FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA BARCA COLOR AMARANTO

Maria Valvo



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Invito alla lettura
a cura di Francesco Giordano


"cos'è mai il mare,
se dal pozzo spuntano solo
alveoli di cenere?"

Anonimo, sec.XVIII


Ad un profano, magna pars dell'episcopio antico, che si accostasse all'universo poetico della scrittrice che presentiamo, potremmo noi dire: "Oh nume degenerato! Non mai il pelago che ti separò dalla sapienza, per attingere alle rape e discernere di tra l'avorio delle corna dei buoi di Elio, in terra di Sicilia, come Odìsseo il grande ti portò fra i Lestrigoni... che mai tu scorgi in tal messi, che mai!!! Eppure, un tempo lucevano i gerani rossi, ove al mattino e sera si bagnavano i due progenitori, e poi nacque donna, e uomo.... <<maschio e femmina li creò>>, ed androgine era Mefistofele.... come l'eunuca di Notre Dame des Dames, a Chartres. Il rosone ispirava all'immenso, ma la bestia rantolava. E, poi moriva. Vale!"
Per quanto costui non possa, ancora, aver gettato alle ortiche l'idea di continare ad addentrarsi nell'Ade fosforescente di divina deità delle poesie di Maria Valvo (in fondo semplici), cercheremmo di consolarlo con alcune parole dell'introduzione alla raccolta di Ezra Pound, il profeta, il druido.
"Agli specialisti il compito" di spiegare il suo eburneo, cesellato, oscuro metro. Noi non lo siamo. Non vorremmo esserlo. E', in fondo, inutile esserlo, almeno con Maria Valvo.
Conoscemmo l'autrice della raccolta che segue in un istituto scolastico, dove regnava più la coda di Astarotte (un benigno demone, invero) che le sanne di Cerbero. Era allegra, spensierata all'apparenza, cortese. E "funzionava" (omnia munda mundis). L'abbiamo poscia frequentata per anni, quasi giornalmente, sopportandone -a volte malvolentieri, a volte con gaudio- ogni lato palese e recondito del carattere. Ella è un essere particolare. La si pensi come si vuole, ma è così. Scompajono banalità al suo contatto, epperò anche le serie certezze. Chiunque voglia, o si senta, pervaso dal perbenismo e|o dalla educazione "appuntata cogli spilli", non legga più. Cambi pagina, si dedichi a cucinar la trippa.
Tuttavia, nella silloge che potrà leggersi non vi si troveranno espressioni allegre: solo dolore. Un santo dolore. Senza nemmeno redenzione. Vortice che innonda di disperazione, sino alla fine. Ma qual è la fine?, chiediamo. Maria Valvo, dall'alto della torre d'avorio della sua disperazione, non lo sa. Neppure vuol conoscere l'ultimo istante. Ella "ama la vita", sebbene la vita non la ami ma, di contro, ogni giorno la respinga e la disprezzi. Eppure non è una persona sgradevole, sotto nessun aspetto. Così è, anche se non vi pare. Ma ha codesto destino. Ed è, o almeno sembra ad una osservazione superficiale, una crudele spada di Damocle. Lungi dall'accettarlo, però, Maria Valvo lo rifugge. Lo ha sempre rifiutato. Rifugiandosi nella poesia.
Ecco, queste "perle" che qui si presentano, sono frutti di una sofferenza spinta allo spasimo, di uno sforzo sovrumano di appartenere al giorno, ancora, da parte di un essere avviato vér le tenebre dell'infinito, con innegabile malinconia. Altro non si può, ma se la navicella dell'ingegno di Maria Valvo non v'ha, alla fine della lettura di quelle ch'ella stessa, per malcelato pudore, non definisce neppure "poesie", spinto fin sui gorghi o della disperazione malinconica o della piacevole ambrosia dell'inconoscibile sentore d'ogni cor gentile, la fatica sarà vana.
Non per l'autrice. In una conversazione "romana" con un amico scrittore, ci sentimmo tempo fa dire che, in fondo (ma non troppo) scriviamo per noi. Ed è vero. Quantunque alcune fiate vi sia, diremmo, l'"esigenza" di comunicare a terzi (uomini, animali, piante: tutto il Creato ha panisticamente, un'anima; pensiamo agli uccellini con cui l'autrice ogni giorno scambia piacevoli conversari) le "nostre" sensazioni. Inutili, sciocche, a volte intelligenti e veritiere sensazioni.
"Messo t'ho innanzi, ormai per te ti ciba", direbbe il Poeta della ultima corte riminese: e potremmo noi conludere questo invito alla lettura (di cosa, lo si scoprirà leggendo) delle opere poetiche di Maria Valvo in tal arabescante guisa? Ma no, perché ci vengono per lei in mente le parole del Ghoete:

se l'occhio non fosse esso stesso solare
non potrebbe mai vedere la luce...

Con ciò sia cosa che proseguire la lettura delle poesie di Maria Valvo, piacciavi o no, è da ora affar pubblico. Per chi vuole. Come una volta ella tradusse, per lo scrivente, una frase latina dell'abate Hodierna (uno scienziato del XVII secolo): "solo se piaccia, esporre... "


P.S. :
Anche la trasposizione "telematica" (termine invero brutto, ma efficace) delle poesie è stata per lo scrivente occasione dell'ennesima "lotta agonistica" verbale con Maria Valvo. Ella non era d'accordo, ed è ancora riluttante, a che codesti suoi privatissimi moti dell'animo vengano dati in pasto a chicchessia. Ma si è a stento riusciti a persuaderla che anche una "diavoleria" così avulsa dal suo modo di essere (quale è il computer, Internet et similia) può suggerire spunti, inviare anche non metaforiche scintille, dallo schermo luminoso che dovrebbe essere dentro di noi, più che innanzi allo sguardo stanco. E si è giunti a tal punto!
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IL RICORDO

Se la sabbia si muove,
risale a fior d'acqua.

La frena a volte una severa clessidra.

Ma c'è quando è un turbine,ardente.
Poi d'ombra si copre,in silenzio.



ARPA EOLIA

Voce,richiamo perduto
sulle corde di un'arpa
nell'acqua verde della memoria.

E questo mio ansioso cercare
nell'arida fossa del tempo,
come nei gorghi del mare
fantasmi di naufraghi in fuga.

Dall'erba un canto
fermo,sommesso richiamo:
-Anima chiara, acqua sorgiva,
il tuo destino è nel vento,
nel pianto di tempi sopiti,
quando la pioggia cade in silenzio
sulle corde dell'arpa fatata.



MARZO

Ape d'oro e velluto su un fiore,
piccolo volo fatto di sole
come un pensiero che beve dal cielo
vita e silenzio nel mezzodì.
Mare di verde, chiaro orizzonte,
limpide acque in pozze profonde,
rami gemmati di nuova vita.

Ma nella notte, tra fiamme di stelle
sei annegata, mia tenera luce,
nel buio spenta, senza un perché.



ANNIVERSARIO (16/IV/1954)

Luna di latte, a terra,
nell'irreale sussulto di un'ombra.

Notte d'aprile, lontana,
sacro enigma, mai decifrato.

Nel bianco mistero,al limite,
col buio era Lei, affilava la falce:
dopo tanto, la sua mano lenta ti coglieva.

Io. Salivo per una scala, poi discendevo;
a mani protese, sperduta.



NIENTE

E' un giovane amore di nulla.
Ma posa sul mondo una dura follia,
e dalle radici del primo silenzio
al viso tuo caro ritorno.

Rapido intendo il verde sussurro
nell'erba, che odora, che chiama,
sommessi risento i rintocchi
di strane, strazianti campane.
Domani sarà una canzone
o fresca rugiada o un ricordo,
o un niente, come la vita.



IL GIGLIO NERO

Sulla vetta di un colle - lo sai -
fiorisce tra foglie carnose, tra spine,
il giglio nero, venato di viola.
Non ha profumo, è fiore fatato.

Mare ametista e blu di giacinto,
stelle velate sul nero cielo,
rocce scoscese, fiamme lontane.

Lo sai, nel calice, celato, cupo,
arde il suo occhio, sempre in agguato.
Menade oscura,ebbra,segreta.

Tristi canzoni su quella vetta
fate bambine neniano dolci.
Lo sai, è sicuro: nulla ritorna.



LA BEFANA (6/1/1957)

Nel sogno nato dal buio,
con te, da lontano venuto,
la notte a me cara negli anni bambini,
-sui vetri splendeva una stella
o il vento o la pioggia batteva -
con te la vecchia di fiaba è tornata.

Ma non ho più il cuore di allora,
e alla vecchia non apri il cammino:
le dici, da un mondo lontano sussurri:
-Non sai? Giochi non vuole, è cresciuta,
la pallida nebbia degli asfodeli,
o pianto o il rombo del sangue dal cuore
chiama; o sorride, sull'orlo di un sogno.



SPERANZA

Vita fuggiasca e solitaria,
fiaccola ardente su mari profondi,
anelito dolce al vuoto di un sogno,
fantasma smarrito su vaste pianure,
vita di sangue e d'anima,
per me non morire, per la corona
di pianto e speranza,nel vortice incerto!



UNA SERA

In quella sera -ricordi? -
la Chiesa ardente di ceri
mi vide esitare, senza parole.
Del Dio lontano più non sapevo
e il cerchio chiudeva caparbio
le mani, i miei occhi ormai vuoti.
Senza speranza chiedevo aiuto,
macigni d'orrore mi soffocavano.
Ma poi piansi, piano, in un angolo oscuro.



L'OBLIO

Marea di settembre su rocce e dirupi,
velo di luna fra lievi vapori.
Dove tu vedi l'alone di sale
che lento indugia con l'alga morente,
allora montava l'onda, da lungi
correndo a riva, su valve in frantumi.

Tra specchi lucenti risplende
lontana una falce di luna
e tutta affannosa sentiamo salire
alla triste scogliera corrosa
la nostra marea d'autunno,
spenta in odore di pioggia e oblio.



SEMPRE

Cade la sera giù per le vie,
uccello stanco apre le ali.

Alone bianco mosso dal vento
passi vicini nel giorno già spento.
Fra i rami neri una stella
tradisce un sussulto, si vela,
scompare. Fra le pareti uomini soli,
pensieri a brandelli, come bandiere.
Di guerre perdute? (O vinte,non so.)

Pallido vivere. Guardiamo ai vetri
tutta la notte. Non cede il cuore,
s'aggrappa ai rami sempre,
fra nuvole e stelle.



POI

Poi mi passeranno vicino,
ma non vedranno che il vuoto.

Andrò per libere strade
silenzio di fiamma spenta,
cuore di vento
fra lunghe ondate di un tempo finito.

Ancora avida di carezze, vinta,
guarderò un ricordo desolato,
l'albero del grigio novembre,
chiederò il verde di una timida vita
da offrire al tuo amore,
per troppi giorni aspettato.



INVERNO 1965

Miracolo d'amore,
candido bucaneve,dolce calicanto odoroso.
Poi, fra rami stecchiti,
la misera landa del cuore,
cupa solo perché t'allontani.

Non trovo parole,
ma un velo d'amaro,
un argine duro e meschino.

Nel calcolo c'è sempre un errore.

E tu: che dolcezza in cambio mi devi!



IMPROVVISO - FANTASIA

Nel tuo giardino l'acqua scorreva,
su foglie verdi frusciava lieve.
Come ero entrata nella tua casa?
Da porte aperte, con chiavi leggere,
poi, decifrando cabale ignote,
in quel tepore d'acerba estate.

Ti conoscevo per brevi cenni,
entro confini di oscura attesa;
la vita amavo, solo la vita.

Su quelle foglie, fitte e lucenti
perle scorrevano dalle tue dita.
Per un pensiero sempre rinato,
filo d'Arianna, vena di sangue,
canto d'Orfeo sperduto nell'Ade,
dietro venivo, forte Euridice,
a quella voce ch'era la tua,
mio caro cuore,destino triste.

E non potevo dire il tuo nome,
chiamarti ancora, povero amore.



VIBURNO ROSSO

Nostalgia d'ombre variopinte,
morbide piume di neve,
tronchi chiari di vive betulle,
nuvole gonfie nel cielo del Nord,
slitte volanti, pulviscolo d'oro.

Chi giungerà infine avrà pace,
la bianca pace d'inverno,
senza rinunzie, senza più morte.



BIANCO

Alti mandorli in fiore,
luna bianca su bianco rosato;
e sorride la terra al risveglio.
Nel vuoto che il gelo ha lasciato
tepore e profumo di viole,
sull'onda la schiuma con l'alga.
La nera pianura notturna
solcata dal bianco chiarore,
da lampi di stelle rinate,
alterna la luce al pianto del mare.
Follia di morbide nubi correnti,
si copre la luna, rivive nel vento.



LE ORE

Dalla finestra stanotte
è entrata la voce del tempo,
le pietre han segnato la strada,
pesante per noi, se tu taci.
E' sola la traccia dell'ora,
nel folto dei rami un sussurro.
Un passo ha lasciato orme lente.
E' il tempo, sul volto solcato.



CON TE (Pater, tecum.)

Quando volavano nembi di sabbia
sui sentieri perduti del deserto,
ero con te.

Non ti chiamavo col nome che poi
per me fu il tuo.
Ci eravamo incontrati ed eravamo uguali.

Quando il ghibli celava l'orizzonte,
con te lottavo contro notti di sete,
mi perdevo fra nenie lamentose
nei tramonti di fuoco.

Con te cercavo quel nostro futuro.
(Oh, ti avessi parlato, finché potevo!)

Ma poi tutto è caduto,
povera sabbia, in feroce clessidra.




MADAME (Tibi, mater mea)
Parigi, aprile 1981

Ti ho incontrata in un nuovo splendore,
Madame dai folti capelli di seta,
petite Madame, che sfili le mani
dai lunghi guanti, con un sorriso.

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-Dovrò capire,soffrire, andare,
presto partire, lasciare i fiori,
la luce, il cuore! - pensavi allora.


Dopo.... Ero sola.
Dolce venivi, con soffio lieve,
ma poi volavi, farfalla triste,
ali di cenere, verso l'ignoto.
-Dove? Dove? - chiedevo atterrita.
Nella palude del troppo silenzio,
fra nere nubi perdute nel vento.

**********

C'è un boulevard ombroso di tigli,
giardini rosa, e gialli, e bianchi.
Oh, sei tornata, dolce Madame!
Nerovestita,gentile, frusciante,
ti affacci a un palco dell'Opéra.
Sulla terrazza del Grand Café,
cara creatura, vita di un tempo,
ora sorridi, bella e amorosa,
andando lieve con passo di ballo.


MISTERO

I fiori chini sul marmo
somigliano alla tua timida grazia,
profumano come le tue mani
in quei mattini d'estate,
quando dolce m'invitavi alla vita.

Il tuo profilo è graffito in quel marmo
da un artefice ignoto.
Chi mai sapeva il tuo volto gentile?



UN MATTINO (23 / 7 / 1981)

Il sole la copre di polvere d'oro,
poi la seta tremando si appanna.

Ortensie fiorite di rosa e d'azzurro.

Ha un brivido il lago lontano.



L'ALTRO LAGO (23 / 7 / 1981)

E' forse qui il varco al lago di fumo.
Vele ammainate, disperati battelli
dondolano, deserti. Nebbia fra i boschi,
e la funicolare, triste ferita.

Oh, passero,perduto sul lungo molo!

Di là musica, ma non più brividi.

Senza pietà nell'acqua cangiante
stempera ardesia, il Grande Pittore.

L'eco della tua voce è annegata, in silenzio.



UN DESTINO? (24 / 7 / 1981)

Nel velo d'estate nebbiosa,
ero un cane randagio,
né triste né lieto.
Dove l'acqua ha uno strano bagliore,
senza pensieri né sogni,
il tempo cadeva sul fondo.

Un cane senza più amore.
Libertà, infinito deserto.
Viaggi lontani, vita sperduta.


Neppure cercavo un padrone,
a orecchie basse, correndo.
Un guaito! - Oh, un'ombra,
qualcosa, pur sempre qualcosa! -


Gocce di pioggia tremavano lievi.
Un po' alla ventura, avanti, lontano,
senza un perché. Per un collare di sole,
nel chiaro insperato di un arcobaleno.



IN LUMINIS ORAS
(1994)

Beffardo tiranno era il sogno
quando paura mi colse
sulle divine spiagge di luce.

Ed io tremavo, misero clown,
per l'anima del sottosuolo.

Ero Trasyllus, sulla roccia di Rodi, (1)
guardavo l'orrore del mare:
e tutto vano sembrava
il folle calcolo babilonese.(2)

(1)Tacito -Ann. VI - 21 - (2) Orazio - Odi - I - 11 - vv.2 -3



CHI SONO?

E' sfiorito il miracolo lilla.
O rinata gioventù, non eri fiaba!
La città indifferente divora,
infrange pensieri mai nati.

***********

Forse da secoli,quel tempo. Sull'Arno,
il fatato ponte degli orafi,
giallo al tramonto, corallo rosa.
Ma non ricordo..... - Parlate, Messere;
che pena non poter tornare! -
(Benvenuto Cellini guardava....)

***********

Oh, il mare notturno di Tauromenion!
Il Re degli Elfi, sognatore, ombroso,
Odino ostinato, cupo, fuggitivo!
E tu, pallida, sbiadita memoria!

********

Ora vorrei perdermi nel verde.
Un po' d'erba, un po' di mare, quegli occhi,
al passo tremante Stella Polare,
alla febbre solitaria compagni,
sul fiume che corre alla foce!



RENATO (Alla memoria di mio cugino, delicato pittore,
che quasi non ho conosciuto)

Per me ancora la riva di luce,
per troppi la plaga lontana,
quel sole invisibile.

Nella notte incombeva un castello,
pesante, grigio, di marmo rosato,
occhi scuri mi guardavano,
c'eri tu, mamma, un po' triste,
gli occhi che mi hai dato cangiavano
in azzurro, ma senza speranza.

Un ramo d'hibiscus spezzato
da un vento che non conosco,
foglie appassite e tu, ignoto fantasma,
che avevi anche un po' del mio sangue,
l'inquietudine che mi appartiene,
l'amore che vede i colori,
che pure illumina la mia vita,
ancora di qua, nella luce.



LA FOLLIA

Mia fantasia, guizzante carezza,
quella che dona la luce fedele,
profumata parola di giacinto
sbocciato nel buio della pioggia,
dura follia di avere creduto.

Tristi sonagli di mente che vede,
che non sa andare per strade segnate,
volo radente nel sole eclissato
o su una luna che tenera piange
per non avermi compagna di notte,
nel dolce angolo, sempre negato.

E tu che lontana risplendi,
povera sete di un limpido amore,
senza finzione, proteso nel vento,
tutto vestito di ardenti colori,
su un pallido sfondo di morte.

Folle pensiero senza ritorno,
àncora triste,fondali infidi,
lampo che acceca, per un fratello,
per un germano burlone, ridente;
pazzo abbandono cui nulla è negato,
fresco germoglio, dattero d'oro.

Vuoto del tempo che si fa vita,
strada in salita, vibrante ardore,
orto concluso, magico vero.


(réponse d'un cher ami...)



CHANSON D'UN PETIT COCHON (A SA SOEUR... vivant)

I

Fiori di campo, sussurri d'amore,
frasi spezzate, follie supreme, o gioie... bah!!!

La pazza, la folle, la bestia
ognora svolge il vessillo del giorno
e intesse nella stoltezza delle sere
il canto funesto di Morte.

Oh, ch'io debbo sopperire
a nefélidi ammanchi di carne
che nutrono corpi di fogna
in involucri malfidi e putenti;

ogni mancanza è vano sogno.



II

Eppure...

Eppure ci fu un giorno
che quella bestia malriuscita che s'ammanta di saviezza
venne a leccar la coda del gatto
e volle il coso, e la cosa anche pure.

E ora non le resta nulla.

Un suono di fisarmonica
arpeggia tra le finestre ammuffite
mentre ella s'occupa di datteri
che non rivedra mai più.

Ma pena non mi fa, neppure pietà: solo
un tantinello schifo.
Però.....

però è una brava persona,
anche se ha perduto la battaglia.

mais la France n'a perdu pas la guerre... (Ch. De Gaulle)


F.G. 10\11\96 h.20,04



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