FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ALLEGRIA

Giuseppe Sanso'



Una mattina di settembre la pioggia fitta di goccioline puntiformi che quasi non bagnavano nascondeva qua e la gli scorci della città o, piuttosto, mostrava con parsimonia e con arte brevi, composte vedute che si succedevano, via via dissolvendo, nella promessa di un panorama più vasto e neppure desiderato. La strada correva sulle alture mantenendosi pianeggiante ed assecondando le rugosità dell'appennino marittimo, cioè prossimo a tuffarsi nel mare. Piccoli grigiori di nebbia sembravano muoversi alla lenta andatura dell'auto e con questa giocare a rimpiattino dietro le numerose ma prevedibili curve del tracciato. Tutto appariva umido, irrorato, pervaso da quella pioggia che forniva finalmente ristoro alla terra ed alle piante riarse per la calura della passata estate. Dall'interno dell'automobile, asciutto ed afono e perciò illusoriamente sicuro, si scorgeva un mondo esposto, irricoverabile, battuto dalle intemperie e segnato dall'incuria della città. Sul ciglio della strada resisteva una natura limitrofa e degradata dove persino le rocce, non nutrite dalle onde ne frantumate dal gelo, hanno l'aspetto miserabile degli ossi di seppia consumati dal sole: lisce, sbiancate e scagliose, con le loro sinuose fessure offrono alla fantasia solo le immagini offuscate di antichi stillicidi nelle profondità marine. Fermai l'auto in uno slargo destinato, per così dire, ai gitanti domenicali o alle coppiette in cerca di intimità notturna ed abbassato il vetro del finestrino cercai di cogliere i rumori di Genova che, più in basso, formicolava di attività essenziali ed importantissime. La temporanea condizione di scioperato in cui mi trovavo produceva dentro di me un vago senso di colpa che, in assenza di testimoni, riuscivo tuttavia a mitigare con l'affermazione che qualcuno doveva pur raccogliere quelle visioni urbane quasi autunnali, ascoltare i lontani rumori dei traffici, presidiare quei luoghi dimenticati e inutilmente solitari. Il vaporoso lamento emesso da qualche nave alla fonda o in partenza mi fece tornare alla mente il Tramp Steamer di Alvaro Mutis e perciò il mio pensiero cominciò a diradarsi su quella macchia celestina di mare appena intuito, al di là delle ardesie di una città tanto salutata e superba, verso il non esagerato orizzonte mediterraneo. Ma un raggio di sole dilatato dalla bambagia delle nuvole interruppe la pioggia appropriandosi, accecante, della pellicola d'acqua che sottilmente bagnava l'asfalto nuovo della strada. I riflessi invasero l'aria, l'abitacolo dell'automobile ed i poveri rami gocciolanti dei pini inducendo la mia contemplazione a ritirarsi ancora su quel circostante e prossimo panorama. Verso le modeste alture indugiavano pigri i banchi di nebbia ma era evidente che, con la volubilità caratteristica di questa regione, il tempo stava mutando, preparandosi ad offrire una giornata tersa e quasi nordica. Ad un tratto sentii, dietro alla curva che precedeva il rettilineo accanto al quale mi ero fermato, sentii il trillare di un campanello meccanico da bicicletta e, insieme, un ridere sguaiato che evidentemente era prodotto dallo stesso guidatore di quel mezzo. Uscii incuriosito dall'auto per vedere chi fosse, giovane o vecchio, solitario o in compagnia, a percorrere quella strada. Per raggiungerne il ciglio calpestai i piccoli rifiuti gettati con incuranza dai finestrini delle automobili ed abbandonati come segni del passaggio dell'Uomo (categoria che comporta, per definizione, la collettività della colpa e, di conseguenza, l'attenuazione della responsabilità personale). Ed ecco che un piccolo gruppo comparve contro lo sfondo delle magre colline. Un uomo ed una donna sulla mezza età camminavano quietamente sulla stretta corsia riservata ai ciclisti e delimitata solo da una striscia di vernice sull'asfalto. Davanti a loro una bicicletta era condotta, ma sarebbe meglio dire occupata perché a condurla era un giovane che camminava a fianco, da un ragazzo che dimostrava chiaramente i segni della distrofia muscolare. Il corpo era contratto e teso nel tentativo di dominare quel mezzo per adulti che, dotato di due ruotine di sicurezza ai lati di quella grande, posteriore, appariva come l'aberrato ingrandimento di un triciclo per bambini. Il centro di quella scena inattesa e per me irreale in tale circostanza di orario, di tempo meteorologico e di luogo, era il viso del ragazzo. Mentre i suoi accompagnatori, il padre, la madre, un fratello? conservavano un'espressione rilassata e seria, come per un sereno e ricorrente rituale, egli rideva. Ma il suo riso era straordinario, spontaneo ed irrefrenabile. Non liberatorio come può capitare ad ognuno di noi, in questi tempi, ma vero, già libero e significativo di una gioia immensa. Una gioia immensa, capite? Tanto più grande quanto modesto può sembrare il motivo che la stava provocando. Una gioia tale da poterne morire perché tanto tutte le preoccupazioni sono svanite e non ci sono più motivi di ansia e di sofferenza, non più legami con la coscienza e con il suo dolore. Erano allora la bicicletta e l'aria sul viso ed il contatto con tutte le cose bellissime del creato che, quando svaniscono, come il giorno e la luce ed un'onda del mare ed un volo di uccello ed un temporale d'estate, non soffrono. Perciò una gioia grande, piena ed esauribile con la vita stessa ma senza dolore e rimpianto. Era un'allegria sincera e senza condizioni che si manifestava nei suoi occhi, nella bocca spalancata e nei suoni gutturali che parevano un richiamo alla vita affinché si trattenesse ancora un poco, affinché non svanisse subito, come per un sogno.
Prima che il mio braccio si alzasse per richiamare la loro attenzione, prima della breve corsa che mi avrebbe permesso di raggiungerli e proseguire insieme quel curioso cammino, il gruppo era già sparito, oltre la curva della strada. Ritornai verso l'automobile ed appoggiato il corpo alla sua carrozzeria, ormai quasi asciutta, stetti ancora ad osservare la città. Le ardesie dei tetti, disordinate e geometriche, sconfinavano nell'azzurro del mare come una grande scogliera abitata. Mentre il vento rincorreva se stesso nel labirinto delle vie, dei vicoli e delle piccole piazze rendendo tersa quell'aria nervosa di iodio. Alle mie spalle, ma non potevo vederli, passarono una ragazza sulla sua moto potente e silenziosa, uno studente polemico che rifletteva, passeggiando, sulle proprie numerose ragioni, una macchina della polizia dall'andatura pigra ed un vecchio barbone infreddolito. Passò anche un prete del vicino seminario che vestito con una tuta da jogging correva e sbuffava, passò, in auto, una coppia clandestina di mezza età in cerca di un posto solitario, passò un cane randagio e neanche troppo scontento. Passò il vento, passò la luce, passò il giorno ed infine passò pure il sogno mentre le luci della città, ad una ad una accendendosi, formarono un altro cielo, visibile dalle sconosciute costellazioni.



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