FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL SECONDO ADDIO

Samuele Scettri




Mi concessi una scusa. Pensai che ne avevo bisogno, visto che ero stato io a mettere la parola "forever" a suggello del primo addio. E visto che ero sempre io a far finta di niente, mentre componevo il suo numero di telefono. Sapevo anche che avebbe risposto lei.
Quello che non sapevo è che saremmo stati tre ore e ventun minuti al telefono a riproporre i soliti temi: non so cosa voglio, quello che voglio non equivale a quello che DEVO fare, io devo fare ciò che è meglio, non rendermi le cose difficili, tu che farai poi, cosa succederà domani...
Mentre si agganciava la linea ed il suo telefono iniziava a squillare, fui colto dal classico momento di emozione. Tra un secondo avrei sentito la sua voce.
La sentii.
Ostentai la più grande faccia di culo che la mia nutrita carriera ricordasse, e salutai con un fare cordiale e vago. Dissi che chiamavo per salutare la famiglia. Pinocchio si ribaltò nella tomba: sì, era morto anche lui. Lei mi chiese subito come stavo, ed io cedetti in un nanosecondo: confessai tutto, confessai che mi mancava da morire, che il viaggio di ritorno era stato una discesa nell'Ade, che stavo tentando di superare il mio record e pensare a lei 1441 minuti al giorno ma mi riusciva difficile, che per una settimana avevo pianto tutte le sere, appena spenta la luce per andare a dormire.
Devo aggiungere che l'esperienza di piangere per dolore non figurava nel mio curriculum di uomo "maturo". Era qualcosa che lasciavo ad isterismi che non mi appartenevano, qualcosa che ritenevo assolutamente inutile. Poi era capitato anche a me, e con grande sorpresa mi accorsi che piangere è DAVVERO inutile. Avevo pianto in media mezz'ora a notte e lei non aveva chiamato, né scritto, né era comparsa accanto a me. Eccetto fumare, non ricordavo qualcosa di più superfluo da fare.
Al telefono c'erano lunghissimi silenzi - ci credo, tre ore attaccati alla cornetta non sono facili da reggere senza pause...
Forse il momento che non avrebbe dovuto arrivare era quello in cui lei disse che avrebbe avuto una settimana di ferie, alla fine del mese. Senza che potessi mimimanente oppormi, "io" aveva già colto la palla al balzo, ed aveva organizzato un grande meeting amoroso a Praga.
Fu, a parte gli appuntamenti, una telefonata stupenda. Ridemmo e scherzammo, e ci dicemmo che eravamo due stronzi, mentre lei ripeteva all'infinito "I am a woman". Ci tendemmo tutti i tranelli che la seduzione ci permetteva, osammo dirci in faccia verità eclatanti. Ci ascoltammo a vicenda perché l'emozione delle nostre voci era incontenibile. Decisi che ci saremmo visti. Le dissi che doveva decidere subito, che se avesse chiuso senza prendere una decisione, quando ci saremmo risentiti lei avrebbe detto di no, e questa volta sarebbe stato davvero "forever".
Restammo che avrei richiamato io due giorni dopo, alle sette.
Fu nelle 48 ore successive che commisi il più grande errore: ci credetti davvero.
Mi viene in mente una persona molto cara, con cui andai al cinema a vedere Forrest Gump. Quando ci fu la scena in cui lui e Jenny vanno a letto insieme e poi lei va via mentre lui dorme, questa persona mi lesse in viso e disse "ci hai creduto anche questa volta. Sei l'unico che ci crede ancora, e non cambierai mai."
Presi informazioni a morire, sapevo tutto su Praga, avrei dormito anche nelle fogne per risparmiare. Ero felice ed ebete oltre misura, e dormii pochissimo.
Poi furono le sette.
Fu sufficiente il tono del suo "hello". Avrei dovuto saperlo. Ci mettemmo appena un'ora a ripetere tutte le cazzate della volta precedente. Però lei mi disse che nei due giorni trascorsi aveva pensato che per lei sarebbe stato meglio dimenticarmi, anche se non era quello che voleva. Solo che ora, parlando con me non sapeva che fare. Mi chiedeva aiuto. A me. L'unica cosa che riuscivo a pensare era che in quelle 48 ore io cercavo di farla rientrare nella mia vita, lei di farmi uscire dalla sua. Le dissi di farla finita, riomologando un'espressione da spaghetti western. Disse che DOVEVA. Mi chiese che avrei fatto io. Le dissi che non lo sapevo.
Mentii. Sapevo esattamente che sarei corso a scrivere, per poter dire in qualche modo che mi sarebbe mancata, che nonostante tutto credevo ancora che lei fosse speciale, nonostante ci stessimo infliggendo il secondo addio.


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