FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ACCANTO AL FUOCO

Martino da Spiano




I Volume
Fatti e fantasie lungo la vita di un sessantacinquenne


INTRODUZIONE

Ho sottoposto ACCANTO AL FUOCO di Martino da Spiano alla mia consueta prova, allorché sono chiamata a dare un parere su di un libro: se lo leggo più volte, se le emozioni che sento durante la lettura mi fanno vibrare l'anima, se la voglia di parlarne agli alunni è tanta, il giudizio è positivo.
Questi racconti mi hanno avvinto anzitutto per lo sfolgorio di immagini e di fantasia: quei personaggi dalle caratteristiche più variegate che si muovono, si agitano, vivono, muoiono, quegl'interventi continui di narratori, i più svariati, questo irrompere incessante dell'ultranaturale danno la sensazione di una giostra coreografica affascinante, attorno a cui corrono i nomi di mille persone evocate a testimoniare l'evento che l'autore ha scelto di narrare. Alla prima lettura sembrano eccessivi certi elenchi di nomi, poi si nota come dietro al nome di una persona c'é il correre e il rotolare della vita e del ricordo. Ho molto apprezzato l'uso smaliziato del fulmen in clausula in alcuni racconti, mentre in altri l'autore preferisce far defluire l'azione quasi come lo scorrere lento dell'acqua in un fiume non torrenziale che va a concludersi nel gran mare dell'esistere e del morire..
Mi sembra abbastanza riuscito anche il tentativo di calare il linguaggio nella personalita' degli attori, riservandosi certe finezze idiomatiche solo dove è chiaro che a parlare è l'autore. L'uso di espressioni dialettali e latine è sempre molto pesato senza necessitare il fastidio di note e la interruzione della lettura.
Questo libro ripropone il gusto del raccontare all'italiana, senza tanti fronzoli gergali e tante insistenze psicologiche puramente descrittive, ma andando, con potere di notevole immediatezza conclusiva verso la costruzione del castello narrativo.
Valle S.Giovanni, 4 gennaio 1996
Titina Di Bernardo


GLI ASSASSINI DI SPIANO

Per me sarà decisamente difficile cancellare dalla memoria quel San Giuseppe del 1942. Mi ero ammalato di scabbia o, come si diceva lì, di rogna.
Ero ancora lontano dal divenire il barzellettista che sono. Oggi avrei sdrammatizzato con il fatto dei tre militari - un capitano, un tenente e un fante - tutti e tre ammalati della stessa malattia; sul letto del capitano ci avevano scritto: prurito cutaneo, su quello del tenente: scabbia e su quello del fante: rogna.
Allora, invece, si diceva, per indicare un gruppo di gente perversa: il più pulito ha la rogna.
Quando mi accorsi di essere stato colpito da questo acaro, mi sembrò di impazzire; l'aveva contratto mio fratello dormendo con un reduce dal servizio militare, durante la guerra.
La cura consisteva nel fare un bagno e poi cospargersi con un unguento a base di zolfo per alcuni giorni.
Mio padre aveva finito di ungermi, dopo il bagno, e mi ero messo a letto, quando sentimmo degli spari. A Spiano - un piccolo centro di poche centinaia di abitanti, tutti pacifici - a memoria d'uomo non era successo che uno sparasse ad un uomo per ammazzarlo. Solo zio Oreste ogni tanto provava le sue cartucce da caccia per vedere se erano azzeccate nel dosaggio; ed era un avvenimento, quando faceva mettere a cento passi una tavola, poi vi sparava un colpo e bisognava contare i pallini che si erano infissi nel legno e vedere se la rosata era regolare. Se i pallini si ammucchiavano a gruppi, la dose di polvere era forte.
Comunque, il tutto avveniva di giorno. Un colpo di notte non si era mai sentito in paese. In quel periodo solo nelle campagne i bracconieri tiravano alla lepre di sera tra il lusco e il brusco, e, se c'era la luna, anche di notte: si trattava di campare e i cacciatori che riuscivano in questa impresa erano l'ammirazione di noi ragazzi.
Gabriele, che aveva riportato nella prima guerra mondiale l'amputazione della gamba, si faceva portare da Aladino la copertura - la paiaretta la dicevamo - per non farsi notare dalla lepre e, quando tirava il colpo, subito dal paese partiva chi lo andava a riprendere con la lepre infallibilmente guadagnata alla fama e alla fame della famiglia.
I colpi di quella sera impressionarono tutti.
Dopo un po' arrivò la notizia ferale: erano stati uccisi due uomini, onesti lavoratori, indefessi nel procurarsi i mezzi per aumentare il tono economico della famiglia: Nicola e Alfredo.
Da tempo, a Spiano, si diceva che, attraverso la vendita di derrate alimentari i due erano riusciti a fare molti soldi. Mercato nero lo chiamavano, ma si trattava di un comunissimo commercio che rispondeva alla legge della domanda e dell'offerta. A Teramo c'era gente piena di soldi fino al collo, ma non avevano pane, patate, frutta, verdura, olio. Nei paesi bastava sacrificarsi un po' e si riusciva a vendere quel che avanzava.
Da Spiano partivano continuamente persone che portavano ai mercati tutto quello che si poteva togliere alla fame della famiglia e tornavano con un po' di soldi.
Questo lavoro, assiduo e incessante, non datava solo dalla guerra.
Da tanti anni da Spiano partivano i contadini con la frutta che andavano a vendere nelle montagne intorno a Montorio. Pietracamela, Amatrice, Ortolano erano i nomi più ricorrenti. Qualche volta riferivano di aver riportato dieci lire, ora meno ora più, ed erano comunque somme che permettevano alla famiglia di comprare le scarpe, i vestiti e tutto quello che un ménage familiare poteva comportare, giacché dal lavoro dei campi ci uscivano solo il pranzo e la cena, quando ci uscivano.
La guerra aveva portato la possibilità di arricchire e i due fratelli, che non dormivano per lavorare, avevano colto il momento buono.
In paese si parlava, ingigantendo, sempre più dei tanti soldi che dovevano avere e la notizia si era diffusa.
Appena fu scuro, in famiglia si stava recitando il rosario prima di andare a dormire, bussarono alla porta due tedeschi.
" Noi dovere vedere vostra casa perché qui si nascondere ribelli. "
" Qui non c'è nessuno e potete vedere quanto vi pare" risposero i familiari in coro. Allora i due cominciarono a girare per le stanze e a guardare negli stipi, nei comò, sotto ai letti, finché trovarono una cassa: era piena di soldi; grossi fogli di carta che il governo durante i primi tempi delle operazioni di belligeranza aveva stampato senza eccessive difficoltà e senza preoccuparsi di verificare le riserve auree.
Quando i sedicenti tedeschi videro il malloppo lo afferrarono e fuggirono, ma i due fratelli avevano capito benissimo che si trattava di ladri e tentarono di fermarli, invocando a gran voce aiuto e afferrando per le giacche quelli che scappavano con i soldi e gridando a gran voce "vi abbiamo riconosciuto, vi abbiamo riconosciuto!". Vistosi persi, i ladri estrassero le pistole e fulminarono i fratelli, che caddero lungo la strada che porta verso il fosso di Bagno.
Alfredo morì forse per la paura; Lina, non molto tempo fa, ancora ricordava che, sollevando il cadavere, non vi si vedeva segno di sangue; Nicola, invece, era una maschera deturpata dal colpo e dal sangue.
Il grande dolore di quel funerale mi è rimasto scolpito nel cuore. Alfredo aveva sei figli e il più grande aveva dodici anni come me.
C'era usanza che, dopo il seppellimento, si andasse a mangiare a casa del morto. I parenti più stretti provvedevano a portare già cucinato. Il piatto essenziale erano spaghetti al sugo.
Oggi sembra strana e irrispettosa anche a me un'usanza del genere, eppure, in tempo di fame, dar da mangiare agli affamati era veramente un'opera di misericordia che onorava e suffragava le anime dei morti.
Quel giorno, a dire la grande partecipazione al dolore, eravamo tanti in quella famiglia che mancarono le forchette. Fu apprezzata l'idea di chi, tagliando dei rametti di ulivo, pensò di approntare tutte le forchette necessarie.
Quando si fece la causa, gli investigatori non erano approdati a niente. I due tedeschi, che nessuno aveva mai creduto veri tedeschi, si erano dissolti nel nulla.
Nel vicino paese di Frondarola c'erano persone di cui si poteva sospettare, ma testimonianze vere e proprie non ce ne furono. I giudici dovettero archiviare.
Ma i due assassini non erano tranquilli.
Non avevano usato che in minima parte i soldi, tanto più che nel frattempo erano venuti gli Americani e avevano stampato le Amlire. Ora presentare molte carte-valore dell'anteguerra significava attirare su di sé l'attenzione e farsi scoprire.
Dei due, Giovanni era il più audace e aveva utilizzato abbastanza i soldi. Guerino era un tipo chiuso, pieno di problemi e di angosce. Da qualche tempo si svegliava di notte e vedeva i due agonizzanti che cadevano per terra in un lago di sangue.
Qualche volta ne parlò anche con Giovanni che lo derise e lo chiamò donnicciola.
Giovanni aveva, più volte, preso parte ad azioni delinquenziali, era stato in carcere, aveva partecipato a risse fino al sangue. Aveva comunque paura che Guerino si tradisse e cercava di prenderlo con le buone.
Il giorno in cui Guerino gli disse che voleva andare al cimitero per vedere come i due erano stati seppelliti, Giovanni ebbe paura: ora Guerino cominciava ad esagerare.
Una volta vicino alla fontana di Frondarola, Guerino chiamò Giovanni e gli disse che da una settimana sognava i fratelli uccisi i quali, in coro, gli rimproveravano il delitto e gli mostravano il sangue che usciva dalle ferite: gli era quasi venuta l'idea di andare a Teramo, al convento della Madonna delle Grazie, per confessarsi. Giovanni fece sfoggio di tutta la sua arte persuasoria per dirgli che era sciocco questo modo di pensare e che non doveva assolutamente confessarsi, perché non si poteva mai sapere. Erano passati quattro anni dal delitto, meglio di così non poteva andare.
Una sera, sul tardi, Guerino partì da Frondarola e si avviò verso Rocciano: doveva vedere Saverio, che gli stava preparando un bidente più inclinato per zappare sui cigli delle strade. Quando passò davanti al cimitero pensò di entrare un momento. Era ancora giorno ed egli non faticò a individuare i due sepolcri dei fratelli di Spiano. Ci avevano messo anche le foto e lui si fermò a lungo a guardarli. Ora gli sembrava che stessero guardando tutti e due verso di lui. Si spostò in un'altra parte del cimitero, ma, appena si volse verso le tombe, si accorse che gli occhi delle due foto si muovevano per seguirlo passo passo. Volle uscire; mentre era vicino al cancello guardò di nuovo verso le tombe e vide che i fratelli, dalle lapidi, lo stavano ancora guardando ed agitavano, in segno di minaccia, quattro mani che grondavano sangue. Tutto il cielo del cimitero diventava intanto color sangue e un'onda sanguigna lo stava soffocando. Con uno sforzo sovrumano riuscì ad uscire fuori, dove, della visione spaventosa, rimaneva solo un cielo fosco, le tenebre che lo fasciavano e un tremore alle gambe che lo costringeva a camminare a passi lenti e forzati.
Anziché andare a Rocciano tornò a Frondarola e andò a bussare alla porta di Giovanni. Questi si affacciò dalla finestra, poi scese e, dinanzi al portone, lo guardò da vicino e vide che Guerino aveva gli occhi spiritati. Dopo il racconto dell'amico concluse: "Vatti a dormire, domani ci andiamo insieme e ti faccio vedere che lì non c'è proprio niente."
Potevano essere le dieci del mattino, quando Giovanni, tornato in fretta da Teramo, aveva chiamato Guerino per potarlo al cimitero e fargli vedere che si stava sbagliando e che la visione se l'era sognata.
Avevano preso una via di campagna per non farsi vedere, avrebbero attraversato la provinciale all'altezza del ponticello e poi avrebbero ripreso a camminare per la strada di campagna fino al cimitero.
Mentre salivano sulla via grande, a circa cento metri, scorsero due carabinieri a cavallo, che si dirigevano verso Montorio. Guerino era già sulla strada, Giovanni si stava allora affacciando, quando vide che Guerino, terrorizzato, si era dato a scappare; non fece in tempo a parlargli, a chiamarlo; credette che il meglio era che pure lui fuggisse. I carabinieri capirono che i due dovevano nascondere qualche cosa; spronarono i cavalli e in pochi passi furono addosso ai fuggitivi.
Il primo a fermarsi e a consegnarsi fu Guerino, che tentò di dire che scappava perché s'era impaurito. I due carabinieri li ammanettarono e li portarono alla caserma di Montorio.
Il Pretore non dovette fare alcuno sforzo per far emergere la verità. Interrogò per prima Guerino e, con un trucchetto vecchio, che per gli investigatori è un passaggio elementare, gli disse: "Giovanni ha confessato e ora sappiamo tutto: abbiamo appurato anche che il primo a sparare sei stato tu.".
Guerino si fece rosso come la brace, cominciò a balbettare e in preda alla rabbia ammise tutto e aggiunse " a sparare per primo è stato proprio Giovanni; io non avrei mai avuto il coraggio di uccidere un cristiano; fu lui a convincermi di partecipare alla bella impresa; da quel giorno non ho avuto più pace".
Il giorno dopo i giornali titolavano " Gli omicidi di Spiano: i nomi e i fatti".


GESUALDO SENZA NASO

Dai racconti di mamma Sofia.
La strada che va da Spiano alle Masserie ad un tratto cammina per una campagna incolta e attraversa un fosso. Più che un fosso è un tracciato di torrentello che porta acqua nei periodi piovosi.
Lungo la strada si vedeva, e forse si vede, una grossa pietra. Si diceva che lì sorgesse la vecchia chiesa di Spiano, quando esso era un bel centro con diverse centinaia di abitanti. Anche i libri di storia la ricordano quella Chiesa. " S.Maria ad balneum" dice il Palma a pag. 160.
Mamma Sofia ricordava e raccontava la storia della pietra di S.Maria a Bagno. La grande pietra - diceva - custodisce sotto di sé un enorme tesoro, ma tutti quelli che hanno provato ad impossessarsene hanno fatto una brutta fine.
A Spiano Gesualdo era un personaggio famoso, anche se tristemente famoso. Era un nevrotico, sempre con le bestemmie, le più volgari, in bocca. Andava in chiesa a Pasqua e Natale, perché ci andavano tutti, ma se qualcosa non gli quadrava, era capace di bestemmiare anche nel luogo sacro.
Viveva solo. Nessuno a Spiano sapeva come era fatta la casa, perché lui non ci voleva nessuno. Quando la sera gli spianesi si sedevano accanto alla fonte a raccontare, lui non partecipava; si limitava ad accennare un ghigno, che voleva dire sorriso di fronte alle battute dei comici del paese. E ce n'erano di comici che ai racconti della guerra del 15 o a quella d'Africa intervenivano puntualizzando, ammiccando, equivocando e provocando sonore risate. Tutti ricordavano quando avevano partecipato alle varie guerre: Lorenzo parlava dell'impacco di tintura di iodio che lo aveva fatto urlare per tre notti consecutive. Achille raccontava della trincea, nella quale era rimasto con tre compagni morti, per due giorni.
Poi si parlava delle campagne, dell'annata, dei raccolti. Li vedevi quei biondi campi di grano della Fratta, delle Coste, della Pacina, delle Casette muoversi, crescere, indorarsi ai loro discorsi.
L'erba medica e la lupinella che veniva su così a stento, il fieno andato a male per l'eccessiva pioggia, la paglia che s'era bruciata senza il fiammifero, ma per il troppo caldo.
Gesualdo rimaneva impassibile, guardava un punto fisso per terra, poi si alzava e non salutava. A chi gli diceva " te ne vai?", rispondeva con un grugnito che voleva dire " si ".
Quella sera il vecchio Carminuccio aveva ripreso il discorso del tesoro di Santa Maria. Egli ricordava i fatti più recenti, avvenuti quando era bambino. Uno di Collevecchio, mentre scavava attorno alla grossa pietra, si era inabissato insieme con l'asino. I parenti avevano ritrovato sul terreno solo la pipa di terracotta, con la cannuccia di sambuco.
Carminuccio conosceva il figlio di quello di Frondarola, che, quando si mise a scavare, la vanga toccò un punto della pietra e provocò una fiammata che lo accecò, e visse cieco, girando per il paese e lamentandosi giorno e notte. Ma il racconto più impressionante era quello del vecchio di Rapino, il quale, mentre scavava, vide affacciare sul terreno un corno. Egli credette che si trattasse di un corno che qualche anziano bue, mentre arava, aveva perso; volle prenderlo, ma si accorse che il corno era lungo e non finiva mai. Forse era uscito da terra di oltre dieci metri e ancora non accennava a finire. Emise un grido altissimo e rimase con la bocca spalancata senza poterla chiudere. Così lo trovarono alcuni passanti che lo portarono di peso a casa. Visse ancora alcuni mesi senza poter chiudere la bocca neanche per mangiare o bere..
Man mano che Carminuccio raccontava e la gente si faceva sospesa e impaurita, Gesualdo, ad ogni aneddoto ghignava, per significare la sua incredulità. Alla fine sbottò: " Non so se sono più fessi quelli che li raccontano o quelli che che ci credono".
Carminuccio non ci provò neanche ad offendersi.
Di Gesualdo si raccontava che un giorno stava prendendo dei fichi sulla pianta di uno di Spiano. Il padrone lo sorprese e tentò di rimproverarlo. Gesualdo, mentre mangiava un fico, ne aveva altri tre in mano; il padrone si avvicinò minaccioso, ma egli lo prese per i capelli di dietro al capo, gli piegò il viso verso l'alto, poi gl'intimò di aprire la bocca; gli c'infilò i tre fichi quasi soffocandolo, poi se ne andò.
Riguardo alla sua forza raccontavano del giorno in cui aveva buttato a terra il suo mulo prendendolo per il collo. " Mi puoi vincere per sentimento, ma non per forza", avrebbe esclamato.
E poi, quando segò la quercia grande, siccome nessuno lo aiutava, - anche perché non avrebbe mai chiesto aiuto - aveva messo in bilico il tronco, aveva legato un grosso masso da una parte del segone e dall'altra c'era lui. Quando tirava in alto, trascinava il masso in salita, poi lasciava il tiro e il grosso masso, rotolando in discesa, sosteneva la parte dell'altro taglialegna.
Una sera, in un momento di pausa degli incontri alla fontana, Gesualdo disse a Carminuccio " chi altro c'è andato al tesoro di Bagno?".
Fece impressione alla gente sentire la voce di Gesualdo, che parlava tanto di rado da sembrare muto. Carminuccio si sentì lusingato e pensò di rifilare agli ascoltatori diversi altri racconti, finendo con quel tale di Rocciano che, mentre scavava, vide un pezzo di corda; la raccolse; la corda diventava sempre più lunga e finiva in un cappio. Il tizio salì su un albero vicino, legò la corda ad un ramo, si mise il nodo scorsoio sul collo e si buttò giù. La gente lo trovò morto impiccato con i piedi poggiati sulla fossa che aveva scavato. Quando tagliarono la corda per posarlo in piano, la terrà si aprì e lo ingoiò senza che nessuno degli astanti potesse fermarlo. Poi sulla fossa si vide un gatto nero, che ci rimase per diversi giorni.
Per quella sera la riunione si chiuse così, col solito ghigno di Gesualdo. Molti però lo avevano sentito mormorare: "questa storia domani la chiudo io!"
La mattina passò alla piazzetta della fonte con il suo mulo - Murit si chiamava, perché moro, o perché, come dicevano lì, nero come l'anima di Gesualdo. Si fermò, abbeverò, poi si rimise in cammino.
Anche mamma Sofia ricordava di aver visto che sul mulo portava una vanga, una corda e un grosso sacco. Gli arnesi non erano adatti ai lavori di campagna di quel periodo. Molti ripensarono che la sera precedente Gesualdo aveva promesso di scavare il tesoro di Santa Maria a Bagno.
Ci fu chi commentò che forse lui ci poteva riuscire, data la sua inequivocabile parentela con Satanasso.
Gesualdo arrivò al bivio di Monaco, prese la stretta viuzza delle Masserie e s'incamminò verso Bagno. Posò gli attrezzi per terra, poi andò a legare il mulo alla quercia. Tornò accanto alla pietra e prese in mano la vanga. Si sputò fra le palme con un gesto che, per il contadino di Spiano e forse dappertutto, è ben augurale: vuol dire "coraggio, mi impegno, andrà bene".
Alle prime vangate la terra volava per aria che era una bellezza. Gesualdo ripensava alle storie raccontate e le trovava sempre più ridicole. Alla luce del sole, con quel sasso davanti, con la solitudine che regnava intorno, gli sembrava impossibile anche che le avessero inventate quelle storie. Gli sembravano tanto sciocche che, ad un certo punto, si sentì un po' ridicolo ad averci sprecato una giornata di lavoro per confutarle. Intanto il lavoro proseguiva con lena, intorno al sasso si era fatto un buco di quasi un metro di profondità. Chi sa perché quel sasso era lì, così ben squadrato, abbandonato nell'aperta campagna.
Ad un certo punto pensò che un po' di riposo ci potesse andar bene e, mentre si appoggiava alla vanga e decideva dove andare a passare una mezzoretta steso sull'erba, vide da lontano un uomo che si avvicinava.
Si sentì un po' a disagio; avrebbe dovuto spiegare la stoltezza di quell'iniziativa. Stava quasi pensando di dire al forestiero una bugia... che era mandato lì da qualche ente statale che voleva sapere quanto era grosso il masso.
Ma il forestiero ormai era lì vicino e conveniva attendere, se volesse dire qualche cosa. Il forestiero alto, aitante, con la camicia bianca, la giacca a coda di rondine e la lente all'occhio, si fermò e, con voce autorevole ed amichevole, disse:" Gesualdo, dammi una pizzicata":
Per chi non è pratico, ci vorranno delle spiegazioni. All'epoca, ma l'usanza arrivò molto vicino a noi, (mi pare che la scomparsa del tabacco da naso si sia registrata dopo la seconda guerra mondiale) non c'era persona, nobile, plebea, giovane, vecchia che non portasse in tasca una tabacchiera, dentro cui veniva conservata una polvere finissima di tabacco da naso. Era costume offrire una presa e richiederla come indice di amicizia, di rispetto, di affetto. Si aspirava profondamente dalle due narici e il tabacco dava un pizzicorino di indicibile piacere. Alle volte la presa era un mezzo di approccio per qualsiasi discorso.
Gesualdo aveva posato la giacca con la tabacchiera sotto la quercia, vi si diresse deciso, prese la tabacchiera e tornò vicino al forestiero, che impassibile stava aspettando.
Aprì la tabacchiera e la porse, come era correttezza, aperta al forestiero, perché se ne servisse. L'uomo, ora, con le mani lunghe e affusolate, gli sembrava un direttore d'orchestra, allungò la mano, protese il pollice e l'indice verso la tabacchiera, ma, mentre si avvicinava, bloccò la mano e si allungarono le unghie paurosamente. A Gesualdo parvero unghie di mezzo metro; a contatto con la tabacchiera, le unghie del forestiero aspirarono tutto il tabacco che c'era e la tabacchiera restò vuota, pulita.
Gesualdo lasciò tutto lì, prese il mulo, ci salì a cavallo, si portò a casa e si chiuse dentro. Per Spiano non lo si vide più. Dopo tre giorni la gente si allarmò ed avvertì i carabinieri. Lo trovarono disteso morto in mezzo al corridoio; i topi gli avevano divorato il naso.Da allora, con un senso di infinito terrore e mistero, a Spiano si è sempre parlato di Gesualdo senza naso.


SPIRITISMO IN ALTA MONTAGNA

Molta gente crede che quello della monaca di Monza sia un episodio da relegarsi in secoli tanto lontani da noi. Capitava, invece, fino ad anni or sono - forse la cosa è completamente finita con gli sviluppi della società dopo la seconda guerra mondiale - che in qualche famiglia si decidesse - inaudita et altera parte - di destinare al sacerdozio dei figli, per gli evidenti vantaggi economici e sociali che ne potevano derivare alla famiglia stessa. Intanto in Seminario si poteva studiare, quando era difficile che altrove si potesse andare oltre la quinta elementare; poi, ad un sacerdote veniva, prima o poi, assegnato un beneficio, che in genere consisteva in terreni, quando la terra manteneva il suo prestigio di fertilis contro la pecunia sterilis. Ma, in modo particolare, la presenza del prete in famiglia portava una promozione sociale di alto riguardo. Si sussurrava anche ai tempi miei l'adagio nato da quelle convinzioni "beata quella casa dove si trova una chierica rasa".
Naturalmente, a volte, non era d'accordo su quelle decisioni proprio l'interessato. I motivi potevano essere diversi, ma quello che li sostanziava un po' tutti era la rinuncia all'amore e alla famiglia. Il giovane non si pone nemmeno la pallida idea che anche un prete - in via irregolare e con una doppiezza fastidiosa - possa avere rapporti affettivi e sessuali. E' istintiva nel giovane la ripugnanza alla falsità in campo affettivo. Il suo amore, anche se pudico e tendente al nascondimento, deve essere una cosa pulita. A sedici anni o giù di lì nascono i primi innamoramenti, tanto più forti, quanto più ingenui e idealizzati e si decide di lasciare il seminario. Da lì le ire di chi aveva riposto le sue speranze nel futuro prete di famiglia. Non sono infrequenti i casi di genitori che, dalla secolarizzazione del figlio già chierico, hanno riportato dolori e delusioni culminati con l'infarto e la morte.
Cesarino frequentava la seconda teologia. Fra due anni avrebbe cantato messa. Tutta la contrada di Aquiro era in frenetica attesa. Papà Augusto aveva cominciato da tempo a mettere da parte il vino delle migliori annate e, a tutti i visitatori della sua cantina, mostrava le bottiglie, pronte per essere portate in tavola fra due anni.
La zia Rosalia aveva ripreso con febbrile attività i suoi lavori all'uncinetto, perché, sull'altare della prima messa di don Cesarino ci doveva essere una tovaglia mai toccata da altri.
Ersilia, la sorella più anziana di 12 anni, da quando per una serie di circostanze aveva capito che sarebbe rimasta zitella, aveva iniziato a sognare il suo ruolo di sorella del prete, promossa, quindi, ai primi ranghi del paese, con una sua caratteristica dignità, che l'avrebbe affrancata dal destino di serva di casa addetta alla cura dei figli dei fratelli.
Quell'anno, il ritorno in vacanza coincise con le feste patronali di S.Antonio da Padova e S.Pasquale Baylon. In casa del parroco erano venuti i parenti di Teramo; c'era anche la bellissima Annina, la nipote del parroco, poco più che diciassettenne.
Il giovane seminarista dovette più volte andare nella casa parrocchiale, ora a rinnovare il vino delle ampolle, ora a prendere i carboni per l'incensiere, ora ad avvertire a che punto erano le funzioni, per predisporre l'avvio delle cotture dei cibi.
Aveva già visto Annina altre volte, ma in questa occasione dovette constatare che era veramente quella che si dice un fior di ragazza; gli occhi splendidi, i capelli sempre curati, i vestiti eleganti e appropriati: sembrava una pittura. La sua caratteristica più attraente era la voce; un profano l'avrebbe detta afona, invece era calda e suadente.
Partendo dal Seminario, il Padre Spirituale aveva raccomandato vivamente ai giovani seminaristi di fuggire le occasioni. Il detto scritturistico "qui amat periculum in illo peribit" era stato cotto in tutte le salse. E non era mancato l'immancabile ricordo di S.Luigi Gonzaga che, per preservare la sua castità, non aveva mai guardato in faccia una donna, compresa sua madre. Il Rettore, uomo intelligente e umorista fine, aveva spiegato che il testo evangelico " intravit in domum Zachariae et salutavit Elisabeth" era riferito alla Madonna, ma non doveva assolutamente essere applicato dai seminaristi alla casa parrocchiale, specialmente se si fosse trattato di donne giovani.
Cesarino non aveva pensato assolutamente di seguire i consigli dei superiori del seminario. Si era intrattenuto più volte a parlare con Annina dei suoi studi, delle sue compagnie teramane, delle lunghe passeggiate al viale dei tigli. Quando era venuto fuori che Cesarino era bravissimo in matematica, ché all'esame del terzo liceo aveva riportato nove e che Annina, all'Istituto Magistrale di Teramo, andava benissimo in tutte le materie, eccetto che in matematica, parve ovvio che si parlasse di qualche lezioncina estiva. Durante le lezioni, in momenti di pausa, si ragionò di letteratura, della predilezione di Annina per Dante: nel secondo magistrale si legge l'Inferno e, pertanto, si andò a finire al V canto. Si decise per una rilettura da intervallare alle lezioni aride di matematica. Quando arrivarono al "Galeotto fu il libro e chi lo scrisse" Cesarino si fece rosso come la brace, ma ebbe il coraggio di dire " o il teorema di Euclide".
Una sera, a casa, dopo la recita del Rosario, il giovane prese il coraggio a due mani e, mentre i familiari rifacevano i piani per le future feste della prima messa, disse che se ci fosse stata qualche difficoltà a diventare prete, la sua scelta si sarebbe orientata verso la laurea in medicina: così poteva aiutare i tanti vecchi di famiglia a vivere una vecchiaia serena. La frase cadde nel silenzio più assoluto. Mentre le altre sere tutti pendevano dalle labbra di Cesarino che raccontava del seminario, dei suoi studi, dei suoi compagni, ora, chi con la scusa di aver particolarmente sonno, chi perché doveva preparare i letti, chi per aiutare i nonni a salire nelle camere alte, sta il fatto che lasciarono Cesarino solo col padre.
" Se non ti farai prete io morirò di dispiacere" gli disse il sor Augusto senza tanti complimenti. " Ma io - precisò Cesarino - facevo delle ipotesi, non ho detto che non voglio fare il prete. Anzi - soggiunse quando vide il volto del padre disperato e pieno di angoscia - io sono felicissimo di stare in seminario".
La cosa per quell'anno si chiuse così.
Gli incontri con Anna, ripetuti fino alla fine di agosto, furono sempre più belli: lei che, per piacere a Cesarino, s'era messa a studiare come non aveva mai fatto, lui che contava i minuti che lo separavano dal nuovo incontro con la ragazza.
Il sedici luglio era stato il giorno da segnare nel libro. Nella casa del parroco erano partiti tutti per andare al vicino paesino di Crugnale, invitati dal parroco di lì. Don Giacomo doveva predicare, la madre di Annina era stata compagna delle elementari della sorella del prete di Crugnale. In casa, ad Aquiro, era rimasta solo Annina perché doveva fare una lezione importantissima di matematica sui criteri di uguaglianza dei triangoli: senza questi elementi era difficile capire il resto della geometria.Cesarino arrivò nella casa parrocchiale ed entrò nella cucina dove in genere si mettevano a far lezione. Annina aveva risposto "avanti" alla richiesta di "posso entrare?" e non si era girata perché intenta a versare dell'acqua in una bottiglia. Il giovane si accorse che la scollatura del vestito era decisamente più accentuata del solito. La giovane si girò verso di lui, ne avvertì il turbamento e gli disse "che hai fatto?"Il maestro di tutti i narratori, Manzoni, a questo punto avrebbe inserito quel suo "la sventurata rispose". Ben più sventurato il giovane, come vedremo, con una risposta più sentita, più profonda, più patetica, più passionale come ciascuno può immaginare. Si dissero che tutto il loro impegno da quel momento era di trovare il sistema di sposarsi, quando e come fosse stato.
In Seminario, il consigliere preferito di Cesarino era Rino, al quale aveva raccontato tutto. Rino, che non aveva ancora preso decisioni per la sua permanenza in Seminario, era abilissimo nel consigliare gli altri. Disse all'amico che l'unica via era quella di fingersi malato, accusando continuamente forti mal di testa. I Superiori lo avrebbero rimandato per un periodo a casa e, intanto, sarebbe cominciata ad entrare, nella mente della gente, l'idea che lui poteva anche non essere prete.
Lo mandarono in famiglia per un periodo di riposo.
A casa Cesarino fu molto più esplicito, tanto che una mattina scese in cucina vestito in borghese. La cosa fece molta impressione a tutti: erano abituati a vederlo con la tonaca da 9 anni. La sera disse al papà che forse non sarebbe più tornato in Seminario, avrebbe continuato a studiare a Teramo, prendendo la maturità liceale statale e poi iscrivendosi a medicina.
Il padre, con la voce rotta dal dispiacere e dalla rabbia, gli disse che, se le cose stavano così, il suo destino era segnato: per vivere avrebbe dovuto lavorare in campagna. "Anzi, soggiunse, prima cominci e meglio è per te. Da domani aiuterai i garzoni che stanno rigirando il fieno alle coste basse".
La mattina dopo, il giovane andò in campagna, mentre tutti lo guardavano con curiosità e quasi con un certo gusto di vedere umiliata quell'alterigia che avevano letto, in precedenza, nel suo modo di fare. I garzoni, interpretando la volontà paterna, gli riservarono i lavori più pesanti, al punto che, la sera, sbocconcellò un panino e si buttò sul letto, quasi distrutto.
Le giornate seguenti non furono meno drammatiche. Il lavoro era sempre più pesante, il sole sempre più cocente, il trattamento in famiglia sempre più scostante.
Appena arrivò la domenica, di mattina presto, disse che andava a Teramo. Girò a lungo intorno alla casa di Annina. La vide, alla fine, che usciva per andare a messa. Le si avvicinò, la salutò e le chiese di poterla accompagnare, ma lei rispose che le cose erano cambiate: aveva conosciuto un ragazzo di Teramo che frequentava il Conservatorio musicale e che i genitori avevano deciso di farli fidanzare per sposare appena fosse stata l'ora.
A casa Cesarino ci arrivò quasi per miracolo. Le gambe gli tremavano, non aveva mangiato, si buttò sul letto. Non aveva neanche voglia di piangere. Il suo sguardo allucinato, perso nel vuoto, vedeva una scena verso cui ormai anelava come ad un'ancora di salvezza.
Poteva essere l'una di notte quanto si alzò e prese la corda con cui doveva all'indomani legare le vacche per portarle a trainare il fieno. In camera sua, come in tutte le case, anche di benestanti, le grosse travi erano a vista.
Verso le quattro e mezzo il padre entrò nella cameretta, con l'intenzione di fargli l'estremo e più arrabbiato rimprovero. Quando lo vide pendere morto dalla trave, gettò un urlo disperato.
Dal giorno dei funerali in casa non si parlava più, si piangeva solamente. La sera i paesani si riunivano per la recita del rosario delle 15 poste, per i defunti, nella casa del morto.
Fu la ottava sera che, mentre la famiglia era raccolta per riprendere la recita privata del rosario, si sentì camminare nella cameretta soprastante. Il rumore era come di un passo pesante e cadenzato. " Chi c'è sopra?" disse il sor Augusto. Nessuno rispose, tutti sapevano che non ci poteva essere nessuno, perché per andare lassù bisognava attraversare la cucina. Zittirono tutti atterriti e, in quel silenzio sepolcrale, piombò un muggito di bue sgozzato.
Tremanti salirono sopra, ma nella cameretta non c'era nessuno.
La sera appresso, con sollievo di tutti, non successe niente. E questo per diversi giorni, ma il venerdì seguente il toro tornò a muggire come la prima volta. Attesero con disperazione il nuovo venerdì e il muggito si sentì di nuovo, più furibondo, più tragico, più agghiacciante.
Zio don Giacinto era un giovane prete e, perciò, era stato mandato in montagna a Padula dove non c'era ancora la strada.
Si scendeva da Bilanciere per un viottolo tutto pietre e dirupi. L'anno del nevone, mamma, che in quel periodo viveva con lui, ricordava la discesa da Bilanciere come una delle più grosse avventure della sua vita.
Quella sera era, appena finita la funzione in Chiesa e ci si stava preparando per cenare ed andare a letto, quando due tizi bussarono alla porta. Ci andò mamma ad aprire e disse a zio che nel salottino l'attendevano delle persone che gli dovevano parlare
" Veniamo da parte del vescovo e tu ci dovresti venire a fare gli esorcismi alla casa del sor Augusto. Sono molti giorni che questi poveracci non riescono a dormire perché il venerdì, nella cameretta che era di Cesarino, c'è un toro che urla".
Zio don Giacinto guardava muto per terra, senza risolversi a dire sì. In Seminario gli avevano parlato della grande difficoltà di chi fa un esorcismo. Il demonio può rivelare il passato dell'esorcista, e qui zio don Giacinto non aveva difficoltà: la sua vita era stata sempre serena, improntata ad una fede viva e sincera. Ma poi gli avevano detto che il demonio può apparire in forme spaventose, che si può mostrare come un cadavere che vomita veleni, che può colpire l'esorcista e che può vendicarsi nei modi più impensati. Alla fine, tuttavia, disse." va bene, domani portatemi una cavalcatura e verrò."
Era di venerdì. Il sacerdote indossò la cotta e la stola ed entrò nella cameretta, chiudendosi dietro la porta. Cominciò a leggere il Vangelo di S.Giovanni " In principio erat Verbum".
Ad un certo punto si sentì una voce cavernosa " Ti ci hanno mandato a te, che non ti posso dir niente, allora dimmi dove debbo andare".
Tremante di paura, ma con la voce forte, di chi si sente autorizzato a cose incredibili, il prete ingiunse: " andrai a Pizzo di Sevo dove non passa anima viva; dove non si sente né gallo di cantare né campane di suonare". Si udì un grido fortissimo. Quando gli astanti aprirono la porta, lo trovarono svenuto, steso sul letto. Lo fecero rinvenire con l'aceto, poi lo dovettero accompagnare a casa, perché non volle accettare niente ed era tanto stanco..
La notizia si diffuse e nessuno azzardava nemmeno le vicinanze di Pizzo di Sevo, perché il transito era assai difficoltoso e, anche nei tempi che diremmo normali, passare per Pizzo era una grossa avventura.
D'inverno, le acque, che trasudavano dalla montagna e la neve che vi si attaccava, formavano una lastra di ghiaccio a perpendicolo in una parete alta centinaia e centinaia di metri. D'estate, la roccia, resa friabile dal ghiaccio invernale, diventava ancora più pericolosa e rendeva impossibile qualsiasi appiglio per fermarsi quando si fosse scivolato.
Nel fondovalle di Pizzo di Sevo asserivano di averci visto scheletri di animali e anche di uomini. Quello era un periodo buono per la cerca dei funghi e il cugino Gennaro e don Bernardino, amici carissimi e legatissimi, si sfidavano, ricorrendo anche ai colpi bassi. In paese raccontavano che, ogni tanto, uno di loro partiva di notte e andava a informarsi presso gli amici residenti nella montagna teramana sopra Valle. Se uno trovava una zona buona, non la rivelava mai all'avversario, anzi faceva di tutto per non far capire dove sarebbe andato il giorno dopo.
La sera, alla piazza di Valle, c'era il resoconto e le immancabili polemiche.
" Quest'anno mi avvicino al quintale" " Ci comprendi anche i funghi che compri al bivio di Frondarola" " Qualcuno per aumentare la quota trovata ci mette sotto sotto anche qualche luridus" " I turini non entrano nel computo, perché io, quando vado a porcini, gli altri non li guardo".
Il cugino Gennaro quella notte maturò la grande decisione: avrebbe azzardato Pizzo di Sevo. Quando si alzò alle quattro, Dorina buon'anima gli andò a scaldare il caffè e, come fanno sempre le brave mogli, gli disse " Sta 'ttinte". Il saluto gli arrivò come una staffilata sul viso, ma ormai aveva deciso e non voleva tornare indietro. Sulla piazza c'era don Bernardino già pronto, che chiedeva un passaggio, perché la patente lui non l'aveva presa.
" Gennarino, oggi dovrebbe essere una buona giornata, ci ho messo di mezzo pure nostro Signore: gli ho chiesto una piccolo aiuto per umiliare il mio avversario; ho avuto l'impressione che mi rispondesse di sì.
"Compà Gennaro, che succede che non parli questa mattina? " soggiunse, mentre la cinquecento si avviava sulla salita di Frundi.
" Statte zitte lu pré, ca mo' ti facce calà" rispose il cugino. "Visto che tu approfitti del tuo Principale, va a finì che mi costringi a rivolgermi all'Avversario". Don Bernardino non si offese per la risposta quasi blasfema. Conosceva la fede e la bontà del cugino. Solo che la cerca dei funghi è come quando si fa tifo per il pallone: non si guarda in faccia a nessuno. Erano arrivati alle anse di Casapersa. " scegli dove vuoi andare - disse il cugino - io oggi vado un po' più in alto, ci ritroviamo verso mezzogiorno alla curva a gomito prima del piano." Nel dire questo gli aveva aperto lo sportello della cinquecento e lo aveva invitato a scendere. Don Bernardino era pensoso: Chissà che gli gira in testa oggi a Gennarino!
Il cugino fece diversi altri chilometri e poi fermò l'auto. Quasi meccanicamente prese gli arnesi e, poi, via di corsa. Quando fu accanto all'enorme bosco che si stende sotto Pizzo di Sevo si accorse che era veramente impossibile camminare. Ci si doveva continuamente appoggiare agli alberi e, sicuramente, man mano che si andava verso la gola tagliata sarebbe stato più difficile procedere. Sentiva le gambe sempre più contratte, le mani, con l'appoggiarsi agli alberi, si stavano scorticando, ma la voglia di tentare una zona inaccessibile era sempre più forte.
Ad un tratto gli sembrò di vedere un bel porcino sotto un albero. Gli si aprì il cuore alla speranza, gli occhi gli uscivano fuori dalle orbite, anche perché, man mano che lo guardava e si avvicinava, il fungo gli sembrava sempre più grosso.
Poteva essere arrivato a una ventina di metri quando si accorse che il fungo, diventato enorme, era tenuto su da una corda legata al ramo di un altissimo albero. Fra la meraviglia e lo spavento, fu costretto a voltarsi indietro, perché aveva sentito il passo furioso di un animale che si avvicinava; non vide niente, ma da dietro certe rocce gli arrivò, furibondo e tagliente come una lama, un muggito di un bue.
Quando mi raccontò questo fatto, il cugino mi disse " è la prima volta che ne parlo e non lo racconterò più. Il resto avvenne all'improvviso: mi girai verso il grande fungo, ma non c'era più. Allora capii tutto. Lasciai il canestro, la busta, il grande bastone, che in montagna alla cerca dei funghi non deve mai mancare, e, con le gambe che mi tremavano, mi precipitai verso la macchina. Mi buttai per terra; stetti qualche ora, poi andai all'appuntamento con don Bernardino. Cercai di sottrarmi alle sue domande, ma da una serie di fatti capì e mi disse " andiamo a casa che tu non ti senti bene. Rispondimi solo ad una domanda: sei stato a Pizzo di Sevo? "
Don Gregorio
Il ponte di Tossicia è tristemente famoso. Fino al alcuni anni fa, prima dei grandi viadotti autostradali, era il ponte prescelto dai suicidi. Si parlava di un'altezza vertiginosa. Io, tutte le volte che andavamo a S.Gabriele, cercavo di affacciarmici, ma mi ritiravo subito per paura di qualche capogiro. Una volta ebbi un'intuizione. Chissà se, fin da allora, cominciò a serpeggiare, fra amici e ammiratori, il soprannome che mi doveva accompagnare per tutto il periodo degli studi: il pizzuto?
Raccolsi un sasso, tentai di stabilirne il peso, lo lanciai sotto e, con un po' di calcoli, servendomi di un conteggio manuale - il primo orologio lo ebbi in regalo a 14 anni - decretai che il ponte era alto 28 metri. Forse abbondai, per rendere omaggio alla tradizione che lo voleva altissimo; sta il fatto che tutti i suicidi morivano di botto.
Quando ci si buttò una di Spiano, tremai di commozione e di paura per mesi. I grandi parlavano della cosa con espressioni misteriose che dovevano risultare incomprensibili a noi ragazzi. Ma io avevo messo insieme una serie di allusioni e avevo ricostruito l'accaduto: la donna era stata abbandonata dal fidanzato ed essa, per disperazione, si era suicidata, anche perché incinta e, quindi, ormai - per la mentalità che c'era allora - irrimediabilmente compromessa. Sarebbe salita sul parapetto del ponte urlando "Addio o mondo " e poi si sarebbe buttata giù. Mi chiedevo sempre come facessero a sapere le ultime parole, se lì non c'era nessuno, e, se c'era qualcuno, perché non l'avesse dissuasa. Erano ancora lontani i tempi dei miei studi verghiani e manzoniani. Il grande Alessandro prima descrive il comportamento del Vicario di provvisione, poi soggiunge. " Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacché era solo e la storia è costretta ad indovinare. Fortuna che c'è avvezza."
Era passata la guerra da qualche anno e un giorno gli abitanti di Tossicia dovettero andare a guardare sotto il ponte dei suicidi. Videro immediatamente che si era consumato l'ennesimo suicidio; l'aveva vista Mariannina dalla finestra della casa alta; la ragazza amava fermarsi, durante i lavori di casa, a guardare da quella finestra. Gli alberi, i campi coltivati, la cima del gran Sasso e, in basso, il famoso ponte offrivano la visione di un panorama veramente toccante. Quella mattina la presenza di un uomo, che camminava così presto verso il ponte a passo deciso, aveva attirato la sua attenzione e poi era successo il fatto.
I carabinieri fecero allontanare i curiosi e aspettarono l'arrivo del pretore di Montorio. Poi caricarono il corpo su di una barella e, con un larghissimo giro, lo portarono sulla strada. Solo i più audaci tentavano ogni tanto di avvicinarsi per spiare e riconoscere il suicida. I primi che riuscirono a vederlo trovarono il volto, sebbene un po' disfatto dal colpo, decisamente non conosciuto. Quando si avvicinò Nardino e vide la faccia, stravolta ma caratteristica e inconfondibile, di Marsiglio, il cuore gli dette un balzo. Tornò a casa e si buttò sul letto. Alla moglie che gli chiedeva se era stato a vedere il suicida, rispose che era stanco e non aveva voglia di perdere tempo. Verso mezzogiorno si allontanò, andando verso la campagna, e il suo atteggiamento meravigliò ancora di più.
" Va a vedere che ha fatto tuo padre" disse Angela al figlio più grande " oggi ha un atteggiamento che non capisco".
"Si sarà impressionato vedendo il suicida" disse Checco e si avviò per vedere dove fosse andato il padre.
Il figlio trovò Nardino sotto la quercia grossa, steso per terra, con una mano sugli occhi. Quando questi sentì il passo del figlio, si alzò e cercò di mostrarsi normale, ma pure costui aveva capito che sotto c'era qualcosa.
Nel 1941 "i ribelli" - così venivano chiamati lì quelli che sarebbero stati poi i fautori della resistenza - erano organizzati da un montenegrino che mi pare si chiamasse Mirko. Aitante, con i capelli a caschetto che da noi si vedevano allora per la prima volta, conquistatore di tutti i cuori delle più belle donne, di lui se ne raccontavano tante e poi tante. Marsiglio e Nardino erano ancora poco più che ventenni, ma, essendo sfuggiti al servizio militare, tentavano di mettersi in contatto con Mirko. Ci riuscirono attraverso un comune amico e restarono presi dal suo fascino. Il montenegrino organizzò per loro subito un piano: stabilire chi aveva i soldi, puntare qualche bella ragazza, individuare qualche copoccia fascista da giustiziare.
Marsiglio aveva sentito parlare di un prete, che passava la sua vita dentro al municipio di Montorio; era amico del podestà - il nome di questo podestà inviato nel 40 a Montorio è famoso: Scenna Felice, ma lì a Brillantino, che era il banditore, lo facevano chiamare da sempre scemo infelice -. Il prete si sarebbe servito di questa posizione per fare i suoi affari. D'altra parte, che affari ne facesse lo si vedeva - diceva Marsiglio- dalla villa che si era costruita a Piane di Collevecchio. Con Mirko si stabilì il piano: quel prete bisognava farlo fuori. Quando arrivarono a Piane era sul tardi, fra il lusco e il brusco. La villa era una normale casa di campagna; i paesani avevano detto che il prete abitava con i due fratelli geometri e che la casa era loro, comunque il prete lo avevano visto rientrare poco primo. Bussarono alla porta e rispose dal piano di sopra proprio don Gregorio "Chi c'è?"
"Amici don Gregò, che puoi scendere un momento?"
All'ultimo gradino lo fulminarono. Sparò Mirko al petto; Marsiglio non aveva mai sparato ad un cristiano, ma Mirko lo aveva avvertito: " O dimostri che sei un uomo, o non mi servi e puoi andare via."Entrando, davanti alla porta del prete, gli aveva ricordato: " Prima sparo io, poi tu gli dai il colpo di grazia in testa."
Quando Marsiglio vide che, colpito al petto, il sacerdote stramazzava agitando le braccia, quantunque avesse la pistola in mano puntata, non voleva sparare; allora Mirko gli dette una spinta. Marsiglio perdette l'equilibrio e fece partire il colpo, andando a buttarsi quasi addosso al prete per appoggiarsi. La pallottola aveva raggiunto don Gregorio al collo e dalla vena tranciata era sprizzato un fiotto di sangue che aveva investito Marsiglio sul volto e sul petto.
Ai colpi, si era affacciato il piccolo nipotino di don Gregorio, che riportò una tale impressione da perdere, per più mesi, completamente la parola e anche da giovane maturo, dinanzi a qualche fatto impressionante, apriva la bocca senza che potesse articolare la parola.
Per strada Marsiglio tentò di pulirsi dal sangue ma gli fu impossibile. Si sentiva sporco di sangue dovunque. Sopra il bivio di Colledonico riuscì a salutare Mirko e andare per fatti suoi; corse a casa e salì in camera, si cambiò il vestito, nel piccolo bagno ricavato sul terrazzo, dove c'era un lavamano e la brocca con l'acqua, si lavò da per tutto. Gli sembrò di essere finalmente salvo. Si stese sul letto, si riposò un poco e poi scese in cucina a fare un po' di cena. La vecchia madre dalla camera gli disse che c'erano dei broccoli cotti e un po' di formaggio.
" Ma dove sei stato? "
" Niente mà, so stato cogli amici ". L'anziana signora sentì che la voce del figlio era insolita.
Marsiglio poi andò a lavorare in Belgio e fece anche soldi. Quando tornò a Trusco la prima volta sembrava un principe. Offriva sigarette a tutti; al bar voleva pagare sempre lui; parlò con un muratore perché voleva far sistemare la casa, da quando era morta la mamma era un po' abbandonata. Una sera incontrò Nardino, che era andato a Trusco a riportare i ferri per un cavallo, e non vi dico che incontro fu quello. Marsiglio prima lo portò al bar, poi gli volle far vedere la sua Ford, che, sebbene di seconda mano, in Abruzzo faceva ancora un bel vedere. Poi ci fu l'invito a cena.
"Mi hanno detto che da Concettina a Montorio cucinano molto bene. Questa sera andiamo e pago io".
Nella piccola saletta Concettina aveva messo quattro tavolini e faceva un po' di osteria. Alle pareti come dappertutto in Abruzzo erano appese fotografie, santini, e un piccolo crocifisso. Mangiarono un bel piatto di tagliatelle e un po' di prosciutto.
"Tagliato con l'accetta" aveva detto Marsiglio, che ricordava il prosciutto saporito e dal taglio massiccio dei tempi della sua gioventù. Stavano fumando una sigaretta prima di pagare il conto quando gli occhi di Marsiglio andarono a finire su un quadrettino con dentro un ritaglio di giornale.
Era l'Araldo Abruzzese che titolava "Ancora un prete vittima dell'odio politico: Don Gregorio Ferretti faceva del bene a tutti. Andava tutti i giorni al Municipio solo per aiutare a sbrigare le pratiche ai poveri contadini, dopo aver celebrato la messa nella chiesa di S.Rocco.
Ai funerali l'arciprete di Montorio don Domenico Valerii, con gli occhi fiammeggianti per lo sdegno, ha usato parole di fuoco contro chi ha spezzato una vita dedicata al bene del prossimo. "Potranno girare tutto il mondo, ma il sangue di questo giusto sarà sempre davanti ai loro occhi... come Caino, come Giuda, come tutti i traditori e gli uccisori dei giusti".
Fu Nardino a scuotere Marsiglio " La signora ha portato il conto. Sono cinque minuti buoni che stai in faccia a quel quadretto".
Marsiglio pagò, ma Nardino si accorse che all'amico tremavano paurosamente le mani." Ma si può sapere che ti è successo? Ti tremano le mani mentre reggi lo sterzo della macchina, che hai fatto?"
"Niente, è una fesseria, mi passerà. Ti ricordi quando sparammo io e Mirko a quel prete; l'articolo di quel giornale parlava proprio di lui."
" E ci sei andato fino in Belgio per diventare una donnicciola. Quante persone furono uccise allora! Quanti ne uccisero anche fra noi! Non ci pensare."
" Lo sai perché non sono sposato?" Marsiglio accostò la macchina al ciglio della strada e parlò di una donna bellissima conosciuta nel Belgio. Si erano innamorati perdutamente; lei gli aveva insegnato a parlare in francese, lo aspettava ogni giorno all'uscita dalla fabbrica Una sera volle fare lo sbruffone e raccontò a Geny l'uccisione del prete e il sangue che gli era schizzato in faccia e sul petto. Geny diventò silenziosa; qualche sera rimaneva da lui e passavano la notte insieme. Quella sera dopo aver cenato mentre andavano a letto Geny lo guardò con gli occhi spiritati. " Ci hai delle macchie di sangue sul volto e sul petto" disse e scappo'
" Da quel giorno non l'ho vista più e non ho voluto sentire nessun altra donna. Quel prete ucciso mi sta perseguitando. Non riesco più a vivere. Comunque, bevendo riesco abbastanza a dimenticare. Adesso ci andiamo a fare una bottiglia da Gioacchino. Se c'è l'ha, beviamo uno champagne francese."
Bevvero, ripartirono, si salutarono. Mentre saliva le scale della sua casetta di Trusco, Marsiglio si ricordò che aveva detto al muratore di venire a lavorare il giorno dopo.
Un lampo gli attraversò la mente. La sera famosa dell'omicidio, cambiandosi, per non farla vedere alla madre, aveva nascosto la camicia sotto alcuni mattoni che si muovevano, nella sua cameretta; alcuni giorni dopo vi aveva messo del cemento. La madre si era pure complimentata "finalmente ti sei deciso a fermare quei mattoni, così posso pulire meglio".
Tutta la notte Marsiglio la passò a pensare. Era quasi l'alba quando si decise ad alzare i mattoni. La camicia era lì. La prese cercando di non guardare, ma quando vi girò lo sguardo si accorse che il sangue era ancora vivo e scorreva lasciando lunghe tracce.
Usci, lasciò la porta aperta e si avviò verso il ponte di Tossicia.


LA NOTTE DI NATALE LE BESTIE PARLANO

I miei rapporti con gli animali sono stati sempre molto belli. Vedendo il sorriso malizioso sulle labbra di tutti i miei lettori - che non saranno, per carità, neanche i venticinque manzoniani - mi affretto a spiegarmi.
Da piccolo un agnello mi seguiva per le strade di Spiano tutto il giorno (poi seppi che lo faceva perché conosceva solo me, essendo stato portato lontano dalla madre appena svezzato). Ebbi tortore, cardellini, piccioni, ai quali dedicavo attenzioni più accurate di quelle che concedevo ai miei compiti scolastici. Ho allevato, addestrato, nutrito centinaia di cani; e potrei continuare l'elenco.
"Si, ma quelli che uccidevi cacciando?"
Per chiudere il discorso, senza addentrarmi in scuse cervellotiche sull'uccisione che il cacciatore opera per desiderio di possesso, che poi sarebbe, secondo alcuni, una forma di amore, dirò che da vent'anni sfamo una diecina di gatti randagi, che stazionano fissi alla porta della mia cucina, sapendo che, prima o poi, avranno la razione stabilita dalla loro fame e dalla mia generosità. Sit mihi venia vis paenitendi!
Nonno Martino aveva cercato sempre di inculcare in noi nipoti il rispetto per gli animali, raccontando puntualmente, ad ogni vigilia di Natale, la storia di Giovannazzo.
"Aveva l'anima come la fuliggine di questo cammino, faceva dispetti a tutti, ma specialmente quando era arrabbiato si sfogava con gli animali. Alla stalla aveva un funicchio e lo suonava sulla groppa di quei poveri animali: un mulo, due vacche, un vecchio asino e cinque pecore." Quando i poveri animali sentivano il cigolio della porta sgangherata della stalla si ritiravano nelle spalle, sapendo che, nella migliore delle ipotesi, non avrebbero avuto che botte. In paese Giovannazzo era guardato come il diavolo e, quando vedevano uno dei suoi animali, ne contavano con facilità le ossa ed esclamavano: " Ma che peccato hanno fatto 'ste povere bestie da vivere con una vera bestia come Giovannazzo!".
Una sera della vigilia di Natale Giovannazzo era uscito dalla cantina e andava alla stalla. Non si seppe mai con quale intenzione, perché, mentre spostava la porta, sentì che gli animali dentro stavano parlando.
"Non vi preoccupate diceva il vecchio mulo che quanto prima finirà e ci riposeremo con qualche padrone più cristiano." "Certo, soggiunse l'asino, peggio di questo non ci potrà capitare"
Intervenne una giovane agnella: "ma quando succederà quelle che stai dicendo?" " Questa notte stessa egli morirà".
Giovannazzo alla porta aveva sentito tutto e non ebbe il coraggio di entrare nella stalla; si girò per riprendere la strada e tornare nella misera stanza, che fungeva da camera da letto, soggiorno, cucina, ripostiglio degli attrezzi e non so che altro.
Nei giorni precedenti avevano scavato sulla strada perché s'era rotto un tubo dell'acqua; non avevano fatto in tempo a ricoprire lo scavo, perché s'era messo a nevicare di brutto. Allora a Spiano non c'era la luce e Giovannazzo inciampo' su un mucchio di terra, andando a cadere dentro il fossato. Lì c'era un grosso masso, che gli operai non erano riusciti a portare via perché troppo pesante; " dopo le feste si vedrà" aveva sentenziato mastro Celestino. Giovannazzo colpì con la tempia proprio quel masso; sentì un dolore immenso, gli sembrò che le stelle s'illuminassero e gli lanciassero fiamme incandescenti dentro al cervello. Per un istante pensò alla gente che cantava nella piccola chiesetta per la messa di mezzanotte, poi si accasciò dentro il fossato e morì.
La gente che usciva dalla chiesa coi lumini lo vide e chiese aiuto. Lo presero e lo portarono di peso a casa, mentre ogni tanto qualcuno a voce bassa esclamava " gli sta bene, ha fatto la fine che meritava!". A questo punto del racconto interveniva sistematicamente nonna Lucia:"Non vi vergognate, la notte di Natale a godere del male della gente? E poi che ne sapete se all'ultimo momento ha chiesto perdono?"
Mio nonno mitigava il giudizio ma concludeva: " Comunque io racconto le cose come sono andate e chi maltratta gli animali una buona fine non la fa."
Il 1944 fu anno memorabile per tanti motivi, ma soprattutto perché non si andò a scuola per un anno. Ci mandavano per qualche lezione dal prof.Sardi, il quale aveva più voglia di far l'umorista, lo storico, il politico che spiegarci il latino. Voleva il racconto di tutti gli avvenimenti dei giorni passati e, quando dicevamo che c'erano stati i bombardamenti e perciò non avevamo studiato, si mostrava convinto e comprensivo: "Certo, come si fa a studiare quando ti scoppiano le bombe da vicino!"
Arrivò il Natale senza compiti per le vacanze, con l'unico impegno che era quello di giocare a carte dalla mattina a mezzogiorno, affacciarsi in chiesa per un po' di catechismo nel pomeriggio e giocare a tombola per tutta la sera.
Una mattina il cugino Enzo mi venne a bussare sotto la finestra "muoviti, non lo vedi che ora è, c'è già una canna di sole" " Ma perché, che dobbiamo fare?" "Dobbiamo giocare a carte, che dobbiamo fa!". Zio don Giacinto, che era il parroco di Spiano, da quando aveva notato che qualche candela dell'altare si era improvvisamente accorciata e aveva saputo che la sera giocavamo fino a tardi a lume di candela (a Spiano non c'era la luce in quel periodo), aveva dato l'incarico al vecchio sagrestano Andrea di misurare tutte le sere, dopo la funzione, la lunghezza delle candele. Andrea misurava scrupolosamente, ma siccome non sapeva scrivere mi affidava l'incarico di registrare su un foglio di carta le misure.
"Sta 'ttinte 'nne sbaglià, ca se no lu predde se la pija co me".
Per amor di patria e perché questi racconti non vogliono essere una confessione generale, non dico come andavano a finire le cose. Vorrei soltanto poter rivedere quei disgraziati dei miei amici che mormoravano ammiccando: " Quisse arcummanna li pecure a lu lupe".
Stavamo giocando a tombola, prima di andare in chiesa, quando nonno Martino disse " mi voglio affacià a la stalla, per vedè se tutto sta a posto prima di uscire per la messa."
Eravamo presi dalla foga del gioco (e chi ha giocato a tombola a quei tempi con i pezzettini di fagioli, ceci, bucce di arance per segnali, mi può capire) quando mamma Sofia esclamò " Ciccù (era mio padre), vatte a 'ffaccià a la stalla, com'è che lu vicchie musce tante?"
In quel momento entrò nonno Martino. Mamma lo vide bianco in faccia e con il passo incerto, gli si avvicinò e gli chiese se si fosse sentito male. " No non è niente" disse nonno; poi, quasi parlando con se stesso, aggiunse: " però le bestie la notte di Natale parlano veramente".
Io avevo 14 anni e già sviluppavo la qualità che mi aiutò, durante gli studi, a seguire più fatti contemporaneamente. (don Serafino, bontà sua, ancora ricorda quando io e un amico fummo sorpresi da un professore mentre giocavamo a dama durante la lezione. Il docente, per punirmi, mi chiamò e volle sapere che cosa stesse spiegando; dinanzi alle mie risposte alzò le mani e disse " non parlo più"; gli avevo ripetuto quasi alla lettera tutto quello che stava dicendo da un quarto d'ora.)
Questo per dire che, nonostante l'impegno al gioco, avevo percepito in pieno le parole di nonno Martino.
Dopo la funzione della chiesa, cominciai l'interrogatorio. A questo punto, dovrei dire che nonno aveva un affetto e una stima nei miei confronti superiore a quella che aveva per gli altri nipoti, può darsi che tutto fosse dovuto al fatto che portavo il suo nome. Avendo profondo il senso della giustizia non usava mai parzialità. Solo una volta facendo, in occasione di una festa, una distribuzione fra nipoti, alla mia dieci lire di carta ne aveva incollata sotto un'altra. Io mi affrettai a fargli notare l'errore e lui mi guardò perplesso se dovesse complimentarsi colla mia onestà o rammaricarsi per trovarmi ancora tanto cretino.
Per alcuni giorni riuscii, frase dopo frase, a ricostruire quella che in famiglia passò come una visione profetica, per alcuni, o come un'allucinazione per me e per altri.
Bettìs era una vecchia pecora dalle orecchie più lunghe e piegate in basso (era di razza, dicevano). Queste orecchie gli conferivano un'aria di saggezza e di mistero, che il nome esotico voleva sottolineare.
Quando nonno entrò nella stalla - eravamo in piena notte di Natale - le pecore stavano parlando, o meglio stavano ascoltando la vecchia Bettìs che diceva: "Adesso viene Martino; forse è il più buon padrone che potevamo avere. Avete visto che, quando ci porta al pascolo, passa a fianco della strada e strappa sempre qualche buon boccone, per offrirlo alle pecore incinte o che allattano?" " Avete notato con quanto dispiacere porta via gli agnelli, sapendo che andranno a morire?" fece un'altra. " Quando porta il beverone, sapendo che ho paura delle vostre spinte e non mi avvicino, lui vi scansa per far posto anche a me" fece la piccola Muis.
" Ma - tornò a dire la Bettìs - il Signore sta per premiarlo." Le pecore si fecero attente ed essa proseguì. "Il figlio più grande diventerà un pezzo grosso!" " Di che si tratta?" chiesero in coro. "Non so con precisione, ma avrà una grande regione, fatta di montagne e di pianure, piena di case, di chiese, di fabbriche. Lui girerà, parlerà, aiuterà, comanderà e lo chiameranno pastore, anzi egli sarà il buon pastore." " E suo padre Martino lo seguirà, vedrà i suoi trionfi, abiterà nella sua reggia?". " No, io vedo che piangerà tanto per la gioia, ma si allontana, e va lontano... lontano..." Muis aveva avvicinato il muso alla Bettìs e le disse " se lo sai, dicci dove andrà"
" Andrà lontano, lontano, nella luce, nello splendore". La vecchia Bettis aveva abbassato la testa e questo era il segno che tutte conoscevano quando non voleva parlare più.
Riuscii a carpire a nonno anche notizie sul suo comportamento dopo quelle parole. "Mi sedetti sullo sgabello che serve per mungere e rimasi fermo, fino a quando mi svegliarono le campane." Era il suono " a llegrezze", che davano il secondo cenno per la messa di mezzanotte. Al terzo bisognava andare in chiesa.
Stavamo facendo un po' di greco e latino nella sagrestia di S.Rocco a Montorio, quando annunziarono l'arrivo di un prete "importante", come lo aveva definito Lutriche, il sagrestano.
Si appartarono lui e zio nello studiolo vicino alla sagrestia. Il giorno dopo sapemmo che l'arciprete era stato nominato Vicario Generale di Teramo. Poi, dopo qualche tempo, venne la nomina a Vescovo dei Marsi.
Ricordo le lagrime di nonno il giorno della consacrazione, il 28 ottobre 1945. Montorio sembrò impazzire in preda ad un sentimento che non saprei definire. D. Domenico Valerii era riuscito a conquistare l'animo di tutti i montoriesi. La sera, alla passeggiata, si avvicinava qualcuno, che salutava con evidente stima e simpatia. A me che, nuovo del paese, chiedevo chi fosse, rispondevano all'orecchio " quello è il capo dei comunisti". Atei, anticlericali ma affezionati come pochi erano i capi delle fazioni, diremmo, estremiste.
In un articolo di quei giorni lo scrittore mons. Gremigni aveva definito lo stato d'animo dei montoriesi, e forse dei teramani in genere, come quello di gente "che sorride con le lagrime agli occhi", combattuta fra la gioia di veder promosso uno che loro ritenevano personaggio e il dispiacere di perderlo, in qualche modo.
Nel dicembre successivo - era il 19, festa di S.Berardo Patrono di Teramo - vidi zio don Giacinto che si avvicinava a Mons. Gremigni mentre celebrava il Pontificale e gli comunicava che il padre del Vescovo dei Marsi era morto.
Le favole della mia infanzia e i lupi.
Penso che anche le favole che mi raccontavano da piccolo fossero un po' dominate dal lupo cattivo, però non riesco a ripensarne specificamente e dettagliatamente nessuna. Le favole a casa le raccontavano i nonni ed erano sempre quelle (quattro o cinque in tutto) con qualche variante sui nomi, che, però, noi bimbi ci affrettavamo a correggere e a riportare alla stesura originale, che per altro conoscevamo a menadito.
C'era una volta una madre che aveva un figlio un po' sempliciotto. Volendo fargli prendere moglie lo mandò in una famiglia dove c'erano ragazze da marito.
"Mi raccomando, entrando, domanda come stanno in salute e, se ti rispondono che stanno tutti bene, tu devi dire - "oh quanto mi fa piacere!" Se dicono che qualcuno sta male, tu dirai "oh! quanto mi dispiace".
Il giovane andò e si sentì dire: " stiamo tutti benissimo, solo una vacca sta male". Ed egli allora "Oh! quanto mi fa piacere!"
Tornato a casa, la madre si fece fare il resoconto e sgridò il figlio, perché aveva usata la formula sbagliata. "Tornaci subito, chiedi notizie e appena ti rispondono devi subito dire "oh! quanto mi dispiace"
Il giovane andò di nuovo, chiese come stavano, gli risposero: "grazie a Dio tutti bene, anche la vacca è guarita" e il giovane: " oh! quanto mi dispiace". La risata di tutti chiudeva il racconto.
Quando qualcuno domandava al nonno " Poi come andò a finire?" Nonno guardava l'interlocutore, si meravigliava che fosse così poco perspicace da non capire l'umorismo al momento debito, poi soggiungeva " il giovanotto non si sposò più".
Per capire l'aneddoto, bisogna sapere che cosa rappresentava una vacca nell'economia di una famiglia di Spiano.
Fui testimone di una scenetta che ho sempre ritenuta gustosa, senza voler offendere il vecchio Lorenzo, al quale ero peraltro affezionatissimo.
Mi stavo esercitando a suonare sul vecchio armonium della chiesa parrocchiale, quando sentii aprire con una certa decisione la porta. Rimasi fermo per vedere chi fosse, e vidi entrare Lorenzo. Egli non si girò verso la cantoria, dove non mi avrebbe neanche visto, e puntò dritto verso la statua di sant'Antonio abate, protettore degli animali.
"Sette persone a casa - gli parlò con cruccio arrabbiato - te le potevi scegliere, proprio quella vacca dovevi far morire!". E senza rimettersi il cappello, perché non se l'era tolto, uscì sbattendo la porta.
Mamma Sofia raccontava quella dei tre fratelli, che avevano deciso di sposare una ragazza bella e ricca che si trovava oppressa dalle grinfie di un vecchio zio, il quale diceva che l'avrebbe data in sposa al giovane che avesse dimostrato di essere furbo e sicuro di sé, sempre mantenendosi corretto ed educato. Ci andò il primo e si trovò una tavola imbanditissima con la ragazza pronta a servire, ma il vecchio vicino al fuoco diceva di non sentirsi bene e di non aver fame e così il giovane dopo un po', non sembrandogli bello di mangiare col vecchio che guardava e non partecipava, si alzò e se ne andò. Di notte il vecchio poi si metteva a tavola e divorava tutta la cena. Al secondo successe la stessa cosa. Ci volle provare il terzo. Quando fu alla solita scena del vecchio che non partecipava, disse:
" Ma io debbo mangiare, perché domattina presto debbo andare a mettere le bestie sotto giogo e se ho fame non ce la faccio; penso che non vi dispiacerà se mangio, voi forse fate bene a non appesantirvi troppo di sera" e divorò la cena. Poi, per dare al vecchio una bella lezione, disse che si sarebbe fermato lì a dormire; rifiutò il letto, perché troppo da signore, e si buttò sull'arca (così chiamavamo la madia che, oltre a servire per impastare e preparare il pane, era anche il posto dove si conservavano le pagnotte del pane fatto in casa, che bastava ad ogni infornata per quindici giorni: non sono mai riuscito a capire, o ho capito anche troppo bene, perché quel pane non si ammuffisse né s'indurisse, ma era sempre più buono fino all'ultimo pezzettino).
Il vecchio non potendo mangiare né la cena, completamente spazzolata dal giovane, né un pezzo di pane, perché sull'arca quello ci si era messo a dormire, per la grande fame pensò di farsi una pizzetta con la farina e un po' d'acqua. Preparò l'impasto, poi la mise sotto la brace in cottura. Mentre aspettava che si cuocesse, il giovane, che aveva visto tutto, fece finta di svegliarsi e si avvicinò al fuoco; prese un arnese, con cui si sbraciava, e cominciò a spiegare al vecchio che in famiglia erano in tre e qualche volta si discuteva " Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda, chi vuol fare questo, chi quest'altro" e, parlando, tagliava, con linee longitudinali e trasversali, la brace, diventata ormai cenere, in tanti spicchi.
Il vecchio capì la lezione e, mentre tentava di ritrovare qualche pezzettino di pizza e ci soffiava via la cenere, concedette l'autorizzazione al matrimonio.
Affidato al racconto dei nonni era invece la storia del tizio che, stanco di fare il prete, incontrando un giorno in campagna un contadino che si era spogliato per il caldo e dormiva, volle fargli lo scherzo di lasciargli gli abiti da prete, prendendogli i suoi vestiti. Il contadino si svegliò e si mise gli abiti; quando si accorse di essere vestito da prete, pensò " se sono vestiti da prete ormai debbo fare il prete". Andò, pertanto, in un paesino dove era morto il parroco e si offrì di sostituirlo. Durante la messa, andando da una parte all'altra dell'altare e rivolgendosi al popolo, ripeteva sempre " come faceva l'altro faccio io".
I parrocchiani fecero ricorso al vescovo, che però commentò " se fa come faceva l'altro, va bene". Allora i parrocchiani decisero di sistemare la cosa a modo loro. Fecero finta che fosse morto un giovane e dissero al prete che bisognava fare i funerali il giorno dopo. Precisarono: " qui c'è usanza che la notte il morto lo si porta in chiesa e il parroco lo veglia". Avevano deciso che, durante la notte, il giovane sarebbe uscito dalla cassa e avrebbe accoppato il prete. Mentre il prete vegliava nella notte, vide che la cassa cominciava ad aprirsi, allora prese un candelabro vicino al catafalco a spaccò latesta al finto morto. Il giorno dopo, ai fedeli raccolti in chiesa, disse: " cari fratelli, quando portate un morto in chiesa, portatelo morto definitivamente; questa notte, per finirlo, questo defunto, ho sudato sette camicie".
Comunque, se i lupi non furono nelle favole della mia infanzia, ebbero una presenza rimarchevole nella mia vita.
Zio Oreste mi prendeva ogni tanto per portarmi con sé a caccia. Sarà nata da lì la mia grande passione per questo sport, nel quale riversai tutta la mia personalità di montanaro, desideroso di forti emozioni e capace di organizzare con impegno e intelligenza le cose.
Un giorno zio Oreste mi chiese di accompagnarlo con la lambretta - era il primo mezzo motorizzato arrivato a Spiano - sulla montagna di Cesacastina. Quando lasciammo il mezzo e si trattò di affrontare la montagna, mi disse:
" arriva in alto, al primo spiazzo senza alberi. Se vedi che c'è neve, torna sotto perché le pernici bisognerà cercarle altrove, se non c'è neve, vieni a chiamarmi e, allora, io salirò sopra insieme a te".
Fiero dell'incarico, divorai la salita e arrivai allo spiazzo: c'era la neve. Mi stavo girando per tornare indietro, quando i miei occhi si fissarono sul fondo dello slargo. A una trentina di metri c'era un animale e mi sembrò talmente grande da chiedermi perché mai avessero lasciato un asino in mezzo alla neve. Quando riuscii a realizzare e spianai il fucile, il grosso lupo si era eclissato come sciogliendosi nel nulla.
Corsi sotto, chiamai zio Oreste e lo portai sopra. " Io ero arrivato qui e là c'era un enorme lupo". Il fatto che sulla neve non ci fossero le mie orme fino a quelle del lupo diceva chiaramente che io avevo visto l'animale e che il lupo dovesse essere assai grande. Quando scendevamo, zio Oreste mi fece vedere la pedate del lupo, che mi aveva seguito, camminando in mezzo al bosco per non farsi vedere per circa due chilometri, " sperando - commentava zio Oreste - che ti fossi sentito male e fossi caduto. "
Si parlò, ma era l'aggiunta dei narratori, di una mia grande paura. Io mi sono portato nell'anima l'angoscia di non essere stato più veloce nel realizzare e nel tirare. Oggi parlerebbero di me come di un essere mitico. Quando si uccideva un lupo, si faceva il giro dei paesi e tutti offrivano qualche cosa (uova, polli, carne, salsicce, vino, soldi) per onorare chi aveva liberato la zona da un grande pericolo.
Per ragioni ovvie debbo omettere i nomi di chi fu protagonista di un episodio sui lupi.
Si doveva realizzare un servizio sui lupi per la RAI e fu stanziata una somma. Fu contattato un vecchio di Arischia che sapeva fare il richiamo. Nel luogo scelto per la ripresa si erano scavati, potandoli all'interno, alcuni cespugli, dove dovevano calarsi gli operatori con la macchina da presa.
Il vecchio pastore, nella notte, cominciò il richiamo "a carnaccia. " (è il richiamo con cui i lupi avvertono gli altri che c'è da mangiare. Vacci a capire poi con l'homo homini lupus; magari gli uomini sentissero il bisogno di spartire con gli altri quello che hanno di superfluo!) Si sentirono sei o sette lupi che rispondevano e accorrevano. Quando comparvero i primi, gli uomini nascosti nei cespugli si spaventarono e cominciarono ad agitare i flash accesi e i lupi scapparono. Non ho fatto i nomi, perché non so come il buon Alberto la mise con la RAI, per giustificare la spesa dell'episodio andato a monte.
Un giorno a Teramo raccontai la storia a certi amici. Ci fu chi prese buona nota della cosa e, alcuni giorni dopo, partirono intenzionati non a fotografare, ma ad uccidere i lupi. Tutto si svolse regolarmente fino al momento in cui, al richiamo del vecchio, arrivarono i lupi; dai cespugli si alzarono i cacciatori e cominciarono a sparare. Un lupo, fuggendo, andò a cadere dentro il cespuglio dove era un cacciatore. Costui si impaurì a tal punto da perdere la parola per mesi e tutte le volte, più tardi, che si spaventava tornava a rimanere muto, nonostante ogni sforzo per emettere la voce.
Giovanni Battisti mi raccontò quello che gli successe nella sua gioventù. Da qualche mese lavorava a Roma presso le ACLI. Non avendo ancora famiglia, tornava il sabato sera a Pietrasecca e ripartiva il lunedì mattina.
Si era a dicembre inoltrato e, verso le cinque di mattina, egli si avviò per scendere a Carsoli. Nella casa di un amico posava il fucile, che portava con sé, per difendersi da brutti incontri nel tratto Pietrasecca-Carsoli. Quando arrivò sotto la casa di Chiomento, gli sembrò di avvertire un lontano ululato di lupo. Tentò di accelerare il passo, ma si accorse che l'ululato era già vicino a sé. Si girò appena di lato e vide che era accompagnato da un gruppo di lupi: erano sette, tre a destra e quattro a sinistra. Giovanni aveva il fucile carico, ma rifletté che le due cartucce, anche se erano a pallettoni e avrebbero potuto stendere un lupo, al massimo lo potevano salvare da due, ma non da sette lupi. Continuò a camminare a passo deciso, ma con le gambe tremanti, mentre sentiva accanto a sé il fiato delle belve e ne immaginava la fame e le zanne spaventose. Giunto al piano, cominciò a pensare che i lupi forse non lo avrebbero aggredito. Era ormai in visto delle prime case di Carsoli, a circa duecento metri da esse i lupi saltarono sul ciglio della strada e si eclissarono.
Giovanni arrivò a casa dell'amico carsolano e chiese di poter lasciare, come era solito fare, il fucile. L'amico lo salutò, prese il fucile e guardò in faccia, con insistenza, Giovanni: "Non capisco perché ti sei lasciata crescere la barba, che poi ti sta diventando bianca, di quasi due dita." Giovanni, balbettando, raccontò l'episodio dei lupi e concluse:
" La barba io questa mattina me la sono fatta regolarmente, insistendo anche sul contropelo".


UN UOMO LUNGO LA STRADA

Natascia me la disse così, e così io ve la racconto.
Prima di giorno Giovanni si era alzato, aveva preso il caffè che la moglie gli aveva riscaldato e in fretta era sceso al garage per avviare il suo macinino; aveva da fare diverse consegne e la giornata si presentava pesante.
Sulla porta di casa guardò verso Monterotondo: il cielo era ancora scuro, ma prometteva una giornata serena.
Al bar salutò gli amici mentre mangiava il suo cornetto col cappuccino. Alla cassa c'era quella signorina che egli guardava sempre con grande interesse: truccata con precisione, sorridente dal mattino alla sera, lo metteva di buon umore.
Lungo la Salaria si cominciava ad infoltire il traffico, ma Giovanni era tranquillo: uscendo verso Rieti il traffico si sarebbe man mano rarefatto. Ora infatti la strada correva bene. Giovanni conosceva quella strada e il suo furgoncino non aveva segreti per lui; l'ansimare del suo motore gli rivelava anche il più piccolo dislivello. Ormai poteva anche abbandonarsi alle previsioni della giornata: le consegne, il pranzo alla trattoria della Ciccotta, il ritorno in serata a casa, le lamentele della moglie per i figli che non studiavano, le spese di casa a cui non bastavano mai le ventimila lire che egli le lasciava, quasi tutte le mattine, sul comodino; la sera al Bar, la partita a tressette, le discussioni sulla Lazio; poi stanco di fumo, di caffè, di cognac e di chiacchiere, si sarebbe buttato sul letto.
Il furgoncino ora affrontava la salita della Selva; Giovanni cambiò marcia senza guardare, anche perché il suo occhio si era fissato su un punto: al bivio di Pezza c'era un tizio che faceva vista di chiedere un passaggio. Aveva sempre dato passaggi Giovanni, anche per scambiare due parole, ma qui in salita la cosa gli dava un po' di fastidio; ci stava quasi pensando, quando si accorse che aveva ormai messo il piede sul pedale del freno e si era accostato, aprendo lo sportello di dietro, perché sul sedile anteriore aveva messo attrezzi e pacchetti.
Il viandante, un uomo sulla quarantacinquina, vestito ordinariamente, salì con snellezza sul furgoncino e si sedette. L'unica cosa che Giovanni aveva notato era il suo sguardo intento e profondo, come affossato nelle occhiaie.
" Buon giorno, gli disse, oggi pare una bella giornata!"
" Le giornate sono sempre belle - ripose il forestiero - basta saper vivere e poter vivere; il freddo, la neve, il sole, la pioggia sono tutte cose meravigliose".
Il vestito e l'atteggiamento dimesso, pensò Giovanni, non avrebbero certo fatto supporre che costui fosse un filosofo. Adesso che si era girato un po' verso di lui ne aveva analizzato anche i contorni del volto che gli si scolpivano bene nella memoria.
Voleva riprovare a fare un po' di dialogo. " Dove vai? lavori qui vicino?"
" Vengo da lontano e vado molto lontano; comunque, a te chiedo solo un piccolo passaggio". " Sei pensionato?" soggiunse Giovanni: " No, non sono un pensionato, non lavoro; lavoravo."
Qualche volta gli era capitato a Giovanni di dare passaggi a persone che, in tutto il tragitto, pronunciavano solo qualche dozzina di parole, ma questo era decisamente il più abbottonato di tutti
Al bivio del Borghetto il forestiero fece cenno di voler scendere; Borghetto era quel paesino lassù in alto, con i cipressi del cimitero altissimi e ben stagliati. Giovanni, passando, vi rivolgeva sempre uno sguardo di tanta tenerezza.
Il forestiero, mentre posava il piede a terra, si girò, stese un biglietto e lo porse a Giovanni: " gioca questi numeri, compra un televisore e portalo a mia moglie, all'indirizzo che vi è segnato".
Giovanni si fermò a guardare i numeri, analizzò l'indirizzo tentando di capire dove si trovasse; quando finì, si rigirò, ma non vide più il forestiero; forse aveva girato dietro al furgoncino e si era avviato verso Borghetto.
La giornata era stata veramente faticosa. Giovanni si stava decidendo di andare a casa, quando si ricordò dei numeri da giocare: c'era anche da rimediare un bel sorriso dalla ragazza della cassa.
"Cinquantamila e un terno secco sulla ruota di Roma".
La cassiera lo guardò perplessa, poi batté i numeri e, con un bel sorriso, consegnò il cedolino.
La mattina del lunedì è sempre una brutto giorno; si ripiglia il lavoro, si deve smaltire qualche bicchiere in più.
Giovanni, dopo la lunga giornata, si stava ritirando a casa, ma prima volle dare uno sguardo al giornale. I suoi occhi si bloccarono sui numeri del lotto della ruota di Roma: non c'erano dubbi: erano usciti tutti e tre. Pagò in fretta il giornale, tornò a casa, si chiuse nel bagno per controllare per l'ultima volta, poi a letto.
Cercò di dormire ma non gli era possibile. Per fortuna la moglie cadde subito in letargo, egli controllò i movimenti, i rumori della notte, guardò con la lampadina tascabile tante volte l'orologio, finché finalmente fu giorno. Fece tutto quello che era solito fare e, poi, finalmente solo. Davanti al gestore del lotto affacciò trepidante il cedolino. Il gestore lo guardò, fece qualche conto, poi gli disse: " complimenti, sono quasi trentacinque milioni. Se vuole ce li ho anche in contanti, è proprio un caso".
Subito dopo pranzo Giovanni, appena aprirono i negozi, comprò un bel televisore; era il più bello che si trovasse nel negozio davanti alla chiesa di Mentana. Lo caricò sul suo furgoncino e si avviò all'indirizzo segnato sul biglietto.
Gli andò a rispondere una donna dimessa e poco curata con un sorriso sulle labbra che celava a stento il dolore, la preoccupazione e l'angoscia di quei giorni.
" Ho da consegnarle questo televisore" disse Giovanni entrando e cercando di posare il pesante pacco. " Ma io non ho proprio di che pagarglielo" disse la donna. " Non serve pagare, questo mi ha incaricato di portarglielo suo marito, che ho incontrato sabato scorso."
" Mio marito, buon uomo, non può averlo potuto incontrare; se sapesse che dolore mi porto nell'anima! L'anno scorso è morto in un incidente, proprio mentre andava a comprare un televisore per la casa".
Giovanni voleva parlare, ma la donna lo aveva preceduto, indicandogli su di una credenza una bella foto incorniciata del marito.
Non ci serviva neanche la grande abilità fisionomica di Giovanni, per capire subito che l'uomo della foto era proprio quello incontrato per la strada; più lo guardava, più riconosceva non solo il suo sguardo, i suoi capelli, le sue labbra, ma anche lo stesso vestito.
Allora quasi di corsa uscì.
Salì sulla sua auto e prese la via di Vallericca.
Si stava facendo notte.
Giovanni si accorse che stentava, per un tremolio violento alle gambe, a disciplinare il freno della macchina. Alle Fornaci volle fermarsi un po' allo slargo, tirandosi fuori dal traffico. Spense il motore e appoggiò la testa sul volante. Forse dormì un poco, o forse ne ebbe l'impressione. Quando si svegliò ripensò alla storia dell'uomo lungo la strada e del televisore e credette di aver sognato tutto. Distrattamente mise una mano in tasca e si accorse che il grande pacco di banconote era lì.
Allora avviò con decisione l'auto e tornò a casa. La moglie stava lavorando in cucina, la figlia stava studiando, il giovane era alle prese col computer.
Chiamò tutti in camera e, con la voce emozionata, raccontò l'avventura.
Non aveva finito di parlare, che il figlio gli dette sulla voce come inventore di storielle, la moglie lo chiamò a più riprese pazzo e anche la bimba, con un sorriso dolce, gli disse:" ma papà, ti rendi conto di quello che stai dicendo?"
Giovanni ficcò nelle larghe tasche le due mani, cacciò e mise sul comò i pacchi di banconote e concluse: " O sono andato a rubare o spaccio droga o quello che vi ho raccontato è vero. Fate voi. "


SAN GIORGIO A CAVALLO

Per noi, passare da Onnaro e non fare una visita alla chiesa parrocchiale, dove si conserva il s.Giorgio a cavallo, era inconcepibile.
Si partiva dal paese ancora a notte fonda per andare a S.Gabriele. Non c'era pericolo che qualche ragazzo non si svegliasse. Era un appuntamento annuale, a cui non si sarebbe mai mancato. Le nocelle americane, il panino di "pane comprato", la folla vociante e indaffarata, le bancarelle più svariate, l'acquisto di qualche medaglia di S.Gabriele e poi il pranzo all'aperto.
Forse i nostri genitori a questo viaggio portavano anche tanta fede, loro si confessavano e comunicavano e poi pregavano con gli occhi intenti e le labbra tremanti; a S.Gabriele chiedevano anche un avvenire pieno di gioia per noi ragazzi.
Nel primo pomeriggio si ripartiva cantando a squarciagola "Evviva San Gabriele, San Gabriele evviva..."
Un appuntamento lungo il ritorno era il San Giorgio di Onnaro. Ammiravamo il giovane romano vestito da cavaliere, il suo cavallo scultoreo, che ci sembrava un capolavoro di arte somma e poi il grande drago sotto i piedi del cavallo, infilzato dalla spada di S.Giorgio.Si facevano osservazioni ed esclamazioni ammirate alla ricerca di consensi e poi si ripartiva.
Quando passarono i tedeschi in ritirata nel 1943, si diffusero le voci più strane sulla loro ferocia. Si diceva che portavano i cavalli nelle chiese, che le profanavano violentandovi le donne, che strappavano i quadri più belli e li mandavano in Germania e tante altre cose si raccontavano sulla ferocia usata contro gli italiani; si erano diffuse anche le notizie delle fosse ardeatine e di Marzabotto.
Ad Onnaro era morto da due anni il parroco; lo sostituiva a scavalco quello di Pirassi, cheperò, da un mese, per paura di incontrare i tedeschi, non si era fatto più vedere. La gente si riuniva la Domenica e recitava il rosario.
Una sera ci fu uno scampanio strano e inusitato; il vecchio sagrestano Giosita si era attaccato alle campane e suonava con insistenza.
Giosita era ormai vecchio, ma era stato sempre famoso e lì, in paese, attribuivano a lui tutte le storielle sui sagrestani, che calzavano bene col suo tipo, da inoculare la certezza che erano successe proprio a lui.
Dicevano che, una volta, don Giuseppe, parroco di Onnaro, doveva fare una statua di San Giuseppe. Era il suo protettore e voleva onorarlo introducendone la devozione in paese. Come succedeva allora, l'artista, Simeone da Intermesoli, era disposto a stare in paese e scolpire la statua; si contentava del vitto e di qualche regalia alla partenza. Lo scultore aveva chiesto, però, la materia prima: bisognava trovare un grosso tronco da poter scolpire. Il parroco si rivolse a tutti i parrocchiani, ma il consiglio migliore gli venne dal giovane sagrestano Giosita: " Nell'orto della parrocchia c'è quel pero che non porta frutti da tanti anni; quando li fa, sono strani, striminziti e marciscono subito: il tronco è imponente, massiccio e potrebbe essere un bel San Giuseppe; lo si taglia subito, due o tre anni di stagionatura, e tutto è fatto."
Il consiglio fu accettato e quando, dopo quattro anni, la statua potè essere innalzata a fianco dell'altare, sembrò un miracolo d'arte. La gente ci veniva dai paesi vicini per ammirare e compiacersi.
Una sera, sul tardi, Giosita entrò in chiesa e si diresse deciso verso la statua di S.Giuseppe. "Tutte queste preghiere... le candele che ti accendono... i grandi elogi che ti fanno... sono un po' anche merito mio. Una piccola ricompensa la meriterei. Che ne dici San Giusé?" La statua di S.Giuseppe non parlò, ma Giosita ebbe l'impressione che gli occhi si illuminassero e, forse, sulle labbra, stava fiorendo un sorriso. Bisognava insistere.
La storia continuò per diversi giorni. Giosita cominciò ad aggiungere qualche consiglio " mi protesti suggerire qualche numero. Adesso hanno inventato anche nuovi giochi, non so... quel totocalcio... basterebbe un bel dodici".
Il parroco aveva, da qualche giorno, capito che in chiesa di notte stesse succedendo qualche cosa. Una notte gli sembrò di vedere una luce più intensa. Volle rendersi conto appostandosi e capì la storia fra San Giuseppe e il sagrestano. Certo un prete non poteva credere a queste cose, comunque, se miracolo ci doveva essere, questo toccava a lui: era il parroco e si chiamava Giuseppe!
La sera appresso don Giuseppe, nascosto dietro la statua, camuffò la voce e rispose a nome di San Giuseppe che le grazie lui le faceva, ma erano solo di carattere spirituale e che quella pretesa di coinvolgerlo nel lotto era una blasfema profanazione.
Giosita, un po' impaurito, si allontanò di corsa ma, vicino alla porta, lanciò l'insulto che doveva diventare proverbio in Abruzzo. " Eh! ti conoscio piro".
Di Giosita raccontavano di quando gli cadde il grosso crocifisso dell'altare maggiore che stava pulendo. Gli spaccò quasi la testa e il medico disse che era vivo per puro miracolo. Un giorno, fra le bancarelle di San Gabriele, ci fu chi vide Giosita che comprava certi piccoli crocifissi di legno, a due soldi la dozzina. Poi si appartava un poco e, con un martello, li riduceva in frantumi. Scandalizzato, il rivenditore gli chiese perché facesse quella cosa. E Giosita " questi bisogna distruggerli quando sono piccoli, quando crescono lo so io che guai ti possono dare".
Ma la gente si divertiva a raccontare specialmente di quando Giosita si andò a confessare. Non si era mai confessato da don Giuseppe, però, un giorno, sotto Pasqua, il parroco gli aveva detto che non era bello che il sagrestano non facesse il precetto, anzi, per dare il buon esempio, doveva confessarsi proprio da lui in parrocchia; don Giuseppe sperava di poter appurare chi era che gli svuotava sistematicamente la cassetta delle elemosine. Nel confessionale don Giuseppe, visto che il sagrestano parlava di tutto, ma non dei soldi delle offerte, rivolse la domanda apertamente:" Giosì, chi è che si piglia i soldi delle elemosine?" "Eh? da questa parte non si sente niente". Il parroco ripetè due volte la richiesta sempre più forte e alle profferte del sagrestano che di là non si sentiva niente, volle fare la prova di cambiare i ruoli. Giosita entrò nel confessionale e il parroco prese il posto del penitente. Parlò per prima Giosita " Signor curà, chi è che sa ne va con la moglie del sagrestano, quando lui gira per la cerca?" " Giosì, lo sai che di qua non si sente niente per davvero?".
Diventato vecchio, Giosita era ormai un simbolo, una bandiera per Onnaro. La gente, durante la guerra, lo vedeva come un punto di riferimento e di speranza: con quel suo rapporto intimo col Padreterno, qualcosa più degli altri avrebbe potuto fare. E così, a quel suo scampanare, volle andare a vedere e, dopo un po', si ritrovò in chiesa una grande folla di fedeli. Giosita, alternando frasi dialettali a smozzicature in italiano, riuscì a farsi capire bene e inquadrò i grandi problemi del paese, che bisognava difendere ad ogni costo; si doveva proteggere in modo particolare la chiesa, i quadri, le statue, le ragazze.
" Noi faremo tutto quello che è possibile, ma al resto ci devi pensare tu - disse Giosita rivolto alla bella statua di S.Giorgio Questi sono cattivi, senza Dio, sporcano e profanano le chiese, violentano le nostre ragazze, distruggono le nostre campagne, ammazzano gli animali. A Serote, per bere del vino di una botte, i buchi li hanno fatto con le rivoltelle. Mò se vede che sai fa. Noi le feste te le abbiamo fatto ogni anno; ogni anno abbiamo chiamato il predicatore, abbiamo fatti gli spari; ho sempre cacciato i paramenti nuovi... "
" Tutti in ginocchio, preghiamo" e intonò il Rosario.
Mentre si svolgevano le Ave Maria, ad un tratto, dinanzi al cervello di Giosita, passò un pensiero e, intimando il silenzio, si rivolse di nuovo alla statua di S.Giorgio.
" Se non ce la fai tu contro queste bestie di tedeschi, sciogli il drago che ci hai sotto e avventa contro i tedeschi il demonio."
La gente lasciò la chiesa, nella convinzione che Giosita, questa volta, aveva superato se stesso. I tedeschi ad Onnaro non sarebbero passati.
E i tedeschi ad Onnaro non passarono. Si sentirono notizie spaventose di quello che era successo nei paesi d'intorno. Il boato della mina, che aveva fatto saltare il ponte di Montorio, arrivò terrificante fino ad Onnaro.
Poi venne la liberazione. La gente si dette a bere, festeggiare, organizzare balli nelle case.
Una sera si sentirono le campane allegre e insistenti. In Chiesa, Giosita fu chiaro ed immediato. "Avete avuto il piacere da San Giorgio, ora bisogna ringraziare".
Finito il rosario, la gente stava uscendo dalla chiesa, ma Giosita li richiamò. "Noi non sappiamo se ci ha liberati San Giorgio o se ha sganciato il drago. A buon conto diciamo un Padrenostro pure a lui".
Nel vecchio letto matrimoniale, rimasto così dalla morte della moglie, Giosita si era fatto il suo cantuccio e si era addormentato con un sonno profondo, favorito dai tanti bicchieri tracannati alla Roscetta e dalla commozione per aver soddisfatto il suo debito con San Giorgio e...anche col demonio.
Un sogno lo trasportò in una zona mai vista. Era una pianura immensa, da lontano si avvicinava un cavaliere. Quando gli fu vicino, lo riconobbe subito: le corna, la coda, la puzza di zolfo, la faccia luciferigna. "Giosita, da miliardi di anni che faccio il mestiere del demonio, sono stato bestemmiato e maledetto sempre. La prima volta ieri sera mi è stata fatta una preghiera; voglio ricompensarti. Dove hai i piedi tu, c'è un grande tesoro, scavalo e prendilo, è tuo."
Giosita non portava con sé nessun arnese. "Potrei andare a prendere una vanga, ma come farò a riconoscere il posto, che segnale ci posso mettere?" Si guardò intorno. L'immensa pianura non aveva un albero, un cespuglio, una pietra: un deserto così non l'aveva mai visto.
Quando Giosita raccontava il fatto diceva:" fu proprio il demonio a darmi il consiglio. Facci un servizio corporale, così tornando riconoscerai il posto. Feci ogni sforzo immaginabile, per un tesoro mi sarei fatto venire le emorroidi. Al culmine dello sforzo mi svegliai. Avevo imbrattato il letto."


BERTA E BETTINA
AL CASTELLO DI OCRE

Seppi che era esistito un Castello di Ocre, quando vidi, a casa di Anna Maria, la foto ingrandita di un rudere che essa, per la sua passione di tutto ciò che è medioevale, aveva acquistato e messa al centro della stanza e al centro delle sue compiacenze.
Volli vedere questo paese, cogliendo una di quelle giornate in cui si vorrebbero far mille cose, ma si rimane estatici a guardare un cielo tersissimo come il cristallo, con un freddolino che penetra senza dar fastidio.
Arrivai ad Ocre verso le 10 del mattino e chiesi se si potesse visitare il castello. Mi guardarono tra il meravigliato e il divertito. Le rovine del Castello si vedevano, benissimo, ma c'era ben poco da visitare. "Ah, mi dissero, c'è un vecchio che sa tutto del castello. Lo troverai seduto su una scalinata delle rovine. Si chiama Arsiglio."
Non mi fu difficile riconoscere il vecchio Arsiglio che, col viso rivolto al sole, non avendo da temere niente per i suoi poveri occhi, spenti da tempo, tentava di carpire il senso di benessere da quel calore.
Dopo i primi preamboli, gli chiesi di parlarmi del Castello e di dirmi da quando era ridotto in rovine.
"Fu nel terremoto di Avezzano che il castello cadde definitivamente, ma già prima, dopo gli ultimi avvenimenti, era abbandonato e decadente."
Gli chiesi se fumava e mi fece cenno di si. Accesi una sigaretta per me e una per lui, poi gli ficcai una pacchetto di sigarette in tasca: è stata una mia vecchia tecnica per accattivarmi la benevolenza dei pastori in montagna.
"Parlami di quegli avvenimenti." feci, mentre gli allungavo un bicchierino di cognac toccandogli la mano.
"Siediti più vicino, perché di quelle cose voglio parlare piano".
"Io ero ancora giovane, potevo avere 18 anni, quando nel castello dove lavoravo, con mio padre come falegname, vi arrivò la giovane Baronessa Berta, sposa al Barone don Panfilo.
Non mi far parlare a lungo della bellezza di questa donna, altrimenti mi metto a piangere e non posso dire più.
Il corpo era ben costruito, ma snello, l'occhio vivo e intelligente, le movenze erano di una grazia irraccontabile. Io la paragonavo alla grazia di un felino, quando incede sicuro di sé o quando gattona. La voce scendeva nell'anima come una cascata di acqua fresca nelle giornate di solleone.
Credo di avergli parlato in tutto dieci volte, ma sufficienti a capire quanta simpatia anch'ella nutrisse per me.
Le giornate passavano con un senso di felicità e spensieratezza, allietate dal canto della baronessa che, con una voce melodiosissima, inneggiava alla luce, ai fiori, all'amore con delle canzoni inventate da lei.
L'unica ombra era la mancanza di figli, ma la baronessa suppliva portandosi nei suoi appartamenti i piccoli dei castellani, coi quali giocava e scherzava per giornate intere.
Un giorno, brutto come un cielo in tempesta, si sparse nel castello la notizia che la baronessa era ammalata.
C'era la dama di compagnia che correva su e giù per le scale, parlando col medico e con lo speziale, ma non ci fu niente da fare.
Don Panfilo era diventato la figura del dolore. Quando ci incontrava, e si sforzava di sorriderci, li si disegnava sul volto una maschera tragica, spaventosa.
Un giorno, mi si avvicinò e mi disse di aiutarlo a preparare un loculo nella cappellina. Togliemmo una cassa, completamente marcita, con della ossa dentro. Mio padre preparò una piccola cassettina per le ossa della baronessa Maria Adelaide, che ponemmo nell'ossario, e cominciò a lavorare per la cassa che sarebbe servita alla baronessa Berta
Fummo ammessi tutti a vedere il cadavere preparato nella stanza da letto. Io non ho mai capito come resistetti alla morte allora: la notte mi svegliavo pieno di sudore e non riuscivo a capacitarmi come tutta quella bellezza, quella vita, quella gioia potessero essere lì, rinchiuse in quel loculo, davanti a cui la lastra di marmo, murata da mio padre, sembrava avesse chiuso anche il mio cuore.
Un giorno mentre guidavo al pascolo un piccolo gregge vidi un prato pieno di ciclamini. Tutti sanno che le pianure di Rocca di Cambio sono le più ricche di ciclamini, che emanano un profumo intenso e delicatissimo. Ne feci un mazzetto per andarlo a deporre sulla tomba della baronessa. Era quasi l'ora del tramonto, posai il mazzetto di ciclamini dentro un piccolo cerchietto ricavato nel marmo, mi avviai verso l'uscita e, come facevo sempre, alla porta, proprio mentre la chiudevo, dall'ultimo spiraglio, mi voltai per vedere come si presentava la tomba con i miei ciclamini. Mi gelò una scena, la più imprevedibile.
Voltata di spalle, verso di me, c'era una donna che liberava un gatto, il quale rientrava velocissimo nel loculo. Finii di chiudere la porta e scappai via. Appena mi riebbi dal terrore, tornai indietro per vedere che cosa ci stesse dentro la cappella, ma tutto era silenzio. Della donna e del gatto neanche l'ombra.
Volli vedere la sorte dei miei ciclamini, ma erano scomparsi anche quelli. Girai a lungo per la chiesetta, ma non ci fu niente da fare: si erano dissolti nel nulla. Chi sa perché mi venne l'idea di aprire la tomba. La gente del castello era a cena e nessuno mi avrebbe sentito. Forzai la pietra, staccandola dalla calce e battendo a più riprese con il martello.Ricordo ancora l'impressione, mi sembrava di disturbare il sonno della baronessa Berta. Quando guardai dentro, vidi la cassa e gelai dallo spavento: i ciclamini erano lì, freschi e profumati, appoggiati sulla cassa.
Affamato come ero sempre, quella sera, faticai parecchio, per spiegare ai miei che non avevo fame e non potevo mangiare."
Mentre il vecchio pronunciava le ultime parole, gli avevo riempito il coperchietto di cognac. " Io però non ho fatto colazione e, in genere, preferisco bere il vino". "Aspettami," gli dissi.
Di corsa arrivai al piccolo bar del paese, che funziona anche da generi alimentari, e comprai due bei panini col formaggio e il prosciutto e un fiasco di Montepulciano d'Abruzzo.
Quando finimmo di sgranocchiare il panino e vi mollammo il terzo bicchiere a testa,Arsiglio ricominciò:
" Il barone don Panfilo, dopo qualche anno, un giorno tornò al castello con una bella ragazza. Si disse che l'avrebbe sposata e così fu dopo qualche mese. Molti si rallegrarono, perché pensavano che la gioia sarebbe tornata nel castello. A me la vista e la notizia di quella donna fecero l'effetto di una coltellata al cuore, ma non dissi niente a nessuno.
La baronessa Bettina, dopo poco tempo, aveva conquistato il cuore di tutti i castellani. Dolce, gioviale, piccolina, con lo sguardo sempre sorridente diventò ben presto l'anima di tutte le serate di festa che si svolgevano al castello.
Le ultime ombre di disappunto, che covavo nel cuore, si dileguarono quando una sera mi invitò a un giro durante il ballo. La leggerezza con cui questa donna liberava il suo corpo dal peso proiettandolo in alto era una cosa che non si può descrivere, sembrava che sfiorasse la terra e si librasse nel vuoto sicura di sé.
Ai miei impegni di pastore si erano sostituiti i doveri dello studio. Il barone mi aveva mandato ad Aquila per un po' di tempo in una scuola., ed ora, nel castello, mi guidava mastro'Ndino.""Chi era questo 'Ndino?" Gli chiesi. " Chi era nessuno l'ha mai saputo, e nessuno è riuscito ad appurare che mestiere facesse. Il barone l'aveva conosciuto in qualche altro castello che lui frequentava. Era un uomo molto colto, faceva sempre ridere con i fatterelli a sfondo umoristico, che raccontava continuamente. Gli piaceva lavorare anche col ferro, col legno, con le macchine. Ai tempi della signora Berta, quando mastro'Ndino faceva qualche lavoro, la baronessa si metteva a guardarlo e gli stava sempre vicino, con gli occhi fissi al suo volto e alle sue mani, tanto che qualcuno pensò che fra i due nascesse del tenero. Per questo motivo lo invidiavo profondamente e chi sa che gli avrei fatto. Quando poi cominciò a farmi leggere i poeti e a spiegarmeli, diventai anch'io un suo ammiratore.""Parlami di Bettina ancora".
"Anche per lei arrivò il brutto giorno. Quando morì non potetti partecipare ai funerali, perché mi ammalai e si temette che dovessi fare anch'io la sua fine.
La tomba della baronessa Bettina fu collocata sotto quella della baronessa Berta a posto della tomba della contessa Maria Antonietta. Fui anch'io a preparare il loculo, prima che mi ammalassi, poi mi aiutò il giovane Guelfo, un ragazzo tanto sventurato per incidenti capitatigli, (aveva una mano sola e un occhio solo). Ma era un ragazzo tanto sensibile. Era timido da aver paura anche dei suoi pensieri, però, mentre sistemavamo il loculo, lo vidi versare più di una lagrima.
Io continuai a portare al pascolo le pecore, perché questo mi permetteva di portarmi i libri in campagna e studiare.
Un giorno feci due mazzetti di ciclamini e li portai nella cappellina, sulle tombe delle mie baronesse. Quando uscii dalla chiesa vidi che era tutto a posto e mi rallegrai, ma mentre mi allontanavo sentii un rumore in chiesa come di gente che si azzuffasse e strillasse. Tornai di colpo indietro, aprii, ma tutto era in silenzio, solo il mazzo di ciclamini della baronessa Bettina era per terra scompigliato, con i petali a pezzi sparsi all'intorno.
In quei giorni capitò nel castello un tizio che si spacciava per maestro di dottrine indiane. Volli avvicinarlo e lui, una sera, mi trattenne con sé più di un'ora, per parlarmi della reincarnazione.
Rufo, così si chiamava, sosteneva che tutti noi siamo vissuti già molte volte e torneremo a vivere, trasformati negli animali che più ci sono piaciuti nella vita.
"Ma io - gli feci - non mi ricordo di niente, è mai possibile che sono già vissuto?"
" Ti sembra - rispose - ma se ci fai caso, certe volte, quando vedi un posto, una strada, una montagna, un bosco, incontri alcune persone, tu hai l'impressione di averli visti, tutto ti dà un senso di familiarità, perché tu stai, in quel momento, facendo riaffiorare dal subconscio le tue impressioni e le tue sensazioni antiche."
" Forse il maestro Rufo qualche ragione doveva averla. Io, la sera, quando chiudo gli occhi mi figuro una immensa pianura dove corro come un cavallo, pancia a terra, sudando ma felice di divorare tutto quello spazio che mi dà la sensazione di non toccare il suolo. Altre volte m'immagino di essere un leone che sbrana una bestia e il sangue, che mi scola sul mento, mi dà una sensazione di feroce bellezza, che mi ricorda quando, a caccia, ammazzavo gli animali. L'animale che più mi esalta è il ghepardo, ma non quando uccide, ma quando getta il suo corpo a velocità incredibili da sembrare trascinato dal vento.
Io applicai le sue teorie al fatto che mi stava interessando, circa la presenza delle due baronesse in casa.
Molti, ormai, raccontavano di zuffe feroci, avvertite ora in una stanza ora nell'altra del castello.
In genere, a sedare i rumori e far tornare la serenità era la dama di compagnia e il personale del castello. Essi chiudevano le porte, vigilavano e, quando succedeva qualche cosa, si precipitavano a riportare tutto nella quiete.Un giorno assistettero ad una scena che non potettero non raccontare.
Sul letto della camera della baronessa c'era una bellissima gattina nera con una stella nel petto. Ad un certo punto, entra nella camera una bella gatta certosina. Questa si avvicina, quasi ad odorare l'intrusa e poi scoppia una scena incredibile. I peli che rimasero sul letto e per la stanza testimoniavano di una zuffa fra gatti, ma chi vi assistette, parlava ancora molto tempo dopo, di una lotta infernale."
Da quei fatti, il castello sembrò sceso nel più cupo e nero pessimismo. Anche il maestro 'Ndino coi suoi fatterelli non riusciva a far ridere più." Ma dimmi come finì la storia delle due baronesse."
" Io, a seguito di una brutta caduta, persi prima un occhio e poi l'altro. Ormai mi portavano i ragazzini su questa scalinata per godermi il sole quando c'era. I fatti del castello li sentii solo raccontare dagli altri. Pare che la dama di compagnia riuscisse a salvare il castello dalla brutta influenza della maga nera e poi le due baronesse, ritrasformate in persone, sarebbero riuscite a vivere una vita di grande felicità.
Oggi tu mi hai dato una grande gioia, ma ora parti, sento il mio cuore oppresso. Forse, se tornerai ancora ad Ocre, in questa scalinata io non ci sarò più. Comunque quando guardi quel quadro in casa di Anna Maria pensa a..., posso dirlo?, a questo tuo vecchio amico.


FEMMINA MORTA

Si partiva da Pietrasecca il pomeriggio della vigilia della Trinità. I pellegrini si riunivano in chiesa, prendevano lo stendardo con la raffigurazione del mistero della Trinità - tre uomini perfettamente uguali - e con la scritta grossa PIETRASECCA.
Si cantava da quando ci si avviava a quando si tornava. I canti, urlati a squarciagola, erano quelli tradizionali della Trinità, pieni di fede, di esaltazione poetica e qualche volta, intrisi di ingenue superstizioni.
Il pellegrinaggio veniva fatto a piedi. C'era chi portava anche qualche cavallo o mulo, ma era solo per caricare vettovaglie e coperte. Il sacrificio di camminare a piedi era inteso come manifestazione di amore e di fede alla Trinità. Si ricordava, in paese, di persone che avevano fatto il lungo tragitto completamente scalze. In questo caso, il voto era visto come un atto di particolare devozione e tutti i pellegrini facevano a gara per facilitarne l'adempimento.
Dopo il primo tratto per le campagne di Pietrasecca, si affrontava la salita di Marsia. I pellegrini, ancora freschi, camminavano spediti e pieni di entusiasmo, alternando canti e recita del Rosario.
In mezzo ai boschi di Marsia si organizzava la fermata della notte. I capigruppo stabilivano il posto e lì si accendevano i fuochi. Enormi brancate di ceppi venivano caricate nei luoghi dove c'era stato il taglio; qualcuno abbatteva anche delle piante e si ricordava il caso di Mengu, che s'era portato la motosega. I fuochi, ora, si alzavano prepotenti verso il cielo, producendo anche la brace necessaria per le cotture dei cibi, specialmente le salsicce e le patate sotto il coppo.
Poi i gruppi familiari si disponevano per la notte.
Gli ultimi canti dei pellegrini si univano ai versi degli animali notturni, il lamento dei succiacapre, dei gufi, delle civette e delle poiane; in mezzo a questi suoni sentivi il campanaccio del capomandria e il muggito dei tori che si proteggevano le vacche in calore.
Verso le quattro del mattino, c'erano di quelli che erano abituati ad alzarsi presto e cominciavano, anche in questa occasione, a dare la sveglia. Intorno alle sei, si smorzavano i rimasugli di fuochi, si completavano le colazioni e poi ci si metteva in viaggio. Per le nove bisognava essere ai piedi del Santuario e iniziare la discesa: una strada piena di candele votive, appoggiate ai lati, gremita di storpi che imploravano aiuto dai passanti. C'erano tante bancarelle che vendevano i ricordi della Trinità, santini, libri, quadretti di tutti i tipi, stampe sacre e profane, strumenti musicali e un'infinità di altre cose, che costituivano le grandi contrattazioni della festa. Qualche ragazzino approfittava di un momento di distrazione del proprietario per sgraffignare medaglie e oggettini. A chi gli chiedeva quanto l'avevano pagato rispondevano " 5 minuti di paura"
Una delle zone, che bisognava attraversare per arrivare ai sette fossi, era quella detta di "femmina morta"
Non si era mai riusciti a sapere bene la storia di questa denominazione. Probabilmente, la spiegazione potrebbe essere più semplice di quello che si possa pensare. Una donna era caduta lì colpita da ictus o da infarto e, essendo stato trovato il corpo in avanzata fase di decomposizione, i passanti avevano deciso di coprirlo di pietre. Un po' come le antiche sepolture affrettate. (Dante, nel III canto del purgatorio, dice che il corpo di Manfredi, dopo la battaglia di Benevento, si trovava "di là dal ponte sotto la guardia della grave mora").
Era comunque tradizione che tutti coloro che passavano vicino al laghetto di Marsia raccogliessero per strada una sasso, che poi lanciavano sopra il montarozzo di femmina morta. Cogli anni, si era fatto ormai un vero montagnotto di pietre e vi si aggiungevano le leggende, che accompagnano quasi naturalmente questi fatti straordinari.
Franciscu di Pietrasecca portava ogni anno alla Trinità la sua famiglia, composta dalla moglie e tre figli. Ercolino era l'ultimo.
" Adesso arriviamo a femmina morta, là non bisogna parlare, si deve raccogliere una pietra e lanciarla sul mucchio di pietre che già ci stanno. Chi non fa questo va incontro a tante disgrazie." diceva Franciscu. " Ma che ci sta la sotto?" chiedevano i figli, e, ogni anno, si prendevano la stessa risposta " Non si sa, qui c'è morta una donna che chi sa che stava facendo. Potrebbe darsi che stesse peccando e il diavolo l'ha portata via, perché sulla strada della Trinità bisogna mantenersi puri."
Ercolino covò per tanti anni il pensiero della donna diventata preda del demonio e andava sempre cercando altre notizie dagli anziani di Pietrasecca.
Una sera, sotto la cantina di Cazzittu, sentì mastru Pietru che raccontava di un tizio che, rimasto indietro mentre il gruppo avanzava, si trovò a passare a femminamorta quando era buio e assistette all'accoppiamento di una giovane donna bellissima con un uomo che poi scomparve con una fiammata, lasciando puzza di zolfo sul posto.
Il pensiero di Ercolino cominciò a ruminare questi fatti, che gli tenevano compagnia giorno e notte; quando accompagnava le pecore al pascolo, pensava alla donna bellissima, e, quando si fermava a riposare sotto l'ombra di un albero, gli sembrava di abbracciare questa bellezza mai vista.
Un anno, al pellegrinaggio, tentò di rimanere un po' indietro, ma tutti lo richiamarono subito e poi si era già fatto giorno e la magia non si era verificata.
Passavano gli anni e il pensiero della giovane di femminamorta era sempre presente nel cervello di Ercolino. Si era pure fidanzato e doveva sposarsi con la figlia di Chiustortu, ma era sempre tormentato dalla visione di femmina morta.
Non ne aveva mai parlato se non con Tarchino, che lo aveva ammonito "stacci attento, che il diavolo, se si ingelosisce che gli vuoi rubare la donna, potrebbe farti qualsiasi dispetto..." " Ma io debbo liberare quella donna che sicuramente è stata fatta prigioniera del Maligno. Ci riuscirò."
Si era sulla tarda primavera e si avvicinava la festa della Trinità. A casa di Ercolino c'erano già i preparativi per il matrimonio, che si sarebbe dovuto fare dopo i raccolti.
Era andato a Tagliacozzo per comprare il vestito. Era partito a cavallo e, nel tornare, gli era venuta l'idea che, risalendo per Verrecchie e sbucando su Marsia, sarebbe arrivato a casa prima. S'era fatto sera, ma Stellina conosceva quella strada come le sue tasche: aveva accompagnato i pellegrini della Trinità per più di 12 anni.
Quando Ercolino arrivò sopra Marsia, vide da lontano, come macchie scure, i monti di Pratolungo con la punta di Cacume: sotto c'era femminamorta. Forse fu lui a guidare la cavalla verso lì, forse la cavalla stessa ci si diresse per abitudine. Mentre girava alla curva del laghetto, si accorse che era buio: avrebbe assistito alla comparsa della bella donna e le avrebbe chiesto di fuggire con lui, anziché accoppiarsi con Satana.
La paura lo stava prendendo spaventosamente e, ormai, non era in condizioni neanche di tirare le briglie della cavalla.
Dietro il montarozzo di Femminamorta, gli sembrò di vedere una luce che si faceva sempre più viva. La cavalla era terrorizzata e a stento Ercolino riusciva a fermarla. Quando vide, in mezza a quella luce strana, la figura di una donna, si buttò a terra tentando di avvicinarsi, ma, ad un certo punto, si accorse che che la donna stava, li accanto a lui, e si scansava i veli che gli coprivano il seno; poi l'immagine cambiava ed Ercolino vide dentro il corpo della donna una quantità enorme di monete d'oro. Vi stese una mano e cominciò a prenderne tante, tante, tante. La sua mano affondava continuamente in quel ventre che, anziché essere molle come la carne, era duro come un metallo e scottava sempre di più. Quando avvertì la puzza dello zolfo, un lampo gli illuminò il cervello. Gettò un urlo e stramazzò per terra.
I mandriani, che andavano ad abbeverare le bestie al laghetto videro un cavallo fermo e vollero andare a vedere. Vicino alla cavalla c' era il corpo senza vita di Ercolino. Chiamarono i carabinieri che lo portarono all'obitorio di Tagliacozzo. Tutti si chiedevano perché la mano destra del pastore di Pietrasecca fosse coperta da un fazzoletto bianco.


L'ORECCHIO DE' MACCAFANI

L'avv.Aldo Maria Arena era stato con me sempre assai gentile e servizievole. Quando volli festeggiare il mio quarantesimo compleanno, mi prestò il suo castello. A suo dire, in quella occasione, ci rimise anche una botte di due quintali e mezzo di vino, perché io portai un'accolta di amici che, a bere una damigiana, ci mettevano poco.
A Francisco e agli amici del vino debbo dedicare una larga parentesi.
Una volta, un tizio mi aveva regalato una damigiana di 54 litri di barlettone. S'incontrarono, al mio studio, Alicandro e Luzio e decisero di assaggiarlo, poi comunicarono la notizia ad altri; sta il fatto che, quando rientrai in serata, riuscii appena a sentire il profumo e il colore del barlettone.
La sera del mio compleanno, a Pereto, Francisco battè ogni record. Io gli avevo raccomandato di portare, col dovuto rispetto e sicurezza, una damigiana di vino che mi avevano mandato da Parma. Avevo spedita tutta la comitiva prima di me a Pereto, io arrivavo quando era già buio. Il quattro gennaio si fa notte presto. Prima di affrontare la salita, volli guardare che cosa fosse quella macchina in mezzo ai prati con delle persone intorno; mi avvicinai e vidi Francisco e altri intorno alla damigiana: l'avevano quasi vuotata. Alle mie rimostranze Francisco esclamò: " ci avevi tanto raccomandato di stare attenti a questa damigiana affinché non si rompesse, noi per sicurezza ce la siamo bevuta cosicché è sicuro che non si romperà.".
Io, Pereto e don Francisco avevamo un'altra bella storia..
Quando il dott. Marini mi chiese di organizzare un matrimonio in montagna, preparai le cose molto per bene. Durante la celebrazione, ammiravamo la vallata di Pratolungo: era impressionante. Un tappeto di fiori sembrava steso da un mago. Nell'altra vallata c'erano gli abbacchi in cottura. Francisco mi si avvicinò per sollecitarmi la definizione rituale; "Non senti che profumo?" mi sussurrò all'orecchio.
Il pranzo iniziò con diversi bicchieri tracannati a digiuno, per cui alla prima portata, Francisco era già partito.
Stavo assaggiando l'antipasto, quando mi si avvicinò una ragazza marocchina; seppi poi che faceva parte di un gruppo di alunne del professore-sposo. " Tu sei Martino?"-mi disse. Alla mia affermazione soggiunse "Io e Francesco ci amiamo e ci vogliamo sposare, io mi farò cattolica." " No, fermati, non ti muovere - intervenne Francesco - mi faccio maomettano io". Capii che le cose si stavano mettendo male, caricai Francesco in macchina e partii. L'ultimo sforzo dovetti sostenerlo nel tentativo di staccare i due che si erano abbracciati, una fuori e l'altro dentro la macchina, e si baciavano furiosamente.
Comunque Aldo Arena mi perdonò sempre e accettò che portassi una classe delle mie alunne delle magistrali, che festeggiavano l'addio alla scuola, a visitare il castello di Pereto
Arrivammo di pomeriggio, consumammo la nostra merenda, girammo tutte le stanze della fortezza. Restammo ammirati e meravigliati nel vedere il letto dell'avvocato in una grande stanza, che era la sala del cataletto, con un inginocchiatoio e su di esso un teschio. Poi, vicino al fuoco, cominciammo a sentire le storie del castello.
La signora Matilde Maccafani aveva una quarantina d'anni. Il marito era molto più vecchio e lasciava spesso, per mesi, la moglie sola al castello, mentre girava o a caccia, o per acquistare bestiame, o per contattare gli altri castellani dei dintorni: Celano, Carsoli, Aquila, oppure quello di Ocre, dove aveva amici carissimi e compagni di caccia inseparabili.
La vita nel castello era quanto di più monotono si potesse pensare; inoltre, dal matrimonio non erano venuti figli e la marchesa si annoiava maledettamente.
Un giorno essa dovette ricevere il giovane Nacleto, che portava i frutti di un terreno di Roccadibotte, affittato dal marchese a suo padre.
Il giovane era bello, aitante, con un'abbronzatura, da sole di montagna, perfetta. La signora lo guardò a lungo e gli chiese chi fosse la sua donna. Il giovane rispose che ancora non aveva una donna; suo padre aveva deciso che prima si dovevano sposare gli altri e, a casa, erano in cinque figli.
La signora parlò a lungo e fu conquistata dal suo candore virile. Ad un certo punto gli prese una mano. Arrivato alla camera della donna, Nacleto tremava come una foglia; comunque, l'abbraccio amoroso gli risultò talmente esaltante che egli, da quel giorno, non visse di altro che per gli incontri che potevano seguire.
Due volte la settimana passava sotto il castello e il cuore gli dava colpi violenti come una catapulta.
Secondo le istruzioni che la donna gli aveva dato, sulla cima di un colle vicino, aspettava che la donna affacciasse un drappo bianco alla finestra; in tre salti era al castello, spingeva la porta che, nel frattempo, era stata aperta e imboccava una delle tre scale che portavano al settimo piano, quella di donna Matilde. Lo scalone principale girava intorno alla torre all'esterno e dava sul grande cortile, in mezzo al quale c'era un enorme pozzo. Poi, c'era una scala a chiocciola interna che veniva usata dalla servitù e dagli altri quando pioveva; c'era infine una scala a chiocciola, in pietra raffinata, che era ermeticamente chiusa agli altri: ci potevano salire solo la marchesa e il marchese. Questa era la scala che Nacleto saliva, divorando i gradini a tre a tre.
A Pereto c'era un tizio su cui madre natura si era divertita ad ammucchiare tutta la ferocia e le bruttezze di cui essa è capace. Al fisico maledettamente deforme si erano aggiunti i guai: un giorno, in una stalla, un cavallo imbestialito lo aveva ridotto un ammasso di ferite e gli aveva rotto un braccio ed una gamba, che erano stati messi a posto come si poteva a quei tempi. L'anima di Stefinazzo - così lo chiamavano, da Stefano che era il suo nome di battesimo - era ancora più nefanda del corpo. Nessuno sapeva che mestiere facesse con precisione. Si sedeva, per un po' di giorni, su un gradino di una casa e quelli che abitavano di fronte sapevano che se ne sarebbe andato solo dopo aver ricevuto dei soldi. In caso contrario, prima o poi, una calunnia sulle donne della casa non la levava nessuno. Immaginarsi quando su qualcuna c'era da ricamarci veramente. L'unica sua gioia era vedere gli altri che soffrivano.
Un giorno Stefinazzo notò il giovane di Roccadibotte che su di un colle stava aspettando qualche cosa, poi vide il segnale del castello e capì che c'era da fare un grosso bottino.
Appena Nacleto fu entrato nel castello, Stefinazzo spinse la porta e si accorse che era chiusa: certamente era stata chiusa da Nacleto.
Alcuni giorni dopo, mentre si ripeteva la scena, Stefinazzo postosi vicino alla porta del castello l'aprì prima che arrivasse Nacleto e si mise in osservazione e, poco dopo, lo vide entrare e imboccare la scala segreta. Tutti a Pereto sapevano che questa porta potevano aprirla solo il marchese e la marchesa.
Un martedì mattina presto, il marchese Giorgio partì con i compagni di caccia per Pratolungo. Mentre il canettiere scioglieva i cani ed essi cominciavano a braccare, vicino alla posta di Giorgio, si presentò Stefinazzo.
" Marché, ti debbo parlare"
" Stefinà, se mi fai perdere questa lepre, sparo a te; comunque aspetta nascosto dietro quel cespuglio".
La lepre, condotta dai cani infallibili, arrivò alla posta; il marchese la mise sotto tiro e la fulminò, la consegno ai compagni di caccia, poi soggiunse:" andate verso Marsia, che io ho da fare un po'".
"Se mi fai un favore, io te ne posso fare un altro molto più grosso" disse Stefinazzo. "Di che si tratta? " rispose il marchese, sospettoso.
"Io ho quella casa dove abito ridotta che non ci si può più stare, se mi dai i quindici scudi d'oro per accomodarla, ti dico che fa tua moglie quando tu sei fuori".
Con quindici scudi ci si comprava giusto giusto mezzo Pereto. Il marchese capì che c'era il ricatto, ma fece finta di niente.
"Questa sera vengo a casa tua".
In casa di Stefinazzo non andava mai nessuno, per cui, quella sera, chi vide che c'entrava il marchese, credette di avere le traveggole.
Il piano scattò tre giorni dopo. Appena Nacleto, dopo il segnale, si fu introdotto nella scala segreta, il marchese aprì con la sua chiave ed entrò insieme a Stefinazzo.
Quello che sentirono dentro la camera di donna Matilde non poteva essere oggetto di dubbio; le carezze, i baci, le effusioni, i gridolii di piacere erano tali che il marchese prese Stefinazzo per la mano, lo portò sulla scala, gli consegnò i quindici scudi e lo mandò via; poi su un letto cominciò ad escogitare i modi più crudeli possibili per la vendetta, mentre il tarlo della gelosia lo rodeva sempre di più.
Il pascolo di Nacleto il marchese lo conosceva benissimo. La mattina, verso le otto, uscì di casa con due mastini e si avviò sulla costa dei Bisognosi. Da lontano vide Nacleto che, buttato sotto un cespuglio, si era messo la giacca sul viso. " Chissà che starà pensando?" si chiedeva Giorgio Maccafani, mentre il veleno gli faceva torcere le budella. A circa trenta metri legò i cani e il cavallo e, con la fune preparata a cappio, arrivò accanto al giovane e gli strinse il collo, poi con la stessa corda gli legò le mani e le gambe. Nacleto non ci provò a gridare, sapeva che d'intorno non c'era nessuno. Il marchese cacciò di tasca il suo coltello e tagliò di netto al giovane un orecchio, lo avvolse con cura in un panno e se lo mise in tasca. Poi gli tagliò i pantaloni e, con un colpo secco, prelevò gli organi sessuali. Si avvicinò ai cani, fece mangiare il pezzo di carne e li sciolse lanciandoli addosso al giovane.
Dopo poco, in un lago di sangue, Nacleto era un cadavere.
Il marchese legò i cani, salì a cavallo e tornò a casa.
All'ora di pranzo, mentre donna Matilde guardava quel volto, strano quanto mai, del marito, vide che costui prendeva un bicchiere, vi metteva dentro l'orecchio e glielo poneva davanti.
Il giorno dopo, all'ora di pranzo, fece la stessa cosa.
La faccenda durò così per molti giorni. Ormai era arrivata la notizia che i lupi avevano sbranato Nacleto di Roccadibotte, e il gesto del marchese, per la signora, era chiarissimo.
Dopo mesi di quel rito, senza mangiare e senza dormire, la marchesa era ridotta ad uno spettro.
Una sera, al centro del cortile della torre, si sentì un grosso tonfo: la signora si era buttata nel pozzo. Sul parapetto aveva lasciato il mazzo delle chiavi, raccolte in un grosso cerchio di ferro.
Fu estratta fuori cadavere e si fecero solenni funerali. Il popolo di Pereto, che amava la donna, generosa verso i poveri, partecipo' nella totalità. Sulle scale della chiesa Stefinazzo guardava e si sentiva il padrone di Pereto. Tutti i parenti erano presenti, mancava solo Giorgio, che, dissero, aveva avuto una urgente convocazione al castello di Amatrice e non era potuto tornare.
Arrivò qualche giorno dopo, cenò e poi salì regolarmente in camera e si mise a dormire. Verso l'una di notte, sentì un tramestio caratteristico di chiavi che sbattevano fra loro. Il rumore proveniva dalla stanza di Matilde; Giorgio l'aprì e si accorse che una donna usciva da quella camera, agitando nervosamente un mazzo di chiavi.
La sera dopo Giorgio provò di nuovo a dormire, ma, alla solita ora, sentì il solito rumore; questa volta proveniva dal cortile grande. Si affacciò e vide la moglie che agitava le chiavi. La donna si girò lentamente verso di lui e lo fulminò, con due occhi che erano due fiamme rosse, spaventose.
Il marchese Giorgio Maccafani partì il giorno dopo e non tornò più.
A Pereto, quando si vuol dire che uno ripete una cosa continuamente e noiosamente, si parla "dell'orecchio dei Maccafani". Ma tutti affermano di aver sentito, di notte, passando vicino alla torre, il mazzo delle chiavi agitato con violenza dalla signora Matilde.
Mentre Aldo Arena raccontava questa storia, qualche ragazza rimase un po' impressionata; passammo, però, ai balli e la cosa si sdrammatizzò. Quando Lella si mise a fare la danza di Zorba, eravamo tutti presi da graziosa frenesia. Io solo ero preoccupato, perché dovevo riaccompagnare le ragazze a casa; avevo avvertito le famiglie che avremmo fatto tardi ed ero sicuro della comprensione dei genitori, ma dovevo essere discreto.
Ad un certo punto, in un momento di pausa fra un ballo e l'altro, sentimmo una porta che sbatteva forsennatamente. Mi girai verso l'avvocato, pensando che avesse preparato qualche scherzo. La ragazza che manovrava il registratore lo spense. Nel silenzio misterioso che seguì, tremanti stavamo aspettando qualche cosa, quando, horresco referens, si cominciò ad aprire, cigolando, la porta della scala a chiocciola.
Io ricordo solo la vista della mano che spingeva la porta. Si notavano le ossa dello scheletro che si affondavano nel legno. Dall'altra parte della figura, coperta da un lenzuolo, si levò una mano che scuoteva nervosamente un mazzo di chiavi. L'urlo emesso dalle ragazze fu qualche cosa di bestiale: credetti di diventare sordo quella sera.
Io non so se cademmo per terra svenuti tutti, chi ci svegliò o se ci fu qualcuno che ci venne a soccorrere. Tornato in me, ricordai che dovevo accompagnare le ragazze a casa e riassunsi le vesti del professore, ordinando a tutte di seguirmi.
Ringraziammo l'avvocato e scendemmo le scale. Mentre salivo in macchina, l'avvocato sulla scalinata mi richiamò. Lungo la scalinata, gli andavo dicendo "questi non sono scherzi da farsi... Io ho una grande responsabilità verso le famiglie..."
L'avvocato era particolarmente bianco in faccia, mi prese per mano e mi portò vicino alla porta della scala a chiocciola che si era aperta durante la visione dello spettro; a metà altezza, proprio dove avevo visto la mano che apriva la porta, c'erano i segni di una bruciacchiatura a forma di mano.
"Chiedi a chi vuoi, mi disse Aldo, se questi segni c'erano prima di questa sera".


SETTEFOSSI

Secondo alcuni, il Padreterno ha creato la zona dei settefossi per preparare l'animo del pellegrino, che va al santuario della Trinità, a quel senso di vasto, di mistico, di indisturbato; secondo altri, la immensa zona, coi suoi fossi e i suoi boschi e i vasti echi che si ascoltano nel sottofondo, sarebbe stato un dono primordiale ai cacciatori segugisti.
I segugi sono dei cani che devono, col loro microolfatto e con la loro intelligenza, trovare dove la lepre ha passato la notte e poi scovarla e inseguirla. Lavoro questo che potrebbe sembrare semplice, se la lepre non premettesse, alla sua rimessa mattutina, una serie di riti che impediscono alla maggior parte dei cani di individuare il covo. Si tratta di un groviglio, un andirivieni che essa fa per dieci, quindici volte. Dal centro del groviglio, poi, spicca dei salti, così detti di rimessa, e si accovaccia.
La maggior parte dei cani arriva bene fino al groviglio, ma da lì non riesce a spostarsi. Ce la fanno solo i geni. Bric, quando arrivava sul groviglio, cominciava a descrivere dei grossi cerchi, fino a quando non individuava un salto di rimessa e poi via... l'urlo e l'inseguimento.
L'inseguimento lo si può seguire per un certo lasso di tempo, poi la lepre e i cani si coprono, come si dice in gergo, e i cacciatori devono attendere che la lepre ripieghi verso di loro o che, dopo ore ed ore, i cani abbandonino la seguita e si riavvicinino alla base di partenza.
La zona dei settefossi ha la caratteristica di essere talmente vasta che, per quanto la lepre voglia allontanarsi, i latrati dei cani in seguita si sentono sempre.
Quando, al 31 dicembre, si chiudeva la caccia, Pino si riposava solo qualche settimana, poi ripartiva con le prove. Si trattava di portare i cani in montagna come
se fosse caccia regolare, solo che alla fine non si sparava. Mancava, secondo la sua fiorita espressione, l'ultimo atto a questo dramma stupendo che è la caccia coi segugi (gli atti sarebbero: l'accostamento, lo scovo, la seguita, l'uccisione della lepre).
Era ancora pieno inverno, con quelle gelate mattutine mozzafiato. Le foglie, cadute e fuse fra loro dal ghiaccio, producono un suono che al frequentatore di boschi danno una sensazione vaga di arcaico e di eroico, da farlo fremere fin nell'intimo dell'anima.
Erano circa le sette, quando i cani furono lasciati sul terreno. Le lepri, rimaste in vita dopo le cacciate della stagione venatoria appena finita, erano poche e intenzionate a salvarsi. Inoltre, gennaio ha le notti lunghissime e la lepre ha la possibilità di mangiare a lungo e cercare, con calma e precisione la sua rimessa.
Dopo qualche minuto, si sentì la prima voce di un cane che aveva avvertita una traccia di lepre della notte; ci avvicinammo; i cani si stavano eccitando e dopo poco, erano sulla rimessa. Le difficoltà dello scovo protrasse l'attesa per una mezz'ora, ma alla fine, con soddisfazione di tutti, si senti l'urlo sulla scovata e poi l'avvio della seguita.
E' veramente difficile dire che cosa è la musica di una seguita; i cani emettono latrati differentissimi fra loro. Ci sono i blu di Guascogna che hanno una voce cavernosa e allungata; i segugi italiani hanno una voce cadenzata e meno profonda; fra essi ve ne sono di quelli, specie le femmine, che hanno una voce squillante e argentina. Il tutto in un amalgama di esaltazione e movimenti che formano una vera e propria orchestra: ora è uno solo ad abbaiare, ora due, ora tutti. Ora le voci sono rabbiose e decise, ora incerte e lamentose.
Per il segugista l'ascolto di questa musica costituisce la gioia delle prime ore. Poi cominciano i dubbi: ce la faranno a risolvere quel fallo? Il fallo è un punto in cui la lepre ha rimesso in atto tutti gli accorgimenti per far perdere le tracce: sono salti, ritorni, fermate su covi posticci e ingannatori. Alcuni cani a questo punto, dopo aver insistito per qualche mezz'oretta, abbandonano e tornano dal padrone. Altri, più ostinati, rimangono ore e alcuni riescono di nuovo a scovare la lepre e il giro riprende.
Quel giorno, con i grossi inseguitori che aveva Pino c'era da temere di far molto tardi. Verso le 11 arrivammo sotto un albero, Pino fece scavare ed apparve una bottiglia di Zanzarella. Se i produttori dello Zanzarella sapessero la storia e la reclame che gli abbiamo fatto!... Era una sera di febbraio: Pino arrivò a Pietrasecca e chiese ospitalità alla cantina parrocchiale per mille bottiglie di Zanzarella, un bianco del Salento, un po' liquoroso, ma profumato e... abboccatissimo. Non ho il coraggio di ripensare ai mille incontri e alle infinite feste che hanno avuto protagonista questo vino.
E' davvero difficile dire che cosa significhi trovare una bottiglia di vino buono, al fresco naturale, mentre l'arsura e la stanchezza ti spezzano le gambe. Il seppellimento delle bottiglie, fatto nell'autunno precedente, portava ad imbattersi in bottiglie anche qualche anno dopo. Ci si aggiungeva un panino col prosciutto, o la frittata o la verdura cotta, e ne usciva un pranzo che alla memoria torna fra le cose più belle della mia vita.
Le mogli dei cacciatori, per tante ragioni, non sono entusiaste di questa passione dei loro mariti, eppure Lina ci metteva tutto il suo buon cuore per rendere quei panini appetitosi.
Si era arrivati verso il mezzogiorno e ci si poteva accontentare, i cani stavano tornando, fra un paio di ore ci si sarebbe seduti a pranzo.
Ci stavamo cambiando le scarpe vicino alla macchina, dietro un cespuglio Julia diede un bracco. C'era un'altra passata: è difficile, anzi impossibile, che un cane vecchio e della bravura di Julia torni a braccare sulla passata precedente.
Ci guardammo, io con terrore interpretai la volontà di Pino. Anche gli altri erano un po' perplessi. Giovanni sapeva che Franca lo aspettava col piatto di pastasciutta ricoperto sulla tavola; Angelo poteva contare sulla comprensione di Marisa, la moglie più condiscendente verso questa passione del marito, Giorgio aveva la famiglia a Villa e non si preoccupava.
" Se riescono a scovare a quest'ora è segno che sono i cani di serie A che noi sappiamo".
L'accostamento fu lungo, snervante. Dopo quasi un'ora i cani erano arrivati con estrema difficoltà sul groviglio. Qui entrò in azione Bric. Sotto la guida del maestro l'usta diventava, anche se con difficoltà, sempre più precisa.
Erano le 15,27 quando guardai l'orologio. All'urlo di scovo era un rito annotare l'ora di partenza per vedere per quanto tempo la muta poteva ancora stare sulla traccia.
Si era fatto tardi. Pino cominciò a urlare il suo famoso richiamo. I cani sapevano che quel richiamo era importante, perché Pino lo faceva anche quando, avendo visto la lepre, aiutava i cani a risolvere i falli.
Dopo un po' sentimmo un fruscio: era Lampo, poi Bulla, poi Julia poi Bric, poi... erano tutti. Il sospiro di sollievo che si fa in questi casi esce veramente dall'anima. Non ci sono vipere in questo periodo, ma c'è sempre il rischio di lupi, di persone dispettose, di bocconi ecc.
La 850 bianca di Pino riprese la discesa della via che porta a Camerata che era quasi notte fonda. Come ci stiano, in una 850, cinque cani e cinque persone lo sanno solo quei pazzi che avevano il coraggio di stracaricare i mezzi di trasporto, subito dopo la guerra, quando il cugino Luzio mise cinque persone sulla vespa fino a Teramo, quando la polizia mi fermò con una giardinetta dove c'erano dodici ragazzi, non mi fecero la contravvenzione solo perché riuscii a far vedere come si caricava una macchina con 12 persone.
La strada che porta dai sette fossi a Camerata si chiama strada perché nessuno si è presa la briga di chiamarla diversamente. Si immagini che cosa possa essere un tracciato dove scorre acqua torrenziale in tutte le stagioni, Le pietra sono alte anche 50 cm e bisogna fare chi sa che sforzo per individuare un punto dove, passando, la vettura non rimanga in bilico su una pietra. Come la passino la marmitta, la coppa dell'olio, i bracci anteriori lo sanno bene i meccanici che devono mettere le mani sotto le macchine dei cacciatori.
Avevamo percorso metà della traccia, quando un colpo più forte costrinse
Pino a fermarsi. All'atto della ripresa l'auto non voleva ripartire, fece qualche metro poi un rumore molto familiare ci avvertì che avevamo forato. Pino mise le mani sul volante e ci appoggiò sopra la testa, dopo un po' accennò fischiando un motivetto: era la sua abituale reazione ai fatti drammatici.
"Abbiamo forato."
"Va be', cambiamo sta ruota".
Pino non si muoveva, fece una smorfia, che a me che gli ero vicino non sfuggì, poi soggiunse " a tenerla!"
Eravamo scesi tutti dalla macchina. Chi seduto su una pietra, chi in piedi pensoso sul da farsi, chi tirava qualche calcio a quella ruota maledetta, chi cercava di azzardare proposte.
" Lasciamo tutto qua e torniamo a piedi a Camerata". Questo era facile solo a dirsi. Di notte, senza luna, senza una torcia, in una strada di montagna coperta da alberi alti da tutti e due i lati: quella strada è oscura anche in pieno giorno.
" Ci dobbiamo fermare qui ed aspettare che si fa giorno" La proposta cadde nel vuoto. Al mese di gennaio, fermarsi senza potersi coprire adeguatamente, significava morire intirizziti.
La proposta più saggia la fece Giorgio: accendiamo un fuoco e aspettiamo accanto al fuoco. Angelo soggiunse subito " sì, tua sorella sarà andata a chiamare i carabinieri, se non gli ha preso già un infarto, non vedendomi tornare"
In situazioni come queste, ogni tanto, si fa un silenzio impressionante. Tutti sono alle prese coi loro pensieri e tutti trattengono quasi il respiro.
Fu in uno di questi istanti, che mi sembrò di avvertire un rumore lontano. Io ero famoso per il mio udito; fra i segugisti ero l'ascoltatore. Quando i cani si erano allontanati e non si sentivano più, era importante mettersi in ascolto e avvertire da che parte stesse tornando la muta, solo così si poteva tagliare la strada alla lepre.
Il rumore da me avvertito si faceva sempre più deciso. Tutti si misero in attesa e, finalmente, da lontano, apparvero i segni dei fari. Ci mettemmo in mezzo alla strada, smaneggiando e chiedendo aiuto. L'auto si era fermata e ne era sceso un tizio che venne deciso verso Pino.
Grandi abbracci," come stai?, perché non ti sei fatto più vedere? Che gioia incontrarti!"
Esponemmo il nostro problema, che fu risolto subito. " Vi do la mia ruota di scorta, che manco a farlo apposta è di una 850, e voi mi date la vostra ruota forata, che riparerò con comodo domani".
Scendendo per la strada che va verso Camerata, la prima cosa che chiesi a Pino fu " Ma chi era quel tizio?" E Pino "Ma che ne so, io non l'ho mai visto".
Pino aveva una capacità fisionomica inaudita; gli bastava vedere una persona, ne stampava il volto nella mente e non si cancellava più. Si fosse trattato di me, la cosa era quasi plausibile. Gli amici non smettono di raccontare di quando, a Pietrasecca, salutai una donna e le chiesi se era del paese ed ella mi ficcò in volto due occhi meravigliati e mi disse " guardi che lei, ieri sera, è stato a cena a casa mia"!
A Camerata aspettammo un po' che arrivasse il generoso soccorritore, ma non si vedeva nessuno. Alla fine ci rassegnammo: forse aveva cambiato strada; comunque tutti sapevamo che di strada c'era quella soltanto; volevamo un po' tacitare la nostra coscienza per non averlo atteso; d'altra parte si era rimasti d'accordo che avrebbe trattenuto la nostra ruota forata, il favore ormai era fatto e la cosa rimaneva definita così.
Stavo scendendo dall'auto e Pino era già fuori un po' prima di me. Ad un certo punto un grido: Oddio, la ruota non è stata sostituita!" Ci avvicinammo tutti: "Vedete questa scritta col gesso - Pino - ce l'ha fatta il mio gommista l'altro giorno quando mi ha riparato la gomma". " Cercammo tutti di ricordare se la ruota forata fosse proprio quella, mentre la voce cominciava a tremare a tutti. Anche l'altra gomma era quella di Pino, con segni inconfondibili.
Il consiglio saggio, come al solito, lo dette Giovanni: " Ragazzì andiamoci a dormire, perché qui stiamo sognando in piedi".
La Partita a tressette
Novembre è il mese dei morti e...non so se ho reso l'idea; il 17 è un numero nel mirino della iella; il venerdì è giorno nero per tutti; che cosa dovrebbe succedere se un 17 novembre capita di venerdi come quest'anno?
Invece era una bellissima giornata, una giornata di quelle che chiamevamo, all'epoca della caccia, le novembrate, che non coincidono esattamente con il concetto di estate di S.Martino, periodo in cui in genere si avverte un tepore caratteristico, dovuto al sole che si trova più vicino alla terra e non ci sono ancora le avversità invernali. Il 17 novembre, in parola, era una giornata rigida, ma di quel freddo tagliente e salutare che non è il freddo umido che intristisce e penetra nelle ossa.
Mi rimiravo quel cielo teramano che - peccato ch l'espressione l'abbia ipotecata Manzoni - è così bello quand'è bello.
Per necessità, avevo girato veramente tutta la provincia di Teramo e volevo concludere in casa di Peppino, col quale passo giornate meravigliose per la sua capacità di discutere ogni problema, da quello letterario a quello politico, a quello folkloristico, a quello filosofico.
Peccato che sia anche il fornitore delle mie auto. Voi giustamente direte: ma perché le macchine si dovrebbero dare gratis agli amici? no; ma è un po come quando Biscille di Frondarola portava i biglietti delle tasse a Spiano: il poveruomo cercava di far capire a tutti che le tasse non le metteva lui, che anzi lui si rammaricava tantissimo, però le parolacce se le pigliava lo stesso; da quando appariva sulla strada di Monaco, a quando se ne andava, i va qua e va là in coro glieli facevano capare: per la gente, nella catena degli esattori, dallo Stato centrale all'amministrazione più periferica, era lui l'essere fisico che si presentava a chiedere i soldi.
Tutto questo, con l'amicizia mia e la stima per Peppino, non c'entra niente e ve lo dice il fatto che quella sera, quando gli feci capire che avrei visto volentieri gli ultimi lavori alla casa di Giannone, si prestò ad accompagnarmi.
Quella di Giannone era un'antica casa di media nobiltà di paese con ampi locali, tante stanze e addirittura con la cappella nell'interno della casa stessa. Peppino, per quel suo istinto di sentire in modo viscerale i problemi storici, folkloristici, religiosi, sportivi legati a Valle, ne aveva accettato l'eredità, pagando, naturalmente, e impegnandosi a rimetterla in modo che onorasse e ravvivasse i tempi mitici del suo paese natio.
Quel paese di Valle San Giovanni a quale mi legano i ricordi del compare Antonio e di zia Nunziata genitori amatissimi del cugino Gennaro, e una serie di altri personaggi che hanno inciso anche ad alti livelli nella vita sociale ed economica del teramano.
Portato da questi ricordi ero andato a Valle e, dopo cena, decidemmo per il sopralluogo a casa Giannone.
Il cugino Gennaro era rimasto a casa per via del suo cuore che non gradisce il freddo, Tonino era uscito per Valle e Titina aveva da rigovernare la casa.
Peppino per strada mi disse che non avevano riattacata la luce per certi lavori che stavano ultimando, comunque aveva con sé una buona torcia.
Aprimmo il vecchio portone con quelle chiavi enormi, vanto e sicurezza dei nostri antichi e andammo direttamente al piano di sopra, per vedere quelli che sembravano affreschi di un qualche pregio.
Ad un certo punto la bella pila cominciò a fare bizze; Peppino volle toccare le batterie perché aveva avuto impressione che i contatti non fossero precisi; il movimento ne fece cadere una e restammo completamente all'oscuro.
Nella concentrazione che seguì, si sentirono dei rumori nelle camere sottostanti; io non ho avuto mai paura degli spiriti o di altre cose simili, ma trovarsi di notte, in una vecchia casa, con qualche civetta che aveva emesso più di un grido, in periodi in cui è raro sentirla perché non è in amore, qualche uccello che era fuggito al nostro arrivo, quelle figure negli affreschi, intravisti alla luce incerta e traballante di una lampadina tascabile, queste sono combinazioni che avrebbero fatto entrare in agitazione anche un più che provetto in esperienze del genere.
Peppino mi fece " chi ci sta sotto? hanno acceso anche il fuoco. " Non potevo dare e non detti risposta.
Il fuoco nella stanza sottostante aveva rischiarato un po' lo scalone e riuscimmo ad approdare al grande stanzone che forse, una volta, era adibito ad altri usi, ma adesso, con le sue volte ricurve e i mattoni a facciavista, si presenta come il più bel salone della casa e viene usato per sala da pranzo.
C'era un bel fuoco nell'immenso cammino e seduti di spalle a noi, due persone. Come automi ci sedemmo anche noi senza parlare. Uno dei due disse: "Siamo venuti per la partita a tressette".
Si erano alzati e spostati vicino ad un tavolo dove campeggiava un mazzo di carte. Io e Peppino prendemmo i posti rimasti liberi, uno di fronte all'altro. Di sottecchi cercavo di guardarli, per vedere se erano conosciuti e guardavo anche Peppino, che non avevo mai visto soprappensiero come quella sera.
A mente serena potrei anche dire di aver quasi riconosciuti i due, allora non lo avvertii e fu la mia fortuna. Uno mi sembrava mio zio don Giacinto, famoso tressettista dei tempi della mia infanzia, l'altro don Domenico Di Marco, mio professore di matematica, che incuteva terrore folle a chi si azzardava a non capire qualche teorema o qualche espressione. Ricorderò che inseguiva l'alunno malcapitato per prenderlo a calci; noi facevamo, naturalmente, tifo per il fuggitivo e gli spianavamo la strada fra i banchi. Il buon Vincenzo sorriderà dall'altro mondo al ricordo di quando, inseguito dal professor di matematica, lo salvai allungando accortamente un po' il piede e risolvendo la situazione con la caduta del professore stesso.
Ma, al momento, non potevo pensare a quei fatti ameni. I due - che chiamerò D e G - qualche volta mi rivolsero lo sguardo ed avevano un occhio gelido e cangiante da far impressione; qualche volta battevano i denti, ma il rumore più forte di denti che tremavano in bocca era quello provocato da me e da Peppino.
Dette le carte D e alla fine della prima mano risultammo col punteggio di 5 a 6 per noi.
Toccò a me dare le carte per la seconda mano e solo allora mi accorsi che, a causa del tremolio della mano, mischiando, non riuscivo a far penetrare il mezzo mazzo nell'altro.
"Mischiale 'bbone 'ssi carte" - disse D aumentando notevolmente il mio terrore. Allo spoglio delle carte mi rincuorai un po': avevo tre tre meno coppe. Alla fine della mano mi affrettai a dire "tre tre meno coppe"; D alla mia destra aggiunse "e io tre due meno coppe"; intervenne Peppino con tre assi meno coppe e, infine, concluse G "napoletana a coppe".
Alla fine del gioco avevamo fatto cinque punti noi e sei i due: diciassette pari.
Mentre G dava le carte, ebbi il coraggio di dire:
" che ci giochiamo?"
"La vita ", fece G e D aggiunse subito:
"naturalmente, la vostra".
Ho spiegato tante volte agli alunni il terrore di Dante in Malebolge, ma non credo che noi stessimo meglio, in quel momento.
La terza mano ci portò a ventitré a ventidue per loro. La quarta mano si concluse con ventotto pari. Ormai si era alla conclusione e io avvertivo sempre più la paura che mi stava sconvolgendo. Mi venne l'idea che mi potesse intervenire una necessità impellente di andare al bagno e il terrore toccò il punto culminante.
G mi disse in tono imperioso " 'mbe dajje, juche". Bussai a denari e Peppino prese col due lisciando l'asso: avevamo assodato due punti e due figure, quanto porta la napoli: eravamo salvi; con questi saremmo andati a trenta e due figure. Poi avevo un due a coppe e ribussai; incocciai nell'asso di G e il tre di D ed anche loro andarono a trenta e due figure. "Terzo liscio" fece D buttando il sette di spade. Peppino si fermò un po' a riflettere, poi mise il cinque di spade; G pensò che avesse il due e non volle rischiare, tanto ormai avevano la vittoria in pugno e mise il quattro di spade; io presi con l'otto e urlai "fuori mi chiamo!"
Una pila mi illuminò il viso e mi richiamò ad una realtà che stentavo a riprendere.
"Sono andato a prendere una torcia nuova, quando ho visto che con questa non c'era molto da sperare". " Ma che hai fatto, ti sei sbiancato come la cera, non mi dire che ti sei spaventato a rimanere all'oscuro!"
"Un pochino," ammisi, dicendo la bugia più sfacciata della mia vita.
Arrivati a casa Peppino disse "Titì, fagli un caffè a Martino, che il freddo della strada gli ha dato fastidio". Quella di quella sera era la sagra delle bugie.


A PIETRASECCA: LA QUERCIA DEL TASSO E L'ALTARE DI COSTANTINO IL GRANDE

Quando arrivai a Pietrasecca io, era una bella giornata di marzo. La sera, con i pochi spiccioli, comprai due reti e due materassi, uno per me e uno per Renzo, allora Renzetto, e, dopo un po' di cena, mi buttai sul letto.
Verso le 11 e trenta una scampanellata. "Cominciamo bene" pensai ed andai ad aprire. Era quel Natalino che doveva tanto incidere nella mia vita e nei racconti scolastici, quando volevo sollevare il tono della lezione e regalare qualche risata.
Mi apostrofò senza tanti preamboli:
"E' lei il parroco di Pietrasecca?";
risposi affermativamente e lui:
"Lo sa di che è morto il suo predecessore?"
"Mi hanno detto che si trattava di una leucemia fulminante."
"Quale leucemia! Quello è stato colpito dal profeta Ezecchiello, perché si rifiutò di riconoscere la mia missione di veggente incaricato da Dio".
Data la mia lunga esperienza, non mi fu difficile capire di chi e di che si trattasse e rinviai l'incontro al mattino dopo.
Di Natalino ricorderò quando i ragazzi gli mostrarono una sega e dissero che andavano a tagliare la quercia grande, per ordine del prete. Si precipitò da me, urlando:
" Ma sei impazzito, non lo sai che quella è la quercia del Tasso e che lì sotto è stata composta la Gerusalemme Liberata?"
Natalino era un cuoco raffinato e, quando riuscivo a passargli una ventimila, riportava del pesce da cui estraeva una zuppa veramente coi baffi.
Eravamo soli io, Nino, che allora fungeva un po' da vice parroco, e Natalino e si stava procedendo ad una signora zuppa, quando don Nino disse: "Natalì ma è vero che a Pietrasecca ci stava Priamo, che sarebbe ancora vivo?" Natalino andò in trance e cominciò:
"Anzitutto, devi sapere che il nome stesso di Priamo dice la sua presenza mai venuta meno: pria (significa prima) e mo (significa adesso). E poi devi sapere che qui ancora si possono ammirare le porte Scee, il piano dove Achille uccise Ettore, l'albero di fichi, che sta dietro la casa di Talgisa, sotto il quale Ettore abbracciò per l'ultima volta Astianatte. E, sopra il colle di Santo Stefano, si estendeva tutta la città di Troia"
A questo punto a Nino venne fatto di esclamare: " chi me lo doveva dire che sarei diventato vice parroco di Troia!"
Esplose in tutta la sua veemenza l'ira di Natalino e urlando continuò:
"C'era da aspettarselo che tu volevi prendere in giro Pietrasecca e la sua storia. Però sappi che tu sei di Corcumello e i tuoi paesani uccisero Cristo al Calvario di Tagliacozzo, ma andrete tutti a finire nell'Inferno, anzi, come dice Dante, la tua anima è già all'Inferno e il tuo corpo è posseduto da un messo di Belzebù."
Siccome parlava così ed agitava un grosso forchettone da cucina, credetti bene di intervenire e riportare un po' di calma, con la scusa della zuppa che si scuoceva.
Quando accomodai la chiesa vecchia e feci buttare giù alcuni altari posticci che impedivano la vista di un affresco dietro l'altare maggiore, Natalino venne da me allarmatissimo:
" Ma ti sei impazzito, non sai che la sotto c'è l'altare su cui fu incoronato Costantino il Grande?"
Cercai di chiudere la cosa un po' sul serio un po' scherzando, ma, nel pomeriggio, vennero i muratori a dirmi che sotto l'altare, che stavano demolendo, c'era una grossa pietra. Era venuto fuori quello che io definii un altare paleocristiano: un pezzo di colonna, di quelle traianee, che sorreggeva una larga mensola di pietra.
La sera una scampanellata a casa: era Natalino.
"E adesso come la mettiamo?"
"Perché?"
"Ormai io e te siamo famosi. Solo la Televisione, per avere la notizia, ci dovrà dare almeno due miliardi che ci spartiremo insieme".
Chiacchierammo a lungo, per concludere che i soldi li prendeva lui per qualche realizzazione a favore di Pietrasecca e che, se fossero avanzate qualche centinaia di mila lire me le avrebbe generosamente regalate.
Quando conobbi io Natalino il fatto era già successo. Era stata uccisa Wilma Montesi e i giornali parlavano continuamente dell'avvenimento. Sembrava esserci coinvolto anche il figlio dell'on.Piccioni, famoso uomo politico dell'immediato dopoguerra.
Natalino uscì con un libro "Documento Z", nel quale diceva di sapere chi aveva ucciso Wilma. I magistrati lo mandarono a prendere, lo interrogarono, capirono e lo lasciarono andar via. Sulle scale del Palazzaccio, Natalino volle pronunciare una frase importante:" e Roma trattenne il respiro."
Ma Natalino era forte, oltre che per l'interpretazione di Dante, anche per la conoscenza e le applicazioni di Nostradamus.
Era convinto che il Papa Giovanni Paolo II sarebbe stato ucciso e che successore sarebbe stato il parroco di Pietrasecca, il quale - la protettrice di Pietrasecca è S. Maria del Fiore, come Firenze - avrebbe provveduto a riunire le quattro anime di Troia, Gerusalemme, Firenze, Pietrasecca in un unico luogo eterno.
Quando spararono a Giovanni Paolo II, Natalino arrivò da me trafelato: "Preparati che è arrivato il tuo giorno!"
Questa profezia non si verificò, perché tutti qualche volta possono fare cilecca, e quella di Natalino di quel giorno era toccata a me.


A PIETRASECCA: L'INTREPPETE

Non si tratta di un errore di stampa. A Pietrasecca quella figura grammaticale, la metatesi, della inversione di due fonemi in seno ad una parola, che si verifica qualche volta nelle diverse lingue (in italiano per esempio si ha areoplano invece di aeroplano, padule invece di palude), la si riscontra puntualmente in alcune parole: lassù dicono "le crapi" a posto di capre; dicono "preché" invece di perché.
C'era un ragazzino a cui ero affezionatissimo e che avevo mandato, perché prendesse un po' di sole, a Santa Marinella. Quando tornò, fra me e lui si svolgeva ogni tanto un discorso, come se fossimo a distanza di centinaia di metri ed eravamo a pochi centimetri.
"Giuriuuu!..."
"Queneee..." (che c'è)
" Comme staneee?...
"Maleee..."
"Precheneee?..."
"Stengu 'ngazzatu"
"Co chi ce l'hane?"
"Co tene"
"Prechene?"
Preché me si purtatu a Santa Marinella".
Adriano mi raccontò la storia dell'intreppete di Pietrasecca.
Erano partiti in due, fratello e sorella, subito dopo la guerra, per tentare la fortuna a Roma. Lei faceva un po' di osteria in un salottino della casa, lui lavorava da imbianchino.
Un giorno si presentò un tizio aitante, coi gambali di pelle, accompagnato da tre ragazze. Si sedettero nella piccola osteria e mangiarono tutto quello che potettero trovare. Quando fu l'ora di pagare il tizio si alzò e con la scusa " io non capire vostra lingua, io non capire" se ne andò senza pagare.
La sorella riferì la sera al fratello ed ebbe le istruzioni per il giorno dopo: "Quelli torneranno sicuramente, quando stanno per finire, tu mandami a chiamare dove sto lavorando e ci penso io".
Tornarono puntualmente e mangiarono saporitamente. Intanto il fratello, avvertito, era entrato e s'era messo vicino alla porta. La comitiva si alzò per uscire e, alla richiesta di pagamento, il sedicente tedesco cominciò a dire " Io non capire" e si avviava verso la porta.
A questo punto, intervenne il fratello, che gli mollò una sediata in testa quasi a spaccargliela. Quello si mise le mani in tasca e pagò il conto del giorno prima e quello del giorno corrente e se ne andò.
Quando fu uscito, il fratello disse alla sorella " Lo vedi soré, la gente non è cattiva, solo che non capisce. Gli ho fatto l'intreppete e tutto si è chiarito immediatamente."


CARLO PER FUCINO

Probabilmente qualcuno si scandalizzerebbe, se leggesse che per me il gioco delle carte è stato ed è una delle cose più interessanti, più belle, più gratificanti della vita.
Ancora non andavo a scuola e già, arrampicato dietro la sedia di mio padre che giocava, ero riuscito a capire tutti i segreti di un bravo giocatore di tressette e di briscola.
A Spiano, il gioco a carte era caratteristico per l'impegno che vi mettevano, i consigli e le consultazioni durante il gioco: sembrava che per buttare una carta ci volesse una riunione di famiglia. Ma la scena più interessante era il momento in cui si chiudeva la mano: tutti intervenivano urlando il loro punto di vista, si facevano notare gli errori, il giocatore tentava di giustificarsi.
Non vi dico, poi, quando a concludere la cosa era la passatella. Si trattava di stabilire chi poteva bere e chi non doveva bere. Secondo il tipo di passatella che si adottava, c'era il padrone, il sotto e altre figure come il guastacconcia. Il padrone invitava, ma l'autorizzazione a bere la dava il sotto. Si giocava sulle parole, fino a quando qualcuno cedeva o il padrone era costretto a bere tutto. Colui che, durante la passatella, non aveva bevuto si diceva che era andato olmo; "l'olmo secco - quando era uno solo a non bere - ha diritto all'omicidio" pare fosse un articolo su cui nessuno discuteva.
La mia passione era, comunque, il gioco come tale, al quale sono legati veramente ricordi meravigliosi.
Nel 1948, in quattro, avevamo deciso di fare un'escursione sul GranSasso. Ivano aveva saputo che la cappellina di Campo Imperatore aveva una sagrestia che poteva fungere da sala da pranzo e da dormitorio. Per fortuna, per le strade dell'Aquila incontrammo don Alfredo Orpelli, che, sentendoci parlare di questo campeggio, capì che correvamo qualche rischio e ci regalò un biglietto da diecimila lire.
Arrivammo trafelati a campo Imperatore e tentammo, come prima cosa, di organizzare un po' di pranzo dentro la detta sagrestia.
Il fornellino a spirito, dopo più di un'ora, non accennava a far bollire l'acqua; allora versammo l'acqua in un recipiente piccolo; neanche quello bolliva, tuttavia il poco riso che ci mettemmo riuscì a dare l'impressione che qualche cosa si poteva mangiare. Era, naturalmente, una sola porzione. Decidemmo di giocare a carte per stabilire il vincitore che doveva mangiare per primo. Io mormorai sotto voce " s'è pe lu iuramente l'asine è la mi".
E ricordai quando mamma Sofia raccontava dello zingaro, che assumeva che un asino era suo, contro l'affermazione di un altro tizio, che diceva suo l'asino. Andarono davanti al giudice, che li deferì al giuramento. Lo zingaro, in genere gente spregiudicata e priva di scrupoli, avrebbe esclamato " se si tratta di giurare, sono talmente disposto a tutto da poter considerare l'asino già mio". Decidemmo, comunque, di passare, con le diecimilalire, nell'albergo vicino.
Di quei giorni ricordo le ascensioni alla cima del Gran Sasso, con fotografie che custodisco gelosamente e rivedo ogni tanto, una tempesta che ci sorprese in alta montagna e ci terrorizzò non poco, ma specialmente quelle diecimila lire, che ci fecero capire, fin da allora, come si fa a dormire e mangiare senza morire a diciotto anni.
Tornando al gioco delle carte, dirò che anche oggi, ad una certa ora, mi viene il sonno e sono costretto ad arrendermi, ma basta che qualcuno parli di giocare a carte e sono di nuovo vispo e brillante come se mi alzassi allora.
Ad Avezzano, il mio studio era famoso per il tressette di tutte le sere. Si giocava dalle nove a mezzanotte, quando il fumo rendeva l'aria irrespirabile. Eravamo in genere una diecina. I più fedeli: Luzio, Carletto, Nando Giustino, Alicandro, Virgilio. A Lino per soprannome dicevamo: lo spago, per via dei tanti soldi che portava sparsi in tutte le tasche, quasi legate con lo spago.
Quando Lino morì per un'emorragia allo stomaco, soffrii come per la morte di un fratello.
Qualche mese dopo lo sognai. Era seduto sul gradino del mio studio. Aprii ed entrammo dentro. Il sogno era così vero e mi rimase talmente impresso, che potrei descrivere anche la posizione di Lino nella stanza.
" Ero venuto per raccomandarti di darmi un'occhiata a mia moglie e mia figlia; sai la piccola ha dodici anni, mia moglie ce n'ha ventinove. Beh, disse dopo un po', adesso me ne vado, prendo la strada per Roma e rivado all'altro mondo".
Raccontai la sera il fatto a Giustino che mi disse: "compà, quello, Lino, ti ha dato i numeri; aggiungici il 48 e giocali".
Scrissi il biglietto e lo misi nel taschino della giacca. Passarono alcuni giorni e una sera mi trovai in casa di Salvatore, ad Ortona, per una cenetta con gli amici; sulla scrivania, c'era un biglietto con dei numeri; li guardai con insistenza e chiesi a Salvatore il perché di quei tre numeri: "mi ha telefonato un amico, per dirmi il terno della ruota di Roma: noi non l'abbiamo imbroccato.
Rivedo ancora la scena della mia mano che si portava al taschino della giacca per controllare, ma, ne ero più che certo, i tre numeri erano il terno che io avrei dovuto giocare. Non voglio raccontarmi per non ricordare, la sera e i giorni seguenti, che passai.
Io andai a Pietrasecca un po' per caso. Pino mi aveva detto che dal dicembre del 74 in cui era morto don Elia - e, si era al marzo dell'anno seguente,- non si riusciva a trovare il sostituto. E' inutile dire che don Elia - morto a 34 anni di leucemia - aveva catturato a tal punto la simpatia dei pietraseccani, che essi non riuscivano a vederci nessuno al posto suo. La mia permanenza fu veramente meravigliosa per i giovani che allietavano le serate, per i ragazzini sempre sorridenti attorno, per le persone a loro modo buone e generose. Avevo una bellissima casa, però avevo trovato anche un grosso debito da pagare.
Una notte sognai don Elia mentre andavo in montagna. Mi salutò e mi chiese come mi trovassi a Pietrasecca. Gli risposi che stavo benissimo, però, c'era quel famoso debito....chiesi se poteva intervenire con qualche aiuto ultraterreno. La scena nel sogno si spostò nel mio studio: Don Elia davanti a me, in piedi, prese una matita e si mise a riempire una schedina del totocalcio. Vidi che segnava tutti X e gli dissi" adesso mi stai prendendo in giro! " Va beh, va " e segnò due I alle ultime caselle.
La mattina dissi a Franco di giocare la schedina, ma né lui né io prendevamo la cosa sul serio. "Il burlone di don Elia mi avrà giocato un scherzo di quelli che qui ne raccontano tanti"
Se vi capita in mano una schedina del 78, constaterete che don Elia mi aveva dato una bella soffiata.
Sto aspettando la terza occasione sulla scorta del "non c'è due senza tre ", ma gli amici sostengono che c'è sempre anche l'altro detto avezzanese " una volta passò Carlo per Fucino". Per me - purtroppo inutilmente - Carlo per Fucino c'era passato due volte.


SCHERZI DA PRETE

Qui veramente, nei tre raccontini, i preti lo subiscono lo scherzo (cornuti e mazziati, direbbe qualcuno); lascio pertanto, a chi ha voglia di farle, le ricerche sulla storia di questo detto.
Mi sono tornati in parte a galla nella memoria, in parte sono stato un regalo di Mons.Pierfranco, che mi donò quella bellissima serata, tornando da Alba.
1à - Don Tirsio era un prete - diremmo - a modo; intelligente, capace di stare con i giovani e farsi accettare, uomo di preghiera e di studio e chi più ne ha più ne metta. Aveva anche la convinzione che l'abito talare fosse un distintivo, che i preti non dovrebbero mai abbandonare, e lui non l'abbandonava.
Ma i giovani del campeggio stavano sul chi va là per giocargli uno scherzo e la mattina che dovettero fare un'escursione in alta montagna videro, con loro grande gioia, don Tirsio in borghese. Al ritorno dalla gita, don Tirsio non trovò più la tonaca. Furono inutili tutte le ripetute richieste dei dirigenti affinché lo scherzo finisse e l'indumento fosse riconsegnato al legittimo proprietario, ma niente da fare.
Fu al pranzo dell'ultimo giorno che una inserviente, va da sé che fosse giovane e bella, si presentò dinanzi alla tavola dei dirigenti, si diresse verso don Tirsio consegnando un pacco e dicendo a voce alta e spiegata: " don Tirsio questa l'ha lasciata in camera mia l'altra notte". In questo, come negli altri scherzi, la cosa finiva con le matte risate dei giovani. I sottoposti allo scherzo non sempre riuscivano a ridere a bocca piena.
2à Don Arcadio era quel che si dice un prete all'antica, anche se giovane. Aveva da eccepire sulle allusioni un po' piccanti che i giovani spesso facevano. Cercava di parlare sempre col suo contegno riservato e lineare. Capiva, come capivano tutti gli assistenti, che da una massa di un centinaio di giovani, tutti pieni di intelligenza, capacità organizzative, pulitissimi ma estroversi al massimo, c'era da avere sempre paura di qualche cosa.
Nel campo scuola c'era un giovane, Lucio, che riusciva ad imitare tutte le voci. Si era ai tempi di Noschese e in molti giuravano che Lucio l'avrebbe quanto prima superato.
Una sera, i ragazzi avevano chiesto di poter fare una riunione ristretta. Chi li vide radunarsi come cospirati, capì a distanza che stavano per organizzarne una di quelle.
Fu inserito un registratore in una radio e si disse che la radio aveva annunziato che, per le ore 21, ci sarebbe stato un radiomessaggio di Paolo VI che si annunziava veramente rivoluzionario; in modo particolare, il radiocronista aveva sottolineato che tutti i sacerdoti si dovessero mettere in ascolto.
All'ora stabilita si sentì la voce del presentatore della radio vaticana - era stata registrata da una trasmissione radiofonica di qualche giorno prima - che annunciava: ed ora ascoltate la parola del Papa:
"Cari fratelli e figlioli nel sacerdozio, mi rivolgo particolarmente a voi, per esprimervi il frutto di mie profonde e meditate considerazione. Nella Bibbia leggiamo che Dio disse: " Non è bene che l'uomo sia solo". La Chiesa finora ha detto: "E' bene che il prete sia solo". Ma noi, sotto l'ispirazione del Signore, siamo convinti che sia ora di cambiare.
Perciò, invito tutti i sacerdoti a dedicare una particolare attenzione alla ricerca di una compagna di vita.
Poiché questa unione deve giovare non solo alla vita del singolo sacerdote, ma anche all'efficacia del suo apostolato, vi preghiamo vivamente di dirigere le vostre ricognizioni negli ambienti più vicini alla nostra sensibilità apostolica, cioè alle suore.
Per incoraggiare e spronare a queste nuove decisioni, non mancheremo di dare il buon esempio, scegliendo una suora che sarà chiamata ad essere a fianco del Papa."
Dire che la voce di Paolo VI era stata imitata a perfezione, non serve; dirò che si aggiunsero tutti i circostanti, mostrandosi meravigliati, impressionati, ma convinti, a dare il colpo di grazia.
Il giorno dopo, nel campo si aggirava una giovane suorina, che avrebbe dovuto completare lo scherzo.
Pare che, a questo punto, ci fosse qualcuno a ricordare che ogni bel gioco dura poco e mise fine all'operazione.
3à - Nel campo di Capracotta, ai tempi del fatto che vado a raccontare, non c'era un telefono pubblico, i telefonini non erano ancora stati inventati e non si facevano arrivare i giornali. Erano 15 giorni di assoluta segregazione dal mondo.
Un buontempone aveva messo due apparecchi telefonici a batteria, che collegavano la dirigenza con la "pretura" (la tenda dei preti), distanti da loro pochi metri. Spesso, la voce che si sentiva nell'apparecchio era quella che proveniva dall'ascolto diretto di chi parlava dall'altra tenda.
Don Luciano non era un prete sempliciotto come si potrebbe pensare dai fatti che dirò, però era portato a credere un po' tutto, anche che un asino potesse volare. Non ho mai capito come questa ingenuità si coniugasse con le sue capacità di musico di alto rilievo, bravissimo in matematica e oratore godibilissimo.
Sta il fatto che quella sera, mentre eravamo tutti a cena, in mezzo al campo, in una di quelle sere splendide di luglio con le stelle quasi a portata di mano, dalla tenda della pretura, echeggiò un grido: " don Luciano, corri, al telefono c'è tua madre".
Noi osservatori, per le ragioni anzidette, ascoltavamo agevolmente tutte e due le voci."Luciano, ma cosa hai fatto?" "Mamma, perché?"
"Qui a casa c'è una ragazza che dice di essere stata messa incinta da te e che devi riparare, altrimenti sarà costretta ad abortire"
"Mamma - e don Luciano urlava come uno spiritato - tu puoi pensare questo di tuo figlio? Questa ragazza sta mentendo; tu sai che io non giuro mai, ma ora ti giuro sulla testa del povero babbo, te lo giuro su queste mani consacrate: mamma, credimi, dille forte, forte, forte che non è vero".
Esistono delle anime buone che, quando vedono che lo scherzo prende una via pericolosa, intervengono. Intervennero e ce ne volle del bello a fargli capire che, in alta montagna, il telefono non c'era e c'era, invece, chi si divertiva alle sue spalle. "Eppure concluse don Luciano, dalla voce era proprio mia madre".


LA COMETA DI HALLEY

Il 15 agosto era festa grande a Spiano e venivano i preti dal circondario per "parare" (la messa parata era celebrata dal sacerdote, dal diacono e suddiacono), per predicare, partecipare alla processione e fermarsi per mangiare e giocare a carte in casa del parroco.
Don Antonio arrivò trafelato e ansioso di raccontare l'ultima. Lo sapevamo e gli andammo tutti incontro: " Io le storie le racconto, ma mi succedono proprio: Pensate, questa mattina passavo sotto le casette, verso la casa degli zar e ho chiesto un bicchiere d'acqua; me l'ha portata una ragazzina colla manira (recipiente di rame con un lungo manico sempre immerso nella conca dell'acqua, da cui tutti si servivano quando volevano, in barba alle regole dell'igiene o non so che altro n.d.r.).
Ho visto che la ragazzina aveva delle ferite sulle labbra ed ho cercato di bere vicino al manico, per evitare il posto comune dove bevono tutti e quindi, pensavo, anche la ragazza. Quando ho finito, la giovanetta mi ha detto " Vossignoria beve dove bevo io, perché a casa mi fanno bere lì, per queste ferite che ho sulle labbra.."
Erano i fiori che non mancavano mai nel discorso del pretone dal volto bonario con ampie labbra, volto rigato da grosse rughe, sempre pronto al riso o al sorriso malizioso, secondo i casi.
Gli attribuivano alcuni fatti di cui, ora sì ora no, riconosceva la paternità.
Gli fecero ricorso dal vescovo perché beveva troppo, perché andava a caccia, perché giocava a carte.
Un bel giorno arrivò l'ispezione: il vescovo in persona era venuto a dirgli che si tratteneva per la giornata con lui, onde parlare dei problemi della parrocchia.
Don Antonio fece giusto in tempo a sopprimere le prove più evidenti delle sue malefatte; in modo particolare raccomandò a Giggione di tenergli i cani chiusi nella sua stalletta, mentre lui correva di qua e di là, chiedendo in che stagione dell'anno si fosse, per mettere in vista il tomo giusto del breviario.
Dopo le preghiere di rito in chiesa, il vescovo si trasferì nella casa e, mentre entrava, vide per terra una carta da gioco: era l'otto di denari lasciato abilmente scivolare da Don Antonio, che si affrettò a raccoglierlo e baciarlo ripetutamente come si fa con i santini, poi esclamò: " Guarda 'sti ragazzini come sono distratti, fanno cadere per terra l'immaginetta di S.Lucia!"
Non si seppe se il vescovo abboccasse, in questo primo tentativo di don Antonio di simulare l'assoluta ignoranza delle carte.
Apparecchiando la tavola, la perpetua, nella sua ingenuità, mise al posto di don Antonio un bicchiere da un litro. Il vescovo ne chiese il motivo e la brava donna si affrettò a spiegare che, da quando avevano vietato al prete di bere più di un bicchiere a pranzo e di uno a cena, in casa si era adottata questo provvedimento.A proposito del bere, gli anticlericali ne raccontavano un'altra.
Don Antonio doveva dire la domenica la messa di mezzogiorno. Si era ai tempi del digiuno eucaristico rigido e il povero prete non poteva né mangiare né bere fino a mezzogiorno. Allora, nell'armadio della sagrestia aveva sistemato un fiasco e, appena finita la funzione, vi si attaccava direttamente esclamando: " Scansati Gesù, che mo' arriva la piena!"
A vederlo bere il vino, si provava un gusto particolare: sembrava una terra arsa dove arriva ristoratore un temporale. Più d'una volta, però, lo sentii esclamare sottovoce: " Ma come ha fatto San Francesco a ringraziare il Signore per sora nostra acqua, senza dire una parola di ringraziamento per il vino! Eppure lo leggeva il Breviario: "vinum laetificat cor hominis". Io - aggiungeva ancora più sottovoce - preferisco la lezione laetificet.Nel pranzo col vescovo di cui sopra, accadde un grosso inconveniente
Abbiamo detto che Don Antonio, per tentare di dimostrare che a caccia non ci andava (per quel benedetto canone 138 del codice di diritto canonico " venationi sacerdotes ne indulgeant"), aveva pregato Giggione di tenergli chiusi i cani fino alla permanenza del vescovo in parrocchia. Però la moglie di Giggione non sapeva niente e, quando andò per suoi motivi ad aprire la stalla, i cani fuggirono, irrompendo nella casa del prete e saltandogli addosso per fargli festa, come usano i cani con i padroni. Don Antonio si affannava a dire: " Passa via, passa via, ma di chi sono questi cani che vengono così a casa mia?"
Quando gli anticlericali, quelli più audaci, volevano toccare il fondo avevano da ripescare un episodio ben preciso.
Si trattava di questo. Finito il pranzo di cui sopra, il vescovo chiese di poter fare un riposino e si trovò dinanzi ad un letto matrimoniale. Ne chiese ragione a don Antonio, il quale si giustificò dicendo che d'inverno faceva molto freddo e, alle volte, la perpetua, che abitava un po' lontano, si fermava a dormire lì, "però, aggiunse subito, in mezzo ci mettiamo quella tavola."
"Sì, - fece il vescovo - ma se viene la tentazione?"
"Allora leviamo la tavola".
A questo racconto don Antonio a volte si arrabbiava, a volte perdeva il buon umore, a volte sorrideva sornione.
Quella sulla cometa di Halley me la raccontò proprio lui. Si era nel 1910 e sui giornali era apparsa la notizia che il mondo sarebbe finito, a causa di uno scontro inevitabile del nostro pianeta con la cometa.
Teste David cum Sibilla dicevano i teologi con Tommaso da Celano; e ricordavano che anche nel Vangelo si parla di stelle che cozzeranno contro stelle, causando il cataclisma universale.
" Si era creato un clima come nel mille - raccontava don Antonio - e il tremore si diffondeva dappertutto fra il popolo e anche fra i cosiddetti sapienti. Settanta anni prima la cometa era apparsa illuminando la terra come un nuovo sole terrificando tutti, questa volta ci sarebbe stato l'impatto.
Un giorno, a Teramo incontrai don Giuseppe che era parroco vicino al paese mio e gli dissi. "Caro don Peppino, lo sai che finisce il mondo?" " E chi non lo sa, sto tremando notte e giorno"
"Io avrei un'idea: siccome quei quattro soldi che abbiamo andranno a finire nel nulla, perché non ce li beviamo?" Don Peppino amava trincare un po' come me e accettò subito l'idea. Avremmo fatto a piedi i trentacinque chilometri che ci separavano dalle nostre residenze e ci saremmo fermati ad ogni cantina a bere un mezzo litro. Alla trattoria della Panzuta avremmo anche dormito, per proseguire il viaggio il giorno dopo.
Quando l'indomani, arrivammo al bivio di Aprati, ci accorgemmo che c'era l'ultima cantina da visitare, ma erano finiti i soldi sia a me che a don Giuseppe.Allora ebbi l'idea geniale.
" Peppì, è chiaro che, se non ci fermiamo qui, pare anche brutto per l'occhio della gente: abbiamo fatto trenta e non riusciamo a fare trentuno!""Ma come facciamo per pagare?"
" Semplice, noi beviamo e apriamo la pagina del debito (era il famoso quaderno che tutti i rivenditori avevano, e forse hanno, per segnare il debito degli avventori che pagavano quando potevano); se il mondo finisce, il quaderno andrà distrutto con tutto il resto e noi non paghiamo, se non finisce, per la contentezza dello scampato pericolo, potrai pure pagare un piccolo debituccio. Don Peppino al momento fu entusiasta dell'idea ed entrammo.
Fu un po' meno contento quando lo rincontrai qualche mese dopo. "La cometa è passata - mi disse - e il debito sta ancora là".
Come ridevamo!!!???
L'Ente Fucino, quando andai io ad Avezzano, era già formato da una grande massa di gente, che aveva sbrigato mansioni impegnative durante la prima fase della Riforma, ma adesso aveva poco da fare. Questo almeno si diceva, cosicché, quando un giorno dei buontemponi affissero, a Palazzo Torlonia che era la sede dell 'Ente, uno striscione lungo 20 metri con la scritta "Qui riposano gl'impiegati dell'Ente Fucino", la cosa non fece neanche ridere tanto.Si era ai tempi della fame nell'India e si fecero dappertutto raccolte per mandarle laggiù. Le parrocchie, le scuole, il Comune e l'Ente Fucino.
Un giorno un impiegato dell'Ente, passando davanti alla presidenza, sentì dire "Questo a me, questo a te e questo all'India". Pensò "questi signori stanno prelevando due terzi delle nostre raccolte a loro beneficio!". Volle vedere meglio, origliando bene attraverso i buchi della chiave e quale non fu la sua meraviglia, quando vide che accanto al Presidente e al Direttore non c'era nessuno e, nel dire "questa all'India", ci si abbandonava ad un gesto espresso con "l'apoxiomenos, che Lisippo amò scolpire."
Guerino era l'usciere assunto per compassione delle sue molteplici infermità. Invalido civile e nevropatico, lo dicevano i colleghi di lavoro. Aveva, fra l'altro, una grande rabbia perché l'altro usciere, Bardillo, secondo lui guadagnava di più perché era raccomandato.
Lo stipendio di Guerino di dicembre, compresa la 13a, non arrivava a 400 mila lire e da giorni, alcuni, con voce da cospiratori, gli andavano soffiando all'orecchio che Bardillo, a dicembre, se non si piazzava sul milione ci mancava poco. Aggiungevano che era stato da Carolli ad ordinare la 600, appena uscita dalla Fiat.
Un brutto giorno fu consumato l'ultimo atto dello scherzo.
Un impiegato portava una mucchio di carte e disse che erano i cedolini degli stipendi di dicembre. Prima di andar via fece cadere ad arte un foglio dove - imitando a perfezione gli ordinativi degli stipendi dell'Ente - era scritto che lo stipendio di Bardillo... era di L.999.999.
In mezzo al cortile echeggiò un urlo beluino.
" Adesso è tutto chiaro, ecco la prova della raccomandazione, si facciano avanti i signori dirigenti che adesso facciamo i conti."
Nella combriccola del mio studio, una sera maturò l'idea di fare uno scherzo magistrale a Sergione. La mente diabolica era Giovannangelo.
Si disse che Manchino - uno dei più cari amici frequentatori del nostro ritrovo - aveva combinato un guaio e che il giorno dopo doveva celebrare un matrimonio riparatore a Pescara. Anche se la cosa era segretissima, bisognava che qualcuno di noi andasse a portare un regaluccio, partecipando alla cerimonia.
Fu incaricato Sergione, che scelse il regalo con alcuni altri e la mattina appresso partì per Pescara.
Davanti alla chiesa del Sacro Cuore aspettò per ore, poi girò altre chiese di Pescara: neanche l'ombra di matrimonio; fra l'altro era di venerdì e lo scherzo apparve chiarissimo.
Quando tornò bussò alla mia porta furibondo.
" Voglio sapere chi è stato, mi disse; questa volta c'esce il morto".
Riuscii a calmarlo, con la promessa che insieme avremmo atteso il giorno della vendetta, se si fosse riuscito a sapere l'autore. E il giorno della vendetta venne. Giovannangelo era assessore allo Sport e aveva avuto dal Ministro del Turismo un appuntamento ad Avezzano, in occasione di un suo viaggio all'interno del Parco Nazionale. Si vibrava di entusiasmo e di speranze nell'attesa. C'era di mezzo il finanziamento del campo sportivo delle Tre Conche.
L'appuntamento era presso l'albergo Fontana al piazzale della Stazione.
Mezz'ora prima dell'incontro una telefonata a casa di Giovannangelo: "Sono la Segretaria del Ministro del Turismo; il ministro è rammaricato di doverle dire che bisogna spostare l'incontro all'Hotel del parco in Pescasseroli fra un'ora."
Giovannagelo, che per quell'incontro sarebbe arrivato in America, partì per Pescasseroli e, intanto, il ministro lo attendeva inutilmente all'albergo Fontana.
All'Hotel del parco in Pescasseroli c'era il Direttore che lo attendeva fremendo: "Hanno telefonato con urgenza dal Ministero che il sig.Ministro, per ragioni superiori, ha dovuto trasferirsi a Pescara; l'attende presso l'Hotel Montesilvano."
Giovannangelo partì per Pescara, mentre il dubbio cominciava a fargli contorcere lo stomaco.
Verso mezzogiorno arrivò trafelato a Pescara. Il Direttore del suddetto albergo, con tutta segretezza, assumendo l'aria delle grandi occasioni, gli disse che a Terano, presso l'Hotel Michelangelo......Non finì il discorso, perché Giovannangelo s'era girato di scatto ed era fuggito.
Quando la sera comparve al mio studio, credevo veramente che volesse buttarmisi addosso e divorarmi, si limitò invece a dire: " Non avete il senso dello scherzo. Forse avete privato Avezzano di un'occasione storica"
I tirintosti
In Abruzzo, il termine è usato in molte zone. Ho tentato delle ricerche etimologiche, ma non ho avuto fortuna. Preferisco dire di che si tratta.
Quando si sposava una persona in seconde o terze nozze, oppure quando si sposava uno dall'età un po' oltre il consueto, i giovani, nella prima notte in cui i due andavano a convivere, si riunivano inscenando le più strane serenate, o sollevando schiamazzi, o accendendo falò vicino alla casa dello sposo e provocando spavento negli abitanti dei dintorni. Si capisce che, dentro la casa, ci dovevano essere gli sposi diciamo novelli. Con le attuali usanze di viaggi di nozze, la cosa forse è caduta definitivamente.
Nello studiolo parrocchiale dell'arciprete, a Montorio, stavamo facendo una versione di latino, quando entrò un tizio sulla cinquantina, che si tirava appresso una giovane insieme ad altri, non meglio individuati, personaggi.
L'arciprete passò nella seconda stanza dello studiolo e, dopo pochi minuti, uscì tutto perplesso e meravigliato. Nel cercare l'atto di battesimo della donna, si era scoperto che aveva denunciato dieci anni in meno; il futuro marito aveva detto che bisognava rifare i discorsi da capo.
Avevamo appena ripreso il filo della lezione, che la squadra si ripresenta.
" Arcipré torniamo a rifare le carte".
" Ma..."
"Non ci sono ma; il padre della sposa ha fatto un altro parlare". Capii più tardi che questo significava che il padre aveva aumentato la dote della figlia.
"Arcipré, concluse lo sposo mentre uscivano dallo studiolo, mi raccomando niente tirintosti, altrimenti qui le cose si metteranno male."
Il rito del matrimonio si svolse regolarmente. Solo più in là, dietro opportune spiegazioni, venni anche a capire che cosa significavano quelle sottolineature, fatte dallo sposo con grugniti, quando il sacerdote, leggendo gli articoli del codice civile, aveva detto " la moglie è tenuta ad aiutare il marito se questi non ha mezzi sufficienti."
E venne la notte dei tirintosti.
Chi non si è mai trovato in mezzo ad un terremoto, non ha sentito un rumore di incidenti stradali catastrofici, difficilmente può farsi un'idea di quello che successe in quella notte.
Io ero ragazzino e mi trovavo in casa di zii molto seri. Capii che bisognava giostrare d'astuzia. Mi alzai nella notte, con le scarpe portate per mano, poggiando i piedi nudi a terra nel più assoluto silenzio. Avevo provveduto, certi giorni prima, a mettere un po' d'olio nei cardini del portone di casa, perché non facesse rumore mentre aprivo.
In piazza trovai una squadra di giovani che avevano preso un bidone di ferro da due quintali, di quelli che servivano, all'epoca, per trasportare la nafta per i motori agricoli che non essendo ancora trattori, non erano semoventi e il carburante bisognava portarlo nelle aie.
Il bidone era stato riempito di pietre, portato sulla cima di Montorio e poi abbandonato a se stesso. Dopo diversi colpi, dati ora ad una casa ora all'altra, il bolide, acquistando velocità, andava a colpire il portone della casa dove abitava il novello, si fa per dire, sposo.
Ci fu chi fece notare che il pover'uomo aveva dato abbondanti mance il giorno precedente per evitare i tirintosti, ma la volontà della maggioranza prevalse: i tirintosti sono un diritto della gioventù e non ci rinunciamo, il fatto che abbia pagato, anzi, dà ancora più gusto, perché significa che si sta cogliendo nel punto giusto.
Pare che lo sposo abbandonasse - potenza dei tirintosti!-, quanto prima gli fu possibile l'Abruzzo.
Nella mia permanenza avezzanese sui matrimoni me ne toccò vedere e sentire tante, ma di due, perché testimone de visu, debbo riferire.
Ero stato incaricato dal Vescovo di preparare gli elementi per la concessione dell'art. 13, su cui, poi, egli avrebbe alla fine presa la decisione.
L'art.13 è un articolo del Concordato fra la Chiesa e lo Stato italiana fatto nel 1929. Esso autorizza il Vescovo a celebrare o far celebrare un matrimonio anche se i documenti non sono pronti, purché ci sia la certezza morale che tutto è a posto. L'articolo, in parola, è stato pensato per i casi in cui i due sposi non hanno il tempo per " fare le carte". Esempio classico era quello del soldato che tornava in licenza matrimoniale e i documenti non erano ancora pronti.
Naturalmente tentavano di accedere all'art. 13 degli sposi, o chi per essi, che volevano accelerare il rito per paura di ripensamenti.
Arrivarono da Celano in gruppo ed entrarono nel mio studio. C'erano i due, diversi parenti di ambo i sessi, ma mi colpì un vecchio che faceva bella mostra della mutine (era la caratteristica confezione del pranzo a secco, che i contadini si portavano, andando in campagna).
Mi fecero subito capire che, se non ottenevano l'autorizzazione che chiedevano, sarebbero rimasti lì per diversi giorni. Il vecchietto spiegò perché si era portato la mutine. Non esitarono a dichiarare che il matrimonio - riparatore naturalmente - si doveva fare subito, altrimenti quello ci poteva ripensare.
Iniziai il discorso d'uso, spiegando che un matrimonio del genere sarebbe stato invalido, a motivo della mancanza della libertà nel consenso e che, comunque, l'art. 13, in questi casi, non si poteva dare.
" Che c'entra il 13? " - fece la madre - "mia figlia è già tanto sfortunata e ci vogliamo pure mettere il 13".
Intuii che mi si presentava un'ancora di salvezza e mi misi a spiegare che, in realtà, quell'art. 13 portava pure jella e che, prima o poi, quei matrimoni andavano a finir male.
Ci fu una breve consultazione e poi la squadra, senza dirmi niente, ripiegò in ritirata.
Dalla finestra li vidi uscire tutti, compreso il vecchietto con la mutine che, ultimo della truppa, arrancava con difficoltà, poi mi recai dal vescovo per riferire.
Con una serietà mal contenuta, il Capo mi spiegò che non è bello servirsi dell'ignoranza della gente, per costringerla a fare qualche cosa, anche se giusta: "Bisogna cercare di convincere con la verità. "
Sul momento non seppi che dire, ma io alla superstizione, quel giorno, gli avrei eretto un monumento.
Ricordavo sempre questo episodio, quando raccontavo la barzelletta del giovane che, all'esame di diritto, non riesce a dare una definizione di frode. Poi se ne esce: " frode, professò, è quella che lei sta facendo a me." "Perché???"- fa il professore.
" Perché frode è approfittare dell'ignoranza di uno per recargli danno e lei sta approfittando della mia ignoranza per bocciarmi."
Al capezzale di un moribondo fu chiamato un cappuccino. L'uomo dichiarò di voler mettere a posto una situazione, prima di morire, sposando una ragazza con cui da qualche giorno conviveva.
Preparai in fretta e furia il documento e lo affidai al buon padre, che, però, in ospedale, non trovò l'interessato. Mi telefonò allarmatissimo: " il moribondo è fuggito".
Più tardi, il suddetto moribondo riuscì a celebrare un matrimonio con documenti falsi, approfittando della sua presunta residenza a Montecassino, dove i bombardamenti avevano distrutto gli archivi.
Poi fuggì di nuovo e, per la terza volta, riuscì a convincere i parenti della ragazza che le sue intenzioni erano buone e rette. Disse che aveva un piccolo debito a Roma, ma, se lo aiutavano, avrebbe riscattato un palazzo che era tutto suo.
Portò i due fratelli a Roma dinanzi ad un palazzo, disse che saliva a portare i soldi al creditore e poi li avrebbe chiamati per chiarire e dimostrare. Quelli, dopo una lunga attesa, salirono sopra e vennero a capire che intanto il furfante era sceso da un'altra scala, derubandoli per la terza ed ultima volta.
Ma i guai non finirono. Quando dovetti preparare i documenti per annullare il matrimonio, non si trovava il sistema per dimostrare che era nullo, in quanto il tizio aveva dato elementi falsi sul nome, cognome, data e luogo di nascita e non so che altro.
In questi casi il Codice di Diritto Canonico fa quello che nessun codice civile può fare: autorizza il vescovo ad agire "onerata eius conscientia". Il peso della decisione è solo di carattere morale.


PAVLOV A SPIANO

Barone era l'asino di zio don Giacinto e a Spiano era famoso. Quando il parroco doveva andare a Teramo, si faceva accompagnare da noi ragazzi fino al bivio della Forchetta e poi riportavamo l'asino a Spiano. Nel pomeriggio si ripeteva il rito all'inverso.
Noi ragazzi eravamo felicissimi dell'incarico, anche perché, quando sul biroccino era presente il parroco, l'asino si muoveva con una lentezza esasperante, ma quando lui scendeva, appena eravamo incontrollati, estraevamo dei bastoni che portavano l'asino a fare a gran trotto i tre chilometri del tragitto.
Un giorno arrivammo alla Forchetta e lì si seppe che il pullman faceva ritardo. Allora zio don Giacinto ci fece ripartire subito, anche perché ci aveva presi in prestito da zia Ergea, che era la maestra della scuola elementare di Spiano.
Data la presenza del padrone, non potemmo prendere i bastoni da sotto la fratta, ma l'asino, appena si accorse che sul biroccio non c'era chi lo autorizzava a camminare lentissimamente, partì a razzo.
Nel pomeriggio, zio don Giacinto, che non aveva mai visto Barone di correre, voleva assolutamente che dessimo delle spiegazioni.
Un po' per paura di incorrere in qualche punizione, un po' perché non avevo ancora studiato la teoria dei riflessi condizionati di Pavlov, cercai di eludere il discorso con risposte a mezza bocca e con molti non so...non saprei... ma...
Quando il professore di scienze, al liceo, spiegava la famosa teoria dei riflessi condizionati portava tanti paragoni. Raccontava del giovane novizio che, per evitare la punizione di mangiare col gatto, aveva associato nell'animale l'idea delle botte e del rumore della corona, per cui, appena il gatto sentiva il solo muoversi del novizio, che così faceva fare il classico rumore alla corona, fuggiva.
Gli raccontai la mia osservazione con l'asino di zio don Giacinto e mi sentii veramente importante, quando mi accorsi che, nel suo quaderno di appunti, aggiungeva anche il nome di Barone, che conquistava così il diritto di passare alla storia.
Ma quell'asino, forse, un nome famoso già se l'era fatto molto tempo prima.
Corse voce che un giorno zio don Giacinto, famoso giocatore, aveva fatto una partita, mettendo come posta di gioco un asino. I vecchi dissero che zio aveva vinto e, tornando al paese, aveva sostituito il suo vecchio asino con questo, frutto e trofeo della sua vittoria, mentre l'avversario, oltre che perdere l'asino, si era dovuto fare 15 chilometri a piedi.
I più accurati facevano anche il nome del perdente che sarebbe stato il vecchio parroco di Leognano, don Domenico Barba. Questo prete, più tardi, per la sua provenienza da famiglia benestante, si comprò una delle prime auto che giravano per le strade del teramano. In noi ragazzini il fatto servì a confermare la perdita di cui sopra.Anche quando zio fu vecchio, io gli chiedevo se era vero che Barone lo aveva vinto giocando a carte. Sviava il discorso, ma si vedeva che era compiaciuto della nomea. Era un po' come se oggi uno uscisse con la macchina, se la giocasse e poi tornasse a casa con un mezzo pubblico mentre il vincitore si fa vedere con una bell'alfa che sostituisce la sua mal ridotta utilitaria.


SEME LAVORATE PE QUISSE DE LE CESE

Questo è un proverbio avezzanese sulla cui origine ho trovata una simpatica spiegazione. Lo si cita quando uno fa un lavoro e il merito o il beneficio va ad altri.
Un po' come successe a Virgilio, che si vide copiare delle composizioni e riuscì a dimostrare il suo diritto, consegnando una serie di versi a metà che gli approfittatori dovevano completare. (Ego versicola feci, tulit alter honores
sic vos et non vobis...
sic vos et non vobis...
sic vos et non vobis...
Bisognava parlare delle api che fanno il miele per gli altri, dei buoi che portano l'aratro per altri, degli uccelli che nidificano per favorire altri ecc.)
Con l'esempio classico voglio tirare, in omaggio a Nino, in alto il gesto dei suoi paesani.
A Corcumello (l'importanza del paese è data non solo dai nobili natali anzidetti, ma anche dalla chiara etimologia latina: Cor cum illo) non pioveva da tanto tempo.
La gente volle affidare la sua richiesta di pioggia ad una solenne processione.
Sfilarono per le vie del paese, vestiti a festa, tutti gli abitanti con ceri, fiori, rami verdi; portarono in processione anche tutte le statue della chiesa. Il cielo era di un sereno provocante, la gente guardava in alto per vedere se si annunziava qualche segno che Dio stesse commuovendosi e, intanto si intensificavano le preghiere e i canti mentre per le vie del paese si snodava solenne e imponente la processione.
C'è un punto di Corcumello da cui si vede la dirimpettaia Cese.
Fu mentre la processione passava lì che la gente intravide nel cielo una nuvola, che si ingrossava sempre di più e diventava man mano più nera fino a quando, accompagnata da lampi, scese una forte pioggia che andò ad irrorare solo le campagne di Cese. La gente attese un po', sperando che la pioggia arrivasse fino a Corcumello, ma quando si accorse che il temporale si era risolto sul cielo di Cese, poggiò per terra le statue e disse al prete che, se voleva, le riportasse lui in chiesa: " Seme lavorate pe quisse de le Cese ".
Anche a Celano, a causa di una forte siccità, si pensò di organizzare una processione ad petendam pluviam.
Celano conta più di diecimila abitanti per cui la processione, a cui tutti partecipavano, era di una lunghezza spropositata. Le persone che stavano vicino al clero orante erano poche, le altre si trovavano a grande distanza. Carminuccio pose la difficoltà e la risolse.
" Va a finire che pioverà solo sulle campagne di quelli che stanno pregando, perciò seguitemi. E cantando ed imitando il salmodiare delle litanie diceva:
" E noi diceme quelle che dicene quiss"
E la gente rispondeva " Ora pro nobiss"


SOTTO L'USBERGO DI S.MARTINO

Non ho mai avuto complessi da un nome sul quale si appuntano le frecce sarcastiche dei pettegoli dell'11 novembre. Fui prete fugando ogni sospetto.
A S.Martino, però, ho dovuto dare una mano di difesa, fin da quando Ulisse Leo Imperiali voleva convincermi che il mio era un nome indecoroso.
Ad Ortona dei Marsi stavamo cantando le litanie dei santi per l'ordinazione di Tonino. Quando si arrivò al Sancte Martine, mentre i devoti chiedevano ora pro nobis, ci fu chi credette di domandarmi perché questo santo era stato dichiarato protettore dei cornuti. Tentai di rifilare le varie leggende, concludendo che, comunque, molta gente che era lì presente doveva l'esistere proprio a S. Martino.
Ma la più graziosa, a proposito di corna, me la raccontò Vittorio
Giovannino era arrivato ai suoi venticinque anni, aveva trovato un lavoro e decise di dare compimento al suo sogno, facendo i primi approcci con Annarella, una ragazza che aveva sempre guardato come la donna della sua vita.
Annarella era segretamente innamorato di Giovannino per cui, alla prima dichiarazione, seguì il primo bacio. Al colmo della felicità, una sera, Giovannino abbordò suo padre per dare la lieta notizia e quale non fu la sua meraviglia, quando si sentì dire:
" Quella lì tu non la puoi sposare, anzi non la devi neanche guardare perché quella... è mia figlia e perciò tua sorella".
Giovannino impiegò dieci giorni a smaltire il colpo, trovò una scusa e chiuse con Annarella.
Intanto aveva preso a parlare con Rosanna. Era un fior di ragazza, figlia del meccanico del paese, ammirata da tutti. Grande fu la gioia di Giovannino, quando si sentì dire da Rosanna che lei pure, da sempre, aveva vagheggiato di poter allacciare rapporti con lui.
Ma la sfortuna era in agguato. Appena fece il nome di Rosanna al padre, questi, con l'aria afflitta e sconsolata dovette dirgli " tu Rosanna non puoi sposarla, perché quella è mia figlia".
Per nulla lusingato di aver un padre così donnaiolo e intraprendente, Giovannino si chiuse in un mutismo sconcertato: ormai per lui era un sogno irrealizzabile formarsi una famiglia. Tuttavia volle provarci con Lena.
Abitava in fondo al paese, frequentava poco le combriccole dei giovani. Forse, sperò Giovannino, sarà la volta buona. Ma il padre lo attendeva al rientro a casa, quella sera:
"Ti ho visto parlare con Lena, quella la devi lasciar stare, perché è mia figlia".
Giovannino si sentì schiaffeggiato dalla sfortuna. Quella sera non volle cenare e si buttò piangendo e sconsolato sul letto.
Quando la madre vide che il figlio non aveva voluto cenare, credette opportuno di avvicinarlo, in segreto, per vedere quello che avesse.
Giovannino aveva tanta voglia di parlare e rivelò alla madre le ragioni del suo soffrire.
" Non ti preoccupare - fece la madre - sposa pure chi ti pare, tanto non c'è nessun impedimento, in quanto tu non sei figlio di tuo padre."



I N D I C E

1 - Accanto al fuoco pag. 3
2 - Gli assassini di Spiano " 7
3 - Gesualdo senza naso " 11
4 - Spiritismo in alta montagna " 15
5 - Don Gregorio " 23
6 - La notte di Natale le bestie parlano " 27
7 - Le favole della mia infanzia e i lupi " 33
8 - Un uomo lungo la strada " 37
9 - San Giorgio a cavallo " 41
10- Berta e Bettina al castello di Ocre " 45
11 - Femmina morta " 51
12 - L'orecchio dei Maccafani " 55
13- Settefossi " 61
14 - La partita a tressette " 67
15 - A Pietrasecca: La quercia del Tasso
l'altare di Costantino " 71
16 - A Pietrasecca: L'intreppete " 73
17 - Carlo per Fucino " 75
18 - Scherzi da prete " 79
19 - La cometa di Halley " 83
20 - Come ridevamo " 87
21 - I tirintosti " 89
22 - Pavlov a Spiano " 93
23 - Seme lavorate pe quisse de li Cese " 95
24 - Sotto l'usbergo di S.Martino 97



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