FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







ANGELI CADUTI

Ruben Frosali




"Sicuramente Dio esiste, non si fa vedere e dall'alto controlla e giudica quello che noi facciamo... proprio come un cecchino" Max

CAPITOLO 1

Massimiliano stava sudando, seduto sopra una vecchia sedia di linoleum, in una fabbrica abbandonata nella periferia di Empoli. La luce del giorno entrava attraverso le finestre opache dell'edificio e rischiarava il luogo dando a quel posto abbandonato un'atmosfera lugubre, minacciosa, opprimente. Nella confusa mente di Massimiliano tutto ciò ricordava le case dopo i bombardamenti della guerra; non che Massimiliano avesse visto con i suoi occhi la guerra, ma i libri che aveva letto, i film che aveva visto trasmettevano tutti quell'atmosfera, quell'aria insopportabile.
Ricordava appena il susseguirsi degli eventi che lo avevano portato in quel luogo: una bella giornata di sole, la scuola, del sangue, la fuga.
Aveva percorso più di un chilometro a piedi, correndo, quasi con gli occhi chiusi. Sicuramente adesso lo stavano cercando, ma raramente lo avrebbero trovato in quel posto, del resto aveva preso la strada meno percorsa, si era inoltrato nei campi ed aveva attraversato fiumiciattoli in cui invece dell'acqua scorreva per la maggior parte fango.

Era una bella giornata di aprile, il sole splendeva in tutta la sua magnificenza e finalmente, oggi non dovevano esserci né compiti né interrogazioni, anzi, anche due ore di attivo! Max aveva mangiato una kinder brios con del latte caldo, aveva dato il buon giorno alla sua famiglia, quindi dopo aver preso tutti i libri di cui aveva bisogno (veramente pochi), si era recato davanti alla fermata dell'autobus.
- Cavolo, è veramente una bellissima giornata, oggi niente può rompere questa pace -
Frequentava la 5° del Liceo Artistico Max, non andava tanto male ma neppure benissimo, il tipico ragazzo che se volesse potrebbe prendere 8 ma non si applica e si accontenta del 6. Il suo più grande interesse era il disegno, lo faceva ogni giorno, decine e decine di fogli pieni di disegni che nessuno capiva, ma per lui avevano un significato ricercato, intrinseco, raccontavano molto di più di un classico libro qualunque. Max non si era mai innamorato realmente, aveva si avuto qualche storia, ma soltanto ragazze facili. Non che gli importassero molto le ragazze, lui aveva soltanto un interesse in fin dei conti: disegnare.
L'autobus era arrivato e Max vi era salito, quindi aveva trovato un posto verso metà e si era appoggiato al sedile, quindi aveva tirato fuori i suoi fogli ed aveva iniziato a tracciare alcune linee.
- Che fai testa di cazzo? Scrivi?- dietro di lui Gianni, lo stava insultando. Si girò e lo guardò. - oggi non devono rompere le palle -.
Gianni era il tipico cretino che girava per il mondo, aveva tre anni in più di Max, ma era anche molto più grosso di lui. Se avesse voluto Max avrebbe potuto ridurlo male, ma non era un tipo aggressivo, anzi, tutt'altro, perfino codardo forse in certe situazioni. Gianni si avvicino gli strappo' il quaderno di mano e lo gettò fuori del finestrino, iniziò a spingerlo e quindi lo scaraventò sopra un sedile. Max si era leggermente ferito alla spalla. Cercava di pensare il meno possibile. - Devi sopportarla la gente come quella Max, devi sopportarla - si diceva, ma non ci credeva.
Intanto il rompiballe era andato in fondo all'autobus a dare noia a qualche ragazzo di prima.
L'autobus si fermò, erano arrivati, Max scese di corsa, attraversò la strada ed entrò nel giardino della scuola.
C'erano tutti i suoi amici là fuori, Andrea, Simone, Daniele, Lorenzo, Roberto, Elisa, Davide, Roberta, Moira, Valentina e Francesca. Si misero a parlare del più e del meno, poi dopo qualche minuto iniziarono le lezioni e Max entrò in classe, appoggiò il suo zaino sul banco e si mise a sedere. Arrivò velocemente l'intervallo, accompagnato dalle urla dei ragazzi più giovani della scuola che si precipitavano di corsa giù per le scale per andare a prendere chi un panino chi una cocacola.
- Hey Max, girati -
Max si voltò ed una nuvola di polvere di gesso gli annebbiò la vista.
- Che razza di scherzi stupidi sono questi?!- urlò in direzione del lanciatore di cimosa. Fu un attimo. Max accecato dette una spinta ad un ragazzo davanti a lui. Un rumore di vetri rotti. Un urlo.
- Oh mio Dio!-
Ora Max aveva riacquistato la vista: la finestra era rotta, del sangue era depositato sui vetri infranti. Accanto a lui dei ragazzi urlavano. Max non capivo ciò che era successo, si affacciò alla finestra e vide il corpo di Roberto disteso a terra, pieno di sangue. Delle lacrime scesero sulle sue guance, poi disperato iniziò a correre.

Ed ora era dentro quel vecchio capannone, ripensando a ciò che aveva fatto.
- Io ho ucciso una persona, cristo, HO UCCISO! ho ucciso uno dei miei migliori amici!-
Max non sapeva più come reagire. Iniziò a piangere, poi si distese su dei sudici panni color porpora e rimase là per quasi dieci ore, un po' dormendo ed un po' pensando a tutto quello che era successo.

CAPITOLO 2

Si alzò verso mezzanotte, il sole era scomparso da qualche ora ed il cielo era costellato da tanti puntini bianchi. Una debole luna e le luci della città distante rischiaravano la vista in quella fabbrica abbandonata. Max decise quindi di fare un giro di perlustrazione per vedere la sua nuova abitazione.. del resto non sarebbe sicuramente tornato a casa, almeno per il momento.
Era un grande capannone, davanti ad esso, dopo una fila di vecchi alberi, forse querce, passava una strada sterrata, poco frequentata ed abbastanza sconnessa. Dietro l'edificio vi erano dell'erba alta e dei canneti, quindi un sudicio fiume in cui varie industrie più avanti scaricavano i loro liquidi altamente inquinanti. Poi alberi ed alberi.
Era realizzato abbastanza grezzamente, formato da due parallelepipedi disposti a L, uno adibito un tempo forse a zona uffici, l'altro a zona lavorativa. L'ala degli uffici era più alta dell'altra parte, aveva due piani e delle finestre rotte mostravano l'interno dell'edificio. Mentre la zona lavorativa era quasi completamente franata e del tutto (o quasi) impraticabile se non per una stanza adibita a deposito merci.Ma a Max piaceva quel posto.
Decise di mettere un po' a posto la parte superiore della zona uffici, spostò alcuni mobili e pulà un po' il pavimento con degli stracci. Rovesciò un vecchio armadio verso la porta in modo che la stanza potesse essere sicura nella notte se fosse venuto qualcuno. Era paranoico Max, quel luogo non era frequentato da nessuno. Chi voleva farsi andava in luoghi più vicini alla città, non in quel posto.
Si mise a sedere davanti alla finestra rotta, contemplò il cielo e pensò alla vita ed alla morte.
Non sono molto diverse in fin dei conti.
Ho bisogno di una macchina.
Si addormentò dopo pochi minuti.

Un raggio caldo sul volto lo svegliò. Il sole era uscito dalla tomba da alcuni minuti, irradiando quel luogo pacifico.
Ho bisogno di un'arma.
Max si alzò in piedi, spostò l'armadio e scese giù guardandosi attorno per essere sicuri che non c'era nessuno. Ed infatti era proprio cosà.
Ho bisogno di lavarmi.
In una stanza nella zona uffici trovò quasi per caso un rubinetto dell'acqua potabile.. Funzionante!. Si pulà le mani ed il viso sporco, chiuse il rubinetto ed uscà fuori. Gli uccellini fischiettavano allegri aspettando che un cacciatore li uccidesse.
Ho bisogno di uccidere.
- Certo che non è brutto come posto questo - disse fra se e se Max, che ormai si era rassegnato a vivere in quel posto isolato per chissà quanto tempo.
Ho bisogno di cibo.
Cosa poteva mangiare però in quel posto? Non c'era niente, e Max cominciava a sentire il suo stomaco chiedere la sua dose di nutrimento. Aveva pensato di cacciare, magari costruendosi un arco con le sue stesse mani. Cose semplici nei film, la realtà è ben diversa.
Ho bisogno di una macchina.
Si accovacciò dietro un muricciolo ed iniziò a pensare a ciò che poteva fare realmente per sopravvivere. Forse se fosse passata una macchina avrebbe potuto fermarla. Avrebbe potuto parlare con l'autista. No, avrebbero chiamato la polizia. Doveva trovare il modo di prendere la macchina senza che il guidatore potesse capire ciò che succedeva. Magari uccidendo. Del resto lo aveva già fatto.
>> necessario.
Aspettò qualche ora dietro il muricciolo, quando finalmente sentà in lontananza il rumore di una macchina. Si sporse oltre il muretto: una vecchia Golf stava arrivando lentamente. Max corse sulla strada e si gettò a terra nascondendo un bastone sotto il suo corpo.Il rumore della macchina si avvicinava. Una frenata. Non poteva vedere ciò che stava succedendo, ma sapeva quando e dove colpire.
- Oh Dio!- la voce di un uomo abbastanza anziano. Il rumore dei passi.
- Oddio, stai bene figliolo?- Non pensare. Non muoverti Max. Una mano stava toccando la testa di Max. Un secondo. Si girò su se stesso, colpà alle gambe il vecchio, un uomo sulla sessantina con capelli bianchi ed una folta barba, cadde a terra, poi altri colpi sulla testa fino a quando il cranio del vecchio si ruppe e lui non respirò più.

Nascose la macchina dietro all'edificio, quindi sotterrò il corpo nel bosco là vicino, fra una quercia e dei rovi intricati. Non pianse. Del resto prima o poi sarebbe morto comunque, no?
Era una Golf nera vecchio modello, ispezionò l'interno trovando sotto i sedili anteriori un fucile calibro 12 da caccia con due confezioni di proiettili da 25 colpi l'uno. Lo caricò e sparò contro un albero. Grande. Mirare un oggetto qualsiasi, premere il grilletto, e vedere quell'oggetto distrutto. Si sentiva Dio.

CAPITOLO 3

Ma Max aveva fame. Era da più di 24 ore che non mangiava ed il suo stomaco gli faceva male. Caricò di nuovo il fucile, entrò in macchina, lo sistemò sul sedile accanto a lui e prese la strada che portava verso la campagna.
Dopo 20 minuti buoni arrivò nei pressi di un casolare.
Ho fame. Devo procurarmi qualcosa da mangiare.
Fermò la macchina sul ciglio della strada. Uscà con il fucile sottomano, corse verso la casa, dette un calcio alla porta che si spalancò mostrando una vecchia casa da contadino. Entrò all'interno, non c'era nessuno, forse erano nei campi. Trovò la cucina, aprà la dispensa e buttò tutto all'interno di una borsa di nylon. Non c'era molto ma in ogni modo per Max era abbastanza e con quello che stava rubando sarebbe andato avanti per qualche giorno. Perquisà anche le altre stanze trovando una torcia, dei fiammiferi ed un pacchetto di sigarette, quindi entrò in camera da letto e negli armadi scoprà una cosa che gli sarebbe stata molto utile: un sacco a pelo. Ne aveva bisogno, del resto non poteva dormire su degli stracci polverosi.
Ad un tratto Max sentà la porta cigolare, poi un uomo urlò - Chi c'è?-.
Si distese a terra, dietro il letto, tenendo nelle mani il fucile calibro 12 caricato ed aspettando che l'uomo si facesse vedere. - Dove sei stronzo?- la voce del padrone di casa nascondeva una certa paura, anche se cercava di coprirla con una durezza da film poliziesco anni '50. Max invece ebbe la certezza di un suo cambiamento. Ora non pensava più a quello che si stava preparando a fare, aveva in mente solo la propria sopravvivenza.
Adesso l'uomo, più o meno sulla trentina, con un cappello di paglia in testa ed un paio d'occhiali da sole vecchio modello, era davanti alla porta della camera da letto. Max fece fuoco e lo colpà alla gamba destra, ma il contadino riuscà a correre su per le scale, lasciando dietro di se una traccia di sangue rosso vermiglio. Max uscà nel corridoio. L'uomo era voltato verso un comodino intento a prendere qualcosa dentro un cassetto.
Ho bisogno di uccidere.
Il proprietario della casa si girò di scatto e fece fuoco con una P38, ma la sua mira era abbastanza scarsa e colpà il muro a circa 1 metro e mezzo di distanza da Max, facendo partire per aria l'intonaco bianco.
Rispose al fuoco ma l'uomo si gettò all'indietro in una stanza e chiuse velocemente la porta.
Devi toglierlo di mezzo.
Avrebbe chiamato sicuramente la polizia, Max salà le scale e trovò una porta proprio accanto a quella dove si era nascosto quel bastardo, la aprà lentamente: era la stanza degli ospiti, almeno cosà pensava Max. Al centro vi era un letto con una coperta bianca ricamata, mentre ad un muro c'erano due grandi armadi di lego scuro ed una scrivania di finto marmo. Ma ciò che lo colpà fu una porta finestra che dava su una terrazza.
Senza fare rumore la aprà e si rese conto che la terrazza collegava quella stanza a quella dove si era nascosto il pazzo. Caricò il fucile ed uscà dalla porta finestra, quindi si affacciò alla stanza in cui il padrone di casa si stava rifugiando. Era una stanza simile a quella in cui era stato precedentemente, il contadino aveva la P38 in mano e stava aspettando seduto sul letto che qualcuno aprisse la porta.
Io sono qui dietro, stupido.
Max prese bene la mira e picchiettò con la canna del fucile il vetro. L'uomo si girò e l'arma fece fuoco disintegrando la finestra in migliaia di piccole schegge e colpendo il contadino in piena faccia facendolo balzare in dietro. Sul muro stavano gocciolando piccole gocce di sangue. Max rise, prese la pistola, quello che aveva rubato e tornò al capannone dove nascose la macchina nel bosco poco distante alla fabbrica.

Erano passati alcuni giorni, Max intanto aveva cominciato a cambiare mentalità. Ogni giorno vedeva sorgere il sole da dietro il bosco ed inondare con i suoi caldi raggi tutto ciò che lo circondava, sentiva gli animali svegliarsi, fare i loro richiami, vedeva finalmente il normale andare nel tempo della natura.
Era in pace con se stesso e con il mondo, viveva rispettando la natura, cacciava quando aveva bisogno di qualcosa, cacciava persone. Del resto noi uomini ci permettiamo di uccidere, torturare animali della nostra stessa specie. Max invece cacciava solo quando aveva bisogno. Era molto meglio di chiunque altro della sua specie, o almeno lui lo credeva. Per lui era diventato normale uccidere, in fin dei conti quasi un piacere.

CAPITOLO 4


Era il 3 marzo quando Max si rese conto di aver quasi esaurito le munizioni per sue armi, decise quindi di fare un giro per Empoli e trovare qualche nuova cartuccia sia per il fucile sia per la P38. Inoltre voleva anche un coltello da cacciatore.
Inoltre vuoi uccidere Max.
Mise la sua P38 carica nella fondina da spalla che aveva trovato (rubato) qualche giorno prima in una casa (il cui proprietario non potrà più reclamare), quindi prese la sua Golf e si diresse verso il centro d'Empoli. Era una mossa azzardata forse, ma ormai le 21 erano passate da un pezzo ed era facile non farsi notare a quell'ora.
Ma di cosa poteva aver paura Max, tutto quello che la gente poteva sapere sul suo conto era che dopo che un suo compagno era morto per una fatalità era scappato, nessuno si immaginava che uno dei più chiacchierati serial killer italiani fosse proprio lui.
Transitò con la sua macchina davanti alla centrale dei vigili urbani e proprio qui ebbe un'idea perversa: uccidere tutti lì dentro. Una sfida. - Ho un decimo di possibilità circa, speriamo bene... -
Hai pochi colpi. E' solo una P38. Attento.
Chiuse il suo giubbotto, quindi parcheggiata la Golf poco distante dalla caserma entrò correndo all'interno di essa. I poliziotti rimasero esterrefatti, Max correva per l'interno della caserma urlando come un pazzo frasi tipo "Aiuto, mi stanno inseguendo" "Le mosche!"... ed intanto stava cercando di capire come era fatto il luogo e quanto gente ci fosse all'interno. Non molta in fin dei conti, forse una quindicina di persone in tutto, e qualcuna con delle mitragliette. Stava studiando ogni possibile cosa potesse fare e le possibili conseguenze che essa avrebbe portato, intanto gli agenti sembravano quasi divertiti e cominciavano a rincorrerlo, del resto non capita spesso che un matto entri nella centrale di polizia e si metta a correre avanti e in dietro.
Max valutò i fatti, entrò in una stanza e chiuse la porta bloccandola con una sedia. Cosà avrebbe attirato l'attenzione di tutti. Ed infatti fu cosà. Quando riuscirono a rompere la sedia e ad entrare nella stanza erano quasi tutti e trovarono Max sopra il tavolino intento a saltellare ed a sputare per la camera.
Ora abbiamo anche un pazzo nella centrale - disse ridendo un poliziotto.
Pazzo. Pazzo. Pazzo. Pazzo. Pazzo. Pazzo...
Mentre i poliziotti si avvicinarono Max si gettò a terra, facendo finta di svenire, ma in realtà estraendo lentamente, senza farsi notare la P38. Arrivarono i primi soccorsi. Ora era sicuro di aver radunato tutti. La stanza dove si trovavano era piccola e i poliziotti erano tutti accalcati fra loro.
E' ora. Esegui.
L'azione durò neppure un minuto. Max fece fuoco con la P38 attraverso il giubbotto colpendo nel ventre il poliziotto che lo stava soccorrendo. Panico generale. Partà una raffica di mitra che inevitabilmente colpà 3 poliziotti vicini a lui. Quindi Max iniziò a correre sparando verso la polizia, poi si gettò dietro una scrivania che arrestò i colpi. Dei proiettili colpirono un computer facendolo esplodere e lanciando tante piccole stelline per aria. Accanto a lui c'era l'interruttore generale della stazione. Gli dette un violento calcio e le luci al neon diventarono sempre più buie. Ora c'era soltanto il buio. Max alzò la pistola e si rese conto di essere in vantaggio. I poliziotti erano rifugiati in una piccola stanza, mentre lui era in un open space molto più spazioso. Corse all'interno e fece fuoco a caso.
Rumori di pallottole, urla, corpi che cadevano.
Sono morti tutti. Si! Morti tutti! Ce l'ho fatta!
Guarda bene. Uno sta' facendo finta di essere morto.
- Hey tu, cosa stai facendo?-
- No, ti prego, non uccidermi, ho una famiglia, ho tre figli, perchÄ vuoi farlo? - il poliziotto stava tremando, piangeva, era disperato.
- E perchÄ no?- un colpo di pistola alla testa chiuse la questione.
Non c'era più nessuno vivo nella centrale, Max prese una borsa di poliestere nera e la riempà con tutto quello che poteva fargli comodo: fucili, munizioni, mitragliette. Quindi iniziò a distruggere tutto quello che aveva sotto mano, computer, sedie, armadi. Mentre era intento nel suo rituale distruttivo, mentre la sua mente si stava liberando di tutta quella tensione accumulata durante la sparatoria, sentà il suono di una sirena della polizia. Imbracciò la mitraglietta carica e si mise ad osservare ciò che stava succedendo da una finestra della stazione di polizia, nascondendosi dietro una tenda bianca. Aveva spento tutta l'illuminazione ed era sicuro che non lo avrebbero visto.
Dopo pochi secondi una volante della polizia accostò davanti alla stazione di polizia. Era una macchina soltanto, sicuramente nessuno aveva dato l'allarme, era soltanto un controllo qualsiasi.
E' tempo di andare Max.
Aspettò che uscissero dalla macchina poi una raffica di colpi investa' i due poliziotti che caddero al suolo dopo pochi secondi, lasciando sotto di loro una pozza rossa di sangue. Non ebbero neppure il tempo di capire ciò che stava succedendo.
Il quadrante luminoso dell'orologio segnava le due di notte. Max tornò al suo capannone sparando intanto sulle finestre delle case che incontrava sul proprio cammino.

CAPITOLO 5

Aveva ucciso ormai un po' di gente, Max, ma non era stanco, anzi, aveva cominciato ad apprezzare quello che stava facendo. Era pazzo, forse. Ma almeno era cosciente di esserlo, non come tanta gente che inizia a fare qualcosa soltanto perchÄ gli viene imposto senza pensare a ciò che invece è il loro vero interesse.
Alcuni nascono per fare i medici, altri invece per sganciare bombe su città, ma Max era nato soltanto per una cosa: uccidere. Ed avrebbe passato la sua intera esistenza da solo se non avesse incontrato Jennyfer..

Jenny

Era un caldo giorno di fine marzo (non che solitamente i giorni di marzo siano caldi, ma questo era veramente paragonabile ad una tipica giornata estiva) quando Max entrò in una casa nella periferia di Empoli. Una bella casetta, non molto grande ma comunque simile a quella dove era vissuto lui.. Non l'aveva più vista la sua casa natale, né i suoi genitori.. Magari in quella casa c'era una famiglia felice, di quelle che si vedono in televisione.
Uccidili tutti Max.
Una vampata di odio investa' Max che caricò in un attimo il suo calibro 12 e salà le scale verso il primo pianerottolo. Si avvicinò alla porta e rimase sorpreso quando si rese conto che all'interno la famiglia non era una famiglia da mulino bianco.
- Cristo! Io faccio quello che mi pare? Mi avete capito? - una bella voce di ragazza stava urlando a squarciagola
- Stronza, fin che sei in questa casa siamo noi che diciamo ciò che devi fare e ciò che non puoi fare - i suoi genitori sembravano decisamente isterici.
Aspettò alcuni secondi nei quali nell'appartamento si scatenò un inferno, poi sentà la ragazza ridere come una pazza.
Non ci sono altre voci, Max.
Entrò, la stanza era in un caos tremendo, il corpo di una persona giaceva a terra, sopra di esso una libreria, un altra salma un poco più a destra, coperta dal sangue, era stata accoltellata nel pieno volto, un brutto spettacolo. Ed al centro della stanza, seduta su una sedia semi rotta, girata verso la finestra, la più bella ragazza che Max avesse mai visto. Dei capelli corti, rossi, la camicia semi strappata e macchiata dal sangue che lasciava intravedere la forma del seno, perfetto, dei jeans blu aderenti a delle gambe bellissime. Si girò. Rimase un attimo stupita nel vedere Max. Aveva degli occhi bellissimi, cerulei, ed i suoi lineamenti erano regali, aristocratici. Impugnava un coltello da cucina inox, forse uno di quelli pubblicizzati in tv con nomi tipo Samurai, kamikaze o cazzate del genere.
In un lampo si mise a correre verso Max, brandendo in alto il coltello. Era a pochi centimetri da lui, altri pochi instanti e l'avrebbe colpito se Max non avesse prontamente estratto la Beretta e non avesse sparato alcuni colpi a terra proprio davanti alla ragazza.
- Chi cazzo sei?- la sua voce era bellissima, a Max ricordava Courtney Love
- Mi stavo chiedendo perchÄ hai ucciso i tuoi -
- Non sono affari tuoi.. comunque rompevano decisamente -
- Beh, posso capire.... io sono Max... di morti me ne intendo -
Max camminò verso il cadavere della madre della ragazza.
- Certo che gli hai fatto fare una brutta fine, eh? - Max fissò la ragazza attraverso gli occhiali da sole
- Se la meritava.... penso.. ma chi se ne frega - cominciava ad annoiarsi della conversazione
Massimiliano voltò il corpo della donna con la punta della scarpa. Si girò sorridendo verso la ragazza
- Non sò se hai presente la storia dell'assassino che gira da queste parti..-
- Saresti tu? -
- Mi diverto cosà, cosa vuoi.... non è colpa mia, è la società, la scuola, il mondo del lavoro... -
La ragazza sorrise
- Evita di dire stronzate del genere, dai... io... sono Jenny - Lasciò cadere il coltello a terra e porse la mano a Max che subito la strinse calorosamente con la sua.
Il fuoco. Senti il fuoco Max?
- Che ne dici di venire con me? o vuoi finire in prigione Jenny? -
- Non sò.... ok, prendo alcune cose.. hai una macchina? -
- Si, ti aspetto di sotto, sono nella golf nera -

Adesso i killer erano due, ma erano felici. Si sentivano come Adamo ed Eva, soli, in mezzo alla natura, in pace con se stessi e con il mondo. Era passato poco tempo da quando si erano conosciuti eppure l'amore era nato subito fra loro. Cosà uguali. Cosà diversi.
Il sole era appena sorto portando con se la vita. Jenny era seduta davanti alla finestra della loro casa.. Già, ormai era diventata una vera e propria casa, l'avevano arredata accuratamente, cercando di ricreare un appartamento qualunque. Non erano poi diversi da molte altre coppie. A parte il fatto che erano felici.
Max stava ammirando il profilo di Jennyfer, dietro di lei il cielo ed il sole dorato di una primavera ormai esplosa in tutto il suo splendore... Anche con Jenny
- Ciao piccola.. - Max si avvicinò a Jenny, baciandole dolcemente il collo
- Ciao Max..- disse lei sorridendo
Passarono alcuni momenti contemplando lo stupendo panorama, poi Jenny si voltò verso Max
- Non credi che avremmo bisogno di una macchina nuova? -
- Hai ragione, magari qualcosa di bello.. -
- Guarda questa - Jenny si mise a frugare all'interno del suo zaino, quindi porse a Max un giornale con in prima pagina una Ferrari rossa.
- Sarà la nostra macchina! - Max era già entusiasmato all'idea di guidare una macchina come quella
- Andiamo al lavoro, dai! -

CAPITOLO 6

I due salirono sulla vecchia Golf nera, diretti verso il concessionario della Ferrari alle porte di Firenze.
Era un grande locale, con delle ampie vetrate ed una trentina di macchine stupende in vetrina, tutti i tipi di Ferrari.
Era aperto da poco, al bancone sedeva annoiato il proprietario digitando alcuni dati all'interno di un vecchio computer.
Jennyfer nascose il mitragliatore UZI sotto il maglione ed entrò sorridendo all'interno del concessionario. Max era a pochi metri da lei. L'uomo dietro il bancone si alzò e si avvicino a loro due cercando di assumere un aspetto dignitoso.
- Benvenuti - disse sorridendo
Chi cazzo sono questi stronzi che vengono cosà presto?
- Posso fare qualcosa per voi? -
Morte
- Veramente si, avremo visto una macchina stupenda, quella li - disse Jenny indicando una Ferrari rossa fiammante al centro della sala
- Ha un buon gusto signorina... -
- Jennyfer, piacere, mi chiamo Jennyfer, mentre lui è il mio ragazzo, Max -
L'uomo strinse la mano a Max frettolosamente, poi si voltò verso la macchina e cominciò ad elencarne le caratteristiche.
- Per me va bene, che ne dici Jenny?- disse Max annoiato
- Ok, la prendiamo - rispose lei sorridendo
- Bene, per il pagamento andiamo di la, seguitemi -
- MMhhh, direi di no - parlò Max con voce bassa
Max non aveva mai immaginato quanto odio represso avesse Jennyfer dentro di se, lo scoprà quella volta.

Jenny rapidamente puntò il suo UZI sull'uomo che alzò le mani impaurito.
- Legalo per le gambe, Max - la voce di Jennyfer non era più la stessa
Max fece ciò che Jenny gli aveva chiesto legando l'uomo per le gambe con una spessa corda. Poi lei legò l'altra estremità al paraurti posteriore della Ferrari.
- Andiamo Max, sali che la proviamo - Max salà sulla vettura, era divertito da quel nuovo gioco.
L'uomo urlava in modo confuso, forse piangeva, poi disse imprecando - Non fatemi questo per favore, ho una famiglia - Jennyfer si voltò verso di lui lo guardò fisso negli occhi - Io invece la mia famiglia l'ho massacrata -
Accese il motore della Ferrari ed entrò sulla tangenziale, quindi accelerò paurosamente.
Le ruote si consumavano. Il corpo dell'uomo si consumava.
Vedevano il corpo dell'uomo lasciare una rossa striscia di sangue dietro di loro, alcune volte sembrava urlare, ma il rumore del motore copriva la disperazione dell'uomo. Poi Jenny sterzò di colpo davanti ad una casa, la corda cedette ed il corpo dell'uomo venne scaraventato verso un cancello aperto a folle velocità. Si spezzò in due. Sangue dovunque.
Iniziarono a ridere come matti facendo fuoco sulle altre macchine che sorpassavano.

Pochi giorni dopo il giornale riportava la notizia di una strage sulla tangenziale.

CAPITOLO 7

Passarono alcuni giorni, stupendi. Max e Jenny continuavano a far fuori tutti quelli che trovavano. Del resto dovevano cacciare per sopravvivere.. Selezione naturale.
Non era ancora mattina, Max e Jennyfer stavano dormendo, abbracciati, quando ad un tratto il rumore di una sirena echeggiò nella piazzetta davanti alla fabbrica.
- Cristo Max, svegliati! - il viso di Jennyfer era trasfigurato dalla paura
- Merda! la polizia! Oh Dio, forse la Ferrari aveva un sistema di localizzazione satellitare -
Si alzarono prontamente, Max imbracciò il suo calibro 12 mentre Jennyfer tolse la sicura al mitragliatore UZI, quindi Max si sporse lentamente dalla finestra. Per la prima volta avevano paura.
Tre camionette della polizia erano ferme, una ventina di poliziotti armati si stavano appostando attorno all'edificio.
- Cazzo! Che cavolo facciamo adesso? - Jennyfer era tesa come una corda di violino
- La Ferrari è bloccata... quante molotov abbiamo? - Continuò Jenny
Max si ricordò delle molotov che avevano fabbricato. Andò a controllare nella stanza accanto e tornò con 3 bottiglie.
- Ho un'idea Jenny.. - Max spiegò il piano alla sua ragazza
Passarono alcuni secondi, poi il rumore di un megafono entrò nella stanza - Sappiamo che siete là dentro, uscite! -
1..
Erano quasi pronti.
2..
- Non vi verrà fatto alcun male, promesso -
3
Partirono delle bottiglie infiammate dalla sommità dell'edificio, una colpà in pieno la camionetta centrale della polizia, e un'altra i canneti alla riva del fiumiciattolo. Erano secchi e quindi presero subito fuoco. Jennyfer scese di corsa e si gettò passando fra le fiamme nel fiume mentre Max faceva fuoco con due mitragliatori UZI sui poliziotti che, dopo un attimo di esitazione fecero fuoco a loro volta. Non si erano accorti di Jennyfer e continuavano a sparare sull'edificio.
Jennyfer intanto si era rialzata dal fiume, completamente fradicia e prese la bottiglia che aveva lanciato sull'altra sponda. Fortunatamente non si era rotta. Lentamente aggirò i poliziotti, quindi lanciò la molotov sul gruppo più consistente e si gettò all'interno di una camionetta vuota.
Burn Baby Burn
Max intanto era sceso e faceva fuoco su un gruppo di poliziotti alla sua destra vicino alla Ferrari.
La Ferrari è troppo vicina Max.
Alcuni colpà entrarono nel serbatoio della macchina facendola esplodere in mille pezzi.
Jennyfer era intanto riuscita a far fuori i restanti poliziotti con il suo UZI.
- Yahoo! Sii! Morti tutti! - Jenny rideva felice con il mitragliatore in mano
- Max, dove sei? - proseguà lei - Cristo Max, dove ti sei cacciato? -
Era impietrita. Aveva visto il suo compagno, a terra, a pochi metri dalla Ferrari esplosa.
Corse verso di lui piangendo, lo girò, era ancora vivo ma una scheggia della macchina esplosa gli aveva reciso la mano, mentre la parte centrale dell'addome era completamente macellata in vari punti.
- Dio Max, ti porto in ospedale, oddio - aveva le lacrime agli occhi
- No.... Altrimenti... Finisce tutto - parlava a stento, il sangue usciva colando dalla sua bocca.
- Stai zitto! Zitto! Non hai niente - Jennyfer non ci credeva ma non sapeva che dire, poi proseguà
- Morirò con te! - puntò il mitra su se stessa e fece fuoco..
- NOOO! - Max urlò con tutta la sua forza
Il caricatore era finito. Non c'era più neppure un colpo. Jennyfer iniziò a colpirsi la testa con il manico dell'UZI.
- Ferma, scema - Max stava sorridendo..
- Nessuno è necessario in questo mondo Jenny... ora come ora sono inutile.. forse morendo tu potrai vivere.. ormai per me è finito tutto.. vedo la luce Jenny.. è bellissimo.. ora.. ora ho scoperto il senso della vita.. prendi il mio fucile Jenny.. e sparami ti prego -
- Non... non puoi.. non puoi chiedermi questo... - guardò fisso Max negli occhi.. ma riusciva a comprendere che doveva fare ciò che era giusto.. prese il fucile poco più a destra di Max
- Vedi Jenny... io - del sangue uscà dalla bocca - volendo potrei salvarmi.. ma non.. non voglio compromessi.. ho deciso la mia vita.. ed adesso decido la mia fine.... adesso capisco tutto Jenny... è come un bellissimo libro.. giunto alla fine.... ma è il mio libro, non il tuo... tu ancora puoi vivere come vuoi.. sparami e scappa... e ricordati... ricordati che.. ti amo e ti amerò sempre.. - delle lacrime scesero sulla faccia dei due..
Lei lo abbracciò. - Max...-
- Piccola.. fai fuoco... un colpo in testa ed il sorriso sulle labbra.. ora sono felice -
Jennyfer imbracciò il fucile, lo puntò alla testa del suo compagno
- Ti amo Max.. - Jenny stava tremando
- Arrivederci piccola -
Max chiuse gli occhi Jenny fece fuoco.

I canneti stavano ancora bruciando con alte fiamme. Jenny gettò il cadavere nel fuoco.
- Brucia amore mio.. brucia - disse con il fucile in mano piangendo

Era finito il gioco per lui. Jenny era stanca si mise a sedere su un gradino della fabbrica. Lontano il suono di molte sirene.
Sei stanca Jenny. Sei stanca di combattere.
Chiuse gli occhi e si addormentò sui gradini imbracciando il fucile calibro 12.

Un forte colpo al ventre la svegliò. Urlò dal dolore, aprà gli occhi, una decina di poliziotti era attorno a lei.
- Brutta puttana, dovresti morire - sbraitò uno di loro colpendo con un calcio Jenny, gli altri lo seguirono.
Jennyfer urlava dalla sofferenza.. dopo alcuni minuti il supplizio finà, sentà degli spari, quindi perse conoscenza.
Si svegliò in una cella di qualche carcere, non sentiva più neppure il suo corpo, un dolore lancinante la colpà alle gambe quando cercò di alzarsi, si tastò le gambe, erano fratturate in più parti. Aveva anche delle profonde cavità sulle braccia, causate da proiettili calibro nove.
Adesso era finito anche il suo gioco.
Avevano vinto gli altri questa volta.. ma loro non sapevano di giocare..

Il rumore di una porta la svegliò da quello stato di tepore, un uomo sulla cinquantina aprà la porta della sua cella. Entrò. Jennyfer sorrise.
- Stronza devi morire per tutto quello che hai fatto ed invece non ti faranno niente! - la voce dell'uomo era piena di odio
- Non... non.. sono io.. che ho fatto.. le regole - Jenny parlava lentamente sillabando ogni parola
- Tu hai ucciso la mia famiglia. Devi morire! - l'uomo impugnò un coltello
- E' vero. Io devo morire. Tutti noi dobbiamo morire. Forse soffrirò. Forse no. Ma sono felice - la sua voce adesso era angelica
L'uomo iniziò a colpire ripetutamente Jennyfer con il coltello fino a quando lei non esalò il suo ultimo respiro.
Non urlò.


Jennyfer sta' volando fra le nuvole bianche come batuffoli di cotone. E' felice. A pochi metri da lei Max.
Si abbracciano, si baciano volando nel cielo. Trasformandosi, fondendosi fra loro.

- Dove siamo Max?-
- Non lo sò Jenny.. ma è bellissimo.. non esiste né il bene e neppure il male Jenny -
- E' il paradiso Max?-
- Il paradiso... l'inferno... nirvana... forse... questo è il nostro mondo.. e questa volta..

per sempre

THE END



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.