FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







L'ABBRACCIO DELLA MORTE

Enrico Frascati




Dolore. Ho un proiettile piantato nello stomaco e sanguino molto. Troppo. Poco prima dell'alba ho derubato un supermercato uccidendo la cassiera. Tutto è filato liscio finché non è arrivata la volante della polizia. Ero già sulla mia moto quando il proiettile mi ha colpito. Ho stretto i denti e accelerato.
Non ho fatto in tempo a chiudere le tasche del giubbotto, almeno metà dell'incasso è rimasto per strada. Non me ne frega niente, sto troppo male. Ho lasciato cadere la moto in uno scarico delle fogne e ho raggiunto a piedi il mio rifugio. Sentivo ad ogni passo il sangue uscire caldo dalla ferita e portare con se tutta la mia energia. Sono caduto due volte sul marciapiede... fortunatamente la strada era deserta.
Vorrei chiamare aiuto ma non posso.
Sia maledetto quel bastardo di Nicolas: dovevamo fare il colpo assieme ma si è tirato indietro all'ultimo momento. Se ora ci fosse anche lui, sarebbe già in cerca di un medico.
Salendo le scale fino al mio appartamento devo aver lasciato una striscia di sangue visibile come un cartello stradale.
Che la fortuna mi assista, solo questo, che mi assista!
Il dolore va e viene. In alcuni momenti, qui, disteso sul mio letto, mi sembra di non essere ferito, ma solo molto stanco. Poi arriva una fitta e non posso fare a meno di gemere e stringere i pugni. Il sangue invece non sembra fermarsi mai. Ormai devo averne riempito il materasso da quanto ne continua a uscire. Quanti litri ne abbiamo in corpo? Cinque? Sei? Non me ne restano più molti.
Qualcuno sta bussando alla porta.
- Ehi, signor faccia di merda, stai morendo, vero? - Sono i teppisti che giocano alle bande sul retro del palazzo. Avranno al massimo diciassette anni.
Riconosco la voce del loro capo.
- Andatevene! - grido, con la voce che mi resta.
- La polizia ha appena messo una taglia su di te... ma ti vogliono vivo.
Bastardi.
- Hai perso un mare di sangue salendo le scale... sembrano pozzanghere e cominciano già a seccare.
Una pausa. Un'altra voce. - La padrona ci metterà dei giorni a farle andare via...
- Abbiamo deciso di prenderci la taglia, così adesso entriamo e ti portiamo dagli sbirri... loro ti cureranno. Non morirai. Sei contento?
Cerco la pistola nelle tasche del giubbotto, immersa nelle banconote. La trovo.
- Andatevene, figli di cane! - grido, e sottolineo le mie parole sparando un paio di colpi attraverso la porta. Non mi importa di far rumore, di attirare gente. L'unica cosa importante è allontanare quegli avvoltoi.
Sento dei lamenti al di là della porta. Devo averne colpito uno...
finalmente un po' di fortuna.
I lamenti si trasformano in una voce acida. - Rapinatore stronzo e figlio di puttana. Ora ce ne andiamo così puoi crepare e tornartene all'inferno che ti ha vomitato... crepa, bastardo! Parlano ma io non li ascolto già più. Mi basta sapere che non cercheranno di venire qui dentro.
Le terribili fitte ricominciano a scuotermi. Il sangue continua ad uscire tranquillo e costante, come un fiume. Cerco una soluzione ma il mio cervello si rifiuta di concentrarsi... il dolore è troppo forte.
Sento arrivare una macchina della polizia a sirene spiegate. Si ferma proprio qui sotto. Sento sbattere le portiere.
I miei spari. Sicuramente hanno messo in allarme qualcuno. Ma perché la gente non si fa gli affari propri?
In una città come questa è ancora necessario chiamare la polizia ogni volta che qualcuno spara?
Sento voci concitate salire dalla tromba delle scale. I poliziotti devono aver visto il sangue. Forse i teppisti gli stanno raccontando tutto.
Ecco, li sento salire. Stanno gridando a tutti di allontanarsi, di lasciarli fare. Me li immagino con le pistole in pugno e i nervi tesi. Temono di beccarsi un proiettile in corpo. Pensano di prendermi... illusi!
Stringo i pugni e mi alzo dal letto. Ho le vertigini... rischio di cadere da un momento all'altro.
Se mi arrestano mi danno di sicuro la sedia elettrica.
Sono troppo vicino al caldo abbraccio della morte, adesso, per desiderare di passare i prossimi dieci anni in galera aspettando il giorno dell'esecuzione. Cammino attraverso la stanza strappando al mio corpo le ultime briciole di energia. Sudo e sanguino. Le mie mani tremano. La vista è appannata. Davanti a me intravedo una forma luminosa... non è Dio ma la finestra della mia camera attraverso cui filtra la luce dell'alba.
Dietro di me sento delle grida... non capisco cosa dicono. Sento il rumore secco della porta che si spezza ai calci dei due poliziotti.
Sorrido. Mi lascio cadere in avanti, verso la luce, e la gioia mi pervade. I vetri si infrangono all'urto col mio corpo lasciandomi passare oltre, nel vuoto. Sto volando e non sento più dolore.




ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.