FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ALIENO

Elisabetta Di Giuliomaria




Salvò il file, rilesse l'ultimo paragrafo e si sentì abbastanza soddisfatto.
Non c'era male, per un personaggio del genere. Tipi come lui di solito avevano la vita breve, ma questo si era dimostrato all'altezza di tutte le situazioni.
Lo aveva messo alla prova duramente, cacciandolo nelle peggiori situazioni, causandogli guai sufficienti a un intero plotone di avventurieri, ma lui se l'era sempre cavata all'ultimo momento, con destrezza e anche, perché no, una certa eleganza. Aveva stile, il ragazzo.
Si alzò, stiracchiò le braccia indolenzite e andò in cucina a stapparsi una birra. Lo avrebbero pagato bene, stavolta. E finalmente non avrebbe più dovuto sorbirsi lo stramaledetto predicozzo del viceredattore che tutte le volte, dopo aver accettato il racconto con l'aria rassegnata del martire, cercava di indurlo a "trovarsi un lavoro". Perché, quello che cos'era?
Chiuse la porta del frigorifero con un calcio e sentì un lieve suono metallico. Le cerniere stavano per cedere, e tra un po' avrebbe dovuto comprare un frigorifero nuovo. Al pensiero del lavoro che stava per consegnare, questa eventualità non gli sembrò molto drammatica. Chissà quanto costava un frigorifero? Già che c'era, ne avrebbe acquistato uno di quelli col congelatore, in modo da fare le provviste per un mese. Odiava fare la spesa.
Andò in salotto, si avvicinò alla finestra e scostò la tenda: il cielo notturno era lievemente offuscato dalle luci della città, ma era comunque possibile distinguere molte costellazioni: ne conosceva pochissime, ma osservare le stelle lo aveva sempre affascinato.
Di nuovo un lieve suono metallico. Soprappensiero, si voltò e si rese conto che il telefono stava squillando. Valutò per qualche istante la possibilità di rispondere, ma decise che chiunque fosse poteva andare al diavolo, e si mise di nuovo a guardare le stelle. Lo sgomentava sempre un po' il pensiero delle distanze astronomiche che separavano quei puntini di luce, il pensiero che la luce impiegava miliardi di miliardi di miliardi di anni per raggiungerlo, e che mentre lui contemplava quella stella rosso brillante lassù, quella forse non esisteva più da chissà quanto tempo.
Tornò alla scrivania con la lattina di birra in mano e rilesse da capo l'ultimo capitolo.

****************

Il Capitano Torres appoggiò le mani aperte sul piano lucido della scrivania, guardandole attentamente in cerca di qualcosa da dire. Apparentemente lo stava cercando nelle unghie ben curate. Io aspettavo con pazienza che si decidesse; ero troppo stanco anche per le mie solite battute, non vedevo l'ora di levarmi di dosso la polvere del viaggio e le poltrone del Dipartimento erano decisamente scomode.
"Adler, cerchi di capire", esordì, e decisi subito che come inizio era sbagliato. Non c'era proprio niente da capire, e se diceva così, voleva dire che stava per saltare fuori qualche cosa di sgradevole.
Nessuno avrebbe mai neanche concepito l'idea di poter mandare qualcuno in quell'angolo remoto della Galassia 401, se io non fossi stato lì, col mio curriculum e la fama di eroe scaccia guai che i mass media mi avevano appioppato. Era troppo rischioso per chiunque, tranne che per me. Accidenti, ne avevo abbastanza: avrei dovuto cominciare a commettere errori, finché quelli non si sarebbero convinti che mi ero bevuto il cervello, e mi avrebbero finalmente mandato a casa. Ma no: come al solito mi ero fatto infinocchiare
dalla mia vanità e dalla mia autostima, e così un bel giorno mi ero ritrovato su un incrociatore Axix BZ2000 - battezzato chissà perché "Libellula" - e mi ero insediato nella poco invidiabile carica di Supervisore Confinario, la cui mansione principale consiste nel cacciarsi nei guai, allo scopo di far dormire sonni tranquilli a Sua Maesta' l'Imperatore. Per otto mesi ne avevo viste di tutti i colori.
Adesso tutto era finito, non me ne importava più un accidente e volevo solo tornare a casa, e invece mi trovavo ancora sprofondato in quella maledetta poltrona a rendere conto di tutto - in termini tecnici si dice "fare rapporto" - a colui che in definitiva restava il mio diretto superiore, cosa che non mancava mai di darmi sui nervi. Torres lo sapeva, e questo spiegava il suo cauto incipit.
"Capitano, nel mio rapporto c'è già scritto tutto" dissi stancamente. Per lo meno, pensai, tutto quello che era necessario dire. A loro, alla fin fine, interessava soltanto sapere come erano stati spesi i soldi del Dipartimento, e le spese di manutenzione di un incrociatore Axix BZ2000 rientravano fra quelle su cui i Revisori dei Conti si incaponivano sempre a chiedere spiegazioni.
Quindi i rapporti dovevano essere chiari. E il mio lo era. Ciò che avevo omesso erano particolari che non avrebbero interessato nessuno, e che comunque preferivo tenere per me, dato che non sapevo come l'avrebbero presa. La questione del disgregatore gravitazionale mi sembrava del tutto marginale.
Tecnicamente, non si poteva proprio parlare di omicidio. Soppressione? Beh, questo sì, dato che avevo pur sempre eliminato una creatura vivente. Ma non era questo che mi aveva trattenuto dall'includere la storia nel rapporto. Se avevo fatto quel che avevo fatto, avevo le mie buone ragioni. Eccome, se le avevo! Però, se fossi andato in giro a raccontarle, allora sì che mi avrebbero preso per pazzo. Ma io sapevo che non era così.

Tutto era cominciato un giorno in cui mi accorsi di un lieve sfasamento spaziotemporale sulla rotta grande tra Vega e MG139. Di solito questi fenomeni rientrano da soli, sono come dei foruncoli del cosmo che si riassorbono dopo un po'. Qualche volta si espandono troppo, e allora bisogna intervenire, ma quello non mi sembrava ancora di dimensioni preoccupanti. Appena lo spazio per passare con la testa e le spalle. Tuttavia, dato che quel giorno non avevo niente da fare, e incrociavo a poche migliaia di anni luce, lo raggiunsi con l'idea di dargli un'occhiata un po' più da vicino. Quando gli fui sopra, indossai il modulo iperspaziale personale e mi avviai fuori. Era davvero piccolo. Misi prudentemente dentro una mano, ma non sentii nulla. Gli strumenti segnalarono che anche dall'altra parte esisteva uno spazio tridimensionale, più o meno come il nostro, quindi mi avventurai a cacciare dentro anche la testa e rendermi conto con i miei occhi.
Ciò che vidi, lì per lì mi risultò incomprensibile. Un cubicolo semibuio, una specie di cabina, con un'apertura in fondo e una zona trasparente dalla quale si vedeva il cielo. Era ingombro fino all'inverosimile di cianfrusaglie,
oggetti di cui non capivo assolutamente la natura. L'unica cosa che attrasse la mia attenzione era uno di quegli oggetti, che si muoveva all'interno del cubicolo. Sembrava una creatura vivente, ma era talmente incredibile che mi sembrò uscito da un incubo.
Tenni il foro sotto osservazione per un paio di giorni, poi decisi di avvertire i superiori e aspettare che mi dessero l'ordine di "ricucire". Mentre aspettavo la risposta, osservavo la creatura, tanto per passare il tempo. Gli strumenti non reagivano, tranne per il fatto che era leggermente calda e si muoveva. Non classificato, dicevano. Non identificabile. La cosa non mi stupiva più di tanto. Capitava spesso, in questi casi, di trovarsi di fronte a forme di vita che neanche il cervellone del Dipartimento era riuscito a investigare, tuttavia questa le batteva tutte. Era veramente disgustosa.
Dato che la risposta, come al solito, si faceva attendere, ebbi tutto il tempo di osservare la creatura e cercare di capire che cosa stesse facendo. Stava fermo per ore - se fosse stato normale avrei detto che era seduto - accanto a un'apparecchiatura rudimentale, e muoveva le appendici mollicce su di essa, mentre su uno schermo colorato apparivano degli strani segni.
Intuii che stava scrivendo, e così, tanto per ammazzare la noia, zippai con il lad sullo schermo per vedere se si trattava di qualche lingua conosciuta. Per la Galassia, se era conosciuta! Quando cominciarono ad apparire i risultati sull'oloterminale, rimasi senza fiato per la sorpresa. Mi ero imbattuto nientemeno che in un universo parallelo di classe A con similitudine di grado 34. Una delle più basse, senza dubbio, ma la classe A era sufficiente perché
quell'universo fosse da considerare "abbastanza" vicino al nostro. Questa cosa mi sconvolse. Possibile che si trattasse di una mera somiglianza? Feci analisi più accurate, ma alla fine dovetti abbandonare ogni dubbio: la lingua in cui
quella cosa orrenda stava scrivendo era una forma incredibilmente arcaica dell'Iperspaziale Standard, e questo dimostrava senza ombra di dubbio che in qualche modo, io e quell'affare là eravamo imparentati.
A questo punto ero estremamente curioso di sapere che accidenti stava scrivendo. Inserii la richiesta, e dopo qualche secondo ebbi la traduzione completa. Cominciai a leggere. Dapprima mi sembrò un raccontino insulso e senza senso, soprattutto perché mi mancavano i collegamenti. Niente di ciò che avevo visto in quel mondo si trovava nel mio mondo, e non avevo niente da cui partire per cominciare a capirci qualcosa. Continuai la lettura con scarso interesse, finché dei particolari cominciarono ad attrarre la mia attenzione.
Il coso sembrava conoscere una versione semplificata dell'olo, per esempio. Sapeva che cosa era l'iperspazio, anche se ne aveva una conoscenza molto rudimentale, e il suo racconto si svolgeva sul tema degli universi paralleli.
Niente di originale, un espediente talmente tritato e ritritato in tutte le soap-olo-opere da darmi il voltastomaco. Ma la questione era un'altra: come diavolo faceva a saperlo? Secondo i dati, quell'universo si trovava miliardi di anni indietro, sotto l'aspetto evolutivo, rispetto al nostro. Continuai la lettura nella speranza di sciogliere quell'enigma. Ad un tratto mi imbattei in una parola che mi fece drizzare i capelli sulla nuca: per la Galassia, c'era il mio nome, scritto là sopra! Era una coincidenza veramente fuori dal normale.
Continuai febbrilmente a leggere, e mi resi conto che il protagonista del racconto ero io. Riconobbi alcune vicende del passato recente, per esempio quando mi era arrivata la promozione a Tenente di Vascello Superiore, con Terry che mi invitava alla sua festa privata, con tutto quel che seguì. Rilessi di quella volta, un paio di mesi prima, che ero stato sul punto di perdermi nelle paludi di Zoholon III, e avevo incontrato gli Esseri di Nebbia, esperienza che non vorrei ripetere per tutto l'oro della Galassia.
Man mano che procedevo, rileggevo la mia vita, ordinatamente sciorinata, con tutti gli eventi in ordine cronologico, con tutti i particolari al posto giusto. Non potevo staccare gli occhi dall'oloterminale, e dentro di me cominciava a maturare un orribile presentimento.

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Era davvero un bel racconto.
Decise che per quella sera ne aveva abbastanza, e spense il computer. Andò di nuovo alla finestra. Le stelle ora erano più brillanti, e a lui parve di sentire il loro freddo siderale bruciargli le guance. Rabbrividì leggermente.
Forse non avrebbe dovuto farlo morire così. Ma sapeva per esperienza che il pubblico si stanca presto dei personaggi di un racconto seriale. Bisogna che vivano per quelle tre o quattro avventure, che abbiano una vita intensa e interessante, e poi bisogna trovare il modo di farli morire. Di solito non era un'impresa difficile, ma quest'ultimo gli aveva dato veramente del filo da torcere. Lo aveva creato troppo furbo, troppo curioso, troppo cinico e distaccato. E intelligente. Era stato difficile coglierlo in castagna, ma alla fine ci era riuscito. Tutti, pensò, fanno un errore, prima o poi.
Stappo' un'altra lattina di birra, poi si buttò sul letto e si addormentò tutto vestito. La lattina gli cadde dalle mani e cominciò a versare la birra sulla moquette.

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"Mi ha sentito, Tenente Adler?"
La voce lievemente esasperata del capitano mi fece sussultare, e mi alzai.
"Sì, signore. Posso andare, signore?"
"Certo, che può andare" rispose lui, scrutandomi in faccia. Dovevo avere
un'espressione stravolta, perché aggiunse: "E si prenda una vacanza!"
Annuii e me ne andai. Uscii dall'ufficio del capitano, e mi diressi alle unità di traslazione. Finalmente potevo starmene a casa per un po'. E avrei potuto dimenticare tutta quell'assurda storia. Non c'era stato altro da fare, mi dissi per l'ennesima volta. Avevo dovuto farlo. E non ero stato interpellato, non mi aveva lasciato scelta; o lui o io, e io avevo preferito quest'ultima alternativa. E io mi ritenevo troppo furbo, troppo curioso, troppo cinico e distaccato. E intelligente. E non volevo morire.

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La poliziotta scrisse "Insoluti" sulla cartella di cartone grigio e si diresse verso il corridoio.
"Tieni, Mirella, ce n'è un altro" disse, porgendo la cartella alla ragazza dietro la scrivania.
"Okay", fece lei senza alzare gli occhi dal terminale "metti pure lì, ci penso io". Finì di scrivere, stampo' il documento, poi raccolse in un fascio le cartelle da portare in archivio. Mentre scendeva con l'ascensore traballante, sfogliò distrattamente la cartella in cima al mucchio. Un tizio che era sparito senza lasciare tracce. Capita, ogni tanto. Magari era fuggito in Polinesia, oppure era morto di droga chissà dove. Forse si trattava di omicidio, ma il cadavere non era stato mai trovato. Le indagini erano andate avanti per qualche mese, poi, come sempre in questi casi, la pratica era stata archiviata. Faceva lo scrittore. Secondo il rapporto, nella stanza dove abitava non era stato trovato nulla che facesse pensare al suicidio, né a qualunque altra cosa. C'era solo il particolare della lattina di birra. Sembrava che l'ultima cosa che avesse fatto mentre era ancora in vita fosse stata quella di rovesciare una lattina di birra sul pavimento accanto al letto.
L'ascensore sussultò fermandosi. Mirella richiuse il fascicolo e si avviò all'archivio.



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