Matteo Galiazzo

FINE DELL'ADOLESCENZA E ALTRI RACCONTI





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Fabula Edizioni - Collana "eventi speciali" - n. 1
Milano, febbraio 1997

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Indice:

- PRESENTAZIONE di Silvio Castelletti

- PICCOLA ANTOLOGIA CRITICA

- racconti:

VITO

CLO

FINE DELL'ADOLESCENZA

CRISI

TEMI E COLORI

IL BACIO GRANDE

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QUATTRO RIGHE PER MATTEO
Silvio Castelletti

"Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che sia dolore il dolore che davvero sente" (F.Pessoa)

Matteo Galiazzo, un giovane scrittore che non ha mai cercato la fama. Io lo so, abbiamo scritto sulla stessa rivista, "Maltese", per anni. Racconti pieni e vuoti allo stesso tempo, un'espressione pulita senza perché difetti, coraggiosa, apparentemente "alla moda". Una volta mi disse che aveva dovuto scrivere un racconto alla Tondelli perché non c'era altro modo per esprimere quello che intendeva dire. Ora il suo stile è maturo: la moda (cfr. "Cose che io non so", il suo racconto d'esordio su "Gioventù Cannibale", Einaudi) non è un atteggiamento per lui. E' difficile da spiegare, bisogna leggere per credere. A marzo uscirà per Einaudi "Una particolare forma di anestesia chiamata morte", una raccolta di suoi racconti, qui su Fabula vi presentiamo in esclusiva alcuni testi che non sono stati inclusi nell'antologia "ufficiale": be', c'è poco da dire... sono affascinanti. Già abbiamo "Vito", uno specchio dove vedere l'orrore che c'è in noi, le nostre debolezze, il nostro essere umani. Non chiedetevi perché, cercate di sentire.

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PICCOLA ANTOLOGIA CRITICA
Alcuni giudizi critici su "Cose che io non so", racconto d'esordio di Matteo Galiazzo, compreso in "Gioventù cannibale" (Einaudi).

"La vera rivelazione di questa raccolta appare il racconto di Matteo Galiazzo 'Cose che io non so', che con perfidia spietata e ingegnosa gioca con una delle ossessioni più temibili e, almeno in Occidente, nascosta: quella religiosa. L'esito è una sorta di inattesa pulp-teologia, che fluttua appunto tra disincanto (l'incapacità o indisponibilità a distinguere tra bene e male), scandalo per un orrore che si annida ovunque, anche in una esegesi biblica pedante e straniante come in certi dialoghi di Tarantino, e la più sarcastica delle letture critiche del mondo".
(Marino Sinibaldi, "L'Unità", 1996)

"E molto interessante è l'esordio di Matteo Galiazzo con 'Cose che io non so', protagonista una ragazza, figlia di testimoni di Geova, che scrive a un giovane serial-killer progettando una nuova, blasfema teologia, nella quale costui dovrà rivestire il ruolo del Cristo".
(Roberto Barbolini, "Panorama", 24/10/96)

"'Cose che io non so' del ventiseienne Matteo Galiazzo parte da uno spunto straordinario: L'Armagheddon, la solfa ricorrente della fine del mondo dei Testimoni di Geova, e lo sviluppa benino".
(Sebastiano Vassalli, "Il corriere della sera", 26/10/96)

"Uno dei racconti meno programmatici di 'Gioventù cannibale', e anche dei più intensi: 'Cose che io non so' di Matteo Galiazzo (lettera a un assassino incestuoso e pedofilo, cadenzata sui ritmi di una sorprendente sapienza teologica). (...) Lì il colore dela sangue non si vede né si sente il fiotto del suo sgorgare. Perché di solito si vive, si lavora e si crepa in un angolo, con un fardello di sogni andati a male. Con la sola musica del buio e del silenzio, non in stereofonia né in quadricromia".
(Massimo Raffaelli, "Il Manifesto", 31/10/96)

"...ma soprattutto Matteo Galiazzo: il raccapriccio blasfemo e striato di sangue di 'Cose che io non so' lascia intravvedere un sicuro talento. Attendiamo con impazienza il suo primo libro".
(Fabio Zucchella, "Pulp", n. 4, nov-dic 1996)

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VITO

Sei al volante di una macchina con la guida a destra. La fila di auto davanti a te è allineata sulle corsie di sinistra. Le targhe hanno caratteri strani, alcuni sono simili a quelli dell'alfabeto cirillico. Anche le insegne dei negozi, anche le indicazioni stradali. Osservi la tua mano mentre suona ripetutamente il clakson. E con l'altra mano fai dei gesti fuori dal finestrino. Nonostante questo nessuno si muove. Si sente una sirena che si avvicina, una vettura bianca con davanti la scritta Ambulanza passa nella corsia di fianco alla tua. Subito ti inserisci anche tu nella stessa corsia e la insegui, sfruttando il varco che si crea davanti a lei. Poi l'ambulanza svolta, e invece pare che tu debba andare dritto. Ti infili nella corsia degli autobus oltrepassando i cordoli in rilievo. Stai quasi per investire una vecchietta scesa di un passo dal marciapiede. Strombazzi col clakson, le gridi Troia. Poi c'è un semaforo, e mentre aspetti che scatti il verde ti guardi nel retrovisore. Stai sorridendo trionfante. Non puoi fare a meno di pensare Faccia da stronzo. Con un gesto che non condividi per niente ti sistemi i capelli continuando a sorridere e controlli il nodo della cravatta.

Hai accostato sulla sinistra, nello spazio giallo riservato alla fermata degli autobus, e sei entrato in un negozio, una farmacia.... piuttosto affollata. Ti inserisci a forza tra una commessa col camice bianco e un signore anziano. Chiedi a voce medioalta dove sono i preservativi. La commessa col camice bianco ti indica un piccolo scaffale appoggiato sul banco, dall'altra parte. Ti fai largo a spintoni. Dal riflesso di una porta a vetri noti che hai un sorriso malizioso. Soppesi tutte le scatole nel piccolo scaffale. Poi prendi una confezione, la più grande. Ti muovi tra la gente davanti al banco, per andare verso la cassa. Tieni la scatola in alto, in maniera che sia ben visibile a tutti. Ci giocherelli, mentre aspetti davanti al registratore di cassa. La commessa arriva, batte lo scontrino, fa per incartarla, senti te stesso dire Non importa, non importa, lasci. Dietro di lei c'è uno specchio e ci vedi il tuo sorriso sempre più carico di sottintesi. La commessa ti guarda, sorride anche lei più o meno nello stesso modo, e ti augura una buona serata. Oh, lo sarà, le conferma la tua voce.

Stai aspettando davanti a un portone. Sulla sinistra c'è il citofono, ma tu tiri fuori dalla fondina un telefonino. Sulla tastiera caratteri strani, le uniche cifre comprensibili sono l'otto e lo zero. Ma le tue dita si muovono sicure e compongono rapidamente una sequenza di tasti. Ti risponde lei. Dice che scenderà in un attimo. Controlli il tuo riflesso sul vetro del portone, ti sistemi la giacca come si deve. Sette minuti dopo vedi la porta dell'ascensore che si apre, e lei che esce. Ciao, fa. Ciao, fai tu. Mentre scende i sei scalini del portone consideri il suo abbigliamento. Minigonna, calze scure, scarpe che immediatamente trovi orrende. Una giacca di pelle con delle frange, aperta davanti, e una specie di camicia, abbottonatissima sul collo, ma con un'apertura più in basso tra le due tette. Non ti sono mai piaciute le scollature di quel tipo. Nonostante questo stai già dicendo Bella camicia, sei elegantissima. Anche le scarpe, molto belle. Lei ringrazia, e fa i complimenti anche a te per il vestito. Spieghi che l'hai comprato a Londra.

Siete seduti al tavolino di un ristorante cinese. Uno specchio corre lungo tutta la parete di sinistra e raddoppia il locale piuttosto piccolo. I piatti sono riempiti con cibi dai nomi orientali. Sono i nomi, più che altro, a rendere esotici i sapori. Il vino invece è vino normale. Ogni volta che il suo bicchiere si svuota tu immediatamente le versi dell'altro vino, reggendo la bottiglia con la sinistra. Durante la cena la tua voce mantiene la conversazione su argomenti dozzinalmente afrodisiaci. Dopo qualche portata lei si alza per andare in bagno. Mentre si allontana tu osservi intorno le persone agli altri tavoli. Una buona parte degli occhi maschili è puntata su di lei, su quella porzione di corpo che va dalle ginocchia alla cintura. Una volta uscita da tutti i campi visivi l'attenzione si sposta su di te. Ti guardi allo specchio. Hai di nuovo quell'espressione trionfante che non vorresti in nessun modo avere. Le tue mani frugano in una tasca, tirano fuori la scatola comprata in farmacia. La apri, li tiri fuori tutti, li conti. Fai un giro con lo sguardo, giusto a mezza altezza, i tuoi occhi verso gli oggetti appesi alle pareti e le stampe orientali. Le facce maschili ti osservano, commentano, invidiano. Poi le tue mani rimettono dentro la scatola i preservativi e dentro la tasca la scatola. Lei torna. Prendendo spunto dalle stampe le racconti la trama dell'ultimo manga giapponese che hai visto la settimana scorsa, in casa di amici.

Adesso siete in un bar telematico. Su ogni tavolino c'è un terminale, e i terminali sono collegati tra loro. In questo modo si può comunicare tra un tavolino e l'altro, ti pare di capire. Anche le ordinazioni vengono fatte attraverso il terminale. Osservi la tastiera.... piena di caratteri dalla forma vagamente familiare, ma incomprensibili. Lettere normali sono la A, la H, la I, la O, poche altre, la V. Lei sembra non notare quei caratteri curiosi, digita rapidamente sequenze che pare abbiano un senso. Sullo schermo un cursore si sposta da destra verso sinistra, tracciando caratteri ancora più strani, corsivi. Ti chiede cosa vuoi. La tua voce digita nell'aria uno stupido doppio senso, che la fa ridere. Ridi anche tu. Poi le dici un nome di cocktail e lei lo traduce sulla tastiera.
La schermata cambia, adesso sul basso si formano come delle frasi. Poi altre frasi compaiono e spingono quelle precedenti verso la parte alta dello schermo. I tuoi occhi le seguono, il tuo sguardo le scansiona da destra verso sinistra, e ad ogni frase ridi, ridete insieme, ride anche lei più o meno contemporaneamente, e tu non sai perché, vi indicate col dito i segni raggrumati oblungamente che dovrebbero essere parole, le indicate e ridete a crepapelle. Guardate intorno, gli altri tavoli, anche le altre persone ridono indicando gli schermi, anche loro ogni tanto si guardano intorno e ti guardano interrogativi, come chiedendoti Tu quale frase hai scritto. Torni a guardare lei, le suggerisci una risposta o un commento e lei lo batte sulla tastiera, e mentre lo fa ride con le lacrime agli occhi. Istantaneamente la frase compare anche su tutti altri gli schermi, tutte le risate si sincronizzano insieme e diventano una sola.

La tua camera da letto. Ti sei spogliato con gesti non tuoi, accompagnando i gesti con parole non tue, sottolineando le parole con espressioni del viso non tue. Mentre lo facevi anche lei si spogliava davanti a te, come se tutto fosse un riflesso. Vi siete buttati nel letto completamente nudi e avete cominciato a baciarvi, rotolando l'uno sull'altro. Lo specchio sul soffitto restituiva te stesso alla tua vista, e potevi vederti preso da una passione che non provavi minimamente. Poi lei ha cercato con una mano la scatola dei preservativi che avevi appoggiato sul comodino. Ne ha tirato fuori uno. Ha fatto per aprirlo, poi ti ha guardato tra le gambe e l'ha appoggiato sulla sponda del letto. Poi hai potuto vedere lei che con varie tecniche orali imparate chissà dove cercava di ridare vita al tuo sesso.
Adesso sei in bagno. Lo specchio sulla parete ti mostra agitatissimo, mentre cerchi freneticamente sotto un mobile quelle riviste pornografiche nascoste lì da tempo. Le sfogli freneticamente e tra una pagina e l'altra lo guardi, lo tocchi, lo manipoli, cercando un modo perché stia in piedi, dritto. Giri le pagine a tre alla volta, poi butti via la rivista, ti accucci sotto il mobile, ne cerchi delle altre. Ti guardi allo specchio di nuovo e la tua faccia è disperata. Senti dei passi di là, non passi scalzi ma rumore di tacchi. Esci dal bagno. Si è rivestita. Dai, non fa niente, ti dice, non prendertela.... stata una serata divertente, comunque. Tenti di convincerla a restare, la trattieni, dici Proviamo di nuovo, dai. Magari una sera di queste, fa lei, ora vado. La vedi che va verso la porta. La apre. La attraversa. La chiude. Il rumore dell'ascensore chiamata, della porta dell'ascensore che si apre, che si chiude, dell'ascensore che va giù.

Mentre la vasca da bagno si riempie tu ascolti la radio. C'è Buscaglione che sta cantando Sono il dritto di Chicago Sugar Bing, Deputato del distretto di Sing Sing, Quando vedo una ragazza, quella lì diventa pazza, Perché Sugar tiene il fascino latin. Entri nella vasca e ti distendi. Lasci che il tuo corpo venga nutrito dal calore dall'acqua. Stai piangendo. Eppure non sei per niente triste per quello che è successo. Ti sollevi leggermente, ti guardi allo specchio. Stai piangendo come un bambino, davvero. Una mano tua esce dall'acqua, prende la radio. Un'ondata di panico sale dentro il tuo corpo. La paura, il terrore, appena capisci quello che stai per fare. Eppure tu non vuoi morire. Per una cosa così, poi. Chi è quello stronzo che si suicida solo perché una sera ha fatto cilecca. Non vuoi morire. Tutto lo spazio che c'è nella tua mente si è riempito di un enorme NO! Eppure nessun NO risuona nella stanza, solo un tenue sfrigolio e poi qualche scoppio. Solo questo, nessun NO, mentre con la coda dell'occhio vedi a tratti nello specchio il corpo preso dalle convulsioni, dai brividi provocati dalla corrente di gelo. Solo questo, nessun NO, prima che tutto si sfumi nel bianco e nero finale, e tu fai ancora in tempo a guardare un'ultima volta là nello specchio quella faccia. Faccia da stronzo.
Mi dispiace, OTIV, ma quello vero era lui.



CLO

Diciamo che dio era chiuso per ferie, che ci sei passata davanti e che la saracinesca era abbassata e non c'era niente, nemmeno un cartello che spiegasse niente, diciamo così, Clo, oppure possiamo dire che è in cassa integrazione, dio, che si fa pagare per non fare niente, che si fa ancora pregare senza contraccambiare in alcun modo. Diciamo che nessuno ha il coraggio di licenziarlo, dio, di licenziarlo per cattiva condotta o per reiterato assenteismo come da tempo sarebbe dovuto succedere. Diciamo che la sua produttività non è più competitiva, se mai lo è stata.

Ormai è solo un gioco per te pensare a queste cose, un gioco ad incastri in cui si devono sistemare gli elementi in modo che diano il più fastidio possibile ai vecchi. E' questo il segreto del successo, Clo? Se una canzone non piace ai vecchi, anzi arriva a dare loro fastidio i giovani la ameranno? E perché la ameranno, la ameranno sinceramente, nel senso che i loro gusti sono complementari a quelli dei vecchi, oppure la ameranno solamente perché dà fastidio ai vecchi? Clo, magari non te ne frega molto oramai, tu sai già automaticamente che se una canzone tua madre la odia allora avrà successo.

Ormai è solo un gioco per te, Clo, ormai hai già guadagnato più soldi di quanti ne potrai mai spendere, anche campassi cent'anni. Ormai hai sforato, hai sbancato, hai sfondato il tetto, per quanto strano ti possa sembrare qualsiasi cifra guadagnata d'ora in poi non potrà cambiare assolutamente niente nella tua vita. Non lo trovi asfissiante tutto questo?
A volte sogni di perdere tutto per qualche ragione sconosciuta e di dover ricominciare da capo, da zero. Non sono incubi, Clo, sono i sogni migliori, e non sei mai contenta di svegliarti quando li sogni.

Clo, se davvero tu riuscissi a scrivere qualcosa che può cambiare le cose, magari anche solo in peggio, se facessi qualcosa che davvero non può essere digerito, che qua ormai si digerisce tutto, hanno digerito anche te, povera piccola. Ci sono come degli ammortizzatori, attorno a te, dei cuscinetti che attutiscono tutto quello che dici, eh? ci sono come dei materassi e le tue urla ci rimbalzano contro. Perché le canzoni non riescono mica a far cambiare idea a nessuno, non lo hanno mai fatto. Se uno la pensa come te, Clo, allora si compra i tuoi dischi, se no no. Nessuno ti sta veramente a sentire se non è già convinto da prima di quello che stai per dirgli. Nessuno cambia mai idea, Clo. Nessuno viene convertito. Ci sono solo gruppi di persone e ogni gruppo la pensa in una certa maniera e guarda solo certe trasmissioni e legge solo certi giornali e ascolta solo certi cantanti e frequenta solo gente del suo gruppo e ci si conforta così, perché tutti abbiamo bisogno di calore. Perché vedi, nessuno ha ragione veramente, sono solo modi possibili di vedere le cose. Un'idea vale l'altra, quindi è assurdo tentare di cambiarla. E' fatica sprecata. E' tutto un circolo chiuso in se stesso, Clo.

Se tutto fosse diverso, se ci fosse come più attrito nel ricevere le cose che fai, se non fosse tutto liscio come ormai è da tempo per te, Clo, almeno ti sentiresti meno immorale, sarebbe più facile per te accettare tutti i soldi che continuano a pioverti addosso. Se ci volesse più fatica a fare quello che fai, Clo, se ci volessero davvero vere intuizioni e non calcoli, rapporti concatenati, nessi causali. Ormai è tutto come quando andavi a scuola, Clo, alle superiori, ricordi? passato il primo anno e capito il meccanismo tutto andava avanti da solo, non occorreva studiare molto, quasi per niente, bastava osservare un po' il prof e capire quello che voleva sentirsi dire e dirglielo e tutto si chiudeva. Come una macchina, non occorreva fare fatica e spingerla se avevi capito come si metteva in moto. Bastava avere la chiave. In queste cose sei sempre stata intelligente.

E poi tutta questa libertà, Clo, ora puoi veramente dire quello che vuoi, ora che hai capito che non serve a niente, ora potresti fare i dischi che vuoi senza che nessuno riesca a bloccarti, ora hai tutto il potere e i soldi per farlo, Clo. All'inizio non era così, ti ricordi il produttore? ti ricordi quanto lo hai odiato, i primi tempi? Che aveva la testa con dentro degli schemi già pronti, il tuo produttore, c'aveva un sacco di canzoni già pronte dentro, già di successo, già miliardarie, dentro la testa, la sua bella testolina di cazzo. Che quando le tue canzoni non corrispondevano a quelle che lui c'aveva in zucca erano cazzi, erano sale di incisione chiuse, musicisti che se ne andavano, avvocati che rescindevano i contratti, penali da pagare. Un anno, Clo, un anno intero a cercare di convincerlo che le tue canzoni si sarebbero vendute, anche se non c'erano ancora nella sua testa, che la gente avrebbe comprato i tuoi dischi, che la gente aveva bisogno dei tuoi dischi, anche se non si erano mai sentite canzoni come le tue prima di allora. Che schifo, se ci ripensi. Che schifo non avere avuto allora i soldi e il potere che hai adesso, eh Clo?
Perché poi, ecco, saltava fuori qualcuno con qualcosa di nuovo e allora lui si buttava dietro e cominciava a produrre gruppi identici, ammetteva un'altra categoria di canzoni di successo nel suo cervello e via così. Mai lui per primo, mai niente di innovativo. Mai rischiare il proprio culo, come fanno i cantanti, mai. Produrre sempre roba vecchia, roba già ascoltata. Spalancava una porta in quella direzione nuova e c'era una folla di gruppi e di cantanti che usciva correndo e suonavano tutti nello stesso identico modo. Come la merda di Andy Warhol, centinaia di cloni, centinaia di riproduzioni una identica all'altra.

E poi questa pretesa che aveva lui, il tuo produttore dico, tutti i produttori, di conoscere i gusti del pubblico, di conoscere i giovani meglio di te che eri giovane, meglio dei giovani stessi, che quando un suo disco non si vende non è lui che ha sbagliato, sono i giovani che non conoscono i propri gusti, cioè, ma capisci, ti rendi conto, Clo, lui pretendeva di conoscere la gente, lui, col cervello perennemente nebulizzato dalla cocaina, lui che si girava tutti i party e frequentava tutta gente come lui, produttori come lui, e trasgressori addomesticati, ribelli da operetta, gente che i dischi glie li regalano, cioè, capisci, lui, che non ha mai comprato un disco in vita sua, era lui che doveva sapere cosa vuole comprare la gente. Tutto un mondo chiuso in se stesso, Clo, un mondo che decideva cosa farci ascoltare, completamente miope, finché non si accorgevano che la musica era cambiata, che non andava più quella che producevano loro e allora giù, si mangiavano anche la musica nuova e ci salivano in groppa, la addomesticavano, e ci facevano altri soldi. Come un rodeo, Clo, è come un rodeo. Si mangiano tutto, si digeriscono tutto. Che nausea, Clo, anche a pensarci ora, che fastidio.
A cosa servono i produttori, Clo, tu l'hai capito? almeno tu che ci sei dentro o che almeno ci sei stata dentro, eh, Clo, cosa fanno o produttori, io non lo capisco, non lo so. Mi sa che non voglio neanche capirlo.
Perché vedi, un musicista provoca dei suoni, sommuove l'aria, e i cantanti cantano e i tecnici preparano gli strumenti e registrano, insomma, più o meno tutti attorno a te, più o meno tutti fanno qualcosa di materiale, qualcosa di più o meno utile.
Ma il tuo produttore, quanto ti è stato utile, lui? Cosa ha fatto di utile? Era utile che rompesse sempre i coglioni durante le registrazioni, era utile che parlasse sempre ai tuoi musicisti sempre a uno alla volta separatamente a porte chiuse e mai quando si era tutti assieme, era utile che la sera tardi, quando tu te n'eri già andata a casa remixasse di nascosto le parti di chitarra, per renderle più "armoniche" come diceva lui, era utile che facesse sparire le registrazioni definitive che non voleva che finissero sul disco, era utile che interferisse sempre e comunque? E che cosa aveva rischiato lui con quel disco, quanti soldi rischiava? Neanche una lira, rischiava. Quello che rischiava era di non guadagnare abbastanza da non potersi più comprare la coca. Rischiava di fare brutta figura ai suoi party con quegli idioti da salotto.
Sempre lui, la sua faccia, sempre dietro quel cazzo di vetro, sempre lì a rompere i coglioni, a dire questo non va bene, non va suonato così, ragazzi metteteci più impegno. Ma vieni qua, stronzo, vieni di qua dal vetro, eccoti la chitarra, eccoti il microfono, suonami questo assolo, fammi questa rullata, stai di fronte a diecimila persone che urlano davanti a te e che vogliono toccarti e poi fammi vedere come canti, bastardo, fammi vedere come te lo fai da solo il tuo disco di merda. Voglio vederti, stronzo, se capisci la differenza, come stanno le cose di qua. A stare di là dal vetro ci vuole un cazzo, basta un cervello piccolo piccolo come un foruncolo. Fatteli da solo i tuoi dischi di merda, bastardo parassita, testa di cazzo, fatti il tuo bel dischetto che noi ce ne torniamo nelle nostre cantine.

Ma ti rendi conto, Clo? che eri solo una ragazzina, che credevi di dovergli essere grata per quello che stava facendo per te, per il tempo che stava perdendo a darti i suoi consigli di merda? Capisci che ti sembrava già una fortuna essere là in quella sala, con lui che ti sgridava dall'altra parte del vetro? Capisci che avresti avuto mille volte il diritto di prenderlo a sprangate, di aprirgli il culo a morsi? Parassita. Sanguisuga. Sempre pronto a prendersi tutti i meriti quando un suo cocco sfonda il mercato, e sempre pronto a scaricare quando qualcosa non tira. Il suo uccello, per esempio, quando non gli tirava era colpa della ragazza, che non era abbastanza figa, mica colpa sua. Sempre col culo coperto. Dovevi spaccarglielo, il culo, Clo, avevi il diritto.
E' un ladro, sono dei ladri, Clo, ogni lira guadagnata da loro è una lira rubata, non abbiamo bisogno di pagare nessuno che ci scelga la musica, eh, Clo? E che strazio per te vedere che tutto questo continua così e che probabilmente andrà avanti così per sempre, per sempre e che non c'è niente che possa fermarlo. Che non c'è nessun bastone da infilare tra gli ingranaggi, nessuna spranga da infilargli su per il culo a quei bastardi.

Che schifo, Clo, non ci pensare. Anche ammazzandoli tutti ad uno ad uno ne salterebbero subito fuori di nuovi, come gli spacciatori, hai voglia ad arrestarli. Ammazzarli tutti, Clo, ammazzarli tutti sarebbe inutile, però sarebbe giusto. Tanto tutte le cose sono inutili.
Ha mai sentito, Clo, un produttore che abbia detto a un cantante Io ti devo qualcosa? Io mai, Clo, mai. Non si usa, vero?

Ormai è finita, Clo, ti hanno impacchettata per bene nella tua bella villa, ti hanno digerita per bene. Sei come una di quelle sostanze dentro le pillole di gelatina se la gelatina che dovrebbe sciogliersi nello stomaco non si scioglie, che la sostanza è dentro e magari la puoi anche vedere, ma non c'è nessun effetto. Il sistema ha creato uno schema apposta per te e ti ha lasciata lì a strillare, senza badare a quello che dicevi. Pratica archiviata. Il sistema si legge i titoli senza badare ai testi. Bambina cretina. Pensa un po', Clo, che in fondo hai sempre fatto di testa tua e non hai mai seguito i suoi consigli e lo stesso per un po' hai dovuto mantenerlo.
Poi no, basta, hai chiuso il rubinetto. E' bastato avere abbastanza soldi e abbastanza potere. Ti sei prodotta da sola. Ti sei accorta che produrre un disco non è un compito, non è un lavoro, non è niente. Niente che meriti di essere pagato. Niente, Clo. Allora l'hai capito. Non c'erano compiti in più rispetto a prima, rispetto a quando c'era lui. C'erano solo più soldi che arrivavano, c'erano percentuali diverse da prima. C'era solo da suonare e cantare e scrivere e comporre, come facevi anche prima, Clo, suonare la musica, cantare le canzoni, tutto lì, niente di più. Farlo senza nessuno dietro il vetro, senza essere interrotti dai giornalisti, senza appuntamenti per interviste, niente spot, niente video. Niente 45 giri, singoli di lancio, remix, minicd o altre cazzate, solo dischi, dischi e basta.

Oh, Clo, perché c'è tutto questo ricambio di ragazzini, via uno arriva un altro, se uno rifiuta ce ne sono mille pronti a sostituirlo, perché è tutto così nebulizzato, atomizzato, singoli di fronte a un muro, monopsonio, perché non c'è un fronte compatto, eh?

Non passi nemmeno più per una trasgressiva, Clo, la trasgressione è un'altra cosa adesso, è sempre stata un'altra cosa qui dentro. Trasgredire vuol dire inserire dei cazzo e dei vaffanculo a caso nei propri testi, che ormai lo fanno tutti, mixare col volume della chitarra elettrica un po' più alto di prima. Trasgredire vuol dire far finta di masturbarsi sul palco, o farsi fotografare nudi in copertina. Questi sono messaggi trasgressivi. Trasgressivi vuol dire gridare di essere froci o lesbiche e vantarsene, come se essere froci o lesbiche non fosse un fatto naturale, ma fosse una scelta. Questa è trasgressione, accavallare le gambe durante le interviste alla tele e non avere le mutande sotto. Vestirsi da puttane ai concerti. Fare finta di essere fatti, fare gli spogliarelli alle feste dove ci sono i fotografi. Queste sono trasgressioni che la pubblicità può veicolare, Clo, nient'altro. Scrivere una canzone che comincia così, Porco dio mi si è smagliata una calza, tra un po' vedrai che qualcuna lo farà, vedrai che scandalo, vedrai che indignazione, che pubblicità. Vedrai quanti dischi venduti tra un po'.
Tutto il resto non paga, dice lui, dicono loro. E' che non hanno voglia di pensare. Hanno bisogno di schemi. Di galline dalle uova d'oro.
Sei un cattivo esempio, Clo, sei un cattivo esempio per loro, i tuoi milioni di dischi venduti senza pubblicità e senza scandalo, sono cattivi esempi uno sull'altro. Sono un caso a parte, un'eccezione. Consumatori che sbagliano. Che hanno preso un abbaglio.

Ci vorrebbero cooperative, cooperative di musicisti che gli mangiassero il mercato a quegli stronzi, che li schiacciassero contro il niente, contro il vuoto. A voler essere buoni. Ma a voler essere giusti ci vorrebbero le sale di tortura, i fucili, le spranghe. Incendi, furti, saccheggi, violazioni di domicili. Violenza ci vorrebbe. L'unica cosa che capiscono quegli stronzi. Se no si voltano dall'altra parte e non guardano, si tappano le orecchie e non ascoltano, staccargli la testa a sprangate, allora sì che se ne accorgono, allora non si possono più voltare.

Hai proprio una bella villa, Clo, con tanto verde e tante recinzioni attorno. Non ti fanno mai uscire, eh, Clo, dicono che è pericoloso, per te. Da quanto è che non metti il naso fuori? Da quanto è che non vedi gente vera, gente autonoma, della quale tu non sia il baricentro economico, gente che sta perennemente attenta al tuo umore, come se tu fossi una cosa preziosissima e fragile, eh? e tutti ti controllano, come se fosse troppo pericoloso lasciarti a te stessa, lasciare che tu ti maneggi da sola. Perché cercano di farti fare le cose che vogliono loro dandoti sempre ragione, cercando le leve, i comandi per guidarti, farti cambiare idea di tua spontanea volontà, telecomandarti. Da quant'è che nessuno ti tratta male, che nessuno ti manda affanculo, eh? Perché tutti si trattengono, anche se avrebbero un voglia incredibile di farlo, Clo? Stanno assorbendo la tua rabbia, stanno cercando di ammorbidire tutto, di fare sembrare le tue durezze ingiustificate. Ti trattano troppo bene, Clo, cercano di addormentarti. Cercano di farti sentire tu la stronza e gli altri i buoni. E' così, Clo. Sei recintata ormai.

Sogni sempre più spesso, dico di notte, sogni sempre più spesso di uscire, di uscire fuori dal recinto, e che fuori ci sia una folla di gente ad aspettarti e che la folla ti riconosca e si avvicini a te e ti circondi e poi che tutti cerchino di toccarti, e che qualcuno cominci a strapparti via un pezzo di vestito, prima un bottone, poi un brandello di stoffa, e che poi insieme ai pezzi di vestiti comincino a venire via anche pezzi di carne, carne tua, Clo, e che uno si metta a strapparti i capelli a ciocche e un altro si prenda i tuoi occhi e che gli altri comincino a morderti e ti stacchino via pezzi di dita, finché non ti squartano e si dividono i resti del tuo corpo e tu sei contenta come non sei mai stata, sei contenta perché sei dentro la gente, dove hai sempre cercato di essere, sei contenta che non ci sia più nessuna distanza tra loro e te, quella distanza che sentivi dentro il recinto.
Sarebbe una bella fine, Clo, peccato che poi ogni volta ti svegli. Di nuovo dentro il recinto. Di nuovo in gabbia. Lontanissima da qualsiasi cosa, da qualsiasi persona.
Sarebbe una bella fine, Clo, ma è solo un sogno. Nessuno in realtà ti impedirebbe di uscire dal recinto, nessuno potrebbe fermarti, se tu volessi. Ma fuori, lo sai anche tu, non troveresti folle che aspettano di farti a pezzi. E senza folle non vale la pena di uscire, vero Clo? Non ti cagherebbe nessuno. Sai che delusione per te? Hanno altro da fare, lì fuori, altro a cui pensare. Allora ti sentiresti ancora più lontana, ancora più inutile. Ma più che altro, la tua paura, Clo, è che una volta uscita, poi di notte non sogneresti più. Non sogneresti più di te fuori.

Ma tu hai una pistola, Clo, una pistola. Te l'ha data lui, per difenderti, da non sai cosa. Ma tu sai perché te l'ha data, vero, Clo? C'è solo un motivo valido per lui. Potrebbe pubblicare raccolte materiali inediti, registrazioni di concerti, potrebbe pubblicare per anni, e riprendersi i soldi che non hai voluto dargli. Lo farà, Clo, lo faranno, l'hanno fatto ogni volta. Per questo danno le pistole a quelle come te.

Perché vedi, adesso sei lì svaccata sul divano col televisore acceso e una pila di film in videocassetta e parli a voce alta da sola, fai commenti sul tipo di inquadrature e di riprese, fai commenti da sola sui dialoghi, sulla prevedibilità della trama. Se l'attore protagonista ti sta sul cazzo gli gridi stronzo e alla donna che si rotola con lui gridi puttana. Poi te la ridi tra te, mostri allo schermo il dito medio. Poi lanci i bicchieri vuoti contro il televisore e non lo becchi mai. E il film continua normalmente, nessuno lì dentro cerca di scansarsi, lo sanno già che non lo becchi mai. Ed è tutto così inutile, non c'è nessuno che ti caghi. Non c'è mai nessun personaggio che ti guardi negli occhi e che ti parli, nessuno guarda mai dritto verso la cinepresa. Perché? Ma dove sono andati tutti gli altri, Clo? cos'è? ci sei rimasta solo tu a questo mondo, davanti al quel fottuto schermo, dov'è che succedono le cose, dove sono i posti e i momenti, eh? Dov'è la vita, dov'è il mondo, dove se n'è andata la tua vita, Clo? Cos'è che ti è rimasto attaccato, che ti resta ancora, eh?
Perché adesso vedi quei due corpi che si rotolano sullo schermo, e poi perché le donne nelle scene di sesso dei film sembra sempre che stiano soffrendo? Perché sembrano tutte così incuranti della tua invidia? Ma quando facevi del sesso eri anche tu così, avevi anche tu quella faccia? Ma poi, non è strano provare invidia per due che si stanno rotolando dentro uno schermo?
Ma non invidia ad esempio di quel preciso istante che si vede adesso, con i due che rotolano, no, invidia per i momenti che vengono prima di quella scena e che nel film non si vedono, oppure di quelli che vengono dopo, che non si vedono neanche quelli. Tipo loro due che salgono le scale di casa, oppure sigarette, corsa a piedi nudi verso il frigo. Lui che dorme. Fargli il solletico. Dito medio a lui che dorme e non se ne accorge. Mandare a fare in culo lui che dorme. Usare le sue mani senza svegliarlo. Invidia di questo.
Quant'è che nessuno ti tocca veramente, Clo? Cioè, che qualcuno senza nessun motivo apparente viene là e ti stringe un braccio o ti accarezza il collo? Perché occorre sempre un motivo perché a te succedano queste cose? Perché anche questo per te è tutto così Nessi Causali, Rapporti Concatenati?
Perché vedi, sei lì seminuda svaccata sul divano, e dovrai fare tutto da sola anche stavolta, Clo, e i due continuano a rotolarsi sullo schermo. Perché essere accarezzati da qualcun altro è sempre una cosa così completamente diversa di quando ti accarezzi da sola, così completamente migliore? Che svantaggio.
Perché adesso, vedi, sei lì che stai scaldando la canna della pistola tenendola tra le mani. Perché la canna di una pistola, si sa, è fredda, e per quello che devi fare non è piacevole usare le cose fredde. E neanche le cose così pesanti, di solito. Perché tu lo sai perché cosa sono fatte le pistole, Clo, le pistole che danno a quelle come te, no? Servono a una sola cosa, Clo.
Perché è veramente faticoso quello che stai facendo, Clo, perché una pistola è pesante, veramente faticoso. Perché ci metterai un sacco di tempo per venire. Venderanno un sacco di dischi, lo sai, Clo. Dischi tuoi. Dischi che non avresti mai voluto pubblicare. Si prenderà un sacco di soldi. Soldi che non avresti mai voluto dargli. Perché, ecco, finalmente anche tu avrai avuto un finale trasgressivo.

Perché, Clo, c'è un solo finale possibile quando ci si masturba con una pistola.
Premere il grilletto, Clo, e far venire anche la pistola.



FINE DELL'ADOLESCENZA

Se uno viene a me
e non odia suo padre e sua madre
e la moglie e i figli
e i fratelli e le sorelle
e perfino la sua propria vita,
non può essere mio discepolo.
(Luca 14 : 26)

Perché vedete, avrebbe potuto anche fornircele lui le divise, il signor Ti. E' fuori discussione, ha detto, se vi beccano non ci dev'essere nessun modo per poter risalire a me. Grazie mille. Così se la cosa funziona si beccherà lui tutti i meriti. A me dei meriti non è che me ne freghi molto, ma solitamente dove ci sono meriti ci sono anche soldi, e quelli mi interessano, come no. Che poi sarà davvero così onnipotente questo signor Ti, che non so nemmeno il suo nome vero e non l'ho quasi mai neppure visto in faccia? Nemmeno le divise ci ha procurato, ho dovuto cercarle io per vie traverse. Tra l'altro si vede lontano un miglio che sono fasulle, ho quasi vergogna a metterla. Ora eccoci qua io e Lupo dentro la cinquefette che aspettiamo l'ultimo momento per mettercele. Sai, due poliziotti in una cinquefette è una faccenda un po' sospetta. Che poi mi viene già da ridere, fino a adesso non è passato nessuno nel vicolo, ma sono sicuro che appena è ora di andare ci sarà sai quale sfilata di personaggi, e sai, due poliziotti che scendono da una cinquecento è una cosa che non si può non notare. Io sono anche troppo basso per fare il poliziotto, uno se ne accorge subito. Bè, comunque non è che la finzione debba durare molto, a noi basta solo che ci lascino entrare in casa, poi è fatta. Il problema vero sono gli altri poliziotti che aspettano il cambio e gli altri poliziotti che vengono a darglielo. Il buco che c'è tra i due turni di guardia. Noi ci dobbiamo saper infilare esattamente in quel buco, precisamente.
Che poi dover aspettare così dentro questa cinquecento è veramente una cosa stressante. Fosse stato per me sarei venuto all'ultimo momento, ma Lupo ha detto non si sa mai quello che può succedere per la strada se veniamo colla cinquecento. Così siamo qua ad aspettare. Che poi ho fatto per accendermi una sigaretta e Lupo si è incazzato e ha detto che i poliziotti non fumano mai in servizio e poi la cinquefette era troppo piccola e saremmo morti tutti e due asfissiati. Ho fatto per aprire il tetto e Lupo mi ha guardato storto, non vedi quante cagate di piccione ci sono per terra non vorrai mica che ci caghino in testa, no? Ma i piccioni non dormono mica di notte, anche loro? E poi non siamo ancora in divisa, vestiti da poliziotti, lasciami fumare Lupo, vaffanculo.

Mi ricordo alle superiori tutti i miei compagni riempivano i loro diari con testi di canzoni e io dentro il mio ci copiavo i comunicati delle Brigate Rosse.
Mi piaceva un sacco fare i temi di italiano. I primi cominciavano così: "Distruggeremo questo sistema basato sul denaro e sul potere" e regolarmente prendevo quattro. Poi ho capito come si prendeva sette, bastava inserire prima di "Distruggeremo questo sistema basato sul denaro ecc." delle frasi che avessero attinenza col titolo dettato dalla prof. Il tutto dopo un po' mi veniva molto naturale. Ci so fare io con le parole. Alla maturità è uscito un tema che chiedeva se il costruire tante macchine sempre più sofisticate non avrebbe reso anche l'uomo sempre più simile a una macchina. "L'uomo non sta diventando una macchina, l'uomo è sempre stato una macchina. Le macchine sono macchine perché le abbiamo create noi a nostra immagine e somiglianza. Comunque distruggeremo questo sistema basato sul denaro e sul potere."
Non è che fossi un rosso, ideologicamente. Cioè non ero niente dal punto di vista politico. Ero affascinato dal terrorismo, da tutto il terrorismo, anche da quello nero, da Fioravanti, da Vinciguerra, per esempio, oppure anche dall'Ira e dall'Eta. C'era qualcosa di così terribilmente romantico e misterioso, di così eroico e letterario, qualcosa che rimandava a tempi ormai apparentemente andati e tramontati, studiati sui libri di storia, tempi popolati da gente diversa, con alti ideali, insomma finalmente c'era gente pronta a morire per le idee in cui credeva, che è la cosa più alta e nobile che un uomo possa fare, ce l'hanno detto fin dalle elementari, ed erano lì, cioè esistevano veramente, erano dentro i telegiornali e non dentro i telefilm, era come se le strade, le città dove vivevamo si fossero trasformate lentamente nel set di un film, coi buoni i cattivi, gli inseguimenti, le sparatorie e tutto il resto. E poi i loro avversari, i politici, i capi della polizia erano tutti così esposti nelle loro debolezze, come potevano mettersi a confronto con i terroristi, loro, con le loro vite piatte e senza rischi, li vedevi lì che esponevano in continuazione le loro idee senza però essere disposti a pagare niente per difenderle, erano così visibilmente codardi nei confronti di uomini che invece erano disposti a morire, così praticamente identici a tutti i cattivi corrotti e vigliacchi dei telefilm americani con cui siamo cresciuti, no, non ci potevano essere dubbi su da che parte stare. I terroristi erano invisibili, era impossibile anche solo pensare di poterli giudicare, anche ai processi, i terroristi avevano una dignità e una coerenza che nessun rappresentante dello stato si è mai sognato di dover dimostrare. Che poi io in realtà non so se siano stati buoni o cattivi, i politici dico, io posso giudicarli solo per come si manifestavano al pubblico, attraverso le interviste alla tele. E' che quando vedi un politico sai già benissimo prima ancora che cominci a parlare quello che dirà, basta leggergli il partito in sovraimpressione. E' questo più di tutto che mi fa incazzare, la loro mancanza di imprevedibilità, l'assenza della minima novità. Dopo un po' che parlano ti dici ma che cazzo li sto a sentire a fare?

Abbiamo i silenziatori. Sono contento, mi piace sparare col silenziatore. Solo il rumore mi fa paura, di una pistola. E' una questione di timidezza, credo, non mi piace che tutti sentano che sto sparando. Se ho il silenziatore posso sparare quanto voglio, senza vergognarmi o che. Posso fare una strage. Stasera.

E' stato Lupo che ha conosciuto il signor Ti. Lupo dice di conoscere un sacco di gente dei servizi, e probabilmente è vero. Però non so quanto conti veramente questa gente. Il vero ordine gerarchico dei servizi è una cosa abbastanza inesplicabile, almeno vista dal nostro punto, sembra quasi che non ci siano rapporti verticali, ma che ognuno faccia di testa sua e non debba rispondere a nessuno, oppure che ognuno debba rispondere a persone diverse che però non siano dentro i servizi, ma da altre parti, magari più in alto. Che poi all'inizio, le prime azioni che abbiamo fatto io e Lupo, mi puzzava un sacco che usassero noi esterni per farle, pensavo che si servissero di noi come di carne da macello, cioè che magari l'azione prevedesse anche la nostra morte o la nostra cattura e noi non lo sapessimo. Invece Lupo dice che quelli dei servizi non fanno mai loro le azioni, loro si limitano a pensarle e a organizzarle un po', neanche tanto vedo, e poi cercano di avere con noi esterni meno contatti possibile, in modo che se l'azione va male loro non c'entrano per niente e non possono neanche essere coinvolti. Infatti per esempio io e Lupo non potremmo mai provare in un tribunale di essere stati assoldati dai servizi, in nessun modo. La mia paura è che Lupo si faccia abbindolare da 'sti stronzi e penda dalle loro labbra come fossero dei, e che questi lo capiscano e decidano di manovrarci a loro piacimento senza tenere nessun conto della nostra sicurezza. Insomma quelli non rischiano un cazzo, stanno sempre con la faccia pulita e il culo sporco.

Dopo la maturità non sapevo veramente che fare. Il terrorismo rosso ormai si era già esaurito, e poi ormai il comunismo e tutte le altre ideologie mi sembravano solo un insieme di luoghi comuni tenuti insieme dalla rabbia. Ecco, se la rabbia se ne va tutti i luoghi comuni cadono ognuno per conto suo e l'insieme si sgretola. E poi mi ero anche accorto che i comunicati delle Brigate Rosse erano scritti in un italiano piatto e senza stile, sembravano pensati non da una persona, ma direttamente da un ciclostile, e io ero diventato abbastanza esigente in senso letterario. Però l'idea romantica del combattente puro e disinteressato mi era rimasta, anzi si era accresciuta. Quello che mi mancava era una causa per la quale battermi, poter sparare, rischiare la vita. In effetti non avevo remore ideologiche che mi spingessero in una direzione o in un'altra, ero aperto a tutte le cause. Trovatemi un uomo al quale piaccia sparare alla gente e accetterà sinceramente dentro di sé qualsiasi idea che giustifichi le sparatorie e che renda la sua passione una virtù. Io ero proprio questo che stavo facendo, tra l'altro del tutto coscientemente, cercavo un'idea che richiedesse l'uso delle armi per poter essere applicata, un'idea qualsiasi. Per un po' pensai anche di arruolarmi in polizia, ma le gerarchie rigide non fanno per il mio carattere troppo individualista. Certo, se i poliziotti fossero stati come quelli che si vedono nei film americani, cioè fanno quel cazzo che vogliono strabattendosene degli ordini dei superiori e alla fine vincono sempre loro sarebbe stato diverso. Ma vedevo che i poliziotti per strada erano una cosa completamente diversa e così l'idea se n'è andata. Ero talmente insofferente agli ordini e alle gerarchie che feci l'obiettore di coscienza alla Croce Rossa. Lavoravo sei ore al giorno e per il resto mi restava abbastanza tempo libero, così cominciai a frequentare la sede missina che era lì attaccata.

E' che c'è qualcosa nella politica che la rende ambigua, che non si sa se si vuole quello che si dice di volere e non invece l'esatto opposto. Prendi un ecologista, gli sta sul serio a cuore l'ambiente e soffre ogni volta che qualche disastro ecologico va a smerdare qualche angolo di terra. Poi quello stesso ecologista a un certo punto della sua vita entra nei Verdi, che sono un partito politico e a quel punto entrano in gioco variabili completamente diverse, un partito per funzionare ha bisogno di elettori, elettori che abbiano paura, ogni volta che una centrale nucleare salta in aria lui gongolerà come un tacchino.
E' che un partito politico ha bisogno di un avversario per esistere. Questo mi forniva anche una specie di giustificazione al fatto che ho cominciato a frequentare i missini. Se qualcuno mi avesse accusato di fascismo avrei spiegato che nessuno più dei missini auspica in Italia l'avvento del comunismo. I comunisti al contrario sarebbero stati sicuramente i più contenti se l'Italia fosse caduta sotto un golpe fascista. Non c'era niente da temere quindi dai missini. L'Msi era secondo me l'unico partito a perseguire fini democratici e di sinistra, al contrario di tutti gli altri.
E poi magari non sono solo i partiti, sono proprio anche gli elettori che votano per il contrario di quello che vorrebbero in realtà. Insomma, ci dev'essere un motivo se i democristiani sono rimasti lassù per così tanto tempo.
In proposito ho una teoria personale sul corpo elettorale. Secondo me se uno ha una qualche intelligenza la può esprimere solo individualmente. Se due persone esprimono congiuntamente il loro pensiero, l'intelligenza espressa diventa l'intersezione delle due intelligenze, che è minore della somma delle due aree, a meno che i due non la pensino esattamente nello stesso identico modo. Quindi man mano che le persone considerate aumentano di numero e i modi di pensare cominciano ad essere molti, le intersezioni rispetto al totale sono sempre meno e l'intelligenza espressa in media diminuisce.
E' come un bersaglio per il tiro con l'arco, il fatto che la maggior parte delle frecce finisca fuori dal bordo esterno non vuol dire che la gente non mirasse al centro, no?

Adesso è ora di muoversi, abbiamo visto i due poliziotti uscire dal portone ed eclissarsi alla svelta dal vicolo. Io e Lupo usciamo dalla cinquefette e ci infiliamo le giacche delle divise. Nel vicolo non c'è nessuno, camminiamo verso il portone.
L'unica cosa che Ti ha fatto per noi è stato comunicarci il buco tra i due turni di guardia della polizia. C'è un buco di più o meno venti minuti. Non è una cosa che ha predisposto Ti, il buco ci sarebbe stato comunque per ragioni che noi non sappiamo, il fatto è che in teoria nessuno doveva sapere del buco e invece Ti lo ha potuto sapere, non so in che modo. Quando partiranno le indagini per la strage cominceranno a cercare tra le persone che sapevano del buco e Ti non è tra queste persone, secondo quello che sa la polizia. Nel caso qualche magistrato o qualche ispettore iniziasse a fare indagini nella direzione giusta qualcuno dei servizi comincerà a seminare indizi che portano lontano da Ti e i suoi. Sviare le indagini non è molto difficile per i servizi, basta lasciare delle tracce fasulle e la polizia comincia a seguirle quasi automaticamente. E' che gli ispettori sono come affamati di tracce e indizi, che di solito non compaiono così facilmente, è come mostrare un osso a un cane che non mangia da un sacco di tempo, poi butti l'osso fuori dalla porta perché il cane lo segua, no?
Secondo me però c'è anche un'altra spiegazione. Quando gli ispettori si accorgono che gli indizi cominciano a comparire così facilmente, come di solito non accade, probabilmente capiscono che c'è qualcosa di strano, e seguono quegli indizi gentilmente forniti con ancora più sollecitudine, senza fare una piega, senza nemmeno chiedersi più se quella è realmente la direzione giusta. Dev'essere come una specie di segnale che si fanno tra loro.

A noi basta solo entrare in casa, una volta dentro è fatta, non abbiamo altri problemi, dobbiamo solo uccidere tutti, basta che ce lo lascino fare, non dobbiamo preoccuparci di niente altro.

All'Msi non mi aspettavo di trovare granché e infatti non c'era granché. La maggior parte erano militari di carriera in pensione che venivano a chiacchierare tra loro come fossero al circolo ufficiali. Per il resto c'erano alcuni ragazzi abbastanza vocianti e nessuno che li moderasse, anche perché i capi sezione non si vedevano quasi mai, erano sempre altrove. Lupo è lì che l'ho conosciuto, lui non gridava come gli altri, osservava tutto in modo abbastanza superiore. Suo padre era in galera da almeno dieci anni per rapine e ferimenti a scopo politico, ma non è da lui che l'ho saputo, ne parlavano molto gli altri, lì in sezione, erano gli altri a dimostrare un orgoglio che lui non manifestava. Non mostrava a tutti la pistola che teneva nella fondina come invece facevano molti altri. Non penso che credesse molto nelle parole.

La nausea che provavo per i politici si è acuita molto proprio alla sede dell'Msi. Se prima riuscivo a intuire il marcio che c'era, così, per sentito dire, lì l'ho proprio potuto osservare da vicino. La cosa orrenda è che i capicorrente della sede locale affermavano in ogni occasione il loro enorme disprezzo per gli usi e i costumi della politica, come fanno tutti quelli che militano in partiti dell'opposizione, ma no, ormai anche in quelli della maggioranza, e loro stessi erano gli esempi più evidenti di questi difetti. Cioè, chiunque avesse avuto soldi da buttare poteva diventare un leader di partito, a livello locale bastano pochi soldi, specialmente in un piccolo partito. Bastava pagare l'iscrizione a un gruppo sufficiente di amici e poi portarli alle riunioni e farli votare a favore, ecco fatto. Ad esempio quando si votavano i delegati da mandare al congresso nazionale. Chi non aveva soldi abbastanza poteva stare lì a strillare quanto voleva, anche se a parlare era la persona più convincente del mondo, anche se le cose che diceva erano incontrovertibilmente vere, se non aveva i soldi per pagare i voti, per pagare le comparse non poteva cambiare niente. Mi fanno ridere quelli che dicono che in fondo sono le idee che contano e che portano avanti le cose. Se c'è un campo dove le idee non hanno nessun potere è proprio la politica. Perché qui non si tratta di convincere qualcuno, si tratta semplicemente di mettere mano al portafoglio. E non sono solo i livelli più alti e essere interessati, tutto comincia proprio dal livello più basso, dal primo livello. E non occorrono supposizioni, teorie, teoremi per affermare questo, è tutto lì alla luce del sole, basta entrare in una sede locale di un partito qualsiasi e guardare. Ci vogliono i soldi, certo, ma la cosa grave, almeno io la vedo così, la cosa grave è che i soldi bastano e avanzano, che non ci vuole niente altro, nessuna altra qualità particolare. E credetemi, non è così solo all'Msi, non è che i fascisti sono così perché sono fascisti, no, è la politica che è così perché è politica. Provate ad andare a una riunione dei Verdi, ad esempio, o di Rifondazione, che tanto le loro riunioni sono aperte a tutti.

Oh, non crediate che il signor Ti si sia degnato di comunicarci anche l'orario del buco tra i due turni, quello abbiamo dovuto scoprirlo da soli, con continui appostamenti, a nostro esclusivo rischio. Così quando abbiamo visto i due in divisa blu che se ne andavano senza che nessuno fosse arrivato a sostituirli, bè quello era il buco che ci serviva, ed è proprio come se lo vedessimo il buco tra i due turni di guardia e ci stessimo camminando in mezzo, stessimo infilandoci dentro questo buco. Perché vedi, anche se il portone è chiuso, noi lo apriamo lo stesso, non è una cosa difficile, basta spingerlo un po' di lato, fare forza contro i cardini, come in tutti i vecchi portoni, come qualunque ragazzo sa. Come io ho imparato a fare a dodici anni, quando le chiavi di casa me le scordavo sempre, perché vedete, anch'io avevo un portone come questo qui, che si apriva facendo forza nello stesso modo.

Io non penso che uccidere un uomo voglia dire fargli del male. Penso che la morte sia una liberazione dal dolore. Non si fa del male a qualcuno uccidendolo. Per fargli del male, veramente del male, bisogna uccidere qualcuno che gli sta vicino, qualcuno a cui lui vuole bene. Perché sono quelli che restano vivi che soffrono sicuramente, gli altri non lo sappiamo. Io la penso così. Se una persona non ha nessuno che gli vuole bene e che soffrirà per la sua morte, ucciderlo non farà del male a nessuno, neanche a lui. La morte è tremenda soltanto per i vivi.

Io non sopporto i pentiti, ad esempio. Nemmeno Lupo, credo. Il fatto che io non li sopporti fa parte della mia indole romantica, credo. Non sopporto le trattative, i compromessi, i contratti. Non sopporto chi manda in galera gente che fino a poco prima gli era amica e che magari si fidava di lui. Perché se qualcuno fa qualcosa per la quale merita di andare in galera, vuole dire che si è procurato un vantaggio, e questo vantaggio è abbastanza grande da bilanciare il rischio di finire in galera. E' un gioco abbastanza equo, insomma. Io rubo, o ammazzo, mi arricchisco, ma a scapito di questo arricchimento rischio di essere beccato. La refurtiva è proprio il prezzo che mi risarcisce del rischio che ho corso.
Ma con i pentimenti e tutte le leggi sui pentiti che lo stato ha emesso l'equità del gioco è andata a farsi benedire. E' come una specie di assicurazione, per i malviventi, e io tra l'altro non sopporto nemmeno le assicurazioni. La parità salta, capite. Si tralascia la giustizia. Non si mettono in galera i colpevoli. Cioè, non tutti. Non i più colpevoli. Perché uno che si pente è due volte colpevole, secondo me, è un uomo non integro moralmente, e sono proprio questi uomini non integri moralmente che lo stato dovrebbe punire, non gli altri, perché la morale deve venire prima di tutte le altre cose per lo stato, non la convenienza. Se no, non so, uno diventa una specie di grossista, a seconda di quanti ne fa arrestare gli scontano la pena, come in discoteca, no?, se ne fai entrare un certo numero poi tu non paghi. Ma stiamo scherzando? Fosse per me uno che si pente meriterebbe il doppio della pena, altro che.
Porca puttana, e invece no, ecco i mafiosi eccellenti, cioè i più colpevoli, che si fanno la bella vita finché possono, poi a un certo punto più per caso che per altro vengono beccati, fanno i nomi di quelli che stavano sotto di loro e dopo un po' tornano a fare la bella vita, a spese dello stato, pure. Vaffanculo. Non riesco a concepire niente di più immorale.

Io so che quando un mafioso ad esempio viene beccato e questo mafioso comunica di voler collaborare, dopo un po' la notizia entra in circolo. La mafia allora cercherà di ucciderlo per tappargli la bocca. Perché la mafia non agisce in base alla rabbia, non cerca vendette visceralmente, cerca solo di fare quello che è meglio per lei. E se riesce a zittire per sempre il pentito prima che sia troppo tardi, per lei è bene, è molto bene. Ma non cerca di ucciderlo per farlo soffrire, per godere della sua sofferenza, la mafia non è così. Cerca di ucciderlo semplicemente per un'esigenza fisica, matematica, materiale, cioè tappargli la bocca. E se non ci riesce e quello comincia a parlare la mafia non andrà mai a sterminargli i parenti, alla mafia non converrebbe per niente. Perché se a uno ammazzano tutti i parenti non avrà più niente che lo trattiene dal parlare, fare i nomi, spiegare le situazioni, anzi, sarebbe ancora più incazzato e deciso a farlo. Allora, quando sentite che a un pentito hanno ammazzato tutti i parenti, sappiate che lì la mafia non c'entra. C'entrano i servizi. Perché la mafia al massimo, non so, ammazzerebbe un figlio e lascerebbe viva la moglie, per tenere il pentito sulle spine e non farlo parlare. Ma non tutti i parenti.
Quando sentite di un pentito al quale hanno sterminato la famiglia, bè, magari il primo l'ha fatto fuori la mafia, non so, la moglie per esempio, ma poi sono arrivati i servizi e hanno fatto fuori tutti gli altri. E il pentito si è incazzato e non avendo più legami con questa terra ha cominciato a parlare.
Dal punto di vista dello stato questa tecnica ha dato buoni frutti. Vedete Buscetta, ad esempio. Il fratello di Peci, anche, vedete.
Questo è un compito che mi soddisfa parecchio. A me i calcoli non interessano molto, solo un po' i soldi, poco anche quelli. Se si tratta di far star male un pentito io sono sempre pronto, forse lo farei anche gratis, per adesso. E ho pure la coscienza tranquilla, nel caso soffrissi di questi problemi, perché sto rendendo un servizio utile per lo stato, sto sconfiggendo la criminalità dall'interno. Perché vedete, questi pentiti, che poi parlino o no a me non me ne può fregare di meno, per me l'essenziale è che soffrano per i loro parenti morti, io la mia parte l'ho fatta. Perché vedete, così il gioco è di nuovo un po' più equo, non come prima, uno non può pentirsi e avere tutti i vantaggi, no, questo sarebbe immorale. Bè, così penso di fargli abbastanza male.

Perché vedete, adesso c'è questa famiglia di uno che non solo non si è ancora pentito, ma che deve ancora essere arrestato. Si stringono i tempi oramai. Tra l'altro pare che sto qua non sia neanche un mafioso, ma sia proprio uno dei servizi, uno interno insomma. Chissà dov'è in questo momento, boh. Ah Ah. Che saliamo veloci le scale io e Lupo, che adesso siamo proprio al piano giusto, che c'è il corridoio lungo la ringhiera e la porta in fondo, come nei film dell'orrore. Che le nostre scarpe mica c'hanno la suola di gomma e fanno rumore che rimbomba nella cassa armonica della tromba delle scale, proprio come nei film. Che noi suoniamo alla porta e ci mettiamo ad aspettare e ad ascoltare i rumori che vengono di là dal legno lucido e che questi rumori corrispondono a movimenti e questi movimenti sono come scene rallentate dentro le vene nel nostro sangue. Che i movimenti si avvicinano e danno vita alla serratura e alla porta e la serratura scattando ad esempio fa molto più rumore di una pistola col silenziatore e che questi rumori che danno vita alla porta fanno girare la porta sui cardini e la capovolgono verticalmente e dietro la porta appare una donna. La faccia di una donna prima, poi anche tutto il corpo. Perché vedete, quando vedo quella donna c'è un capovolgimento longitudinale del piano della mia attenzione. Perché la donna non è impaurita, non è arrabbiata, non è annoiata, non è scocciata, ma è semplicemente sorpresa e sollevata e non perché mi sta guardando la divisa, non è vedendo le divise che le va in circolo istantaneamente la sicurezza che le vedo sul viso, la mia divisa e la divisa di Lupo, ma perché ha visto la mia faccia e alla divisa non c'ha nemmeno fatto caso e nemmeno alle pistole silenziate col silenziatore. Perché, vedete, adesso ci fa entrare a me e a Lupo non come farebbe entrare due agenti di scorta, ma come farebbe entrare suo figlio e un amico di suo figlio. Neanche quando dopo che siamo entrati Lupo le punta la pistola in faccia e fa fuoco sembra sorpresa, il suo atteggiamento non cambia e cade a terra immediatamente così, come senza accorgersi di morire, immediatamente morta.
Perché sparse nelle altre stanze della casa ci sono altre persone che più o meno reagiscono nello stesso modo mentre io e Lupo le uccidiamo, senza provare paura e aspettarsi che possa succedere loro qualcosa di male.
Perché infatti non sono loro che soffriranno, non soffrirà la donna, non soffre già più, vedete, né soffrirà l'uomo che probabilmente era suo marito e che ora sanguina morto sulla poltrona davanti al televisore acceso. Non soffriranno le due ragazzine in camera da letto, non soffrirà nessuna di queste persone.
Soffriranno gli altri, eventualmente, quelli ancora vivi. Se questa gente avesse un figlio, per esempio, fratello delle due ragazze nella camera da letto, soffrirebbe lui, eventualmente. Lui sì che è ancora vivo. Lui sì che può ancora soffrire.

Perché da non so dove se ne spunta fuori il signor Ti, come nel più prevedibile dei gialli, e forse dovrei essere stupito, ma ormai il piano longitudinale della mia attenzione è talmente alterato che niente potrebbe più farlo.
Perché ora Ti ci parla e ci spiega, più a me che a Lupo, Lupo sapeva già tutto fin dal principio, e Ti ha un'aria molto cinematografica nell'esibire il suo discorso. Perché ci spiega, mi spiega una prima cosa, che già sapevo, che il motivo per cui si uccidono tutti i parenti a una persona è quello di rendere quella persona non ricattabile.
Perché vedete, mi spiega Ti, la cosa che ci impedisce di essere veramente liberi è una sola, che ci impedisce di fare quello che vorremmo veramente fare è una sola, l'amore. L'amore che proviamo per le altre persone, l'amore per i nostri padri, per i nostri figli, per le mogli, per le mogli degli altri. E' l'amore che ci trattiene in tutto, che ci frena, che ci impaccia nei nostri movimenti. E le famiglie sono i principali contenitori di questi impacci, sono canalizzazioni di consuetudini, anche se magari non c'è per niente amore all'interno di esse, ma di solito c'è, quello che formalmente viene chiamato amore, quello che si deve per contratto, per gli usi e le consuetudini. Perché la famiglia è come un ombrello aperto, ti ripara dalla pioggia, ma ti impedisce di correre.
Perché io, dice il signor Ti, quando sono entrato nei servizi ero abbastanza vecchio da non avere più i genitori. Perché sarebbe stato un grosso problema se per caso li avessi avuti ancora. E non avevo altri legami stretti con nessuno, vedete, così nessuno mi avrebbe potuto ricattare, facendo leva sui miei affetti. Semplicemente non ne avevo. Poi, certo le altre cose, rimangono sempre altre cose, ma non sono mai così importanti come la famiglia. Non mi sono mai sposato. Con le donne ho avuto rapporti del tutto fisici, vedete, quei tipi di rapporti che rendono indifferente andare con una piuttosto che con un'altra, rapporti che rendono le donne facilmente sostituibili. D'altra parte questa non è mai stata una vera e propria rinuncia da parte mia, mi è sempre stato estremamente difficile sopportare le donne se non nel loro corpo.
Niente che possa intralciare la gerarchia, capisci? semplicità e chiarezza nei rapporti con le persone, influenze monodirezionali, non influenze reciproche. Ordini che partono e arrivano a destinazione così come sono partiti, puri, fedeli, senza interpretazioni. Penso che sia questo l'assetto migliore delle cose.
Perché vedi, non amare non è una rinuncia, io l'ho capito alla fine, è solo un modo per riappropriarsi di se stessi, un modo di vivere più pieno rispetto a prima, vivere continuamente e assolutamente in prima persona. E' il solo modo di vivere libero, assolutamente libero.
Perché vedi, chi entra nei servizi deve averla questa libertà, deve essere libero di eseguire le istruzioni senza nessun attrito interno, senza nessuna remora, capisci, senza essere impacciato da niente. Movimenti sicuri ed efficienti. Nessuna deviazione.
Perché vedi, ti abbiamo osservato, è tanto tempo che ti osserviamo, attraverso Lupo. E' che ragazzi come te non nascono tutti i giorni, non crescono come sei cresciuto tu, non si sviluppano, oppure si, ci sono da qualche parte, ma noi raramente veniamo in contatto con loro. Purtroppo. Per loro e per noi. Quando però ne avviciniamo uno è difficile che ce lo lasciamo sfuggire. E' difficile farci desistere. Perché vedi, ne abbiamo bisogno. Veramente.
Perché vedi, è estremamente raro per noi poter lavorare con del materiale umano come te. Non capita spesso, veramente. E' raro trovare persone così poco impacciate in questo mestiere. Ecco, io non so che rapporto avessi con la tua famiglia, se buono o cattivo, so solo che sei stato messo alla prova, una prova che pochissimi hanno superato e che tu invece hai eseguito in un modo che mai avevo visto fare, da nessuno prima di te.
Adesso ti è rimasta aperta un'unica strada. Non penso che vorrai o potrai vendicarti per la prova alla quale sei stato sottoposto, vedi, i servizi sono così incorporei, così impersonali e incapaci di passioni violente come la sofferenza, perché vedi, nessuno di noi ha una famiglia o vuole veramente bene a qualcuno, e allora è impossibile farci del male e vendicarsi di noi.
Perché vedi, io non ho paura di morire, nel caso adesso tu volessi uccidermi, nella morte non c'è sofferenza, o almeno non ce n'è di più che in altre cose. Forse potresti torturarmi, ma dubito che ti sarebbe possibile, comunque sappi che in ogni caso io posso suicidarmi in qualsiasi momento, in qualsiasi condizione, per sfuggire al dolore, anzi, non per sfuggire al dolore, ma semplicemente per rendere inutile il tuo tentativo di farmi soffrire. Ma credo tu sia abbastanza razionale da capirlo da solo questo, no?
Perciò vedi questi cadaveri attorno, tuo padre, tua madre, le tue sorelle, sparsi per le stanze del tuo appartamento, non sono altro che vestiti scomodi che ti sei tolto per indossare qualcosa di più libero, ed essere finalmente l'uomo che vuoi essere. E non devi soffrire per loro, poiché loro stessi non soffrono più, e neanche tu soffrirai più per loro perché essi mai più soffriranno, grazie a te, perché tu li hai liberati per sempre da ogni possibile dolore.
Benvenuto nei servizi.



CRISI

Mia nonna guardava sempre le telenovelas. Mi ricordo, prima che scoppiasse il casino di Paolo e dell'eroina ci andavo spesso a trovare mia nonna. Lei stava da sola in un appartamentino piccolo piccolo, non aveva nessuno e non aveva niente da fare. Così passava le giornate davanti al televisore a guardare telenovelas. Cioè, Retequattro non era sul quattro nel telecomando, era sull'uno. Così quando accendeva la tele era già sul quattro. Accendeva la tele alle sette di mattina e la spegneva alle nove di sera. Non invitava mai nessuno a casa, perché doveva seguire tutte quelle vicende, non poteva perdersene una, non apriva mai alla porta, non rispondeva al telefono. Si preparava da mangiare durante gli spot, e faceva sempre in fretta in modo da non perdersi niente. Ma questo succedeva solo quando c'ero io lì, cioè che doveva cucinare per me, perché lei invece quando era da sola si ordinava dei grandi panini dal negozio di sotto, dei panini con dentro di tutto, e se li mangiava indisturbata. Invece quando arrivavo io non voleva, voleva cucinare. Non mi lasciava cucinare a me, no, voleva proprio fare da mangiare lei, perché diceva che ero sua ospite, e allora veniva il bello, quando doveva usare il fornello, metteva la roba sul fuoco durante uno spot, poi la lasciava lì, intanto la puntata ricominciava, la roba rimaneva lì sul gas fino all'interruzione dopo. Non si alzava mai per spegnere prima. Se spegnevo io di nascosto si arrabbiava. Diceva Siediti e stai ferma che ti servo io, sei mia ospite. Si, buonanotte. La pasta era sempre scotta, e le bistecche al sangue. Allora una volta mi sono portata un cronometro e poi ho fatto la media di tutti i tempi tra un'interruzione e l'altra ed è venuto diciassette minuti. Allora poi ho chiesto a mia mamma se ci fosse qualcosa che si cucinasse esattamente in diciassette minuti, qualcosa che dovesse rimanere sul fuoco quel tempo lì. Però, no, mia mamma ha detto, no, la roba sul fuoco mica puoi lasciarla così senza far niente, devi girarla, sennò si attacca. Allora niente. Allora insomma, alla fine facevo così, non ci andavo più per ora di pranzo o per ora di cena, ci andavo ad altri orari. Così metteva su il caffè e basta. Una volta è esplosa la caffettiera. Quando ci andavo a mezzogiorno non la avvertivo prima, così la trovavo là col suo panino gigante, Te ne lascio un pezzo, ma a me facevano schifo tutte le cose che ci metteva dentro, cioè tutte cose così diverse. Magari era buono, però, non so, l'idea. Allora mi portavo anch'io dei panini e così ce ne stavamo lì a guardarci le telenovelas mangiandoci i nostri panini.
Io le telenovelas le guardavo solo da lei, a casa mia mai, perché non mi interessavano molto, così di ogni telenovelas vedevo una puntata sì e sette no, però lo stesso ho visto che riuscivo a seguire perfettamente le trame, perché lì tutte le situazioni si trascinavano con una lentezza metafisica, sembrava sempre che stesse per succedere qualcosa di definitivo, c'era sempre come questo annuncio di qualcosa di tremendo che sta per succedere da un momento all'altro, però quando poi ritornavo la settimana dopo mica era ancora successo, non era successo niente, davvero. Sembrava che in tutte le puntate che mi ero persa quelli lì fossero rimasti lì a grattarsi e ad aspettarmi per non farmi perdere il filo. Gentili. Boh. Ma del resto anche nelle puntate che vedevo, anche in quelle lì succedeva ben poco. Non so.
Più che altro per me era complicato separare le trame l'una dall'altra, perché non era solo una di telenovelas, ce n'era una dietro l'altra, finiva una e cominciava l'altra, sigla finale di Cristal, spot, vai con la sigla iniziale di Gloria, e via così, e per me era difficile capire la differenza, anche perché c'erano sempre gli stessi attori, poi sempre le stesse situazioni. Boh. Erano come un grande flusso continuo di trame, separato longitudinalmente dalle sigle di testa e di coda. Cioè, le sigle, vedete, erano come quei nastri che separano le corsie nelle piscine per le gare di nuoto. Cioè, non separano una sega. Sono lì che galleggiano sopra, ma l'acqua è sempre la stessa.
Mia nonna invece non si confondeva mai, sapeva tutto, tutto quello che era successo, e anticipava anche quello che sarebbe successo. Ormai doveva aver capito che c'erano delle situazioni cicliche nelle trame. Allora mi diceva Stai a vedere che ora succede questo, come se si trovasse di fronte a un meraviglioso fenomeno della natura e volesse rendere partecipe anche me dei segreti che aveva capito in tanti anni di osservazione. Boh. Durante gli spot io e la nonna parlavamo di telenovelas.
Poi una di queste volte che ero da lei, quella volta che volevo raccontarvi, è successo questo. E' successo che c'è stato un blackout che è durato veramente un sacco, non so quanto esattamente, ma a me è sembrato eterno. All'improvviso si è spento il televisore, no?, si è spento all'improvviso, e siccome c'era solo quello di acceso, allora la nonna non aveva capito che era un blackout e cercava di riaccendere con il telecomando. Invece io, che sono più industrializzata, avevo capito, cioè, avevo paura di aver capito e mi sono alzata e ho schiacciato l'interruttore della luce e ho visto che non si accendeva niente. Niente, nonna, manca la luce, le ho detto, è inutile. Ora ritorna, stai calma. Sarà questione di pochi secondi, vedrai. Invece quella volta non c'ho preso per niente, perché è stata un questione molto più lunga, ma io non lo sapevo ancora. Allora niente, subito mia nonna continuava a guardare il televisore spento come se fosse ancora acceso, per non perdersi nemmeno un secondo quando tornava la luce, e fissava il televisore e non si muoveva. Solo che dopo un po' che stava lì così ha cominciato a essere nervosa, si girava sempre più spesso verso di me, e aveva una faccia che mi chiedeva spiegazioni di quell'increscioso protrarsi dell'oscuramento, anzi, non è che mi chiedeva spiegazioni, sembrava proprio che la responsabile fossi io. Ma cosa si può fare? mi ha chiesto. E io Niente, nonna, bisogna solo aspettare che ritorni la luce. Torna da un momento all'altro, ora vedi, calma. Invece lei non stava calma per niente, infatti si è alzata ed è andata vicino al televisore e si è messa a controllare tutti i pulsanti e poi mi diceva Tu che riesci a accucciarti, guarda la spina se va bene, se è messa a posto. Non centra niente la spina, nonna, non vedi che anche la luce non va? E' una questione di corrente, no? Non possiamo far niente, dai siediti lì tranquilla che ora torna. E se chiamiamo un tecnico? mi fa. Ma che tecnico, nonna, e cosa fa il tecnico? Non è rotta, nonna, bisogna solo aspettare che torni la luce. Siediti lì buona. E quando torna la luce? mi fa. Tra poco, nonna, tra poco.
Era tremendo, no? Era tremendo. La cosa più tremenda di tutte era il silenzio che c'era nell'appartamento. Perché invece di solito mia nonna tiene il volume a stecca, e invece ora tutto taceva e a me faceva impressione vedere tutte le cose, così, in silenzio. Cioè, tutti i soprammobili, ad esempio, era strano vedere che esistevano lo stesso anche in silenzio, che loro c'erano lo stesso. Cioè, perché quel posto sembrava proprio un altro posto invece, sembrava completamente diverso con quel silenzio e allora io guardavo le cose ad una ad una per vedere che cosa c'era di diverso, guardavo i soprammobili, il frigo, le sedie, i centrini sopra la tele ed era tutto come prima però invece era tutto diverso. Ma poi era tutto troppo strano con quel silenzio, era tutto nuovo. Ad esempio le voci di me e mia nonna che ci parlavamo, era strano sentire le voci così, solo le voci, senza niente in sottofondo, era una cosa troppo sgradevole, le nostre voci nude, come quando uno ascolta l'autoradio una canzone che gli piace e comincia a cantarla pure lui, no? e non si accorge che è troppo stonato, non se ne accorge mica, perché in sottofondo c'è quello che canta bene, che canta giusto. Poi all'improvviso, non so, la musica finisce, e quello continua a cantare per inerzia, a allora se ne accorge che è troppo stonato, quando non c'è più la musica sotto. Allora ci rimane troppo male, e la sua voce gli sembra troppo orrenda e nuda. Ecco le voci di me e mia nonna ci sembravano così, troppo brutte, così senza niente in sottofondo.
Man mano che la luce non tornava la tensione nell'appartamento cresceva a dismisura. C'era mia nonna che stava irradiando nervosismo tutt'intorno, tutte le cose intorno era come se guardassero anche loro fisse verso il televisore e aspettassero che si riaccendesse. Mia nonna continuava a accendere e spegnere l'interruttore della luce, poi diceva Ecco, così è acceso, appena torna ce ne accorgiamo subito. Poi si sedeva e dopo un po' le veniva il dubbio, e mi diceva, prova a schiacciare, guarda se si accende, e non si accendeva, e allora lei Allora rimettilo acceso com'era prima, così appena torna ce ne accorgiamo. E poi si comportava come se io ne sapessi più di lei e la volessi tenere all'oscuro, mi guardava come se io conoscessi un modo per far tornare la luce e invece non facessi niente. Boh.
Poi allora si è alzata ed è andata di là dove c'è il telefono e provava a chiamare sua sorella, mia zia, che sta a Sestri, per sentire se anche là mancava la corrente. Però non rispondeva nessuno. Quella vacca si sta guardando Cristal, scommetto. Nonna, le faccio, ma perché, tu rispondi al telefono quando stai guardando la televisione? Sì, sempre, fa lei, potrebbe sempre essere qualcosa di importante, una disgrazia. Si, vabè, faccio io, vabè vabè. Però che vacca, fa mia nonna, potrebbe rispondere, ora lascio suonare finché non risponde. Nonna, dai, lascia stare, lasciala stare. Tra un po' vedrai che torna, mica può durare in eterno, no? Stai brava. Sì, buonanotte, invece lei stava proprio rifacendo il numero ed era incazzatissima che sua sorella in quel momento potesse vedersi Cristal mentre lei stava soffrendo le pene dell'inferno. Poi ha il telefono proprio di fianco al televisore, fa mia nonna, quindi con il telefono che suona non riesce a sentire più niente, tò. Perché e me basta anche sentire, lei alza il telefono, che è attaccato alla televisione, e io ascolto Cristal, a me basta sentire, non occorre mica che veda. Poi, magari, se succede qualcosa che bisogna vederlo per capirlo, me lo spiega lei con la voce. Macché, non alza mica quella buona donna. Ora riprovo di nuovo. AH! Gridolino. AH! Ora è occupato. Come mai? Ahn, HA STACCATO IL TELEFONO LA VACCONA. Ma guarda se si può essere più maledetti.
Poi la nonna ha avuto quest'altra idea. Ha aperto la porta e ha provato a suonare da quelli che abitano nella porta di fronte, sullo stesso pianerottolo. Però non succedeva niente, non si sentiva nessun suono. Nonna, non va il campanello, le faccio, non va se manca la corrente. Allora lei ha cominciato a battere coi pugni contro il legno della porta e a chiamare Signora! Signora! Dopo un po' è venuta ad aprire la signora, Salve, fa la signora a mia nonna, Salve, mi scusi, fa mia nonna, anche da voi non c'è la corrente? Eh sì, fa la signora, pensi che stavo stirando, e devo fare alla svelta prima che il ferro si raffreddi del tutto. Ah, ma pensi un po' che cosa ci va a capitare, allora neanche da voi non si vede la televisione? Eh, no, fa la signora, se manca la luce non si vede neanche da noi, non si vede. Però io vedevo che mia nonna non era molto convinta di questo, lei sarebbe voluta proprio entrare e controllare se anche lì non si vedeva veramente. Anche perché purtroppo c'era un fatto che la insospettiva e cioè che da dentro l'appartamento della vicina lì di pianerottolo si sentiva della musica e delle voci che sembrava che venissero da un televisore. Ma, a me sembra di sentire un televisore acceso, fa mia nonna. No, no, non c'è niente di acceso, signora, magari, non c'è niente di acceso. Ma, mi scusi, fa mia nonna, tentando di penetrare nell'appartamento, mi scusi, ma io sento qualcosa, mi sembra di sentire qualcosa. Allora, insomma, la signora ci rimane un po' male, e si vede entrare in casa mia nonna che schizza dentro il corridoio e va verso il rumore che aveva sentito e in particolare i rumori televisivi provenivano da dietro un porta chiusa, e intanto la signora corre dietro a mia nonna e mia nonna è lì davanti alla porta della stanza che è un po' incerta se aprire o no, Dove sta andando, signora?, chi sta cercando, che cosa vuole? e mia nonna vedendo la signora che stava arrivando apre la porta e Ta! Ta! dietro la porta ecco che appare in tutto il suo disordinato splendore la cameretta di Franco, il figlio della signora, con tanto di Franco stesso in mutande sul letto che mimava le mosse di un mito del rock e con la radio sul comodino a tutto volume. Quando si è visto la nonna, Franco ha subito smesso di mimare il mito del rock e subito girava tutt'intorno alla stanza in cerca dei pantaloni della tuta, e non li trovava perché erano sotto il letto. Invece mia nonna si è diretta direttamente verso la radio del comodino, perché era da lì che provenivano i rumori che lei aveva scambiato che venivano da un televisore, invece era una radio. Ah, è una radio, fa mia nonna delusa. Però come mai va anche senza corrente? Perché va a pile, no? fa Franco stendendosi sotto il letto per beccare i pantaloni della tuta e intanto sua mamma gli fa Franco quante volte ti ho detto di mettere un po' di ordine in questa camera, guarda se questo è uno spettacolo da cristiani, cento volte te l'avrò detto. Ma', fa Franco, dov'è la tuta pulita, che sta qua è lercia come non so. E la mamma fa La stavo stirando la tuta pulita, la stavo stirando, poi è arrivata la signora, è entrata, non so cosa volesse, cosa stava cercando, signora? No, niente, fa mia nonna, va a pile, no, quell'aggeggio? Quale aggeggio? fa la signora. Quello lì della musica, fa mia nonna, e la signora fa Franco, abbassa quell'affare se no giuro che te lo spacco. E Franco fa Seeeeee. E mia nonna fa Vabè, mi scusi tanto, eh, scusi il disturbo. Ma noooo, quale disturbo, si figuri, è che c'è un po' di disordine, non le offro niente perché devo finire di stirare, perché se mi si raffredda il ferro poi impazzisco, se non lo faccio adesso non lo faccio più, anche se poi torna la luce chi ce n'ha voglia di rimettersi a stirare, magari ritorna alle otto di sera, cosa devo, mettermi a stirare alle otto? Eh, no, non ce n'ho voglia, santodio, non ce n'ho proprio voglia. E mia nonna fa Ah, come, ritorna alle otto la luce? No, signora, fa la signora, dicevo così per dire. Ah, fa mia nonna, ma di solito a che ora ritorna? E che ne so? fa la signora, mica c'ho gli orari delle partenze e dei ritorni, quando gli gira a quelli dell'enel di farla tornare, che tanto sono tutti una stessa razza di ladri e farabutti come quelli della sip, guardi, dei ladri, ma così ladri, ma così ladri, che non ne ho mai visto, ora è saltato fuori che abbiamo fatto il 144, ma le sembra che siamo gente da fare le telefonate erotiche, noi, ma ci guardi un po', e quelli della sip dicono, ma scusi, lei c'ha suo figlio in casa che potrebbe averle fatte, allora gli dico, guardi nessuno mi deve insegnare come tirare su mio figlio, mio figlio non le ha fatte, se dice che non le ha fatte io mi fido, perché mio figlio è sincero con me, anche perché se le avesse fatte non ci sarebbe niente di male, è l'età, cosa vuole, è l'età, ma mi ha detto che non le ha fatte, e quindi quelli della sip proprio devono stare zitti e tatatan e tatatin e intanto mia nonna stava andandosene verso la porta, poi si è girata e sta qua stava ancora parlando e mia nonna l'ha interrotta e le ha chiesto Ma quelle radio che vanno con le pile, non è che ci sono anche i televisori, che vanno così con le pile? Ah, guardi, fa la signora, io di queste cose proprio non me ne intendo, Francooooo vieni un po' a sentire cosa dice la signora, Francooooooooooo, e Franco invece non veniva e allora anche mia nonna, la signora e mia nonna si sono messe a chiamare tutte e due Francoooooo e alla fine Franco è uscito Cosa c'è? La signora vuole sapere se ci sono anche i televisori colle pile, che vanno colle pile, ci sono? E Franco fa Seeeeeee. Sì, ha sentito signora?, ci sono ci sono, arrivederci eh?, venga ancora a trovarmi, magari avverta prima, non so ci mettiamo d'accordo, eh? arrivederci. Blum. Chiusa la porta. Mia nonna torna dentro casa.
Greta? Hai sentito? Ma lo sapevi te che ci sono anche i televisori che vanno con le pile, lo sapevi? Sì, nonna, lo sapevo. E ce l'hai a casa? No, nonna, non ce l'ho. Stai buona, non fare altre cazzate, ora torna la luce, vedrai, è già durato un bel po', quindi ora deve tornare, siediti là e stai buona. Ma quanto possono costare, quanto può costare un televisore così, eh, lo sai quanto costano? No, nonna, non lo so, ma cosa vuoi, comprarne uno? Ma stai calma, ora torna la luce, stai buona, costano un sacco nonna, costano troppo. Ma io ce li ho i soldi, fa lei. Ma nonna, ma cosa te ne fai di un televisore così, che tra due minuti torna la luce, cosa te ne fai, eh? Eh, così quando succede che va via la luce mi accendo quell'altro, no? E sì, faccio io, perché infatti d'ora in poi si è deciso che mancherà la corrente un giorno no e tre sì, nonna, buona eh? non ti agitare, stai buona lì. Magari qualcuno ce l'ha un televisore così, fa lei, i tuoi amici non ce l'hanno un televisore così? No, nonna, non conosco nessuno che ce l'ha, stai brava. Magari questi qui sopra ce l'hanno, questi di sopra. Potresti andare a chiederglielo, potresti fare una scala. No, nonna, non ce l'hanno, non ce l'hanno, E come fai a saperlo se non vai a chiederlo. Stai brava nonna, non ce l'ha nessuno il televisore così, costano un sacco, non ce l'ha nessuno, costano tanto, nonna, brava, stai brava. Quelli di sotto, fa lei, quelli di sotto c'hanno un sacco di soldi, quelli magari ce l'hanno. No, nonna, non ce l'hanno neanche loro, non ce l'hanno, ci vogliono più soldi, Agnelli, Berlusconi, loro ce l'hanno il televisore colle pile, mica sta gente che vive qua, non ce l'hanno, nonna.
Sai, cosa facciamo? mi fa allora. No, nonna, non facciamo niente, ci mettiamo qui buone buone e aspettiamo che torni la luce, aspettiamo, ora torna, vedi, non può durare così tanto, ora vedrai che torna. No, sai cosa facciamo? Andiamo dalla zia. Lì non mancherà mica anche lì la luce, no? non mancherà mica in tutta Genova, sarà solo questa zona. Sì, nonna, fino a Sestri, ora che arriviamo è tornata anche qua, poi arriviamo là e quella non ci apre nemmeno, così poi ce ne torniamo qua e te ti sei persa il meglio, che invece se ce ne stiamo qua tra un po' torna, tra un po' vedi che torna, stai brava.
Allora ci siamo ripiazzate là sedute davanti al televisore spento ad aspettare. Mia nonna però stava peggiorando. E' andata di là dove teneva tutte le bollette e ha tirato fuori tutte quelle dell'enel, le ultime. Vedi? mi fa le ho pagate, non è che non le ho pagate. Ma non centra nonna, non centra, non è che ce l'hanno con te, non è che lo stanno facendo apposta. Sì, invece, fa lei, lo stanno facendo apposta. Se no perché?
Poi ho visto che mia nonna era tutta sudata. E ho visto anche che stava respirando velocemente. Nonna, vuoi un bicchiere d'acqua? Dai, ti porto un bicchiere d'acqua, ma stai calma, non sta succedendo niente, stai calma, eh? Sono andata di là e le ho preso l'acqua e mentre lei la beveva vedevo che le tremavano le mani. Poi si toccava sempre la faccia. Poi aveva dei tic strani, improvvisamente. Non ce le hai delle pillole da qualche parte, dei tranquillanti, eh, nonna? Poi aveva le palpebre degli occhi che stavano così, a metà, né aperte né chiuse. Nonna, stai calma, stai bene? Ti chiamo un dottore? Ti chiamo qualcuno? Lei ha mosso la testa e ha fatto di no anche con la mano. Poi stava tremando tutta. Poi ho visto che si alzava e che andava di là, io l'ho seguita e lei è entrata in bagno e io sono rimasta vicino alla porta per sentire dentro, e poi sentivo che stava vomitando, e mi sono immaginata il panino con tutte quelle belle cose dentro che finalmente faceva il percorso per il quale evidentemente era nato. Poi non sentivo più nessun rumore e allora ho bussato Stai bene? Ummmhhhh. Poi dopo un po' è uscita ed era pallida e aveva la fronte sudata e via così. E continuava a ripetere piano Ora torna Ora torna Stai brava che ora torna. Poi si è riseduta davanti al televisore e ha cominciato a tirargli roba contro, ma niente che potesse romperlo. Poi si è messa a piangere. Poi mi sono messa a piangere anch'io.
Poi improvvisamente si è sentita la voce di Patrizia Rossetti che stava intervistando Grecia Colmenares e l'appartamento si è di nuovo riempito di suono e di luce. Mia nonna ha preso il telecomando e ha alzato il volume al massimo e ricominciato a bersi quella roba. Istantaneamente. Era di nuovo normale. Sembrava che non fosse successo niente, mai niente. Era di nuovo lì. Ciao, nonna, io vado. Dovresti smetterla di guardare quella roba, le ho detto. Posso smettere quando voglio, mi ha detto lei.



TEMI E COLORI

Nella zona all'aperto dell'Ippopotamus, Temi gira in tondo col suo bicchiere di cointreau in mano e intanto pensa Cazzo che freddo, fa un freddo becco qua fuori, porcaccia miseria potrei mettermi la giacca, ma con la giacca non mi si vedono più le spalle, con tutte le sedute che ci sono volute per abbronzarmi in modo uniforme, poi mi sta male la giacca con sta gonna qua, ma a cosa cazzo pensavo mentre mi vestivo, si può sapere, no, è che qua 'ste luci sono troppo deformanti, alterano i colori, come cazzo fai, a casa stai delle ore per decidere gli abbinamenti, poi vieni qua e queste cazzo di luci ti alterano i colori dei vestiti, è la stroboscopica che mi sta troppo sul cazzo, fa risaltare il bianco, non ti puoi mettere niente di bianco, anche il bianco degli occhi, lo fa troppo risaltare, anche i denti, se sorridi come una scema, no, ora c'ho veramente troppo freddo, mi sa che torno dentro a ballare almeno mi scaldo un po', si, ma prima devo fare una puntata in cesso a controllarmi i capelli, anche i capelli, te stai delle ore a casa a metterteli a posto, poi arrivi qua, un caldo della madonna, sudi, ti cala tutta la spuma, che schifo, io non so come facciano le altre, staranno pensando guarda quella là come fa schifo, devo andare in bagno a controllare, 'ste merde di autoreggenti che continuano ad andare giù, non posso mica stare a ritirarle su ogni due minuti davanti a tutti, faccio finta di grattarmi la gamba, anche grattarsi la gamba davanti a tutti non è che sia proprio fine, no, ecco, la giacca, faccio finta di cercare nella tasca e intanto attraverso la fodera mi tiro su, non devo guardarmi attorno, non devo guardarmi in giro, devo sembrare naturale, se no se ne accorgono che mi sto tirando su la calza, non devo guardare, ecco fatto, prima una, devo fare la faccia come di una che sta cercando e si sta chiedendo dov'è?, dov'é questa cosa che sto cercando nella tasca? ecco, adesso cambio mano, tiro su l'altra, ecco fatto, se ne saranno accorti tutti, chi se ne frega, non me ne frega un cazzo di come la pensano gli altri a me, possibile che in tutte le discoteche del mondo c'è pieno di specchi e qua un cazzo, niente, aspetta, dov'è che ne ho visto uno, ah, ecco dove, dietro al bancone del bar, sì, ma cazzo, mica posso andare là e mettermi a posto i capelli, dovrei ordinare qualcosa, ma cazzo ho già preso il cointreau, poi il barista si ricorda, pensa che sono alcolizzata, no aspetta, il barista è cambiato, non c'è più quello di prima, ci sono due ragazze, via libera, ah, ecco, potrei prendere dell'acqua minerale, sì, ma è proprio da barboni prendere l'acqua, prendo una pepsi, ah, ecco lo specchio, mamma che schifo che faccio, lo sapevo, me la sentivo, ti rendi conto, saranno due ore che giro qua dentro con questi capelli che mi stanno né su né giù, figura di merda colossale, lo sapevo che dovevo controllare, c'ho i capelli a mezz'aria, lo sapevo, mica per niente in tutte le discoteche civili ci mettono un sacco di specchi, così uno può sempre controllare come c'hai capelli, porca troia, qua no, chi cazzo è il gestore di 'sto posto, mi sta troppo sul cazzo, gli riempirei il buco del culo di cocci di vetro da quanto mi sta sul cazzo, mi ha rovinato la serata, capisci, anche se adesso mi pettino, cazzo mi sto a pettinare, tanto ormai mi hanno vista tutti con 'sti capelli di merda che c'ho avuto fin ora, porca merda, no, vabè, ma aspetta, quando è stata l'ultima volta che li ho controllati, all'ingresso ci sono gli specchi, impossibile che non mi sia guardata, quindi andava tutto bene, per forza è sudando che succede tutto il casino, sudando, io non ballo più, non me ne frega un cazzo se c'ho freddo, non voglio più che succeda, cazzo, vabè, ecco, sistemati, tanto che senso ha, mi hanno già vista tutti che sembravo una pazza, porca eva, vabè, magari qualcuno che entra adesso in questo momento, ecco, se uno entra in questo momento e mi vede adesso, ma cosa entra adesso, anche se uno entra adesso ormai c'ho la fama, sono quella dei capelli a mezz'aria, scommetto che tutti stanno parlando di me, quando mi vedono passare mi guardano seri, poi appena giro l'angolo scoppiano a ridere, hai visto è quella coi capelli a mezz'aria, vedevo infatti un sacco di gente che rideva ma non pensavo che fosse per quello, pensavo che ridessero per i cazzi loro, porca merda, tutto perché non ci sono gli specchi, serata del cazzo, tanto vale andarsene a casa, ma chi ce n'ha voglia, aspetta, domani, domani, non so cosa cazzo mettermi, mamma mi fa troppo incazzare, glie l'avevo detto di non lavare il maglione rosso ocra, non capisce un cazzo quella donna, adesso non posso più mettermi niente che stia bene con la gonna quella lunga, no, se no dovrei mettermi quella verde inglese, però con il rosarancio, poi dal maglione spunta il colletto della camicia, no, no, non c'è un cazzo che posso mettermi, lo so, come cazzo devo andare in giro, con la felpa, con la felpa, tanto vale uscire in tuta o direttamente in pigiama, poi lo so, tutti a dire ma quella come si è vestita, ma cos'è daltonica, io me lo compro un maglione domani mattina, cazzo me ne frega, esco in camicia, tanto non è lontano, vado in macchina, esco in camicia e me lo compero e poi me lo metto, e se non hanno quel colore, se non si intona, perché poi io lo so quando sono lì c'è la commessa che ti convince, sì, sì, va benissimo, si intona benissimo con questa camicia e con questa gonna, si fidi, si fidi, poi vai a casa e t'hanno fregato, allora come cazzo faccio, domani non esco, finche non è asciutto il maglione rosso ocra, io non ci vado in facoltà, mi alzo alle sei di mattina e lo asciugo col phon quel cazzo di maglione, poi mi sente mamma, glie ne dico tante che la prossima volta ci sta più attenta, la prossima volta controlla se c'ho ancora qualcosa da mettermi, ma io me lo metto anche se è bagnato, cosa me ne frega, tanto poi addosso si asciuga, ma dov'è andato quell'altro deficiente, sta sempre lì in mezzo a ballare, quel cretino, anche lui, non poteva mettersi qualcosa di più elegante, c'ha gli stessi vestiti che aveva oggi in facoltà, cazzo, quando siamo vicini non so cosa sembriamo, sembra che esco con un minatore, porco cane, mi fa troppo incazzare, ma poi quella camicia giallo taxi che spara completamente, capisci, giallo taxi, tanto valeva che si metteva anche una sirena lampeggiante in testa per cappello, poi vuole anche che nei lenti balliamo abbracciati, eh, sì, perché il giallo taxi sta bene attaccato al body color crema che ho io, sta benissimo, sta di un bene, ora me ne vado, giuro lo mollo qua, tanto un passaggio lo trova, tanto lo sanno tutti qua dentro che sto con lui, anche se stiamo ai due lati opposti, lo sanno tutti, vedono prima lui con la camicia giallo taxi, poi me col body color crema, anche se stiamo staccati si capisce che stanno male, perché loro associano, capisci, associano, è inutile, la prossima volta gli chiedo cosa si mette, ma non ce l'ha una giacca che copra un po' quella merda di giallo, che tra l'altro sembrerebbe anche un po' più elegante e magari qualche volta di sera potrebbe anche mettersela una cravatta, una volta ogni tanto, dico, quante volte glie l'ho detto, ma niente, niente, come parlare al muro, questa pepsi mi ha proprio stufato, ora quasi quasi la butto, dov'è che c'è un cestino, no, è ancora piena, praticamente, se la butto in un cestino fa un rumore incredibile, tutti notano il rumore, poi magari cola tutta fuori dal cestino, si ricordano che l'ho buttata io perché ha fatto rumore e, non mi dicono un cazzo, però mi guardano tutti male, ma già adesso vedo che mi guardano tutti male, ma che cazzo c'hanno, c'ho qualcosa che non va, cos'è, mi sono scese le calze di nuovo, la lattina me la tengo in mano, così almeno c'ho una scusa che 'sto qua e non ballo, ma cos'ha quella lì da guardare, mi guardano tutti per un attimo poi guardano da un'altra parte, c'è qualcosa che non va nel vestito, fammi controllare, PORCA PUTTANA TROIA UNA MACCHIA, una macchia sulla gonna, dev'essere stata una goccia di pepsi che mi è caduta, ma porca di quella merda, non potevo stare più attenta, cazzo, si vede, si vede troppo, si vede da dieci chilometri, mica posso stare qua con la gonna sporca che sembro una stracciona, sembra che mi compero i vestiti usati, sembro una sporca stracciona, porca merda, una macchia schifosissima, tra l'altro il colore della pepsi sta malissimo vicino a quella della gonna, ma non potevo macchiarmi di qualcos'altro, quella stronza che sono, non potevo ordinare qualcos'altro, il sanpellegrino, magari, il sanpellegrino ci stava meglio, porca merda.



IL BACIO GRANDE


parte 1 - analisi statica

Penso vado e gli faccio una sorpresa. Così, non lo faccio mai. Ho voglia di vederlo, così, m'è preso così, questa voglia di vederlo all'improvviso, vedere che faccia fa quando mi vede.

Io voglio distruggere i sentieri contorti tra i campi di papaveri. Oh sì, niente più sentieri contorti. Ma geometriche linee che suddividono rettangoli. E quadrati. Angoli retti. Da ogni punto si vede dove finisce il segmento. Dall'inizio si sa la fine. Si vede la fine. Niente sorprese per il cammino. Niente curve che nascondano cose. Niente sorprese. Niente dietro una curva improvvisamente il Mare. No.

Era con un'altra. E si baciavano. E le loro facce. Lei non capiva. Quando sono entrata. E continuava. Mica mi conosceva. E voleva continuare. No. Lui. La sua faccia. Come uno che scopre che mamma è lì in camera che lo sta guardando. Mentre si sta masturbando.

Io voglio distruggere i sentieri contorti tra i campi di papaveri. Mai più sorprese. Mai più. Comincia un sentiero. E. Voglio vedere dove finisce. Prima. Prima di mettermi a camminare.

Signori miei non so se abbiate mai preso un prodotto farmacologico chiamato Lotoon. E' un sonnifero. C'è un punto del cammino che porta verso il sonno, c'è un punto dove comincia una pianura e tu non puoi controllare più i tuoi pensieri nella discesa. Vedete, non sono sogni. Non sono ancora sogni. E non sono più pensieri. Cioè, pensieri che puoi guidare. Come se versi dell'acqua per terra e sei sulla cima della montagna e non sai da che parte andrà. Sul crinale di un monte. E l'acqua non formerà un ruscello, non resterà unita e non la potrai controllare, non potrai sapere da che parte scenderà. In quale mare. Ecco. Questi pensieri della terra di mezzo. E' un declivio. E' un declivio che porta verso il sonno. Ma non è ancora sonno, il declivio. Tu versi l'acqua. Il declivio è completamente piatto. Non ci sono irregolarità nel terreno. Quelle irregolarità che creano dislivelli microscopici e l'acqua li va a riempire. No, perfettamente liscia la discesa. E l'acqua non forma ruscelli. Si sparpaglia. E forse scompare anche, come acqua nella sabbia. Sai solo che va verso il basso. E là in fondo c'è il sonno. Che è come un mare. E qua, questa discesa è come una spiaggia. E il sonno è come se fosse il mare. E quando i pensieri che hai versato sulla spiaggia raggiungeranno l'altra acqua, quella del mare, non li potrai più distinguere. Si scioglieranno. Non saranno più tuoi. Non li potrai più controllare. E diventeranno sogni.

E io. E io non sopporto queste cose. Io voglio sapere. Voglio sapere esattamente. Che una mia azione genererà un effetto, e questo effetto ne genererà un altro. E voglio sapere prima di fare qualcosa, voglio sapere la fine. Per scegliere le azioni. Mai più sorprese. Mai più.

C'è una parola per tutto questo. Esaurimento nervoso.

Signori miei, apro le gambe e lui entra. Apro le gambe e gli guardo la faccia. Le facce sono eccitanti. Non i corpi nudi, non i gesti, non le parole. Le facce. Le espressioni dei maschi quando entrano in me. Non so se. Se queste espressioni delle facce siano naturali. Cioè vengano naturalmente, quando uno entra in me. Secondo me no. Forse si impara che è bene fare facce così in queste situazioni, così come si impara che in chiesa è bene mantenere un certo contegno. Senza per questo credere in dio. Senza che sia naturale mantenere un certo contegno entrando in chiesa. Sono cose che si imparano. Gli guardo la faccia. Forse si impara dai film a fare facce così. Se fosse per me ad esempio per fare un film porno non occorrerebbe mostrare tutto. Basterebbe inquadrare solo le facce. Questo qui che è entrato in me adesso non mi ricordo come si chiama. Franco, forse. O Giuseppe o Davide. O Golia. Ah, non glie l'ho mica chiesto.

Ecco l'effetto che fa il Lotoon. Ve lo spiegherò non caso non l'abbiate mai preso. Il Lotoon è un sonnifero. Semplicemente fa dormire. Ma ti fa dormire in un modo strano. I tuoi pensieri restano uniti. Hanno paura. Non fanno scherzi. Tu puoi controllarli. Il Lotoon li rende calmi. Li rende lenti. Tu li puoi inseguire, nel caso si mettessero a deviare. Nel caso qualcuno si mettesse a deviare. Li puoi inseguire e riportare sulla strada. E poi c'è il mare. E il mare ha un colore strano. Diciamo che non è trasparente. E' una massa scura. Non ci sono colori e luci. E tu ci puoi dormire. Ci puoi dormire dentro. E' come una stanza con le persiane perfettamente chiuse. E tu ci puoi dormire. Ci galleggi sopra. E dentro. E non ci sono sogni. Questo è l'essenziale. Non ci sono sogni. Che ti mostrino cose spiacevoli o che diventino metafore. Non c'è niente. Il sonno è una stanza perfettamente chiusa. Sigillata. Niente può entrare. E niente può uscire.

Franco o Giuseppe o Davide. Respira forte. Ansima come il mare, come la risacca sulla riva, come pietre che si spostano, trascinamenti di sabbia. La risacca del mare che gli esce dalla bocca, la sabbia che si sposta dentro la sua gola. Gli guardo la faccia che va su e giù. Chiudo gli occhi. E faccio finta. Faccio finta di venire. So che questo è l'unico modo. So. Questo è l'unico modo di venire davvero. Faccio finta e poi vengo davvero. E' l'unico modo di venire davvero. Mi immagino un orgasmo e dopo un po' lui arriva. E' come un modo di chiamarlo. Immaginarlo è un po' come chiamare il suo nome. Anziché dire un nome disegni l'orgasmo nella tua testa. Come puoi disegnare un suono nell'aria. E lui arriva. Come un cane dopo che hai fischiato. Molte cose arrivano così. Questo è l'unico modo. Perché lui risponde. Tutte le volte.

Il Lotoon e i ragazzi. Il Lotoon mi serve di notte. I ragazzi di giorno. Servono a scavare dei solchi. Dei solchi profondi che contengano i miei pensieri. Io li verso in un punto e so già dove andranno a finire.

Non è per l'orgasmo in sé. E' per come mi sento dopo. Dopo il quarto orgasmo i pensieri si stancano. Come uno sciame di api che si posa. E non si sposta più. Si stancano di muoversi da un posto all'altro. Ecco. Tanti orgasmi al giorno mi servono a questo. A stancarmi i pensieri. E' come se ogni orgasmo fosse un bastone e io li prendo a randellate e li stordisco, i miei pensieri. Non è per l'orgasmo in sé. E' per come mi sento dopo. Le cose diventano nitide. Il cervello non interpreta le cose che vede. Le vede e basta. Non sfuma. Non allucina. Non sposta i contorni. Solidifica.

Io voglio distruggere i sentieri contorti tra i campi di papaveri. C'è una specie di trenino che porta le cose della mia testa. Ci sono rotaie. Prima che trovassi lui con quell'altra c'erano molte diramazioni, molti binari morti che portavano le cose della mia testa fuori dal percorso principale. Li spostavano di lato. Li portavano in giro. Deviavano la strada. E c'erano curve. Parti di binari che passavano in mezzo ad alberi e curve. E non sapevi dove saresti finita. Ma allora mi piaceva viaggiare in quel modo. Allora mi piaceva non sapere dove stessi andando. Allora mi piacevano le sorprese. Dopo ho trovato lui con quell'altra. E mai più, mi sono detta, mai più affronterò una curva in una foresta senza sapere cosa c'è dall'altra parte.
Io voglio distruggere tutti i binari morti. Le rotaie, ho cominciato a demolirle. Quelle che penetrano nella foresta. In mezzo agli alberi. Voglio che rimanga solo il tronco principale, che taglia i due emisferi. Voglio così. Che non ci siano diramazioni. Che se parti con il carico delle tue cose, se parti da una stazione sei sicura che non puoi finire che nell'unica altra stazione. Ecco. Mai più foreste. Voglio un mare piatto come un deserto per dormirci di notte. E voglio un deserto piatto come un mare per camminarci di giorno.


parte 2 - analisi dinamica

Mamma dà ripetizioni di stenografia. Ora sta facendo un dettato in salotto. Per fortuna sono specialmente i ragazzi che vanno male in stenografia, così qua vanno e vengono un sacco di maschi. Ci sono altre diverse fortune nella mia casa. Camera mia è vicina alla porta d'ingresso, ad esempio. Il salotto invece è laggiù in fondo, vedete. Mamma chiude la porta quando fa ripetizioni. Mamma vuole che tutte le porte delle camere della casa siano chiuse quando arrivano i ragazzi a fare ripetizioni. Poi in ingresso abbiamo un tavolo da ping pong. Ce l'ha messo mio fratello. Vabè ma non c'entra niente.
Non è che io abbia una tattica di abbordaggio. E' tutto molto semplice. I ragazzi sono prevedibili. Sono la cosa più prevedibile che esiste sulla faccia della terra. Cioè, non se esci sempre con lo stesso. No, questo no. Dopo un po' saltano fuori le stranezze, col tempo. Ma durante la prima mezz'ora che li conosci sono tutti uguali.
Funziona così, di solito. Arrivano questi ragazzi che vengono a ripetizioni di stenografia da mia madre. Ne vengono un sacco ogni giorno, più o meno uno all'ora. Ogni giorno ne vengono quattro o cinque. A volte vengono a coppie di due, più spesso da soli. Suonano alla porta e mamma va ad aprire e li accompagna in salotto. E stanno lì per un ora. E si sente mamma che detta. Per un ora. Dopo un'ora suona qualcun altro. A casa mia sembra di stare a scuola, con la campanella che suona ogni fine di ora. Vabè. Allora poi arriva un altro, di solito sono sempre ragazzi, e quello di prima se ne va. Se è la prima volta che viene mamma lo accompagna fino all'ingresso, se è già venuto altre volte se ne sta in salotto, quello che ha finito l'ora apre a quello che ha suonato alla porta e lo fa entrare e poi se ne va, così uno entra e l'altro esce. Cioè, esce. A volte. A volte, spesso, quasi tutte le volte succede che appunto mi affaccio da camera mia prima che esca e lo chiamo dentro. Dentro di me. Chiudo camera mia a chiave e apro le gambe. Metto su Chopin. Stiamo lì al massimo tre quarti d'ora, poi usciamo e se ne va davvero. Poi vado in bagno a lavarmi. Poi suonano di nuovo al campanello e esce quello dell'ora dopo. Io lo chiamo e così via, di solito quattro volte.


parte 3 - analisi degli scostamenti

arrivano stanno arrivando da tutte le parti dai bordi dai margini invadono tentano di raggiungere il centro come tu vedi una montagna vista dal perpendicolo e gli scalatori che cercano di arrivare alla cima nel centro dell'immagine nel centro onde onde e dune mobili rovinano il mio sonno e agitano i miei pensieri e la mia spossatezza nuove energie recuperate chissà dove nuove energie prelevate che si moltiplicano come vermi senza che io evidentemente il mio sguardo non abbraccia completamente e esistono margini dietro i quali possono moltiplicarsi come vermi senza che io me ne accorga stanno contaminando il sentiero disegnando rughe sulla liscia superficie del mio deserto e del declivio che fa uscire dal sonno evidente che se spiani il mare sarà il deserto ad avere le onde evidente e inevitabile vasi comunicanti come quando rifai il letto e con le mani togli le pieghe dalla coperta perché stia perfettamente liscia tu muovi le onde e le fai sparire dietro il bordo del letto fai sparire le onde le muovi per non vederle ma loro sono lì sotto il bordo e si parlano e si organizzano le sento che si moltiplicano sono le pieghe della coperta le onde devo fare qualcosa devo spegnere le rughe dal deserto e farlo tornare liscio devi avere grandi mani per allisciare la coperta esistono bordi sotto le palpebre ai lati dell'occhio dove si annida quello che non puoi vedere come esistono i bordi del letto dove si annidano le pieghe della coperta che non vuoi vedere come esistono macchine capaci di muovere montagne come esistono movimenti del vento capaci di spostare le dune del deserto arrivano stanno arrivando ce l'hanno con me perché li ho voluti eliminare perché li volevo uccidere non li volevo più vedere ce l'hanno a morte con me perché li volevo far morire mi vogliono uccidere aiuto mi vogliono a pezzi mi vogliono sono tornati dal molto lontano dal bordo del mio occhio dove pensavo di averli cacciati e rinchiusi disinfestati avvelenati distrutto il cibo per loro niente più ad attirarli spaventapasseri nel campo di orzo mai più volevo vederli mai più avrei voluto che tornassero oimè aiutatemi fate qualcosa sono qui nuovamente li ho sfrattati dalla notte e colonizzano il mio giorno pionieri esploratori di nuove terre gravide di frutti sono qui nuovamente sono arrivati a mostrarmi i colori strani a suonarmi gli arpeggi cromatici a saltarmi alla gola a tapparmi i polmoni con l'ansia di nuove sorprese sono tornati i miei sogni di nuovo


parte 4 - sintesi degli obiettivi e dei vincoli

Ehi. Vieni qui.
Eh?
Vieni dentro un attimo.
Cosa c'è?
Vieni.
Tu sei la figlia?
Sì. Dai passa. Non ti mangio mica.
E perché chiudi a chiave?
Così. Hai paura?
Sì. Un po'. Cosa c'è?
Hai voglia di spogliarti?
Eh?
Spogliarti. Toglierti i vestiti. Così.
Sì, lascia. So come si fa.
Allora fallo.
E poi?
E poi cosa?
E poi cosa si fa?
Non ti viene in mente niente?
C'è una telecamera da qualche parte? Microfoni nascosti?
No. Controlla se vuoi. Quando sei tranquillo fammi un fischio.
Ah, Chopin. Suoni il piano?
No. Mia mamma.
Io suono la chitarra.
Interessante. Dai vieni qua. Mica abbiamo tutto il tempo della terra.
No?
No. Senti ti vuoi spogliare o no?
No.
No? Come no? Non ti piaccio.
Non c'entra. Non è per quello.
C'hai la ragazza? Sei fedele?
No, non c'ho la ragazza.
E allora?
Non ce n'ho voglia.
Voi ragazzi ce n'avete sempre di voglia.
Io non mi chiamo 'voi ragazzi'.
No? Come ti chiami? Voi ricchioni? Voi impotenti?
Se ti fa piacere. Dai apri la porta.
Come? Vuoi già andartene?
Sì. Dai apri.
No, senti.
No. Apri.
Aspetta. Ti spiego.
No. Apri la porta. Non è una faccenda personale. Apri e fammi uscire.
Ti devo parlare.
Non mi pareva.
No, infatti. Oggi sei l'ultimo.
L'ultimo di che?
L'ultimo che viene a ripetizioni oggi. Se non lo faccio con te non posso farlo con nessun altro oggi.
E allora?
Sono malata.
E ti curi così?
Sì. Lo so che sembra strano.
No, no, per carità. E' normalissimo.
Vedi, bisogna che l'energia in me fluisca e vada fuori in qualche modo. E questo è un modo.
Perché l'energia deve fluire? E l'aerobica non funziona?
C'è troppa energia dentro di me. Quando è troppa non riesco a controllarla.
E cosa fai? Spacchi tutto?
No. Ho delle allucinazioni. Come dei sogni però da sveglia.
Soffri di insonnia?
No. Prendo dei sonniferi. Che inibiscono le turbe del sonno. Non permettono di sognare.
Ah. Il Lotoon.
Sì.
Ma quant'è? Cioè, che sei così.
Una volta, qualche anno fa ho beccato il mio ragazzo di allora con un'altra. Non mi ha fatto un effetto normale.
No, vedo. E da allora prendi il Lotoon? E ti fa quest'effetto? Basta che smetti di prenderlo. Così sogni di notte e di giorno le allucinazioni finiscono, no?
Non mi piace sognare.
Perché? Bisogna, credo.
Non mi piacciono. Non li posso controllare. Non posso sapere come finiscono.
E cosa c'entra questo col sesso?
Gli orgasmi.
Eh. Gli orgasmi cosa.
Gli orgasmi liberano energia. Stancano. Sai come ti senti dopo, no?
No. Non lo so.
Come non lo sai?
Non lo so e basta. Però intuisco.
Sei vergine?
Sì.
Vabè, ma te la sarai tirata una sega qualche volta, no?
No. Senti, e non puoi masturbarti e finirla lì, per liberarti di queste energie?
Non ci riesco.
A fare che?
A venire da sola. C'ho provato centinaia di volte. Una volta è successo. Con un cucchiaio di legno, uno di quelli grandi.
Boh.
Appunto, boh. Hai capito? Te lo chiedo per favore.
Cosa?
Lo facciamo? Si sta facendo tardi.
Che allucinazioni hai?
Eh?
Prima dicevi delle allucinazioni. Che cosa vedi?
Boh. Sono pensieri strani, più che altro. A volte sembra che le cose mi parlino, cioè che degli oggetti si mettano a parlare.
Ma forse stai troppo chiusa qui dentro.
Può darsi. Senti, stare a parlare non mi fa per niente bene. Sei gentile, ma qui bisogna che facciamo qualcosa.
No. Non posso.
Ma perché?
Faccio parte di una congregazione religiosa che non permette il sesso.
Testimoni di Geova, tipo?
No. Shakers.
Mai sentiti.
Ci stiamo estinguendo. Non ci possiamo riprodurre. Non possiamo fare sesso nemmeno per avere figli.
No? E perché?
E' lunga da spiegare.
E come fa la vostra religione a proliferare se non potete riprodurvi?
La nostra idea è che le religioni non dovrebbero crescere per mezzo dei figli. Perché vedi, prendi i cattolici, proibire i contraccettivi è solo un modo per rendere più numerosi gli adepti attraverso la figliolanza. Ma così è troppo facile. E' troppo facile convincere i propri figli, loro che ne sanno, mica se l'aspettano da noi, mica sono guardinghi, li indottrini fin da piccoli, mica è una scelta quella. La nostra religione invece aumenta di adepti solo attraverso le conversioni di adulti consenzienti. Nessuno nasce Shaker. Purtroppo però stiamo diminuendo di numero.
Purtroppo per chi?
Ma, così in generale.
E perché studi stenografia?
Sto per diventare segretario della fede. Non possiamo usare registratori.
No?
No. E' già tanto che possiamo usare le penne a sfera.
Io non sarei una buona Shaker.
No. Per il momento no. Nessuno è un buon Shaker in partenza. E' questo il bello.
Insomma.
Sì, beh, dipende dal punto di vista.
Ma non ti pesa?
Cosa?
Non so, che non potrai mai, così, la verginità.
Mah. Per il momento no. Basta essere convinti dell'idea. E' come uno scambio. Come un'assicurazione vitalizia. Ci si sacrifica adesso per avere di più dopo.
Le assicurazioni ti fregano sempre.
Può darsi.
Quindi non faremo del sesso.
No. Proprio no.
A questo punto io ho un problema.
Non so come aiutarti. Mi dispiace.
Devo scaricare energia. Non conosci un modo? Un altro modo, voglio dire.
Non lo so tipo? Ti dovrei esorcizzare?
Che ne so? Funziona?
No, scherzavo. Poi non lo so fare. Poi non lo posso fare.
Come il sesso.
Come il sesso.
Ma tu quanto sei in grado di resistere? Voglio dire, se ora ti salto addosso o se ondeggio davanti a te completamente nuda?
Non ne ho idea. Non mi è mai successo.
Io ci proverei. Ci avrei già provato, vedi. Ho paura che ti metti a urlare e arriva mamma.
Sì, infatti.
Non posso mica alzare Chopin a stecca.
No.
Allora?
Fammi uscire, no?
No. Mi devi aiutare. Lo capisci che mi hai messo in un bel casino. Io contavo su di te. Anche se nemmeno ti conoscevo. Cazzo. Per fortuna che vi state estinguendo. Cazzo che incubo. Senti, quanti siete in Italia voi come vi chiamate?
Shakers.
Shakers. Quanti siete? Che probabilità ho di beccarmene un altro domani?
Pochissime direi. Cioè, che vengono a lezione di stenografia poi credo solo io.
Senti, sto male.
Vedo.
Ma non puoi fare qualcosa, non c'avete il dovere di salvare le vite in pericolo voi Shaker?
No. In questo modo no. Anzi, secondo noi è non facendolo che ti sto salvando la vita.
Porca miseria. Ho bisogno di un orgasmo. Poi come faccio. Cioè, anche se adesso ci stai per ipotesi, così agitata non mi viene nemmeno. Non potete fare neanche i ditalini? Mica è sesso quello, quelli li potete fare, no?
No. Non possiamo.
Ma sei sicuro al cento per cento? Tanto nessuno mi ha mai fatta venire con un ditalino. Saresti il primo. Ma a questo punto bisogna tentarle tutte. Ma tu lo sai cos'è un ditalino, vero?
Sì, lo so.
E come mai lo sai?
Occorre conoscere bene le cose che sono proibite. Sennò si corre il rischio di commettere peccato per ignoranza.
Senti, io voglio distruggere i sentieri contorti tra i campi di papaveri.
Sì.
Voglio che tutti i sentieri siano dritti, che quando ne prendi uno sai già dove va a finire.
Sì.
Si può fare?
Non lo so. Proviamo.
A fare cosa?
Ti insegno una cosa. Metti le mani così.
Le mani? Così? Va bene? E ora?
Ora rilassati, se ci riesci. Cerca di rilassarti. Tieni sempre le mani così. Osserva un punto in alto, sul muro, ma non guardarlo veramente. Anzi, chiudi proprio gli occhi, o tienili socchiusi. Così. Assumi un'aria un po' assorta.
E adesso?
Adesso lascia liberi i tuoi pensieri. Non aver paura. Rilassati. Lasciali liberi. Così senza paura. Lasciati andare. E i pensieri, se ci riesci, lanciali verso l'alto. In modo che tu non li tocchi più e loro vanno verso l'alto. E non ricadono in giù, continuano a salire. E pensa a una grande luce grande come il cielo, e pensa che questa grande luce attira i tuoi pensieri come una zanzariera elettrica. E' un richiamo per i tuoi pensieri questa luce viola al neon, anche se tu non li controlli più, anche se non sei più tu direttamente a controllarli, tu sai dove stanno andando, sai dove stanno andando perché vedi la grande luce viola che li attira e sai che finiranno lassù, che sono attirati dall'alto.
Sì.
Tu li puoi vedere, che lasciano il tuo corpo, che si staccano da te ad uno ad uno e poi salgono e vanno ad unirsi agli altri, ma tu lo sai che vanno in buone mani.
Nelle mani di Dio.
Esatto, nelle mani di Dio.
Ma io sto pregando?
Sì, stai pregando.
E' come un orgasmo. Voglio dire, all'inizio cominci e fai finta, poi invece dopo un po' stai pregando davvero.
Senti l'energia che se ne va?
Pare di sì.
Dio è avido della tua energia. Basta solo che la lasci andare via da te.
Sì. E' bello. E' veramente bella questa cosa che mi hai insegnato a fare. Mi sento come, come se avessi la testa con tutti i pensieri polarizzati in un'unica direzione. Ed è così che ho sempre voluto avere i pensieri. Rettilinei. Ti ringrazio un sacco, guarda, cioè, non so come farlo, ma grazie. Aspetta, ti apro la porta. C'avrai da fare, da tornare alle tue cose, e io che ti ho rapito, ma sono contenta, guarda. Puoi uscire ora se vuoi.
Non voglio uscire. Io sono sempre stato qua in questa camera. Da prima che tu nascessi.
Ma no, dove sei? Dove sei? Dove ti sei nascosto?
Sono qua, sono sempre stato qua.
Qua dove?
Quassù, guarda.
La cornice?
Sì.
La cornice di quello schifosissimo quadro?
Non è tanto brutto.
Lo dici te. Ma mi vuoi dire che è mezz'ora che sto parlando con te? Un'altra allucinazione di merda?
Sì.
Scommetto che ti diverti. Ti sei divertito un casino a vedermi pregare, eh?
Abbastanza un casino.
Guarda che ti spacco.
No, pietà. Chiedo perdono. Non lo farò più.
No, ho deciso. Ti spacco. In lunghi listelli sottili, simili a manici di grossi cucchiai di legno, ti spacco. Sì.
No.
Sì.
No.
Sì, ecco fatto. Finalmente servirai a qualcosa. Ma tu continua pure a parlare. Dimmi delle cose sensuali.
Dove mi stai infilando?
Già che ci sei controlla se per caso vedi qualcosa che si raggruma e cresce in forma di feto. Oggi ero a corto di preservativi.



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