FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'APPARTAMENTO

Angelo Amboldi & Angela Ferrante




1. New York.

E' dicembre, sei appoggiato a una balaustra sulla baia di New York, con la sola compagnia, distante un centinaio di metri, di una signora e di una ragazza mascherate da goffi giacconi granata, mentre il vento freddo che sembra nascere dal fiume Hudson cerca di allertare il tuo sguardo assonnato e incredulo verso il mare, verso la statua della Libertà e l'isola delle selezioni.
"Mi trovo davvero in questo posto?"
La domanda ti gira nella testa, inaspettata. Non sai come rispondere, così la rimuovi, sorridendo al cielo terso e al gruppo di marinai di bronzo, corrosi dalla salsedine, su cui hai appena posato lo sguardo: uno osserva, uno richiama l'attenzione, uno si sporge oltre lo scoglio e si protende ad afferrare la mano verdastra, immobile, di un annegato fossilizzato nell'istante tra una vita e una morte immaginarie e impossibili.
Il vento diviene continuo, rumoroso, rilevando ogni dettaglio di quanto ti circonda.
Sei contento, forse abbastanza sveglio per girare le spalle e affrontare Manhattan. Ti credi preparato, tuttavia l'impatto visivo con la massa inspiegabile dei grattacieli, scolpiti da una luce vivida e calda, ti sgomenta. Diavolo, non è possibile.
Ti compiaci della scenografia, inali l'aria gelida con determinazione, più volte, inebriato da tutto quell'ossigeno, e lasci scorrere lo sguardo sulle masse d'acciaio, vetro e cemento armato come si trattasse di un'immensa opera d'arte.
Aspetti lunghi minuti, hai freddo, ma non ti ci puoi adattare, la meraviglia rimane e si rafforza.
Ti devi muovere, staccare dalla balaustra, senza voltarti. Vai ad infastidire le due donne, concentrate nella preparazione di una piccola mostra di oggetti per turisti.
"Non è il momento, è presto. Torni più tardi", ti ripete due volte la signora, il viso seminascosto da capelli corvini scompigliati da mulinelli di polvere.
"Solo qualche cartolina, la prego. Non credo di poter tornare qui più tardi, ho poco tempo. Soltanto qualche cartolina", replichi in tono dimesso.
La ragazza interviene a tuo favore, ha i capelli raccolti da un cerchietto, lineamenti regolari, un'aria severa.
Puoi scegliere quello che cercavi: accantoni le immagini in una busta, dopo rapide occhiate, per non rovinare la sorpresa.
"Queste, grazie. E anche quella piccola targa metallica della Quinta strada."
Sopporti l'occhiataccia della signora e l'alzata di spalle della ragazza, paghi, non pretendi il resto, hanno la cassa chiusa, e ti allontani salutando con la mano, non ricambiato.
Al centro del Castle Clinton ti senti come un toro sbucato in un'arena deserta e silenziosa; attraversi lo spiazzo in fretta, guardandoti attorno senza capire lo scopo di quel fortino così basso e fuori tempo; le costruzioni altissime si fanno pressanti, incombono luminose e perdono i confini.
Ti aiuti con la cartina, scegli un nome noto, per cominciare, così imbocchi la Broadway e la percorri con circospezione, fino a svoltare in Wall Street.
Sei nella strada di un film in bianco e nero, ogni cosa corrisponde e si amplifica, c'è arte, ci sono facciate monumentali e c'è gente con le valigette, tuttavia ti colpisce la bancarella di un venditore di hot dogs e ciambelle, e il fumo incantato che sprigiona dai tombini, in un'aria senza sole e senza ombre.

*

Giulia fissa il panorama davanti a sé, assonnata, una tazza di caffè bollente tra le mani, la testa ancora piena degli echi dell'incredibile concerto dei Pink Floyd della sera precedente; il suo sguardo è catturato dallo spettacolo dell'alba in quella città apparentemente dissonante, tuttavia coordinata da un misterioso tono di fondo.
La densa foschia della notte avvolge Manhattan come una soffice trapunta dalla quale l'isola, ancora addormentata, sembra non avere nessuna voglia di uscire.
Guardando l'orizzonte, cerca di distogliere la mente da quello strano miscuglio di inquietudine ed eccitazione che ogni volta la prende quando è quasi pronta per salire su un aereo e attraversare l'oceano.
Il mare, man mano che la luminosità aumenta, cambia aspetto, trasformandosi da una distesa opaca grigio-ferro in un tappeto liquido interminabile, cangiante nelle sfumature del blu e del verde, per l'effetto delle nuvole, solo in parte scacciate dal tepore incalzante del sole, e dalle sferzate del vento, insolitamente aggressivo in quel mattino di dicembre.
Il pensiero balena all'improvviso: dicembre. Cribbio, tra un po' è Natale. Un altro anno finisce. Rabbrividisce come se fosse fuori, alla mercé di quel vento: inconsciamente lo sguardo si posa sull'agenda, aperta su una nota rossa <biblioteca, sviluppo software di consultazione, base multimediale>.
I dati li ha raccolti. E' soddisfatta.
Una rapida doccia, una parvenza di trucco, abbandona subito l'idea di tentare di dare una forma ai capelli e li lega in una lunga coda.
Ora è nella piazza del World Trade Center. Gira più volte su sé stessa, lentamente. Riesce a intercettare un taxi.
Ha bisogno di un punto di partenza, di un'immagine positiva, prima di avvicinarsi all'aereo che la riporterà in Italia.
E' nell'atrio dell'Empire State Building.
Il modello gigante del grattacielo, un grande albero di natale con ogni cosa al posto giusto e la luce adatta: la biglietteria, una breve coda, un ascensore rapido, sensazioni di caduta e di perdita di peso, aria.
Può vedere la Quinta strada d'infilata e le torri gemelle ormai lontane, stagliate contro la superficie scintillante dell'Hudson e della baia, e la sorprendente ombra del grattacielo dove si trova, contenente l'ombra minuscola del suo corpo, spersa in qualche atomo di quell'oscurità madre che si stampa sulle costruzioni sottostanti, sui grattacieli meno spettacolari.
Sente che la propria ombra è sicura, nel velo senza materia, quieto, netto, ondulato, sopra la luminosità acquosa della Quinta, affondata tra le pareti di quel canyon artificiale, inquietante e magnifico.

*

Sei stordito dall'aria gelida e dal continuo entrare e uscire dai negozi illuminati, accolto e respinto da suoni di pianoforte, scampanellii e flauti.
Non hai visto abbastanza New York, ma l'ordine al telefono, poco fa, è stato perentorio: il tuo capo esige i rullini e il pezzo di costume su un Natale che non ti coinvolge, che ti lascia soltanto dei minuscoli bagliori, qualche vago profumo e una sorta di panico.
Hai fatto quanto dovevi, hai scattato fotografie e catturato suoni, rivedrai ogni cosa e la risentirai; però non ci hai vissuto, hai percorso un immane plastico tridimensionale che ti ha precluso ogni possibilità di sintonia.
Così prepari la valigia, ti radi, sei vestito, sei su un taxi, percorri i tunnel di smistamento, sei nella sala d'attesa dell'aeroporto J.F.K., speri quella giusta, i monitor mostrano paesaggi innevati e una rissa con sparatoria nei Queens.
Quando ti siedi nella poltrona sei esausto, ti lasci stordire dal tepore e da un bicchiere di vino, ti abbandoni contro lo schienale, circondato dai rumori sordi dei passeggeri che scorrono verso la coda, dal brusio delle richieste e di richiami sommessi.
"Salve" senti insieme a un profumo leggero e piacevole.
"Oh, salve" rispondi alla figura che ti fruscia accanto, all'ovale confuso del suo volto, l'unica parte di lei che si affaccia da una specie di ampio montgomery che sembra fagocitarla ad ogni movimento.
Le poltrone sono comode, puoi rimanere nel torpore, esentato da gesti coinvolgenti, non hai contatti con quell'estranea. Mentre sistema il giaccone e il bagaglio a mano in alto, distrattamente intravedi un corpo slanciato e di nuovo avverti un leggero profumo. Non hai voglia di continuare, ti serve almeno mezz'ora di sonno pesante, hai bisogno di un respiro profondo, hai freddo ai polpacci e al collo, non sei uscito dal disagio.

*

"Lei ha del talento, lo sa, diavolo se lo sa; ma lo spreca, lo dissipa. Le piace buttare ogni cosa al vento!", ti aveva rimproverato il Direttore ai primi di novembre, e non per la prima volta. Nello stesso tempo, come sempre, ti stava offrendo un'altra chance, un'altra prova, sorridendoti e stringendoti la mano. Non aspettava altro.
Tu non eri riuscito a sorridergli.
"Vada via, vada all'estero una settimana, si scelga una città e mi faccia un articolo come si deve sulle feste, sui preparativi, sulle luci, su come spendere i propri risparmi in cose inutili, ci metta i buoni sentimenti e la neve, il freddo: scelga la Germania, l'Austria, quello che vuole... "
"New York?", avevi buttato là, con un'aria distaccata, quasi di sfida.
"Perché New York?"
"C'è una buona aria, per il Natale; è un buon posto", avevi detto guardando fuori dalla finestra, il cielo limpido e quell'accidente di sole che non se ne voleva andare, "Qui Natale non esiste più!"
"Bel titolo, va bene così!", ti aveva gridato il direttore, indispettito.
"Prego?", non capivi, ti sfuggivano i collegamenti, compresi i tuoi.
Fatto sta che il viaggio lo hai fatto e stai per concluderlo.
Cosa ti aveva spinto? Già, quel novembre senza neve, quei due giorni in montagna in cerca di ispirazione.
Dio che disordine!
Libri, sopra fogli, sopra ritagli, sopra dischetti. E appunti, Post-it ovunque, anche per terra, staccati, pericolosi, e l'agenda (ecco dov'era!).
Dovevi sistemare ogni cosa prima di partire, ma non ce ne era stato tempo, né voglia, né bisogno. Che appartamento arruffato. Che vita arruffata.
Avevi pensato che sarebbe stato bello poter fare come a scuola, quando la lavagna era troppo usata, e il gesso strideva su una specie di sottilissima poltiglia bianca senza creare contrasti visivi: il maestro ti indicava, eri il più alto e ci arrivavi bene, ti invitava a uscire, un panno umido, un paio di passaggi, lasciare asciugare.
Già, ma cancellare un appartamento non era così facile.
Avevi scovato la giacca a vento, l'unica cosa che ti pareva necessaria per un fine settimana in montagna, in cerca di un po' di freddo e di neve, di quel tanto per tirare fino a Natale, fino all'atmosfera che sei riuscito a perdere, insieme alle altre migliaia di cose che hai perso.
Prima della partenza per l'America desideravi un'ultima passeggiata, costruita in modo da evitare di preoccuparti per il viaggio, per il rumore dell'aereo, per i paesaggi che avresti visto scorrere e rimpicciolire.
Ogni evento lascia una traccia, che si dissolve pianissimo.
Con la tua giacca a vento, dunque, ben imbottita, una sciarpa e dei guanti ti eri avventurato verso il fondovalle, nonostante il sole avesse già avvicinato le cime e stesse per esserne assorbito.
Il freddo era sopportabile, non c'era vento e l'aria era tersa, asciutta.
La poca neve che calpestavi scricchiolava sotto le suole. Avevi incontrato solo un paio di persone, che stavano tornando in paese, ti eri accorto di non sentire alcuna fatica mentre salivi, e di avere un cadenza decisamente buona.
Al diavolo il giornale e il lavoro. Ti eri detto: "Perché non ti stabilisci qui, e ti limiti a passeggiare e a respirare? Perché devi partire in quel modo? Senza motivo. Che razza di idea hai avuto? "
Volevi rassegnare le dimissioni, avevi già il foglio stampato, solo da firmare, un grande foglio d'addio, un gesto d'altri tempi. Un buon foglio compilato e corretto con diligenza, inappuntabile, concreto, liberatorio.
E invece l'avevi barattato con un viaggio transoceanico, il primo, quello che avresti voluto fare solo per motivi estremi, o per scommessa, o per orgoglio.
Ti compiacevi del respiro regolare e del ritmo non affrettato delle tue pulsazioni, respiravi a fondo quando ne sentivi il bisogno e questo ti distendeva la mente, ti offriva certezze: a un'azione corrispondeva una positiva reazione, ogni cosa funzionava a dovere.
Avevi deciso di deviare, di costeggiare una stalla, chiusa, e due piccole costruzioni dal tetto rinnovato e dall'aspetto solido, con una porta a tenuta ma senza finestre; il sentiero, dall'altro lato, aveva una linea elettrica sostenuta da pali grezzi, molto semplificata.
Avevi immaginato di ricavare una finestra e un caminetto, nella piccola costruzione sopra il torrente, e di collegarci l'elettricità: era abbastanza isolata, lontana dal paese quanto basta, e ben inserita nello scorcio di montagna, di bosco e di torrente. Un buon posto dove lavorare o riposare in pace.
Dovevi installarti in quel luogo, lì carpire i segreti della vita, lì elucubrare e magari dipingere, suonare, pensare, scrivere qualcosa di importante, che ne sapevi?
Avevi proseguito, superato le ultime case di contadino, piccole, basse, isolate, abbandonate, inanimate.
Lo sguardo aveva percepito la stretta conca del fondovalle, sotto di te: le alture di sinistra, ondulate e uniformi, quelle di destra, alte, irregolari, dalle cime rocciose, e la muraglia frontale, la sua cima sassosa, il sentiero che la attraversa, appena distinguibile.
Lo sguardo si era abbassato sul torrente ghiacciato, il piccolo ponte di legno rimosso, la distesa d'acqua solida allargata come una grande chiazza traslucida e rosata dalla luce del tardo pomeriggio.
Eri un bambino, nel silenzio completo e avvolgente.
Avevi sperimentato la tenuta della superficie ghiacciata, che si era rivelata compatta e regolare, avevi accennato a piccole scivolate e infine, rinfrancato, bilanciato dalle braccia spalancate, avevi provato a prolungare le scivolate, nella pendenza del letto del torrente, facendo attenzione alle poche rocce e ai sassi.
Eri riuscito a scivolare piuttosto bene, nessuno ti aveva osservato, anche quando eri caduto, protetto dalle mani, e ti eri ritrovato a slittare di schiena, osservando il cielo che scorreva e le cime che giravano lentamente.
Avrebbe potuto essere un modo di vivere.
Scivolare sul ghiaccio, raffreddarsi, poi scaldarsi, cambiare vestito, indossare panni morbidi e caldi, mangiare, dormire, svegliarsi.
Avevi deciso di attraversare il ghiaccio e di proseguire ancora un po', all'attacco della salita al rifugio, che avevi percorso per una ripida trentina di metri, allo scopo di portarti al di sopra della valle, che ti saresti soffermato ad osservare, seduto sopra un grande masso dagli spigoli arrotondati, fino a quando ti saresti accorto che l'oscurità era attenuata soltanto dalla progressiva abitudine degli occhi che non avevano mai cessato di indagare tra le rocce e gli sterpi, tra i cespugli e i tratti ghiacciati.
Ad essere obiettivi si era creata una situazione piuttosto pericolosa.
Inesorabile era arrivata l'ora di ridiscendere, per non essere sorpreso dalle tenebre, dal freddo, dall'eventualità di una brutta caduta. Ti eri reso conto, comunque, di non temere nessuna di queste ipotesi, e la constatazione ti aveva riempito di soddisfazione e di stupore.
In realtà l'unico problema era stato attraversare indenne il tratto ghiacciato del sentiero che, in discesa, aveva offerto qualche dubbio da dirimere e qualche scelta da individuare.
Dirimere e individuare è una tua grande dote: lo avevi fatto in scioltezza, ritrovandoti ad attraversare il laghetto ghiacciato, con circospezione ma senza patemi.
Quando avevi raggiunto la strada sterrata, le tracce e le impronte erano solide e secche, e il buio sembrava quasi impenetrabile: poche stelle, la tenue fluorescenza delle chiazze e delle lingue di neve.
Eri sceso a passo svelto, respirando profondamente e lentamente dal naso, finché lo sguardo aveva catturato minuscole luci di una vecchia dogana dove avevi bevuto del tè caldo. Centinaia di minuscole luci bianche delineavano il tetto ed i comignoli. A fianco dell'ingresso sbarrato, un albero luminoso.
Quella era un po' dell'atmosfera che cercavi.
Alla vista delle luci del paese, nonostante l'oscurità, avevi deviato a destra, eri sceso verso il torrente, e avevi imboccato il piccolo sentiero che lo affianca, sentiero di cui conosci dall'infanzia ogni asperità e ogni cespuglio.
Avevi intravisto l'acqua, individuato quasi impercettibili riflessi, e sentito lo scorrere freddo della corrente e lo sgocciolare dal ghiaccio e il fruscio sotto le piccole grotte di neve.
Non si erano presentati problemi. Avevi attraversato il giardino della prima casa, dalle finestre accese e silenziose, ti eri ritrovato sulla strada asfaltata, deserta, ed eri arrivato in pochi minuti alle luci natalizie del centro, dove poche persone imbacuccate entravano ed uscivano dal negozio di alimentari e dal giornalaio.
Di nuovo al sicuro.
L'indomani alle nove, ti aspettava un Jumbo.

*

"Riposato bene?"
Risvegliata bruscamente dal sogno, sulle prime Giulia non capisce cosa gli sta chiedendo l'uomo seduto nella poltrona a fianco alla sua, "Sì" risponde con un certo stupore, "...ma che ora è?"
"A New York o in Italia? " domandi sorridendo, "Siamo in volo da quasi due ore."
Fuori del finestrino è buio.
"Mi scusi se l'ho svegliata, ma la hostess credeva che viaggiassimo insieme, probabilmente ha pensato che tra Italiani ci si conosca tutti... e voleva che le ordinassi la cena! L'avrei fatto volentieri, per non disturbarla, ma non sapevo cosa ordinare, ovviamente."
Lei ti mette a fuoco con una rapida occhiata; non aveva prestato molta attenzione a quel passeggero poco loquace, che dopo aver risposto distrattamente al suo saluto era bruscamente ricaduto in un pensieroso silenzio, se non addirittura in un sonno profondo. D'altronde, non appena superata la fatidica fase del decollo, Giulia era a sua volta scivolata in un sonno del tutto simile e altrettanto invincibile.
"Caffè grazie... e un european breakfast" ordina lei, "Mi scusi se l'hanno disturbata per colpa mia."
"Nessun problema. Colazione come cena? Originale!"
Fai per alzarti, la borsa, aperta, ti cade riversando il suo contenuto sul tappetino. Imbarazzato, cominci a raccattare da terra gli oggetti disseminati per terra; lei si china, raccoglie un accendino da pipa, il passaporto, una musicassetta, un libro e te li porge, sorridendo.
"A quanto pare abbiamo gusti comuni in fatto di libri. Io mi chiamo Giulia, e lei?"
"Davide. Grazie, non doveva.... Che libro?"
"Quello che le è caduto dalla borsa. Hemingway. <Festa mobile>."
"Lo rileggo spesso. Direi periodicamente. E' il titolo che è mal reso. <Festa mobile> per <A Moveable Feast> è troppo letterale. Comunque ci sono affezionato. Attualmente non lo cambierei con un'altra interpretazione. Anche a lei piace Hemingway, dunque?"
"Questo libro. E mi piace in lingua originale."
"Visto che se ne intende, lei capisce perché <The Sun Also Rises> è stato interpretato come <Fiesta>?"
"No. D'altra parte non ho mai letto una traduzione in italiano."
"Sono libri simili."
"Per niente. Non mi dia del lei, per favore."
"Mi sembrano libri simili."
"Credi? Solo nei titoli interpretati. Non puoi fare illazioni: due lingue, due età, due epoche."
"Di cosa ti occupi?"
"Tu cosa dici?"
"Insegnante?"
"Sono responsabile della biblioteca della mia città. Sto lavorando a un programma che renda piacevole l'uso di testi, tabelle e illustrazioni" risponde Giulia sorridendo e sfogliando la voluminosa agenda che tiene in grembo.
"Interessante. E' lo scopo del tuo viaggio a New York?"
"Trovo insopportabile che in una istituzione sia presente tanto materiale e non sia possibile aggregarlo, manipolarlo, potenziarlo, usarlo piacevolmente."
"Abbiamo gli stessi gusti in fatto di libri e documentazioni."
"Perché dici questo?"
"<Fiesta> e <Festa mobile>."
"Due cose completamente diverse."
"Trovi?"
"Quello che piace a me l'ha scritto un ventisettenne, più o meno. La tua Festa mobile è il rimuginare e il rimpianto di un anziano."
"Stai sempre parlando di Hemingway."
"Parlo di un giovane e di un sessantenne."
"Il tuo giovane aveva un problema non indifferente, se non ricordo male."
"Quella ferita è la sua forza. La base per Pamplona, la frenesia di vivere di Brett, l'alcol nelle fiasche di cuoio, il sole, il rischio della morte e della vita."
"E' giusto che ti piacciano i giovani."
"Guarda che ho solo otto anni meno di te."
"Come lo sai?" chiedi fissandole gli occhi.
"Ho sbirciato il tuo passaporto, mentre lo raccoglievo da terra."
"Ma tu hai letto bene..."
"<Festa mobile>? Certo. L'ho tradotta e analizzata con un amico, ai tempi dell'università, e lui ne ha fatto la tesi di laurea."
"A me trasmette sensazioni positive e attimi di vera felicità", replichi "Decine di volte ho invidiato l'atmosfera della vita povera e felice, del gusto di uscire a Parigi dopo aver ben lavorato, del latte, del pane, delle corse dei cavalli, dello scambio di idee tra persone fuori dal comune."
"In quel libro c'è anche alcol, oppio, fumo, un'atmosfera maleodorante."
"Temo che non seguirò quello che dici. Amo la prima parte e i tempi felici e passati."
"Ti capisco; ma ha già in mente di suicidarsi quando decide di coinvolgere gli ingenui nei suoi gorghi. Ti sei lasciato incantare."
"E' la stessa persona che ti ha conquistato."
"Il nonno di quella persona. La sua parte decadente. La malattia. Da giovane si annoiava della Montparnasse che idealizza a sessant'anni."
L'hostess, con un grembiule immacolato, è discreta e gentile. Chiede scusa e annuncia l'arrivo del pasto. Prega di sistemare gli appoggi e le stoviglie. Offre del vino bianco secco e freddo.
"Hai scelto bene?", chiede Giulia sorridendo.
"Non avrei potuto fare di meglio", rispondi, soddisfatto dell'antipasto che ti viene servito.
"Non c'è voluto molto. Ha solo detto di portargli tutto!" esclama sorridendo la hostess.
"Alla tua attenzione. Buon appetito. Alla salute del nostro autore preferito."
"Salute."

La cena è ottima. Giulia finisce il tuo dolce.
Sta per essere proiettato un buon film. L'aereo non ha il minimo sobbalzo, il rumore di fondo è discreto e uniforme.
Le immagini sullo schermo inseriscono due ore di buona realtà simulata nei pensieri dei due occasionali compagni di viaggio, incantandoli sopra l'oceano ostile e lontano.
"Un buon film. Niente è meglio di un buon film. Voglio dire ad eccezione di un buon libro. Ti distoglie dai cattivi pensieri, non trovi? "
"In questo caso, farei bene ad abbonarmi al cineclub più vicino", le rispondi.
Una battuta forse divertente, ma lei ha il capo chino.
"Qualche problema?"
"Ti spiace se parlo un po' dei miei guai?" chiede Giulia con il tono, quasi un sospiro, permesso dalla scena finale e dalla musica decrescente.
"Guai? alla tua età? scherzi?", ma lei ha uno sguardo serio, "Scusa, non volevo ritornare sul problema anagrafico... Che ti è successo?"
"Cose terrene. Mentre ero a New York mi è scaduto l'affitto!" ti risponde Giulia.
"Nientemeno"
"Non credo abbiano avuto il coraggio di sfrattarmi a forza"
"Non lo credi?"
"No. Quel rompiscatole del mio padrone di casa non può essere arrivato a tanto. Ex padrone di casa, anzi."
"E adesso? Sai già dove sistemarti?"
"Ti ho appena confidato che mi è scaduto l'affitto mentre ero lontana. Mentre. Capisci?"
"Mi sforzo di non capire. E se trovi cambiata la serratura? Ci sono quei tipi lì!"
"Che tipi?"
"I duri."
"Ah! Non credo. Non credo che sia così. Abbiamo litigato spesso, è vero, gli ho anche gridato un paio di volte che è uno strozzino, è vero. Al massimo mi avrà messo una lettera di fuoco sotto la porta. Al massimo"
"Te lo auguro. Che intenzioni hai?"
"Questo è il punto. Credo che dovrò cercare molto presto un nuovo appartamento. A un piano alto. Con un abbaino. Adoro gli abbaini."
"Messa così sembra una cosa positiva. Quasi eccitante. Magari con lo spazio per uno studio, per una stanza della musica."
"Già. Tu vivi in un appartamento?"
"Io? Certo. Da anni. In affitto. Un po' piccolo. Un po' troppo piccolo, a volte. Non ha una bella vista. C'è un po' di confusione. A dire la verità non te lo saprei descrivere."
"Ci stai bene. Si capisce da come ne parli."
"Sì, forse ci sto bene. Un po' piccolo, però."
"Mai pensato di cambiare?"
"No."
"Conosci qualche agenzia seria?"
"No. Non molto seria."
"Meglio che nessuna agenzia."
"Concordo. Ti andrebbe un succo di frutta?"
"Di pera, se possibile."
C'è qualche piccola perturbazione, ora. Qualche breve vibrazione della struttura dell'aereo.
Torni a sederti, porgendole il bicchiere. Carichi e ti accendi la pipa, con aria intenta. Buon tabacco aromatico, leggero, a grana grossa.
"Vuoi che ti aiuti a cercare casa?"
"Tu mi leggi nel pensiero."
"Non ho mai preso in considerazione un'idea così materiale come quella di cercare un appartamento. Questo dove vivo l'ho avuto da un collega che se ne è andato dal giornale. Certo che un abbaino, in una giornata di pioggia, o sotto una nevicata... "
"Vero?"

L'aereo scende di quota, entra nel misterioso strato delle nuvole, ogni cosa all'esterno scompare.
Solo un lievissimo attrito contro qualcosa di immateriale.
La quota continua a diminuire, ogni tanto sensibilmente, l'aereo compie virate abbastanza strane, le nuvole non vengono perforate.
L'interfono invita a spegnere le sigarette e ad allacciare le cinture.
"Eri serio quando mi hai detto che mi aiuterai?"
"Sono sempre serio quando una ragazza piacente mi chiede di trovarle casa!"
"E dai, non scherzare! Guarda che il problema è complesso. Non so nemmeno se riesco ad entrare in casa, stasera."
Lei sorride, poi torna all'attacco.
"Allora? Posso contarci?"
"D'accordo. Mi dai il tuo numero?"
Lei fruga nella giacca, scrive un numero su un foglietto rosa, lo firma col suo nome.
"Ecco qua. Posso avere il tuo? Se non ti dà noia, naturalmente"
Noia? No, ti accorgi che davvero non ne provi. Quella ragazza ti ha strappato per poche ore ai tuoi pensieri cupi, non riesci a capire come, ma di certo non ti senti annoiato.
Scrivi il tuo numero sulla copertina interna di <Festa mobile> e le porgi il libro, con gesto studiato.
"Non finisci di rileggerlo?"
"Lo finirò quando me lo restituirai. Il libro te lo lascio in ostaggio."
"Ostaggio? e di cosa?"
"Beh... del tuo numero di telefono e del tuo indirizzo, naturalmente! Nel caso io non ne facessi buon uso."
Continui a sorprenderti delle tue parole, non ti riconosci quasi, eppure sei tu che sembri tornato ai tuoi tempi migliori, quando affrontare un dialogo brillante con una ragazza era il tuo sport preferito. I tuoi tempi migliori.
Lei ripete la tua ultima frase, ironica: "Un libro in ostaggio del mio numero di telefono?... ma che storia è questa degli indirizzi in ostaggio?"
"Ostaggio nel senso che se tu rivuoi il tuo e io non lo rendo... tu non mi rendi il mio!"
"Che ricatto disumano!"
"Non si fa così di solito?"
"Mah.... indirizzi in ostaggio.... ma dove le senti queste? incredibile."
"Le improvviso... mica le sento!", le spieghi in modo definitivo.
"L'uso migliore che puoi farne è darmi qualche bella notizia. Che so, un attico in centro... non una cosa troppo moderna, però.... magari con l'abbaino!.... e una scala a chiocciola" conclude, con l'aria di aver chiesto il minimo indispensabile.
"E la luna piena tutte le sere dalle vetrate?"
Scoppiate a ridere contemporaneamente. Ti senti improvvisamente bene, come se quella risata condivisa avesse spazzato via le tue preoccupazioni, ricacciandole al di là dell'oceano, lasciandole per sempre nell'atrio del JFK, ormai anni luce indietro.
"Dici che c'è brutto tempo?" chiede Giulia guardando la luce di servizio e tradendo un minimo di timore.
"Non risulta, non è stato segnalato", rispondi, solo un po' più teso del necessario.
L'aereo scende di quota e continua ad aggiustare la rotta. Nessun messaggio dalla cabina.
L'hostess sorride, confortante.
"Cribbio! dovrebbero darci qualche notizia!", dice Giulia, la voce appena appena alta.
L'hostess le sorride. Forse con aria lievemente interrogativa. Forse.
Giulia ricambia con una piccola smorfia. Ti guarda e alza le sopracciglia due volte, allargando un po' le braccia.
L'aereo scende e vira.
"Beh, strano... si vede che c'è una perturbazione non segnalata" convieni, e continui: "Direi di lasciare il problemino al pilota!".
"Che compagnia è questa?"
"TWA!... stai bene?" Giulia è un pochino pallida.
"TWA... TWA... quelli della TWA sono tra i piloti più temerari, se non ricordo male. Sì. Insieme a quelli della Lufthansa!"
"E allora?"
"Non sarà mica nebbia? Non staranno mica cercando la pista... a naso!"
"Col radar, semmai. E le segnalazioni radio" la rassicuri sorridendo. Cominci a sentirti strano, l'ansia della ragazza ti ha forse un po' contagiato. Sciocchezze, concludi.
L'hostess annuncia che c'è nebbia all'aeroporto della Malpensa.
"Vedi? vedi?", dice Giulia concitata, rifugiandosi subito in un sorriso di autocompatimento.
"Ci porteranno a Genova! Mi sa. Peccato: un viaggio tutto liscio, senza un ritardo!"
"Per me sono troppo pochi i giri che ha fatto... e poi ha perso molta quota. Cribbio!"
"Soluzioni? scendiamo?"
"Prego, fai strada!" Giulia sorride divertita. Sei riuscito a distrarla, per ora.
L'aereo scende ancora di quota e vira un'altra volta.
"Io ho un po' di paura. E' ufficiale!", dice sottovoce Giulia.
"Proposte?", chiedi abbastanza rilassato, e prosegui: "Vuoi che dica al pilota di farsi da parte?" e le strizzi l'occhio.
Giulia non sorride. "Posso... posso tenerti un braccio?" Ti chiede con le mani giunte in modo teatrale.
"Ho di meglio!"
"Cioè?" Giulia alza gli occhi di scatto, è perplessa.
"Devi sapere che quando ero al Liceo...."
"Che c'entra?"
"Aspetta."
L'aereo vira e perde quota.
"Fai presto!", chiede Giulia, riuscendo ancora a sorridere. E' visibilmente tesa.
"C'erano tre ragazze della mia classe, due molto brave...."
"E allora?"
"... che avevano il terrore delle interrogazioni. Volontarie, tra l'altro! Così...."
"Così?", Giulia guarda fuori dal finestrino quel vapore sempre più denso e la luce sempre più scarsa.
"Così mi si sedevano accanto: dovevo tenere la mano all'interrogata di turno, fino al momento della chiamata."
"Dov'è il problema?"
"Nessun problema. Loro si sentivano tranquille. A me piaceva tenere la loro mano."
"Non ti capisco. Cosa c'entra con... tutto questo?" abbraccia in un ampio cerchio la cabina, la hostess, gli altri passeggeri, il finestrino indecifrabile.
"Vuoi provare?"
"Provare cosa?", l'occhio di Giulia ha assunto la tonalità indefinita di quella densità biancastra che scorre vertiginosamente fuori dall'aereo.
"A tenermi la mano!", suggerisci dopo avere superato il senso di vuoto allo stomaco provocato dall'ultimo assestamento dell'aereo.
"Oddio!" dice Giulia ad alta voce, mentre l'aereo scende un'altra volta, decisamente e tangibilmente, di quota. Il suo piccolo grido si unisce a quello dei passeggeri.
"Non atterrerà mica con questa visibilità!" riesce a mormorare nella tua direzione; e prosegue subito: "OK, va bene!"
"Cosa?"
"La mano. Va bene. Tienimela!"
Le sorridi. Il dialogo cessa.
L'aereo scende senza altre virate. Una massa lattiginosa fluisce fuori dai finestrini a velocità incredibile. C'è un cupo rumore di fondo, uniformante, senza nessun tipo di suono sovrapposto.
I respiri sono sospesi.
Giulia ha gli occhi chiusi, le labbra serrate. Tu le stringi le dita. Pochi secondi.
Non sei mai riuscito a rimanere indifferente a quel tipo di contatto. Lo hai sempre reputato un contatto nobile, alto, decisivo. Lo hai sempre ritenuto un inesauribile scambio di informazioni con l'altra persona, quasi un contatto telematico. Un flusso di dati maggiore che tramite mille parole o mille occhiate. Il problema è sempre stato quello di ritenere i dati, di serbarli, di non disperderli.
La mano di Giulia è calda, non tradisce l'emozione del corpo a cui appartiene, e trasmette segnali, ma rapidi e accavallati. Sei occupato a dare una ragione a quella densità vaporosa che non ti convince. Lo stomaco ha strane contrazioni, leggere ma fastidiose.
"Ma quanto durano queste nuvole?" osserva Giulia. Quasi triste.
"Non so... dovrebbe finire... fra poco dovremmo vedere... o diavolo! O Gesù!"
Uno scossone inaspettato. Non forte. Inaspettato.
L'aereo tocca terra, abbastanza dolcemente, e quello che scorre ora è l'asfalto della pista dell'aeroporto.
"Ma cribbio! E' atterrato con la nebbia! Non è possibile!" Giulia è esterrefatta.
"Non avevi detto che quelli della TWA lo fanno?" le ricordi, sorridendo. Ti rilassi, finalmente.
Giulia ride, è felice. Sta respirando a fondo. E' molto bella in quel momento.
Non c'è tempo per registrare il dato, e la mano sfugge dalla tua. E' un attimo, e resti con la spiacevole sensazione di un discorso interrotto a metà, come se un invisibile collegamento si fosse improvvisamente spezzato.
Giulia balza in piedi. Recupera il bagaglio a mano e si infila il montgomery. Esce quasi senza salutare, tra i primi passeggeri. E' già lontana. Si gira e ti dice, da circa dieci metri: "Mi sa che faremo fatica ad arrivare al terminale con il bus! Non si vede un accidente!".
La saluti ancora una volta nella confusione dei taxi. Ma da lontano.
Lei ti ricorda l'appartamento. Le sorridi e muovi la mano in segno d'addio.
I taxi vengono ingoiati da una nebbia incredibile. Il taxista, lapidario, commenta: "Quelli lì sono matti. Creda a me!".
Sei solo.


2. Lo sfratto.

A Giulia pare di sentire la voce di sua madre, ora che è seduta nel taxi, e spezzoni dei suoi discorsi sull'avere a tutti i costi un uomo vicino, nella vita. L'unica legittima aspirazione: mettere su una famiglia.
Ha sfidato sua madre e quella mentalità antiquata. Ha seguito le proprie inclinazioni, studiando con passione, comprendendo, condividendo, contestando le scuole di pensiero, in una continua ricerca di ordine, di chiarezza.
Dopo la laurea in Lettere aveva dovuto a malincuore rinunciare al suo sogno di fare l'archeologa. La sua adolescenza era intessuta di fantasie di incredibili viaggi, di grandi scoperte dell'antichità più remota; aveva stupito tutti i suoi insegnanti al Liceo per la padronanza delle lingue classiche, e perfino dell'alfabeto egizio (che impiegava maliziosamente per scrivere frasi irriverenti quanto anonime alla lavagna, tra i commenti divertiti delle compagne di classe). Il periodo dell'Università era trascorso nel susseguirsi di esami superati senza sforzo apparente, con entusiasmo.
Lo scontro, duro, contro l'ostacolo invalicabile della morte improvvisa del padre, per attacco cardiaco. Le ristrettezze economiche, la necessità di trovarsi un lavoro, rapidamente, lasciando perdere i sogni.
L'evoluzione dell'informatica era esplosa proprio nei suoi ultimi anni di Università e, nonostante la sua cultura classica, l'innata curiosità l'aveva avvicinata a questo mondo nuovo; aveva cominciato a prendere dimestichezza con il computer, assistendo affascinata alla travolgente e rapida evoluzione delle applicazioni apparentemente infinite di questa macchina pensante che sembra materializzare le fantasie dei suoi romanzi di fantascienza preferiti.
Il lavoro in Biblioteca l'aveva afferrato con determinazione, con lo scopo preciso di riordinare le idee, di potervi finalmente accedere con facilità, per poterle elaborare ma soprattutto superare con nuovi pensieri e nuovi orizzonti.
Strano che in quel periodo avesse lasciato che Marco entrasse nella sua vita. In seguito si era detta che forse si era distratta un attimo, o che lui aveva avuto la singolare capacità di farle notare le lacune del suo costrutto ideologico, rappresentando uno stimolo continuo di discussione, scavalcando le sue solide difese, con il suo comportamento schivo, le sue battute sardoniche cogliendo, con intuizioni inaspettate e precise, la sua vera natura, i suoi silenzi, le sue lacrime nascoste, le sue poesie, la sua volontà indomita, la grande paura del mondo, mascherata dietro un comportamento piuttosto deterrente. Un periodo di passione travolgente, di creatività, un rapporto anarchico e senza apparenti regole.
La possibilità di ricondurre la loro relazione a canoni più tradizionali l'aveva indotta a frenare bruscamente l'incontrollato fluire dei sentimenti e delle sensazioni irrazionali, nette e coinvolgenti, fino ad allontanare quella figura divenuta ormai pericolosa per un equilibrio e una lucidità faticosamente raggiunti.
Si erano lasciati di colpo, o meglio, lei aveva cercato a tutti i costi uno spunto valido per potersi sottrarre a quell'inconsapevole potere. Lo aveva abbandonato senza pietà, con il fermo proposito di non ricascarci.
In certi momenti, tuttavia, la costruzione di cristallo e di acciaio nella quale si era volontariamente esiliata aveva mostrato le crepe, incolmabili, della solitudine e dello smarrimento. Antiche paure, mai del tutto sopite, avevano fatto capolino come brace ancora rovente svelata da un colpo di vento sulla cenere.
L'apprendistato si era rivelato prezioso, obbligandola ad acquisire una mentalità analitica, a classificare sistematicamente ogni cosa, a sviluppare quasi una filosofia di approccio alle idee e ai contenuti dei libri.
L'idea di un accesso multimediale alle opere custodite nella Biblioteca, concepita davanti alla televisione in un pomeriggio di nebbia, aveva entusiasmato il Direttore, che l'aveva incoraggiata a sviluppare il programma di informatizzazione. Un signore anziano, una figura evanescente, un raro esemplare di gentiluomo innamorato della cultura e della sua libera e capillare diffusione: "Lei ha avuto un'idea davvero affascinante. Ho molta fiducia nella sua proposta e so quanto entusiasmo metta nel suo lavoro. Per parte mia, cara signorina, ha carta bianca: sono sicuro che riuscirà a fare una gran bella cosa."
L'evoluzione del progetto aveva richiesto la collaborazione con altri Centri impegnati sul fronte della cultura multimediale; la Cornell University aveva offerto la sua disponibilità per un breve stage di aggiornamento, una settimana a New York.

*

Il taxi conclude la corsa. Giulia è arrivata a casa.
Appoggia la valigia e la borsa, apre la cassetta della posta, stracolma.
Bollette, le solite pubblicità, un paio di cartoline, una lettera.
Sale al terzo piano; il palazzo è anonimo, tranquillo, c'è per le scale un profumo di torta appena sfornata (la signora del piano di sotto avrà ospiti a cena, stasera). La porta dell'ascensore si apre davanti a un omino con dei simpatici baffetti, intento a innaffiare le piante sistemate sul ballatoio.
"Signorina Giulia! Bentornata!" la saluta il portinaio, accorrendo in suo aiuto.
"Grazie, Rinaldo, come sta? E la signora?"
"I soliti dolori alle ossa, con questo tempo, poi!....ma lei? Meno male che è tornata! Non sapevamo dove cercarla"
"E' successo qualcosa?"
"Sa, il signor De Bellis... il suo padrone di casa... è venuto qui proprio l'altro ieri. Ha riscosso l'affitto degli altri due inquilini e poi cercava di lei. Ha perfino chiesto a me se sapevo dove era andata! Che gente.... Sembrava piuttosto seccato. Credo che le abbia lasciato una lettera."
Ah, ecco chi mi scrive, pensa con una certa preoccupazione, mentre armeggia con il portachiavi che, come al solito, le sfugge di mano.
L'omino si china, agilmente, raccoglie l'oggetto, un vecchio regalo di Marco, e glielo porge.
"Ho paura che quello lì rivoglia l'appartamento, signorina. Sentivo dire che vorrebbe affittarlo a un'ambasciata... Dio mio! S'immagini che confusione, tutti 'sti stranieri in giro..."
Giulia ha ormai aperto la porta. L'aria dell'appartamento è viziata, dopo quindici giorni di assenza. L'acquario, automatizzato, ha le luci accese; la casa ha un aspetto un po' spettrale, ma forse è solo l'effetto dei riflessi dell'acqua sulle pareti. Saluta Rinaldo, che torna alle sue piante, chiude la porta dietro di sé, abbandona le valigie e va a sedersi sul suo divano preferito.
Lacera la busta con impazienza, comincia a leggere la lettera. Rinaldo aveva ragione, il padrone di casa esige che l'appartamento sia libero entro due mesi al massimo, "improrogabilmente". Quella parola pesa come una sentenza inappellabile, soprattutto perché Giulia conosce bene quanto De Bellis riesca a rendersi sgradevole, quando vuole.
"Dannato strozzino, se ne vada al diavolo!" dice ad alta voce, gettando via quella lettera come se le scottasse fra le mani.
Si sente confusa, un senso di vuoto la pervade, mentre cerca comunque di analizzare freddamente la situazione.
Non farti prendere dal panico. Pensa.
Si alza, comincia a spalancare le finestre. L'aria pungente si diffonde per la casa, restituendole un po' di ossigeno, il freddo la scuote mentre disfa convulsamente i bagagli, riponendo meccanicamente gli abiti nell'armadio. <Pensa>, si ripete. Il cervello è in fiamme. Improvvisamente realizza di essere appena scesa da un aereo dopo nove ore di volo, la stanchezza le è addosso in un momento; un buon bagno, ecco quello che ci vuole.
L'appartamento non è grande, ma ha i suoi lati positivi. Uno di questi, che aveva alla fine convinto Giulia ad accettare l'affitto non proprio conveniente, è una vasca con idromassaggio che è diventata il suo rifugio segreto. Un po' snob, forse; ma nei momenti di stress, o quando comunque il numero di pensieri che richiedono la sua attenzione vanno oltre le sue capacità di sopportazione, riempie la vasca di acqua calda, la profuma di schiuma, mette su un po' di musica e immagina di rimanere con gli occhi chiusi per almeno mezz'ora, mentre i getti sommersi la cullano piacevolmente. <Ha sempre funzionato, vedrai, dopo ti sentirai meglio>, si dice, mentre fruga nella borsa alla ricerca delle sigarette. Lo scroscio dell'acqua in sottofondo le mette fretta, dove sono le dannate sigarette? Finalmente le trova, seminascoste da un libro, ovviamente in fondo alla borsa.
E' il libro lasciatole da quel tipo strano sull'aereo. Hemingway. No, sorride tra sé, lui si chiamava... Daniele? Dario?... ah, ecco: Davide. Si incammina verso la stanza da bagno, con il libro in una mano e la sigaretta accesa nell'altra. Accende lo stereo, mette su Chopin.
L'acqua effervescente e piacevolmente calda la accoglie, si concede un sospiro di sollievo e chiude gli occhi. Il tempo sembra rallentare e poi si ferma del tutto, mentre si lascia cullare dalle note dei Notturni. Il disco finisce, lei resta lì ad ascoltare il fruscio dell'acqua e il proprio respiro, ormai calmo e regolare.
Il telefono la riporta bruscamente alla realtà. Esce velocemente dalla vasca, imprecando contro l'ignoto guastafeste, si infila l'accappatoio e corre verso l'infernale apparecchio urlante .
"Pronto?" chiede, con voce un po' alterata.
"Pronto? La signorina Petri?" risponde una voce pesante, sgradevole. De Bellis, il padrone di casa. <Che mi abbia vista rientrare?>
"Sono De Bellis, buonasera. E' tornata, finalmente."
"In effetti sono appena rientrata da New York."
"Ha ricevuto la mia lettera?"
"Certo."
"L'appartamento mi serve. Urgentemente. Spero non sia necessario ricorrere a vie legali, lei mi capisce. Sarebbe... spiacevole."
<Come se lo sfratto fosse divertente>, vorrebbe rispondergli. Ma si trattiene; il bagno ha avuto qualche effetto, si sente più rilassata, padrona di sé.
"Stia pur tranquillo. Entro due mesi le restituirò le chiavi."
"Ci conto. Buonasera"
Giulia chiude il telefono bruscamente. Torna in bagno per asciugarsi i capelli, rovescia in avanti la testa per pettinarsi e le cade l'occhio sul libro di Hemingway. Una frase le si riaffaccia alla mente, mescolata a sensazioni strane e al ricordo confuso di un atterraggio quasi alla cieca tenendo la mano a uno sconosciuto come una bambina atterrita. <Che stupida... però... che tipo originale! Davide. Mi sa che l'ho un po' aggredito, con quella storia del suo sentirsi più vecchio di quanto non sia, e anche a proposito di Hem... ma lui ha promesso di aiutarmi, in fin dei conti>.
E' ormai ora di cena, il frigo è ovviamente deserto e lei comincia a sfogliare l'elenco telefonico alla ricerca di un takeaway, magari cinese, o una pizza... una vera pizza!
Ne ha già adocchiati un paio che sembrano abbastanza vicini a casa sua, quando il telefono ricomincia a suonare.
E' stupita. Possibile che tutti siano già al corrente del suo rientro? Non risponde.
Divora la pizza fino all'ultima briciola: ottima, dopo tutto quello strano cibo che era stata costretta a mangiare a New York.
Per principio ogni novità la attrae, la incuriosisce, e quindi si è concessa svariate esplorazioni alimentari durante la permanenza nella Grande Mela. Ma una pizza come si deve, vuoi mettere?
Accende l'ennesima sigaretta e si sdraia sul divano, assaporando la piacevole sensazione di essere finalmente a casa. L'eco della telefonata di De Bellis e del suo sgradevole contenuto la riportano però bruscamente ad affrontare la nuova situazione, così prevedibile (le minacce di sfratto erano cominciate già prima della partenza per gli States, ma lei era troppo occupata nei preparativi, per darci peso) e nello stesso tempo inaspettata.
Guarda la sedia a dondolo nell'angolo, un regalo di Marco per un Natale di qualche anno prima. Marco.
Forse aveva ragione lui, si dice.
Se lo avesse sposato non sarebbe una profuga, alla mercé di gente senza troppi scrupoli, senza un uomo a prendere le sue difese, a consigliarla.
Scaccia questi pensieri con rabbia, come insetti fastidiosi e ostinati.

*

Adesso niente ti può impedire di scrivere l'articolo; hai anche le foto sul tavolo. Oddio, non è proprio il tipo di reportage che piacerà al grande capo.
Cavolo che casino di appartamento! e da quando è così piccolo? è perché sembra mancare l'aria? e tutta questa diavolo di roba sparsa sul tavolo? e la tastiera del computer dove è finita?
E questo caldo.
Ci mancherebbe solo il trillo del telefono o qualche suono estraneo. O che andasse via la luce, o che stasera non ci fosse l'acqua calda.
Il telefono suona, implacabilmente. In una situazione così ci vorrebbe coraggio.
Non ce l'hai. Rispondi. Seccato.
Così il capo fa la voce grossa, ti investe di parole e di proposte. Ti minaccia. Vuole le foto, vuole il servizio, lo vuole lungo, corposo, originale, variopinto, fantasmagorico, da mettere in tre puntate sul giornale, per arrivare alla vigilia di Natale. Vuole una specie di romanzetto, vuole che i lettori siano affascinati, vuole rialzare le sorti del giornale solo con quella sequenza di tuoi brani e immagini da New York.
O almeno così capisci. Sbatti sul telefono il ricevitore, ma senza riuscire a scollegare la linea, ti riscaldi, le mani tremano in modo sproporzionato ai fatti che stanno accadendo, senti la sua voce, non riesci ad assestare un altro colpo all'apparecchio, lo porti davanti agli occhi, lo fissi con cattiveria, ma senti anche un "Non ti interessa proprio per niente di essere licenziato?" scagliato nell'etere con un tono che hai sentito rare volte.
Ma rispondi: "No, niente!"
"Dici sempre così, ci casco ogni volta, niente ti spaventa, sei un maledetto figlio di..."
"Non ci provare a dirlo!", sibili alla cornetta.
La frase del capo rimane smozzicata nell'aria.
"L'articolo viene come deve venire, niente di più e niente di meno. Io non compongo quello che vuoi tu, io non altero le cose, io aspetto che le parole si susseguano da sole, che l'animo e i sensi dettino e costringano!", gli spieghi quasi sottovoce.
E intanto l'impressione che ogni cosa attorno sia diventata più stretta e opprimente diviene insopportabile.
"Devo uscire, ora!" gridi al tuo capo, che non replica più, probabilmente con l'attenzione a qualcos'altro, a qualche altra faccenda. Il tuo tempo è scaduto.
Anche questa volta non ti ha licenziato.
Ti infili la giacca, cerchi le chiavi e il portafoglio. Ma è una giornata di suoni sgradevoli. E il telefono trilla di nuovo.
"Cosa c'è ancora? va bene, va bene... mi considero licenziato! OK! ma ora devo uscire" dici con foga.
"Ti hanno licenziato?" è la voce di Enrico.
"Cosa... cosa... che vuoi? Ciao. Scusa. Non..."
"Non dicevi a me, vero? Chiaro! Beh....se stai per essere licenziato temo che quello che volevo dirti non ti interesserà! Mi spiace."
"Eddai, anche tu. Guarda che non è il momento. Vabbe'... vai all'inferno! A presto!"
"Aspetta.... si tratta dell'appartamento dei miei....si..."
Dovevi attaccare prima. Avevi avuto l'occasione.
Riesci comunque a fare cadere la linea.
Quale appartamento dei suoi? L'attico? Ma che caspita succede? Cosa vuole il mondo da te, e tutto in una volta?
Non riesci a uscire.
Stai componendo il numero dell'amico.
Occupato. Ti starà richiamando. Aspetti. No, e se sta chiamando un altro? Di che occasione andava cianciando? Spari un 197 cattivo... e aspetti.
"Sì?"
"Enrico?"
"Sì?"
"Aspetta."
"Sì?"
"Ti sei incantato?", non riesci a non sorridere. Ma le mani che hanno un leggero tremito ti straniscono lo sguardo e la voce.
"Ti stavo richiamando", ti dice Enrico in tono deciso.
Buon vecchio adorabile Enrico. Grande! Ti stava richiamando.
"Allora non ti interessa?" ti dice quasi preoccupato.
"Spiegati. Giuro che ti ascolto senza interrompere."
"L'attico dei miei. Lo vuoi a buon prezzo? Non tornano più dal Brasile. Mi hanno detto di tenermelo. Io lo odio, lo sai. Lo vuoi? Ma subito però. Subito."
"Quanto buono? Perché hai sempre bisogno di soldi?"
Mentre le tue orecchie ascoltano cifre e proposte, la mente vaga sopra i tetti e si impossessa di quel luogo meraviglioso, con la stessa vista che Hemingway aveva avuto al tempo del suo ricovero, della sua storia con l'infermiera, delle tue fantasie più romantiche, e vedi l'abbaino, il terrazzino, il sottotetto e tutto quanto hai sempre invidiato. Le guglie del Duomo. Ma come è possibile? Cosa c'entri? Che te ne fai? Stai bene qui.
Perché soffochi, stasera? perché c'è tanto disordine? perché rispondi <Sì, affare fatto> quando sai benissimo che anche a quelle condizioni la cifra è troppo alta per te?
"E' arredato, ci puoi andare subito, entro una quindicina di giorni. Una specie di conditio sine qua non. Sai come sono i miei!"
"So come sei tu!" Ti sembra di vedere Enrico che ammicca. Sei stordito, ti manca l'aria, vuoi uscire. Confermi che sì, va bene, affare fatto.
I soldi li troverai. Perché non esci, ora?
Perché sei già preoccupato di doverti indebitare.
Ah, già, il nonno che ritorna, che ti guarda dai grandi pascoli, che ti ricorda qualcosa a proposito di passi e gambe e lunghezze e proporzioni.
E adesso perché hai in mano un biglietto rosa? da dove diavolo è uscito?
Vuoi telefonarle? hai l'appartamento! telefonale! fai la figura della tua vita! Le dai l'indirizzo e ti riprendi il libro dato in ostaggio!
Sorridi. Ti serve bagnare il viso con acqua gelata e fissarti nello specchio: sei troppo scemo quando fai così, non puoi perderti lo spettacolo!
Componi il numero. Come diavolo si chiamava? Boh! Blufferai al momento opportuno.
Ma che ora è? Mezzanotte. Chi se ne frega. Ormai sta già suonando. E se la svegli? E se è con qualcuno?
Il pensiero ti infastidisce. Una voce.
"Sì?"
"Ehm... sono Davide."
"Bene. Posso fare qualcosa per lei?" Una voce femminile molto giovane e ironica.
"Voglio dire: ti ricordi di me?"
"Dovrei?" Il tono è scanzonato. Gente attorno ridacchia.
"Ma...." Dio adesso il nome deve venire, altrimenti. Come si chiamava? Giulia! Ecco. Giulia.
"Giulia?" chiedi quasi sottovoce.
"Ah... capisco... quell'oca di mia sorella. Giulia!"
I suoni e i rumori corrispondono a quelli di una festicciola. Festicciola? Si chiamano ancora così?
Il tempo d'attesa è probabilmente proporzionato allo sforzo di Giulia di associare il nome ad un evento: "Davide?"
"Salve. Mi scusi. Scusami.... Sì sono io. Ho novità!"
Ora ti ricorda: l'aereo, la nebbia, la promessa di aiutarla: "Non dirmi che hai qualche idea per l'appartamento!"
"Ho l'appartamento", le rispondi con foga.
"Ma dai!"
"Ce l'ho." Ti senti importante. Sei soddisfatto. Il colpo di teatro è stato rapido ma efficace. L'ennesimo e non l'ultimo della tua vita. Ti godi la soluzione del problema e il figurone.
"Non sarà caro?"
"No."
"Sicuro? Sai che sei straordinario? Lo sapevo che facevo bene a fidarmi a darti il mio numero!"
"Beh... proprio proprio a buon mercato... insomma... c'è il terrazzo... c'è un abbaino... è bello grosso..."
"Quanto grosso?"
"Duecento metri quadrati, a occhio."
"OK, spara la cifra!"
Gliela fornisci, quasi con orgoglio.
"Cribbio. Un vero affare! Davvero! Grazie per aver pensato a me. Fine del sogno."
"Troppo?"
"Non per quel tipo di appartamento. E' un prezzo da amico."
Già, il migliore amico che hai.
"Mi spiace", le dici con tono consolatorio.
"Bisognerebbe arrivare alla metà, per cominciare a ragionare. Pazienza."
"Metà... è quello che penso anch'io."
"Non hai qualcuno che possa ..." dici insieme a lei, esattamente nello stesso istante. Sorridi. Lei ride.
"No." dici, di nuovo nello stesso momento di lei.
"Vabbé, stabiliamo dei turni!" la voce di Giulia è molto bella, sembra quasi felice. Forse la stanno facendo divertire i suoi amici. Forse è la musica ritmata che si sente in sottofondo.
"Vai!" le proponi.
"Sono sola. Non ho nessuno con cui stare", dice lei velocemente.
"Così io. Inoltre non devo cambiare casa!" ma mentre parli senti ancora quel senso di soffocamento, e gli oggetti appaiono in un disordine insopportabile. E i libri sembrano sparsi ovunque, e il soffitto più basso del solito, e la casa di fronte troppo vicina. Senti all'improvviso l'assenza del cielo.
"Peccato", ti dice con tono quasi triste.
Almeno così ti pare.
E Don Chisciotte dov'è? Eccolo!
"Potrei...." ti scappa.
"Potresti?"
"Potrei trovare qualcuno che..." prosegui poco convinto.
"Qualcuno che pagasse metà dei soldi?" ti suggerisce lei, molto ironica.
"No eh?"
"No! Proprio no! ... a meno che..." ora il tono è di nuovo divertito. Ride. Gli amici attorno le stanno suggerendo qualcosa.

Stai suonando da mezz'ora la chitarra, strapazzando il povero plettro morbido in improbabili ritmi e duri arpeggi. Hai scorrazzato tra Queen, Venditti, Beatles e Dylan. Le onde sonore invadono la stanza e rimbalzano e si intrecciano e si uniscono al dolore nei polpastrelli e alla voglia di bere qualcosa di freddo e dolce. Sei riuscito ad arrivare al punto in cui il cervello muove la mano senza intermediazioni, in cui le oscillazioni dei neuroni coincidono con quelle delle corde e della cassa acustica.
Ma come diavolo hai fatto ad accettare? Cosa diavolo ti è preso? Come diavolo è potuto succedere?
Santo Dio! Incastrato come uno scolaretto. Ora le telefoni. Ora le dici che era uno scherzo.
Ora le spieghi che no, non è possibile stare insieme in un appartamento, anche a dividerlo per bene, anche a rispettare alcune regole, anche a patto di non vincolare le libertà dell'altro.
Ora cerchi il numero. Ora trovi quel diavolo di bigliettino rosa. Ora chiedi di parlarne con calma, senza l'effetto dell'atmosfera festosa, della musica e della mancanza d'aria.
Ora le dici che è tutto uno scherzo.
Ora sei incastrato.
Ora hai una nuova casa, hai dieci giorni per andarci. Se chiami Enrico la cosa è fatta.
Ecco. Hai una via d'uscita. Se. Se lo chiami. Se chiami Enrico.
Mentre pensi così stai già ascoltando il TUT TUT della linea libera, stai sentendo un click, stai già udendo la voce dell'amico: "Allora bene? Mi fai felice! E fai felice i miei! Sapevo di poter contare su di te. Grazie. Mi raccomando. Prima di Natale!"
"Grazie a te."
Grazie a questa giornata. Prima di Natale? Quando è Natale? Fra un anno?
Questo Natale?
Devi uscire.
Quasi non puoi più camminare in quella confusione.
E l'ossigeno è terminato!


3. L'appartamento e la montagna.

Manca solo la neve per rendere perfetto l'insieme.
La luce della luna splendente, tuttavia, restituisce guglie e tetti particolarmente incantati, solo a socchiudere un po' gli occhi e a sfuocare l'immagine, e tutto sommato ne risulta un che di candidamente magico e pulito.
"Bello, eh?" dici a Giulia, che sta lavorando sodo al computer.
"Come?", ti risponde senza staccare lo sguardo dallo schermo luminescente.
"Niente. Niente. Parlavo di chiarori."
"Ah, bene. Chiarori. Bene."

C'è tanto da sistemare, nel nuovo appartamento, che ogni cosa è stata rinviata a dopo le feste. La roba del trasloco è ammucchiata in una delle stanze, il resto è solo un po' spoglio. Solo un po'.

*

"Cosa fai per Natale?", ti servi un altra tazza di tè.
"Cosa vuoi che faccia? Boh... ho da lavorare, penso che me ne starò a casa, lo sai che il freddo mi intristisce", ti risponde Giulia mentre si massaggia gli occhi e respira profondamente.
"Tu non sai cosa voglia dire il freddo, quello vero, in montagna. Quello non ti può intristire, non lo senti nemmeno, se sei dell'umore giusto, e in mezzo alle persone adatte. Tutte scuse da cittadina... e neanche così buone."
Lei, finalmente, ti guarda, nello sfarfallio provocato dalla pressione appena esercitata sui bulbi oculari:
"Sentitelo, l'uomo delle nevi! Ma se sei nato in città anche tu... ora non venirmi a fare l'uomo del Marlboro Country, tu e le alci nelle nevi del Kilimangiaro... solo perché mi hai detto di essere stato in Tibet. Una volta sola, per giunta... ed è tutto da dimostrare, peraltro..."
Scoppiate a ridere.
"Ti va di vedere che ho ragione? Ci vuole coraggio però. Devi promettere di rimangiarti tutto, se è come dico io", proponi.
"Una sfida? Questo è gioco scorretto... io non mi tiro mai indietro... se poi è per ridimensionarti, devo assolutamente accettare! Sentiamo."
"Una settimana. In montagna. A Natale. Ho fatto risistemare un piccolo rustico. Certo, non è il Plaza... ma so che ti adatti, quando vuoi."
"Beh...mi sono adattata a tutto questo...!" con ampio gesto lei abbraccia tutta la casa, "che altro può impressionarmi, ormai? D'accordo. Vada per la settimana di Natale, ho un po' di ferie arretrate. E forse mi farà bene staccare... un attimo."
"Sei strana. Dici di essere dura, sospettosa... ogni tanto imprechi... hai moti d'ira e di rabbia... ma in realtà sei sempre dolce nei pensieri, incredibile nei suoni, e viva nella confusione. Ti compiaci di avere paura degli elogi.... ma al contempo ti muovi e agisci nella direzione giusta.... e ti trascini interesse ed elogi..... te li trascini dietro ed attorno. Mi sa che non sei riuscita a imbrogliarmi, no... proprio non ci sei riuscita a mascherarti!"
"Non era mia intenzione imbrogliare nessuno... la barriera difensiva serve da filtro, i superficiali, la gente comune, si lascia intimidire... ma ogni tanto rimane qualcuno che non si lascia... confondere, e a quel punto mi trova quasi senza difese."
"Non sei riuscita a confondermi. Non esistono mezzi contatti, con le persone che suscitano interesse... o contatto o niente contatto. Non riesci a mascherarti."
"Maschere? Io?"
"Non sottintendevo cose negative nei tuoi confronti."
"Hai ragione" replica Giulia guardando il cielo attraverso la finestra chiusa, "è una forma di mimetizzazione... però l'idea della maschera non è nuova, nelle mie elucubrazioni.... ho sempre pensato che ciascuno di noi può indossare una maschera diversa per ogni circostanza o occasione o modo di sentirsi in un particolare momento... quelle però sono solo le facce, interminabili, della stessa pietra preziosa che è ciascuno di noi... ci sono poi le maschere che vengono dall'esterno, i giudizi, le critiche riduttive, e queste sono maschere che ci stanno strette, non sono le nostre... ma mettersi una maschera può semplicemente significare, se è una nostra scelta, enfatizzare un certo modo di essere o di sentire in quel momento... è un simbolo, una comunicazione non verbale... un po' come quando si sceglie cosa mettersi addosso in base a dove si va, con chi si esce, come ci sente quel giorno eccetera."
"C'è un problema. A volte il vestito, eccessivo per qualche particolare, o il trucco, o la pettinatura, ottengono un effetto contrario, allontanando e uniformando il vero aspetto, quello reale, e quello che di solito piace e attira l'interesse. Anzi, due problemi: il secondo è che la maschera, che ti accade involontariamente di indossare, è immediatamente trasformata in cristallo trasparente: dunque ti vedo in ogni caso, e vedo te, e la maschera riesce solo a rendere più limpido quel tramite. Scusa... ma mi sa che non sono poi così freddo! Dicevo.... e anzi a mettere in rilievo quanto voleva essere nascosto! Se faccio troppo casino, spara una delle tue invettive!"
"Niente invettive. Solo un'analisi superficiale o comunque poco...dedicata... si lascia ingannare dalle apparenze. Questo è il bello delle maschere, è un gioco di abilità e di intelligenza, riuscire a capire il significato, riuscire a carpire cosa c'è dietro. Scusa ma mentre dicevi trasparente mi è venuto un colpo perché stavo pensando la stessa cosa. Chi ha detto che sei freddo?"

*

"Eccoci arrivati. Dai, scendi e dammi una mano a prendere i bagagli. Da qui bisogna fare un pezzetto a piedi."
"Cosa? Ma... a piedi? Con le valigie?"
"Cosa credevi, che ci fosse un maggiordomo in livrea ad aspettarci col portabagagli? Dai, dai, cittadina... camminare! E poi te l'avevo detto che non era il Plaza."
Raccogliete le valigie e vi incamminate sul breve sentiero che si dirige fuori dal paese, verso il fondovalle. Giulia fatica un po', ma l'espressione ostinata sul suo volto ti dissuade dal chiederle se ha bisogno di una mano. Quando ha quell'espressione sai bene che è meglio non avvicinarsi troppo... potrebbe ringhiare. Sorridi, tra te, un po' sorpreso da quanto tu già riesca ad afferrare dalle sue smorfie, dalle sue occhiate, dai suoi gesti; ti chiedi se anche lei riesce a cogliere i tuoi stati d'animo, le tue rughe, i tuoi piccoli tic, con la stessa facilità. Forse vi capite più in questo linguaggio inespresso che attraverso i vostri discorsi, interrotti per paura di arrivare a beccarsi troppo, o di chissà cos'altro.
Venti giorni fa non la conoscevi. E' una faccenda incomprensibile.
Ti scrolli da queste elucubrazioni, in fin dei conti è solo un'estranea che, per una serie di circostanze abbastanza singolari, è piombata nella tua vita, certo, poteva andar peggio; ma ti ci sei affezionato (forse un po' compromettente, vero?... bah, questi luoghi comuni con lei perdono significato... ti riderebbe dietro se ti sentisse).
"Ormai ci siamo. Ancora pochi metri e... ecco, si vede già da qui. Vedi quel comignolo?"
"Meno male, ancora un po' e avresti dovuto portare un peso in più... la sottoscritta! Accidenti... una vera baita! O un eremo, se vogliamo..."
La senti interrompersi bruscamente, uscendo dall'ultimo fitto gruppo di alberi, e immagini anche la ragione. Per chi non ci è abituato, la vista del torrente, della neve, del ponticello, delle montagne svettanti, può creare un attimo di sbigottimento. E' successo anche a te quando sei passato per la prima volta da queste parti, ricordi?.
Ti giri, la vedi assorta, le valigie abbandonate ai suoi piedi, lo sguardo perso nel paesaggio solenne e quieto, e decidi che correrai il rischio, la salverai dallo choc.
Ti diverte fare la parte del buon montanaro con questa specie di Gretel persa nel bosco. Gretel? Mi sa che tutto questo ossigeno sta dando alla testa anche a te, vecchio mio.
Schiocchi le dita, lei sembra emergere bruscamente da un sogno.
"Ehi, stai bene?"
"Eh? cosa.... ah, sì, io... certo, certo. Che posto fantastico. E'... incredibile, ecco. Sembra un altro pianeta."
"Forse lo è. E forse io sono un extraterrestre sotto mentite spoglie."
"Già. Un marziano che mi ha sequestrata per vivisezionarmi! Potremmo almeno scambiarci qualche informazione di interesse interplanetario, prima, non pensi? Non so, la ricetta del risotto ai funghi della nonna, per esempio. Faresti un figurone al tuo rientro su Marte!"
Ridete, come due ragazzini a un campeggio di boyscouts. Bene. Bene. Questo posto ti ha sempre dato sensazioni molto particolari, sei contento di vedere che anche lei è di buon umore. Senti che sarà un bel Natale. In fin dei conti, ve lo siete meritato, no?
La casetta è in buono stato. La porta, ben costruita, è chiusa, i vetri tutti intatti. Cerchi le chiavi, apri la porta, le fai strada con gesto teatrale.
"Madonna, vogliate onorare la mia umile dimora con la vostra luminosa presenza!"
"Nel senso che non c'è corrente elettrica in questa casa, messere?" ribatte Giulia, pronta, mentre accenna a chinarsi per entrare, "Dio mio, ma è...forte! Sembra la casa di un elfo! Guarda che roba..."
Elfi? L'avevi comprata pensando che sarebbe stato bello passarci da solo i momenti più cupi, cercando conforto nella solitudine silenziosa per poter leggere, dipingere, suonare, pensare...beh...che differenza c'è con la vita di una creatura dei boschi, in effetti?
Entrate, appendete le giacche a un curioso attaccapanni che hai ricavato da un vecchio rastrello di legno. Giulia si guarda intorno. Sembra una bambina al luna-park, ogni cosa suscita meraviglia, stupore, commenti, domande. La casa trabocca della sua presenza, della sua vitalità.
"Un camino!" la senti ululare "Hai un camino vero! Che sballo! E funziona? Dai... e questi mobili? Mica li avrai fatti tu! E dove prendi l'acqua? Ma davvero non c'è la corrente, qui?"
Riesci a stento a darle una risposta per ogni domanda, quando parte per la tangente Giulia è ciclonica; le racconti, mentre cominci a preparare l'occorrente per accendere il fuoco, del vecchio che ti ha venduto i mobili (lui sì che li aveva fatti da sé), le mostri la pompa per l'acqua, che hai riaggiustato e che, sottolinei orgoglioso, funziona perfettamente come cento anni prima. Le mostri l'interruttore della luce.
"Che ne diresti di un buon tè caldo? Tanto per rimetterci dall'arrampicata."
"Buona idea. Hai anche una cucina?"
"Per carità, questa è la tana di un elfo, non ricordi? Il camino fa da termosifone, da cucina, da televisore. La teiera è in quel mobile. Ti dispiace riempirla, intanto che cerco di accendere il fuoco?"
Lei apre il vecchio armadio, trova la teiera, aziona destramente la pompa, impreca perché l'acqua è ghiacciata, si scusa, ti porge il recipiente. La legna era ben asciutta, verrà fuori un bel fuoco. Bene. Sistemi la teiera nel camino, ti siedi su uno dei grandi cuscini che ti sei portato dal Nepal, ricordo di un viaggio ormai lontano. Traffichi con la pipa, la carichi con cura, la accendi.
Lei si siede un po' più in là, ti guarda. Ha l'aria interrogativa ma sembra non avere il coraggio di parlare. Spezzi il ghiaccio tu, sei a tuo agio, è la tua tana.
"Allora? Che ne dici? Troppo freddo? Troppo isolato? Troppo in alto? Troppo spartano per i tuoi gusti?"
"Hai dei punti interrogativi che ti crescono? Possiamo ricavarci qualcosa al mercato dei fiori interrogativi! Non li buttare così!", ti risponde Giulia ridendo di gusto.
"Fiori interrogativi? Oh... no! Ma dove l'hai pescata questa! Posso dire che sei simpatica?" le chiedi, ridendo a tua volta come un matto.
"Figurati. E' perfetto qui: si vede che questo è il tuo... rifugio antiatomico, il tuo nascondiglio. E' come la tana di Tom Sawyer, o la sede nascosta della confraternita dei giovani poeti."
"Già... il mio rifugio antiatomico. O antitutto-il-resto. Qui ci vengo ogni tanto, quando non ne posso più del lavoro, del giornale, del mondo e dei suoi abitanti. Mi serve per chiarirmi le idee. O per farmele passare. O per farmene venire di nuove. In genere funziona."
"Guarda guarda cosa bolle sotto il ghiaccio che c'è in superficie!"
"Ghiaccio? Certo, non sono proprio un espansivo. Hai qualche episodio in particolare da rimproverarmi?"
"Non volevo criticare il tuo carattere, scusami. Neanch'io sono poi così entusiasta del prossimo, ho sempre paura che mi aggredisca, lo sai, tu ti difendi come un riccio, io mi difendo colpendo per prima. Non siamo così diversi. Forse è per questo che ancora nessuno di noi ha fatto fuori l'altro, dopo questi giorni di convivenza coatta."
"Già. In ogni caso, ci si adatta a tutto, anche a un orso, no? à la guerre comme à la guerre."
"Già. Ob torto collo" ti sfida, sorridendo.
"Unicuique suum"
"Audere semper"
"Et cum spiritu tuo"
"Urbis et orbis"
"Mala tempora currunt"
"Pro patria mori"
"OK, mi arrendo, sei tu quella che ha fatto il Classico"
L'acqua bolle, ti alzi, prendi le tazze, lo zucchero, il tè; ti piace giocare, sembra che tutto questo sia una favola di quelle che si raccontano ai bambini la sera. <Non siamo più bambini> pensi tristemente, <Dovrei ricordarmelo, ogni tanto>.
Ma ora non ne hai voglia. Le porgi una tazza fumante: "Prego, madamigella. Questo potente filtro ti ridarà le forze e farà scomparire la stanchezza e il rigore dell'inverno."
"Tu e il medioevo. Questo posto ti fa sentire Robin Hood?"
"O Merlino."
"Vabbe', la tavola rotonda ce l'hai, vedo. A proposito, che ne diresti di andare a fare un po' di provviste? O ci nutriremo di funghi, bacche, locuste e miele selvatico? O pensi di andare a caccia nel bosco con il tuo infallibile arco?"
"In effetti, non c'è gran che in casa. Andiamo a fare la spesa, va bene, ti riporto nel tuo mondo civilizzato, così potrai riprenderti da questo breve tuffo nel passato; pensa, c'è perfino un autentico negozio di alimentari, in paese, e addirittura un giornalaio!"
Vi alzate, rimettete i giacconi e vi avviate per il sentiero verso il paese. Il cielo rosseggia, ormai la sera è vicina, bisogna far presto. Non sei sicuro che ci sia la luna, e forse sarà il caso di acquistare anche delle torce, qualche pila, delle candele, nel caso che vada via la corrente. Non si sa mai.

L'anziano titolare dell'unico negozio di alimentari del paese sembra sorpreso di vederti in compagnia. Invadete pacificamente il negozio facendo incetta di cibarie (Giulia dichiara di avere delle idee per il cenone di Natale), biscotti e cioccolato, cose utili come i fiammiferi, il tè, il caffè, il latte; lei ti lascia benevolmente scegliere i vini (è una roba da uomini, sostiene. Lei, la femminista arrabbiata!). Uscite dal negozio con due borse stracolme, passate davanti al giornalaio, che vende anche un po' di tabaccheria, cartoleria e altre cosette; Giulia si impunta davanti alla vetrina, come una bambina di pochi anni, e pretende l'acquisto di qualche roba di Natale. Che poi, ti fai tradurre, sarebbero festoni, decorazioni per l'albero, nastri iridescenti d'argento e d'oro; ti lasci trasportare in questo delirio natalizio, ti ci senti davvero bene, comprate un quantitativo esagerato di addobbi; solo dopo vi viene in mente che forse non ci sono alberi idonei nei paraggi della casetta, ma che importa?
Ritornate che è ormai buio. Lei ogni tanto ti chiede cos'è la tale stella o la talaltra costellazione.
"Mi piace guardare il cielo, la sera. Le stelle, la luna, mi portano un po' più su dei soliti pensieri angoscianti della giornata. A te non capita mai?"
"Il cielo mi lascia attonito, in un primo momento. Mi fa sentire troppo piccolo. Ma è una sensazione salutare, serve a ridimensionare i problemi."
"Bravo, ecco, volevo dire proprio questo. Si vede che tu scrivi."
Raggiungete la porta, entrate, lei comincia a svuotare il contenuto delle borse sul robusto tavolo di legno. Le dai una mano a sistemare gli acquisti.
"Sai cosa manca in questa casa?"
"A parte la sauna, il solarium e la TV a colori, non mi viene in mente altro."
"Ah-ah-HA! Scherzi a parte, ci vorrebbe un po' di musica. Mica tanta, eh! Ma uno zinzino di musica, così per sottofondo."
"Donna di poca fede. Ora ti faccio sentire io."
Pianti lì un paio di bottiglie che stavi sistemando. Rovisti in un sacchetto. Traffichi in una scansia, ne estrai un lettore portatile di CD, riallacci misteriose connessioni nascoste nelle viscere del mobile; l'inconfondibile voce di John Lennon si diffonde a un volume assolutamente accettabile.
"WOW! Altro che effetti speciali! Va bene, va bene... non parlo più. Questo posto è assolutamente imprevedibile, come il suo signore e padrone, comincio a credere. OK, punto e partita per te!"
"Senti: <Let it be>. Non potremmo sospendere le ostilità per settantadue ore e goderci il Natale in santa pace? Ti va? Solo settantadue ore, non mi sembra di chiedere troppo, solo un'onesta tregua di Natale."
"Tregua? Scusami, sono la solita avvelenata. Non stiamo facendo la guerra, hai ragione. O meglio, io non sto facendo la guerra a TE. Pace, pace in terra e in montagna."
Ha alzato entrambe le mani e fa la mossa di arrendersi. Poi scoppia a ridere. Questa è matta, matta come un cavallo, ti dici, ma non sai resistere all'ilarità. Siete ancora lì a sghignazzare come due liceali, e la musica cambia.
"<Yesterday>... cribbio, che canzone unica."
"Ma se nemmeno eri nata quando l'hanno fatta!"
"Troppo buono, nonno, ero nata eccome! E comunque la conosco molto bene: è una delle mie preferite. Ma non parliamoci sopra."
Le note dei Beatles, semplici ma incredibilmente struggenti, ti riportano a quegli anni. Che scuola facevi? i primi anni di università? decidi che la cosa non ha alcuna importanza. Ti comporti d'istinto.
"Ti va di ballare?"
Giulia ha un attimo di esitazione. Forse pensa che tu la stia prendendo in giro, ti guarda con una luce divertita negli occhi.
"Perché no?"
Ad eccezione di quell'abbraccio da finale dei mondiali di calcio che vi siete scambiati il primo giorno che avete messo piede nel vostro nuovo appartamento in comune, non l'hai mai toccata, almeno non intenzionalmente. Vi siete divisi le stanze e avete rispettato i confini.
Ti ritorna in mente questo particolare mentre ballate, lei ti ha circondato il collo con le braccia, tu stai molto attento a non stringerla troppo, proprio come ai tempi del liceo, quando evitavi questi contatti troppo espliciti per distinguerti da quei mandrilli dei tuoi compagni.
I suoi capelli ti sfiorano la guancia; ha un buon profumo, ma questo devi averlo già pensato cento altre volte quando ti è passata vicino, sempre di corsa, sempre frenetica, entrando o uscendo dal vostro appartamento-a-due.
La senti rilassarsi sotto le tue mani. La musica vi lascia rapiti per qualche minuto, ognuno perso nei propri sogni o nei propri ricordi, chissà. Poi finisce.
Vi staccate con una certa riluttanza, lei ha un'aria quasi imbarazzata, ti domandi se per caso non hai esagerato a chiederle questo ballo in un'atmosfera così insolita. Al diavolo, non siamo mica ragazzini, concludi; poi, per fortuna, lei interviene a infrangere quell'aria troppo solenne.
"Però... per essere un ex-sessantottino balli ancora abbastanza bene!"
"Io? Sessantottino io? Scherzi?"

Quel ballo non ti è dispiaciuto; ti ha ricordato, ai tempi delle feste, quando ballavi con la persona giusta. Intendi? Proprio quel tipo di sensazione. Non capitava con la più bella, o con la più corteggiata, o con la più profumata, o con la più simpatica: capitava quando doveva capitare. E, a volte, era anche la più bella, o la più simpatica, o la più profumata.
Che casino, eh?

4. Le regole.

Uno stacco di qualche giorno, da ricordare, semplice e piacevole nella sua attuazione, una sorta di scommessa tra adulti, tuttavia apparentemente esaurito in quel ballo e in quella neve. E in passeggiate a discutere dei progetti professionali di Giulia. E dei tuoi articoli camuffati da racconti.
Siete tornati a casa, nelle case, insomma, in quell'appartamento da scoprire.
Hai un foglio bianco davanti, con una specie di elenco di regole di buona coabitazione, un'idea pratica, inevitabile. Te lo ha dato lei, per correggerlo e criticarlo, ma proviene da un tuo appunto, inizialmente scherzoso.
A pensarci lucidamente due persone estranee di sesso diverso non possono abitare nello stesso appartamento. Semplicemente non lo possono fare.
Tuttavia il fatto si è creato. Non puoi fischiettare o allontanarti ad ogni occasione che richiede silenzio o solitudine, né puoi ignorare l'esistenza di Giulia.
Dunque eccoti a rimirare le <Regole per un appartamento a due>.
Si lavora sempre in stanze separate: va bene, approvato, lo desideri anche tu, ci mancherebbero distrazioni durante la difficile ricerca di vocali e consonanti da ricomporre sullo schermo.
Il bagno: no, alt, niente discussioni, troppo complicato; il grande bagno con la vasca e tutto quanto va a Giulia, a te basta quello piccolo, con la doccia e la lavatrice; meglio che orari, turni e quant'altro.
Pasti semplici: d'accordo.
Si collabora nelle pulizie: va bene, va bene.
Il frigorifero deve contenere sempre uno standard minimo di alimenti e bevande. Standard minimo?
Ti ci attieni in modo scrupoloso per settimane. Riesci quasi a non incontrarla. Lei mangia poco, e solo alla Biblioteca. A volte sembra che non mangi affatto, a parte un panino verso sera.

Trascorre un gennaio molto freddo, senza neve, senza eccezioni. Sei solo un po' invidioso della stanza che le hai concesso come luogo di lavoro per la mattina e il pomeriggio, in fondo era la sala principale, quella con la vista sul Duomo, con il divano e le poltrone.
Uno dei primi giorni di febbraio, un giorno freddissimo, ti viene voglia di leggere un libro in una di quelle poltrone, senza aspettare la sera, annoiato dei tuoi scritti e della mancanza di idee. Il posto più comodo è a un paio di metri dal grande tavolo dove lavora Giulia. Sei stato generoso a concederglielo, ti piaceva molto. E' stato un buon gesto.
Esiti, ti avvicini, osservi il suo assorbimento totale nei libri che consulta e negli appunti che controlla al centro del fascio di luce, cerchi di attirare l'attenzione, ti cade la matita.
"Sì?" ti chiede non allontanando lo sguardo dal block notes dove sta scrivendo.
"Mmh... ti dispiace se mi accomodo su questa poltrona? Vorrei leggere un po'."
"Niente lavoro?" ti sorride.
"Un libro. Un'avventura di Maigret."
"Fammi controllare."
"Cosa?"
"Scherzo."
"Ah."
"Va bene."
"Posso anche... accendere la pipa?"
"Perché no? perché no?"
Ma sta già lavorando, e non ha capito cosa hai chiesto.
Tu sei perplesso e in un certo senso emozionato. Non avverti il suo "Anzi!".
Ti immergi nella lettura di Simenon, nell'atmosfera semplice e particolare del lungo-Senna, nelle nebbie e nei profumi dei piccoli locali dove il commissario cerca ispirazione e indizi. Il tabacco ha un buon sapore e un buon odore, il fornello è tiepido e piacevole al tatto. Lo sfreghi piano contro la guancia, ogni tanto, e l'insieme di luce, libro, fumo e poltrona ti abbraccia e ti conforta.
Ti capita di alzare lo sguardo, a volte, alla ricerca di immagini lontane che aiutino la vista e i pensieri, e l'accomodazione. La lampada da tavolo illumina di una calda luce gli strumenti di lavoro di Giulia. Li osservi di nuovo. Incontri il suo profilo, ti soffermi un istante, senza rendertene conto del tutto; non concede niente al trucco e ai trucchi, un viso semplice, corrucciato, assorto in quello che sta facendo: leggere, capire, scrivere, sintetizzare; è forte e indifesa allo stesso tempo. Percorri con gli occhi le sue espressioni intente, il movimento delle dita e delle labbra, sfuocati dalla mancanza degli occhiali che di solito togli, in quei momenti, per non eccedere.
Maigret ti coinvolge di nuovo nelle pagine del libro. Il fornello, ora, è un po' più caldo. Il sapore del fumo appena aspro. Devi pulire il cannello con uno scovolino morbido. Perdi l'atmosfera. Cambi posizione sulla poltrona. Incroci il suo sguardo, le sorridi appena. Lei non ti sta vedendo.

*

Il lavoro al giornale prosegue senza vere incomprensioni, forse perché non ti butti in grandi storie o grandi articoli. Un lavoro senza alti e senza bassi, la routine che piace al tuo Capo. Roba chiara e pulita, piacevole. Scrivi per scrivere, usando poche idee, con qualche ricamo, ricavandone una sensazione differente, meno profonda, come comporre e scomporre senza scopo un puzzle a tre dimensioni. Lo fai per non essere licenziato. E dire che odi i puzzle.
L'ora migliore è quella che passi nella poltrona a pochi metri da Giulia nel tardo pomeriggio. Riesci a circoscrivere ogni cosa a quanto leggi, al profumo della carta, all'aroma appena speziato del tabacco, alla comodità della poltrona, alla luce perfetta che ti illumina e a quella, delicata, che sfuma Giulia e le sue carte. Limiti il mondo a quei particolari e a quella atmosfera, per un'ora almeno, senza complicazioni.

Giulia non mostra di aver avuto alcuna distrazione dalla variante delle regole. Accenna un sorriso quando tu arrivi e ti accomodi. Le manovre di preparazione della pipa e del libro non la disturbano. Sa che sei lì, non le dispiace, inconsciamente ne trae conforto, la stanza è più completa.
Il suo progetto ha avuto l'appoggio dei componenti la commissione scientifica della Biblioteca. Il Direttore ha vinto la sua battaglia, difendendola come una figlia. Le hanno concesso dei fondi di adeguata entità, di cui lei può disporre completamente, e un paio di studenti che sfrutta in modo implacabile, pretendendo migliaia di dati tratti da testi e studi, elaborati e riversati su dischi magnetici e ottici, concedendo loro solo piccole parti di lavoro creativo.

*

Col passare dei giorni si aggiunge un saluto veloce, quando entri nella stanza, un rapido scambio di parole.
La mattina è di regola assente, a volte arriva dopo il pranzo. La Biblioteca ne possiede l'energia, e il progetto a cui lavora sembra essere l'unico suo interesse vitale.
Ora si serve di un computer fisso e di un portatile, a volte contemporaneamente; ha aggiunto un modem, uno scanner, un lettore di CD, fino a costruirsi una specie di fortino tecnologico, ma con una breccia, nelle sue intricate mura, attraverso la quale puoi continuare a vederla.
A volte senti il bisogno di guardarla qualche secondo in più, tieni gli occhiali, cerchi di non soffermarti sui particolari, di cogliere un insieme che non ti è più del tuttto estraneo.
Lei non perde mai la concentrazione; raramente punta l'attenzione sulla fonte di luce che ti sta a fianco, o sulla copertina del libro, o sulla busta di tabacco sul tavolino, o sulle volute di fumo. In quei momenti sei preso alla sprovvista. Non riesci a leggere, la spii fugacemente. Ma è sempre questione di istanti.

Febbraio, marzo. Niente neve.
Una sera ti accorgi che il suo sguardo è rivolto a te. Vi siete incrociati nello stesso momento. Le accenni un sorriso. Ti ignora. Gli occhi sono dritti nei tuoi ma stanno vedendo cose lontane, o non stanno vedendo affatto. E' una sensazione non spiacevole. Inclini il capo, cerchi di attirarne l'attenzione senza eseguire movimenti sbagliati. Riemerge da una specie di intontimento attivo, si accorge di te, accenna un sorriso, si mette la mano davanti alla bocca, quasi scusandosi, ti sorride di nuovo, fa una smorfia ed emette un grazioso soffio. Il suo sguardo è divertito.
"Non pensavi che potessi stancarmi, eh?", ti dice a bassa voce.
"No." replichi subito.
"Che si fa?" ti domanda, stiracchiando le braccia contro la scrivania.
"Come dici?"
"Vediamo... se andassimo a fare qualche spesa?"
Difficilmente una domanda ti ha tanto sorpreso e ti ha fatto tanto piacere. Non rispondi.
"Va bene?", chiede lei alzandosi.
Ti ha messo in imbarazzo. La segui con lo sguardo, ti alzi rovesciando la cenere della pipa sul tavolino.
"Non sei obbligato." dice lei dirigendosi verso il bagno.
"Nessuno mi obbliga." replichi mentre superi la porta del tuo studio, alla ricercava del cappotto.


5. Vacanze ed E-mail.

Decidete per vacanze estive separate: avete desideri diversi e un'idea opposta di riposo e vacanza; servono voci di amici e figure estranee. Non è normale che tu abbia considerato per mesi che gli eventi importanti della vita fossero rifugiarti in una poltrona e uscire a setacciare supermercati e negozi di vario genere con Giulia. Ti ha fatto rovistare nei banconi dei biscotti, dei formaggi, in libri vecchi e ammuffiti, tra oggettini di provenienza indefinibile, l'hai scortata in minuziose ricerche senza scopo ai grandi magazzini, sempre in lotta con orari di chiusura e serrande che si abbassavano.
Lei ha bisogno di mare, di barche, di caldo, di sole, di tuffi, di nuotate; tu di fresco, di montagna, di freddo, di camminare pensando, di pensare camminando. Di camminare per il gusto di camminare. Decidi tuttavia di passare i primi tre giorni in riviera, sperando in un'ispirazione, un barlume, un ricordo, un profumo, un suono, un miscuglio che possa ricreare qualcosa che ti aiuti nell'ultimo articolo estivo.
Giulia ha il portatile, glielo hai visto nella borsa. Le dispiaceva che tu ti allontanassi, ne sei sicuro. Sai che usa la posta elettronica per lavoro, non può stare senza collegamenti, riletture, composizione di idee. Ti forzi a portarti il tuo appresso, anche se ti ricorda il lavoro, il giornale, gli impegni. In fondo occupa poco spazio.

Le scrivi già la seconda sera. Meglio, affidi allo schermo luminescente e a un esile cavetto un insieme di sensazioni che non sai trasmettere in altro modo. Non prima di aver mandato l'ultimo pezzo al giornale, qualcosa di allegorico sui fuochi artificiali e sugli assalti dei pirati. Il capo apprezzerà, ne sei convinto.
"Cara Giulia, ho scelto bene. Sono contento, nel posto giusto, ti sto scrivendo, sto percependo il lato buono della vita. Il lavoro ci obbliga ad azioni reiterative, a chiudere l'angolo visivo, a udire soltanto lo stretto necessario: si alternano giorni e settimane come se guardassimo contro un muro senza finestre, e non come se fossimo al cospetto del mare e del cielo, o ci sentissimo padroni, come in realtà siamo, della cima più alta delle montagne, con la possibilità di spaziare e respirare, liberamente, senza scadenze, seguendo il ritmo dei nostri desideri.
C'è poca gente qui e, stranamente, silenzio. Ho fatto colazione molto tardi, al porto. Ci sono andato con una bicicletta presa a nolo, sono solo sei chilometri, e sono salito a piedi al faro. La bici l'ho nascosta in un cespuglio vicino al monastero.
Lassù, sulla punta, sporto dal muretto protettivo, con il mare a mia disposizione, ho provato a guardare nella giusta direzione. Non ci crederai, nemmeno a me sembra possibile, ma ho cercato di materializzarti (avevo a disposizione una nuvola piuttosto trasparente, che si è lasciata plasmare) e di parlare e di far capire a quel vapore quanto la vita terrena dovrebbe essere più simile a ciò che stavo vedendo, piuttosto che a una stanza chiusa, ad articoli senz'anima, a sentimenti limitati, a tensioni e costrizioni.
La cosa che più mi è piaciuta, insieme al profumo dell'aria, a quella nuvola che provavo a modellare con grande sforzo della mente, al rumore leggero del vento e al volo sicuro dei gabbiani... la cosa che più mi è piaciuta, dicevo, è stata quella sorta di contatto con ciò che penso di te. Già, c'è qualcosa che penso di te. E' stata sufficiente una giornata senza impegni e il fisico senza indolenzimenti. Sei stata per qualche minuto quella nuvola mutevole, libera e capace di decidere quando fare ombra su tutti noi, oppure quando lasciare passare i raggi del sole divenendo trasparente come cristallo.
Ci sono rimasto fino all'arrivo di una coppia di anziani tedeschi che mi hanno guardato sorridendo, e che mi hanno voluto offrire una caramella (per via di una informazione che ho dato loro in un inglese che ti avrebbe fatto inorridire. Inverosimile, vero?... una informazione... una caramella tedesca...).
Ho cercato una piccola insenatura tra il porto e il paese vecchio, ho di nuovo nascosto la bicicletta; sono sceso per una trentina di gradini in sasso e sono entrato in acqua da un basso scoglio, niente di spettacolare. Anche qui ho cercato di materializzarti: appena sotto la superficie del mare calmo, in un'acqua molto limpida e piuttosto fredda.
Ci ho provato usando i riflessi e le piccole correnti, nuotando lentamente, per non scompaginare troppo il mezzo liquido e amichevole che stavo attraversando.
Ho preso un po' di sole, poco. Ho girato a piedi per il centro, ho mangiato una focaccia sottile, ho comprato dei fiori bianchi, profumatissimi, e altri rosa tenue, un pacchetto di canditi speciali, li vendono sfusi, un barattolo di vetro in cui ho sigillato un po' di quella nuvola che ti dicevo e di quei riflessi. Ho affidato i fiori al cielo, al tramonto, consapevole dell'assurdità dei miei gesti.
Una strana emozione mi fa accavallare consonanti e vocali, e usare puntini di sospensione e parentesi, che odio. Ho dovuto spiegare alla tastiera e allo schermo di non tradirmi così, di non mostrare incertezze.
Non ho ancora deciso di affidare al modem tutto questo. La minuta l'ho scritta a mano su di un blocco di fogli a quadretti, con la stilografica, mentre il sole si abbassava all'orizzonte e il vento si alzava un po' e la gente, poca, mi guardava di soppiatto (ma li ho notati: io guardo di soppiatto meglio di loro!) e questa piccola invidia che tradivano mi dava una strana soddisfazione.
L'ultima cosa che ricordo è la scia di un piroscafo di linea, al tramonto, il vento dal mare e spruzzi salati.
Nel ristorante suonava un pianista molto discreto. Ho pensato che non ti ho mai sentita suonare. So che hai rinunciato alla tastiera per concentrarti nel tuo progetto, ma secondo me sbagli, la musica ti aiuterebbe nei momenti di stanca. Ho ricordato anche il sogno che mi hai raccontato, del volo magico verso il Brasile, su una vasta spiaggia bianca, accanto a un mare di cristallo, sotto una luce abbagliante; lo profano un po' e, diavolo, dimmi se non c'è un vigoroso parallelo con quanto ho sognato io prima di partire: una distesa di candida neve (sabbia bianca), sotto miriadi di cristalli di ghiaccio (acqua cristallina), nel biancore scintillante dei riflessi del candore ubiquitario (sole abbagliante)."

"Caro Davide, la tua lettera mi ha sorpresa. Non me l'aspettavo, non mi aspettavo tante parole e tanto trasporto. Evidentemente il lavoro mi benda gli occhi e i pensieri. Mi piacerebbe trovare un mezzo diverso da quello che sto usando adesso per poterti dire il piacere che mi ha dato leggerti. Lo cerco ma non lo trovo. Oltretutto questa stupida mailbox non mi permette di usare piccoli disegni, una grafica particolare, fantasie, se non quella delle parole che scelgo per scriverti. Io sono limitata dalle parole, sono diversa da te anche in questo.
Proviamo.
Intanto, sei riuscito in un'impresa non da poco: c'ero nella tua lettera, nella tua bella penna stilografica, ho sceso quei gradini di sasso, ti ho aiutato a dare quell'informazione. E ho mangiato una squisita focaccia, davvero, davvero ti dico. Ho sentito anche il delicato profumo di quei fiori. Sei stato capace di una inaspettata magia.
Mi sembra incredibile, le emozioni di questo momento sono una cosa pazzesca. Che malattia è? un virus che hai inserito nel computer?
Siamo stati in un appartamento per mesi, e tutto quello che avevo finora percepito di te è stato solo un carattere a volte brusco, mica sempre facile, mica sempre accondiscendente, direi, in definitiva, un po' permaloso. No, non permaloso, ma non mi viene la parola.
In effetti alla luce della tua analisi su quella mia spiaggia fantastica, mi hai fatto venire in mente due mondi paralleli, o meglio speculari, separati da una lastra trasparente. Se mi ci affaccio io, vedo mare cristallino, sabbia bianca e luce abbagliante, se ti ci affacci tu vedi una distesa di neve immacolata, miriadi di cristalli di ghiaccio alla luce argentea di tutto quel bianco (o c'è la luna?).
Usiamo immagini diverse per esprimere le stesse sensazioni, ma non è certo questa una barriera. E poi, un barriera contro che cosa? Semmai parlare linguaggi e usare metafore diverse può essere un mezzo importante per arricchire le proprie conoscenze, e già l'immagine che mi hai trasmesso ha ampliato la mia galleria di paesaggi fantastici.
Spero che continuerai a darmi ulteriori spunti sulla base delle tue passeggiate estive! Vai pure a ruota libera!"

"Cara Giulia, a proposito dei sogni, ho imparato a non considerare attendibili quelli notturni che, sono convinto, appartengono a un piano irreale e divergente.
Non li considero basi della conoscenza e nemmeno indizi della realtà. Sono nient'altro che bei film o belle immagini o incubi senza senso o colori abbaglianti, o suoni, o ricordi, o rimpianti, o inganni.
E nemmeno mi piacciono i sogni ad occhi aperti. Piuttosto ho scoperto che esiste una realtà di sogno, a volte, oppure, più raramente, il sogno della realtà. Non è complicato.
Un esempio? L'altra sera ho tentato di telefonarti. Un impulso senza grandi significati, credo, ma qualcosa ha bloccato la linea. Riconosciuto insuperabile l'ostacolo ho riattaccato senza emozioni il ricevitore di plastica e sono andato sul balcone.
Ero stato spinto sul terrazzo, in poche parole.
Aspettava lì, proprio lì, solo ad averne la voglia e la possibilità, una luna grande quanto può essere senza sconfinare dalla scienza, e luminosa quanto è possibile che sia senza scivolare nella dissennatezza. E la luce che creava sulla collina, e sulla superficie calma del mare, era qualcosa di immenso e di semplice al contempo, grandioso, una volta rassegnati a contemplarla senza farci sopra paragoni inverosimili.
Una specie di candida e oscura tiepida nevicata luccicante, una specie di aurora boreale lunare fluttuante sull'acqua, a ricalcarne ogni piccolo rilievo e movimento.
Dunque questa luce di luna piena si è stesa per tutto il mare visibile, riflettendosi in se stessa e incantando ogni sagoma e ogni piccolo movimento. Pareva addirittura di percepire una musica e un profumo.
Ma non era finita! mancava un ultimo incantesimo.
Così, lentamente, sono apparse delle piccole, incerte, imprevedibili <stelle-da-pesca> in quel mare di luce di luna. Probabilmente semplici imbarcazioni con le lampare.
Ogni cosa, a quel punto, qualunque spiegazione avesse, è parsa perfetta e insuperabile."

"Caro Davide, volare, volare, purché si voli. Non riesci a restare a terra. Mi è difficile associare quanto leggo a quello che ho conosciuto di te. Di persona sei una specie di fortino sbarrato, sullo schermo mi appari sopra la realtà, libero e positivo.
Ammetto che volare è stata per lungo tempo una mia prerogativa. Ho cercato di volare anche dopo picchiate paurose, che fanno d'altra parte seguito, come ben sai, a vertiginose ascese. Forse non crescerò mai, forse non riuscirò a farmi piacere il cammino tranquillo e lineare che talvolta invidio ad altri, forse è destino che continui a volare così, seguendo rotte zigzaganti, alti e bassi, altissimi e profondissimi, euforie e depressioni, adrenalina a fiumi e serate solitarie al personal computer bevendo per dimenticare o al volante correndo nella notte, per cercare di non pensare. Non le sapevi queste cose, vero? Appartengono a un passato recente. Ero così.
Ricordi <Learning to fly> dei Pink Floyd? e se per imparare a volare ancora più su, rischiando di farsi male quando si cade, bisogna cambiare cielo, beh penso di essere stata e di essere sempre pronta a farlo. Non posso sempre cercare la ragione e le regole auree fuori da me, non credi?"

"Cara Giulia, oggi mi sono cimentato in una corsa lungo la costa, fino a sfinirmi. Inoltre ho appena terminato di vedere un video di Elton John alla televisione, il dirigibile in bianco e nero su New York, e sono riuscito anche a bere un po' d'acqua e di birra dopo tanto sole e tanto caldo... com'è che non riesco ad essere contento? C'è il ponte di Brooklyn, e l'Empire, perfino il Chrysler... e allora perché non riesco a parlarne?
Chi se ne frega di New York e di Elton e della corsa! Punto.
Devi ammettere che ultimamente sono bizzarro!
Il mio grande svantaggio è che sono in vacanza totale e tu lavori comunque.
Così anche questa profumata brezza che viene dal mare e rinfresca e rende ogni cosa più nitida e colorata... questa brezza, dicevo, mi imbarazza.
Stamani, molto presto, ho trovato una focaccia perfetta, sottile, con la crosta ancora calda e croccante, e un po' di vino bianco freddo, così, tanto per iniziare bene la giornata, invece della solita colazione con cappuccino e cornetti.
La piazza della chiesa aveva miriadi di lampadine spente, rese scintillanti dai raggi del sole; e le gradinate di pietra erano appena state lavate con un getto potente d'acqua da una grossa canna da pompiere, provocando il medesimo assieme che scaturisce dalle prime gocce di una pioggia violenta.
L'acqua del mare era perfetta, trasparente e calma, ma non ne avevo voglia, e mi sono limitato a guardare un grande veliero ancorato all'imbocco dell'insenatura; scrutavo ogni cosa, la percorrevo con lo sguardo, e il volto di una donna seduta vicino a me assumeva le sfumature dei vari colori che cercavo di catturare in quell'attimo. Infine i raggi del sole hanno cominciato ad ambrarle la carnagione. Il bellissimo colore della pelle quando il sole la sfiora. La sua espressione era incantata. Si è abbracciata le ginocchia. L'acqua era immobile. Il profumo dei fiori, per qualche secondo, è diventato quasi insostenibile. Poi ogni cosa ha ripreso il suo corso.
E la presenza di quella donna, piano piano, si è smaterializzata in lenti e ampi riflessi dell'acqua e in un certo aumento di intensità della brezza, e nel rumore del vino bianco versato nel bicchiere, e nel velo che subito si è formato sul vetro."

"Caro Davide, quando ci sentiamo? quando ci parliamo? quando ci cantiamo? quando ci balliamo? quando ci vediamo? quando ci pensiamo?"

"Cara Giulia, non credo di avere bene interpretato le tue domande. Meglio, non credo di volere interpretare le tue domande. Finalmente sono in montagna. Oggi sono stato al culmine della più bassa delle alture che fiancheggiano il vallone dove siamo stati questo inverno, in mezzo a un vento tanto forte da insospettirmi: ma così ho visto le nuvole attraversarmi, ho ricevuto spruzzi del lago gelato e fermato fittissime e minuscole gocce di pioggia orizzontale con le mani aperte!
Potevo rimanere tappato in casa, certo, molti lo hanno fatto. Ma poi il vino sarebbe stato così buono? e il salame? e il pane?
Inoltre la notte non avrebbe la possibilità di scaraventarmi addosso un sonno tanto perfetto quanto quello che mi attende al varco questa sera!
C'è un motivo. Lo stesso per cui la neve non arriva mai a caso.
Le nuvole si formano in cielo, diventano grandi e pesanti, l'aria si fa fredda, ma se le persone pensano al proprio interesse, si perdono nelle minuscole faccende quotidiane, non guardano verso quelle nuvole e non avvertono che l'aria è <pronta>... certo che non nevica!
Una nevicata è una cosa ben precisa, mica qualche fiocchetto (basterebbe un trucco da Cinecittà): ci si deve credere, capisci?
Oggi il sole mi ha scocciato: ce l'ho un po' con l'astro che ci illumina, gli ho anche puntato contro un lungo ferro arrugginito, ma lui me l'ha reso scintillante, bellissimo.
Così mi sono arreso!"

"Caro Davide, sono caduta nel tranello di rileggere mie vecchie annotazioni e di riascoltare qualche mia registrazione al pianoforte. Non è da me, tuttavia confesso di essere rimasta sorpresa e impressionata, al punto da non riuscire quasi nemmeno a credere che la stessa persona possa essere passata da baratri di cupa depressione e vuoto esistenziale a voli ad alta quota in cui sia riuscita ad esprimere così bene sensazioni, pensieri, situazioni, colori e suoni.
I momenti in cui si riesce a lasciarsi andare ed essere preda di questi poteri sono i più belli, sono quelli in cui ti rendi conto che stai volando davvero con tutto il tuo essere, che stai manifestando il meglio di te senza farti incupire da inibizioni di sorta, che vengano da altri o, peggio da te stesso. E in effetti l'esternazione di tutto ciò viene spontanea, te ne freghi lì per lì del giudizio di chiunque, hai solo bisogno di mostrare la tua creazione per il semplice fatto che l'hai creata, che l'hai fatta tu e senti che è il meglio di te.
Aver disperso la gran parte dei miei scritti, averli regalati senza pensare, mi dispiace un po', soprattutto perché mi piaceva rileggerli ogni tanto, ritornare almeno col pensiero agli stati d'animo che li avevano prodotti ed evocati; però, mi dico con un certo fatalismo, forse è giusto che sia andata così. Erano pagine dirette alle persone sbagliate, non hanno sortito gli effetti sperati, o ne hanno sortiti altri che io non conoscerò mai; resta il fatto innegabile e indelebile che io li ho scritti, che mi ha appagata l'averlo fatto e che lo rifarei.
La nostra corrispondenza elettronica mi coinvolge; sento che scrivi perché ti piace, e ti rispondo con altrettanto piacere. Sappi tuttavia che ritrovarmi oggetto di attenzioni o di apprezzamenti è una situazione alla quale reagisco in maniera assurdamente autolesionistica, grazie a una pesante e spietata critica cui mi sottopongo costantemente.
Tu apprezzi quello che scrivo, tuttavia mi riesce difficile sbilanciarmi; la sottostima è stata una delle cause profonde della mia ansia, della mia insoddisfazione, del mio passato rincorrere mete scollegate fra loro. Ieri ho confidato a una mia amica, meno fortunata di me in campo lavorativo, la strana sensazione di delusione che provo ogni volta che raggiungo un risultato per il quale ho speso anni di vita, sacrifici, lotte. La caduta degli angeli.
Perché il vuoto nel momento in cui, raggiunta la vetta, si dovrebbe godere della propria vittoria? perché guardarsi indietro e chiedersi se ne valeva la pena? non era quella la vera meta? è quella che si scorge più avanti?
Provo più stimoli durante la corsa, durante la lotta, per quanto importante possa essere il risultato raggiunto. Ti ricordi di quell'antico re che a vent'anni piangeva al ricordo di Alessandro Magno che alla sua stessa età aveva già sottomesso un Impero? Mi sento così. La vita passa velocemente. La sensazione di non aver ancora ottenuto niente di importante, non ancora."

"Cara Giulia, eccolo il trucco: ripartire. La meta è sempre quella successiva. Gli angeli non cadono mai, hanno qualche discesa a vite, qualche picchiata, ma poi dispiegano le ali, raccolgono il vento, e risalgono verso il cielo più belli e più lucenti di prima!
Uso un esempio legato alla competizione, alle gare di golf, eventi a cui, anni fa, attribuivo un'importanza esagerata, fino a considerarli una metafora della vita; vi ricorro solo per semplificare. Il momento meno gratificante di una gara importante? il ritiro della coppa d'argento. Il migliore? quando sbagli un tiro a poche buche dalla fine, e subentra il vero giocatore che dorme nella tua anima! Si sveglia, capisci? si sveglia e combatte come un disperato!
Visto che ho divagato, ti racconto cosa può regalarti una vera partita di golf, quando in palio non c'è una coppa ma l'onore. Ti porto con me a una giornata complessa e intricata, accaduta più di cinque anni fa, in questo periodo: una gara di diciotto buche contro due sconosciuti turisti tedeschi che avevano avuto l'idea di sfidarci, mettendo in palio una cena e una scatola di palline. Avresti dovuto vedere l'occhiata che era balenata tra me e il mio amico Alberto! Complici in una trappola infernale. Come, non sanno che siamo in forma? che siamo italiani? che siamo imbattibili quando ci scambiamo quell'occhiata? E così ci sono cascati come delle pere (pere tedesche, naturalmente: dure, ma gustosissime!).
Alla prima buca sembrava che il tempo potesse avere rapidamente ragione di noi: le vette, candide di neve, erano velate da nuvole basse e grigie, veloci, spinte da un vento alto e freddo.
La pallina scagliata dal mio drive, volutamente ritardato fino alla prima corrente favorevole, è stata acchiappata dai vortici e depositata come qualcosa di fragile, ma terribile, nel bel mezzo del fairway . Il mio amico Alberto è addirittura andato oltre.
Ti risparmio descrizioni tecniche, fatto sta che elfi, gnomi, fate del bosco e cerbiatti da quel momento hanno fatto di tutto per nascondere le candide palline dei tedeschi e restituire le nostre posandole nei luoghi più favorevoli e ospitali.
Mi piacerebbe coinvolgerti per incanto in quell'atmosfera, dove le gocce di pioggia parevano pronte ad ogni momento a sommergerci, ma che in realtà rimanevano sospese alle nuvole più scure e mobili, anzi permettendo a rasoiate di luce vivida solare di perforare il vapore condensato e raggiungere scorci di verde brillante, di fiori rossi e bianchi, di enormi tronchi secolari inondati dal calore di quei raggi caldissimi.
Certo che il bello è nella gara, certo che il bello è durante il raggiungimento della meta, certo che l'euforia è nelle difficoltà e nella paura di sbagliare il colpo successivo! Lì è la vita, sono lì le sensazioni, lì la passione e la rabbia. Mica nel pasto vinto, né nello sguardo deluso degli avversari. Il nucleo della felicità è stato di breve durata e grande intensità, visibile per attimi nel gesto discreto di Alberto che mi ha mostrato il pugno in segno di vittoria a metà dell'ultima buca, e anche nella mia strizzata d'occhio."

"Caro Davide, dopodomani me ne vado in un posto senza fili del telefono e senza corrente. Mi dispiace. Divertiti e riposa."

"Cara Giulia, non so se leggerai questa ultima mail. Ieri sera sono stato invitato a un concerto nella chiesa del paese, la prima sinfonia di Brahms: non il migliore, ma molto buono, per così dire.
La cosa più rilevante è stata che il modesto torpore che si è impadronito della mia mente (un po' stanca, devo ammettere, lo devo) ha avuto un effetto inusitato: la massa degli orchestrali si è come agglomerata in un insieme ondeggiante a ritmo, così non potevo più distinguere la giovane promessa bionda dal maturo orchestrale brizzolato, né la rossa esile violoncellista dal baldo ragazzo moro ai timpani, né la prorompente primo-violino dalla delicata e ispirata secondo-violino e così via... ma solo un insieme ben plasmato e compenetrato, di un colore seppia complessivo e di buon profumo, in cui onde di mani e flussi di braccia, ondeggiamenti di chiome e andirivieni di archi, oscillazioni di oboe e vibrazioni di percussioni, insieme a colpi ritmati di bacchetta e fremiti di tamburelli... insomma, tutto ciò dava l'impressione di una specie di oceano musicale ribollente e ammaliante.
Così, per quegli inesplicabili intrichi che possono impadronirsi dei meccanismi più delicati del cervello, ho pensato ai flussi delle parole sullo schermo del computer, al chiarore dei movimenti delle pause e ai ritmi della battitura sulla tastiera nel corso di un collegamento ben riuscito.
Mi dirai: ma cosa vuol dire tutto questo? rispondo: che ne so!
Alla fine del concerto è stata inevitabile polenta e formaggio, e anche inevitabile che fossimo vicini di tavolo di un vecchio grande attore e che bevessimo del vino rosso molto forte e che si cercasse di capire quale differenza di sfumatura argentea ci fosse tra la croce illuminata del campanile e la luna. E che la musica persistesse nell'aria che inalavamo.
Ci vediamo nel nostro appartamento. Divertiti più che puoi e riposa."


6. L'area C.

Di ritorno dalle vacanze ci sono scambi di piccoli regali e fotografie. Nel giro di pochi giorni i ritmi riprendono il loro corso, senza alcuna apparente variazione. Giulia ha conosciuto un pescatore, di cui parla con un certo affetto e con nostalgia. Non hai capito né l'età né l'importanza del personaggio. Hai notato solo una bella luce negli occhi di lei, quando ne parla.
Si è di nuovo immersa nel proprio lavoro senza limitazioni d'orario, come se fosse alle prese con l'unica ragione di vita.
Riesci a parlarle poche volte. Le uscite per negozi diminuiscono e durano il minimo indispensabile. Un pomeriggio aspetti che compia i gesti che concludono abitualmente il suo lavoro, la testa fra le dita aperte, i capelli raccolti dalle mani e buttati all'indietro, il sospiro profondissimo, e le proponi di uscire a cena.
"Grande idea", ti risponde guardandoti senza stupore.
"Stasera?"
Cerca con lo sguardo qualcosa che si muove nell'aria. "Facciamo venerdì?" ti domanda.
"Come vuoi, io non ho impegni. Se sei libera."
"Libera?" Sorride e scrolla la testa piano, con un'espressione quasi buffa.
"Va bene." le dici per concludere, mentre si è già alzata e si sta dirigendo canticchiando verso il bagno. Pochi secondi e sale musica e vapore. Chiude la porta. Per una buona mezz'ora scompare nell'abbraccio dell'acqua calda e nelle note di Chopin., sempre e solo lui.

*

Apri la porta d'ingresso, entri dopo di lei, dai un'occhiata in giro, le tocchi il braccio e la sospingi delicatamente verso il tavolo che vi hanno riservato, preceduti dal cameriere. Vi accomodate.
Devi ammettere che Giulia è piuttosto carina, stasera, pur non avendo usato, come del resto è sua abitudine, trucchi particolari. Ti trova bene anche lei, e te lo dice, quasi in soggezione.
"Grazie per l'invito, è tanto che non mangiavo qualcosa di serio." dice mentre scorri la lista dei vini.
"Avevo intuito che i tuoi pasti non fossero del tutto normali" replichi sorridendo, e continui "Dunque stasera niente limitazioni?"
"Limitarmi io, scherzi? A proposito, grazie per le bellissime mail!"
A proposito?
"Le mail? E' stata una cosa spontanea. Riesco a dire molto di più scrivendo che parlando. Riconosco che non è una cosa abituale."
"Molto belle. Nessuno lo ha mai fatto. Il computer è un semplice strumento di lavoro, per me. Lo era, per lo meno."
"Esagerata. Vuoi dire che ho influito sulle tue abitudini?"
"Tu cosa prendi?"
"Come?"
"Voglio dire, partiamo dall'antipasto, vero?"
Il suo modo di dialogare, a salti, ti lascia un momento confuso. Ma hai fame e confermi: "Certamente."
Il cameriere attende l'ordinazione qualche istante, quindi suggerisce: "Posso consigliare?", subito dopo elencando e spiegando una decina di piatti.
Lei lo ascolta ma non mostra di apprezzare. Alla fine chiede: "Niente di più forte?"
"Mi scusi, in che senso più forte?" chiede il cameriere visibilmente incuriosito.
"Sardine, acciughe, sarde, qualcosa del genere."
La guardi divertito, poi fissi il cameriere per un istante e dici, piano: "Quel genere di cose, ha capito?"
"Ma certo, certo, abbiamo questo genere di cose, abbiamo tutto. Non è nel menù ma non è un problema. Un attimo, prego." e si allontana rapido.
"Lo hai messo in imbarazzo." dici a Giulia sorridendo.
"Non volevo. E' un piatto che mi ricorda le vacanze estive, il sapore forte del mare."
"Se non ti arrabbi prenderò insalata russa e un po' di funghi sott'olio, sono speciali."
"Arrabbiarmi?... ah!... com'è che mi hai invitata a cena?"
"Avevo voglia di una buona serata, ma non da solo."
"Mmh... dovrei esserne lusingata?"
"Non necessariamente. E' sufficiente che apprezzi il buon cibo e il vino."
"Va bene. Un punto a tuo favore."

Per il primo vi trovate d'accordo su tagliolini al tartufo; lei mangia con appetito, mostrando di apprezzare sapori e profumo, fino alla fine dell'ultimo pezzetto di pasta.
"Buono?"
"Fantastico. Ci vieni spesso?"
"Una volta al mese, più o meno. Solo o con il mio collaboratore. Di solito impostiamo qualche piano per i miei articoli sul giornale o qualche viaggio. Oggi è diverso."
"Niente lavoro?"
"Mettiamola così."
Vi immergete nella lettura del menù, alternando ripensamenti e piccoli sorsi di vino.
"I signori desiderano un secondo?" vi sollecita il cameriere.
Il rumore di sottofondo è minimo. Le luci sono piacevoli. Ci vorrebbe solo un po' di musica, magari qualcosa al pianoforte.
"Lasciamo a lui la scelta, sei d'accordo?" chiedi a Giulia.
"Si. A sorpresa." risponde. Ti guarda per qualche istante: "Sembri sempre sicuro e controllato" dice, mutando subito dopo la direzione dello sguardo, apparentemente attratto dai fiori in centro tavola.
"Lo hai capito da come ho fatto l'ordinazione?", chiedi sorridendo.
Non recepisce l'ironia della domanda. Ti fissa con decisione: "C'è... qualcosa che ti spaventa,... che ti inquieta? C'é o c'é stato, intendo."
Sei sorpreso, la sensazione è spiacevole e inaspettata. Il suo sguardo è molto duro.
"Vuoi parlarne ora? Per che motivo?" le chiedi.
"Hai altri spunti di conversazione?"
"E' obbligato averne? non dovrebbero insorgere spontaneamente?" chiedi a tua volta, a scopo diversivo.
"Dunque? sempre sereno e sempre immerso nel lavoro?"
"Ho frequenti scontri verbali con il mio direttore."
"Ho detto qualcosa di veramente spiacevole." e sorride appena, fissando la tua cravatta.
"Intendi disgrazie? delitti?" replichi, infastidito dall'argomento.
Lei sorride, per un attimo; si ricompone. E' molto carina, in effetti, quando si rilassa.
"Parliamo di libri? in fondo è uno scambio di idee su Hemingway che ha influenzato l'andamento degli ultimi mesi." proponi.
"Ti avevo chiesto se c'è qualcosa che ti spaventa o ti ha spaventato."
"D'accordo. Va bene. L'area C."
L'hai sorpresa tu, questa volta. Si è rabbuiata improvvisamente. Ti fissa con le sopracciglia aggrottate, mordendosi appena il labbro inferiore: "Quello che intende Solgenitzin?"
"Quello, per rimanere nel letterario. Il fatto stesso che non ne pronuncio il nome, ti serva a capire quanto temo quel tipo di malattia. Il momento, orribile, della scoperta, spavento primitivo, invidia per ogni altra persona, vuoto ideativo, inventario precipitoso delle cose che rischi di perdere, l'intervento, le cure, la ripresa, fame di vita normale, semplice, euforia, interminabili momenti di dimenticanza, scanditi da controlli, brevi ritorni della paura. Porti a termine le cose che ritenevi impossibili, colpito a tradimento da una sensazione di potenza e di invincibilità. Progetti inconsci, a breve termine; i vecchi non appaiono poi così fortunati, ne vedi solo i lati decadenti, la tua vita muta e ti stupisce. Se il pensiero, o il sogno, cade sulle modalità del termine, puoi dibatterti tra due ipotesi: dolore alternato a momenti di tregua, da sfruttare al massimo, per le cose rinviate; dolore irreversibile o invalidità improvvisa e grave, paura e atmosfera simili all'istante della sentenza primitiva. Una situazione che potrebbe richiedere il suicidio. Ti basta?"
"Hai voluto mettere in pratica la legge del tutto o del nulla, suppongo." constata lei, rabbuiata.
"Tu mi hai fatto una domanda provocatoria, hai insistito. Ho risposto sintetizzando in poche parole, senza giri di frase." replichi, pentito di quanto hai detto, ma continui: "Per punizione, uno spirito maligno ti colpisce con una sciabolata e ti tende agguati imprevedibili, insinuandosi nei momenti meno opportuni, in qualunque fatto o sentimento ritiene di insinuarsi, con scadenze regolari in cui altri, amici, ti scandagliano il corpo con attenzione. Eventi tollerabili, circoscritti, considerando i quali ti ritieni privilegiato: puoi essere restituito alla normalità oppure consegnato a una scadenza non eccessivamente pressante, che potrebbe consentirti un colpo di teatro o buoni pensieri, o l'audacia di affrontare i continenti e le persone, comunque dei mesi concreti, da centellinare. Del tempo. Pronto a tutto, dunque senza problemi."
Assisti impotente al suo cambio d'umore: il viso è duro, i lineamenti si sono appesantiti, si passa nervosamente la mano tra i capelli.
"Parli di cose personali?" ti chiede scrutandoti.
"Che altro?"
"Tue? di tuoi parenti? di amici?"
"Non ho intenzione di rispondere. Spero stia arrivando il secondo a sorpresa."
"Strano personaggio."
"Io?"
"Tu. Tu. Sei almeno due persone."
"Solo due?" chiedi, serio. "Ecco il cameriere, Dio sia lodato."
Giulia appare ancora affamata. Inala lentamente il profumo della carne e delle verdure, ti augura di nuovo buon appetito, addenta il primo boccone.
"Da quando non mangi?" le chiedi, dopo il primo assaggio.
"Intendi qualcosa che non sia un panino o caffelatte? Vediamo... compresa l'estate... sei mesi!"
E' una ragazza strana. Lo devi ammettere: un camaleonte. E' tante ragazze insieme. Dice che tu sei doppio. Lei è un caleidoscopio.

"I signori desiderano un dolce?"
"Di certo." risponde Giulia.
"Scelga di nuovo lei", proponi, "Il secondo era eccellente."
"Abbiamo delle profiteroles." risponde il cameriere, visibilmente compiaciuto della fiducia accordata.
"Aggiudicate." risponde Giulia. Appena il cameriere si è allontanato ti chiede di nuovo:
"Cose tue?"
Non associ la domanda al fastidioso argomento di poco prima. Non rispondi. Sospiri e guardi una bionda due tavoli più in là, molto attraente.
"E' così?", insiste lei.
"Scusa, mi ero distratto. E' così cosa?"
"Ci sei stato nell'area C?"
"Senti, la faccenda è complicata, cosa diavolo ti prende stasera? non avevi voglia di cenare con me? preferivi non perdere la concentrazione? non ti piace rilassarti e parlare di cose tranquille e positive?"
"Hai toccato l'unico argomento che non sopporto" ti spiega sottovoce, in tono di scusa, e continua "E' colpa mia, ho rovinato l'atmosfera."
"Atmosfera? Diavolo... che imbecille, si era costruita un'atmosfera e l'ho dispersa. Che imbecille." cerchi di sorridere delle tue parole. "Al diavolo l'area C!" e alzi il bicchiere in un cin-cin senza seguito.
Lei si ribella in modo inaspettato, cambia umore, si infervora, alza un poco la voce, si stizzisce e dichiara di disprezzare la malattia che l'ha privata del padre a tredici anni, che ha spaventato la sua migliore amica, cambiandone il carattere e allontanandola.
Ne prendi atto, riesci con pazienza ad attendere, a sfruttare il silenzio, aiutandola a superare l'ira e la paura. Qualcosa si è irrimediabilmente spezzato.
Minuti di buon silenzio. Un po' di vino.
"Conviene vivere nel presente." ti dice infine, assaporando la panna della prima profiterol.
Le rispondi: "Il presente? sei sicura che esiste?"
Lei si blocca, quasi ammirata, un bel sorriso:
"Il Cappellaio Matto! Alice nel paese delle meraviglie!" e recita, piano "Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io, non ne parleresti con tanta confidenza!"
"Così dice il Cappellaio Matto?"
"Più o meno." ti conferma, e prosegue "Scommetto che non ci hai nemmeno mai parlato, con il Tempo!"
"Io no di certo. Ma non ci giurerei." le rispondi.
Lei sta pensando. Ignora la tua constatazione.
"Non dovevo rispondere io, vero?" le chiedi.
"Infatti. La domanda era rivolta ad Alice."
"E cosa risponde Alice?"
"Aspetta... dunque.. qualcosa del tipo... <il tempo? so solo che devo batterlo quando ho lezione di musica>."
"E il Cappellaio?" domandi a Giulia, mostrando una poco credibile espressione di preoccupazione.
"Lo ricordo bene... replica <questo spiega tutto, non gli va di essere battuto!>"
"Che altro?" insisti, incuriosito.
"Beh, cerca di spiegare che se si rimane in buoni rapporti col tempo, il tempo diventa accondiscendente."
"Fammi capire."
"Ad esempio, se è l'ora delle lezioni o dell'inizio di un lavoro spiacevole, beh... basta che chiedi sottovoce al tempo di far volare le ore!"
"Dov'è il vantaggio?" le chiedi, sinceramente interessato, e spieghi "Si consuma un sacco di vita in questo modo. E magari potresti essere costretta a mangiare quando non hai ancora fame."
"E' la risposta di Alice!" esclama Giulia, guardandoti con un'ombra di sospetto nello sguardo.
"Mai letto quel libro, giuro!"
"Curioso" dice tra sé e sé, "Molto curioso."
"Dunque, un sacco di ore gettate al vento e pranzi forzati!" la stimoli.
"Sbagli. Se sei veramente amico del tempo, puoi fermarlo all'ora di pranzo finché vuoi!"
Riesci solo a replicare: "Cosa che, naturalmente, tu fai senza problemi, vero?"
"No. Purtroppo no. Mi è successa la stessa cosa che è capitata al buon Cappellaio."
"Avanti... cosa gli è capitato?" sei a tuo agio, l'atmosfera è buona.
"Ho litigato col tempo. Anni e anni fa!"
"Ah! Dovevo aspettarmelo! Era inevitabile!"
"Usciamo?" ti domanda.
Paghi il conto, l'aiuti ad alzarsi. Le chiedi: "Andiamo a sentire un po' di musica da qualche parte?"
"No. Mi piacerebbe fare due passi per le vie del centro. Due passi sottobraccio."
Una novità, come puoi dire di no, ti sembra quasi di scortarla nel mondo.
Un'ora durante la quale parlate di tutto, lavoro, informatica, scrittori, musica, progetti, senza approfondire nulla, senza guardarvi mai, solo aumentando un po' il contatto fisico e rallentando progressivamente il passo in prossimità del portone di casa, quasi non voleste rientrare.

*

E' autunno. Il tuo compleanno precede di pochi giorni quello di Giulia. Lei lo ricorda e ti fa trovare una nuova pipa e del tabacco vicino alla poltrona dove concludi i pomeriggi. Un biglietto con qualche abbellimento fatto con i pastelli, semplice. Lei non c'è, è partita per Firenze. Ci starà una settimana per lavoro, te lo lascia scritto, scusandosi.
Ti rendi conto che non ti deve nessuna spiegazione. Le scuse ti incuriosiscono. La pipa è molto bella, curva, con un fornello grande che ti sta bene nel palmo della mano. Una buona pipa.
Non hai voglia di scrivere, hai ancora un paio di giorni per completare il racconto a puntate per il giornale. Decidi di uscire e di cercarle un regalo. Hai in mente qualcosa di musicale. Passi due ore alle Messaggerie, provando chitarre, ascoltando CD e sfogliando libri. Decidi di acquistare una tastiera elettronica d'occasione, l'addetto ti garantisce che è un affare e ci suona sopra qualche pezzo in modo convincente.
Ti ritrovi sotto la galleria con un grande pesante pacco, incerto sulla prossima mossa da fare.
Ti sembra di dimenticare qualcosa. Arrivato a casa consulti l'agenda: stai per partire per Napoli; il prossimo articolo ha bisogno di ricostruire l'atmosfera dei suoi quartieri periferici. Constati di esserti impigrito, uniformato; è troppo tempo che il tuo Capo non trova niente da ridire su quanto scrivi; c'è qualcosa che non quadra. Dopo Napoli cercherai di parlargli. Hai bisogno di qualche stimolo differente, forse di abbandonare questi ritmi molli. Troppo facile, troppo saltuario, troppo estraneo.
Lasci il grande pacco vicino alla sua scrivania. Scrivi qualche riga di spiegazione, le fai gli auguri.


7. Servizio segreto.

"Caro Davide, il tuo regalo mi ha lasciata sbalordita. E' bellissimo. Ho collegato subito la spina e ho cominciato a suonare appena tornata a casa, prima ancora di disfare la valigia. A proposito: non mi avevi avvertita che saresti partito! Ci ho passato tutto il pomeriggio, non ho toccato niente che avesse legami con la Biblioteca. E pensa che riguardare gli appunti e mettere nel computer le idee che mi affollano la mente dovevano essere le prime mosse del mio rientro a casa. Ho suonato, suonato e pensato a te, a quanto sei incredibile. Credo tu sia semplicemente matto. Questa mail la sto scrivendo prima di andare a letto, affidandola a un computer che aspettava dati e spunti scientifici. Stai bene e grazie."

"Cara Giulia. Chi... non ha avvertito? Io l'ho fatto solo per non essere da meno. Vedi come le cose sono semplici, a volte? Sono contento che ti sia rimessa a suonare. Non mi andava giù; un talento sprecato. La musica prima di tutto, ricordalo. Anche se tu non ci crederai e non troverai nulla di quanto ti rivelo, ti assicuro che riesco a vederti e a sentirti attraverso il computer. Credo che la telecamera sia nella lettera 'Y' e il microfono nella 'M'.
Non so quanto scherzo, il fatto è che riesco a percepire dallo schermo e a dire con la tastiera molte più cose di quando non ci separano che pochi metri di appartamento. Non ho spiegazioni da dare. Per inciso, mi sono accorto che avevi appena finito di suonare <Yesterday>, le note erano ancora impigliate nella luminescenza dello schermo. La nuova acconciatura non è male. Ciao."

"Caro Davide, sto lavorando a pieno ritmo. Solo due righe per trasmetterti il mio sbalordimento: <Yesterday?> chi ti ha detto che l'avevo suonata prima di comporre la mail? Come diavolo fai a sapere che ho accorciato i capelli? Confermo che certe volte sei incredibile. Un'ultima cosa: ho ricevuto una proposta interessante per i primi di dicembre. Ti dirò di più quando torni. Ciao."

"Cara Giulia... ehm.... credo che il microfono e la telecamera vadano meglio, ora... dunque, attenta alle smorfie che farai! Che proposta? New York?"

"Caro Davide, vabbe'... allora dillo che sei nei servizi segreti! Cominci a farmi un certo effetto! Non è possibile, non è semplicemente possibile. Come hai fatto a indovinare? eppure, no, sono sicura di non avertelo detto. Ho da fare. Ciao, a presto."

"Cara Giulia, diciamo che una come te, a questo punto, a poche settimane da dicembre, non poteva che avere in mente di andare a New York! Tutto qui. C'e freddo, ci sono luci, c'è atmosfera in ogni strada, dalla prima alla 125esima (sono quelle di cui ho esperienza diretta, le altre non so). Puoi vedere babbo natale, e negozi stracolmi, e l'albero più grande del mondo, e pattinare sul ghiaccio sia al Rockefeller che in Central Park, e compenetrare ogni cosa, insomma, ci starai benissimo! A presto."

*

Quando torni a casa dal viaggio di lavoro trovi Giulia alla tastiera, concentrata in variazioni molto ritmate. La senti già dall'ultima rampa di scale. Riconosci il suo modo di suonare pur senza averlo mai ascoltato prima. Lei non si accorge che sei entrato. Cerchi accorgimenti per non spaventarla. Mentre posi la valigia accanto al tuo studio, ti inquadra. Non smette di suonare, ti strizza l'occhio. La senti concludere le variazioni dalla tua camera. Decidi di comunicare la tua novità.
"Tutto bene?" chiedi, baciandole la guancia.
"Benissimo. La musica mi mancava." E'stupita del tuo gesto.
"Ho anch'io novità. In parte buone in parte cattive."
"Incomincia dalle cattive, grazie."
"Puoi permetterti di pagare l'affitto completo per un paio d'anni almeno?"
"No."
"No e basta?"
"Quelle positive?"
"Andrò due anni in Canada. Ordine del Capo."
"Fantastico! Quello che ti ci voleva!"
Hai pensato ad almeno quattro tipi di reazione, ma questa non l'avevi calcolata. Dichiari seriamente: "Se non riesci a pagare tutto l'affitto non se ne fa nulla, promesso."
"Ho una collega che potrebbe essere interessata a questo posto."
La soluzione così semplice e immediata, a quello che ti era parso un problema quasi insormontabile, ti provoca reazioni negative, una sorta di delusione.
"Deluso?" ti chiede Giulia fissandoti.
Non sai cosa rispondere. Sembra che ti legga nel pensiero, a volte. Non sai perché te l'ha domandato. Non sai perchè siate già a quel punto della discussione, con una valigia ancora da disfare completamente.
"Deluso?" insiste Giulia.
Non le rispondi. Le dici che devi telefonare in redazione e che devi sistemare i vestiti.

*

Hai deciso di anticipare di due settimane la partenza per il Canada. Approfitterai del viaggio a New York di Giulia per rivedere la tua città preferita, nel periodo migliore. Potrai parlarle un po', forse condividerete buoni momenti, emozioni e sensazioni.
Qualcosa di concreto che puoi scrivere sulla tua agenda. Non sopporti le caselle vuote. Sei attratto dall'idea di vette artificiali, dal volo, sei convinto di poter sfuggire a lungo al destino, rifugiandoti in un'atmosfera favorevole, nel ghiaccio e nel freddo, girovagando e setacciando.

8. Ancora New York.

"Perché ti piace tanto stare qui?"
"Non lo so. Questo lato di Central Park, la vista dei grattacieli sopra gli alberi, le chiazze di neve, questa fila di panchine, l'assenza di persone..." rispondi cercando di non perdere nessuna delle immagini che vi circondano.
"Non è che sei un po' fissato?"
"Non lo so. Mi piace e basta. Vuoi sederti?"
C'è qualcosa di diverso nell'atmosfera, nell'insieme di dati visivi ricorrenti e immodificabili che ricerchi periodicamente dentro quel misterioso perimetro rettangolare, a costo di attraversare l'oceano senza altro motivo; qualcosa che non riesci a definire, non fino a quando ti rendi conto di osservare le stesse cose che sta osservando Giulia. E lei il particolare in più, nel dipinto. Provi a farglielo capire.
"Ah! miglioro il paesaggio! un complimento così non me lo ha mai fatto nessuno." ti dice guardandoti in modo ambiguo, con un'espressione divertita che non riconosci.
"E' così."
"Una specie di rifinitura, diciamo."
"Di più."
"Attento a non sbilanciarti troppo!" esclama Giulia.
"E' una cosa divertente?" le chiedi.
"Lo è. Lo deve essere."
"Sei mai stata qui?"
"Ti dico una cosa che ti dispiacerà: non sono mai entrata in Central Park. Nei miei due viaggi precedenti mi sono accontentata di rimirarlo dall'alto del grattacielo dell'albergo. Una vista che ti raccomando."
"Che... cosa?"
"Ho un metro di giudizio e una scala diversi dai tuoi. Non è complicato. Tu credi di poter coinvolgere in quello che pensi tutti quelli con cui hai rapporti?"
"Non tutti. Non tutti."
"Vediamo... è di nuovo un complimento? un rimprovero?"
"Ti piace qui?"
"Mmh... fammi guardare." Giulia gira più volte su sé stessa, lentamente, indicando con una mano tesa gli oggetti dell'attenzione.
La fissi senza riuscire a giudicare quell'atteggiamento.
"Molto bello." conclude in tono convinto.
"Sei sincera?"
"Davvero: molto bello! Hai ragione tu."
Ti prende una mano tra le sue, la stringe un po'. "Mi hai fatto un sacco di favori e sei stato gentilissimo in questo strano anno. Sono in debito con te."
Il contatto ti emoziona e ti sorprende. Ti avvicini un po' e la guardi, una cosa che hai fatto raramente nei mesi trascorsi, tantomeno alla luce del giorno. Ha un bel viso, uno sguardo deciso, solo la linea della mascella e le piccole rughe della fronte, appena aggrottata, tradiscono la sua durezza di base.
"Non capisco di che debito parli. L'appartamento?"
"Non solo quello. Per esempio grazie di avermi tenuto compagnia alla fine dei pomeriggi, e di aver diffuso nella stanza il profumo del tabacco e le parole dei libri che leggevi. Grazie della musica."
Non sai cosa rispondere.
"E grazie per le passeggiate per la città."
In fondo non ti sta elencando cose rilevanti. Forse l'hai fatta camminare troppo, l'hai stancata.
Ti accorgi che ti sta fissando gli occhi. Ti si avvicina, il sole accarezza i suoi capelli. Ti bacia le labbra, dandoti appena il tempo di ricambiare, allontana un po' il viso, continua a guardarti negli occhi, sorridendo. Infine emette un sospiro appena percepibile, si passa la mano nei capelli, ti costringe ad alzarti, subito prendendoti sottobraccio.
"Passiamo sopra il mosaico di Imagine?"
"Idea perfetta." le rispondi. Nessuna ti ha mai baciato per prima.

*

Il mattino dopo vi avviate in direzioni diverse. Lei ha da lavorare per tutto il giorno. Tu sei libero. La magnifica dormita ti convince di nuovo che sei instancabile e imbattibile.
Così, dopo una colazione senza fine, scegli la sciarpa e i guanti più morbidi, il cappotto, non il giaccone, le scarpe scamosciate, e scendi lungo la quinta strada fino all'Empire; ci sali, risucchiato dall'ascensore e dalle correnti; hai tempo, sorridi pensando al Cappellaio, puoi guardare intorno, potente come un'aquila, e scegliere con calma la direzione.
La direzione è incredibile: non qualcosa di specifico.... ti sei detto 'in direzione della Columbia University', il nome è evocativo di una certa atmosfera, e fino all'Apollo Theatre in Harlem, sai che ci ha suonato Armstrong, hai in testa <We have all the time in the world>.
In che modo? a piedi! sei o non sei invincibile?
Dunque puoi scegliere ogni cosa e decidere i momenti.
E così... via... a zigzag per di più, non vuoi perdere niente delle strade tra la quarta e la sesta.
Entri in Central Park, come hai fatto ieri con Giulia, dall'ingresso a fianco del Plaza, trascorri un'ora almeno incantato ad osservare i pattinatori e lo sfondo di alberi e grattacieli. Parti per un altro zigzag, non vuoi perdere nulla neanche dei viali, della vista sui palazzi a due torri del lato est, incredibili fondali, e di laghetti, fontane, statue, ogni cosa, ogni cosa possibile.
Chilometri su chilometri, la casa di Lennon, il giardino dei mille alberi, Giulia si è immalinconita qui, ieri, nostalgia per le canzoni, le cose che non ci sono più, l'ingenuità perversa, e comunque avanti per viali e spiazzi grandiosi, fino al Reservoir, corricchiando un po' lungo il lato recintato, per simulare un'energia senza termine. Ma sei molto stanco.
Avanti ancora, su, verso la Columbia, sbalordito dalla cattedrale in riparazione, dai ragazzi e dalle ragazze, dall'atmosfera, dal fascino del campus, voglia di ricominciare da lì, esattamente da quell'apparenza!
Invece prosegui, giù verso Harlem, mentre il sole rompe il freddo, ti fa sentire accaldato, fuori posto, esausto, spezzato, in definitiva, forse, non più invincibile.
Passi per la zona più degradata di Harlem, metabolizzi i conseguenti cambi di atteggiamenti di vita, perdi lo stato di benessere, si alterano pensieri e fisico, si insinua la debolezza, la lentezza di parola, la sete, insorgono fastidiosi crampi alle gambe e all'addome.
I quartieri appaiono inospitali, difficili da conquistare, probabilmente pericolosi.
Trovi l'unica strada diagonale, sai che raggiunge l'angolo nord-ovest del parco, la percorri osservando per istanti carrelli di supermercato colmi di ferraglia e rottami, murales cupi e colorati, luoghi di culto indefinibili, ti distrai, perdi l'orientamento, ti ritrovi nel cuore di Harlem, nel lato sbagliato delle sue strade, dove ogni cosa, la materia stessa, è decadenza, maleodore, disagio, freddo e fame.
Rifiuti tuttavia soluzioni elementari quali un taxi o un mezzo pubblico, ti dici... 'ce la fai comunque'... ritrovi la giusta direzione, inizi a scendere per il lato ovest del parco, contando le decine di strade che devi attraversare, compitandone le targhette di metallo... 117th... 116th... 115th... 114th... fino almeno alla 57th, alla stanza d'albergo che diventa una specie di traguardo irraggiungibile!
Non sei lucido, la fatica è stata sproporzionata, le scarpe sono infangate, sei accaldato, la sciarpa ti infastidisce, l'aria è gelida, il sole scomparso, senti freddo al collo, la gente va di fretta, i muscoli rispondono in modo svogliato.
Ti fermi di colpo. Il cuore batte un po' troppo velocemente. Non sai bene cosa vuoi trasmettere o ricevere. Forse è solo la vita che ti sta acchiappando e non tu che la dirigi. Oppure il contrario. Non lo sai davvero. Forse il contrario: tu poi acchiappare la vita.
Magari sei solo confuso: in fondo, all'albergo, riesci ad arrivarci. Puoi anche mantenere un atteggiamento composto ed essere gentile con la ragazza che ti saluta alla reception.
Vorresti che tutto fosse sempre come in questo momento, a un passo da un buon letto, in una buona stanza, in una città incantata, a pochi giorni da Natale. Oppure avere brezze, musica e il sole che ti accarezzano, tiepidi e discreti, ogni volta che esci dal buio, mentre ricopri di inchiostro fogli senza fine o cerchi di capire la neve di ferragosto, in montagna.

*

Ritrovi Giulia solo due giorni dopo. Sta baciando e abbracciando un tipo dall'aspetto molto sano e sportivo. Ti vede, non mostra imbarazzo, te lo presenta:
"Michel. Quel pescatore di cui ti ho parlato."
Sembra che siano spariti i suoni della città. Il freddo è tagliente.
"Piacere. Come mai a New York?"
"Ci abita." ti risponde Giulia mentre lo accarezza.
"Non era un pescatore?" chiedi infastidito.
"D'estate. Lo fa per pagarsi le vacanze e vivere con la gente del mare: lo adora, e considera l'Italia il miglior paese del mondo. Lavora nei Queens, come istruttore in una palestra."
"Molto interessante." dici senza nessuna intonazione.
"Stasera mi porta a cena a Brooklin, vuoi unirti a noi?"
Hai una improvvisa sensazione di solitudine. Provi, sconsideratamente, una grande delusione, e non riesci a fartene una ragione. Loro si stanno di nuovo abbracciando, non possono accorgersene. Si allontanano senza aspettare una tua risposta.
Guardi la cima della Trump Tower, ti lasci incantare dalle mille luci dei suoi alberi, respiri più volte profondamente, senti la testa leggera.
Il rumore attorno riprende, quasi un frastuono.
Vapori densi si aggirano tra le persone. Stai di nuovo avvertendo la terra e attraversando l'aria. Inquadri espressioni, senti richiami, hai l'impressione che un fiocco di neve si sia posato sul tuo naso. Volgi lo sguardo verso il cielo, scuro, grigio, metti a fuoco, e il contrasto conferma candidi cristalli galleggianti a mezz'aria, una massa impalpabile ferma a pochi metri dal terreno, come in attesa, da cui sfuggono immateriali frammenti in avanscoperta, incerti e fragili.


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