalieri del lavoro o solo paterni ~principali~ premiati con un riconoscimento dai loro dipendenti, quando hanno ceduto ai figli le redini dell'azienda. Forse produttori di vino, di frumento o di barbabietole ma anche, perché no, semplici capireparto e dirigenti di piccoli stabilimenti ed officine. Ma villeggianti, tutti, in questo luogo ed in questa stagione di sole e di mare a basso costo.
Naturalmente il numero di anziane signore, molte sono sole o in compagnia di amiche, è preponderante rispetto a quello degli uomini ma di loro è ben difficile immaginare se avessero un'attività lavorativa. Se non sono a braccetto con un affettuoso signore fanno pensare, perlopiù, a benestanti vedove o signorine rese autonome da una lunga vita di lavoro trascorsa come fedeli e discrete segretarie.
Le conversazioni colte al volo vertono generalmente sulla vita d'albergo che accomuna gruppetti formatisi qua e là per un'incontro casuale, sul tempo imprevedibile della Riviera ma anche sulle simpatie ed i timidi affetti che inevitabilmente nascono in queste occasioni di vita sociale e di evasione dalla quotidianità. Anzi, molti abiti allegramente vivaci e la cura nel catturare un piccolo raggio di sole per colorire naturalmente il viso testimoniano di come questa eventualità sia auspicata se non intensamente ricercata tra le finalità della fugace vacanza.
Ma i veri peccaminosi tra questi soggiornanti, cioè i meno parsimoniosi per una città, ricordiamolo, nota per la virtù del risparmio, sono gli abituè di uno dei pochi locali della passeggiata. Si tratta di un caffè che offre i suoi tavolini disposti in uno slargo affacciato sul mare, qualche ombrellone, bibite, aperitivi e non specialissimi gelati forniti in coppe cromate che meriterebbero di ospitare ben altro "paciugo".
E, tuttavia, non è certo che la loro abitudine significhi solo la resa ad una tentazione golosa. La pausa dal passeggio, l'esposizione inerte ed indifesa a quel bizzarro vento che scuote i tamerici ed il mare comporta l'accettazione dell'incessante ed ineffabile ritmo della natura, la sottomissione ad un infinito correre e rincorrersi senza senso degli elementi e, forse, la percezione sottile ed angosciosa di essere parte, ma ben poco rilevante, di quei moti dell'aria, del mare e della terra. Come dire che di fronte al pensiero di "sopravvivere", quale sovviene da sempre in un precario paese come il nostro, può essere di consolazione, ma con quanto dolore dentro, anche il semplice vivere, l'essere, come gli scogli frustati dal mare, le piante flesse e testarde e quel vento compagno dei gabbiani.
Ma è veramente così? è proprio, sempre, così?
La signora seduta al tavolino accanto al mio più che angosciata, eppure intensamente accarezzata dal vento, sembrava in attesa, con quel suo frequente voltare lo sguardo dalla parte del mare. Sembrava serenamente in attesa. E propensa al colloquio che la contiguità rende spontaneo in chi si esponga all'inevitabile lambirsi delle esperienze umane, senza curiosità ma con sincera partecipazione.
Quando sono su questa passeggiata, diceva, la mia attenzione verso mare è inevitabile, insopprimibile perché so che tornerà da quella parte. Un giorno, quando io sarò distratta, quando per un momento avrò dimenticato, e ciò gli darebbe l'occasione per la sorpresa ma anche il dolore per il mio amore non abbastanza caparbio e tenace, egli comparirà. Solo quando sarà convinto di potermi sorprendere egli si presenterà in un punto qualunque ed imprevedibile di questa costa. Si affaccerà dal mare, su questa scogliera, all'improvviso e con l'espressione giocosa del ragazzino che io amavo tanto, sapendo che la sua ricomparsa provocherà un grande turbamento ed una intensa gioia. Per questo io attendo, perciò non riesco a distogliere il mio pensiero dall'ansia dell'attesa, perché so che sarà un momento dolcissimo e gioioso. Ma, nello stesso tempo, temo che proprio il mio attendere sia motivo di ritardo e forse di impedimento, perché tutto sarebbe naturale, se mancassero il gioco e la sorpresa, ma anche tutto sarebbe normale e forse noioso, e vecchio. Invece noi eravamo giovani, tanto giovani e non avremmo mai rinunciato all'occasione dell'allegria, dello scherzo, della felicità. Io lo attendo qui, per quelle poche settimane all'anno che posso consentirmi, ma egli non riemergerà, dal mare e dal passato, proprio per questo mio stato d'attesa, a cui non posso rinunciare perché sarebbe dimenticarlo, seppellire cinicamente una parte di me, rinunciare a quell'assoluto che ancora anima una piccola parte di questa umanità alla deriva, temporanea, provvisoria e muta.
Ecco l'essenza della realtà, diceva, è il contrasto tra l'impotenza e l'ostinazione. Mentre il tempo, questo vento angoscioso e necessario che è la sabbia nella clessidra, tenta di ricoprire tutto il nostro passato o, quantomeno, di allontanarlo inesorabilmente da noi finché si renda invisibile e perciò ininfluente. Per cui noi si accetti il nuovo non come frutto del passato, e della nostra storia, ma come escamotage del destino nell'insulso spettacolo della vità. Invece non è così, nell'animo le storie proseguono senza tempo e senza oblio ed i loro personaggi intervengono e riemergono, realmente. Allora, in quegli anni intendo, diceva, la passeggiata non era così ampia, piastrellata e larga per il viavai di tante persone, eppure le comitive erano numerose, soprattutto di giovani che venivano qui, in Riviera, dalla grigia pianura Padana, da Milano, da Varese. Il mondo non era in bianco e nero come immaginano i ragazzi di oggi, il mare era più azzurro ed il cielo più trasparente. Anche le piante restituivano un verde immemorabile. Noi eravamo un gruppo chiassoso, eravamo belli come lo sono i giovani, felici ed incoscienti come si è dopo la fine di una guerra, spensierati, ed abbagliati da un mare senza più incrociatori ed eroiche battaglie; esistevano solo il futuro ed il gioco e le speranze e l'amore. Era giugno, il mese dei profumi di questa terra dei fiori e delle brezze che generate dall'azzurro mediterraneo rabbrividiscono la pelle di chi esce dall'acqua ancora cristallina della primavera. Certo, ricordo con intensità i brividi e la brezza ed il pensiero di uno scherzo quando, radunati tutti, non lo vedemmo più con noi. Il suo accappatoio a righe bianche e rosse era ancora li, posato sullo scoglio ma lui ancora non tornava. Eravamo scesi lungo la scogliera e con il coraggio del gesto collettivo ci eravamo tuffati tutti per raggiungere gli scogli affioranti a poche decine di metri dalla riva; spruzzi, grida, scherzi e qualcuno che esplorava il fondo, tra i ricci, ma come per gioco. Sapemmo dopo dei relitti e dei cavi d'acciaio li affondati in chissà quale operazione ma per chi non osava immergersi era solo la fantasia di giardini d'alghe e pesci misteriosi e polpi in agguato. La sosta trasformò il chiasso in bisbiglìo, parole quiete ed intimità condivise con il lieve scrosciare del mare, poi il ritorno alla riva e l'attesa degli ultimi ritardatari sparsi tra le insenature e le calette.
Quando fummo tutti riuniti, lui ancora non era tornato, ancora non riemergeva dalle pozze di mare tra le insenature. Il suo accappatoio era li, posato ed inerme, e lui non voleva ricomparire. Era certamente per scherzo. Lo aspettammo senza preoccupazione fin dopo l'imbrunire quando fu buio e freddo. Ma era sicuramente uno scherzo inventato per sorprenderci, più tardi, così mi dicevano le amiche. Difatti nessuno raccoglieva l'accappatoio che lo attendeva proprio dove lui l'aveva posato. Poi divenne così buio che dovemmo andarcene, e poi ripartire senza aspettarlo, riprendere il treno per la padana Naturalmente ci furono indagini perché per la legge, e per chi non conosce il suo carattere giocoso, non esistono gli scherzi, era una persona scomparsa, dicevano. E poi esplorarono i fondali e parlarono di quei relitti pericolosi, dei cavi sommersi. Io che lo conosco bene non potevo crederci. Vede? ricordo benissimo, era proprio quella scogliera che forma la caletta riparata, laggiù. La roccia corrugata e ruvida era almeno piana e perciò ci eravamo radunati tutti lì, per il bagno. Ma poi lui ha deciso quel suo scherzo, per sorprenderci, e, francamente, anche preoccuparci un po'.
Non è così grave, sa? con l'età si diventa pazienti, si attende volentieri ciò che di buono arriverà ancora dalla vita. La vita stessa diventa attesa. Vede? sono preparata, in questa busta che porto sempre con me, durante queste passeggiate, c'è quel suo accappatoio a righe bianche e rosse...



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