FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'AMICA

Giuseppe Sansò




Percorrendo in auto la strada sopraelevata che costeggia il porto la ragazza vide le grandi navi ancorate e non potendosi trattenere, come per una infantile ed improvvisa scoperta - i traghetti della Tirrenia! - esclamò. Era l'inatteso riemergere del ricordo di una traversata verso la Sardegna per cui i suoi occhi, dopo le grandi fiancate bianche accostate ai moli, non videro più nulla del presente ed il suo pensiero, insieme alla percezione dei suoi giovani sensi, scivolò nel mondo senza tempo della memoria. Ricordò, così, la piatta tavola del mare azzurro pallido in una giornata di bonaccia, ricordò l'infinito deserto vagamente delimitato dalle foschie della calura, il morbido ondeggiare dell'acqua sulle pareti filanti come in una grande e domestica tinozza, l'aspetto solido, quasi calpestabile, della piana ed uniforme superficie, indifferente, intorno alla chiglia ed i piccoli relitti di terraferma, legni, bottiglie di plastica, sugheri che con grande coraggio, proprio come gli uomini, avevano abbandonato la costa, però ricordandola, per il grande ed unico viaggio che li avrebbe condotti, ma ancora relitti, su un'altra riva. Ricordò il ponte della nave, caldo e luminoso ed il suo docile esporsi ai raggi del sole, il corpo abbandonato sulla sdraio, la mente galleggiante su un altro mare, più oscuro e più profondo, che nessuno scandaglio avrebbe mai potuto esplorare e comprendere, ed il carosello quieto dei pensieri che tornavano dopo ogni fuga ad un solo diletto: vorrei, vorrei, vorrei, mi piacerebbe... Erano il torpore dell'estate e l'innocenza inesausta della giovinezza, la turbolenza degli umori ed il noncurante distogliersi degli occhi, il mistero di un'età che ora, se guardasse, vedrebbe specchiarsi nella città, Genova, dal grigio austero dell'ardesia a copertura delle case piacevolmente dipinte con colori pastello. Ma non era ancora primavera ed il sole non tagliava con luci nordiche l'intricato plastico di questo crocevia di genti e di popoli. Anzi, una pioggia leggera ed inutile cadeva sull'acqua ferma del porto producendo minuscole ed effimere buche che, come vite d'uomini, presto svanivano per l'irresistibile ricolmare del tempo. L'auto percorse la rampa discendente accanto alla Fiera del mare, passò sotto alla esposizione di bandiere costantemente tese dallo scirocco e, dopo un cauto inserimento, fu nel largo viale che porta al mare, risalendolo. Sul lato sinistro della strada una sequenza continua di cartelloni riproduceva all'infinito il ritratto di un ~leader~ candidato alle prossime elezioni politiche. Il messaggio scritto su di essi conteneva riferimenti alla forza, alla libertà ed anche alla bontà del governare e, dunque, ad uno strano trittico di contraddizioni. La ragazza prestò appena attenzione al ricorsivo lampeggiare dei tricolori ma rinchiudendone gli stimoli, persino inavvertiti, nelle remote custodie della mente. Presto l'auto si fermò sotto al portone della sua casa ed ella ne discese salutando con un braccio, quasi silenziosamente, gli amici con cui aveva trascorso la giornata. Ispezionò appena con l'udito l'abitazione deserta e si ritirò nella propria camera, un circolo tappezzato di immagini tropicali, di mare infinito e di dure motociclette pronte a percorrere il mondo aggredendone la pelle con gli scuri pneumatici. Poco delle pareti rimaneva scoperto: affiancate, sovrapposte o stratificate, cromaticamente concorrenti o nostalgicamente stinte, dovunque le raffigurazioni selezionate di un mondo appunto immaginario e fantastico, dunque inesistente. Sullo scrittoio, insieme ai libri di studio rapidamente ed efficacemente assimilati, riviste illustrate ed ancora immagini dai colori attraenti e ben accostati nelle forme ad arte rese essenziali: strade, cieli, fiumi e pareti di roccia, distese di ghiaccio dall'aspetto accogliente come fossero spiagge del mediterraneo, il volo silenzioso dei deltaplani, le vele sprofondate nell'azzurro inafferrabile del mare. Il linguaggio delle immagini, sublime perché prima e dopo le parole, perché rende inutili le parole, sussurrava, suggeriva, attendeva in agguato lo sguardo che in qualche punto, ovunque, si posasse. Si distese sul letto appoggiando la testa a due alti cuscini e sfogliò un'agenda che era posata sul pavimento. Tra le pagine sporgeva un foglio rosa i cui caratteri, di colore verde, dicevano ELEZIONI POLITICHE e molte altre cose, poi, in nero, il suo cognome, il nome e gli altri dati anagrafici. Lo osservò con cura, ma senza leggerne le parole, rigirandolo sulle due facciate e poi lo ripose come un promemoria tra le pagine da cui lo aveva estratto. Quel foglio non era un'immagine, tutt'al più un simbolo non figurato. Ma i simboli sono pedanti perché sottendono un discorso ed i discorsi, in quanto parole e non azioni, sono opinabili, generano discussioni infinite e perdite di tempo. Perciò le aveva provocato un senso di noia e di fastidiosa incombenza come quei dialoghi protratti, esami a parte, in cui dopo un po' rispondeva col silenzio, un silenzio muto mascherato da attesa. I dialoghi, infatti, inevitabilmente comportano la dichiarazione delle proprie opinioni e qualche volta, attraverso la navigazione su rotte fortunate della discussione, conducono all'approdo presso un porto comune delle idee, una residenza condivisibile per il pensiero. Mentre la ragazza preferiva la libertà senza confini del mare, il permanere al largo delle scelte definitive, lontano dalle coste della vita reale con le sue decisioni, le inevitabili prese di posizione, le sue incombenze, appunto. Andò in cucina per cercare qualcosa di dolce e ne tornò con un cono di crema, conservato nel congelatore, che consumò davanti al computer attendendo che questo fosse pronto per la scrittura di un testo. Finalmente cominciò a digitare sulla tastiera trasferendo nella memoria magnetica le immagini della sua fantasia. Viaggi, sogni, imprese solitarie, metafore ed estraneamenti. Erano la traduzione in forma cifrata ed onirica delle emozioni e delle esperienze a cui rifiutava una sistemazione nella propria coscienza razionale, come il turbamento che aveva provato al mattino ascoltando l'invito a riconoscersi donna, giovane ma inevitabilmente donna. Ed a cui, naturalmente, aveva risposto col silenzio incomprensibile, o dell'incomprensione. Ma la sua vita interiore non era povera e banale. Semplicemente era relegata, con tutte le precauzioni, in profondità pre-freudiane da cui si faceva udire solo filtrata, affievolita e controllata. E neppure le mancava la capacità di interpretare la vita, della cui complessità era ben consapevole, solo non voleva capire, non ~doveva~ capire. Presto sarebbe stata chiamata ad esprimere la propria opinione in una celebrazione della democrazia da cui dipendevano questioni come la giustizia, l'equità, l'umanità di una nazione e ciò avrebbe richiesto una responsabile riflessione, almeno un po' di dubbio. Ma la ragazza non voleva capire, non ~doveva~ capire. Le era sufficiente ascoltare le proprie pulsioni ed i propri desideri, che erano quelli del superfluo. Forse avrebbe preferito nascere in condizione di bisogno per sentire la necessità delle cose, per aspirare alla conquista dell'indispensabile e provare la tensione per un futuro migliore? Non si poneva neppure il problema, bastava la sgradevole situazione, a vent'anni, di totale dipendenza economica per renderle, in molte occasioni, la vita infelice. Quanto alla sistemazione, almeno mentale, degli indigenti di una società sostanzialmente cattolica o, forse, soltanto governata da gente che si dichiara cattolica, neppure questo problema si poneva, altri si occupano della carità, dell'umiliante elemosinare, a lei bastava il pensiero di quel mare piatto ed un po' di desideri, ma non troppi e non così dettagliati da far intravedere le difficoltà che era necessario superare per soddisfarli. Per lei era come non esistesse, anzi, proprio non esisteva il problema di Dio; ci fosse o non ci fosse, Dio, comunque produceva la migliore soluzione al problema esistenziale, era che senso ha la commiserazione se tutti dobbiamo risorgere, era che senso ha la pietà se tutti dobbiamo morire, annegati come per una nave che affonda. Mentre i sentimenti, le emozioni la muovevano verso una corporeità inefficace, inutile, la sua stessa vitalità, senza la compassione, era inefficace. Dalla stanza d'ingresso sentì il rumore della porta di casa, uno scalpiccio familiare di persone, porte che si aprivano e chiudevano, rumori noti e consueti. Intanto squillava il telefono. Sollevò la cornetta per ascoltare una voce d'uomo che le diceva <<scusami, mi dispiace d'essere stato brusco, averti sorpresa coi miei discorsi, questa mattina e poi, per quello che è successo dopo>>, <<non è un problema, niente, non ci sono problemi>>, <<come, non è un problema?>>, <<ma certo, non è un problema, ti dico! va bè, non è successo niente!>>, <<non riesco a capire come tu possa eludere la questione, cosa vuol dire che non è un problema, che mi mandi assolto?>>, <<ma no, ho capito! ho capito!>>, <<e poi queste non sono parole tue, sembrano discorsi accomodanti, come di un vecchio, il paradosso è che, intanto, tu non riesci proprio a crescere, tu non vuoi proprio crescere!>>, <<allora?>>, <<allora?>>. Un lungo ed insostenibile silenzio, quindi <<ciao>>, <<ciao!>>. Veramente non era per posa che rifiutava di ammettere l'esistenza dei "problemi", piuttosto per mancanza di originalità, l'emulazione acritica di atteggiamenti saggi e sdrammatizzanti grazie ai quali, nell'educazione, non le erano stati riconosciuti i problemi, veri, che la crescita comporta. Perciò il desiderio di essere solo immagine, senza storia e senza parole. Così l'aspirazione, non estetizzante, a trasformarsi in un'effigie, un poster, senza questioni e problemi, soprattutto senza domande. La vita senza storia, perciò senza inizio e senza fine, soprattutto senza un perché. La non responsabilità, vivere senza neanche porsi il quesito: chi possiede il senso della vita? perché tanto è scontatissimo, lo possiede chi non lo riflette.
Aprì la finestra e si affacciò sulla strada. Certo tra molti desideri aveva un sogno. Il traffico di auto era intenso ma scorrevole e paziente, l'aria era limpida e fresca, piacevolmente respirabile. La gente che passeggiava lungo il viale alberato sembrava discorrere civilmente ed i tranquilli discorsi, quand'anche non condivisibili erano serenamente confutati, ma senza contrapposizione; ogni conflitto era appianabile ed il mondo dominato da un definitivo e consolante volersi bene perché ella non desiderava affatto decidere e scegliere o parteggiare, semmai smorzare la polemica, sfumare i contrasti. Il male non era tanto male, il bene moderato da trattenute emozioni, il nero non tanto nero ed il bianco non accecante, il sapere dominato da un'infinita conoscenza in cambio di poca sapienza. Esattamente tutto smorto. Si ritirò un po' dal davanzale e scoprì la propria immagine debolmente riflessa nel vetro. Tra le tante domande eluse, ella aveva sempre evitato di chiedersi chi fosse. Cominciò a piangere silenziosamente, senza neppure sapere perché.



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