FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'APRISCATOLE

Figiazzi





"Non potrebbe darsi che le macchine si comportino in una maniera
che non può non essere descritta come pensiero, ma che è molto
differente da quanto fa un essere umano?"
Alan Turing


Quando si alzò dal suo letto ortopedico a liste di faggio giapponese capì che qualcosa non era andato per il verso giusto.
Se si seguono le prescrizioni del manuale "Sana condotta di vita" – letto non poche volte e da cima a fondo, consultato successivamente solo per assicurarsi che ciò che vi era scritto era tutto nella sua mente – la schiena alla mattina deve essere riposata e distesa.
Sentiva invece un fastidio puntuale e localizzato nella zona lombare, lungo il rachide, un po' più in su rispetto alle ossa del bacino, verso destra, sulle ali delle vertebre, quegli ossicini che si distaccano dalla colonna portante.
"Che può essere?" si chiese.
Secondo il dogma del ventitresimo paragrafo, nessun fastidio o dolore di alcuna natura sarebbe potuto insorgere se avesse riposato, appunto, aderendo ai canoni del giusto riposo. Cosa che lui puntualmente faceva da più di cinquant'anni. Letto e materasso ortopedico, sottile maglia di lana cotta acquistata durante un viaggio in Europa Centrale, balsami e unguenti benefici dal riscaldante aroma di canfora. La preparazione del giaciglio non era da meno, nessun particolare era trascurato; le coltri, soprattutto nelle fredde notti d'inverno, venivano intiepidite dal calore irraggiato dalle scatole di alluminio e acciaio nelle quali collocava tizzoni di legna ardente; nel materasso all'inizio della triste stagione faceva sistemare dalla "riassestatrice" sacchettini di riso assorbi umidità.
No, non gli era imputabile alcun errore nel seguire le pratiche di conservazione. Lui di questo era convinto e tuttavia, per eccesso di zelo, aveva ancora una volta quella mattina sfogliato le pagine del manuale; nulla divergeva, tutto collimava e nella sua mente logica non vi erano altre plausibili spiegazioni. E poi vi era un particolare non secondario: quel non contemplato fastidio nell'elenco degli effetti dell'incuria sul corpo.
Sentì il bisogno di riservare tutte le sue energie all'attività del cervello. Per un attimo lo occupo' nella mente l'immagine di uno di quei vecchi registratori di cassa, con i tasti di acciaio a far girare i rulli dei numeri e le leve per far di conto. Provò angoscia per quei poveretti che qualche secolo prima, stregati da quelle macchine, erano obbligati ad utilizzare ancora le mani. Era rischioso assumere quei risultati senza previa verifica!
Ora invece era diverso e lui nonostante ciò, aveva controllato manuale infallibile alla mano, per dimostrare, a chiunque gli avesse chiesto spiegazioni, quanto la sua condotta fosse stata irreprensibile.
Ma i conti non tornavano lo stesso.
Poiché si sentiva inghiottire dal panico dell'ignoto e dai timori di chi non sa e dovrebbe per natura sapere, si lasciò assecondare dall'impulso, il secondo dall'inizio della giornata, ad invocare l'angelo custode, "l'informatore", l'uomo che per contratto doveva seguirlo nei piccoli grandi problemi quotidiani. Doveva ottenere da lui e al più presto delle spiegazioni.
Prese l'elenco e si attaccò al ricevitore.
"Si?" rispose una voce all'altro capo.
"Buongiorno..."
Prese a parlare con irruenza, descrivendo gli eventi e i loro prodromi, cercando di mascherare il crescente disappunto determinato dalla montante convinzione che quello, l'angelo, per scrollarsi di dosso lo scocciatore, si sarebbe quanto prima cimentato in canonica eziologia, per poi concludere in una diagnosi liberatoria: un errore del paziente, un difetto nella cura quotidiana del corpo.
"No", gli avrebbe risposto a piena voce, "io non posso sbagliare!"

"Un momento, mi scusi", interruppe la ridda dei suoi pensieri con il tono di chi sa come affrontare situazioni che a migliaia si ripresentano nella pratica professionale, "potrebbe per favore passarmi il codice del suo libretto?"
"Si... certo, l'ho qui, eccolo."
"356680... come immaginavo, fuori corso, mi spiace è scaduto, lei non può più usufruire di questo servizio. Il numero di matricola risale al '45, suo anno di nascita e di iscrizione al servizio di assistenza e sono giustappunto trascorsi cinquantann'anni."
"Scusi?"
"E' un nuovo regime, si ritiene che il soggetto ai cinquant'anni acquisti definitivamente la propria autonomia. Mi spiace, non posso più esserle di aiuto, la saluto, riattacchi per favore."
La comunicazione si interruppe; tentò inutilmente di ricomporre il numero: un messaggio preregistrato lo informò che la linea era stata occupata.
Si prese tra le mani la testa e cominciò a riflettere su ciò che gli stava succedendo. Ora che non poteva contare sull'immediato aiuto di qualcuno – era anche sabato pomeriggio – doveva pianificare il da farsi.
L'intensità non era insopportabile; i sensi, i nervi tutti, gli comunicavano fastidio e nulla più. Non si poteva qualificare quel brulichio di scosse nervose come l'affezione peggiore tra tutte quelle descritte a pagina trecento.
Eppure.
Ciò che lo affliggeva era l'accadere di un evento non previsto, di un fatto che non poteva che incasellare nella categoria degli "acausali" ma che di questi, ad un'attenta analisi, non sembrava possedere i requisiti: diabolicamente perseverante, localizzato in una ben circoscritta zona eppur così tendenzialmente debordante e non si spostava né veniva meno al passare massaggiante della mano. Lo scarto, la pazzia del caso, il vagare della particella impazzita, rimangono sulla carta con percentuali non degne di essere considerate. I numeri di quel piccolo cancro bastardo, escludevano al 100% la probabilità che fosse un granello della sorte.
In certi momenti aveva la netta sensazione che alcune vertebre si fossero fuse le une con le altre in un osso più lungo, uno sgradevole sapore di perdita di elasticità lo avvolgeva nei lombi come se lo avessero imbrigliato, cucito nel punto in cui massima doveva mantenersi la capacità di movimento.
Quali alternative?
Chiedere un appuntamento ad un medico? Glielo avrebbe concesso solo per la settimana o addirittura per il mese successivo; per ottenere poi che cosa? Quello si sarebbe sbizzarrito a sgranare tutte le molteplici ipotesi, per poi consegnarlo alla lista di attesa di un qualche centro diagnostico.
Doveva sapere e il prima possibile.
Si diresse verso il cucinino confinante con l'ingresso. Aprì qualche cassetto a caso, senza sapere cosa stava cercando; forchette e coltelli giacevano nel divisore di plastica, tovaglioli di carta spiegazzati e strofinacci, vecchi utensili da cucina mai usati, tappi di plastica colorata e lunghi stecchini per spiedini.
Gli si era insinuata nella mente un'idea, non riusciva a renderla concreta ma aveva l'impressione che fosse buona, una di quelle idee che sollevano di peso dai guai. Ma vagava, così, in cerca di qualche riferimento che gliela facesse venire fuori.
Dalla cucina si spostò nel ricavato dei rimanenti metri quadri sfuggiti all'occupazione della zona-letto; sul carrellino delle bottiglie c'erano gli alcolici con l'etichetta del monopolio ancora integra.
Ne prese una.
Pensò: "perché aspettare così a lungo? Perché subire in questo modo, senza far nulla, le bizzarrie del caso? Ho un problema alla schiena, il manuale non evidenza alcuna negligenza, le analisi del caso probabilmente non rileverebbero che una piccola e insignificante disfunzione per la quale qualcuno si prodigherebbe nel dire "porti pazienza"."
Accese la TV e si distese, pancia sotto, sul letto con il capo rivolto allo schermo.
Ora smaniava, si massaggia ripetutamente nella zona critica.
Sul canale 1 pubblicità di pesce in scatola inondava le case dei milioni di telespettatori delle 20. L'odore del sacchetto dei rifiuti lasciato accanto alla porta creava una atmosfera di vivida realtà.
Non l'aveva mai fatto, – gli sembrava così assurdo determinare nel suo organismo processi chimici pericolosi e incontrollabili – non aveva mai sopportato l'idea di compromettere neanche per brevi attimi la sua lucidità; eppure l'impulso lo colse.
Ingollo il contenuto intero della bottiglia, inquadrando solo in quell'istante lo scopo per cui sarebbe stato utile avere un alto tasso di alcol nel sangue. C'era poco da aspettare, quel liquido, viste le ingenti quantità ingerite, avrebbe compiuto in breve tempo il proprio dovere.
Ecco che allora, vorticosamente, mai così prima, si sentì di lasciar liberi i pensieri nello scandagliare le fasi dell'azione, tutti i necessari gesti per portare a felice compimento l'operazione. Perché oramai era chiaro che doveva affrontare quel mostro solo con la forza della sua lucida volontà. Non gli avrebbe permesso di distruggere le sue certezze; quel coso l'odiava, per causa sua aveva scoperto di essere solo e vulnerabile, per causa sua se aveva intimamente compreso di non essere per nulla cresciuto nella coscienza della complessità della vita e dei meccanismi del pensare umano.
Cosa sarebbe mai successo, allora, se la mattina successiva, nonostante gli infusi di erbe e il berretto di lana, lo avrebbe accolto un bel mal di testa?
Forse non lo sapeva ma la pulsione al gesto era perversa, mirava a scandalizzare la sua mente, a scardinare le sequenze demenziali di logica formalizzata di cui era imbevuta, ad incardinarla su inconsueti principi di flessibilità. Un altro, nei suoi panni, avrebbe molto più semplicemente negato al "fastidio" ogni diritto di esistenza, ottenendone, forse, l'immediato allontanamento. Ma la sua scelta di non albergare l'ignoto se da un lato metteva al riparo dal rischio della pazzia, dall'altro chiudeva ogni porta alla via della desiderata maturazione.
Si alzò dal letto e si diresse svelto verso la finestra; aveva bisogno di luce per vedere e di aria per respirare e dare più fiato al coraggio e la aprì.
Balzellando lieve sulla consunta moquette – ché di leggerezza nel condurre l'azione ne avrebbe avuto bisogno – raggiunse la cucina.
Dal terzo e già visitato cassetto del mobile prese l'oggetto illuminante. L'apriscatole, intreccio di metalli unticci e incrostati, l'unico dei pochi e inutili pezzi della cucina ad essere impiegato con una certa assiduità.
Si sentiva bene, calmo e tranquillo, pienamente padrone dei suoi gesti. Le proprietà dell'alcool erano quelle? Se non erano le avvisaglie di un collasso allora era stato uno stupido ad essersi privato dei suoi benefici per tutto questo tempo.
Prese lo strumento e lo passò sulla fiamma del fornello. La punta era rossa quasi bianca, pronta a lavorare con precisione le carni. Decise di incidere la zona interessata con un taglio netto, non lungo, ma abbastanza profondo da scoprire cosa, là sotto, gli aveva irrimediabilmente distrutto l'equilibrio.
Si distese a pancia in giù sul letto e nuovamente lo sguardo si diresse verso lo schermo della televisione; lo distrassero le immagini: un uomo gesticolava con aria densa di pietà indicando alle sue spalle un tizio immobile su di una carrozzella, collegato da fili e tiranti ad un terminale. L'audio non aggiungeva alcun commento a quelle immagini e tuttavia si capiva quale sforzo l'uomo sulla carrozzella stava imponendo a sé stesso per riuscire a comunicare al buffone le risposte alle sue stupide domande. La telecamera della verità stava ora inquadrando le parole del menomato che risplendevano perentorie sul video.
"Non è che la malattia mi abbia fatto smettere di pensare e di ragionare. Dentro questo corpo informe c'è qualcuno che studia, gioca e vuole bene, ma forse lei preferisce presentarmi al suo pubblico come un disperato? Non ho tempo per compatirmi o per farmi compatire io devo vivere!"
La mano dietro alla schiena si alzò repentina e il braccio vibrò il colpo. Una condanna, per sé, senza appello, e infatti la mano rigirava il metallo a rendere letale la ferita senza sosta alcuna; ora sapeva cosa avrebbe trovato lì sotto.
Una pompa per il sangue, dei cavi nervosi, dei giunti e degli snodi.



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