FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ALI'

Eros Baldissera




Orione il cacciatore splendeva alto nel cielo nero, come sempre seguito da Sirio, il cane fedele. Sotto la cintura, la galassia M42 riverberava come non mai. Il nastro d'asfalto, nero nel nero, rimandava il calore assorbito fino a poc'anzi. Solo un borbottar leggero rompeva il magico silenzio, suggestione nella suggestione. Alì Albusaìdi compiva il suo quinto rito quotidiano in linea diretta con Allàh. Due minuti prima stavamo filando sulla strada desertica fra Nìzwa e Adam quando Alì m'aveva chiesto di fermar la Land Rover. C'era un pozzo che gli avrebbe permesso di compier l'abluzione per pregare.
Alì Albusaìdi in Oman è come chiamarsi Mario Rossi in Italia. La tribù Albusaìdi è una delle più numerose del paese e Alì è nome comunissimo. Il giorno prima guidavo per le strette stradine di terra nell'oasi della cittadina di Adam cercando un'antica moschea dove sembrava esserci un'iscrizione interessante. Ogni tanto strusciavo con la Land i bassi muretti di fango che delimitavano le piccole aree coltivate a palma. Giravo da un quarto d'ora quando da una curva sbucò un motorino con due ragazzi che riuscirono a frenare dando solo un bacetto con la ruota anteriore al verricello della macchina. Le due bocche s'aprirono in un ampio sorriso mentre le mani destre si fermavano al cuore in segno di scusa. Chiesi della moschea. Il conducente saltò giù. "Apri!" In un secondo balzò dentro e tre minuti dopo parcheggiavo davanti a un decrepito portone pieno di grossi chiodi neri.
- Questa porta - mi disse Alì - fino a quindici anni fa veniva chiusa al tramonto e riaperta solo al levar del sole. Chi era fuori ci rimaneva perché le guardie avevano l'ordine di non aprire per nessun motivo.
Le contese fra le tribù erano all'ordine del giorno allora e di notte ciascuna si chiudeva nel proprio guscio costituito dal fango delle mura delle città e dei villaggi fortificati per téma di un'incursione con relativa razzia.
- Solo una volta - aveva continuato Alì - si ricorda di aver trasgredito questa regola. Fu dopo un terribile temporale che riempì l'wàdi da farlo tracimare. L'acqua si riversò verso la città e cominciò a premere su una delle porte delle mura e l'avrebbe forse sfondata se non fosse stato deciso di aprirla assieme ad un'altra al lato opposto in modo da far defluir quel fiume.
Gli occhi neri di Alì mandavano lampi mentre raccontava quel fatto eccezionale le cui suggestioni riaffioravano in lui come quando l'aveva udito da bambino per la prima volta. Eravamo entrati nella città di fango ormai abbandonata. Alì m'aveva mostrato i resti di un'abitazione crollata:
- Fino a cinque anni fa abitavamo qui.
Il sarùj, questo fango particolare, impastato con paglia e spesso sostenuto da strutture di rami e fibre di palma, non resisteva in assenza di manutenzione continua. Gli stessi tronchi di palma che sostenevano le volte si sbriciolavano sotto l'azione vorace delle termiti.
Eravamo giunti finalmente alla moschea. Dalla finestrina di una casupola accanto, stranamente ancora abitata, perveniva la registrazione di una nenia religiosa: Allàh è grande, Allàh è il clemente, il misericordioso, il generoso, non c'è dio che Allàh. Una giovane velata aveva messo fuori la testa ma incontrando i nostri sguardi l'aveva ritratta. Alì m'aveva occhiato un attimo. Forse curioso per eventuali mie reazioni alla vista della donna. In Omàn, paese d'antinomie dove la donna velata opera al computer, spesso i giovani provano disagio davanti a certi aspetti tradizionali della loro società. Specie in presenza di un europeo. Sentimento in conflitto con l'educazione ricevuta che impone il loro rispetto. E la donna velata, la condizione femminile nel complesso, è forse l'aspetto di maggior imbarazzo per i giovani più aperti. In ogni modo la mia indifferenza aveva tranquillizzato Alì.
Il cortile della moschea era ben tenuto. E così il chiosco per le abluzioni dove l'odore d'urina denotava ch'era in uso. Come pure le giare appese trasudanti acqua. Un vecchio dalla lunga barba bianca usciva dal piccolo tempio, seguito da un gruppo d'uomini e ragazzi. Le loro dishdàsha, i lunghi camici, erano bianche, azzurre, marroni. I mossàrr, i tipici turbanti omaniti, variopinti. S'erano avvicinati incuriositi. Spiegai loro che intendevo fotografare l'interno della moschea, il mihràb rivolto alla Mecca con la sua iscrizione, per conto del ministero del Patrimonio nazionale. Cordiali, s'erano offerti d'aiutarmi, ma Alì aveva tagliato corto. Non d'alcun aiuto. E come avessimo lavorato insieme da sempre, aveva preso il treppiede e una borsa fotografica entrando deciso nella moschea. Era ampia, divisa in tre navate da una doppia fila di grosse colonne. Il mihràb in stucco appariva in buone condizioni, un po' meno la scritta che Alì aveva preso a leggere con facilità, nonostante alcune lettere mancanti.

A tutto questo pensavo la sera dopo, mentre Alì terminava la sua preghiera. Ripartimmo veloci e in silenzio giungemmo presto a Adam. La sera prima avevo lottato molto per convincerlo che m'era impossibile andare a casa sua, per precedenti impegni. Ora non avrei potuto accampar scuse. D'altronde non ne avevo la minima intenzione. Non ero ancora entrato in una casa araba in Omàn e ne ero incuriosito. La costruzione era semplicissima. Un parallelepipedo in blocchi di cemento, affacciato alla strada polverosa, costituiva la sébla, la stanza di ricevimento. Un altro blocco uguale, l'abitazione vera e propria, era nella parte interna, con un cortile circondato da un muro dove si svolgeva gran parte della vita della famiglia.
Mi fece entrare direttamente nella sébla dov'ero atteso. Il caffè gorgogliava nei bricchi d'ottone sul braciere per terra. Vassoi d'uva, mele e banane profumavano l'aria. Il televisore in un angolo trasmetteva l'appello alla preghiera con la solita diapositiva fissa della moschea di Màsqat by night. Sotto l'apparecchio notai ben due videoregistratori a conferma che in carenza di programmi televisivi la videodipendenza trova alimento nella cassetta.
Entrò una bimbetta d'un paio d'anni, carina, i capelli nerissimi a ciocche raggrumate, gli occhi evidenziati con l'antimonio, due grosse cavigliere d'argento e le piante dei piedi, già rosse per la henna, nere di terra. Corse da Alì e gli si nascose dietro le gambe spiando curiosa quell'alieno che dovevo apparirle. Era Leila sua figlia.
Alì aveva ventidue anni, sposato da tre con la figlia dello zio paterno che la sorte aveva voluto fosse bruttina. S'era assoggettato a questa consuetudine ancor molto diffusa tra gli arabi, ma non ne era soddisfatto e si notava.
Apparve un uomo anziano dalla lunga barba grigia, Abu Alì, il padre. La dishdàsha, un po' corta, aveva visto tempi migliori. Era felice e onorato d'avermi là. Mi fece accomodare sul tappeto sistemandomi attorno una serie di cuscini di gommapiuma vestiti di fioritissime fodere e mi presentò il vassoio dei datteri, il cibo per antonomasia in tutta l'Arabia e primo segno di benvenuto all'ospite assieme all'àhlan wa-sàhlan: che qui tu ti possa sentire in famiglia e a tuo agio. Presi un dattero e lo mangiai, sputando il nocciolo nella mano chiusa a pugno, da persona educata europea. Tutto sbagliato. Alì mi insegnò come andavano mangiati i datteri da persona educata omanita: il nocciolo veniva espulso stringendo il frutto tra le dita che continuavano poi a stropicciarlo. La poltiglia ottenuta si intingeva nell'olio di sesamo e così gustata. Abu Alì andò oltre, mi mostrò tutto il procedimento e alla fine mi offrì il frutto dell'opera. La commistione dattero-olio di sesamo non era di mio gusto e Alì lo intuì. Ma comprese che il gusto dipende non solo da fattori soggettivi, ma anche dall'educazione e l'abitudine. E non insistette. Mi sarei reso conto successivamente che l'uso di insistere e di imporre all'ospite i gusti locali, così diffuso in altri paesi arabi, era molto più ragionevole e comprensivo in Omàn. E Alì si dimostrò un campione di comprensione ed elasticità.
Da uno dei bricchi di ottone mi servì il caffè arabo: un fondo di tazzina di color miele scuro, forte, amaro, con sentori d'incenso. L'aroma della bevanda occupo' piacevolmente il mio palato subentrando all'appiccicaticcio dulcore dei datteri. Alì me ne versò ancora un sorso e poi un altro. Sorbitolo scossi la tazzina a indicare che mi bastava. Passammo alla frutta di cui assaggiai un po' di tutto, soffermandomi sulla fresca uva pachistana. Il rito terminò con due tazze di tè al latte, servito da un modernissimo bricco termoisolante giapponese che ormai stava soppiantando anche i tradizionali bricchi del caffè.
Allora Alì si ricordò del video e fece partire una cassetta di varietà egiziani in cui delle ballerine sculettavano al ritmo di un tamburello. In quel mentre entrò Suàd, moglie di Alì. Alla vista dello spettacolo televisivo, per lei almeno poco serio, ebbe un moto di disappunto, ma venne subito verso di me e a testa bassa mi allungò la mano protetta dal velo. Non potendo stringerla la toccai in qualche modo. Mi resi conto che anche questo contatto indiretto con un estraneo doveva farle una certa impressione. Solo Alì poteva averla convinta per non apparir troppo tradizionalista allo straniero. Era vestita come le donne dei villaggi: tunica damascata coloratissima, coi pantaloni bordati di fettuccia d'argento. Un velo semitrasparente le copriva testa e spalle chiudendosi sotto il collo. Nonostante gli occhi bassi notai un evidente strabismo. Dopo aver sussurrato un: "visitaci sempre" di prammatica guardò Alì che le fece segno d'andarsene. E se ne andò a testa bassa, senza farselo ripetere. A questa sua timidezza pubblica però, faceva da contrappeso un'aggressività privata che Alì era costretto a subire e ad accettare, seppur solo tra le pareti domestiche. Il fatto era che lui, con la moglie, stava quasi esclusivamente fra quelle pareti. Il caso gli aveva offerto una scappatoia dandogli la possibilità di trovar lavoro come operaio presso un impianto petrolifero a Salàla, ottocento kilometri a sud, nella provincia del Dhofàr. Ogni sei settimane di lavoro ne trascorreva due a casa e si capiva che gli bastavano.
Avevo avuto la fortuna d'incontrarlo all'inizio del suo periodo di riposo e libero da altri impegni. Fu lui stesso a propormi d'andar a vedere un'iscrizione nella moschea di Muqàzzah, un villaggio sulla montagna a un centinaio di kilometri da Adam, dove abitava sua sorella. Quella notte dormii sui cuscini di gommapiuma dalle fodere fiorite.
Il giorno dopo partimmo di buon'ora per Muqàzzah. Alì aveva indossato una stiratissima dishdàsha beige e aveva preso uno scudiscio di pelle intrecciata con cui di tanto in tanto si sbatteva i lembi della lunga veste. Dopo un'ottantina di kilometri lasciammo la strada asfaltata e c'infilammo in una pista che s'arrampicava sulla montagna, spesso ripida da render necessario l'uso delle quattro ruote motrici. Demmo un passaggio a una contadina con un'immane balla di fieno che s'incastrò a malapena nel retro della Land. Alì alternava lassi di silenzio ad altri in cui mi raccontava fatti propri, usi locali, notizie sugli animali della zona e sulle proprietà terapeutiche di certe piante grasse del deserto. E ascoltava curioso i fatti miei e gli aspetti dei costumi italiani che gli esponevo.
Giungemmo a Muqàzzah nella tarda mattinata e passammo da Fàtima, sorella di Alì. Mi colpirono i convenevoli dell'incontro in cui Alì e sorella sull'attenti e di fronte si chiedevano molto formalmente come andava la famiglia, i parenti, i bambini, rispondendo che tutto andava nel migliore dei modi, grazie a Dio. Espletata la formalità invece risultò che una figlia di Fàtima era all'ospedale in condizioni preoccupanti. L'ospedale era alquanto lontano e Fàtima non poteva andarci quanto avrebbe voluto. Alì mi fece notare come nel 1970, prima della presa del potere del sultano Qabùs, ci fossero in tutto il paese quattordici posti letto d'ospedale, mentre ora ogni provincia aveva la propria clinica e nei casi gravi o urgenti intervenivano gli elicotteri della polizia per trasportare il malato ai grossi centri ospedalieri della capitale.
Fàtima insistette perché ci fermassimo a colazione dopo aver visto la moschea. Il tutto mentre si compiva il rito dell'ospitalità: datteri, caffè, frutta, tè. La moschea era una deliziosa costruzione in sarùj sotto cui scorreva un fàlaj, un ruscello artificiale che serviva per le abluzioni e per irrigare il palmeto attorno, oltre che al rifornimento idrico del villaggio. L'iscrizione del mihràb indicava ch'era stato costruito cinque secoli prima. Mentre col valido aiuto dell'ormai esperto Alì la fotografavo, giunse il sindaco col giudice e alcuni anziani che nella moschea stessa ci offrirono i datteri all'olio di sesamo, mentre Alì rideva sotto i baffetti. Eravamo al caffè quando uno dei vecchi s'alzò e lanciò l'appello alla preghiera. Tutti compirono il loro dovere, mentre io facevo delle riprese esterne.
Tornammo da Fàtima dove ci aspettava il tipico piatto beduino in versione economica: un gran vassoio di riso condito, con un pollo arrosto sopra, in luogo dell'usuale agnello. C'era anche Abdallàh, cognato di Alì, un anziano parente e un po' di bimbi. Le vesti e l'ambiente indicavano una certa indigenza. Si mangiò prendendo il cibo con la mano destra, tutti attorno al vassoio, mentre il padrone di casa buttava dalla mia parte i bocconi migliori del pollo, com'è in uso tra i beduini. Si parlò della bimba all'ospedale, della vita in quella valle disseminata di scarse oasi, del ricordo di un'antica nevicata sulla zona. Partimmo nel pomeriggio e in due ore eravamo a Adam.
Avevo con me alcune foto di iscrizioni di moschee con delle difficoltà di lettura e comprensione. Le considerammo con Alì che ne risolse alcune. Altre, più ostiche, suggerì di farle vedere al maestro del quartiere che passava per uomo colto. Lo trovammo il mattino dopo alla scuola: uno stanzone nudo con bimbi di varie età, dai sei ai dieci anni, in ginocchio addossati alle pareti, i maschietti da una parte, le bambine dall'altra. Testo unico, il Corano. Era un tipico esempio di kuttàb come quelli che ci ha fatto conoscere il famoso scrittore egiziano Tàha Huséyn nella sua autobiografia. Solo che questi si riferiva all'Egitto di quasi un secolo fa. In ogni caso anche qui il kuttàb aveva i giorni contati. Un piano di scolarizzazione con criteri moderni era ormai ben avviato, con docenti egiziani e nuovi edifici. Nei villaggi ancora privi di scuola, delle tende militari costituivano la struttura provvisoria in attesa della costruzione dell'edificio scolastico, ma il sistema d'istruzione era nuovo. La religione dominava ancora, ma veniva dedicato sempre maggior spazio alla lettura di testi letterari, all'aritmetica, alle scienze. Avevo avuto modo di notare parte di tutto ciò, il resto me lo raccontava Alì il cui grado d'informazione continuava a stupirmi.
Il maestro sbirciò le foto e s'arrese senza lotta dicendo che non capiva alcunché. Sapevo per esperienza che bastava osservare le iscrizioni per una decina di secondi per riuscire a decifrar qualcosa. Alì l'aveva realizzato subito. Lo realizzò subito anche Sulàyem el-Hàrthi, da cui Alì mi accompagnò subito dopo. Sulàyem, che non superava i trenta, viveva solo per Allàh e l'aldilà. Le cose terrene gli erano indifferenti al punto che da anni non si radeva e da un bel po' non doveva veder acqua e sapone viste le croste di cibo seccato che ornavano le sue unghie.
Sulàyem ci accolse in una stanzetta chiedendoci di aspettare qualche minuto e si mise a pregare sul posto. Quand'ebbe terminato si sedette per terra a considerare la foto di un'iscrizione, immobile. Individuò il testo di un brano coranico che prese a recitare a memoria. Risolse alcuni punti oscuri e quando s'inceppo' in una parola Alì gli propose di chiamare sua nipote Aisha che, fresca di studi secondari, forse sarebbe stata in grado di leggerla. Sulàyem fece chiamare la nipote che arrivò riluttante. "Ho paura" disse, quando le chiese di cercar di leggere la parola, ma poi vinse l'imbarazzo di trovarsi al centro dell'attenzione, si concentrò e risolse il problema. Aisha era carina, aveva grandi occhi neri di gazzella e sotto la bardatura delle vesti e dei veli si indovinava la sua piacevole figura di quindicenne. Capii che doveva piacere ad Alì e le occhiate sfuggenti che lei gli lanciava di tanto in tanto denotavano almeno curiosità per il giovane, se non interesse. Mi venne il sospetto che Alì mi avesse proposto di andare da Sulàyem per vedere Aisha. Certo se questo fosse stato il suo scopo l'aveva ben pensata. Per lui da solo non sarebbe stato facile poterla vedere, anche frequentando la casa di Sulàyem, se non per qualche istante e per caso. Non avrebbe certo potuto chieder di lei. Invece la presenza dello straniero occidentale facilitava l'intento perché rendeva lecita e naturale l'idea di interpellare Aisha. Ebbi dunque netta l'impressione d'esser stato usato da Alì per vedere la ragazza. E il padron di casa sembrava non accorgersi dei rapidi sguardi che i due si scambiavano. Continuammo ancora un po' a leggere iscrizioni e a bere tè finché Sulàyem mi chiese di dargli uno strappo in macchina agli uffici del comune. Aisha corse via e noi uscimmo.
Ne approfittai per visitare l'wàli, il governatore della provincia, compito non necessario, ma saggio per uno straniero in Omàn. Specie nelle province non troppo estese dove si veniva subito notati. E in ogni caso l'omaggio all'wàli poteva essere un investimento utile in caso di necessità.
Lo trovammo seduto su un tappeto nel salone d'entrata del suo palazzotto nuovo, nella sua dishdàsha bianca, alla cintura il khàngiar, il grosso pugnale ricurvo d'argento, ornamento abituale, come da noi la cravatta, di tutti i funzionari in servizio e, nelle occasioni, di qualsiasi omanita che se lo possa permettere. Era attorniato dal qàdi e dal vicewàli, un giovane colto che sfoggiava un buon inglese, dai maggiorenti della zona e da un gruppo di soldati, molto pittoreschi coi loro khàngiar, i cinturoni di proiettili e i lunghi fucili. Alì mi presentò. L'wàli, secondo l'abitudine omanita, ci chiese se c'eran notizie. Risposta di prammatica: "Nessuna notizia". Fu portata la hèlwa, un dolce di burro, miele, semolino, con mandorle e acqua di rose che veniva offerto agli ospiti di riguardo. Con due dita ne prendemmo un boccone. Un soldato ci versò dell'acqua per lavarci la mano, un altro ci servì il solito stupendo caffè che gustammo per tre volte prima di scuoter la tazzina. L'wàli si mostrò molto interessato alle mie ricerche e mi propose d'offrirmi un soldato come guida. Ringraziai ribattendo che l'aiuto di Alì era più che sufficiente. L'uomo sorrise al giovane dicendogli: "Bravo" ed Alì mi guardò riconoscente. Non era cosa da poco per lui aver un tal riconoscimento dall'wàli di fronte agli anziani del distretto. Ci congedammo promettendo altre visite.
Come uscimmo non potei trattenermi dal chiedergli se l'idea di andar da Sulàyem fosse stata dettata anche da altri fini, quali ad esempio di veder Aisha. L'avevo chiesto con fare un po' complice, sorridendo, e senza guardarlo direttamente. Ma ebbi l'impressione che trasalisse. Tacque un attimo, poi rispose serio: "No. Ho pensato solo che Sulàyem potesse esserti utile, com'è stato". E tagliò.
Avevo degli impegni a Màsqat e lasciai Alì con la promessa di passare a prenderlo due giorni dopo per un giro fino al litorale delle sabbie Wahìba. Si tratta di un ampio deserto sabbioso dove il cammello è ancora l'unico mezzo immune da insabbiamenti. Le sabbie s'infilano nel Mare Arabico senza alcuna fascia costiera fertile. Vi vivono alcuni gruppi tribali di cui il più consistente è quello che dà il nome al deserto: gli Wahìba. Un consorzio anglo-omanita le stava studiando da molteplici punti di vista. Alì aveva manifestato il desiderio d'accompagnarmi non avendo mai avuto occasione di vedere la costa.
Partimmo di mattina, attrezzati con stuoie, sacchi a pelo, piastre da sabbia e pale. Prendemmo una larga pista lasciandoci dietro una nuvola di polvere. Di tanto in tanto incrociavamo qualche macchina con cui ci scambiavamo il polverone procedendo alla cieca per diversi secondi. Incontrammo varie cittadine isolate sorte nelle oasi della piana desertica, ognuna costituita da una zona vecchia, abbandonata, con gli edifici in deperimento, e da una parte nuova dove la gente s'era trasferita negli ultimi anni. Trovammo la strada asfaltata e dopo un po' apparvero in lontananza le sabbie, alte e suggestive dune che poco a poco riempirono l'orizzonte destro della strada. Correndo per ampi tratti sabbiosi giungemmo nel pomeriggio alla base anglo-omanita per lo studio delle Wahìba Sands di Mìntirib dove avevo un appuntamento con un membro della spedizione inglese.
Alì, ch'era stato silenzioso per la strada, diede segni di vita quando si trovò coinvolto nella gaia atmosfera dei ragazzi, e ragazze, inglesi che stavano preparando un party per quella sera, festa di San Valentino. Doveva fargli un certo effetto vedersi girare attorno questa gioventù disinibita in un'aria di cameratismo tra i due sessi inconcepibile nel suo ambiente. Lo lasciai lì, stupito, mentre io badavo ai miei impegni che mi trattennero fino a sera. Cercai Alì che il party era già cominciato e con mia sorpresa scorsi il suo copricapo colorato spuntare in mezzo ad un gruppo di tre ragazze incuriosite da questo giovane in dishdàsha finito nella loro festa. Egli appariva lusingato per l'interesse dell'allegro gruppetto. L'esperienza era strana ed eccitante per lui. Era come si trovasse trapiantato improvvisamente in un giardino meraviglioso, pur nella necessità di superare il trauma dell'impatto e la crisi di adattamento, prima d'essere in grado di goderne.
Una delle ragazze, Judy, conosceva un po' d'arabo e faceva da tramite, mentre Alì sfoggiava ogni tanto qualche semplice frase in inglese scolastico. Tuttavia sembrava che la comunicazione non fosse un ostacolo. Passarono le bibite. Alì si preoccupo' di chiedere un soft drink. Non avrebbe mai assaggiato alcol. Non così Judy e compagni la cui allegria poco a poco divenne eccessiva creando in Alì un crescente disagio. Alle tre ragazze s'erano aggiunti altri e il discorso, fino a poco prima ragionevole e sobrio, si appesantì. Le domande cominciarono a toccare tasti delicati per il ragazzo arabo. Fortunatamente la comprensione reciproca scemava, ostacolata dalla confusione e dalla graduale perdita di lucidità dell'interprete. Ma anche in quel che non capiva Alì sentiva una malizia sottesa, forse non voluta, sfuggita per il venir meno del filtro del buon senso neutralizzato dall'alcol. Questa posizione d'inferiorità, specie di fronte a delle donne, accentuava l'imbarazzo di Alì e quando Judy, tra il sollazzo della cricca gli chiese se era circonciso quello s'alzò scuro in volto e uscì dalla grossa tenda. Io ero un po' staccato dal gruppo e avevo mal seguito il degradar della situazione. Piantai il mio interlocutore e corsi fuori. Alì stava uscendo dal portone del recinto della base e se non l'avessi rincorso e fermato se ne sarebbe tornato a casa coi propri mezzi. Sprizzava rabbia da impotenza, da mortificazione e mi ci volle un bel po' a cercar di fargli capire che non c'era cattiveria nei discorsi di quei ragazzi, ma solo una visione e una valutazione differente di certi aspetti della vita, un approccio in un certo senso ironico verso problemi che il musulmano affronta con una filosofia diversa, consona alla propria cultura ed educazione. E poi, ammisi, le preclusioni che il musulmano ha nei confronti dell'alcol sono giustificate perché senza il suo effetto quei ragazzi non si sarebbero certo lasciati andare nel mancargli di rispetto. Riuscii a calmarlo se non a convincerlo, ma chiese di partire subito, di non fermarci a dormir lì com'era in programma. Pernottammo pochi kilometri più in là sulla sabbia che, mossa dalla brezza, s'infilava dovunque. Il racconto di un suo incontro con una vipera cornuta, una specie di crotalo del deserto omanita, non contribuì a tranquillizzare il sonno. Mi svegliai spesso, seguendo a tratti l'arco celeste di Orione, mentre sentivo anche Alì agitarsi nervoso.
All'alba ci rendemmo conto d'esser nei pressi di una vasta e stupenda oasi incuneata nelle alte dune delle sabbie Wahìba. Era il villaggio di Hawìya e vi si praticava ancora il trattamento dei datteri col metodo tradizionale nelle tarkbe, costruzioni in sarùj dove i frutti venivano bolliti, asciugati e impacchettati. Ci arrampicammo a fatica su una duna per fotografare l'oasi dall'alto e poi ci buttammo giù provocando una slavina di sabbia. Alì sembrava aver dimenticato l'incidente della sera prima. A momenti lo vedevo serio e pensieroso, ma si ricomponeva subito se si sentiva osservato.
Riprendemmo la nostra strada verso la costa percorrendo il perimetro nord delle incombenti sabbie, ocra brillante qua, rosseggianti là. C'infilammo in un wàdi piuttosto accidentato, incrociando spesso dei camioncini Toyota con grossi cassoni frigoriferi carichi di pesce che a velocità incredibile veniva portato verso l'interno del paese e servito fritto sotto un cumulo di riso nei ristoranti pachistani. Arrivammo al mare e c'insabbiammo immediatamente a pochi metri dalla battigia. La spinta d'un paio di pescatori ci evitò di dover trafficare subito con pale e piastre da sabbia.
Prendemmo lungo il bagnasciuga verso sud. I delfini saltavano un po' al largo. Spesso s'incontravano le carcasse putrefatte di quelli che s'erano arenati e i gusci di enormi testuggini capovolte dai pescatori. Inutile vendetta per i danni provocati alle loro reti. Di quando in quando il nostro passaggio faceva alzare stormi di gabbiani, di anitre selvatiche e qualche trampoliere. Piccoli gruppi di pescatori intenti a tagliar e a pulir squaletti alzavano la testa al passaggio della Land e ci salutavano. Essi non erano stati toccati dalla fortuna dei loro colleghi dei centri marittimi più grossi dove le imbarcazioni giapponesi in vetroresina e i motori Yamaha avevano soppiantato le imbarcazioni tradizionali. Qui si pescava ancora con il sambùq, piccola barca in fasce di legno tenute da fibre vegetali, e con la shàsha, costituita da un grosso fascio di tali fibre legate a prua e a poppa, su cui due persone ci stavano appena. Cercando di superare una roccia che finiva in mare ci allontanammo un po' dall'acqua, e c'insabbiammo. Piastre in azione, palate di sabbia, e dopo un buon quarto d'ora potemmo ripartire. Ci successe altre volte e sempre Alì si prodigò con la pala, le spinte, dando prova di saperci fare. Ad un certo momento sgonfiò quasi del tutto i pneumatici, allargando i battistrada che in tal modo facevano maggior presa sulla sabbia. Filammo per un centinaio di kilometri, finché un alto sperone di roccia sulla riva, assieme all'alta marea, ci convinse a tornare. Era quasi notte e ci fermammo poco dopo. Cenammo con formaggio di capra, pane indiano e mele. Rimediammo della legna e ci preparammo un tè. E rivedemmo Orione, notturno vigile di quel caldo inverno omanita. Dormimmo "con le palpebre strette e i pugni chiusi" come diceva Alì, cioè bene. Ripartimmo di buon'ora e il ritorno ad Adam fu senza storia.
Prima di tornare a Salàla, al suo lavoro, Alì doveva sistemar qualcosa in casa. Io avevo da fare a Màsqat. Ci lasciammo d'accordo che sarei tornato ad Adam per salutarlo prima della sua partenza.
Ebbi una settimana piuttosto piena e pensai ad Alì solo il tempo di fargli stampare alcune foto che m'aveva chiesto. Sarebbe partito di sabato, io pensavo di andar da lui il venerdì, giorno festivo. Il giovedì ricevetti una lettera su carta intestata dell'wàli di Adam:

Nel nome di Allàh Clemente Misericordioso

Stimato Signore,
saluti arabi e rispetto.

Considerata l'amicizia da lei nutrita per il signor Alì Albusaìdi è mio doloroso dovere informarla che detto signore ha concluso la sua esistenza terrena tornando nella pace di Allàh in circostanze tanto tristi quanto poco chiare. Che Allàh ne abbia misericordia.

Con sincerità e considerazione.

Mohammed bin Soleimàn al-Tai
Wàli di Adam


Alì Albusaìdi sognava Aisha. Da quando l'aveva vista per un istante a casa di Sulàyem el-Hàrthi e lei l'aveva guardato un attimo più del dovuto coi suoi grandi occhi neri di gazzella. La sognava e la voleva. Era la prima volta che provava un tal sentimento, fatale per il suo senno.
Aveva cominciato a frequentare la casa di Sulàyem nella speranza di veder la ragazza, ma accadeva raramente essendo l'evento legato al caso. Terminato quel periodo di riposo era ripartito per Salàla. Ma non cessava di sognare Aisha. E quando l'immagine di Suàd interferiva nel suo sogno, l'allontanava infastidito. Era ormai all'ossessione. Immaginava di parlarne con Sulàyem, no, col fratello, padre di Aisha, per chiederla in moglie. Il pensiero della reazione di Suàd gli guastava la fantasia. Senza contare che la poligamia era ormai mal accettata nel suo ambiente. Roba da beduini!
Era tornato in riposo. Girava spesso col motorino nel quartiere, ma non gli riusciva d'incontrare Aisha, anche solo per vederla un momento. C'era riuscito fortunosamente con me, con la scusa della lettura delle iscrizioni, riuscendo a starle vicino per un tempo insperato. La più dolce mezz'ora della sua vita in cui tutto il suo essere pulsava messaggi che solo la ragazza poteva recepire. Poi il distacco. Doloroso perché sentito definitivo.
Una settimana dopo Alì lavorava a casa, ma la mente era da Aisha. Approfittò dell'assenza momentanea di Suàd per prendere il motorino e girare nei pressi della casa di Sulàyem el-Hàrthi. Vide Aisha passare. Le si avvicinò a piedi. Come lo scorse sbiancò. Accelerò il passo. La rincorse e lei sussurrò:
- Vattene!
- Devo parlarti.
- Vattene! Ho paura!
- Devo assolutamente parlarti.
- Se ti vedono i miei sono guai.
- Non m'importa! Voglio parlarti!
Aisha rallentò...

Quella sera Orione s'alzò a caccia come di consueto, seguito a breve distanza da Sirio. Presso un'acacia appena fuori Adam gli occhi di Alì lo guardavano, ma non lo vedevano. Non lo vedevano neppure i grandi occhi neri di Aisha, lì accanto. Il sangue dei due era colato unendosi nello stesso solco del terreno, mentre Sulàyem el-Hàrthi compiva la sua quinta preghiera della giornata.



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