FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL GRANDE MATEMATICO

Michele Andreoli




Un bel giorno Antonietta mi chiese di darle qualche lezione di matematica e lo fece col quelle sue maniere morbide e ammiccanti a cui tante altre volte non avevo saputo dire di no. Acconsentii di buon grado alla richiesta, in cuor mio crogiolandomi nell'idea che, a fronte dei tanti problemi che certamente avrei risolto per lei, ne risolvesse lei uno a me.
Avevo 16-17 anni e stavo lavorando ad un immenso poema in endecasillabi, l'argomento del quale oramai, dopo tanti anni, mi sfugge completamente.
Cosa sapevamo noi delle donne? Certamente poco. Mettendo insieme, con cura, tutto quello che ci proveniva dalla diretta esperienza non avremmo potuto farci neanche una chiacchierata di tre minuti. Viceversa, organizzando il variopinto materiale che ci proveniva dalla fantasia o dalla bocca altrui, ce n'era abbastanza per organizzare congressi nei paesi dell'intera provincia.
Antonietta non era brutta, questo occorre dirlo. Anzi: precoce e di aspetto notevolmente gagliardo, Antonietta suscitava a prima vista un certo interesse, ma che fosse poco perspicace questo lo si vedeva anche ad occhio nudo.
Dio mi perdoni se ora dico questo, ma quella benedetta ragazza non eccelleva in nessuna delle qualità per cui l'uomo ama credersi superiore alla belva. Mi ci vollero tre settimane di duro lavoro per farle capire che più per meno faceva meno, e che più per più faceva più e, quel che é peggio, ho motivo di credere che non se ne sia mai veramente convinta.
Ammetto, non senza vergogna, che io stesso, allora, più volte dubitai, di questa regola come di altre, molte delle quali finirono per parermi francamente impossibili da trasmettere.
"Ma a me la matematica non piace!", grugniva lei, mentre io cercavo di convincerla dell'importanza e dell'utilità pratica dei numeri negativi; del Minimo Comune Multiplo; del Massimo Comun Divisore; dei vari livelli di parentesi e di come mai il segno meno si ripercuotesse su tutti gli addendi contenuti in parentesi, e non solo sul primo.
Decisamente Antonietta non aveva attitudini particolari per il calcolo algebrico e questo io lo avevo largamente intuito per conto mio, molto prima che iniziassimo la breve serie di lezioni estive, cui questo racconto si riferisce.
L'Algebra, come disciplina e come pratica, doveva apparire ai suoi occhi come un articolato cumulo di crudeltà senza capo né coda, in cui alcune cose si possono afferrare facilmente ma non sono utili, mentre altre, che appaiono del tutto campate in aria, sono invece le più importanti.
Ma una volta acquisita una regola, Antonietta vi si affezionava oltre misura, rifiutando accanitamente le varianti, i casi particolari, le eccezioni.
Ecco una cosa che io non ho mai capito dei principianti: appena afferrano qualcosa, credono di poter padroneggiare la materia a colpo, senza disciplina. Ella non riusciva ad accettare il fatto che ciò che funzionava in un contesto, potesse risultare profondamente errato in un altro.
"Ma perchè no?", soleva esclamare in questi casi.
"Non si può fare! Lo vuoi capire che non-si-può-fare?", gridavo io.
Che Antonietta non si impegnasse con la dovuta energia, debbo francamente negarlo. Delle volte, anzi, aveva dei veri e propri conàti di entusiasmo calcolatorio, durante i quali una specie di febbre la spingeva a muovere i vari addendi da un termine all'altro delle equazioni, mescolando le parentesi in modo spesso bizzarro e vertiginoso.
Più volte dovetti redarguirla, per questi suoi impeti. Ricordo ancora con rimorso la volta che, pur di farla smettere, le strappai di mano la penna urlando "Chiudi questa parentesi!" con forse eccessiva mala grazia.
Fu solo negl'anni che seguirono, e anche ora, dopo decenni che non la vedo, che capii ciò che altri avevano sempre saputo: Antonietta, nonostante non sapesse cosa fosse un numero relativo e nonostante che la sua conoscenza della Tavola Pitagorica fosse abbondantemente lacunosa, non era affatto una ragazza poco perspicace.
Per quanto mi riguardava, io non osavo lamentarmi. Lei mi andava benissimo. In quella landa desolata, dove, nell'Eterna Siesta, il sole batte sempre a perpendicolo sulle teste degli abitanti, era già tanto che si riuscisse a procurarsene una.
Antonietta era figlia legittima del villaggio e del suo eterno medioevo e, con ogni probabilità, non era destinata ad uscire dal solco che già sua madre aveva percorso prima lei: ad un certo punto, ella avrebbe avuto un marito, una casa e dei figli e in essa l'eterno ciclo della natura avrebbe trovato ancora una volta compimento.
Guardandola calcolare non potevo fare a meno di pensare che un bel giorno, tra 5 o 6 anni, avrebbe fatto un sorrisino nella giusta direzione, uno sguardo languido, un sospiro, e il cerchio si sarebbe chiuso: nel giro di un anno si sarebbe riprodotta, per poi quadruplicarsi, centuplicarsi e, come per mitòsi, la stupidità sarebbe dilagata per l'universo.
Quella sera non avevo voglia di complicazioni e dunque le assegnai un esercizio la cui difficoltà avrebbe fatto smandibolare dalle risate il suo cuginetto di Seconda Elementare: presi un bel foglio bianco e, proprio a metà della parte superiore, scrissi a chiare lettere: 5/2-3/4=
Altre volte, aveva affrontato calcoli simili e, devo dire, sempre in maniera diversa e originale.
"Forza, Antonietta", le dissi, "fammi questa sottrazione", mentre ella, a capo chino, cancellava qua e la, con la gomma, alcuni segni di matita sulla carta. Quando il foglio fu ben pulito, seguì un lungo quarto d'ora durante il quale Antonietta tirò più volte un certo numero di linee frazionarie di una certa ampiezza, che poi ricancellò per rifarle altrove, più in basso.
Man mano che i minuti passavano il suo rapporto col foglio diveniva più profondo e sofferto, mentre la testa si abbassava sempre più, come il menisco di un termometro, il termometro delle nostre sorti e delle sorti del Sud Italia.
Come l'Andrea Doria, colpita su un fianco, Antonietta si inabissava davanti ai miei occhi, tra lo scricchiolio delle assi.
Mi capita spesso in certi momenti di abbandonarmi a riflessioni abbastanza peregrine. Quella volta, l'immagine di Antonietta alle prese con le sue frazioni mi fece venire in mente alcune immagini iniziali del film di Spielberg 2001 Odissea nello Spazio.
"Caspita!", dissi tra me e me "pensa un pò se, da sempre, il livello medio dell'umanità fosse stato precisamente questo. A quest'ora, sarei qua attorno con una clava in mano, a difendere i miei territori, e Antonietta sarebbe qui ad aspettarmi, nella nostra caverna, seduta per terra, untuosa e pidocchiosa come una scimmia. E passerebbero almeno qualcosa come un mezzo milione di anni affinchè la prima equazione differenziale avesse il suo primo sistema completo di soluzioni, tabulato da qualche parte!".
La seconda cosa che mi venne in mente fu l'idea di un conflitto nucleare totale, a seguito del quale la razza umana si fosse totalmente estinta, tranne Antonietta, l'unico superstite del più intelligente e metafisico tra gli animali della terra: una macchina perfetta, sana, con un sistema immunitario ultra-specializzato e un sistema nervoso che é un vero gioiello di elettronica digitale. C'è qualcosa di più atroce di una simile ipotesi?
Ebbene, una simile creatura, abbandonata a se stessa, non sarebbe in grado di ricostruire da sola neanche la miliardesima parte del sapere umano. Neppure il Sistema Metrico Decimale sopravviverebbe alla catastrofe. Secoli di scienza umana perduti, irrimediabilmente.
Intanto, come il Lettore facilmente intuisce, il calcolo di 5/2-3/4 era fermo al palo e io, come sempre, approfittavo di queste interminabili attese per osservarla, per ammirarla, in segreto.
E mi pareva di vederlo quel visetto da ebete, campeggiare sopra i banchi della 3F, con quella tipica espressione facciale di coloro che afferrano le cose a brani: la testa leggermente reclinata da un lato, l'occhio vacuo, il fuoco all'infinito.
Chi avrebbe potuto stanarla? La troppa uniformità sfugge all'indagine. Sono le variazioni le uniche sperimentalmente misurabili. E certamente, molti suoi insegnanti si ingannavano ripetutamente al cospetto della superiore immobilità di quello sguardo.
Una domenica di giugno (faceva un gran caldo) passeggiavamo, come tutti i bravi giovani, su per Santa Vara, l'unico luogo in cui ragazzi e ragazze del paese potevano incontrarsi senza scandalo. Antonietta indossava un vestitino a fiori, tutto sbiadito e spiegazzato, come di chi è ruzzolato giù dalle scale.
Odiavo profondamente quel vestito, fin dalla prima volta che glielo avevo visto. Le dava il vago aspetto di ragazza-madre che mi infastidiva.
"Lo sai, Antonietta ", le dissi ad un certo punto, raccogliendo qua e là qualche mora, "che in questo preciso istante io e te ci troviamo in un piccolo pianeta di pazzi che gira vorticosamente su se stesso e sfreccia nello spazio alla velocità di 30 Km al secondo, relativamente al sole? Non ti spaventa tutto ciò? Non ti chiedi mai: dove stiamo andando, cosa sarà di me, ha un senso la mia esistenza?".
Antonietta mi guardò senza rispondere. Poi, d'un tratto, scoppiò in una risata. Allora mi chiesi, dubbioso, se non l'avessi sforzata troppo con quella benedetta algebra. M'ero spinto forse troppo oltre?
"Ma sì", pensai, "dopotutto non è così importante, e meno che mai lo è per Antonietta".
Chi ha una certa pratica di adolescenti può ben supporre che in quegl'anni, oltre alla matematica, altre idee frullavano nella mia mente. Così, un pomeriggio, tirai fuori la scusa che non potevo uscire di casa e dissi ad Antonietta che la lezione si sarebbe tenuta a casa mia, nella mia stanza.
Per grazia di quella sorta di istinto animale che hanno le ragazze di qui, Antonietta avvertiva l'approssimarsi del pericolo. Trovava infinite scuse per non venire. Correva da una parte all'altra delle sue mura, impazzita, come se un'orda di barbari premesse ai confini.
L'adolescente si stupisce dell'infinita fantasia, della varietà e dell'estro di cui una donna è capace quando deve scovare sfumature e alternative, lì ove invece egli non ne vede che una sola.
Neanche io fui da meno, però. Ce la misi tutta. Fui così vago, MA COSI' VAGO, che Antonietta dovette accettare.
Mia madre era su in cucina; non si sarebbe accorta di nulla. Mi misi alla finestra e tenni d'occhio la strada. Da giù alla mia stanza non c'erano che poche scale. Superate quelle, il resto era relativamente facile: ci saremmo chiusi là dentro e tutto si sarebbe svolto secondo la volontà del Padreterno, che tutto vede e a tutto provvede.
Diedi qualche biglietto da mille a mio fratello e lo allontanai. Considerando che una partita a bigliardino costava allora solo 50 Lire, calcolavo che non sarebbe rientrato prima di tre ore.
Feci accomodare Antonietta e ci sedemmo al grande tavolo di legno. Le assegnai senza indugio un paio di frazioni di veramente sproporzionata difficoltà. Avevo bisogno di tempo.
"Sono proprio un baccalà", mi dissi. "Tanti progetti, tante chiacchiere e poi, al momento opportuno, mi rammollisco".
Volli provare a stupirla mostrandole la mia Opera in endecasillabi.
Tirai fuori un blocco di qualche centinaio di fogli dattiloscritti. Il lavoro di mesi. Lessi qualche brano, qua e là, ma fu come leggerli al mio gatto. E' impossibile impressionare chi è del tutto privo di interessi, di qualsiasi genere. Occorrerebbe primeggiare in attività eccessivamente facili e comuni, dove la concorrenza è troppo numerosa per sperare di distinguersi. Se riuscissi a montar le scale quattro gradini per volta o mangiassi tre chili di anguria tutti insieme o sputassi più lontano di tutti i suoi amici, allora sì, forse allora l'occhio di Antonietta si illuminerebbe, non di certo di fronte alla bellezza di 8.000 endecasillabi sciolti.
Del resto, qual'era il mio dovere di pretendente se non quello di convincere Antonietta che io ero io, e cioè un evento unico e irripetibile e che era per questo motivo che lei aveva scelto me, tra milioni di altri italiani maschi?
Come convincere Antonietta che non era il caso che sceglieva per noi, come un diavoletto le sussurrava, ma che si trattava dei destini di un grande amore a cui aveva posto mano e cielo e terra? Non c'erano alternative.
Se qualche volta, saggiamente, sedato l'impulso iniziale, occorre fermarsi per decidere se procedere deduttivamente o induttivamente, in questo caso non avevo più alcun dubbio: anche un cretino si sarebbe accorto che Antonietta andava conquistata a cominciare da qualche altra parte.
L'attuale saggezza mi suggerisce di stendere un pietoso velo su quello che successe in quella stanza: l'armi e gl'amori, il ridicolo che me ne venne e tutto il resto.
A tutt'oggi, quando ci penso, un pò mi viene da ridere.
Chissà che fine avrà fatto Antonietta e se qualcuno si è mai preso la briga di spiegarle cos'è un endecasillabo. Boh?
Una cosa sola so per certo: che mai, in tutti questi anni, Antonietta ha avuto necessità di sottrarre un numero grande da un numero piccolo, dimostrando così che si può vivere benissimo con la sola metà destra dell'asse dei Numeri Reali, e che ora è certamente felice e si è completamente scordata del grande matematico.



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