FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ANTONIO

I Louis Depraved




Il professore ebbe la sgradita sorpresa di trovare le cento piantine di agrumi, trapiantate in autunno, tutte capitozzate di fresco. I carabinieri avevano telefonato che sarebbero arrivati non appena si fosse liberata la squadra d'emergenza. I filari delle giovani piante che il giorno prima lussureggiavano segnati dal verde turgido delle chiome robuste ora si intravedevano appena, coperti dal verde quasi appassito delle foglie senza linfa, accartocciate dal solleone d'agosto. La stagione non era certamente propizia per sperare che in quei tagli appuntiti, fatti da una roncola assassina, si formassero nuovi germogli. Una ramaglia disordinata giaceva ai piedi dei monconi e dalle ferite uscivano lacrime di linfa giallastra che si perdeva in brevi rigagnoli attorno alla corteccia.

Sarebbe stato un bell'agrumeto dalle specie più pregiate. Nessuna di quelle piante aveva fallito ed alcune avrebbero anche maturato qualche frutto che tenevano in serbo sin dal vivaio, per mostrare orgogliosamente di cosa erano capaci nelle stagioni future. Cento piante - sistemate come un esercito ben allineato nello spazio libero e pianeggiante, a ridosso di villa Elena - messe a dimora da una decina di operai e ben accudito sin dall'autunno dell'anno precedente.

* * *

Antonio, il bracciante, le aveva prese in consegna, distinguendosi nell'accudirle durante la fase cruciale del trapianto e dell'attecchimento. Durante l'inverno aveva consigliato di proteggerle con delle stuoie di paglia e quando le giornate bruciavano sin dal mattino, si alzava di buon ora per attivare anzitempo gli irrigatori automatici.

Quando il professore l'aveva assunto, un anno prima, si era presentato al cancello chiedendo del pane per sfamarsi. In quel tempo la zona non era ancora abitata e la villa era la sola che fosse costruita con criteri moderni: aveva un primo piano, delle terrazze ed una recinzione in ferro lavorato. Per dei chilometri intorno non esisteva nulla del genere. Altre costruzioni, sparse qua e là nei campi e negli orti, erano casupole misere di contadini, tutte abitate da povera gente che seminava modesti appezzamenti di terreno o coltivava frutta e verdura di stagione. Sulla destra, tra la strada provinciale ed il mare distante circa mezzo chilometro, troneggiava un gran capannone. Era stato costruito per produrre fuochi d'artificio, ma poi era stato abbandonato per motivi di sicurezza quando nella zona avevano cominciato ad insediarsi i contadini, privi della possibilità, dopo la guerra, di trovare alloggio nel paese vicino. Ora fungeva da ovile per un centinaio di pecore, accudite da un vecchio pastore, bravissimo nel trovare sempre un prato intonso fra i tanti non ancora occupati.

Antonio era sceso dai monti perchè il suo paese stava appollaiato sui tornanti che si affacciano sul golfo. Lassù la sua famiglia non era più in grado di mantenerlo. Partiti gli sfollati, adduttori di una nuova cultura e di tanto benessere, giunti lì durante la guerra per trovare scampo dalle bombe, oramai il piccolo centro era ripiombato nella squallida miseria di sempre. I giovani, affascinati da quella pianura ubertosa che si stendeva sotto i loro piedi e dall'esempio dei cittadini, emigravano non appena riuscivano a conseguire il diploma della terza elementare. Anche lui, dopo aver superato quell'esame, volle tentare l'avventura e ai primi albori di una giornata estiva prese il sentiero ripido che lo portava a valle. Non poteva permettersi di viaggiare nella corriera. Del resto, quella viuzza, evitando i mille tornanti della strada provinciale, tagliava dritta il pendio della montagna dimezzando il percorso in poche decine di chilometri. Appena superata la chiesetta campestre di Santa Barbara, intravide il mare e gli sembrò vicinissimo. Riusciva a scorgere le scogliere de Is Mortorius ed in lontananza anche Capo Sant'Elia con la Sella del Diavolo. Il sentiero, corroso dall'acqua invernale che talvolta lo trasformava in impetuoso torrente, talvolta era tanto ripido da obbligarlo a tenersi ai rami di mirto e di corbezzoli per non cadere. Più che correre, scivolava dalla montagna sull'erba ancora fresca; sembrava una valanga piena di entusiasmo, sorretto da quell'ottimismo che coglie tutte le persone semplici quando risolvono in azione un pensiero maturato e sofferto lungamente. Giunse ai primi gradoni coltivati, col sole perpendicolare sul capo. Ora il sentiero lentamente si trasformava in un viottolo largo abbastanza da consentire il passaggio di un automezzo, mentre il mare fu nascosto dagli alti alberi di pino e di cipresso che costellavano i primi tornanti della montagna. Ad un centinaio di metri si profilò la sagoma della chiesetta di San Gregorio attorno alla quale si addossavano alcune villette padronali. Aveva percorso meno della metà del tragitto che lo separava dal mare e già sentiva un certo languorino allo stomaco. Si fermò per bere in una fontanella da cui sgorgava in continuazione un'abbondante acqua fresca e si sedette su un masso liso, accanto alla sorgente, per sbocconcellare un pochino di pane che prese dalla tasca della giacca. Un certo senso di solitudine cominciava a sostituirsi all'entusiasmo dell'azione. Cominciò a rendersi conto che si era tanto allontanato dal suo paese, quanto mai gli era capitato di fare precedentemente. Finora aveva sempre vissuto coi suoi familiari ed i due fratelli minori, in quella bicocca semi diroccata della sua casa, aiutando sua madre a coltivare quell'orto ricavato da pochi acri di terra comunale, dietro al cimitero, in cui l'acqua per irrigare bisognava portarla a spalle dalla sorgente distante seicento metri. Suo padre era disoccupato e spendeva i pochi soldi della sua indennità alla bettola dove si ubriacava. Lui diceva che lo Stato aveva l'obbligo di procurargli un lavoro, ma se per caso si offriva qualche occasione diceva che i soldi per mantenersi li aveva e non avrebbe fatto lo schiavo per nessuno. Mangiavano quel poco che l'orto poteva produrre e campavano dai pochi soldi che la madre procurava lavando la biancheria del parroco ogni settimana. Tutti sapevano che lui sarebbe partito; anzi fu proprio sua madre che lo esortò a lasciare la casa quando sere prima ebbe un alterco col padre ubriaco che minacciava di picchiarlo. Quando lui partì da casa, solo suo fratellino lo accompagnò fino all'uscita del paese. Sua madre era già al torrente ed il padre dormiva pesantemente nell'unico letto della casa e dal quale si sarebbe alzato, come sempre, soltanto a sera inoltrata. Eppure ora sentiva un poco di nostalgia di quella famiglia; come se si fosse privato di una parte di sé stesso. Tuttavia si rendeva conto che difficilmente avrebbe intrapreso la strada del ritorno.

La piazzetta del piccolo centro di villeggiatura era deserta, ma lo schiamazzo querulo di bimbi, che giocavano al di là delle cancellate delle ville, giungeva chiaro ed animava quel pomeriggio assolato. Antonio si levò e si fermò, nascondendosi dietro una ringhiera ornata di buganvillea e gelsomini profumati, ad osservare quello spettacolo per lui del tutto straordinario. Una donna in uniforme azzurra e crestina bianca teneva in braccio un bambino ed altri più grandicelli, vestiti con abiti eleganti, giocavano nel prato: chi a pallone, chi dondolando nell'altalena o spingendo una giostra a mano, o trastullandosi con delle graziose bambole. Ma quello che più lo colpì fu un'automobilina rossa guidata da un ragazzo che le faceva fare tante manovre: avanti, indietro, su per la salita, nella discesa, lasciandosi trasportare come succede con le automobili grandi, ma senza fare alcun rumore. Rimase incantato per qualche minuto fino a che una donna, forse la padrona di casa, non chiamò tutti per il pranzo. Riprese il suo cammino in discesa, ma questa volta il pendio era molto dolce e sboccava in una grande strada asfaltata dove abbastanza spesso passavano automobili vere che si inerpicavano o scendevano dai tornanti della montagna. Sulla prime ebbe paura di inserirsi in quel traffico, poi lentamente e con cautela scelse di camminare sul ciglio della strada senza più badare alle vetture. Il mare oramai sembrava tanto lontano. Da un pezzo non lo vedeva più. Si aspettava di trovarselo di fronte dietro a qualche curva, ma ogni volta era una delusione: solo strada, curve, strada che si snodava per chilometri senza alcuna alternativa. I piedi cominciavano a dolorare ed il sole non era più tanto alto. Anzi gli si era messo di fronte e lo abbagliava impedendogli di tenere lo sguardo fisso sulla strada che sembrava ribollire svaporando nel suo manto d'asfalto. Sembrava che il grande disco accecante avesse molta più fretta di lui. Ben presto lo vide posarsi sui monti di ponente e scomparire con un ultimo guizzo di saluto. Nel chiarore del crepuscolo, dalla cima di una collinetta, rivide il mare: una striscia limitata di mare, appena visibile tra le curve della collina ed il monte. Com'era ancora tanto lontano! Sembrava molto più lontano di prima. Non l'avrebbe mai raggiunto quella stessa sera. Bisognava fermarsi da qualche parte per riposare. Ma dove? Le poche case che incontrava erano disabitate ma custodite da cani ringhiosi che gli mostravano i denti aguzzi dietro ai cancelli chiusi. Doveva trovare una casa di contadini e chiedere il permesso di dormire sotto una tettoia. Non tardò molto a trovarla, anche se invece di una casa dovette accontentarsi di una capanna abbandonata. Fortunatamente la sera era calda ed il duro giaciglio fu ammorbidito dalla stanchezza e da un sonno profondo.

All'alba si rimise in cammino e questa volta ad un crocevia rivide il mare un poco più vicino. Prese quella strada bianca e camminò ancora a lungo fino ad incontrare una nuova strada asfaltata. Questa volta il mare lo aveva lì a due passi e vi andò incontro fino a bagnarsi i piedi. Non lo aveva mai visto da vicino e quell'odore di salsedine lo stordiva. Qualche refolo di levante increspava appena la superficie calma, alla foce di un fiume che, con appena un rigagnolo d'acqua, divideva in due il bagnasciuga. Si tolse le scarpe bagnate, le legò tra loro con i lacci e se le mise sulle spalle; poi si rimboccò i pantaloni sdruciti e si immerse lentamente fino a mezza gamba. Stette così per un poco, sfiorando con le dita le piccole onde e portandosi ogni tanto la mano alla bocca per sentirne il sapore. Il fresco attenuò il gonfiore dei piedi e gli ridiede il buonumore. Fischiettò una canzonetta in voga e si azzardò a fare ancora un passo avanti. Ma un fosso lo tradì e finì in mare fino alla cintola. Fortunatamente la spiaggia in quel punto era deserta. Si tolse i pantaloni e, in mutande, attese che gli abiti si asciugassero. Disteso sull'arena si accorse presto che il sole vicino al mare scottava più che in montagna. Rosso come un gambero si rimise i pantaloni e si diede a girellare nei dintorni, puntando su un gran capannone che troneggiava isolato nei campi brulli. Quel paradiso che aveva intuito osservando la marina dal suo paese ben presto scomparve. Attraversava campi brulli, e vigneti abbandonati. Forse per trovare lavoro avrebbe dovuto proseguire ancora per molto. Non certamente in città. Là i suoi amici che lo avevano preceduto non avevano trovato niente. Non valeva nemmeno la pena di tentare. Raggiunse il capannone dopo aver attraversato dei campi di stoppie ed essersi difeso da alcuni cani randagi. Non vi trovò nessuno. Chiamò, ma nessuno rispose. In lontananza udì lo scampanio di un gregge e si diresse in quella direzione. Un vecchio male in arnese guidava un centinaio di pecore che brucavano in un campo di grano appena mietuto. Lui raccattava le rare spighe sfuggite alla mieti trebbia e gli animali cercavano fra le stoppie qualche filo d'erba tenera. Gli chiese se poteva assumerlo come aiutante pastore. L'uomo, sollevando gli occhi stanchi, prima lo guardò a lungo poi si tolse da una tasca la pipa e senza caricarla se la mise in bocca. Poi sputò per terra ed infine disse:

<<Tu vorresti fare l'aiutante, eh? Ma l'aiutante di chi? >>

<<Suo, naturalmente>> rispose il ragazzo.

<<Ma non vedi che anch'io sono sotto padrone; o pensi che le pecore siano le mie. Se avessi tanti animali, credimi, me li sarei già venduti per fare la bella vita al mio paese.>>

Il ragazzo abbassò lo sguardo, gli occhi gli si inumidirono ed una lacrima gli rigò il volto. Forse era stato il troppo sole o forse il pensiero che da più di un giorno era digiuno. Insistette:

<<Se mi dà qualcosa da mangiare e mi fa dormire al coperto, magari con le pecore ...>>

<<Senti, ragazzo mio, sono povero anch'io e so cosa vuol dire la fame. A dormire potrai stare nell'ovile, ma per mangiare dovrai arrangiarti altrove. Prima che venga il padrone a ritirarlo potrai anche bere una ciotola di latte caldo dopo la mungitura. Ma non farti vedere intorno quando c'é lui. Capito?>>

Antonio accettò l'ospitalità e offrì in cambio di spalare il letame accumulato dalle pecore durante la notte.

Quando si presentò al cancello di villa Elena, Antonio era allo stremo. Non mangiava da due giorni ed il suo viso tradiva la stanchezza. Il professore si accorse della sua presenza prima ancora che suonasse al citofono e lo invitò ad entrare.

<<Non mangio da due giorni; mi dia del lavoro; sono un bravo lavoratore e so fare molte cose.>>

<<Tu non sei di queste parti, vero?>>

<<No. Vengo da B. e la mia famiglia non può mantenermi>>

<<Ho avuto dei muratori di recente che venivano da B. Erano dei bravi ragazzi, ma poco specializzati. Tu cosa sai fare?>>

<<Di tutto>>

<<Bada che questo vuol dire che non sai fare niente>>

<<Mi arrangio e apprendo facilmente. Mi metta alla prova.>>

<<Quale lavoro facevi al tuo paese?>>

<<Aiutavo mia madre a coltivare l'orto>>

<<Senti, in questo momento non avrei bisogno di nessuno; ma se tu sei un bravo ragazzo come dici, ti assumerò per il periodo estivo come bracciante. Va bene?>>

Andava benissimo anche se non si trattava di una cosa definitiva. Era tanto felice che si chinò a baciare la mano del suo benefattore che la ritrasse un poco confuso. Al suo paese era solito farlo col parroco che la porgeva e si compiaceva del gesto; in questo caso la rapida ritirata lo lasciò perplesso e pensò di aver fatto qualcosa di poco gradito. Il professore lo condusse in una dependance poco distante dalla villa e gli mostrò il suo alloggio.

<<Dormirai e mangerai qui. Alla mattina prenderai la ramazza, scoperai il cortile, ed aprirai l'acqua della vasca per irrigare il frutteto. Di pomeriggio pulirai le aiuole del giardino dalle erbacce ed il viale degli eucalipti dalle foglie secche. Il lavoro non è tanto gravoso. Di solito erano operazioni che facevano i miei ragazzi e le facevano bene. Ora vedrò come te la caverai tu.>>

<<Vedrà che resterà contento di me>>

<<Ora però dobbiamo provvedere ad una cosa urgente: tu sei della stessa taglia di mio figlio e quindi potrai utilizzare comodamente alcuni abiti e le scarpe che ha smesso dopo averli usati poche volte. Ma prima dovrai soddisfare il tuo stomaco. Devi mantenerti in forza se vorrai essere un bravo bracciante.>>

Antonio di lì a poco ricevette ogni ben di Dio. Quel cucinino del suo alloggio fu riempito all'inverosimile di tutti i generi alimentari di prima necessità e molti voluttuari, come cioccolato, biscotti, marmellate, ecc. Non mancò nemmeno un buon fiasco di vino che la domestica incaricata dei rifornimenti raccomandò di bere con parsimonia: il professore non tollerava in nessun modo le persone ubriache, quindi se lui voleva che quel trattamento continuasse doveva ubbidire.

Dopo essersi tolto le pieghe dallo stomaco il ragazzo si riordinò il lettino e per la prima volta provò a coricarsi sotto le lenzuola. Si infilò vestito e non fu di sua soddisfazione. Rigirandosi, come faceva spesso, si avvolgeva nelle coperte e vi rimaneva imprigionato. Rinunciò e si distese sopra. Quel giaciglio troppo molle non conciliava il suo sonno. Si girava e rigirava, ma il sonno non veniva. Finalmente prese una decisione drastica: tolse il materasso dal letto e lo mise sull'impiantito. Dormì saporitamente tutta la notte ed al mattino di buon'ora era già nel cortile con la ramazza in mano.

Sbrigò le faccende con l'entusiasmo del neofita e le portò a termine con l'aperta soddisfazione di tutti. Soprattutto dei figli del professore che finalmente avevano trovato chi li sostituiva. Loro ubbidivano al padre perchè sapevano che li impegnava nel giardinaggio per abituarli ad un sano lavoro manuale; tuttavia avrebbero preferito, soprattutto durante le vacanze estive, potersi muovere autonomamente.

Finite le vacanze, quando settembre portò le prime piogge, il professore con tutta la famiglia si preparò ad abbandonare la villa. Antonio, pur senza eccellere in intelligenza, aveva dimostrato di sapersela cavare bene nell'accudire ai lavori essenziali, tanto più che in gran parte quell'ettaro di terreno era stato solo parzialmente occupato da qualche decina di piante da frutta. Oltre tutto i meli, i peri e i susini d'inverno non avevano alcun bisogno di essere irrigati e mancando i proprietari, il lavoro giornaliero si riduceva a pochissimo. Per i grandi lavori di aratura, zappatura, concimatura e potatura veniva impiegato di volta in volta personale esterno. Una decina di operai erano già al lavoro con la ruspa per spianare mezzo ettaro circa ed un grosso trattore lo avrebbe arato profondamente, mentre l'escavatore vi avrebbe ricavato cento buche per mettere a dimora le piantine di agrumi.

<<Non mi mandi via, professore.>> - implorò Antonio con le lacrime agli occhi quando gli disse che oramai l'estate era finita e che sarebbero dovuti rientrare in città - <<Vedrà, sarò bravo anche come guardiano; e poi, se lei vorrà, darò una mano per accudire l'agrumeto e coltiverò un orticello; così potrò farle avere le verdure fresche per tutta la stagione.>>

Il professore non se la sentiva di addossare tanta responsabilità su quel ragazzo di sedici anni che ancora non conosceva tanto bene. Se da un lato aveva soddisfatto tutte le sue aspettative, talvolta il suo comportamento risultava strano e incomprensibile. Si era affezionato morbosamente all'anziana domestica che si occupava di lui e tutte le sere dopo il lavoro anziché inforcare la bicicletta e scendere in paese per svagarsi un pochino, preferiva sedersi sulla soglia del suo alloggio e stare ad ascoltare Peppina che gli raccontava la storia della sua vita. La donna aveva le sue buone ragioni per volergli bene. Aveva perduto un figliolo della sua stessa età in un incidente stradale proprio quando, dopo la morte di suo marito, tornava a casa con la sua prima busta paga. Quando stava ad ascoltare queste lunghe storie, talvolta strampalate ed inverosimili, il suo viso si impietriva e gli occhi attoniti si fissavano nel vuoto. Non un tremito o un qualunque movimento che denunciasse la pur minima emozione. Si sarebbe detto che non sentisse nemmeno quelle parole strascicate e lente della donna, che la sua mente vagasse per altri lidi lontani, inaccessibili e che l'unico suo conforto derivasse dalla vicinanza fisica di quella persona che talvolta, come sua madre, accarezzava i suoi capelli arruffati. Ora la domestica sarebbe dovuta partire assieme alla famiglia ed il professore paventava le reazioni che quel momento cruciale avrebbero provocato.

<<Ce la farai a stare qua solo? Tu sai che durante l'inverno noi verremo soltanto nei giorni festivi e non avrai nessuno con cui parlare>>

<<Ce la farò. Non avevo nessuno con cui parlare nemmeno quand'ero in paese e tornandoci non avrei nemmeno nulla da mangiare.>>

Il professore si convinse ed accettò che rimanesse. Gli avrebbe aumentato la paga settimanale per consentirgli di scendere con più frequenza nel vicino paese. Anche la città non era lontana, appena una ventina di chilometri, e con la bicicletta era un gioco arrivarci. La possibilità di avere ogni tanto le verdure dell'orto e qualcuno che facesse la guardia alle piante, fu l'argomento che lo indusse definitivamente a dare il suo placet.

Quella sera di metà settembre era uggiosa e appiccicaticcia; non era estiva perchè il cielo era coperto e non era invernale perchè la temperatura di quasi trenta gradi rendeva irrespirabile l'aria umida e incollava la biancheria sulla pelle. Gli, operai avevano appena finito di trapiantare un centinaio di piantine di agrumi e lo spettacolo che offriva il podere era veramente superbo. I preparativi per la partenza si erano ormai conclusi: le grosse valigie erano già state fissate con le cinghie al portabagagli della berlina e tutta la famiglia aveva già preso posto. Era rimasta a terra Peppina ancora occupata a raccogliere le ultime cose da mettere dentro la sua grande borsa. Si avvicinò al ragazzo che stava lì impalato a guardarli e gli disse:

<<Stai attento a fare le cose per bene. Riguardati e non prendere freddo.>>

<<Quando tornerai?>>

<<Con molta probabilità ci rivedremo per tutti i Santi o per Natale. Addio.>>

Stette lì immobile ancora per un pezzo, fino a quando la grossa vettura blu non sparì inghiottita dalla strada provinciale e dalle prime ombre della notte. Oramai non vedeva più niente. La villa che fino a quel momento era piena di luci e di suoni si era ridotta ad un ombra che si confondeva con l'alta spalliera di cipressi che delimitavano il giardino. Gli pareva di essere piombato in un cimitero. Anche il viale di eucalipti aveva un aspetto sinistro. Sebbene non avesse avuto mai paura del buio, nemmeno da bambino, questa volta sentì una sensazione di sgomento e di angoscia. Rientrò nel suo alloggio ed accese la luce. Stette un poco ad osservare intorno quasi volesse ispezionare la camera, poi d'un tratto, spense ed uscì. Raggiunse il capannone poco distante e si sedette sull'uscio tendendo l'orecchio per sentire i rumori della campagna deserta. Lo scampanio del gregge che rientrava all'ovile non si fece attendere. Era stato soltanto due volte, in quei mesi, a trovare il pastore e, quando l'uomo arrivò, si sorprese di trovarlo lì seduto col viso imbambolato e l'occhio spento.

<<Come mai sei venuto?>> gli chiese.

<<Avevo voglia di vederti.>>

<< Per caso, non è che i tuoi padroni ti hanno licenziato?

<<No>>

<<Ho visto la loro macchina zeppa di bagagli che se la filava verso la città>>

<<Si, sono partiti.>>

<<E tu sei rimasto solo a fare da guardiano?>>

<<Si>>

<<Non hai paura di restare solo?>>

<<No!>>

<<Ti piacerebbe avere un grosso cane per farti compagnia?>>

<<Magari! E tu rinunceresti al cane per darlo a me?>>

<<No, non ti darei uno dei miei cani. Proprio ieri ne ho incontrato uno molto grosso che mi è venuto dietro per un bel pezzo in cerca di un tozzo di pane. E' un bel cane che deve essere stato abbandonato dai padroni. Sicuramente mi capiterà tra i piedi anche domani. Se lo vuoi non hai che dirlo.>>

<<Certo che lo voglio! Se vorrai potrò ricambiarti il piacere spalandoti un poco di letame.>>

<<No. Vieni a trovarmi più spesso, piuttosto.>>

Rimasero ancora un poco a chiacchierare del più e del meno fino a quando il vecchio, stanco di parlare solo lui, non lo congedò un poco bruscamente dicendogli.

<<Ma è mai possibile che tu non sappia dire altro che: si, va bene, no, magari, senza aggiungere nulla di quello che pensi? Ora vattene a letto tranquillo. E non mi dire "va bene">>

<<Va bene>>

Rispose lui a testa bassa e rientrò a casa mogio e senza più desiderio di parlare con nessuno. Aveva imparato a togliersi i vestiti prima di coricarsi ed a dormire col materasso sulla rete a molle del letto. Trovava la cosa molto confortevole e comoda.

L'indomani fu il pastore a restituirgli la visita, mentre di passaggio portava il gregge a pascolare. Teneva legato un bel cane bastardo, robusto e sveglio con le caratteristiche dell'alano, ma diluite chissà da quanti incroci. Simpatizzò subito con Antonio che per prima cosa gli fece mangiare alcune ossa di agnello che i signorini, così chiamava i figli del professore, avevano appena addentate il giorno prima e poi gettate nella spazzatura. Quando il pastore se ne fu andato prese una spazzola e con cura pulì il mantello dell'animale che la pioggia ed il fango avevano coperto di pillacchere orrende. L'animale si lasciava pulire senza protestare, leccandogli ogni tanto la mano in segno di gratitudine. Una volta che l'ebbe ben pulito Antonio si sedette sul limitare dell'uscio e tenendolo per la collottola gli disse:

<<Adesso che ti sei sfamato e pulito devi stare bene a sentire. Prima di tutto, siccome sei un maschio ben piantato, ti chiamerò Toro.>>

Gli sollevò l'orecchio sinistro e gli urlò dentro: <<toro...toro...toro>> per una decina di volte. Ad un certo punto il cane infastidito scosse il capo, e lui senza scomporsi:

<<Va bene; ho capito, a te non piace; a me invece sta bene e ti chiamerò Toro lo stesso>> Così dicendo glielo urlò ancora una volta dentro all'orecchio. Questa volta il cane non si mosse e lui soddisfatto:

<<Hai visto che comincia a piacerti? Ci farai l'abitudine.>>

Doveva essere stato educato in una casa signorile perchè per risposta si mise seduto sulle zampe posteriori ed agitò quelle anteriori in segno di festa. Prese subito possesso del territorio orinando all'esterno dell'ingresso ed abbaiando furiosamente a tutti i passanti occasionali. Quando latrava faceva veramente paura. Era quello che ci voleva e non poté trattenersi dal dirlo:

<<Bravo, fai sempre così; di te ne farò un buon cane da guardia. Tu mi difenderai ed io ti darò da mangiare. Qualcosa mi avanza sempre e Peppina mi fa avere più di quello che consumo. Però, come sei stato bravo con me dovrai esserlo anche coi miei padroni.>>

Lasciò che il cane prendesse possesso di tutto il territorio e cominciò la giornata lavorativa con entusiasmo. Ce la mise tutta a dissodare con la vanga un centinaio di metri quadri di terreno per impiantarci l'orto. Aveva dato la parola che avrebbe fatto crescere la verdura e l'avrebbe mantenuta. La stagione era propizia per piantarne di ogni tipo. Comprò a sue spese semi di finocchi, lattughe, sedani, carote e ne fece un vivaio a ridosso della sua dimora, riparato dal vento di maestrale.

Le giornate passavano serene e l'abitudine a star solo lo fece impigrire. La notte Toro dormiva con lui forse per una cattiva abitudine ereditata dai padroni precedenti. Lo aveva fatto sin dalla prima notte e non c'era stato verso di farlo desistere. Aveva anche tentato di chiuderlo fuori dall'uscio ma lui aveva talmente raspato alla porta guaendo che si commosse e lo fece entrare. Appena dentro, saltò sul letto e gli si accucciò ai piedi. Tutto sommato non gli dispiaceva poi tanto. Gli scaldava il letto anche se gli regalava qualche pulce e talvolta invadeva più di metà del letto. Ma lui era stato abituato a convivere con insetti anche peggiori; era basso di statura per un letto così grande ed infine era talmente comodo che da qualche tempo non riusciva più ad alzarsi di prima mattina. D'altro canto non c'era nessuno che lo governasse e durante la giornata riusciva a sbrigare ugualmente tutte le faccende.

Il semenzaio aveva dato i suoi frutti e le minuscole verdure aspettavano solo di essere trapiantate. Guardò quel piccolo fazzoletto di terreno così pulito ed ordinato coi solchi preparati a ricevere le piantine e gli venne in mente l'orto del suo paese. Fu preso da una vampata di nostalgia e si mise a pensare ai tempi trascorsi nella sua casa. Quel padre ubriacone che dormiva sempre fino alle quattro della sera, sua madre: quella santa donna che si spellava le mani lavorando al torrente e nell'orto, i suoi due graziosi fratellini, Pino di dieci e Maria di sette anni con il naso sempre sporco, tutto questo era la sua famiglia. Era il gruppo di persone al quale apparteneva anche lui. Ma lui aveva seguito il consiglio di sua madre ed era andato via. Forse se fosse rimasto sarebbe riuscito, lavorando bene l'orto, a farlo rendere tanto da sollevare la famiglia dalla miseria. Era sempre stato lui l'esperto; ed era stato sempre lui ad aiutare quando si trattava di trapiantare le ortalizie. Suo padre a quell'ora era sicuramente all'osteria a giocare a carte con gli amici ed a ubriacarsi. Avrebbe fatto lo spaccone scommettendo che sarebbe riuscito a bere un litro di vino tutto d'un fiato e ci sarebbe riuscito ancora una volta facendoselo pagare da qualche stupido che ancora non lo conosceva. Chissà cosa faceva ora la sua mamma! Da tanto non aveva sue notizie: da quando era andato via da casa. Ed i suoi fratellini? Avrebbe dovuto scrivere una lettera per avere loro notizie. Ma chi l'avrebbe letta e chi gli avrebbe risposto? Sua madre e suo padre erano analfabeti e nessun parente sarebbe stato disponibile. Il parroco! Ma si; lui l'avrebbe fatto senz'altro. Gli voleva tanto bene quando andava al catechismo e gli regalava le caramelle. Forse mandando per posta anche un poco di soldi alla parrocchia, sarebbe riuscito ad interessare quel buon sacerdote.

L'indomani di buonora inforcò la bicicletta, regalata dal signorino, e corse verso il paese. Acquistò per pochi soldi una penna, della carta, una busta e un francobollo. Quando rientrò si mise subito a tavolino per scrivere la lettera. I pensieri gli si affollavano nella mente disorientandolo proprio come quando la maestra gli faceva fare il componimento in classe. Poi improvvisamente fu tutto chiaro e si mise a scrivere:

Cara mamma,

io sto bene e così spero di voi. Ho trovato lavoro di contadino da un professore molto bravo che ha una villa vicino al mare. Loro vengono solo d'estate per la villeggiatura e mi vogliono molto bene. Mi danno da mangiare bene e mi hanno regalato tanti vestiti del signorino che sembro un signorino anche io. Ho una casa tutta per me e Peppina, che è la domestica del professore, mi ha imparato a cucinarmi il pranzo da solo. Ora che siamo d'inverno nella villa non c'è nessuno e non ho molto da lavorare. Loro verranno forse per Natale e chiederò al professore di lasciarmi venire qualche giorno da te. Questa volta però non verrò a piedi. Prenderò la corriera. Quando sono andato via da casa mi sembrava che il mare era tanto vicino ed invece mi sono venute le bolle ai piedi prima di arrivare. Ma ora sto bene e sono contento di essere venuto. Vorrei fare venire da me anche Pino e Maria per farli stare bene come me, ma sono troppo piccoli e non so se il professore è contento. Tu come stai a soldi? Babbo beve sempre molto? Ti picchia ancora? Come ti vorrei qui ora! Ti comunico però che ho un amico vicino a me. Si chiama Toro. Adesso si è sdraiato e mi lecca i piedi. E' tanto affettuoso ed anch'io gli voglio bene. Di notte dorme nel mio letto e mi fa caldo anche se qualche volta mi attacca qualche pulce. Fammi avere tue notizie e di tutta la famiglia dal Parroco. Nella busta gli metto mille lire per San Gervasio. Tanti, tanti baci da tuo figlio, Antonio

Ricordati di non fare aprire la busta a babbo perchè se no si beve anche queste mille lire.

Lesse e rilesse tante volte la lettera senza modificare niente. Era soddisfatto di essere riuscito a comporre uno scritto così lungo. Del resto aveva avuto una buona maestra in terza che gli parlava solamente in italiano. Così era riuscito ad impararlo bene ed ora era in grado di scrivere qualunque cosa. Mise l'indirizzo nella busta, piegò diligentemente la lettera ed in mezzo vi fece scivolare le mille lire. Lo aveva sentito dire dal suo compagno di scuola, figlio del postino: bisognava mettere i soldi proprio in mezzo al foglio piegato in quattro, per non correre il rischio che qualcuno se ne accorgesse e li portasse via. Per ultimo incollò il francobollo e mise la busta sul comodino. L'avrebbe imbucata l'indomani al passaggio della corriera. Si butto in mezzo al letto, vestito e con le scarpe. Toro, tentò di seguirlo come sempre, ma non trovò il suo angolo libero e dovette rinunciare. Guaì per un pezzo, contrariato, senza alcun risultato. Per la prima volta Antonio non gli diede retta e si assopì così, preso dai ricordi della sua casa. Sognò di essere rientrato al paese come un gran signore, con una vettura come quella del professore. All'ingresso del paese vi aveva fatto salire i fratellini che con uno sciame di tanti altri monelli lo avevano seguito schiamazzando sin dalla chiesa di Santa Barbara; con loro era sceso al torrente a prendere anche la madre e assieme erano rientrati a casa. Ma la casa era diventata una caverna abitata da un orco con le sembianze di suo padre. Stava sull'imboccatura e brandeggiando un grande forcone spingeva nel burrone la vettura che tentava di entrare. A nulla valse la sua volontà di contrastarlo. Quell'uomo riuscì a farlo precipitare nel burrone con tutta la famiglia...

Quando si svegliò di soprassalto, aprì gli occhi e si trovò disteso per terra, dolorante, a fianco del letto. Toro, accucciato beatamente al centro del materasso, era saltato su quando lui dormiva ed era riuscito lentamente a scalzarlo dalla posizione centrale facendolo ruzzolare dall'altra parte.

* * *

Finalmente venne Natale e le lunghe vacanze scolastiche. La famiglia del professore giunse al completo con le solite valigie e la domestica Peppina. Durante quei lunghi mesi di solitudine lui aveva perso l'abitudine di ramazzare il cortile e di togliere le erbacce, ed il professore, dopo aver dato un rapido sguardo in giro, arricciò il naso e fece una smorfia di disappunto. Ma a complicare le cose ci si mise Toro. Senza che nessuno potesse fermarlo, appena i signorini scesero dalla macchina, si buttò addosso alla più piccola mordendo a sangue il suo braccio. Ci fu una mischia furiosa che coinvolse grandi e piccini precipitatisi a liberare la fanciulla ed a neutralizzare il cane. Nel trambusto il professore ruppe i suoi occhiali e sua moglie ci rimise un lembo del vestito. La calma ritornò solo quando Antonio riuscì a trattenere Toro per la collottola. Il professore si precipitò su sua figlia, presa al volo da sua moglie piangente, e constatò la gravità della ferita. Il sangue fluiva copioso dal suo avambraccio. Bisognava portarla in ospedale, ma nessuno avrebbe potuto guidare la vettura: l'unico munito di patente era il professore e senza occhiali non vedeva nemmeno ad un metro di distanza. Quell'uomo tanto pacifico e accomodante si tramutò in una belva e la prima reazione alla sua impotenza fu di prendere a calci Toro che ancora ringhiava trattenuto dal ragazzo che tentava di contrastare la foga dell'animale. Ma il cane schivava abilmente i colpi e contrattaccava sempre più aggressivo. Risultato: per lo più i calci li prendeva Antonio che lo teneva ben stretto al collare. L'animale si quietò solo quando tutti si allontanarono per portare di corsa la bambina verso una vettura di passaggio che si era fermata sulla provinciale, attratta dall'insolito trambusto nel giardino della villa. Toro tornato pacifico ora guardava il suo padrone con aria soddisfatta e sembrava dirgli:

<<Contento? Hai visto come sono diventato bravo?>> Il ragazzo aveva il viso terreo e non riusciva a muoversi da quella posizione di contrasto diventata oramai inutile. Parlava all'animale con voce pacata e rotta da qualche singhiozzo:

<<Ma cosa mi hai combinato! Hai rovinato tutto... mi manderanno via per causa tua... e questo perchè ti avevo raccomandato di fare il bravo, con i padroni. Non dovevi comportarti così...non è giusto... dopo tutto quello che ho fatto per te...>>

Dopo aver visto che parte della famiglia stava per rientrare, si scosse, portò l'animale verso il viale degli eucalipti e lo legò ben stretto dopo avergli detto con aria cattiva:

<<Non potrò mai più fidarmi di te! Ora starai qui legato. E non ti azzardare di abbaiare! >>

Era tornata indietro solo la signora con gli altri due signorini. Nessuno gli rivolse la parola. Per la verità, la signora lo aveva sempre trattato dall'alto in basso ed i signorini non avevano mai legato con lui, preferendo fare giochi a lui preclusi. Soltanto una volta il maggiore dei tre, suo coetaneo, propose di insegnargli a giocare a tennis e fu un fallimento: quella palla non riusciva mai a prenderla nemmeno quando gliela mandava in bocca. Alla fine seccato il signorino gli disse: <<Antonio, sei una frana. Non imparerai mai!>> e fu l'ultima volta che ci provò. Anche Peppina era andata in ospedale col professore. Aveva voluto tenere lei la piccola, che non smetteva di piangere e lamentarsi, tenendo premuto un fazzoletto sul braccio per frenare il sangue.

Quando giunsero al pronto soccorso, in città, il medico ispezionò la ferita: fortunatamente era stato sollevato soltanto un piccolo lembo di pelle ed il morso non era andato in profondità. Medicò la ferita, diede un paio di punti e fasciò il tutto, alla fine fece un'iniezione antirabbica ed una antitetanica e li congedò. Dopo pochi minuti tutti erano pronti a ripartire. Il professore dovette chiamare un taxi, farsi accompagnare a casa sua per prendere un altro paio di occhiali, e con lo stesso proseguire per villa Elena.

Quando Antonio li vide arrivare, corse a nascondersi dentro casa. Aveva paura di incontrare il professore. Quei calci ricevuti per sbaglio pensava fossero stati indirizzati a lui ed ora non se la sentiva di riceverne degli altri. Sarebbe uscito quando fosse stato certo che tutte le acque si fossero calmate. Ciò che lo rattristava maggiormente era il fatto che la domestica non lo avesse degnato nemmeno di uno sguardo. Forse anche lei ce l'aveva con lui.

Quando scesero dal taxi, Peppina prese la piccola in braccio, ancora addormentata ed il professore l'aiutò fino a che non salì i quattro gradini della villa e sparirono tutti dentro. Per qualche minuto, Antonio, appostato dietro le persiane, non vide più nessuno. Anche il taxista se n'era andato rinchiudendo i cancello dietro di sé. Tutto era tornato tranquillo come quando era solo. Nemmeno Toro aveva più abbaiato. Eppure lo faceva sempre quelle rare volte che era stato costretto a legarlo. Forse aveva capito di averla combinata grossa! Quel silenzio tuttavia non lo tranquillizzò. Nella sua mente si affollavano i più tristi pensieri e tra gli altri si riaffacciava quella figura di grande orco che aveva sognato qualche settimana prima. Lo rivedeva chiaramente, anche ad occhi aperti e ne poteva immaginare tutti i particolari che ora somigliavano molto anche al professore. Non era possibile che quell'uomo tanto buono e comprensivo potesse essere paragonato ad un orco. Eppure quando gli dava quei calci aveva visto nei suoi occhi qualcosa di malvagio, di assurdamente vendicativo, che non gli erano mai stati congeniali. Una belva scatenata. Del resto era comprensibile! In fin dei conti si trattava di sua figlia; della più piccola. Cosa avrebbe preteso che l'avesse ringraziato per la bella accoglienza fatta da un guardiano stupido che tiene un cane randagio in casa e gli permettere di aggredire i padroni? No di certo. Lui meritava di essere preso a calci. Anzi meritava di essere scacciato per la scarsa gratitudine dimostrata ai suoi benefattori che lo avevano sfamato ed avevano fatto di lui un essere umano da quella bestia che era quando era uscito dal suo paese. Forse doveva essere lui a prendere l'iniziativa, parlare col professore e dirgli tutte quelle cose. Sperava forse di essere perdonato? No di certo. Non poteva essere perdonato uno zotico come lui che non era capace nemmeno di rimandare indietro una palla che gli veniva mandata sul viso. Eppure era riuscito bene ad adattarsi a tutte le comodità che i padroni gli avevano offerto! Non aveva più sofferto di quei brutti languori di stomaco che lo coglievano al suo paese durante la notte, ed il freddo non sapeva nemmeno più cosa fosse: aveva a disposizione tanto cibo, tante coperte e tanta legna per il caminetto. Si, ma tutto questo andava solo a suo demerito. Aveva imparato presto le cose che gli facevano comodo e male quelle che avrebbe dovuto fare per gli altri. Era proprio una frana!

Intanto qualcuno uscì dalla villa e si diresse verso il suo alloggio. Vide il professore che avanzava arcigno ed il primo pensiero fu di fuggire. Ma non riuscì a muoversi. Le sue gambe erano come paralizzate. L'unico movimento che riuscì a fare fu di muovere il capo per volgerlo dalla finestra all'uscio semiaperto.

Il professore entrò e si fermò un istante davanti a lui. Il viso stralunato del ragazzo lo mise in imbarazzo e frenò quell'impeto che si indovinava nel tremito delle sue labbra. Strinse i pugni per sfogare in qualche modo il suo disappunto, poi con viso più disteso affrontò il ragazzo:

<<Mi vuoi dire chi ti ha autorizzato a tenere questa bestia feroce in casa mia?>>

Il ragazzo lo guardava intontito e non rispose. Lui proseguì:

<<Ti sembra che io abbia riposto bene la mia fiducia in te?>>

<<No>>

<<Allora mi dici cosa debbo fare di te e del tuo cane?>>

Il ragazzo, sempre con lo sguardo pavido su di lui non rispose nemmeno a questa domanda.

<<Chi ti ha dato quell'animale?>>

<<Il pastore>>

<<Glielo hai chiesto tu?>>

<<No, me lo ha regalato lui>>

<<E perchè lo hai preso?>>

Ancora silenzio.

<<Ma insomma vuoi parlare per spiegarmi perchè ti trovi con questo cane in casa? Finora ho avuto pazienza, ma se non parli finirò col perderla.>>

E qui veniva il bello. Come poteva dirgli che l'aveva preso perchè aveva paura di stare solo. Sarebbe stata la stessa cosa che confessare di non essere capace di fare il guardiano. Preferì non rispondere ancora una volta. Ma dai suoi occhi scesero due lucciconi ed il professore si intenerì.

<<Va bene, non me lo vuoi dire, voglio pensare che tu lo abbia fatto per sconsideratezza. Pensa a cosa mi sarebbe potuto succedere se anziché capitare con la mia piccola figliola fosse successo con un estraneo. Mi avrebbero denunciato al tribunale e mi avrebbero portato via una montagna di soldi. Ma a te questo forse interessa poco. Avrei dovuto lasciarti per strada anziché fidarmi di te. Ti pare?>>

<<Si>>

<<Ah! Quindi credi che abbia fatto male a sfamarti ed a vestirti?>>

<<No>>

<<Senti, a me pare di sprecare il mio fiato, con te. Perciò tu ora farai esattamente quanto ti dirò. E lo farai subito! Prendi quell'animale e toglimelo di torno. Non lo voglio vedere mai più. Anzi per maggior certezza, l'operazione la faremo assieme. Lo porteremo in macchina, lontano da qui, e lo rimetteremo dove stava prima: sulla strada. Va bene?>>

<<Si>>

Rimasero d'accordo che la sera avrebbero compiuto l'operazione senza parlarne con nessuno.

La sera Antonio fece entrare Toro nel bagagliaio e col professore si diressero in macchina su per la montagna. Fecero un lungo giro e percorsero una decina di chilometri prima di arrivare ad uno stazzo deserto. Li, scaricarono il cane e ripresero il cammino per la villa. Il cane fino a quel momento si era comportato bene, ma appena vide che il ragazzo se ne andava si mise a correre dietro la vettura abbaiando furiosamente. Riuscì a tenere il passo per circa quattrocento metri fino alla strada provinciale. Da lì, non appena il professore poté andare più spedito sull'asfalto, non ce la fece più e si fermò. Antonio non ebbe il coraggio di girarsi e quando arrivarono a casa si mise subito a letto. Mancavano pochi giorni a Natale, lui sarebbe andato volentieri a trovare la mamma, ma non aveva il coraggio di chiederlo al professore. Era meglio non pensarci più.

Quei giorni di festa ebbe molte distrazioni e tanto da lavorare: aiutò la signora a fare l'albero in una piccola araucaria del giardino, i ragazzi ad ammucchiare legna per bruciarla la notte di Capo d'Anno, il professore a disinfestare l'agrumeto dalle formiche che avevano fatto i loro nidi ai piedi di ciascun albero. Soprattutto quest'ultimo lavoro lo incuriosì molto. Stava per delle ore ad osservare il padrone mentre costruiva certi coni di plastica che poi sistemava attorno ai giovani tronchi e li riempiva di una polverina bianca che impediva agli insetti di invadere le chiome e di allevarvi gli afidi. Nessuno ebbe più da dire per il fattaccio del cane: nemmeno il professore che si riconciliò presto quando Antonio gli mostrò l'orto con le verdure pronte ad essere raccolte. Aveva anche riconquistato l'affetto di Peppina che la sera veniva nuovamente da lui a raccontare le sue storie di fantasmi e di morti.

Ma come tutte le cose belle e piacevoli, anche le vacanze finirono e lui dovette nuovamente assistere ai preparativi febbrili della partenza. Questa volta nessuno si commosse: nemmeno la domestica preoccupata più della bambina, infastidita da qualche giorno da pochi decimi di febbre. Oramai se ne sarebbe riparlato a Pasqua. Così gli disse il professore e soggiunse:

<<Mi raccomando questa volta niente scherzi. Se hai voglia di rimanere comportati bene.>>

<<Si>> rispose il ragazzo e non attese nemmeno che la vettura sparisse dalla strada provinciale. Si ritiro in camera sua e si buttò sul letto. Questa volta era rimasto veramente solo. Gli si chiusero gli occhi e dormì pesantemente fino al mattino.

Fu svegliato all'alba da un ululare fastidioso che proveniva dal cancello della villa. Si alzò e vide un cane che raspava tra le sbarre di ferro. Era Toro, smagrito, impillaccherato, con gli occhi rossi per la febbre e madido di sudore. Non ebbe il coraggio di aprire il cancello, ma rimase lì accanto a lui ad accarezzarlo amorevolmente. L'animale guaiva e gli leccava le mani. Chissà da quanti giorni non mangiava. Gli portò dell'acqua, del pane e dei rimasugli della sua cena che divorò in pochi minuti, e con la spazzola, sporgendo le braccia oltre la cancellata, gli pulì il manto dal fango e gli parlò con voce sommessa:

<<Povero Toro, quanto cammino hai fatto prima di ritrovarmi! Non è stata colpa mia se ti hanno scacciato. Lo hanno fatto perchè hai morsicato la padroncina. Se tu fossi stato bravo forse li avrei convinti a farti stare con me. Ma tu non l'hai fatto apposta vero?>>

Il cane scosse il capo com'era sua abitudine per scacciare le formiche dalle orecchie.

<<Eh, si, lo sapevo; tu non l'hai fatto a posta. Forse pensavi di difendermi perchè non conoscevi i miei padroni e credevi fossero degli estranei. Ora lo sai e devi tenerti alla larga da loro. Se ti vedessero nuovamente qui, per me sarebbe veramente la fine. Ora vattene a passeggio per conto tuo e torna da me soltanto quando hai fame. Va bene?>>

Il cane scosse ancora il capo.

<<Capisco che per te non vada bene, ma tu oramai non puoi più entrare qui>>

Detto questo si alzò e andò via.

Il cane si accucciò davanti al cancello e stette con gli occhi fissi a guardarlo entrare in casa. Stette li per tutta la notte e l'indomani ricominciò a guaire. Lui gli portava da mangiare e Toro si accucciava regolarmente davanti all'ingresso. Così per parecchi giorni, fino a che un sabato una macchina non si fermò proprio lì e ne scese il professore. Non si accorse subito del cane. Prese come al solito le chiavi e si diresse verso il cancello; ma Toro non si spostò e quando tentò di aprire afferro il risvolto dei suoi pantaloni e tanto lo tirò che riuscì a farlo cadere. Alle sue urla sopraggiunse Antonio che si premurò di aiutarlo a sollevarsi e di cacciare a pedate Toro che ringhiava ancora sulla soglia. Per fortuna non era successo nulla di irreparabile. I pantaloni erano solo scuciti ed il suo padrone nella caduta non aveva riportato alcun danno. Il professore era ugualmente furibondo. Avrebbe voluto sfogare la sua rabbia sul cane, ma questo, vista la mala parata, si era defilato non lontano dietro al muro di cinta. Trovò ugualmente il capro espiatorio. Prese Antonio per un braccio e se lo trascinò dentro la villa. Lo fece sedere di fronte alla sua scrivania e sforzandosi di essere calmo disse:

<<Ancora quel maledetto cane! Eppure mi sembrava di essere stato chiaro. Si può sapere cos'hai in quella tua zucca? Ti avevo detto che non me lo volevo vedere più attorno. Perchè hai nuovamente disubbidito?>>

<<E' venuto da solo. Io non l'ho mai fatto entrare>>

<<Da quanto tempo è ritornato?>>

<<Da una settimana>>

<<E chi gli dà da mangiare?>>

Il ragazzo aveva capito che la colpa era ancora una volta la sua e non rispose.

<<Non vuoi rispondere o non lo sai?>>

<<Non lo so>>

<<Adesso mi dici pure le bugie. Se tu non gli avessi dato da mangiare quel cane dopo due giorni se ne sarebbe andato altrove.>>

Ancora una volta il professore fu intenerito dagli occhi lucidi del ragazzo che stava per piangere.

<<Stammi bene a sentire! E questa volta è veramente l'ultima. Io so che al tuo paese i cani non li tenete in casa ma li mangiate. E' vero?>>

<<Si.>>

<<Sicuramente ne avrai mangiato anche tu e saprai come si uccidono. E' vero?>>

<<Si.>>

<<Allora armati di coraggio, fallo fuori e mangiatelo assieme al pastore che te lo ha regalato. La cosa certa è che se la prossima volta incontro qua lui, tu non ci devi essere più. Perchè se per combinazione ti farai trovare, ti butterò fuori a pedate. Intesi?>>

<<Si.>>

Il professore congedò Antonio e dopo aver preso alcune cose dalla scrivania ripartì.

Il ragazzo richiuse il cancello e Toro si avvicinò nuovamente a lui assumendo la posizione di sempre, guaendo debolmente. Possibile che da qualche tempo quel cane dovesse essersi trasformato nelle sua disgrazia? Non c'era nulla da fare odiava veramente i suoi padroni e voleva addirittura impedire loro di entrare nella villa. Senza volerlo si mise ad accarezzarlo e contemporaneamente gli parlò:

<<Ma cosa ti sei messo in testa. Vuoi proprio rovinarmi?>>

Il cane scosse il capo.

<<A me pare di si! Bada che sto pensando seriamente di seguire il consiglio del professore. Stai attento, ti do solo qualche giorno per andartene; ma se tu sarai testardo allora ti farò la festa. Tu non sei nemmeno vecchio e la tua carne dev'essere migliore del vitello.>>

Il cane scosse ancora il capo.

<<Eh che, scherzi? Non credi che abbia mangiato carne di cane? E' una squisitezza che non capita spesso di gustare.>>

Il cane non si mosse e lui proseguì:

<<Vedo che hai cominciato a capire. Quindi attento! Vedi avrai certamente capito che se mi costringerai a macellarti lo farò con molto dispiacere: mi ero affezionato a te, mi facevi una buona compagnia e mi eri anche molto simpatico. Ma sei anche molto prepotente. Vuoi dormire sul mio letto, guaisci quando non ti porto da mangiare, e quel che è peggio impedisci ai padroni di entrare nella loro villa. Credevi forse che fosse la mia? Se lo credevi devi essere proprio matto. Questi vestiti che porto sono abiti smessi dal signorino e per mangiare devo lavorare l'orto e pulire il cortile e le aiuole. Tu invece pretendi di avere tutto senza fare nulla, nemmeno il piccolo favore di startene tranquillo e di non molestare i miei padroni. Così non può continuare caro mio. Se hai cara la pelle te ne devi andare senza fare molte storie. Sappi che da me non avrai più nemmeno un tozzo di pane secco. Capito?>>

Il cane scosse la testa per un poco e lui di rimando:

<<Non fare il finto tonto. Hai capito perfettamente. Addio>>

Lui si avviò verso il suo alloggio e Toro ricominciò a guaire, prima debolmente poi, man mano che lui si allontanava, sempre più forte.

Stette lì a lamentarsi per tre giorni e tre notti. Antonio si metteva l'ovatta nelle orecchie per non sentirlo. Quando veniva a tiro della sua vista scodinzolava e guaiva più forte. Poi quando lui scompariva si riaccucciava e riprendeva a lamentarsi come un cristiano. Una volta ebbe la tentazione di portargli qualcosa, ma poi si trattenne. Doveva porre rimedio alla sofferenza di quell'animale in modo più deciso. Toro intanto era nuovamente dimagrito ed il suo occhio non era più tanto vivace. Così ci ripensò e ricominciò a nutrirlo per bene. Se lo doveva sacrificare, doveva pure rimetterlo in polpa. Se no al suo amico pastore avrebbe portato solo le ossa. Toro non si lamentava più. Di giorno e di notte rimaneva sdraiato davanti al cancello senza preoccuparsi d'altro se non di dormire.

Intanto la Pasqua era alle porte e si avvicinava anche il pericolo che tornasse il padrone. Oramai l'animale era diventato bello grasso, anche meglio di prima. Una mattina lo fece entrare, gli legò una fune al collo e lo portò accanto alla vasca dell'acqua dove c'era l'impianto sopraelevato per l'irrigazione. Fece passare la fune sopra il tubo e con tutte le sue forze si mise a tirare finché riuscì a sollevare l'animale da terra. Toro si dimenava e strillava come un'ossessa, ma lui proseguì la sua operazione e fermò la corda ad un piolo. Vedendo che l'animale non moriva lo abbracciò dalla schiena e vi si appese anche lui. Dondolarono entrambi per qualche secondo, ma ad un tratto l'impiccato con una mossa rapida si liberò del cappio e caddero a terra assieme. Antonio batté l'anca su uno spigolo appuntito e si risollevò dolorante. Lui forse non sapeva che per impiccarlo avrebbe dovuto fare un nodo scorsoio. L'animale, più vispo di prima, non sembrò risentito di quel tentativo e gli si sdraiò ai piedi guaendo come un cucciolo. Il ragazzo prima guardò Toro, poi si sedette su un masso e si ispezionò una natica. C'era un grosso graffio dal quale fuoriusciva un poco di sangue. Aveva mentito al professore, lui non aveva mai mangiato carne di cane anche se suo padre si vantava di averne arrostito e mangiato più di uno. Una sera, non ancora molto ubriaco, aveva raccontato che assieme ad altri amici avevano fatto la posta ad un cane randagio e lo avevano ammazzato tirandogli dei sassi. Diceva che il segreto stava nel prendere bene la mira e di trovare il sasso del peso giusto. Bisognava centrare la testa e fracassargli il cranio. Toro aveva smesso di lamentarsi e stava per addormentarsi. Ad un certo punto Antonio fu folgorato da un'idea. L'avrebbe ucciso nel sonno, così non avrebbe nemmeno sofferto. Come un Giuda gli si appressò e gli accarezzò il capo. Il cane gradì e gli leccò la mano in segno di rappacificazione prendendo la migliore posizione per dormire. Lui continuava a grattare il capo e dopo un pochino Toro chiuse gli occhi. Bisognava cercare un bel sasso pesante. Si alzò e si mise a frugare nelle aiuole. Lì non c'era nulla perchè lui stesso le aveva spietrate. Uscì fuori e si mise a cercare lungo le cunette. Fece cento metri senza trovare quello che cercava. Gli venne in mente che anche un blocco di cemento poteva essere utile allo scopo e quello sapeva dove trovarlo. Era un mezzo blocchetto pieno, di quelli usati per costruire il muro di cinta. Se lo caricò sulle spalle e lo portò dentro. Il cane dormiva il sonno del giusto sulla soglia del suo alloggio. Aveva, come d'abitudine poggiato la testa sul primo gradino basso dell'ingresso, rivestito da una lastra di marmo. La posizione era favorevole. Il cemento gli avrebbe fracassato il cranio e lui non si sarebbe accorto di nulla. Prese bene la mira sulla perpendicolare della testa e lasciò cadere il masso che andò a sbriciolare in piccoli pezzi il marmo della soglia. Il cane si era alzato di scatto e si era messo a scodinzolare accanto a lui. Scoraggiato, Antonio rientrò a casa seguito dalla sua vittima che si accucciò sul letto. Ora bisognava trovare qualche scusa anche per la rottura di quel gradino. Una volta aveva sgozzato un agnellino che aveva trovato in un prato e lo aveva regalato alla mamma; ma questo non era un agnellino. Se fosse riuscito a immobilizzarlo avrebbe potuto sacrificarlo proprio là sul letto col suo coltello a serramanico. Riprese il cappio e cominciò a passarglielo tra le zampe posteriori. Fece due nodi, che serrò bene, coi denti, alle caviglie e poi passò alle zampe anteriori. Ma qui il problema si complicò. L'animale, evidentemente infastidito dalla prima legatura, cominciò a divincolarsi finché non saltò dal letto e scappò via saltando come uno stambecco. Nel fuggire fece andare in mille pezzi la caraffa dell'acqua col bicchiere, che Peppina gli aveva messo sul comodino. Questa volta Toro non rientrò nella stanza: andò ad accucciarsi in un punto defilato dietro il muro di recinzione e vi stette tutta la notte con le gambe posteriori ancora legate.

Il mattino seguente era la domenica delle Palme. Si alzò di buon ora e si mise come sempre ad irrigare l'orto. Delle splendide bietole a costa larga e dei cavolfiori turgidi facevano bella mostra, contornando qualche filare di radicchio rosso e di indivia ricciuta. Sperava almeno con quelle di stupire il professore e di ottenere la sua indulgenza per il gradino rotto e la caraffa distrutta. A Toro avrebbe pensato più tardi. Qualcosa di più efficace gli sarebbe certamente venuta in mente. Ad un tratto una vettura si fermò davanti all'ingresso della villa. Chiuse l'acqua e si preparò a subire le reazioni del professore. Non ebbe il coraggio di presentarsi e tese l'orecchio per ascoltare lo scricchiolio del cancello e l'abbaiare del cane che sicuramente si era là fuori. Ma non udì niente. Si avvicinò un poco e sentì un parlottio sommesso e dei guaiti di gioia dell'animale. Oramai distingueva anche le parole:

<<...caro Black, sono stato molto in pena per te. Ho fatto pubblicare anche un avviso sul giornale e offerto una lauta mancia a chi ti avesse riconsegnato a noi. Ed ora, dopo aver penato per sei mesi, ti ritrovo a soli due chilometri da casa, pulito e ben nutrito, ma legato come un vitello da macello...>>

Antonio finalmente si accorse che la vettura non era del professore e chi parlava col cane era uno sconosciuto; probabilmente uno dei suoi vecchi padroni. In un primo tempo pensò di farsi vivo e di approfittare dell'occasione propizia, per rivendicare quella lauta mancia, ma subito dopo lasciò perdere tutto. Come avrebbe giustificato quei nodi stretti e quella lunga corda? Era già abbastanza felice. Quel signore distinto, chinato a slegare il suo Black, gli appariva come un inviato dal cielo e si accontentò di spiare l'operazione - in verità tutt'altro che semplice, visto che anche il vecchio padrone dovette adoperare i denti per sciogliere gli ultimi nodi. Appena liberato, il cane saltò sulla vettura e si accucciò sul sedile posteriore volgendo il suo sguardo fuori dal finestrino. Forse intuiva lo scampato pericolo e non sentiva nessuna nostalgia per quel luogo. Il ragazzo stette a guardare fino a che scomparsero con la vettura oltre la curva della provinciale: lui un poco di nostalgia per quell'animale la sentiva.

Venne la Pasqua e tornò il professore con tutta la famiglia. Contrariamente a quanto si aspettava nessuno parlò del cane e nessuno lo rimproverò per ciò che aveva rotto. Lui si guardò bene di toccare quel tasto. Mostrò con orgoglio l'orto e dopo aver ricevuto tanti complimenti da tutti ebbe anche il coraggio di dire che il viale degli eucalipti era totalmente ingombro di foglie secche e che da solo non ce la faceva a pulirlo prima che venisse l'estate. Fece notare che sarebbe stato pericoloso per gli incendi visto che lo stesso confinava con la strada e sarebbe bastato un mozzicone di sigaretta per mandare tutto in fumo. Il professore ne convenne e decise che lo avrebbe fatto affiancare da un aiuto per alcuni mesi; era tornato ad essere gioviale e spesso si univa a lui nella cura dell'orto, maneggiando la zappa meglio di un contadino. Peppina tornò a sedersi la sera sull'uscio del suo alloggio ed i ragazzi giocarono a tennis con alcuni compagni durante tutti i quindici giorni di vacanza.

Tutto filava nel migliore dei modi. Era arrivato anche il suo aiutante. Ma non si era trattenuto. Era venuto a vedere il posto e prima di trasferirsi avrebbe dovuto sbrigare alcune sue cose che lo avrebbero impegnato per una settimana. Mauro, questo era il suo nome, aveva qualche anno più di lui ed il suo aspetto non era quello di un ragazzo di campagna. Era vestito decentemente, aveva gli scarpini lucidi e non le botte chiodate piene di fango, teneva tra le dita una sigaretta di buona marca e non le solite alfa che fumavano gli operai e i contadini. Anche il suo eloquio era di tipo cittadino: parlava sempre in italiano e discuteva di problemi che lui non aveva mai trattato. Parlando con lui si era riferito alla sua Sezione che non aveva mai sentito nominare e non sapeva cosa fosse, ma parlando col professore quel luogo non lo pronunciò mai. La consegna era molto chiara: doveva aiutare Antonio a dare una pulita radicale a tutto il terreno ed in particolare sotto gli alti alberi di eucalipti. Doveva ubbidire al suo compagno e non discutere mai le disposizioni che lui gli avrebbe comunicato. Questo fu il punto che diede origine ad una disputa fra di loro. Il nuovo venuto diceva, tenendo testa al professore, di avere i numeri per fare le cose senza essere comandato da un moccioso. L'altro cercava di fargli capire che per ora poteva fidarsi solo del suo uomo che conosceva bene ed aveva sempre fatto ciò che lui gli aveva raccomandato. Dato che il discorso si svolgeva in sua presenza, Antonio sentì un senso di orgoglio. Si sentiva portato ad esempio di lealtà ed affidabilità e ne andava fiero, poco gli importava di comandare, ma se il suo padrone glielo avesse chiesto lo avrebbe fatto con scrupolo. La soluzione in definitiva fu interlocutoria: il nuovo arrivato sarebbe stato liberato da quella sudditanza soltanto quando avesse dimostrato il medesimo grado di lealtà e attaccamento al lavoro. Mauro acconsentì e si congedò. Sarebbe tornato tra una settimana.

Quella mattina il postino gli recapitò una lettera di sua madre. Giaceva alla posta da più di venti giorni perchè quell'indirizzo si limitava ad indicare la località, ma non la via ed il numero civico che lui aveva dimenticato di comunicare. L'aperse lentamente con il coltello e si appartò per leggerla.

Carissimo figlio,

noi stiamo tutti bene. Soltanto Pino ha avuto la febbre alta per qualche giorno perchè aveva preso troppo freddo. Ora sta bene anche lui. Tuo padre dorme sempre ed io sono stanca di lavorare nell'orto e al fiume. Il Parroco, tuo padrino, dice che tu potresti aiutarmi. Se non guadagni abbastanza bene col professore lui potrebbe farti assumere al Comune come spazzino. La paga è buona e tu potresti stare con noi in paese senza dovere andare fuori casa a servire. Ti abbiamo aspettato per Natale. Perchè non sei venuto? Sono contenta che mangi bene ma non mi hai detto quanto di dà di paga il tuo padrone.

Vedi se riesci a mandarmi un vaglia con un pochino di soldi ogni mese. Devo comprare le maglie di lana ai tuoi fratelli che non ne hanno. Me lo ha raccomandato anche il dottore. Quassù fa molto freddo, e tu lo sai che da noi l'estate arriva molto tardi. Ti abbraccio, tua madre.

Rimise diligentemente il foglio nella busta e la busta sotto il cuscino. Avrebbe veramente voluto mandare dei soldi alla madre senza che lei glieli avesse chiesti. Si sentiva ingrato nei suoi confronti e mentalmente faceva un poco di conti per vedere quanto avrebbe potuto distogliere da quella misera paga. Non molto. Poche migliaia di lire al mese. Le avrebbe mandato subito il primo vaglia, non appena il professore fosse rientrato in città; anzi lo avrebbe pregato di spedirli lui stesso e di toglierli dalla sua paga. Ora le vacanze erano finite e fu la prima volta che stette nel cortile a sbracciarsi salutando fino a che la vettura non scomparve. Anche i ragazzi lo ricambiarono esagerando i gesti di saluto e ridacchiavano tra loro forse prendendolo un poco in giro. Ma lui non s'accorse di nulla. Il rapporto coi signorini era rimasto sempre molto freddo anche se civile e rispettoso. Loro non sopportavano il suo odore di sporco e lui non sopportava il loro profumo. C'era un grande solco che li divideva e purtroppo non si trattava di un ostacolo aggirabile. La sua presenza tra di loro non poteva essere concepita se non per un servizio e quella loro soltanto per un comando che tuttavia non era mai né perentorio né arrogante. Il maldestro tentativo di insegnargli il tennis era stato escogitato dai signorini unicamente per avere la possibilità di giocare anche quando non fossero venuti gli amici. Ce l'avevano messa tutta per addestrarlo, ma tutto ciò che riuscirono ad ottenere fu soltanto di fargli capire che la palla doveva essere lanciata non con le mani come un sasso ma con la racchetta. A dire il vero nemmeno lui aveva molta voglia di imparare quel gioco per cui l'insuccesso non lo preoccupò granché. Non riusciva a capire che gusto ci provassero quei ragazzi a lanciarsi la palla l'un l'altro senza nessuno scopo.

Finalmente arrivò il suo aiutante e le prime difficoltà sorsero quando dovettero spartirsi l'alloggio. Mauro senza tanti preamboli mise tutta la sua roba sul letto e disse che quello lo avrebbe usato lui. Lo disse con tono talmente deciso che Antonio non ebbe il coraggio di replicare. Gonfiò un materassino di gomma, che il signorino usava per il mare e vi mise sopra le sue lenzuola. Avrebbe ugualmente dormito saporitamente anche per terra. La mattina diede lui la sveglia al compagno. Bevettero un poco di caffè caldo, presero gli arnesi e si recarono al lavoro. Dato che Mauro gli parlava in italiano e lui rispondeva in sardo alla fine anche Mauro decise di adeguarsi e parlare in dialetto. Pure lavorando non smetteva mai di parlare:

<<Tu sei soddisfatto di questo porco lavoro?>>

<<Si>>

<<Lo facevi anche al tuo paese?>>

<<No>>

<<Perchè te ne sei andato da casa?>>

<<Perchè mio padre era sempre ubriaco e mi picchiava>>

<<Preferisci ubbidire ad un padrone, allora?>>

<<Si>>

<<Non ti girano le budella quando ti comanda?>>

<<Qualche volta>>

<<Ti accorgi almeno che ti sfrutta in malo modo?>>

<<No>>

<<E cosa credi che faccia, se non sfruttare il tuo lavoro, la tua giovinezza, soltanto per avere un cane fedele che faccia la guardia alle sue cose?>>

<<No, a lui non piacciono i cani>>

<<A lui forse non piaceranno i cani a quattro zampe, ma quelli con due se li tiene ben stretti fino a fargli sputare l'anima. Per capire meglio queste cose dovresti frequentare la Sezione. Lì i lavoratori sono tutti uniti e si fanno rispettare.>>

<<Che cos'è la Sezione?>>

<<E' la sede del Partito: il partito che difende i lavoratori. Se il padrone vuole approfittare dell'operaio, allora tutti i lavoratori di quel padrone si uniscono e incrociano le braccia: insomma scioperano.>>

<<Allora il padrone li manda via?>>

<<Non può mandarli via perchè se no è costretto a chiudere la sua azienda. Deve ascoltare per forza le loro richieste se no è lui che ci rimette.>>

<<Riescono sempre ad avere quello che chiedono?>>

<<Quasi sempre, se rimangono uniti.>>

<<Io vorrei mandare qualche migliaio di lire al mese a mia madre ma con quello che mi dà il professore ho paura di non riuscirci.>>

<<Non ci riuscirai mai se non ti farai rispettare. Vedi sono convinto che a me dà più di te. Io non mi lascio calpestare dai padroni. Devi fare la voce grossa se non vuoi che lui ti spolpi completamente.>>

<<Hai ragione, voleva che io spolpassi il cane. Meno male che è riuscito a salvarsi per miracolo, se no a quest'ora sarebbe morto.>>

<<Di quale cane parli?>>

Antonio gli raccontò tutta la storia ed il compagno cominciò ad essergli simpatico. Mauro, poggiato ad un albero, lo stava ad ascoltare attentamente con il mento poggiato al manico del badile, mentre lui, continuando a raccontare, si sbracciava a raccogliere le foglie e gli sterpi secchi, che ammonticchiava da un lato per poi bruciarli. Ogni tanto assentiva col capo o diceva:

<<Vedi? Proprio come ti dicevo io.>>

Ed il ragazzo, compiaciuto, si chinava allegro raccogliendo una nuova bracciata di foglie. La prima notte trascorsa insieme fu un susseguirsi di confidenze reciproche. Presero sonno a notte tarda; ad Antonio col buio gli si era sciolta la lingua e parlava facendo discorsi strampalati. Smise solo quando udì Mauro che ronfava sonoramente. Per il resto della settimana tutto si ripeté allo stesso modo e Mauro riuscì a convincere l'amico a recarsi la domenica alla Sezione. Andarono tutti e due sulla stessa bicicletta; Antonio pedalava e l'altro stava sul tubo. Quando arrivarono trovarono molti altri simpatizzanti in attesa di un esponente del partito venuto dalla città. L'amico lo presentò a tanta gente e tutti lo chiamarono compagno. Allo stesso modo chiamavano anche quel signore distinto che somigliava molto al professore e che, di lì a poco, avrebbe preso la parola. Aveva un abito elegante ed una grande catena d'oro gli usciva a festone fuori dal panciotto. Ma perchè lo chiamavano compagno? Compagno di chi? Si vedeva chiaramente che era un signore ricco, istruito e bene educato. Com'era possibile che lui, un bifolco povero, stracciato e ignorante fosse compagno di una tale persona? Al massimo poteva chiamare compagno Mauro che, per quanto cittadino, si trovava nelle sue stesse condizioni. Ma ben presto fu distratto dalla quiete succeduta al mormorio dei presenti. Gli parve quasi un sacrilegio rompere quel silenzio coi suoi pensieri. E ad un certo punto la voce dell'oratore dall'altoparlante occupò anche quello spazio. Disse tante cose belle. Lui non le capiva, ed i suoi pensieri ripresero il sopravvento; tuttavia dovevano per forza essere belle: le diceva con grande convinzione ed impegno, talvolta parlava pianissimo che quasi non riusciva a distinguere le parola, tal altra urlava come un demonio scatenato inveendo non si sa contro chi. Poco importava se non capiva quasi nulla di ciò che diceva, ma la sua voce era come una musica. Anche lui chiamava tutti compagni e sembrava afflitto da una sola preoccupazione, diceva che si sarebbe battuto per loro fino alla morte, perchè a lui stava a cuore una sola cosa: il benessere dei lavoratori. Quello l'aveva capito bene. Ma perchè quel signore distinto voleva morire per i lavoratori? Forse era come Gesù che si era sacrificato sulla croce? Il Parroco al catechismo gli aveva raccontato bene la storia di Gesù e l'oratore non gli somigliava affatto. Gesù se avesse avuto quella grossa catena d'oro di quasi mezzo chilo l'avrebbe regalata ai poveri lavoratori. Lui invece la teneva lì e la faceva luccicare di fronte a tutti. Chissà poi se era realmente un lavoratore. Le sue mani erano affusolate e bianche senza l'ombra di un callo. Antonio si guardò istintivamente le sue, coperte da una crosta rugosa che non andava via nemmeno con l'acqua bollente e la varechina. C'era sicuramente una grande differenza.

Ben presto il discorso finì e lui si ricongiunse con Mauro che si era avvicinato al podio. Con gli occhi raggianti gli chiese:

<<Ti è piaciuto?>>

<<Si e no>>

<<Come si e no?>>

<<Si perchè parla bene, no perchè quel poco che ho capito non quadra con quello che ho visto>>

<<Cos'è che non ti quadra>>

<<Quel signore laggiù che ha le mani candide come la neve e che, secondo me, non ha assolutamente l'aspetto di un lavoratore>>

<<Ma quello è un dirigente del Partito>>

<<E se tutti i dirigenti sono come lui cosa ci stanno a fare nel partito dei lavoratori?>>

<<Servono per tenere tutti uniti >>

<<Sarà! Io credo che nessuno strilla, come fa questo, per niente. Un tornaconto dovrà pure averlo!>>

<<Stai dicendo delle sciocchezze e parli così perchè sei ignorante. Ora smettila di pensare e vieni che ti faccio iscrivere alla Sezione.>>

Si avviarono lungo un corridoio buio ed entrarono in una stanza ben illuminata e piena di fumo, dove c'erano tante persone dietro alcune scrivanie. Mauro gli chiese:

<<Hai con te dei soldi?>>

<< Dipende. Quanti?>>

<<Tremila>>

<<Si>>

<<Allora dammeli che ti faccio intestare la tessera>>

Antonio tolse il borsellino e contò: aveva cinquemila lire in tutto. Tolte quelle tre gliene rimanevano solo duemila. Prese le banconote a malincuore e le consegnò a Mauro. Quella trappola non ci voleva; non gli aveva mai parlato di una sua iscrizione al partito. Che vantaggio poteva trarne? Possedere quella tessera non gli avrebbe fatto aumentare il salario. E sua madre intanto avrebbe aspettato ancora un altro mese prima di avere i suoi soldi. Non disse nulla. Si girò e rigirò in mano quel cartoncino rosso con il suo nome appena leggibile e una grande falce e martello e seguì l'amico verso l'uscita. Mauro tolse il lucchetto dalla bicicletta e si sistemò sul tubo; Antonio montò in sella e si mise a pedalare per due. Se all'andata avevano avuto il vento in favore, ora lo avevano contro e per giunta tanto forte che il ragazzo dovette sudare parecchio; non avevano il fanale e dovevano arrivare prima che imbrunisse.

Erano assieme già da due settimane ed il lavoro andava avanti principalmente ad opera di Antonio. Felice di avere finalmente qualcuno con cui parlare, non si risparmiava e si dava da fare anche per il suo compagno. Il lavoro non lo infastidiva e il Padreterno lo aveva dotato di muscoli vigorosi che faceva funzionare benissimo. Se c'era qualcosa di molto pesante era sempre lui che si offriva di sollevarla e di trasportarla. L'unica sua gioia era di sentire parlare il suo amico e Mauro non si faceva pregare; anzi, per farlo con più disinvoltura molto spesso si fermava e si appoggiava sull'attrezzo da lavoro.

Il bel tempo primaverile aveva guadagnato sulla pioggia ed il professore aveva preso l'abitudine di fare ogni tanto una capatina per raccogliere un poco di verdura e controllare l'agrumeto. Quella sera, prima di entrare con la macchina dal cancello, vide i due nel viale. Volle fare una sorpresa. Lasciò la vettura sul ciglio della strada e, non visto si inoltrò nel folto degli alberi per sentire cosa si dicevano. Come al solito Antonio lavorava e Mauro lo guardava lavorare blandendo l'amico con le sue solite chiacchiere:

<<Sei tutto sudato. Riposati! - diceva - Mica l'hai preso a cottimo questo lavoro.>>

<<Sono stato io a consigliare di pulire queste sterpaglie. Se viene un incendio...>>

<<Cosa te ne frega se viene l'incendio. Non è mica roba tua!>>

<<Beh, ci vivo anch'io e lui mi dà da vivere. Se si incendia a me mi manda via.>>

<<Questa volta non credo che ti potrà mandare via. Ci sono tutti i compagni con te. Non crederai di avere pagata la tessera per niente! Impara ad essere furbo e a fare bene i tuoi interessi. Oppure credi che il professore dopo che ti sei ammazzato lavorando per lui porterà una corona di fiori al tuo funerale? Non ci pensare nemmeno. Quello non sa nemmeno che tu esisti.>>

Antonio si fermò un attimo e lo guardò in viso col suo solito sguardo fissato all'infinito.

<<Cosa dovrei fare? Se smetto anch'io, questo lavoro non lo finiremo mai.>>

<<Meglio così ci sarà da fare per altri due mesi. Vedi queste cose dovresti impararle presto. Un mio compagno, avventizio in un vivaio della Forestale, prima di piantare dei nuovi pini si preoccupava di bruciare quelli già adulti per avere sempre lavoro nuovo. Se non avesse fatto così lo avrebbero licenziato dopo poco tempo.>>

Per il professore ce n'era a sufficienza. Si era fatta un'idea abbastanza chiara dei suoi lavoranti. Riprese la vettura ed entrò in villa. Appena Mauro lo vide arrivare si diede da fare per mettersi al passo col suo compagno. Anche se ce la metteva tutta per apparire bravo i suoi movimenti risultavano legati ed eseguiti con molto impaccio. Il professore si era limitato a fare un breve cenno di saluto con la mano ed era stato lì a guardarli per un pezzo senza dir niente. Poi rivolgendosi a Mauro:

<<Senti tu! Vieni con me!>>

<<Devo portare gli attrezzi?>>

<<No, non ce n'è bisogno. Per quello che ti dovrò far fare non c'è bisogno di attrezzi. Prendi solo i tuoi piedi e sgombra il campo di corsa. Qui non ti voglio più vedere. Torna sabato che ti liquiderò le giornate che hai lavorato o meglio che hai fatto finta di lavorare.>>

<<Ma Lei non può mandarmi via così. Farò ricorso alla Camera del Lavoro. Lei è...>>

<<Senti io sono solo una persona troppo educata, se no ti avrei già preso a calci nel sedere. Quindi ti puoi reputare fortunato. Sparisci!>>

Mauro andò via con la coda tra le gambe ed in non più di cinque minuti era già sulla strada che salutava l'amico con ampi gesti della mano. Antonio rimase impietrito col viso terreo, ed evitò di guardarlo e di rispondere al saluto. Ora si aspettava che il professore mandasse via anche lui e stava lì fermo con gli occhi bassi come un cane frustato. Non si capacitava del perchè avesse licenziato in tronco il compagno. Non si rendeva conto che potesse avere sentito i loro discorsi e quindi attribuiva ad altro la sua collera. Intanto il suo padrone, dopo aver fatto un giro per l'agrumeto, si avvicinò e gli disse:

<< Siccome questi giorni ha piovuto abbastanza non dare acqua all'agrumeto per qualche giorno. Dovrò approfittarne per rimettere nuovamente il veleno per le formiche. Se non lo farò ora, quelle bestiacce infesteranno tutte le giovani piante di afidi. Sarebbe un vero peccato! Stanno venendo su meravigliosamente>>

Si interruppe e lo guardò fisso in viso, constatando che il suo colorito si era finalmente ristabilito, continuò:

<<Forse avrei dovuto scegliere meglio il tuo compagno di lavoro, così ti ho costretto a fare più di quanto potevi. Trovo che ti sei comportato bene ed hai fatto tutto il tuo dovere. Non ripeterò l'errore e d'ora innanzi farai soltanto quello che potrai fare. Se qualche lavoro diventerà urgente lo faremo fare a brave persone senza coinvolgere anche te. Un'ultima cosa. Mauro ti ha forse fatto inscrivere al partito Comunista? Se è come sospetto, e se vuoi continuare a rimanere qui, straccia quella tessera. Ti rimborserò quello che hai pagato e mi dovrai promettere che non ti farai più trascinare in queste avventure. I 'compagni' di Mauro sono tutti come lui: parlano troppo e lavorano poco. Sono tutti dei fannulloni che con la scusa di difendere i lavoratori vivono come parassiti alle loro spalle seminando tra loro odio e scontento. Ora vai e riprendi a lavorare.>>

Il suo sangue ora tornava a circolare normalmente e riprendere a lavorare significava per lui avere superato il licenziamento. Non si chiedeva più come mai il professore avesse saputo tutta la faccenda ed in cuor suo era anche un poco contento perchè sarebbe tornato in possesso di quelle tremila lire. Certo che Mauro non aveva dimostrato di essere un bravo lavorante. Tuttavia aveva ragione di dire che il padrone li sfruttava e che la paga era al di sotto del minimo salariale. Per lui, tanto sicuro dei suoi 'compagni', questa era l'occasione buona per rivendicare i suoi diritti e farli valere nei confronti del professore. Se questo si fosse realizzato, lui sarebbe rimasto dalla sua parte e non avrebbe strappato più quella tessera. Piuttosto, anche lui avrebbe rivendicato i suoi diritti, cominciando col dire al padrone che meritava un aumento. Oramai non aveva più paura di rimanere senza lavoro. Il suo padrino gli avrebbe procurato quel posto di spazzino al suo paese e sarebbe potuto rientrare nella sua famiglia. Mentre questi ed altri pensieri gli si affollavano nella mente, si rese conto che le cinque erano già trascorse da un pezzo e quindi non era più obbligato a lavorare. Glielo aveva spiegato molto bene Mauro, e, da quando era venuto lui, regolarmente staccavano dal lavoro alle cinque in punto.

Da quando Mauro era andato via, Antonio lo aveva rivisto due volte. La prima volta fu in paese: l'aveva incontrato per caso e gli aveva raccontato di avere sporto denuncia alla Camera del Lavoro per il suo licenziamento. I 'compagni' gli avrebbero pagato l'avvocato che avrebbe patrocinato la sua causa. Gli aveva chiesto di testimoniare in suo favore e Antonio non si era tirato indietro: però lo avrebbe fatto soltanto se il professore avesse rifiutato di dargli un aumento. La seconda volta fu lui ad andare a Villa Elena, dopo avere accertato che il suo amico fosse solo. Gli disse che oramai il processo era imminente e lui avrebbe dovuto decidersi se testimoniare in suo favore o no. Dato che Antonio non aveva avuto il coraggio di chiedere ancora quel benedetto aumento, lo incitò a farlo quanto prima. Ne andava di mezzo la sua causa. Doveva assolutamente affrontare il suo padrone e dirgli che se non gli avesse dato l'aumento anche lui lo avrebbe denunciato. Gli disse esattamente ciò che doveva dire e se lo fece ripetere diverse volte per accertarsi che avesse capito.

Tornò l'estate, ed assieme al caldo torrido tornò anche la famiglia del professore. Antonio da qualche tempo non era più lo stesso. La notte dormiva male e talvolta aveva degli incubi. Si era preparato ad affrontare il padrone nel miglior stato d'animo possibile, ripetendo di continuo le frasi che Mauro gli aveva fatto imparare a memoria. La tessera non l'aveva stracciata, ma era stato ugualmente risarcito delle tremila lire che aveva subito spedito alla mamma. Una buona occasione per rivendicare l'aumento gli fu offerta dal suo stesso principale un giorno che volle lodarlo per l'impegno che aveva dimostrato nella cura dell'agrumeto. Durante il discorso Antonio aveva gli occhi a terra e chi li avesse visti avrebbe detto che non si trattasse di un elogio, ma di una ramanzina. A dire il vero il ragazzo seguiva poco quelle belle parole ed era impegnato a ripassarsi la lezione che gli aveva insegnato Mauro. Ad un tratto, interrompendo il discorso del suo interlocutore, sbottò a dire:

<<Lei mi deve aumentare la paga... mi deve aumentare la paga perchè è poco quello che prendo. Mia mamma mi ha procurato un lavoro in paese e io se no me ne ritorno a B.>>

Il professore non se l'aspettava e da uomo navigato comprese che quello sfogo non era farina del suo sacco. Tuttavia non lo fece rilevare e senza scomporsi gli disse:

<<Quante volte hai rivisto Mauro?>>

Non rispose subito. Le sue labbra semiaperte tremarono ed il suo viso diventò paonazzo. Quando finalmente riuscì a parlare disse:

<<No, non l'ho visto>>

<<Quindi questo discorso è tutto tuo?>>

<<Si>>

<< Benissimo! Vedi, se tu mi avessi lasciato finire, dopo averti elogiato, avevo intenzione di proporti un aumento della paga. Ma tu mi dici che ti sei trovato un nuovo lavoro al tuo paese e non è più necessario. Io sono contento che tu abbia trovato di meglio e ti lascio libero da ogni tuo futuro impegno. Se vorrai potrai andartene anche subito. Per premiarti del buon lavoro che hai fatto ti farò anche un bel regalo.>>

<<Ma l'agrumeto chi glielo curerà?>>

<<Non preoccuparti di questo, risolverò io il problema>>

Il professore gli batté una mano sulla spalla e rientrò nella villa.

Quella notte Antonio non riuscì a chiudere occhio. Era stato un incosciente a dare retta a Mauro. Ora la frittata era fatta e la cosa non si poteva più aggiustare. Non doveva dargli retta! Da quando lo aveva conosciuto gli aveva procurato soltanto guai.

L'indomani, di buonora, andò a bussare alla porta della villa. Oramai non poteva tirarsi più indietro. Cosa avrebbe potuto fare per rimanere quando era stato proprio lui a dire di avere trovato un altro lavoro? Il professore lo accolse cordialmente. Gli disse ancora che era contento che rientrasse al suo paese, gli raccomandò di comportarsi sempre bene e di non dare retta alle cattive compagnie. Dopo averlo liquidato di circa un anno di buona uscita gli regalò ancora altre diecimila lire e gli fece firmare la ricevuta. Avrebbe voluto dire che non voleva andarsene, che lui stava bene lì, che oramai si era affezionato, e che il lavoro al suo paese non era ancora sicuro, ma non gli uscì nulla dalle labbra. Soltanto un grande imbarazzo. Il professore gli aveva già stretto la mano e lui era ancora fermo, là davanti, sperando che un miracolo lo riportasse indietro nel tempo. Si scosse solo quando il suo interlocutore gli disse:

<<Bene, allora arrivederci, vienici a trovare, se passi da queste parti>>

Fu lui a porgere ancora una volta la sua mano callosa per l'ultimo saluto, e se ne andò con quella sua camminata dondolante che lo faceva spesso assomigliare ad uno scimpanzé. Non salutò nessun altro della famiglia. Nemmeno la Peppina. Ognuno era intento nelle sue faccende senza accusare il minimo turbamento od emozione. Per tutti quello era un giorno come tanti altri. Solo lui aveva il cuore che sembrava saltargli dal petto e qualche lacrima gli inumidiva le ciglia. Quando la corriera partì, si affacciò al finestrino e stette a guardare il lungo filare di eucalipti che man mano gli sfuggiva diventando una piccola macchia verde alla fine di un lungo nastro d'asfalto nero.

* * *

La 'volante' dei Carabinieri finalmente giunse ed un sottufficiale ed un carabiniere si diressero a piedi verso il professore che nell'attesa si era inoltrato nell'agrumeto disastrato e sollevava alcune chiome ancora legate ad un lembo di corteccia non del tutto staccato dal ceppo capitozzato.

<<Mi raccomando, professore, non tocchi nulla!>> - gli gridò il maresciallo prima di raggiungerlo - <<Se poi dovrà fare una perizia, è bene che le cose rimangano come stavano al momento del misfatto.>>

<<Ha visto, caro maresciallo? Il lavoro di un anno andato in fumo. Non so capacitarmi di come sia successo! Non ho nemici, o almeno credo di non averne.>>

<<Non si può mai dire. Mi creda il mondo della delinquenza è così particolare e imprevedibile che bisogna aspettarsi tutto da tutti.>>

<<E si, voi siete convinti che tutti possano delinquere a seconda delle circostanze. Io sono di tutt'altro avviso. Credo che qualcuno sia predisposto più di alcuni altri; e basandomi su questa mia teoria non riesco a vedere alcuno attorno a me capace di farmi questa grande villanata.>>

Il carabiniere che stava un passo dietro al maresciallo interloquì per dire:

<<Lei, professore, non conosce come noi il mondo della delinquenza. Noi, purtroppo, lo vediamo nudo e crudo e le garantisco che è come dice il sg. maresciallo.>>

<<Eh, caro professore, - aggiunse il sottufficiale - sarebbe una vera fortuna, per noi che diamo loro la caccia, se ogni delinquente avesse scritto in fronte la sua categoria. Sprecheremo meno tempo e riusciremo sempre ad assicurarli alla giustizia. Purtroppo non è così e, mi creda, molte volte ci troviamo di fronte a persone di tutto rispetto che per mille motivi hanno scelto la strada del crimine. Ma lasciamo da parte le teorie e veniamo al pratico. Indubbiamente hanno fatto un bel lavoro; non ne hanno risparmiato nemmeno una.>>

Si chinò ad osservare da vicino i monconi, passò il dito sulla ferita e riprese:

<<E' indubbiamente il lavoro di uno o più specialisti, pratici di lavori di potatura. Ma se lei osserva il taglio, noterà che è stato inferto alle piantine di sbieco con una roncola, sempre allo stesso modo e, quasi per tutte, alla stessa altezza. Si deve quindi supporre che siano stati fatti dalla stessa mano. Deve avere impiegato un bel po' per portare a termine l'operazione. Ipotizzando un ritmo non inferiore a tre minuti per pianta dovrebbe aver impiegato almeno sei ore di continuo lavoro e per giunta ad un ritmo sostenuto. Naturalmente dovrebbe averlo compiuto la notte scorsa, dato che la linfa è ancora fresca.>>

<<L'avevo notato anch'io>> - rispose il professore.

<<Se le cose stanno così, potremo scoprire anche da quale parte ha cominciato il lavoro. Sei ore di differenza sono tante e consentono di individuare le chiome più appassite e quindi il punto d'inizio.>>

Si diedero da fare ad ispezionare le foglie delle chiome fino a quando non ne trovarono di più accartocciate vicino alla villa e delle altre più fresche ai bordi della strada provinciale. Le confrontarono con occhio esperto ed il maresciallo disse:

<<Non c'è alcun dubbio. Il lavoro è cominciato nei pressi della villa. Questo mi rende perplesso perchè avrei giurato che avesse, o avessero iniziato, dalla provinciale da dove è più facile accedere. Ora, si chiarisce meglio un altro fatto: è stata una sola persona ad agire.>>

<<Perchè ne è tanto certo?>>

<<Semplice, perchè se così non fosse stato, il tempo impiegato a capitozzare cento piante, sarebbe risultato: per due persone la metà, per tre un terzo, ecc. e le chiome non avrebbero avuto il tempo di differenziarsi.>>

<<Sono d'accordo con lei.>>

<<Qui sul campo oramai dovremo aver terminato. Altre indagini non credo si possano fare. Potremo entrare in casa per stendere un verbale.>>

Si sedettero comodamente attorno ad un tavolo ed il maresciallo, dopo aver ordinato al carabiniere di redigere un verbale, si accinse ad interrogare il professore:

<<Quindi se ho ben capito lei non ha alcun sospetto su nessuna persona sua conoscente.>>

<<No, gliel'ho già detto.>>

<<Professore, mi permetto di insistere, nemmeno fra le persone al suo servizio?>>

<<Di recente sono stato denunciato dalla Camera del Lavoro per aver licenziato un operaio fannullone. Ma non credo quell'individuo capace di una simile ritorsione. Oltre tutto, essendo un personaggio piuttosto pratico, non si sarebbe compromesso per non guadagnarci niente. Io lo escluderei.>>

<<Va bene, tuttavia la prego, non escluda nessuno. Lasci a noi questo compito. Se vuole che acciuffiamo il colpevole non si deve lasciare cogliere da sentimentalismi. Più tardi ci darà le generalità complete di quest'individuo. Le viene in mente qual cos'altro?>>

<<No. O meglio, si. Un bracciante di B., Antonio, che ho tenuto quasi un anno e non mi ha mai dato motivo di lamentarmi.>>

<<Per quale ragione lo ha licenziato.>>

<<No. Se n'è andato di sua volontà qualche mese fa per rientrare al suo paese. Aveva trovato un posto come netturbino. Non vedo per quale motivo avrebbe dovuto farmi un qualche dispetto.>>

<<Beh! Non si sa mai cosa frulla nella testa di questi montanari.>>

<<Poi ci sarebbero tutti gli operai che hanno fatto i lavori di sterro, lo scavo delle buche, ed il trapianto.>>

<<Quanti erano>>

<<Una decina. Ma nessuno di loro aveva un interesse particolare per danneggiarmi. Tra l'altro erano dipendenti da un'impresa che si occupava di movimenti di terra. Era la stessa impresa che li pagava. I rapporti con me erano limitati a qualche birra che io ho offerto loro durante quei lavori.>>

Il maresciallo si mise a ridere:

<<Non credo nemmeno io che questo possa essere stato un valido motivo per fare un danno di alcuni milioni. Quindi rimane solo qualcuno della sua famiglia. Ci sono nel suo ambito persone valide a realizzare un tale crimine?>>

<<Assolutamente no! L'unica persona che sfugge al nostro controllo serale della televisione è la Peppina, domestica da noi da almeno dieci anni, tanto fidata che a lei spesso affido tranquillamente il mio portafoglio. Senza contare che non avrebbe nemmeno avuto le forze fisiche per portare a termine un lavoro del genere. Due dei miei figlioli sono ancora molto piccoli e quello più grandicello non si è mosso dalla nostra casa di città, assieme a mia moglie, per tutta la sera. Non saprei chi altro citarle.>>

<<Qualche screzio occasionale derivato da una conoscenza occasionale? Che so, qualche incidente d'auto, qualche sgarbo involontario, qualche suo concorrente?>>

<<Nulla di tutto questo>>

Il maresciallo ritenne sufficiente quanto era stato già verbalizzato, fece firmare il tutto e tutti e tre uscirono nuovamente all'aperto.

Di fronte al cancello d'ingresso comparve Antonio; il professore gli fece cenno di entrare e rivolto al militare disse:

<<Lupus in fabula. Questo è il bracciante di cui le parlavo.>>

Poi rivolto al ragazzo:

<< Vieni Antonio; avvicinati! Hai visto cosa hanno fatto alle mie piante? Tutto un anno del tuo e del mio lavoro buttato al vento.>>

<<Si, perchè il posto non era custodito>>

<<Eh, lo so, se ci fossi stato tu non sarebbe successo.>>

<<No, non sarebbe successo>>

<< Ma tu come mai non sei al tuo paese? Te ne sei andato per fare lo spazzino, come mai sei tornato?>>

<<Non mi hanno assunto>>

<<Per quale motivo?>>

<<Padrino ha saputo che mi ero iscritto al partito comunista e non ha più voluto saperne di parlare col Sindaco.>>

A questi discorsi, nella mente del professore - e forse anche in quella del maresciallo - balenò qualcosa di nuovo. Antonio aveva il viso pallido e gli occhi rossi. I suoi abiti erano malconci ed era molto dimagrito dall'ultima volta che lo aveva visto. Ad un tratto si rivolse al maresciallo e con aria trionfante disse:

<<Ho trovato il modo di smascherare il farabutto che mi ha fatto questo scherzo! Vede maresciallo mi ero dimenticato di dirle una cosa molto importante per le nostre ricerche. Tutte le piante erano state trattate con un veleno potente molto efficace per uccidere le formiche. Lo avevo messo io stesso nei fusti di ciascuna pianta in un cono di plastica. Si tratta di un veleno pericoloso anche per l'uomo che non ho fatto mai usare a nessuno, nemmeno a lui. E' vero Antonio?>>

<<Sissignore, è vero. L'ultima volta lei lo ha messo prima che io andassi via>>

<<Ebbene, questo veleno agisce per contatto sulla pelle e dopo dodici ore comincia la sua azione disastrosa sull'organismo. Chi ha tagliato le piante deve per forza aver toccato quel veleno. Il suo effetto comincia perciò dalle mani che diventano bianchissime...>>

In un batter di ciglia Antonio mutò fisionomia e sporse le sue mani in avanti per guardarsele meglio agli ultimi raggi del sole che stava per tramontare. Fortunatamente, solo il professore interpretò nel giusto verso quella mossa e continuò senza fermarsi:

<<...poi si propaga a tutto il corpo e presto il malcapitato dovrà recarsi in ospedale se vorrà avere salva la vita. Basterà quindi aspettare. Una telefonata in ospedale, fra qualche ora, ci dirà chi è il colpevole. Vedrà maresciallo che il caso sarà definitivamente risolto.>>

Antonio aveva assunto la sua abituale posizione catatonica ed era evidente il suo tremendo imbarazzo. Il professore strizzò l'occhio al maresciallo e questo fu sollecito ad abbandonare il campo dicendo:

<<Allora sta bene! Attenderò che lei mi comunichi qualcosa. Dal nostro canto vedremo di tenerci in contatto con l'ospedale.>>

Salutò militarmente e ripartì sgommando sul ghiaino del viale.

Rimasero loro due soli e per un poco stettero senza parlare. A rompere il silenzio fu il professore:

<<Adesso che i carabinieri sono andati via tu mi dirai tutta la verità. Perchè lo hai fatto?>>

Il ragazzo non si aspettava questa sua uscita e non trovò di meglio che sciogliersi in un pianto dirotto. Piangeva e singhiozzava in modo penoso senza più nessun ritegno. Ma il professore non mostrò alcuna commozione e continuò:

<<Bada che non sono disposto a subire per molto i tuoi piagnistei. Te lo ripeto per l'ultima volta: perchè l'hai fatto?>>

<<Volevo che lei mi riprendesse.>>

<<Ma bravo! Per farti riprendere dovevi combinarmi questo bello scherzo?>>

<<Così si accorgeva che era necessario un guardiano.>>

<<Disgraziato! Non so chi mi tiene dal prenderti a pedate..>>

<<La prego, mi picchi, ma mi porti all'ospedale. Ho toccato quella polvere bianca per molto tempo...>>

<<Meriteresti veramente che io ti lasciassi morire.>>

<<...se lei mi fa guarire e non mi denuncia io lavorerò gratis fino a quando non saranno cresciute le nuove piantine.>>

* * *

Gli diede l'antidoto per il veleno: un mezzo bicchiere di Coca Cola, con un pizzico di bicarbonato, e Antonio guarì. Lui dal canto suo mantenne la parola. Lavorò come uno schiavo e, contrariamente a quanto paventato dal professore, le piantine cavarono i nuovi polloni. Già in autunno, erano nuovamente chiomate ed alcune mostrarono anche i primi frutti. Più tardi il ragazzo confessò di averle tagliate tutte al di sopra dell'innesto: voleva evitare al suo padrone la spesa del nuovo trapianto.






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