FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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AMOR

Simpe




La cella sgocciolante accolse il corpo di S. L'occhio del secondino scrutò per un attimo attraverso il minuscolo spioncino poi si volse verso il fondo scuro del corridoio. La scia dei suoi pensieri tracciava nell'oscurità la immagine di quel gelido "sacco di merda". Solo quando la porta con un secco cigolio lo liberò dall'orrendo fetore che aveva dovuto trascinare fino alla sua "futura dimora" si scrollò di dosso l'ultimo ricordo del numero 435618.
Tirò un sospiro di sollievo e scomparve dalla scena senza lasciare traccia di sé.
La luce del terzo giorno permetteva di credere al sole caldo nel cielo azzurro, ma tra le mura della piccola stanza non c'era posto per simili romanticherie. La giornata poteva essere già iniziata da alcune ore o forse la notte si era impossessata della triste torre e la vita faticosamente fece il suo ritorno nelle membra di S. Sciolse lentamente le articolazioni delle braccia infiltrandosi come l'umida acqua tra le ossa prive di vita. Il lieve movimento e l'affannoso respiro mostrarono ai muri muschiosi un volto privo di espressione. Forse un giorno quegli occhi avevano raccontato con un solo sguardo mille cose e quella secca bocca aveva lanciato alla gente messaggi di gioia, ma ora nulla più infondeva certezze alle mute pareti.
Il gesto precipitoso della lingua verso le putride gocce che colavano dal basso soffitto costrinse le gambe a ritornare su questa terra evitando con uno scarto l'ultimo passo verso il baratro della Geenna.
Il cinereo colore, gettato intorno dall'aria rarefatta, forse tra le sottili dita di un poeta avrebbe dipinto lunghi filari di nubi illuminati da un pallido sole autunnale. Nella nuda cella intonava soltanto una sorda sinfonia di morte e paura. Lo sforzo scosse ogni inferma cellula dal torpore processuale e invocò disperatamente la gioia di un prato in fiore, poi il silenzio fermò ogni convulso movimento e rituffò il cuore in un apatico sonno.
Il secondino tornò il giorno dopo con uno sporco vassoio che poggiò sul pavimento e non riuscì a proseguire il suo giro senza avvicinarsi al corpo del condannato, ma fu un istante e subito via verso la libertà.
Il forte schianto della porta turbò la dolce quiete e la morte interruppe le sue monotone litanie perché spinta lontano dall'improvviso respiro del moribondo. Sembrò un tuono nel silenzio della stanza e gli arrugginiti ingranaggi ripresero a scivolare l'uno sull'altro. Il capo mostrando la sua millenaria superiorità si risvegliò per primo chiamando a consiglio ogni più remota parte del corpo malato. Come un vecchio animale rotolandosi nella soffocante polvere si alzò a sedere e salutò la sua nuova dimora, nido di ogni sua futura sensazione. La semplicità del gesto si concluse in un lento tonfo e la terra riaccolse la sua fragile mole. Le ore battevano il tempo mentre il suo cervello come un vecchio tizzone ormai spento cercava di riaccendersi sotto il lieve soffio della speranza. Alcuni indecifrabili versi spezzarono la interminabile afasia e le lugubri ragnatele potevano osservare le scena come l'occhio indiscreto di Dio
quando infonde la vita al feto immerso nell'utero. Fu proprio l'embrionale alito di vita che scosse l'apatia in una folle e disordinata danza tribale.
Il cuore impazzito batteva il tempo con ritmo sabbatico e le membra inerti sollevarono il grido di battaglia. Lo spettacolo fu agghiacciante e l'enorme struttura carnale ricaduta al centro della cella suggerì l'immagine di una epilettica figura risorta dopo un mistico viaggio.
L'impulso che si percepì tra le fessure delle pietre disperso dal vento del nord lasciò presagire nuovi precipitosi tentativi di ritorno sulla strada faticosa della quotidianità. Lo spirito aleggiante sulle acque della memoria gettò un raggio di luce nell'oscurità della sofferenza, sebbene tutto fosse ancora terribilmente immobile. Paesaggi fantastici diedero inizio a un delirio salvifico. Nulla franava in nuovi tremiti indemoniati e tutto cercava lentamente la paleolitica posizione del primo uomo.
"Seduto" pensò, e questa fu la parola generatrice di un nuovo lungo discorso che apriva le porte alla vita. Se le mani non riuscivano ancora a toccare il futuro gli occhi già ne presagivano i tratti. Come una folgore il ricordo fece il suo ingresso tra le mura fredde e crudeli. L'idea sconvolgente del bimbo, quando per la prima volta si accorge del campo di battaglia nel quale è stato costretto, non doveva essere dissimile dai pensieri spaventati che allietarono S nei primi attimi di coscienza. Memoria storiche di volti inferociti, di giurie invasate e giudici incattiviti. La lontananza temporale non cancellava le brevi sensazioni accolte lungo la durata del processo. Non era ancora decifrabile ciò che era stato prima, ma muovendo gli occhi tra le pareti annerite della cella lampeggiava il fuoco della desolazione fin troppo chiaro. Le mani cercarono il terreno e l'istinto schiacciò la bocca verso gli umidi mattoni. Si sciolsero i più bassi tentativi di espressione animale in un fluente e liberatorio pianto. La ragione e la dignità presero il sopravvento.
Il pensiero cominciò con un semplice se: se la vita non lo avesse condotto fino a quel punto, se il mondo non l'avesse rifiutato e avesse provato ad ascoltarlo, se non lo avessero condannato, ora forse, ma il desiderio di una nuova luce fermò la sua inutile riflessione. Tastò il terreno freddo e riassaporò l'incubo di quella clausura che per un istante aveva lasciato alle spalle. Non trattenne un gridolino di gioia, se la gioia ancora poteva sgorgare dal suo cuore, quando le sue dita incontrarono un vecchio cero spento. Non sembrava ancora troppo consumato e S. lo strinse al petto per un attimo di speranza. Fu quando cercò distrattamente i suoi cerini nei pantaloni che si accorse che i vestiti erano gli stessi del giorno del processo, forse più profumati e più nuovi, stranamente puliti. Mi avranno fatto questo ultimo regalo prima di dimenticarmi, pulito io pulita la loro coscienza. Mai aveva indugiato malignamente su qualcuno e smise di farlo anche in quella circostanza. La piccola fiamma prodotta dal rumoroso fruscio del fiammifero sulla scatola illuminò rapidamente la cella e le ombre delle tenebre cercarono rifugio dietro la panca di ebano sul fondo della stanza.
La candela proseguì la marcia iniziata poco innanzi e risvegliò da un lungo letargo ogni nascosto granello di polvere. Lo spettacolo nell'austerità del luogo diffuse nell'aria una lieta sinfonia, quasi magica. Gli spettri e le larve stregate parevano danzare in un frenetico girotondo. Poi tutti si fermarono e attorniato il nuovo padrone intonarono un malinconico canto:
la notte invade le nostre anime disperse
le nubi irrorarono i nostri cappelli sgualciti
il sogno di un mondo migliore si squaglia
nel canto stonato di una nera cornacchia
S. seduto in mezzo a loro si sentì per un istante un vecchio re e la sua mente ripercorse le dolci serate passate a narrare fiabe e leggende all'incantato pubblico di bambini del villaggio.
Il sogno sparì con le allegre figure, figlie del buio, e la candela supplicò un attimo di tregua spegnendosi lentamente. Il sonno raccolse ogni minuto disperso quel giorno e riordinata la stanza e i pensieri di S. proclamò la Buonanotte (ninnananna prigioniera).
Fu il secondo risveglio all'aurora simile al primo, gesti ancora infreddoliti e stanchi di un corpo affogato tra le lacrime del ricordo. La mente spezzò le catene dell'onirica prigionia e stravolse la rigida posizione che ogni membra aveva assunto nel tentativo di scoprire nella gelida solitudine una spiaggia di soffocante calore. Finì al tavolo delle trattative, improvvisato sulla scura panca, il singolare tenzone tra la razionalità e la maga dei sogni
terminò nella pace e nella rassegnazione ad accettare il nuovo giorno. Fuggì l'idea ormai pallida di una notte eterna segnata dal perenne buio della cella e il sole che non si poteva scorgere chiamò alla ribalta la voglia di non gettare al vento tanti anni di battaglie.
Giunse il rituale momento, ripetuto solamente per la seconda volta, ma che presto avrebbe assunto il ruolo di tappa fissa nelle lunghe giornate di carcere, dell'accensione della candela. I cerini inumiditi sfilarono stravolti dalla passata veglia e morirono uno dietro l'altro reclinando il capo sotto lo sforzo imposto dalla crudele scatola.
Fu in quel istante che S. scoprì il buio, feroce ed unico compagno della sua condanna. Lo assaporò nella sua silenziosa veste nera e seppe scorgerne i tratti fisici, fantasmatici segni di una millenaria presenza nella storia dell'uomo. Proprio così -riuscì a pensare- il buio, sposo della notte e della paura, da sempre scortava tra le pieghe del suo mantello ogni sorta di delitti segreti. Una sensazione di orrore si impadronì di lui e la sua fantasia frantumò in mille immagini l'immensa entità che lo avvolgeva da ogni parte. Vide loschi figuri aggirarsi nascosti dalle tenebre e avventarsi su pellegrini inermi, donne sole, uccidere e spietatamente finire nel sangue agonizzanti vittime di una crudele società. Si proiettarono sul muro baci fugaci tra amanti difesi dalla notte, adulteri e risatine innocenti di giovani alla scoperta di nuove sensazioni. Non voleva fermarsi l'interminabile
lungometraggio, che la sua mente era in grado di creare, ed egli fu costretto a pronunciare un'ultima gnomica frase prima di ricominciare a visitare la sua nuova dimora. Rifletté infatti sulla stoltezza dell'uomo che sicuro di sé approfitta dell'oscurità per danzare i balli proibiti e non si accorge che proprio quel buio, palcoscenico dei suoi passi, è l'unico tremendo testimone dello spettacolo, regista implacabile e giudice feroce, svelatore di ogni atto poi alla luce del sole.
Sconfitta la patina giallastra che si era depositata durante la notte le palpebre si aprirono dolcemente. Le mani cercarono freneticamente la scatola dei fiammiferi, dimentiche del buon mattino che solo pochi istanti prima avevano dato tristemente morenti, e trovatala la aprirono.
Fu una sorpresa quell'ultimo cerino nascosto sul fondo della scatolina, ma lo stupore sciolse dal dormiveglia S., quando la fiamma timida si generò appoggiandosi lentamente sull'umido stoppino della candela.
Il cuore batteva all'impazzata ricercando tra la penombra un motivo per terminare la sua folle corsa, un fiore di tranquillità posto lì per caso da qualche felice mano soprannaturale per portare la calma nella silenziosa cella. I suoi occhi volteggiarono placidi lungo le pareti e si abituarono faticosamente alla nuova luce che si diffondeva tra le mura. Quando già la stanchezza assumeva il compito di ricondurre il corpo di S. alla fetale posizione del rassegnato, il vento della speranza soffiò. Una lieve voce o forse un grido disperato di qualche anima dispersa si attorcigliò intorno alla sua nuca indifesa, percorse le deboli spalle e si incastrò sull'orecchio, determinata a consumarsi nel tentativo di comunicare qualcosa.
La reazione di S. fu lenta, indugiarono le mani nell'afferrare la candela e tremanti intrapresero la ricerca. La voce sparì lasciando a lui solo il desiderio di assaporare ancora per poco le parole. Parole che nel delirio sembravano spezzare la lunga solitudine. Cercò con lo sguardo muovendo gli occhi dietro la fioca luce lungo la linea che il muschio tracciava sulla parete. Il respiro affannoso risuonò l'ultimo sforzo per girarsi. La testa cadde per un istante verso il freddo pavimento stanca di mostrarsi forte nella tristezza. La fiamma richiamò i suoi occhi sussurrando al suo volto reclino di compiere un ultimo sforzo. Fece appena in tempo a osservare rassegnato la parete e il verde muschio, intravide per un istante una macchia scura che rompeva il grigio della cella come una leggera pennellata gettata lì per caso, quando la luce fedele compagna della sua rinascita lo abbandonò, privandolo di quell'improvvisa visione.
La sua mente improvvisamente recuperata la originaria lucidità perquisiva le più recondite profondità alla ricerca di un indizio che potesse ancora per una volta offrirgli il ricordo, benché fugace, di ciò che aveva visto, o forse solo sognato. Una tenebrosa sinfonia diffuse le sue note nella gelida prigione. Il silenzio cadde tra gli orchestranti, lasciando S. a perforare tra le strette maglie della rete della solitudine. I suoi occhi si scagliarono contro il muro della distanza e le sue mani barcollarono fino a cadere sconfitte sulla fredda terra. Dal capo reclino, in quella insolita posizione come inginocchiato di fronte a un dio, in cui forse aveva smesso di credere, sgorgarono fluenti calde lacrime, lacrime di un bambino, al quale si toglie il suo unico balocco. Il fruscio della notte invase la cella e il rumore delle foglie strappate dal vento si fece più intenso, ma il vento cessò. Un lieve respiro affrontò le sue labbra e dolcemente una mano scivolò lungo il suo stanco petto. Rimase immobile e prima che la paura potesse sorprenderlo si ritrovò avvinghiato al collo un fragile corpo. Fu come una fiamma che scintillò nel suo cuore, indurito per giorni dall'odio e dal rancore, le sue braccia decisero di spezzare il lungo torpore, che le aveva conquistate, lasciarono i fianchi e strinsero delicatamente il bimbo.
Quando al cantare del gallo la guardia scrutò dallo spioncino intravide due strane figure sdraiate una accanto all'altro, ma non era suo compito avere pietà e con un sorriso complice sulle labbra continuò il suo giro.
La luce della candela fu sufficiente solo per qualche attimo, diversi minuti videro i loro sguardi protagonisti della scena.
Gli occhi a fatica percorrevano ansiosamente il corpo dell'altro soffermandosi di tanto in tanto sul quello stanco volto che destino voleva si trovassero davanti nella sconfitta. Come due nemici incontratisi lontano dalla battaglia riflettono se realmente valga la pena togliere la vita ad un altra persona solo perché non comprende il nostro parlare e si scrutano cercando le fonti di un odio del quale non sono partecipi, così apparivano in quel momento i due casuali abitanti di quelle quattro mura. Nemici non erano, ma nel cadere in quella situazione avevano imparato a diffidare della gente. Risorse però ben presto nei loro cuori abbruttiti dalle violenze la vecchia voglia di comunicare: fu un ponte gettato tra due anime disperse nei lunghi corridoi dell'oblio. I loro piedi poggiarono lentamente sulle assi di questa nuova scoperta. S. sollevò un braccio e nella penombra le sue dita incontrarono quelle di un altra mano, tremante.
Fu un attimo e poi nulla, solo ancora un grande silenzio.
Le acque si separarono e il muro della diffidenza ritrasse i suoi polverosi pensieri, gli ultimi passi si compirono su quell'inatteso ponte che riuniva due anime disperate e sole.
Il sipario celò le prime parole, le prime timide riflessioni sulla loro comune sorte e quando le luci permisero di indagare nei loro volti, una parola spezzò l'attesa.
"Perché?" e la dolce voce del bimbo non lasciò trasparire nient'altro se non l'insaziabile curiosità dei nuovi ospiti di questo crudele mondo.
S. sospirò e seguì con gli occhi un piccolo fiocco di polvere attraversare la stanza. L'inatteso contrattempo si posò sul naso di Vladimir e riportò S. alla domanda originaria. 'Perché?', si domandò, nascondendo l'improvviso imbarazzo, ma poi sconfisse ogni timore e così cominciò.
"Sentivo nel cuore la tristezza, coltivavo nella mia mente la voglia di reagire. Un giorno dissi no al fetido mondo, ruppi le catene della comune indifferenza e cominciai a parlare. Tenni conferenze in tutto il paese "E di cosa parlavi alla gente?" lo interruppe V. senza rispettare le regole della buona educazione, che forse mai nessuno gli aveva mai spiegato.
S. sorrise e raccolte tutte le forze, benché residue, pronunciò con la fierezza di un tempo: "L'Amore, per risvegliare i cuori induriti dal freddo regime, per gridare ancora NO! Alla scomparsa di Madre Sensibilità. Lottare! Lottare! Lottare! "Si era quasi alzato in piedi e il volto paonazzo e i pugni stretti rendevano quanto mai ridicola quella sciocca pantomima, forse un tempo ascoltata da folle impazzite. Ricadde disteso poi sollevò lo sguardo verso V." Il tuo discorso mi è sembrato bellissimo, ma una cosa vorrei chiederti: cosa è l'amore?"
A S. tornò alla memoria un vecchio libro dove alcune persone facevano ad un altro uomo domande simili. Si concentrò e focalizzò un nome: Kahlil, ma si perse in altri lontani ricordi e altri nomi affiorarono alla testa King, Jesus.
Sebbene mille altre volte di fronte a sguardi attoniti avesse provato a spiegare quell'incredibile concetto ora di fronte a quel piccolo uomo l'impresa gli parve ad un tratto troppo grande per le sue capacità. Benché ogni assemblea si fosse chiusa con lunghi applausi e, ciò che era più importante, molte di quelle persone si convinsero e compresero il profondo senso delle sue parole in quel momento un'assordante paura lo sorprese.
Difficilmente decifrava nel suo cuore un sentimento di disagio ed impotenza, viaggiò per interminabili minuti per sperdute distese desertiche e tentò in più di un occasione di placare la fastidiosa sete ad oasi miraggiche. Furono gli occhi di V. sempre attenti e concentrati sulla sua bocca silenziosa la luce cercata disperatamente in quegli attimi di sconforto.
Ad un tratto ogni antico ardore, tutte le perdute forze riaffiorarono, offrendo nuovo vigore alla vecchia armatura di cavaliere dell'amore; occorreva però inventare come accompagnare V. in questa nuova dimensione. Tristi ricordi sgorgarono impazziti nella memoria di S., bambini incatenati e condotti alle loro famiglie di fronte ai suoi occhi inermi, che solo pochi istanti prima scrutavano compiaciuti le reazioni di quelle piccole testoline così attente alle sue parole. Gli sovvenne ancora una volta la sfida dei grandi capi a provare a "catechizzare" quelle giovani "leve" con inutili discorsi, già difficilmente tollerati in conferenze per adulti. Forse proprio questi ultimi fatti della sua vita, l'arresto, la condanna fino all'oggi prigioniero, la impellente necessità di rispondere al globale quesito, innocente sulle labbra di V., e la medesima sorte convinsero S. a intraprendere il nuovo sentiero apertosi di fronte ai suoi piedi. L'emozione ancora però lo tratteneva: quali strani segni del destino gli donavano nella sconfitta totale della sua personale battaglia l'ultima occasione di pronunciare senza alcun timore la parola della sua vita.
Decise nel silenzio della cella di raccogliere le ultime sue forze creative e si protese in avanti, fino ad incrociare la punta del suo naso con quella del naso di V. Con un lento movimento accompagnò gli occhi di V. verso terra e tracciò un grande cerchio sulla fredda sabbia.
V. lo interruppe, scrutò nel buio profondo, che separava i loro corpi e le loro menti, "Percepisco il rapido tracciare della tua mano, ma a fatica riesco a distinguere gli importanti segni, che certo la triste argilla sta accogliendo", disse affannosamente. S. lesse in sé il timore di spezzare quel magico attimo, ma volle lo stesso fermare il suo frenetico discorso.
Scelse la manica della sua camicia, apparentemente più in ordine, spezzò nel buio una delle assi della panca, e felicemente improvvisò una fugace, quanto mai necessaria, fiaccola.
Tornò al centro della prigione e solo allora si accorse che V. era rimasto impassibile, sebbene egli avesse percorso rapidamente tutti gli angoli della cella. La luce improvvisa avrebbe risolto ogni esitazione, ma il Fato volle che il buio, sovrano indiscusso del luogo, costituisse un nuovo ostacolo al loro dialogo. Passarono interminabili attimi e l'ultima speranza di poter accendere la lanterna improvvisata svanì, costringendo i loro occhi a un nuovo sforzo.
Lentamente la voglia di capire ebbe il sopravvento e i già provati sguardi riuscirono a sprofondare nelle sottili trame delle tenebre e il discorso continuò.
S. divagò per tortuosi sentieri sciogliendo in interminabili metafore il complesso significato di quel singolare cerchio, misterioso simbolo di arcani misteri. Si accorse, o meglio, il fisso sguardo di V. così melanconico lo rese evidente, si accorse che difficilmente avrebbe potuto varcare felicemente la soglia della intesa. Rifletté alcuni istanti senza mai dimenticare i grandi occhi di V. fissi sulla sua mente affaticata. Il vento condusse i dispersi pensieri del suo cuore fino alle sue labbra incatenate e offrì lui una nuova possibilità, strappata faticosamente alla perfidia impietosa del Tempo.
"Immagina un ampio spazio, non così grande come l'Universo, una circoscritta dimensione, nella quale si muovano piccoli esseri, vicini e lontani in un continuo peregrinare. Ognuno segnato dal suo destino, ognuno succube del suo proprio destino, unico obbiettivo la sopravvivenza".
Soavemente disegnò nel grande cerchio piccoli cerchiolini, ne disegnò alcuni lontani, altri più vicini, altri ancora sovrapposti, alcuni talmente vicini da non potersi più distinguere. Sentì, senza alzare lo sguardo, che finalmente l'attenzione di V. si era posata, scegliendo di interrompere il vago domandarsi.
Partì spedito in una lunga e interminabile digressione. Cercava di spiegare con astrusi sillogismi come i piccoli cerchi dovessero in un movimento obbligato continuamente incontrarsi. Sbatteva le labbra disperdendo il discorso in paragoni e similitudini volte a definire, come ebbe modo di precisare, quelle minuscole entità come tante persone e il loro movimento ininterrotto come la necessità di incontrarsi e dunque di amarsi.
Insomma solo allorché ritenne opportunamente definita l'ampia gamma di possibili incontri tra le diverse entità e ormai la fredda argilla del pavimento era segnata in ogni singola parte del grande cerchio, si apprestò a godere i frutti del suo così preciso eloquio.
Porse l'orecchio attento al minimo suono di approvazione.
Il buio rispose al suo ascoltare, gettando attraverso le fitte maglie della sua trama un inaspettato silenzio.
V. lo stava squadrando e impercettibilmente S. assaporò la sconfitta.
Gli attimi allontanarono forse definitivamente i cuori dei due, che ora dopo sole poche ore di amicizia sembravano rintanati ognuno nel proprio impenetrabile nido.
Trascorsero diversi giorni e diverse notti agli angoli di un mondo infinito,
volarono nei cieli della disperazione senza tregua cercandosi, chiamandosi.
Sognarono l'un l'altro evocandosi nelle distese solitarie del Regno del Sonno.
Come un apocalittico segnale le gocce,che senza tregua cadevano dall'umido soffitto, interruppero il loro eterno suicidio e si arrestarono sospese tra la vita e la morte.
S. socchiuse gli occhi e solcando con lo sguardo l'oceano della disperazione, nel quale da secoli ormai navigava alla deriva, approdò ancora una volta alle sacre sponde dell'amore.
V. era immobile nel centro della cella e il suo respiro si diffondeva nell'aria tranquillo come il soffio di vento in un giorno di primavera.
S. esitò lasciandosi cullare dalle onde. Sbarcò di fronte al suo antico amico e si sedette a guardarlo.
"Lasciatevi trasportare dalla vostra fervida immaginazione e cercate di cogliere in ogni singolo gesto il senso di tale eterno messaggio. Signori e signore è con grande commozione che ora vi lascio a V. e al suo incredibile mimo dell'AMORE"
V. mosse lentamente le mani descrivendo un ampio cerchio nelle tenebre.
Dalle dita affusolate della sua giovinezza sgorgarono dolcemente ineffabili bolle di sapone. Come per magia.
Per un brevissimo istante le piccole fatate bolle si fermarono a mezza aria sussurandosi inafferrabili parole.
Sospesi attimi di silenzio e timore bussarono dolcemente alla porta della rivelazione: la musica cominciò, dolci note di motivi dimenticati, risorti da lontani e scuri archivi della Storia di Tutti i Tempi.
Le bolle tremarono spinte dal vento della vita e si persero in una frenetica danza, distratte nel loro caotico gettarsi lungo strade diverse.
"Signori che sì tanta bellezza osservate scoprite lungo l'arco or ora tracciato quante ormai appariscono le solitarie esistenze umane, sole nel loro frenetico camminare". Le bolle sfrecciavano lambendo il corpo di V. e chiedevano alle sue piccole mani un segno che indicasse loro la strada da prendere per ovviare al meglio al loro così arduo compito.
V. scelse allora due bolle e le spinse lontane l'una dall'altra, sul suo volto si dipinse il convenzionale segno di tristezza e le sue labbra si protesero verso il basso. Poi ne preferì altre due e le condusse l'una verso l'atra ma con rapidi scatti le due diverse entità si osservarono per poi lasciarsi per rotte diverse.
Continuò imperterrito a costringere le bolle in infiniti spostamenti ed esse reagivano ogni volta con diversi pensieri, alcune addirittura arrivarono a toccarsi, fugace desiderio di spezzare l'indifferenza e la noia della propria strada.
"Signori se ancor non aveste afferrato il senso insito in tanto dispendio di tempo ed energie, vogliate gentilmente prestare attenzione all'ultimo atto proposto dopo il quale nessun dubbio potrà ancor dimorare nelle vostre benché semplici menti"
V. vagò nella cella e quando sembrò soddisfatto della scelta compiuta sospinse sotto gli accecanti riflettori della ribalta due piccole bolle, scovate negli angoli più remoti dell'immenso palcoscenico.
Mosse le mani vorticosamente e le due furono investite da un dolce venticello. Si trovarono così l'una di fronte all'altra sospese in una soffocante esitazione. V. intonò un prezioso canto ripercorrendo le gesta gloriose di eroi del passato, battaglie combattute dal profondo del cuore, interi eserciti inginocchiati, verità perdute tra i vicoli dell'amore.
Le due bolle strisciarono semplicemente nell'aria compiendo l'ultimo tratto del difficile percorso, che stupidamente le separava.
Si trovarono di fronte per la prima volta catapultate lontano dal loro egoistico volteggiare.
V. sorrise e concluse la interminabile maratona di note scegliendone tra tante l'unica che potesse liberarlo dal difficile compito di accompagnare quel magico incontro.
"Appare or ai vostri occhi l'atto finale"
Come al crepuscolo le tenebre della notte si sposano con la luce del giorno, indistinguibili nel rosso tramontare, così placidamente le due bolle si lasciarono trasportare l'una verso l'altra, consapevoli ormai della loro infinita armonia.
S. scrutò stupito il loro gioioso ondeggiare.
Non capiva o forse non voleva comprendere quale fosse una e quale fosse l'altra, ma di fronte a un così grande mistero svelato si lasciò condurre lungo sentieri che mai ebbe la fortuna di calpestare.
Per anni aveva predicato il segreto dell'amore a indifferenti sguardi, mai avrebbe pensato a questo.
Stracciò con passo sicuro ogni arcana certezza. Costrinse il suo cuore a quell'attimo e bagnò felicemente il freddo pavimento con lacrime sincere.
Fu allora che sentì la mano di V. avvinghiarsi alla sua.
La luce rapì il suo cuore.
L'ultimo ricordo un infinito mare, una musica.
L'ultima sensazione la scoperta dell'amore.
"Spegnam alfin le luci e affondiam le nostre stanche menti alla fonte del nostro cuore"



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