FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ASSAFETIDA

Andrea Pernice




Vado recidendo dalla memoria solo sempre cari ermi colli per trattenere le cose sbagliate, o saranno invece quelle giuste? Sono un cane cattivo reso pazzo e abbruttito dall'età e dal puzzo di cibo marcio che da qualche anno mi somministrano, loro, i cospiratori del mio torace. Vogliono prenderselo, questo pezzo di torso lungo e bruno, e magari prendersi anche la pelle per farci un tamburo, e picchiarla, picchiarla e picchiarla per far sì che forza, accorrete gente. Ma da me non sapranno nulla, ah no, e il perché è tutto un programma: non sapranno nulla perché io stesso non saprò nulla, mi sarò dimenticato tutto, o meglio, me lo sarò mangiato come si manda giù un'informazione segreta, scritta su un fogliaccio e appallottolata e inghiottita. Farò prima a morire col sudore che cola nelle viscere, ché son loro ad essere in causa più che altro, ora.
Vedo la mamma che accompagna il figlio per mano, la vedo brutta e triste, ma quella non è sua madre, non può esserlo! Il bambino è bello, veramente un colpo di genio di chi l'ha creato, tanto più perché probabilmente l'ha fatto senza nemmeno volerlo. Non ci si è impegnato il bastardo, non ci ha messo tutto quel che aveva dentro e da un certo punto di vista è anche un bene. Ma anche il bambino farà presto a marcire, del resto tutti i bambini marciscono appana si rendono conto di come funziona la società dei consumi. Il primo consumo che apparirà chiaro ben chiaro agli occhi di un quasi piccolo porco è la mano della mamma, che imparerà subito a disprezzare perché senza costo. La mano della mamma non è merce di scambio, tutto qui, dunque non vale nulla. Si potrebbe dire che è una sotto-merce di scambio perché se io la stringo mostrando amorevolezza essa mi procurerà balocchi. Impara presto il figlio-di-bastardi. Ma pare che ci sia qualcuno con carta e penna che si è stufato d'esser raggirato da uno come me che gode ad osservare il mondo, sta qui e mi ascolta con gran disappunto. I fatti vuol sapere, lui.

Se entro in casa mia non entro in casa mia perché quello è il fetido covo della cospirazione ai miei danni, turpe mosaico di cattive intenzioni e si, turpe è l'aggettivo giusto per mio cognato, ovvero Alberto Biscotto, lo stupratore del sangue del mio sangue. Turpe Biscotto mi dà da vivere e me lo rende impossibile, ed io, povero rottame, tengo ben stretto e racchiuso nel guscio il tenero mallo che mi porto dentro, benché poi non mi preoccupi di farlo sfuggire, ora volatile, a piccole dosi per l'aere gentile e insieme nauseabondo che infesta la fetida quattrostanze ammobiliata con dis-gusto dalla Tirisìn, lei, il sangue di cui sopra.
Una volta mi divertivo, ora non mi diverto più. Le mie grosse dita, le mie gialle unghie, i miei ruvidi polpastrelli hanno tastato a tentoni tutte le suppellettili della casa, le hanno assaporate una per una, da esse si è tentato con infinita umiltà di estrarre l'unguento dell'essenza a partire dalla loro forma e consistenza. Abbiamo provato a distillare il succo dalla fredda materia e comprenderne la natura della loro sostanza. Soppesare, tastare, osservare, appoggiare, addentare, perfino. Far sudare i polpastrelli premendoli contro l'oggetto -anche fosse una idiota statuetta di peltro- fino a far cedere una delle due materie, fino a farsi male, minare il corpo per scoprire l'anima. Questo, oltre alle seghe e alla panna, dicesi da me essere il mio unico passatempo.
Ieri sera Turpe Biscotto, l'uomo che mi odia, è tornato tardi a cena. Io ero ancora a tavola, pur lesto il desinare -mangio come i cani- per sfruttar la situazione di un'assenza o tutt' al più un ritardinetto dell'uomobiscotto. Tirisìn, già, lei a sparecchiare e a sistemare il centrotavola avvizzito e tutto quanto spiegazzato. Mi sa che è meglio se gli passi su un po' di stiro, sai Tirisìn. Si ma non ho mica tempo, il Toni torna a momenti. suona la porta eccolo, il Toni. Tutto un po' ingazzurrito fa: insomma, una giornataccia, ah, dì a tuo fratello -che sono io- che domani sera abbiamo ospiti, digli un po' se esce e va da qualche parte ma che insomma, che ritorni tardi. La Tirisìn è in imbarazzo, io ho sentito tutto, Turpe Biscotto ha fatto sì che io sentissi tutto, naturalmente. Poi si siede a tavola senza salutarmi né mi guarda, affonda con forza la forchetta nella pietanza preparata dalla Tirisìn e alza la testa per puntare l'occhio alla coscia svettante nel video. Io mi alzo, mi dirigo nella mia stanza e per nove ore circa sono morto per tutti.
La prima cosa che posso fare è sbattermi-sdraiarmi sul letto che modestamente ho rotto e riparato il mese scorso con rinforzoni in materasso armato. Il mio copriletto è una fantasia di losanghe rossoverdi tipo marchese emiliopuccidafirenze come andavano di moda prima che la nostra mamma morisse e la stanza riflette con la sua morbida carta da parati questa tonalità, me la rimanda indietro nel cristallino e io gliela risbatto su ogni cosa che ci vedo dentro, nella stanza ovviamente, siano i due scaffali pieni di libri -che poi pieni vuol dire non che ce ne siano tanti ma che gli scaffali sono piccoli e di libri ce ne stanno in moderata quantità ma strabordano- o la TV dallo schermo di francobollo, sempre presente il luccichìo sinistro sulla protuberanza verdastra dello schermo. Ma i gatti cominciano a miagolare da fuori il terrazzo a pianterreno, l'aria si fa presto puntura di gelido acciaio e me ne accorgo se apro la finestra, mentre le pozzanghere languono tutte luccicose della fiamma dei lampioni e io non vorrei mai essere fuori. Di là il tramestio stovigliero è già finito e sento Turpe Biscotto urlare alla Tirisìn come un orso, mi volto da una parte, mi sdraio a pancia in giù e cerco di scorreggiare ma non ci riesco quindi mi volto da un'altra parte (ma quante parti ci sono da cui posso scaracollare il mio flaccido corpaccione, il mio perenne turgore muscolato dalla fatica?) e insomma non trovo pace e cerco la salvezza nell'alzarmi e strapparmi di dosso, con grande violenza, le mie povere vesti, rimanendo in mutande e canotta. Spengo la luce da sotto le coperte con un ingegnoso sistema di interruttori che non per nulla ho inventato da me, il me migliore dei giorni illustri, chiudo gli occhi colla mano sopra il cuore e comincio a pensare alla mia morte e al buio ma siccome non ne vien fuori nulla di bello comincio a vagare tra i sogni di gloria che hanno tutti, anche le più umili diciamo merde che nascono sulla terra e non hanno mai capito che cosa sono nati a fare. Sto male. E da sotto la porta comincio a sentire ciò che non è affar mio e non dovrei ascoltare, Turpe Biscotto in camera da letto che si produce in quelli che a me giungono come fonemi sulle prime incomprensibili pur ad alto volume perché ovattati e che tenterò di riferire: hacccché ieeblamma soooo eh? maaaverniinsomma oaasooo (cade un vaso o una suppellettile, insomma, qualcosa) ecchecazzo ienniui! Presto questo rumore finisce ma ne inizia un altro, quello che aspetto da un tre o quattro giorni ormai, uno dei miei preferiti. Si comincia con un rumore di lenzuola e di cosce che si spostano da un punto all'altro del materasso e frusciano contro il lino fresco, ma a questo punto devo dire che mi sono già alzato e ho socchiuso la porta, altrimenti come farei a sentire così bene? La mia porta non scricchiola ed io quando voglio essere felpato ci riesco molto bene, così capto nella mia fetta di visuale di tre centimetri un'illuminazione bluastra da televisione bianconero nella stanza di mia sorella e Turpe Biscotto e vedo lui che si agita come un ossesso e salta addosso alla povera Tirisìn che con i suoi cinquantanove e l'ossuto personalino se la cava proprio male anche perché non è assolutamente fatta per questo genere di cose, lei, l'amorevole pignattara dalla parmigiana facile e dall'insuperabile supplì, lei che nemmeno da sedicenne si sarebbe mai vista truculentemente inchiavardata da un uomo più giovane e più bello di quanto meritasse ma anche molto perfido e, sicuro, neanche quello meritava. Turpe Biscotto la scopre, lui brutale, del tutto e le frantuma di dosso la camiciola notturna inamidata rendendomi per ora visibili due ossutissime gambe che dal ginocchio alla caviglia fanno capolino sul letto sgambettanti, testimoni di un'unica figura sdraiata le cui fattezze cerco di ricostruire mentalmente. Non è più, questo è certo, mia sorella quella che si dibatte scatenata sul materasso, stravolta e distrutta nell'intimo ancor prima d'esser stata posseduta, sono solo due ginocchi che urlano e una bocca di gemiti disperati che non vedo e che una mano estranea cerca di tappare, ma ci riesce anche. Mi fa male sentirlo ed anche dirlo ma a questo punto ho al mezzo di gambe come un pezzo di travertino, sono in una fonderia e sudo, sudo come un disgraziato, impaziente, frenetico e se Turpe Biscotto vuol veder scorrere il sangue io credo di non essere da meno. Ho la canotta fradicia e paura di tradirmi perché lo spettacolo cui ho varie volte assistito non era mai sembrato così frastornante e bello, mai arricchito da un preludio tanto spaventosamente sanguinario e mi si stanno spaccando le venuzze delle mani già rosse da tempo e ho paura di non farcela ma se mai io abbia avuto il bisogno di arrivare sino in fondo ora ce l'ho e non voglio arrivare tuttavia alla fine troppo presto. Turpe Biscotto in poche mosse imbavaglia la mia Tirisìn con uno strofinaccio da cucina unto d'uovo (particolare che mi fa intuire la premeditazione) e ridacchia vedendola agitarsi e tirare e spingere e ad un certo punto incominciare a tremare e fremere in modo tale che io ne sono spaventato e allucinato senza per questo desiderare che lui smetta di fare quel che fa. Poi la stende ben bene come una pasta sfoglia e la crocifigge sul materasso in modo tale che i due corpi diventano due X sovrapposte, il bacino di lei oscilla violento su e giù e su e giù e dalla sua bocca escono frammenti soffocati di dolore mentre a me prende una convulsione improvvisa che mi fa quasi cadere. Turpe Biscotto ed io sfoderiamo la trave quasi contemporaneamente, lui al cospetto di mia sorella, io dietro una porta ormai semiaperta ma ormai ne sono quasi certo, entrambi si sono accorti della mia presenza, è chiaro, lampante dalle occhiate che lui rivolge continuamente verso l'uscio della stanza, è tutto così pazzescamente frenetico e ripugnante avvolto in questo drammatico e e canzonatorio riflesso bluastro che fotografa ogni istante della scena e degli attori in modo sublime. Tirisìn alza la testa terrorizzata fissando il cazzo di Turpe Biscotto ritto come mai nessuno di noi due avrebbe potuto vederne uno e anche il mio sembra stia per espoldere sotto la tensione dei miei polpastrelli. Afferro salda la cappella ed ogni più piccola pietra di carne della mia mano tempestata di calli e verruche sembra voler convergere in una tremenda forza centripeta a far saltare con scoppio pirotecnico il grumo di materia e sangue protagonista ormai completo dell'azione dietro la porta. La mano stringe e corre sudata, inumidita e sporca, le mie unghie annerite sui bordi frastagliati e unte di schifoso e animale piacere che a questo punto esito a chiamere tale. Quando Turpe Biscotto infila il suo arnese dentro mia sorella sento rombare un ariete che irrompe in una povera casupola perché tutto quello che fa è spaccare, sfondare, distruggere, crepare come una zanna d'avorio potrebbe fare con un foglio di cartone spesso venti centimetri e il rumore è quello di ossa spezzate contornato da un lunghissimo e straziante urlo gutturale a bocca chiusa. Improvvisamente per me è un limbo bianco, tutto si fa chiaro e la luce diviene insopportabile insieme ad una domanda irrevocabile straziante ed enigmatica che sembra provenire da un cielo superiore, "COSA E' QUESTO? BUON DIO, COSA E' QUESTO?", allora capisco che sta succedendo qualcosa di importante. Stringo una maniglia ottonata appiccicata sul legno della porta, la stringo e la stringo sempre più forte e diventa lei il non-volontario centro della mia attenzione ormai sempre più umida, tra il sudaticcio e il sanguinante. Urla e gemiti inframmezzati da sospiri si fanno sempre più forti eppure per me che ne partecipo da pochi metri di distanza essi diventano un rumore di un esterno conchiuso in sé stesso, essi mi sfiorano, offrono della loro sostanza quel tanto che basta a giungere al condotto orale ma rimangono chiusi fuori, fuori da quella porta e da quella maniglia d'ottone che mi scollega emotivamente dal resto del mondo. Ma mi spavento, perdo il controllo di me stesso e comincio a picchiare testate contro il muro della mia stanza e contro la porta, azione che non sembra avere effetti visibili sulla condotta dei due che giacciono con tanta esuberante violenza dentro il talamo nuziale. Mi forzo a riprendere in mano la situazione e la situazione, per fortuna è ancora dura, durissima, come se se ne andasse via per conto suo, vedo due nacchere al posto delle rotule di mia sorella e suo marito che le ribalza addosso ancora, le mie mani vanno, viaggiano, urlano ed invocano una liberazione che non tarderà a venire, apro la porta e mi dirigo verso di loro, mi guardano, lui mi sorride e io continuo a manipolarmi cogli occhiali di tartaruga che mi cadono dal naso ogni sei secondi per il gran sudore. Eccomi, sono tutto lì, la mia enorme figura è inarcata all'indietro e il bacino tutto proteso davanti a loro, dove si svolge l'azione. Tutto è ipermobile, tutto rotea ed urla in un micidiale silenzio frantumato e spaccato con violenza come uno specchio portaguai. Mentre la mia mano destra sibila alla velocità della luce al ritmo dei miei rantoli umidicci, la sinistra afferra un argenteo tagliacarte sulla scrivania di Turpe Biscotto, un tagliacarte che mi passo sul palo teso ed enorme col gesto del macellaio che affila il coltello per affettare il filetto fresco, lo comprimo sulle vene gonfie e semilacere e lo faccio scorrere avanti ed indietro, Turpe Biscotto mi guarda luccicante e mi sorride, Tirisìn urla e si comprime in bocca la mano chiusa a pugno, io viaggio più che mai, con gli occhi che son due fanali stroboscopici. In un attimo mi scoppia tutt'intorno, un siluro mi trapassa i canali auditivi e un'onda anomala mi trapana l'intestino, vedo per la seconda volta tutto bianco, ma è un bianco diverso e mi ritrovo in lacrime ghiacciate ed impietose con Tirisìn e Turpe Biscotto, immobili, terribilmente immobili e azzurrini e bagnati, impastati, avvolti in una curiosa fanghiglia rossastra con contorno di grumi bianchi disseminati un po' ovunque per tutto il corpo.




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